Dal sepolcro vuoto alla Chiesa

Spesso lo Spirito approfitta delle strade umanissime della storia.

Scrive un biblista che i primi anni (o forse addirittura mesi) del cristianesimo, più che una veloce espansione, sono stati un’esplosione. Anche se il percorso è stato per certi versi accidentato.

Che cosa è successo, come, perché?

Qualche idea ce la dà l’autore degli Atti degli Apostoli.

Sempre ebrei

Potremmo immaginare i cristiani che, subito dopo la Pasqua, o almeno dopo la Pentecoste, iniziano a raggiungere tutti i confini del mondo per predicare una nuova religione.

Non è così. Come spesso succede anche a noi nella vita, si sono accorti che è successo qualcosa di straordinario, ma ancora non l’hanno capito fino in fondo… Nel frattempo, si fermano a Gerusalemme, non tornano in Galilea (i Dodici, ormai undici, venivano tutti dalla Galilea, dove vivevano le loro famiglie), aspettando forse il ritorno di Gesù, o forse di capire che cosa dovranno fare.

Mentre sono lì, ricominciano a frequentare il tempio. Se ci pensiamo bene, sembra una scelta strana. Gesù con il tempio aveva avuto dei rapporti molto tesi, difficili. Ci andava, ma non si dice mai che abbia presentato un sacrificio, anzi, aveva rovesciato i tavoli di coloro che, cambiando le monete per acquistare animali da sacrificare, erano al servizio del culto del tempio. E in fondo erano state le autorità del tempio a mandarlo a morte.

Eppure i discepoli di Gesù, dopo la Pentecoste, frequentano il tempio. Certo, non offrono sacrifici, anzi si uniscono all’unica preghiera della giornata che non ne prevedeva (Atti 3,1).

Certo, annunciano, ma non pensano di iniziare qualcosa di nuovo.

Deve succedere qualcosa per tirarli fuori da Gerusalemme e inviarli nel mondo. Insieme all’autore degli Atti degli Apostoli, siamo convinti che sia lo Spirito Santo a mandarli, ma di solito lo Spirito non manda telegrammi, occorre capire come parla e che cosa dice. E spesso lo Spirito approfitta delle strade umanissime della storia.

Un’occasione sanguinosa

La strada seguita in questo caso, ad esempio, passa da tensioni.

La prima tensione è l’incapacità di tenere conto anche delle vedove più dimenticate.

Bisogna sapere che a Gerusalemme non vivevano soltanto ebrei autoctoni. C’erano anche molti ebrei di lingua greca (chiamati “ellenisti”) che, vecchi e arricchiti, si trasferivano a Gerusalemme per morirvi in pace (più vicini a dove avrebbe dovuto arrivare il messia), portandosi dietro mogli spesso più giovani, destinate a restare vedove, e figli poco contenti di abbandonare i loro luoghi di origine per infilarsi in una provincia senza vita sociale.

Le vedove spesso venivano mantenute dalla carità del tempio. Ma succedeva che le vedove elleniste non fossero sentite abbastanza ebree. Parlavano greco, quindi erano “degli altri”. E restavano senza aiuti. Persino quelle degli ellenisti cristiani restano dimenticate. Sembra, insomma, che ancora contasse di più essere un “vero ebreo”, più che essere cristiano. E la soluzione che trovano i cristiani non è di ricordarsi anche degli ellenisti, ma di incaricare qualcuno che pensi solo a loro. Nominano infatti a occuparsene sette diaconi, tutti con nome greco.

E uno di costoro, Stefano, è il responsabile del discorso più violento di tutti gli Atti degli Apostoli, contro il tempio (Atti 7), che porta alla sua morte e alla persecuzione contro i cristiani ellenisti. Questi fuggono, si trasferiscono in zone di lingua greca, e lì cominciano ad annunciare Gesù non solo agli ebrei.

Antiochia

Centro dell’azione diventa allora Antiochia. Questa importantissima città portuale era caratterizzata dall’essere mista: più o meno metà dei suoi abitanti erano di lingua e cultura semita, metà greci. In più, greci e semiti non vivevano in quartieri diversi, come era l’abitudine dell’antichità (fino al medioevo…), ma in metà città convivono fianco a fianco. Ad Antiochia il cristianesimo si diffonde velocemente, e i cristiani iniziano a parlare di Gesù anche ai vicini di casa, senza preoccuparsi di controllare prima se sono ebrei.

Per la prima volta, ritenevano che l’essere cristiani fosse più importante dell’essere ebrei.

Può sembrarci una questione da poco, ma comporta delle conseguenze importantissime. I cristiani, infatti, si incontrano soprattutto nell’eucaristia, che è un pasto. Ma gli ebrei rispettano tutta una serie di norme alimentari che non rendono loro facile andare a mangiare da non ebrei. Che cosa fare? Lasciare che siano sempre gli ebrei a ospitare i non ebrei per la messa? Di certo sarebbe stato possibile e probabilmente all’inizio si fece così. Ma poi, come può una comunità di amici, anzi di fratelli, continuare a dire che in casa di qualcuno non si può andare?

Ecco allora che alcuni cristiani ebrei iniziarono ad andare a celebrare l’eucaristia in casa di cristiani greci. Per la prima volta, ritenevano che l’essere cristiani fosse più importante dell’essere ebrei.

A Gerusalemme ovviamente vengono a sapere di che cosa succede e, sospettosi, mandano qualcuno a controllare (Atti 11,20-22).

La mano dello Spirito

L’incaricato di verificare ed eventualmente censurare è Barnaba, un levita originario di Cipro, persona capace di vedere nella profondità delle situazioni e delle persone.

Barnaba, infatti, arrivando ad Antiochia e trovandosi davanti qualcosa di nuovo, non si spaventa, non pensa che ciò che sta accadendo vada contro la legge, ma prova a capire, a guardare la cosa con gli occhi di Dio.

Vede delle persone affascinate da Gesù, disposte a vivere come lui, convinte che sia Gesù il compimento di un percorso religioso che già avevano vissuto, e pronte, per questo, a rinunciare alle leggi religiose che pure dovevano stare loro molto a cuore. Persone capaci di cogliere che per vivere al meglio la relazione con Dio, dovevano dimenticare il modo con cui l’avevano vissuta fino a quel giorno.

E Barnaba si rallegra, manda a dire a Gerusalemme che è lo Spirito Santo all’opera, e non uno spirito di divisione.

Per la prima volta, ad Antiochia, i discepoli furono chiamati “cristiani”. Per la prima volta qualcuno si accorge che questo movimento è qualcosa di nuovo…

Angelo Fracchia

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