COME FRAGILI CANNE BUCATE

l nostro carisma trova il suo nucleo nella evangelizzazione dei non cristiani nel segno della Consolazione, coi tratti propri di Maria Consolata, nostra vera Madre.

INTERVISTA A SR. SIMONA BRAMBILLA

Sr. Simona Brambilla, di origine brianzola, ha 52 anni ed è attualmente al suo secondo mandato come superiora generale. Precedentemente è stata consigliera generale della sua congregazione. Si è laureata in Psicologia presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma, con una tesi su  “Evangelizzare il cuore. L’Evangelizzazione inculturata tra i Macua Scirima del Mozambico”. Questo lavoro scientifico è il frutto dell’esperienza vissuta in Mozambico, fatta di inculturazione e di ascolto profondo, empatico di ogni persona e di ogni realtà missionaria.

La storia del suo Istituto è ormai ultracentenaria. Siete state fondate, infatti, nel 1910 dal Beato Giuseppe Allamano. Ci potrebbe tracciare l’identikit dell’Istituto oggi, citando anche qualche numero: Fondatore, carisma, presenza nel mondo, numero delle vocazioni (novizie e candidate alla professione perpetua) per nazionalità o continente ecc.?

Il Fondatore era un sacerdote diocesano di Torino, innamorato della missione. Non potendo lui essere missionario a causa della fragile salute, su ispirazione della SS. Vergine Consolata, del cui santuario torinese fu rettore per 46 anni, fondò prima i Missionari e poi le Missionarie della Consolata. Il Beato Allamano ha sempre affermato che la fondatrice dell’Istituto è la Consolata. Il nostro istituto ha quindi un carattere fortemente mariano che si riflette nel nostro vivere la missione. Il nostro carisma trova il suo nucleo nella evangelizzazione dei non cristiani nel segno della Consolazione, coi tratti propri di Maria Consolata, nostra vera Madre. Attualmente siamo presenti in Africa (Kenya, Tanzania, Mozambico, Etiopia, Djibouti, Liberia, Guinea Bissau), America (Brasile, Colombia, Venezuela, Argentina, Bolivia, Stati Uniti), Asia (Mongolia e una sorella in una comunità intercongregazionale in Afghanistan), Europa (Italia, Spagna, Portogallo). La nostra congregazione è composta di 583 Sorelle, tra cui 17 di voti temporanei. Le novizie sono 15 e le prenovizie sono 38. Proveniamo da 16 diverse Nazioni di tre continenti.

Oggi l’Istituto ha assunto proporzioni internazionali: siete presenti in 4 continenti. Nonostante l’invecchiamento del personale e la riduzione delle vocazioni, soprattutto in Italia, è ancora attuale il progetto missionario originario? Molti Istituti missionari, infatti, oggi lamentano una profonda crisi di identità: hanno forse smarrito, perduto la missione?

Credo che questo sia un pericolo effettivo: smarrire la propria identità specifica, impaurendosi davanti alla riduzione numerica, dall’aumento dell’età media, confusi dall’idea che “tutto è missione” e che “la missione è dappertutto”. Personalmente credo e sperimento che la riduzione numerica è una benedizione, veramente una grazia. Essa, assieme a una rinnovata e più profonda coscienza della nostra fragilità, ci sta aiutando notevolmente a comprendere e a vivere il fatto che la missione non è nostra, è di Dio. Il quale ama passare attraverso fragili canne bucate, come siamo noi, per suonare la sua melodia, come fa un musicista con un flauto, accostandolo alle sue labbra, accarezzandone i buchi con le sue abili dita, soffiandovi dentro la Sua Vita. Siamo questo, non di più e non di meno. Questa “piccolezza” benedetta ci ha aiutato, specie negli ultimi due capitoli generali, a ri-focalizzarci sulla nostra identità specifica. Se è vero che tutta la chiesa è missionaria e che in qualche modo tutta la attività della Chiesa è (o dovrebbe essere) missione, è altrettanto vero che noi come Missionarie della Consolata non siamo venute al mondo per abbracciate “tutta” la missione della Chiesa, bensì per vivere la prima evangelizzazione, la missione ai non cristiani, e viverla nel segno della consolazione. Questo è il nostro specifico, ed è alla luce della nostra identità carismatica che siamo chiamate a ristrutturarci, a lasciare posti e attività che non rispondono all’ad gentes e rilanciarci, con tutte le nostre energie, non importa quante siano, verso i non cristiani. Con realismo e coraggio.

Personalmente credo e sperimento che la riduzione numerica è una benedizione, veramente una grazia. Essa, assieme a una rinnovata e più profonda coscienza della nostra fragilità, ci sta aiutando notevolmente a comprendere e a vivere il fatto che la missione non è nostra, è di Dio.

La missione oggi non si declina più tra “evangelizzatori” e “destinatari”. Una certa teologia della missione propone di rileggere la missione come “cammino di migrazione”, “spostamento al ritmo della vita dei popoli”. Che cosa significa questo “cammino” e questo “spostamento” per le Missionarie della Consolata?

Come dicevo prima, per noi è fondamentale il motivo per cui siamo state fondate, ancora valido oggi: l’evangelizzazione dei non cristiani. Consapevoli che l’evangelizzazione non avviene mai a senso unico, ma si configura come uno scambio di doni: evangelizziamo e siamo evangelizzati dal cammino che Dio ha già percorso col popolo e con la persona che incontriamo. La missione allora è incontro e scambio. Non si tratta solo di seminare; si tratta in primo luogo di mietere l’esperienza di Dio di un popolo. La missionaria è in primo luogo una raccoglitrice, una mietitrice del buon frutto che Dio ha già fatto crescere nell’animo di un popolo o di una persona. Quindi, è anche seminatrice del kerigma. In questa interazione tra seminagione e mietitura avviene il dialogo, l’incontro, l’evangelizzazione.

Interculturalità, missione ad gentes e missione inter gentes sono altrettanti punti nevralgici della missione oggi. Come sta cambiando il volto della missione a partire dall’osservatorio privilegiato del suo Istituto missionario?

Credo di avere già risposto sopra. Voglio solo aggiungere che l’ascolto vero, profondo, empatico, è imprescindibile nella missione. Il primo atto missionario ha il sapore della recettività, dell’accoglienza, dell’attenzione a identificare, raccogliere, mietere, apprezzare, gustare, celebrare, il prezioso frutto che Dio ha già coltivato nell’altro. Da qui può partire il dialogo autentico, che è evangelizzatore.

Se è vero che tutta la chiesa è missionaria e che in qualche modo tutta la attività della Chiesa è (o dovrebbe essere) missione, è altrettanto vero che noi come Missionarie della Consolata non siamo venute al mondo per abbracciate “tutta” la missione della Chiesa, bensì per vivere la prima evangelizzazione, la missione ai non cristiani, e viverla nel segno della consolazione.

Quali sono le sfide maggiori della missione dal punto di vista del suo Istituto? Potrebbe magari enunciarle per continenti o macroregioni: Africa, Americhe, Asia? Qual è il ruolo delle suore missionarie della Consolata in Europa oggi?

Per noi MC la sfida più urgente rimane la prima evangelizzazione, specie nei contesti in cui la Chiesa non esiste ancora o, se c’è, è allo stadio germinale. Mi riferisco principalmente all’Asia, che dei quattro continenti ove siamo presenti ha la percentuale maggiore di non cristiani. Ma anche in alcune zone di Africa e America esistono contesti non cristiani che meritano tutta l’attenzione. Mi riferisco al dialogo con l’Islam, con altre Religioni: le cosiddette Religioni Tradizionali Africane e le Religioni dei Popoli Originari. Certo, anche in Europa esistono i non cristiani. Credo che occorra fare qui una distinzione. Una cosa è la presenza di situazioni o fasce umane non cristiane dentro un contesto in cui la Chiesa esiste e ha un suo cammino; altra cosa è la presenza di vaste popolazioni non cristiane in contesti in cui la Chiesa non esiste o è in germe. La Chiesa è per sua natura missionaria, per cui il primo compito della Chiesa è (o dovrebbe essere) l’annuncio del Vangelo. Ora, in zone e contesti in cui la Chiesa esiste, ha una tradizione e un solido cammino, è compito di questa Chiesa curare la prima evangelizzazione delle fasce umane non cristiane. Ma in un contesto in cui la Chiesa non esiste o è agli inizi… beh, quel contesto è prettamente per i missionari  per le missionarie ad gentes! Credo che questa differenza vada espressa e evidenziata, nella nostra riflessione e nelle nostre scelte concrete come Istituti missionari ad gentes.

Il laicato sta assumendo un ruolo sempre più importante, sia quantitativamente sia qualitativamente nella missione ad gentes. Qual è il ruolo della laica all’interno del suo Istituto?

Abbiamo una relazione fraterna/sororale coi Laici Missionari della Consolata (LMC), presenti In Africa, in America e in Europa, che non appartengono al nostro Istituto, sono un movimento autonomo di persone e comunità laicali che condividono con noi il Carisma. Li riconosciamo come soggetto carismatico alla pari con le Missionarie e i Missionari della Consolata, costituendo così tre espressioni del carisma di missione ad gentes nel segno della Consolazione. Coltiviamo coi LMC  la reciprocità, lo scambio, la comunione, la collaborazione.

Il primo atto missionario ha il sapore della recettività, dell’accoglienza, dell’attenzione a identificare, raccogliere, mietere, apprezzare, gustare, celebrare, il prezioso frutto che Dio ha già coltivato nell’altro.

Che cosa ha significato per il suo Istituto l’esortazione apostolica di papa Francesco Evangelii gaudium? La “scelta missionaria” di papa Francesco valorizza o relativizza il carisma missionario del suo Istituto?

Non vedo come potrebbe relativizzare il carisma del nostro Istituto. EG apre la chiesa alla missione, la pone “in uscita”, tutta. Ed è dentro questa chiesa in stato perenne di missione che siamo stimolate e incoraggiate a ri-centrarci sulla nostra specifica forma di uscita, che è appunto l’ad gentes. Tra l’altro, gli spunti che Francesco ci offre sull’accompagnamento personale dei processi di crescita (cfr. EG, 169-173) e sul dialogo (cfr. EG 238-258) sono per noi un grosso incentivo a approfondire queste dimensioni fondamentali del nostro stile missionario “della Consolata”.

In zone e contesti in cui la Chiesa esiste, ha una tradizione e un solido cammino, è compito di questa Chiesa curare la prima evangelizzazione delle fasce umane non cristiane. Ma in un contesto in cui la Chiesa non esiste o è agli inizi… beh, quel contesto è prettamente per i missionari per le missionarie ad gentes!

Dal 2 maggio al 7 giugno 2017 avete celebrato il Capitolo generale. Quale tema avete scelto per questo XI Capitolo delle Missionarie della Consolata?

Sì, il Capitolo si è concluso il 7 giugno. E’ stata una esperienza di forte convergenza e comunione nello Spirito, nell’approfondimento proprio della nostra identità specifica, che genera i criteri della ristrutturazione e del rilancio che l’istituto sta vivendo. Il tema? “Rinascere”. Sì, proprio così: un verbo pieno di vita, di sfida, di fascino. Perché la ristrutturazione non avrebbe senso al di fuori di un processo di ri-nascita, di ri-formazione, di ri-disegnamento del cuore di ciascuna di noi per convertiteci sempre più Dio, che ci chiama e coinvolge nel movimento incessante della Sua missione, rigenerandoci oggi dall’Alto (cfr. Gv 3,3-8) alla identità di figlie nel Figlio Missionario del Padre, Unico Inviato nel quale, e solo nel quale, anche noi siamo inviate!

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