Il grido silenzioso dei Guaraní Kayowá

La battaglia dei Guaraní Kayowá per difendere il diritto alla vita e il diritto alla terra

I Guaraní-Kaiowá (Kaiowá significa “popolo della foresta”) vivono nello Stato brasiliano del Mato Grosso do Sul, quasi al confine con il Paraguay; costituiscono il più numeroso sottogruppo, tra quelli stanziati in Brasile, del grande popolo Guaraní, che abita diverse regioni dell’America Latina fin dal II secolo d.C. e attualmente è presente anche in Bolivia, Paraguay, Argentina e Uruguay.

I vari sottogruppi presentano differenze non tanto a livello linguistico – i diversi idiomi sono riconducibili all’unica famiglia linguistica Tupi-Guaraní – quanto a livello socio-culturale: costumi, pratiche rituali, organizzazione economica, politica e sociale. Un elemento che, invece, accomuna i Guaraní è il legame con la terra, da cui dipendono non solo la sopravvivenza e l’organizzazione socio-economica del popolo, ma il modo stesso di concepire l’esistenza ed elaborare la cultura. I Guaraní-Kaiowá, infatti, indicano la terra in cui vivono con il termine tekoha, che designa lo spazio fisico – terra, foresta, campi, acqua, animali, piante – in cui possono realizzare il loro teko, cioè il loro proprio e specifico modo di essere, che comprende costumi e tradizioni culturali, leggi e comportamenti morali, celebrazioni dei riti che permettono di vivere, attraverso il canto e la danza, in collegamento e armonia con le divinità in cui credono. È all’interno del tekoha che si sviluppa la famiglia estesa, struttura fondamentale della società guaraní, che comprende persone legate tra loro da vincoli di parentela (nonni, padre, madre, zii e zie, marito, moglie, cognati e cognate, figli, figlie e nipoti…) ed è un’entità socio-politica, economica e territoriale autonoma. Ogni individuo è strettamente legato alla propria famiglia estesa e si identifica con essa.

Per poter svolgere la sua funzione, il tekoha deve offrire risorse sufficienti per ogni famiglia estesa e per garantire relazioni non conflittuali con le altre famiglie: riserve d’acqua e di pesca, terre coltivabili, aree per la costruzione degli edifici e per l’allevamento degli animali e soprattutto una foresta, da cui trarre il materiale per la costruzione di abitazioni e utensili, frutti e piante medicinali. La foresta è altresì essenziale in quanto sede dei numerosi spiriti che popolano la religiosità guaraní ed ambientazione dei racconti mitologici trasmessi da una generazione all’altra.

Non esiste presso i Guaraní-Kaiowá il concetto di proprietà della terra, né di ciò che in essa vive o viene prodotto o allevato. L’uso della terra è un diritto donato loro dagli dei, e tale diritto deve essere esercitato in modo equilibrato, rispettoso dell’ordine cosmico e delle esigenze delle altre famiglie guaraní: non si violano pertanto i confini territoriali di ciascun tekoha, né si usano i beni altrui senza i dovuti permessi. Sono inoltre fortemente valorizzati la solidarietà e l’aiuto reciproco, tanto che la generosità è una delle virtù più importanti nelle comunità guaraní e, viceversa, l’atteggiamento egoistico di accumulare beni e non condividere con gli altri ciò che si produce è oggetto di riprovazione ed esclusione sociale.

Il loro legame con la terra non è per nulla generico e astratto – quasi che basti trovare per loro un po’ di terra da coltivare da qualsiasi parte – ma è con quel preciso territorio dove ogni famiglia estesa ha storicamente abitato e dove sono sepolti i suoi antenati.

Ecco perché la continua espropriazione di terre di cui sono vittime comporta per i Guaraní-Kaiowá danni enormi: se espulsi dai loro territori, i Guaraní perdono tutto ciò che per loro ha valore ed è vitale, non solo a livello materiale, ma anche morale e spirituale. Ed è per questo che essi cercano ostinatamente di ritornare nelle loro terre ogni volta che ne sono forzatamente allontananti.

Se la colonizzazione europea provocò in passato la distruzione di intere tribù, che combatterono strenuamente contro l’invasione delle proprie terre e la riduzione in schiavitù (si pensi al drammatico ritratto della loro epopea nel film The Mission del 1986), oggi l’espropriazione delle terre ancestrali e la distruzione delle foreste dei Guaraní continua in modo violento e sistematico, per fare spazio ad allevamenti di bestiame e a campi di canna da zucchero e soia transgenica (per il mercato brasiliano degli agrocarburanti), che richiedono un massiccio uso di sostanze tossiche diserbanti. Nel Mato Grosso do Sul, i Guaraní-Kaiowá occupano ormai soltanto lo 0,2% del territorio, in palese violazione del diritto alla demarcazione della loro terra sancito dalla Costituzione Federale del 1988; vivono concentrati in piccole aree o accampati ai bordi delle strade di quelle che erano le loro regioni, fortemente esposti ai rischi di malnutrizione, inquinamento e alle violenze dei guardiani assoldati dai proprietari terrieri. Tali violenze degenerano frequentemente in omicidi nel caso i cui i Guaraní tentino di riappropriarsi della terra: le “retomadas” (recuperi), che avvengono con la partecipazione di tutta la comunità e sono spesso guidate dalle donne, che più da vicino vivono ogni giorno i problemi generati dalla mancanza di terra, come la denutrizione infantile, li vedono vittime di spietate ritorsioni, che restano impunite.

Alla luce di tutto questo trova una spiegazione l’alto tasso di suicidi registrato negli ultimi trent’anni tra i Guaraní-Kaiowá: un’estrema e disperata forma di protesta a cui ricorrono anche preadolescenti (clamoroso fu il caso del suicidio di un bimbo di nove anni).

Il viaggio in sette Paesi europei del professor Ladio Veron Cavalheiro, cacique (capo) della comunità Takuara, nella primavera dello scorso anno, ha avuto lo scopo di denunciare il rischio di estinzione di questo popolo e di cercare appoggio politico e finanziario: il leader, che nei mesi precedenti al suo viaggio è vissuto in clandestinità perché minacciato di morte da sicari assoldati dai proprietari terrieri – che già uccisero suo padre, Marcos Veron, nel 2003 – ha ottenuto grande sostegno e solidarietà.

Resta da vedere se saranno sufficienti le proteste della Comunità Internazionale e degli organismi brasiliani che difendono i diritti degli Indios – in primis il Consiglio Indigenista Missionario e i Vescovi del Brasile – a dare voce al grido silenzioso dei Guaraní e speranza alle loro esistenze minacciate dagli interessi del mercato globale.

Questo articolo è stato pubblicato su Andare alle Genti

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