L’ora più umana

Lo spirito era l’uomo nelle sue relazioni, nelle decisioni, nella razionalità e nei sentimenti; la carne nelle sue debolezze e fragilità. L’anima diceva il rapporto con il trascendente, con Dio. A essere in crisi è questa ultima dimensione.

La Lettera agli ebrei, per presentare la piena umanità di Gesù, parla di “preghiere e suppliche insieme a un forte grido e lacrime”, grazie alle quali Egli viene ascoltato e diventa perfetto e causa di salvezza per gli uomini che si legano a lui (Eb 5,7-9). Insomma, per l’autore di quello scritto Gesù è affidabile perché si sottomette alla condizione umana, e lo fa soprattutto nel Getsemani.

Vediamo allora di rileggere quel momento, seguendone soprattutto la presentazione del vangelo secondo Marco, la più antica e asciutta.

La notte dell’anima

Nella seconda metà del vangelo Gesù, che prima era circondato da folle festanti, è sempre più contestato e solo: crescono le polemiche, i suoi discepoli si litigano i posti di rilievo, infine si arriva all’ultima cena, festa familiare che però Gesù vive non con la sua famiglia ma con la “nuova famiglia” dei discepoli, tra i quali, a loro volta, si annida un traditore e tanti che rinnegheranno. E lui, durante la cena, dice di saperlo.

Dopo Gesù si ritira in un luogo isolato, per pregare, e chiede solo a tre dei discepoli, i suoi più intimi, di accompagnarlo. Quindi si allontana ancora (Mc 14,34-41):

E dice loro: «La mia anima è angosciatissima fino alla morte: restate qui e vegliate».

A prima vista la paura di Gesù sembra eccessiva. Va bene la solitudine, va bene la percezione del rischio, perché Gesù ha sfidato le autorità del tempio che non osano arrestarlo in pubblico ma di certo vorrebbero metterlo a tacere. È però ancora libero, potrebbe serenamente allontanarsi da Gerusalemme e tornare in Galilea, dove non correrebbe rischi.

Si intuisce qualcosa di più se notiamo che Gesù parla di “anima”. Per il mondo ebraico l’uomo era un tutt’uno, di cui però si potevano distinguere dimensioni diverse. Spesso si parlava di “spirito, anima e carne”. Lo spirito era l’uomo nelle sue relazioni, nelle decisioni, nella razionalità e nei sentimenti; la carne nelle sue debolezze e fragilità. L’anima diceva il rapporto con il trascendente, con Dio. A essere in crisi è questa ultima dimensione.

Gesù e il calice

E, andato avanti un poco, cadeva a terra e pregava che, se era possibile, passasse via da lui l’ora, e diceva: «Abbà, Padre, tutto ti è possibile: porta via da me questo calice: ma non quello che voglio io, ma quello che tu».

“Abbà” è parola tenerissima. Non tanto per quello che vuol dire (semplicemente “padre”, anche eventualmente in modo ufficiale) ma perché è in aramaico, la lingua madre di Gesù, non quella della preghiera. Gesù sa di potersi rivolgere a Dio come a un padre, come a chi gli è intimo, lo conosce, vuole il suo bene. Non si rivolge semplicemente all’Onnipotente, ma a un Onnipotente che è dalla sua parte.

Quante volte nella nostra tradizione religiosa si è data l’impressione che soffrire sia bello. Gesù non vuole soffrire, non vuole che soffriamo (quante persone ha guarito?).

E gli chiede di allontanare il calice. Solitamente pensiamo che si tratti della morte, della croce. Ma probabilmente non è così. L’Antico Testamento era solito definire il male che arrivava addosso alle persone con immagini diverse: le piaghe o i flagelli indicano una punizione che mi arriva e a cui non posso sottrarmi, come una frustata o un’infezione che parte da dentro.

Parlare di calice (anche nei profeti!) indica però qualcosa di diverso: al flagello posso al limite provare a sottrarmi, ma in ultimo lo subisco, mentre un calice pieno di una bevanda amara o di un veleno devo berlo, devo collaborare, devo agire attivamente. Non sembrerebbe una buona immagine per ciò che sta per succedere a Gesù, che dall’arresto non farà più niente… A meno che…

A meno che Gesù pensi proprio a qualcosa che deve collaborare a fare, che non vorrebbe bere. Di certo Gesù non vorrebbe la croce e la morte, ed è già qualcosa di giusto da notare. Quante volte nella nostra tradizione religiosa si è data l’impressione che soffrire sia bello. Gesù non vuole soffrire, non vuole che soffriamo (quante persone ha guarito?). Ma il “calice” non può parlare della croce. C’è altro. E possiamo averne una conferma dalla fine dell’episodio:

E viene la terza volta e dice loro: «Dormite ormai e riposatevi: è passato: è giunta l’ora, ecco il figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani dei peccatori».

Come può Gesù dire che “è passato” qualcosa che non è ancora iniziato? Se pensiamo che il calice sia la croce, questo verbo è sbagliato, e infatti le nostre traduzioni cercano di correggerlo in “basta!”.

Il cuore dell’umanità: decidere

Gesù si è finora presentato come colui che fa conoscere il volto di Dio, volto che è buono e positivo, immagine di un Dio che è a favore del bene e della vita degli esseri umani. Questo volto è contestato dalle autorità religiose del tempio. Nell’ultima cena Gesù ha dimostrato di sapere (come?) che uno dei discepoli lo tradirà. Sente di essere in trappola, e sente, soprattutto, che in qualche modo è chiamato a testimoniare fino alla fine l’amore di Dio. Un Dio che è pronto a mettere a disposizione degli uomini la propria offerta di comunione fino a dare la vita. Gesù si è già dimostrato pronto ad andare fino in fondo. Perché allora ora tentenna? Paura della morte?

Non solo. Più in profondità, si intuisce nel racconto evangelico un dramma più grave. In fondo, anche noi sappiamo che l’essere umano sa affrontare la morte da eroe. Il problema è se ne valga la pena.

Anche Gesù percepisce di trovarsi di fronte alla sfida definitiva e si trova confrontato con la domanda più radicale cui si possa trovare di fronte un essere umano: non “quanto dovrò soffrire?” o “perché devo morire?”, ma “e se mi sbaglio?”. Gesù crede di essere il Figlio, al modo con cui noi intuiamo le verità più fondamentali della nostra vita, ossia come interpretazione di fondo che dà senso a tutto ma non è razionalmente dimostrabile. E di fronte a tali realtà nasce inevitabile la domanda sulla possibilità di sbagliarsi. “E se non fosse vero? E se non fossi nient’altro di uno tra i tanti umani?”. Non a caso le tentazioni, come ce le presentano gli altri vangeli, vanno proprio in questa direzione: “Se tu sei figlio di Dio…” (Mt 4,3.6). Se Gesù fuggisse, se si ritirasse a vita privata, non sarebbe esposto a nessun rischio. Questo però lascerebbe intendere che Dio si dona agli uomini, ma solo finché ciò non lo espone a pericoli eccessivi. Ma se Gesù non è figlio di Dio, perché rischiare la morte?

Il dramma del Getsemani è questo: il dubbio radicale su di sé, sulla propria vocazione, sul proprio ruolo. È questo il calice da bere, che Gesù non vorrebbe affrontare perché (si intuisce) è questa la prova più profonda e dura di fronte a cui si possa trovare l’essere umano.

Il dramma del Getsemani è questo: il dubbio radicale su di sé, sulla propria vocazione, sul proprio ruolo. È questo il calice da bere, che Gesù non vorrebbe affrontare perché (si intuisce) è questa la prova più profonda e dura di fronte a cui si possa trovare l’essere umano.

E, se ci può consolare, anche con Gesù il Padre tace: quando siamo nel momento più decisivo della nostra fatica, Dio non interviene a prenderci dall’alto miracolosamente. Ci dà la forza di vivere la croce, ma solo se ci fidiamo di lui, di un Padre che è dalla nostra parte, ma non si sostituisce a noi, bensì rispetta a tal punto la nostra libertà e la nostra scelta da aspettarci…

Colui che è l’immagine perfetta di Dio e dell’uomo, conosce il dubbio sulla propria natura. Non c’è motivo per pensare che il dubbio, l’incertezza, le domande, siano un segno di infedeltà o di lontananza da Dio o dalla propria umanità. Anzi! E poi, soprattutto, è proprio qui Gesù diventa perfetto: questo passaggio è ciò che costituisce l’essere umano come tale.

Angelo Fracchia

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