Un caffè ospitale

Una tazza di caffè è ospitalità. Soprattutto in Etiopia 

Durante i miei 28 anni di missione in Etiopia ho potuto sperimentare quanto è forte, quanto è sacro, nel popolo etiope, il senso dell’ospitalità. Anche nei nostri Paesi europei un tempo si praticava questa usanza, pensando alle molte storie che si raccontavano di buona gente che avendo aiutato un pellegrino o un povero, si era poi resa conto di aver ospitato o aiutato lo stesso Gesù.

Il popolo etiope, che si sente cristiano sin dal tempo in cui l’eunuco funzionario della regina Candace di Etiopia si fece battezzare da S. Filippo, conosce le storie della Bibbia e sa che Abramo accogliendo i tre pellegrini, ospitò lo stesso Signore e ne ebbe poi la ricompensa di avere il figlio tanto desiderato.

Io ricordo, durante le mie prime visite da missionaria alle famiglie del villaggio, la gentilezza della gente nell’invitarmi a sostare nella loro capanna. Magari non avevano pronto un po’ di caffè in casa, ma andavano dalla vicina a chiederlo in prestito e, siccome ero un’ospite d’onore – così mi consideravano – cercavano di trovare anche un po’ di burro per fare il più buon caffè che si possa servire in Etiopia. Se a volte si trattava di mangiare qualcosa, andavano a prendere un po’ della loro acqua preziosa che avevano dovuto, magari, portare dal lontano fiume fino a casa sulle spalle, perché mi potessi lavare le mani e poi, davanti a miei occhi, lavare anche la tazzina dove mi avrebbero offerto il caffè dopo il pranzo. Quanta finezza e gentilezza perché io non avessi paura che le stoviglie non fossero pulite!

Mi ricordo di un altro episodio. Il Superiore IMC aveva organizzato un viaggio verso il Wollega e il Kaffa, regioni dove i Missionari della Consolata avevano stabilito le loro prime missioni in Etiopia. Essi non erano più in quei territori, mentre noi avevamo ancora tre missioni nel Wollega: Konchi, Komto e Sakko. Toccò a me accompagnare il Padre nelle nostre missioni e da lì andare a visitare anche la regione del Kaffa, in particolare la missione di Gimma. Dopo una visita alla bella cittadina si pensò di ritornare, ma dovemmo fare i conti con il buio repentino delle sere in Africa. Si decise infine di fermarci a Gimma. Ma dove? Cercammo alloggio e cibo, in qualche piccolo hotel di fortuna. Dopo vari giri, trovammo un piccolo albergo, l’unico che aveva l’elettricità e la proprietaria ci disse che aveva posto per noi. Il mattino dopo chiesi alla donna quanto le dovevo per il suo servizio. Mi rispose: “Oh, niente, voi siete persone di Dio; per me è stata una grazia il ricevervi e la mia ricompensa sarà la vostra benedizione e la vostra preghiera per me, per la mia famiglia e per il mio lavoro”. Insistemmo perché prendesse qualcosa, ma non volle. Fummo meravigliati nel vedere questa donna, non cattolica, ma certo cristiana, così aperta al valore dell’ospitalità.

Un’usanza tanto tipica dell’Etiopia che esprime bene il senso dell’ospitalità è la cosiddetta “cerimonia del caffè”. Si dice che il caffè sia originario della regione del Kaffa e a questo riguardo ci sono diverse storielle che raccontano come si sia venuti a conoscere le sue buone proprietà. Una delle più simpatiche riguarda un pastore che pascolava le sue pecore mentre esse quietamente brucavano l’erba. Quando questa venne a mancare, cominciarono a mangiare le bacche rosse delle piante che crescevano in quei pressi. Il pastore notò che le sue pecore, che di solito erano calme, tranquille, sdraiate un po’ pigramente all’ombra, cominciarono a mostrarsi all’improvviso piene di energie ed eccitate. Fu meravigliato del cambiamento e lui stesso volle assaggiare alcune di quelle bacche. Erano un po’ amare, ma anche lui si trovò presto pieno di energia e di buon umore.

Per molti secoli il caffè non fu bevuto ma mangiato. Solo nel tredicesimo secolo si iniziò a prendere il caffè come bevanda e questa acquistò una grande popolarità.

In Etiopia, la gente usa tanto bere il caffè. Un buon pranzo non si può concludere senza un buon caffè.  Ma per assaporarlo fino in fondo si deve prima rispettare una elaborata “cerimonia”.

Dopo aver mangiato “ingiera e wot” (pane rotondo e spugnoso e stufato piccante), tipico piatto etiopico, una donna comincia il rituale: sparge per terra erba fresca e poi si mette a sedere su uno sgabellino basso vicino ad un piccolo braciere. In seguito brucia dell’incenso e il profumo di questo, unito a quello dell’erba fresca, rende piacevole l’atmosfera dell’ambiente. Quindi inizia ad abbrustolire il caffè verde in un piatto concavo di metallo e continua a mescolarlo perché questo si abbrustolisca in modo eguale. Quando è pronto, prende il piatto col caffè e lo fa passare davanti ad ogni commensale perché tutti ne inspirino la fragranza. Poi la donna sparisce. Da un luogo attiguo si sente solo il pestare del caffè nel mortaio dove la donna lo sta macinando. Quindi ritorna con la tradizionale “gebena”, un panciuto contenitore di creta con un collo lungo e stretto e un becco ricurvo al lato di esso. In questa mette a bollire dell’acqua e vi mette dentro il caffè già macinato lasciandolo bollire per alcuni minuti. Quando è pronto, versa questa deliziosa bevanda in tazzine senza manico riempiendole fino all’orlo, – segno della generosità di chi ospita – e le offre ai presenti. Mentre tutti bevono la prima tazzina, la donna versa altra acqua nella “gebena’” e con lo stesso fondo di caffè prepara la seconda tazza. Intanto si sono sciacquate le tazzine sotto gli occhi degli invitati e si passa al secondo giro di caffè un po’ meno forte, ma ancora buono. Si può giungere anche ad un terzo giro, se si desidera. Tutti così possono andare avanti con vivacità ed allegria con le loro conversazioni e chiacchiere, senza sentire quella sonnolenza che a volte prende dopo un buon pranzo.

Se sei invitato in Etiopia da qualcuno a prendere una tazza di caffè, preparati ad avere un’ora e più libere, perché non avrai mai il caffè che consumi in pochi minuti in un bar. Condividere un caffè o un pranzo è un segno di accoglienza e ospitalità molto profonde che non si possono esprimere soltanto in pochi minuti.

sr Carla Rita Forte, mc

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