L’ACCOGLIENZA NEL NUOVO TESTAMENTO

3.Il forestiero, deve essere accolto come si riceve il Signore, cioè con riguardo, con delicatezza, e persino umilmente” (B. Maggioni).

Nel Nuovo Testamento, Gesù è il modello dell’accoglienza: egli si è fatto ospite degli uomini, e invita tutti ad essere ospiti nella casa del Padre. Il comando è preciso: “Accoglietevi gli uni gli altri come Cristo accolse voi” (Rm 15,7).

Gesù ospitato

Gesù stesso si è fatto “ospite e pellegrino in mezzo a noi” (G. Saldarini). E provò sia il rifiuto che l’accoglienza. Fin dalla nascita fa esperienza di non essere accolto: “Maria… lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo” (Lc 2,7); e Gesù deve fuggire profugo in Egitto perché perseguitato da Erode. Anche nella sua missione spesso è respinto: “I Samaritani… non vollero riceverlo” (Lc 9,52-56).

Ma Gesù fa anche l’esperienza dell’essere accolto. Innanzitutto, Gesù è il prototipo del figlio adottivo: concepito per opera dello Spirito Santo, è per il tramite di Giuseppe, il padre legale, che diventa “figlio di Davide”. Nella sua vita pubblica, Gesù più volte, poi, godette dell’accoglienza altrui: da quella degli sposi di Cana a quella di Simone e Andrea a Cafarnao a quella di Matteo il pubblicano, a quella di Simone il fariseo, a quella degli amici Lazzaro, Maria e Marta, a quella dei peccatori, tra lo scandalo generale (Mt 9,11).

Gesù ospitante

Gesù accoglie le folle e viene accolto da loro: “Al suo ritorno, Gesù fu accolto dalla folla” (Lc 8,40) e imbandisce per esse un meraviglioso banchetto, moltiplicando i pani e i pesci. Nel Cenacolo, da padrone si fa servo, lavando i piedi ai discepoli e servendoli a tavola, e offre addirittura se stesso in cibo ai suoi ospiti.

Nel suo cammino sulle strade del mondo, Gesù accoglie tutte le nostre miserie, le nostre sofferenze: “Egli ha preso le nostre infermità e si è addossato le nostre malattie” (Mt 8,17); “Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò” (Mt 11,28); e ci trasforma da stranieri in famigliari: “Non siete più né stranieri (pàroikoi) né ospiti, ma siete concittadini dei santi e famigliari (oikèioi: si noti il gioco di parole) di Dio” (Ef 2,19). E il Regno dei cieli è paragonato ad un grande banchetto per gli ospiti.

L’ospitalità nei Vangeli

Il tema dell’ospitalità compare nella parabola del buon Samaritano, che “si fa prossimo” a chi è nel bisogno, ma anche in quella dell’amico importuno che prega perché gli vengano forniti, nel cuore della notte, pani per un ospite giunto improvvisamente.

Gesù vuole che i suoi missionari siano accolti: “Quando entrerete in una città e vi accoglieranno…”, “chi accoglie un profeta come profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto come giusto, avrà la ricompensa del giusto” (Mt 10,41); mentre “se qualcuno poi non vi accoglierà…, nel giorno del giudizio il paese di Sòdoma e Gomorra avrà una sorte più sopportabile di quella città” (Mt 10,14-15).

Innanzitutto, Gesù è il prototipo del figlio adottivo: concepito per opera dello Spirito Santo, è per il tramite di Giuseppe, il padre legale, che diventa “figlio di Davide”

Nel Nuovo Testamento si usa il verbo déchomai, “accogliere”, per indicare anche l’accoglienza del Regno di Dio (Mc 10,15), del Vangelo (2 Cor 11,4), della grazia (2 Cor 6,1), ma soprattutto della Parola: “logon déchestai” (accogliere la Parola) diventa sinonimo addirittura della fede (Lc 8,13); “Dèchomai… significa anche sentire e capire, per esempio le parole dell’ospite, i suoi desideri e i suoi bisogni… I composti sottolineano poi l’amicizia, la stima verso l’ospite, anche se sconosciuto. E suggeriscono anche di accogliere qualcuno facendolo entrare nella comunità e nel proprio paese” (B. Maggioni).

“Chi accoglie voi accoglie me”

La grande novità è che accogliere i fratelli significa accogliere Gesù stesso: “Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato” (Mt 10,40); particolarmente Gesù si identifica con i bambini: “Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me” (Mc 9,37), e con i missionari del Vangelo: “Chi accoglie colui che io manderò, accoglie me” (Gv 13,20). Al giudizio finale i giusti gli risponderanno: “‘Signore, … quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato…?’. Rispondendo, il re dirà loro: ‘Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me’” (Mt 25,31-46).

“Ero forestiero e mi avete accolto…”: per dire l’ospitalità Gesù ricorre qui a un verbo (sunágo) il cui significato è raccogliere chi è sperduto, ospitarlo nella stessa casa, unirlo ai gruppi dei fratelli. Questo verbo così ricco di significato è ricordato in Matteo 25 per tre volte. Il forestiero, deve essere accolto come si riceve il Signore, cioè con riguardo, con delicatezza, e persino umilmente” (B. Maggioni).

Ecco perché Luca, negli Atti, insiste così tanto sul tema dell’ospitalità. “L’ospitalità come segno di fraternità fu uno dei più potenti mezzi di diffusione della fede cristiana” (G. Segalla).

Pietro esorta alla philoxenìa, l’ospitalità, letteralmente “l’amore per gli stranieri”: “Praticate l’ospitalità gli uni verso gli altri, senza mormorare” (1Pt 4,9). E ospita nella sua casa gli inviati del centurione Cornelio.

Paolo invita ad essere “solleciti per le necessità dei fratelli, premurosi nell’ospitalità” (Rm 12,13); e ad accogliere l’altro anche con le sue manchevolezze: “Accogliete tra voi chi è debole nella fede, senza discuterne le esitazioni” (Rm 14,1). Egli stesso, a Roma, “accoglieva tutti quelli che venivano a lui, annunziando il Regno di Dio” (At 28,30-31). Dovere del vescovo è essere “ospitale” (1Tm 3,2); e alle vedove che desiderano essere iscritte nell’apposito catalogo si richiede che abbiano “praticato l’ospitalità” (1Tm 5,10).

La lettera agli Ebrei ricorda che ospitare il fratello è ospitare Dio: “Non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli senza saperlo (Eb 13,2).

Gli ospiti ci accoglieranno in Paradiso

Giacomo ricorda l’esempio, nell’Antico Testamento, di Raab, che fu salvata per la sua ospitalità: “Raab, la meretrice, non venne forse giustificata per aver dato ospitalità agli esploratori?” (Gc 2,25). Nella prima Chiesa spesso l’ospitante è premiato con particolari benedizioni (At 10,22-48).

Ma, soprattutto, i poveri, gli stranieri, i bisognosi di accoglienza saranno per noi i portinai del Paradiso, coloro che ci riceveranno o meno nelle dimore celesti: “Procuratevi amici con la disonesta ricchezza, perché, quand’essa verrà a mancare, vi accolgano nelle dimore eterne” (Lc 16,9).

2.“Dèchomai… significa anche sentire e capire, per esempio le parole dell’ospite, i suoi desideri e i suoi bisogni… I composti sottolineano poi l’amicizia, la stima verso l’ospite, anche se sconosciuto.

Gesù ci invita ad essere accoglienti verso coloro che non hanno da contraccambiarci, invitandoci all’assoluta gratuità: “Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli, né i tuoi parenti, né i ricchi vicini, perché anch’essi non ti invitino a loro volta e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando dai un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti” (Lc 14,12-14).

Negli “stranieri” la Chiesa vede Cristo che “mette la sua tenda in mezzo a noi” (cfr Gv 1,14) e che “bussa alla nostra porta” (cfr Ap 3,20). Se non li sapremo accogliere, non avremo saputo accogliere Gesù. Ed entreremo anche noi nel triste novero di coloro di cui parla il Prologo di Giovanni, quando afferma con amarezza: “Venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto” (Gv 1,11).

di CARLO MIGLIETTA

 

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