Quattro chiacchiere con… Suor Regina

Missionaria… al gusto di Dio! 

Ecco in queste righe la testimonianza di suor Regina Pozzebon, missionaria della Consolata che, per gravi motivi di salute, non è mai potuta andare in terre lontane, tuttavia, pur essendo immobilizzata su una sedia rotelle, è ugualmente riuscita a vivere in pienezza la sua vocazione missionaria.

Suor Regina, raccontaci un po’ di te e della tua vocazione.

Sono suor Regina Pozzebon e da 48 anni (quasi), sono Missionaria della Consolata. Sono di origine veneta, nata a Istrana (TV) nel dicembre del 1945. Sono entrata nell’Istituto delle Missionarie della Consolata nel 1967 e nel 1969 ho emesso la mia professione religiosa.

Sono entrata in questo Istituto missionario proprio perché ha la peculiarità di essere missionario ad gentes, cioè la missione di portare Gesù a coloro che ancora non lo conoscono.

Dentro di me c’era e c’è questo “fuoco”, questo pungente desiderio di far “conoscere Gesù” perché in Lui è nascosta la vera gioia, il senso della vita, il sentirsi amati per quello che si è. E sapere che nel mondo milioni di persone non conoscono ancora questo “Dio che ha tanto amato il mondo da dare il Suo Figlio” e questo Gesù che “mi ha amato e ha dato se stesso per me…!” perché la mia gioia sia piena, rimane per me un “tormento”, un pungolo, un desiderio bruciante. Ma le vie di Dio non sono sempre le nostre… e, per motivi gravi di salute, non sono mai potuta partire per “la missione”. Almeno in questo assomiglio al Beato Allamano, Padre e Fondatore della congregazione di cui faccio parte.

Dato che non sei mai partita per la missione “ad gentes”, come vivi la tua missionarietà in patria?

 La mia vocazione religiosa e la mia chiamata missionaria sono un tutt’uno, sono un’unica realtà avendo la loro origine nella chiamata di Dio, è Lui che mi ha scelta, è Lui che mi ha chiamata, amata, inviata. Ed è in questa relazione profonda con Gesù, relazione di “innamorati”, che si fa unità. La missione non è il mio “fare”, ma è una partecipazione alla missione stessa di Gesù: rivelare l’Amore del Padre per ogni creatura, che significa rivelare il mistero della salvezza: Dio vuole che tutti gli uomini siano salvi…, siano felici perché amati e salvati. E questa salvezza Gesù l’ha pagata a caro prezzo con la sua Incarnazione, vita, passione, morte e risurrezione.

È alla Luce della Croce di Cristo che vivo la mia missionarietà, ed è in questa luce, in questo Amore che anche il dolore, la malattia, l’essere in carrozzina da 22 anni trova senso, trova forza, trova “consolazione”, trova anche gioia profonda e indicibile nella fede e nell’amore. La malattia ridimensiona molte cose e, nella fede, la puoi scoprire come opportunità per crescere in una relazione d’Amore che ti riempie la vita. Dice s. Agostino: “Nessuno è felice come Dio e nessuno fa felice come Dio”.

Certo, la malattia provoca lacrime, fatica, angoscia, paura, solitudine, momenti di lotta e di ribellione, ma piano piano, guardando il Crocifisso, nella fede e nella fiducia nel Signore, scopri che quanto più si è scavati dal dolore tanto più si diventa contenitori della tenerezza e dell’Amore del Signore.

Per me la malattia è stata ed è uno strumento di grazia: io non sono la mia malattia, il mio limite, la mia fragilità. Tutto questo è strumento nelle mie mani e, nella fede, posso dire con san Paolo: “Mi vanterò ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo” (2Cor 12,9-10). La malattia non è diventata ostacolo alla mia vocazione missionaria, ma un modo diverso di partecipare alla missione di Cristo. Mi sento missionaria “al gusto di Dio”, come lui mi ha voluta… ed è la mia felicità! Nella mia condizione, raggiungo il mondo intero, l’umanità intera, ogni creatura.

Quali sono le tue attività di missionaria “a rotelle”?

 Quella principale che mi viene molto richiesta è l’ascolto delle persone. Ultimamente ho fatto “scuola di preghiera” per i “Giullari di Dio”; l’anno scorso ho seguito il musical “Chi sei tu” di circa 50 giovani che si sono impegnati nel realizzarlo lanciando il messaggio della misericordia e interpretando la parabola del “Figlio prodigo” in chiave moderna. Sono stati bravissimi!

Seguo il gruppo “Gente alla mano” formato da ex-allievi della “Scuola G.Allamano” (e non) che lavorano con varie iniziative per sostenere dei progetti missionari in Africa. Tra queste iniziative c’è il Presepe Vivente che vede un centinaio di figuranti e che ormai si “celebra” da 7 anni con l’intento di aiutare e far rivivere il mistero della Natività del Signore e nello stesso tempo raccogliere dei fondi per i progetti missionari. Seguo poi i Laici Missionari della Consolata nel Veneto (ci sono anche qui a Grugliasco, persone che condividono il nostro carisma nella vita quotidiana e nelle loro scelte).

Hai qualche desiderio?

 L’unico mio desiderio è quello di aiutare le persone a scoprire quanto sono amate, quanto sono preziose per Dio, quanto sono cercate per quello che sono… perché tesoro unico e dono per l’umanità. Come vorrei farle sentire amate perché senza amore non c’è vita, non si può vivere!

di Cristina Menghini

questo articolo è stato pubblicato sulla rivista Andare alle Genti

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