Sorella Miriam

La figura biblica di Miriam, sorella di Mosé

Es 2,1-4

 

Nella sua prima apparizione biblica, Miriam non ha neppure un nome. E se è vero che ogni sillaba sacra non sia mai casuale, possiamo pensare che il suo vero nome, la sostanza della sua identità, fosse proprio quella di essere una “sorella”.

Ella è qui per spiegare ai lettori cosa significhi tale ruolo, specialmente quando una famiglia viva in cattività: cresciuta nel grasso grembo della nazione più ricca del mondo – l’Egitto del tempo – la famiglia di Levi si trovava costretta – ahimè! – a dover uccidere i propri figli, od a “nasconderli” dalle telecamere che l’occhio di Faraone aveva collocato in ogni angolo del suo Paese. Dovevano essere invisibili. E poco importava se fosse proprio quella gente di Levi, immigrata quattro secoli prima, a sostenere con le sue braccia di schiavitù, l’economia e la grandeur dell’Egitto.

Atroce ironia della storia, più che della sorte, destinata a ripetersi ancora, quella della “ricchezza matrigna” che, piuttosto di nutrire tutti i suoi figli, ne vizia alcuni, ipertrofizzandone i corpi e le menti, e ne scarta altri, in un numero infinitamente più grande, vietando alla maggior parte dell’umanità il diritto elementare dell’esserci.

La scena con cui si apre la storia di Miriam è sempre molto attuale: il “primo” mondo è fatto di apparenza e di prepotenza, di smalto di superficie e di tanta sotterranea violenza. Un mondo dei pochi, dei potenti, degli eletti, degli aventi diritto senza limite su ogni cosa: sia di ordine economico che sociale od etico. A qualcuno è dato tutto, ai più è dato nulla, vale a dire: si devono nascondere. Lo scarto deve stare nella discarica.

Questo era il quadro storico dell’Egitto della metà del secondo millennio avanti Cristo, in pieno fulgore. L’opulenza è come un’orsa affamata che mai può saziarsi. Ed al ritmo con cui può ingoiare il superfluo, similmente produce tonnellate di scarti, di reietti, di inaccettabili e inestetici corpi da “oscurare” e da buttare.

Deporre, esporre, custodire

All’inizio della storia di Miriam c’è una rivolta contro questo spietato ordine del mondo: “non potendo più tenerlo nascosto, lo deposero”, decisero, cioè, di “esporlo”. Grande fu la provocazione della madre di Mosè che non temette di lanciare la sfida agli Egiziani che andavano a bagnarsi sul Nilo: “saranno costretti a vedere la vita innocente sommersa, sotto la coltre della loro ipocrisia”, si sarà detta in cuor suo. Il corpo dei poveri, dei deboli, dei violati, dei non aventi diritto di asilo.

Il cestello su cui la madre depone suo figlio è ben in mostra ed anche il suo vagito sarà sonoro nel pianto e nell’urlo. Non sarà possibile far finta di non sentire. Chiunque passerà di là dovrà prendere una decisione: o soffocare il suo lamento, o raccogliere la sua querela.

La sorella lo sa e per questo resta a vigilare il cestello, mentre la madre torna a casa.

 Il suo coraggio nasce da un legame ancor più forte di un cordone ombelicale: quello dell’amore “fraterno” verso ogni creatura impotente. Ma nasce anche dalla vocazione profonda di ogni essere umano: quella di essere solidale, di custodire, di prendersi cura dell’altro.

Una vocazione che per primo Caino aveva tradito: “Dov’è tuo fratello?” gli aveva chiesto il Signore il giorno in cui egli aveva ucciso Abele. “Non lo so. Sono forse il custode di mio fratello?” aveva risposto l’omicida (cf Gn 4,9).

Non così avrebbe risposto Miriam. Ma c’è ancora un sigillo a tenere la sorella vicino alla culla spalmata di bitume, sulle rive del Nilo: il dovere di vedere e testimoniare quanto sarebbe accaduto. Se fossero venuti a sopprimerlo, ella sarebbe stata testimone nell’accusa per quell’omicidio; se, invece, fosse stato raccolto, ella avrebbe collaborato a tale atto di giustizia e di misericordia.

 

Il capolavoro di Miriam

Es 2,5-8

Es 2,9-10

Meraviglioso diventa il destino del piccolo esposto, quasi un sogno impossibile a credersi. Ma la figlia dell’uomo che aveva decretato la morte, obietta contro le sue leggi, a favore della vita. Ed ecco che si introduce veloce e puntuale la sorella, quella che non aveva perso di vista neppure per un attimo il cestello deposto nel suo cuore! Per riscattare la vita, infatti, bisogna essere almeno in tre: chi la legittima (la figlia del Faraone), chi la nutre (la mamma di Mosè) e chi se ne prende cura (la sorella).

Quest’ultima è l’anello decisivo che unisce la madre ebrea e la madre (adottiva) egiziana.

Tre donne alleate nell’istintiva e dovuta difesa della vita, nell’amore assoluto verso una creatura appena venuta al mondo, unica dignitosa ratio di ogni codice di convivenza umana.

Sentimenti, gesti, decisioni, “obiezioni di coscienza” che si oppongono all’orrore di un potere che schiaccia e disprezza l’umanità. Atti di coraggio ed animi senza paura nel condividere l’impegno ed il rischio, purché non si sciupi la bellezza dei bambini. Una cordata di fedeltà, attesa, pazienza, fiducia verso ogni creatura. Un’arca di grazia e di com-passione: tutto questo custodisce una “sorella”. È il capolavoro di Miriam.

Rosanna Virgili

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