La Donna della Risurrezione

I quattro Vangeli concordano tutti su un dettaglio di vitale importanza che riguarda la mattina di Pasqua: nelle prime ore del giorno, quando era ancora buio, le donne andarono alla tomba di Gesù.

Gv. 20,1-18

 

I particolari su quella visita mat­tutina, variano da Vangelo a Vangelo, ma la presenza delle donne è un dato costante. Come avviene con la presenza delle donne alla crocifissione di Gesù, la tradizione non si pone domande su que­sta ulteriore dimostrazione di fedeltà da parte loro. La accetta semplicemen­te come una parte essenziale della storia della risurrezione.

L’episodio di Maria Maddalena nel cap. 20 di Gv. è il più dettagliato dei quattro racconti sulle donne al sepolcro di Gesù. Si divide in due scene:

  • 20,1-10: Maria alla tomba vuota.
  • 20,11-18: Maria e Gesù risorto.

Primo momento: I vv. 20,1-10 affermano che Maria è la prima testimone della tomba vuota. Quando vi giunge, lei vede che la pietra che chiudeva il sepolcro è stata fatta rotolare via (20,1). Si mette a correre e da la notizia a Pietro e al discepolo prediletto (20,2). Fa presente quella che sembra essere l’unica spiegazione logica dei fatti: qual­cuno ha portato via dalla tomba il corpo di Gesù e non lo si ritrova. L’angoscia di Maria rispecchia lo sconvolgimento del mondo per la tomba vuo­ta: ancora oggi tanti studiosi ed esegeti discutono su questo dato di fatto. Finché la comunità non incontra Gesù risorto non vi sono categorie con cui comprendere la tomba vuota

Sulla base delle parole di Maria, Pietro e il discepolo prediletto corrono al sepolcro (20,3-4), entrano all’interno (20,5-8), ma si conosce sol­tanto la reazione del discepolo che Gesù amava. Il v. 8 afferma che egli: «vi­de, e credette». La sua fede è soltanto agli inizi infatti il racconto prosegue dicendo che non sapevano ancora della risurrezione (20,9). I disce­poli maschi, come Maria, non trovano parole nelle loro esperienze preceden­ti per descrivere la tomba vuota. Maria ha reso testimonianza al mistero perfino nella sua angoscia, mentre Pietro e il discepolo prediletto sono ri­masti silenziosi e ritornano al loro mondo di paura.

Il Secondo momento (20,11-18) ha inizio con Maria che si ritrova di nuovo alla tomba, sola e in lacrime.

 

Lei non ha paura, lei ama e rimane fedele anche nel buio e nel non senso delle situazioni, anche quando tutto sembra smarrirsi e perdere significato.

Come Pietro e il discepolo prediletto prima di lei, ella ora si china a guardare nel sepolcro. Chinarsi,  in greco è un verbo che esprime l’attitudine di chi entra nel mistero, quasi a significare che Maria è sollecitata ad entrare nella fede, e ad accogliere la pasqua del Cristo, anche se non vede, anche se non comprende.

In questo suo chinarsi a guardare il sepolcro vuoto, Maria si sente interpellata da due angeli, che le dicono: «Donna, perché piangi?» (20,13). L’appellativo «donna» è lo stesso termine che sarà usato da Gesù risorto per parlare a Maria in 20,15. Gli Angeli chiamandola “Donna” richiamano la sua identità più profonda e Maria guardando la tomba vuota risente la voce del maestro quando a era entrata nella casa di Simone per ungere il corpo di Gesù (Lc.7,36-50).

La donna del profumo in Luca 7 entra in scena in veste di emarginata, esclu­sa dal mondo sociale, dal sistema religioso, dal banchetto, dalla tavola, dal dialogo. Essa non ha nome, cultura, prestigio, influsso, autorità e, sicuramente, non dispone neppure di molti mezzi economici. La donna del profumo ha soltanto l’ardire e l’audacia di sfidare le strut­ture più potenti della società del suo tempo. Essa è sola. È peccatrice e lo sa. Gode di cattiva reputazione e lo sa. Non fa assegnamento su alcun gruppo di appoggio; neppure la legge la protegge. Ingaggia la sua rischiosa battaglia solamente con quello che ha: la sua umanità e la sua tenerezza. È una donna forte, capace di amore disinteressato. E chi ama rischia per l’amato. Ed è questo che alla fa. Il poco che ha lo rischia per Gesù. Infrange le norme e si addentra in recinti strettamente proibiti per lei. Tiene fronte agli sguardi d’accusa degli invitati; sopporta il giudizio intransigente di Simone, l’umiliazione e il disprezzo di tutti. Non giustifica il suo gesto altamente ambiguo. Ella rischia tutto per il Maestro.

La donna del profumo, manifesta il suo amore e la sua riconoscenza verso Gesù, usando il linguaggio del corpo.

Le viene più facile esprimersi così che con un discorso ben preparato. Ella non ha bisogno di parole. Le bastano i suoi gesti di tenerezza: baciare i piedi di Gesù, bagnarli con le sue lacrime, asciugarli con i suoi capelli e ungerli con il suo profumo. Gesti arbitrari, insoliti, se si guardano con gli occhi della logica, della legge, degli strati sociali. Ma la tenerezza rifiuta di entrare nei parametri intellettuali, etici o sociali. La tene­rezza non si apprende dalla legge ma dal cuore, non si valuta dalla giustizia ma dal perdono; non si spiega a partire dal di fuori ma dal di dentro. Per questo Simone manca di tenerezza. Come tanti altri, forse anche come noi…

E che cosa fa Gesù? Qual è il suo atteggiamento verso la donna? Anche Gesù travalica le strutture oppressive ed emarginanti della sua società per concedere alla donna quella piena dignità che Simone – rap­presentante dei farisei – le ha senza motivo negato. Gesù accoglie il suo amore e la sua riconoscenza, ne accetta le carezze, ne aspira il profumo, la guarda, parla con lei faccia a faccia, ne loda il gesto, ne perdona i peccati e le ridona la pace del cuore.

La donna entrata senza dignità e senza sostegni nella casa del fariseo,  ne esce con il riconoscimento della sua nobiltà di cuore, con il perdono.

Incontrarsi con Gesù è sempre un punto di partenza, una finestra aperta al futuro, uno stimolo di speranza, per questo Maria cerca Gesù alla tomba vuota.

La risposta di Maria agli Angeli assomiglia all’annuncio iniziale fatto a Pietro e al discepolo pre­diletto (20,2), ma con un’importante differenza. In 20,13 le sue parole sono più personali, parla del «mio Signore»; dice «non so dove l’hanno posto». Sono parole dettate dal suo dolore di donna che aveva instaurato con Gesù una relazione personale di dono. Maria cerca il corpo che pochi giorni prima aveva bagnato col profumo del suo amore riconoscente.

Dopo aver risposto agli angeli, Maria si volta indietro e vede Gesù “stante” Questo verbo è intraducibile perché non significa che stava in piedi, ma indica una presenza, «ma non sapeva che fosse Gesù» (20,14). La con­versazione che ha luogo fra Gesù e Maria alla tomba è una delle scene più commoventi di tutta la Scrittura (20,15).

Gesù parla a Maria, ripete la domanda degli Angeli sul perché piange e ne aggiunge un’altra: «Chi cerchi?» (20,15). Queste sono le prime parole pro­nunciate da Gesù risorto. La domanda «Chi cerchi?» sono state anche le prime pa­role dette da Lui nel suo ministero quando i seguaci di Giovanni il Battista si avvi­cinarono ed Egli chiese loro: «Che cercate?» (1,38). La domanda è un invito che introduce uno dei segni del discepolato in Giovanni: cercare Gesù. La ripetizione di tale interrogativo nel cap.20 stabilisce continuità fra Maria e i primi discepoli di Gesù. Cercare Gesù dovrebbe essere l’anelito di tutta la nostra vita!

 

Le domande di Gesù a Maria non penetrano il suo dolore e la sua angoscia. Il suo mondo è determinato dall’apparente dura realtà della tomba vuo­ta, e così chiede aiuto al «custode del giardino». Fermiamoci a cogliere il significato di questo giardino. Certamente vi è un riferimento al Cantico dei Cantici dove la sposa scende nel giardino per incontrare lo sposo (Cant. C. 4,12 ss.) e al giardino dell’Eden (gen. 3,8ss), L’iconografia russa pone ai piedi del giardino del Golgota la tomba di Adamo, Gesù nuovo Adamo che riporta la sposa (l’umanità, rappresentata da Maria) nella sua piena dignità nel giardino delle origini per riallacciare la relazione di amore tra Dio e la sua creatura.

Maria presa dalla sua angoscia domanda: «Signore, se tu l’hai portato via, dim­mi dove l’hai deposto, e io lo prenderò» (20,15). Maria non ha ancora colto il significato della tomba vuota, perciò suppone che la soluzione del mistero del cadavere scomparso debba essere sotto il suo controllo. Se il giardiniere le indicasse ciò che ha bisogno di sa­pere, potrebbe risolvere la situazione. Anche noi, a volte, vogliamo avere tutto sotto controllo, anche Dio, e risolvere tutto. Questo testo, invece, ci invita ad inoltrarci nel mistero di Dio, spoglie, come la sposa si presenta allo sposo spoglia di ciò che fa parte del proprio passato, per aprirci a una relazione più profonda, al nuovo di Dio che è la risurrezione.

La parola che il “Giardiniere” pronuncia cambia la vita di Maria per sem­pre. Gesù Risorto la chiama per nome e all’udire il suo nome pronunciato dalla voce di lui, Maria si gira di nuovo, però ora non avvista più il giardiniere ma vede Gesù, il suo maestro (20,16).

Maria, come la sposa del Cantico, ha intuito l’essenza del mistero sponsale racchiuso nel suo nome pronunciato dal Risorto. L’amore sponsale nasce quando la Parola diventa Parola in me, diventa presenza, relazione, intimità, diventa dono e totalità.

Quando Maria ode la voce di Gesù Risorto, muta la sua prospettiva degli avvenimenti del giardino. Non vede più la tomba vuota come una manife­stazione di morte, ma come testimonianza del potere e delle possibilità della vita, diventa speranza di resurrezione. Ora la sua voce, la voce dell’Amato, chiama Maria a una nuova relazione a una nuova vita a una nuova missione.

La Missione diventa così per Maria l’impegno di prolungare nel suo essere sposa la vita di Gesù, annunciare il “…mistero nascosto dai secoli in Dio” (1Col. 1,26), e partecipare al suo progetto di salvezza.

Anche noi come la sposa, come la donna della risurrezione abbiamo ascoltato il nostro nome pronunciato da Gesù e abbiamo sigillato un patto di amore con la nostra consacrazione a Dio per la Missione.

 

La sponsalità a cui ci chiama il nostro voto di castità vissuta “con cuore indiviso”, ci radica in questa relazione di intimità e di vita perché “…ci rende libere, capaci di fare nostre le speranze e le tristezze dei fratelli e di spenderci generosamente perché essi trovino in Dio la pienezza di vita “ (Cost. 29).

La Missione diventa così, anche per noi, espressione della nostra sponsalità, della nostra fecondità, della nostra fedeltà.

 La nostra vita diventa prolungamento di quella di Gesù fino al dono totale, fino all’ultimo sì che ci introdurrà alla gioia dell’incontro: “(…) arrivò lo Sposo e le Vergini che erano pronte entrarono con Lui alle nozze…” (Mt. 25,10).

La parola di Gesù: «Ma va’ dai miei fratelli [e sorelle], e di’ loro: “Io salgo al Padre mio e Padre vostro, al Dio mio e Dio vostro“» (20,17) trasforma Maria da Sposa in Missionaria e Lei corre dai discepoli con la notizia: «Ho vi­sto il Signore!» (20,18). L’annuncio di Maria Maddalena della presenza di Gesù Risorto è il cuore del Vangelo di Pasqua. Il suo smarrimento di fronte alla tomba vuota è stato mutato in testimonianza di una notizia di gioia[1].

  • Maria è la prima donna risorta,
  • È la prima testimone della Pasqua:
  • È la prima a vedere Gesù Risorto,
  • È la prima a nar­rare agli altri ciò che ha visto
  • È la prima discepola di Gesù Risorto.

Per la riflessione e la preghiera:

  1. Rileggo il testo.
  2. Entro nel mistero
  3. Sto accanto alla tomba vuota.
    1. So chinarmi per entrare nel mistero?
  4. Ripercorro la mia relazione con Gesù:
    1. È una relazione di sposa?
  5. Ripercorro i momenti e i luoghi della mia chiamata:
    1. Risento il mio nome pronunciato da Gesù
  6. Il mio annuncio parte dall’esperienza della mia sponsalità?

[1] Consulta anche, ‘La donna del profumo’ Carnelitani, 2007

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