Rohingya, i “boat people” dimenticati dell’Asia

Non appaiono mai sui quotidiani, nessuna tv si occupa di loro, niente soccorsi in mare, nulla di nulla. Eppure anche loro stanno vivendo da anni uno dei drammi umanitari più pesanti del nostro tempo.

Sono i Rohingya, una minoranza etnica di origine indo-ariana di 900.000 unità, non riconosciuta dal governo, di religione musulmana ed originaria della Regione del Rakhine (dove sono circa un quarto della popolazione), sino agli anni Ottanta nota come Arakan, in Birmania, stretta fra il Golfo del Bengala ed il Bangladesh a nord: la loro presenza risalirebbe addirittura all’VIII secolo ed alcuni ritengono che siano gli antichi discendenti dei mercanti musulmani che si stabilirono nel Paese oltre mille anni fa.

Secondo le Nazioni Unite, ci sono altri ceppi di origine Rohingya anche in Arabia Saudita e Pakistan, oltre che in Bangladesh, ma è soprattutto in Birmania che rappresentano una delle minoranze più perseguitate al mondo.

Se, infatti, sino al XIX secolo avevano convissuto pacificamente con le popolazioni locali, dopo l’invasione dell’Arkan da parte dei Birmani e i successivi contrasti all’interno dell’ex Impero britannico, la situazione è andata peggiorando sino a quando, nel 1948, al momento della dichiarazione di Indipendenza, ai Rohingya non venne concesso il riconoscimento come “gruppo nazionale”. Un colpo durissimo a cui fece seguito, nel 1982, il diniego alla cittadinanza birmana, essendo considerati di origine… bangla!

Privati dei propri diritti fondamentali, secondo l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), oggi i Rohingya non hanno libertà di movimento all’interno della Birmania, non possono andare a scuola o curarsi negli ospedali del Paese, sono obbligati a non avere più di due figli e, come se non bastasse, non hanno diritto alla proprietà privata di terreni o abitazioni.

A peggiorare, se possibile, la situazione, nel giugno del 2012 la tensione è esplosa, dopo alcuni episodi di micro-criminalità che hanno coinvolto persone di etnia rohingya: la scintilla ha provocato i primi scontri fra i Rohingya e la maggioranza di religione buddista, che si è tradotta in ripetute violenze, provocate da veri e propri squadroni della morte che hanno portato a centinaia di vittime fra la minoranza.

Dopo che il governo birmano ha dichiarato lo stato d’emergenza, senza però di fatto intervenire in modo energico per far terminare le brutalità, i Rohingya hanno iniziato una vera e propria fuga di massa, cercando di abbandonare lo Stato di Rakhine per sottrarsi alle persecuzioni ed evitare di finire nelle mani di trafficanti e organizzazioni criminali.

Dietro il mancato intervento del governo di Naypyidaw, secondo quanto riportano diverse associazioni che operano in loco, ci sarebbe l’intenzione di sfruttare il nazionalismo della popolazione locale a maggioranza buddista per scacciare i Rohingya dalla regione: una vera e propria pulizia etnica strisciante e passata sotto silenzio, secondo l’organizzazione non governativa “Human Rights Watch” che si occupa della difesa dei diritti umani.

Navi Pillay, Alto Commissario ONU per i diritti umani, è intervenuta più volte per domandare una “indagine rapida, imparziale ed esaustiva” sulla condizione del popolo rohingya, per fare chiarezza sulle violenze e sui trasferimenti forzati, ma ottenendo scarso seguito da parte del governo birmano.

Ad oggi sarebbero non meno di 300.000 i Rohingya già fuggiti dalla Birmania verso i precari e sovraffollati campi profughi sorti in Bangladesh o lungo il confine con la Thailandia, mentre almeno altri 100.000, ai quali vien impedito di lasciare il Paese, vivrebbero stipati in campi controllati dalle autorità birmane: il più grande è alle porte di Sittwe, capitale della regione del Rakhine, dove migliaia di persone, per lo più donne e bambini, vivono nell’indigenza, potendo contare solo sugli aiuti dell’ONU e delle ONG.

E da qui è nata, nel 2015, l’emergenza rappresentata dai nuovi “boat people” che, pur di fuggire, divengono preda dei trafficanti che li caricano su imbarcazioni che a mala pena tengono il mare e li trainano verso le coste di Malesia e Indonesia, che, ovviamente, li respingono: le Nazioni Unite li quantificano in non meno di 150.000 persone, senza contare le centinaia già morte affogate durante i viaggi e di cui non vi è traccia…

Da anni, uno dei maggiori punti di approdo dei migranti, la Malesia, è preoccupata dell’impatto che una crisi umanitaria legata all’immigrazione potrebbe avere sul settore del commercio e del turismo. Secondo i dati forniti dal governo di Kuala Lumpur, il Paese ospiterebbe già 150.000 migranti stranieri, di cui 45.000 di etnia Rohingya, ma secondo molti si tratterebbe di dati sottostimati.

Anche l’Indonesia è uno dei Paesi di arrivo dei profughi e se, in passato, Giacarta aveva avuto una politica di apertura nei confronti dei migranti, ora il nuovo governo del presidente Joko Widodo ha rafforzato i controlli, temendo un esodo umanitario come quello verificatosi in Vietnam negli anni Settanta. Immediata conseguenza è stato il fatto che i trafficanti, pur di evitare l’arresto, hanno iniziato ad abbandonare alla deriva in mare le imbarcazioni stracolme di Rohingya, lasciandole alla mercé delle tempeste tropicali…

In mezzo, la Thailandia: da sempre uno dei poli della tratta di esseri umani nel sudest asiatico ed i trafficanti hanno spesso utilizzato gli immensi territori inospitali dell’interno come veri e propri “parcheggi” per i profughi, in attesa di smistarli in Malesia e Indonesia o altrove.

E il tutto mentre le violenze e le sopraffazioni sui profughi in fuga si moltiplicano: sfruttamento come lavoratori nelle piantagioni, stupri, omicidi di massa da parte di esponenti della criminalità locale che restano per lo più impuniti.

Ad aggravare la situazione, se mai ce ne fosse bisogno, anche il silenzio assordante della leader dell’opposizione birmana e premio Nobel per la Pace nel 1991 Aung San Suu Kyi, il cui partito ha vinto le elezioni del novembre 2015.

Non una parola, non un intervento in favore della comunità musulmana, nonostante sia stata a sua volta prigioniera politica della giunta militare: in un Paese dove gli equilibri politici e sociali sono ancora delicatissimi, prendere posizione a favore di una minoranza odiata dalla gran parte della popolazione potrebbe essere troppo rischioso ed impopolare?

Fabrizio Gaudio

 

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