Guarigioni e demoni

… tutte le informazioni più importanti gli antichi tendevano a metterle all’inizio, perché fossero una specie di cartina per orientarsi in quello che seguiva

Il senso del panorama (Marco 1-3)

Siamo abituati a leggere la Bibbia a pezzettini, più o meno lunghi come le letture della messa, e questo soprattutto con i vangeli. Così è più semplice andare in profondità, cogliere i particolari. Può però accadere che in tal modo non cogliamo i disegni più ampi, come se girassimo in una città che conosciamo bene, ma di cui, vedendola in foto dall’alto, intuiamo improvvisamente che cosa è vicino a che cosa.

Proviamo quindi a guardare dall’alto un vangelo. Il primo a essere stato scritto, quello di Marco. E di guardarne soprattutto l’inizio. Noi solitamente concentriamo alla fine (di un racconto, di una presentazione, di una barzelletta…) tutte le informazioni più importanti. Gli antichi no, tendevano a metterle all’inizio, perché fossero una specie di cartina per orientarsi in quello che seguiva: chi leggeva sapeva già che cosa, in ciò che veniva dopo, davvero era importante.

Al cuore del rapporto con Dio c’era un rapporto personale e di fiducia: ci si fidava del Battista, come segno di una fiducia che si voleva porre in Dio.

Un’intuizione di partenza

All’inizio c’è l’incontro con Giovanni Battista. Questi era un profeta dall’aspetto un po’ pazzo, che riprendeva un po’ di idee e immagini della religione ebraica più antica (il deserto, il Giordano, il vivere con pochissimo…) e invitava a rimettersi in sintonia con Dio, dopo aver cambiato stile di vita, con una celebrazione che non si faceva nel tempio, non ubbidiva a delle regole ben scritte nella Bibbia, ma passava da lui. Al cuore del rapporto con Dio c’era un rapporto personale e di fiducia: ci si fidava del Battista, come segno di una fiducia che si voleva porre in Dio. Non la certezza, magari illusoria, che viene dal sapere di aver rispettato delle regole, ma la parola promettente di un profeta. E di fronte a questo, Gesù si mette in movimento, ne viene sedotto, capisce che questo è davvero un Dio affascinante.

I vangeli ci presentano in tanti modi diversi questo incontro un po’ sorprendente, ma lasciano trasparire l’idea di un’intuizione. Gesù intuisce di avere con Dio un rapporto che è unico: “Tu sei il Figlio mio, l’amato” (Mc 1,11). È comprensibile che subito dopo Gesù si rifugi nel deserto, a digiunare e meditare, per capire un po’ bene che cosa gli è successo.

Il regno di Dio è il mondo così come Dio lo ha pensato, immaginato, sognato.

Un abbozzo di predicazione

Quando torna dal deserto, Gesù inizia a predicare. È la sua prima predicazione, e per certi versi è anche l’unica un po’ “generica”: altrove risponderà a polemiche, si impegnerà in parabole, ma sembra sempre in qualche modo reagire a delle provocazioni. Qui è solo lui che parla… e che cosa dice?

«Il tempo opportuno, l’occasione, si è riempita, si è maturata; il regno di Dio si è avvicinato: cambiate modo di pensare e credete alla bella notizia» (Mc 1,15). È come se ci fosse un frutto maturo, che adesso si può gustare appieno. E questo frutto è il “regno di Dio”. Un regno è dove comanda un re, che fa quello che vuole. Il regno di Dio è il mondo così come Dio lo ha pensato, immaginato, sognato. Nella storia Dio deve (vuole, in realtà!) scendere a patti con la libertà dell’uomo, ma se fosse solo per lui, farebbe così. Così come? Gesù non ce lo dice! Dice solo che dobbiamo cambiare testa (questo è il significato più profondo del “convertitevi”), trasformare il nostro modo di ragionare. Noi ci aspettiamo delle cose da Dio se solo gli daremo qualcosa, immaginiamo che castighi i malvagi e faccia vincere i buoni (chissà perché, ci sentiamo sempre tra i buoni che vinceranno!), ma Dio ci sorprende, non è come ce lo aspettiamo. Gesù invita a fare attenzione, perché questa novità sarà una bella notizia.

E poi? Che cosa ci spiega di più? Gesù smette di spiegare. O meglio, inizia a fare, che è un altro modo, molto più profondo e completo, di spiegare.

Gesù lo guarisce, e quell’indemoniato può tornare a vivere insieme agli altri, a essere uomo tra gli uomini (Mc 1,23-27).

Dei compagni e tante guarigioni

Dapprima chiama qualche discepolo (Mc 1,16-20). Fin dall’inizio, Gesù non sta da solo.

Poi inizia a guarire. Nella sinagoga dove si ferma a predicare c’è un indemoniato, una persona che sbraita e sbava e si strappa le vesti. Un pazzo, diremmo noi. E tanto noi come la gente di allora, davanti ad un pazzo, uno imprevedibile, ci spaventiamo, giriamo alla larga. Gesù lo guarisce, e quell’indemoniato può tornare a vivere insieme agli altri, a essere uomo tra gli uomini (Mc 1,23-27).

Poi Gesù si invita a casa di Simon Pietro, la cui suocera è malata, a letto. Anche lei Gesù guarisce, e lei subito si mette a servirli. Ci verrebbe quasi da sorridere, pensando che sarebbe stato meglio per la suocera di Pietro di aspettare il giorno dopo per guarire, così non avrebbe dovuto faticare tanto… Ma in realtà dimostreremmo di non aver capito. La culture in cui cresce Gesù è profondamente maschilista: la donna non poteva parlare in pubblico, non poteva possedere beni, non poteva uscire di casa se non accompagnata da un uomo della famiglia… L’unico luogo e momento in cui era lei al centro della comunità era quando ospitava in casa qualcuno. Lì il suo ruolo sociale poteva davvero esprimersi appieno… La donna che Gesù guarisce e che incomincia subito a servirlo, è proprio servendo che recupera la sua possibilità di essere donna tra gli uomini (Mc 1,29-31).

Viene poi un lebbroso a invocare Gesù. La lebbra era una malattia che, per regola religiosa, obbligava chi ne soffriva a vivere da solo, lontano dai paesi, ad annunciare da lontano il proprio arrivo perché tutti potessero nascondersi… Gesù lo guarisce e lo manda dai sacerdoti: non basterebbe guarirlo, c’è bisogno che i sacerdoti certifichino che può rientrare a vivere da uomo tra gli uomini (Mc 1,40-45).

A Gesù, evidentemente, non interessa che siamo in salute, ma che siamo capaci di vivere con gli altri. Viene a restituirci la capacità di vivere da esseri umani tra altri esseri umani.

Una guarigione sorprendente

Ovviamente la fama di Gesù si diffonde e tanti malati vengono a lui da ogni parte. A Cafarnao un giorno si raccoglie tanta gente che lui non riesce neppure più ad uscire di casa (Mc 2,1-12). Tra i tanti che vengono c’è anche un paralitico, portato in lettiga da quattro amici i quali, vedendo che non si riesce ad arrivare dal maestro, decidono di passare dai tetti bassi del Vicino Oriente antico, per raggiungere da lassù la casa dove è ospite Gesù, smontare il tetto di frasche e farlo calare direttamente nella sua stanza. Quanta disponibilità e fede! La reazione di Gesù è sorprendente: «Figlio, ti sono perdonati i peccati». Ma come? Non lo guarisce! Perché?

Proprio questo miracolo ci fa capire un po’ meglio quelli che precedono. Che cosa ha di diverso? Questo paralitico è malato come tanti altri, ma la malattia, per lui, non è un impedimento a vivere relazioni profonde con altri esseri umani. Ha quattro amici che faticano, si ingegnano, inventano soluzioni per lui; gli vogliono bene. E allora quella malattia non ha bisogno di essere eliminata. A Gesù, evidentemente, non interessa che siamo in salute, ma che siamo capaci di vivere con gli altri. Viene a restituirci la capacità di vivere da esseri umani tra altri esseri umani.

Gesù continua a guarire e sfidare leggi che impediscono di vivere pienamente insieme agli altri.

Rifiutandosi, in prima battuta, di guarire quel paralitico (che poi comunque se ne andrà da lì sulle sue gambe…), Gesù ci dice che l’importante è vivere appieno la vita, e che la vita piena è fatta di relazioni con altre persone. E suggerisce anche, tra l’altro, che il peccato potrebbe essere un impedimento altrettanto importante della lebbra o della pazzia per vivere con gli altri…

E i suoi discepoli?

Gesù continua a guarire e sfidare leggi che impediscono di vivere pienamente insieme agli altri. A un certo punto sembra ritenere che sia arrivato il momento giusto per istituzionalizzare una comunità di discepoli più stabile, i Dodici Apostoli (Mc 3,13-19). Dodici, come i patriarchi dell’Antico Testamento, che riassumevano in sé l’intero popolo d’Israele, perché devono essere un’immagine di tutti i cristiani. Il vangelo ci spiega anche quale sia il loro compito, ossia il compito di chiunque si dica cristiano.

Quello che Gesù chiede ai cristiani è allora semplicemente di stare con lui, per conoscerlo e farlo conoscere, e poi di eliminare tutto ciò che, nell’umanità, impedisce agli esseri umani di vivere in comunione con altri esseri umani.

I compiti in realtà sono due, anche se il secondo è ancora diviso in due. Innanzitutto, devono «stare con lui», devono vivere la relazione con Gesù, uomo tra gli uomini. Poi, vuole «mandarli», e li manda a fare due cose: «a predicare», cioè ad annunciare il regno di Dio e Gesù, e «a scacciare i demoni». A questo punto siamo un po’ perplessi. Stare con lui, volendo possiamo farlo; predicare, sia pure con i nostri limiti, anche. Ma come possiamo scacciare i demoni? Sembra impossibile, a meno che…

I demoni che Gesù ha scacciato finora nel vangelo sono, sotto forme diverse, gli ostacoli perché gli uomini vivano pienamente insieme agli altri uomini. Quello che Gesù chiede ai cristiani è allora semplicemente di stare con lui, per conoscerlo e farlo conoscere, e poi di eliminare tutto ciò che, nell’umanità, impedisce agli esseri umani di vivere in comunione con altri esseri umani. Questi sono i nostri demoni.

Angelo Fracchia

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