Tonino bello, “profeta della pace”

Quando morì, il 20 aprile del 1993, divorato da un cancro implacabile, “don” Tonino Bello (tutti continuavano a chiamarlo così, anche dopo che fu nominato vescovo) aveva solo 58 anni. Eppure, lasciava dietro di sé una eredità di cui ancora oggi la Chiesa italiana ed il pacifismo internazionale, più in generale, beneficiano.

Personaggio tutt’altro che facile e per nulla incline al compromesso, Antonio Bello nasce ad Alessano, in provincia di Lecce, il 18 marzo 1935. È figlio non solo di un maresciallo dei Carabinieri, che muore quando il figlio ha solo 5 anni, e di una fiera casalinga, ma soprattutto di una Puglia che ben conosce la fatica del viver quotidiano. Una terra che sperimenta la connivenza con la malavita, come ricorderà in una sua omelia: “Il lavoro di un manovale onesto vale più del lavoro di un chirurgo disonesto. Mi sembra già di vedere la fierezza dipingersi sul volto dei miei poveri”.

Entrato in seminario giovanissimo, è ordinato sacerdote ad appena 22 anni. Dopo una esperienza come assistente dei giovani seminaristi, a fine anni Settanta diventa parroco prima della chiesa del S. Cuore di Ugento e poi di quella di Tricase, nel Salento. Nel frattempo, è anche redattore del periodico “Vita Nostra” ed inizia a redigere i primi frammenti di quella che sarà la sua sterminata serie di scritti.

…uno dei suoi primi atti, che suscita grande scalpore, è quello di aprire il palazzo vescovile ad alcune famiglie sfrattate di Molfetta.

Se nel 1980 scrive alla Congregazione per i Vescovi, che lo vorrebbe già nominare pastore di una diocesi, chiedendo di rinunciare alla nomina per “insufficienza” e “indegnità”, nell’82 non può dire di no alla nuova richiesta; uno dei suoi primi atti, che suscita grande scalpore, è quello di aprire il palazzo vescovile ad alcune famiglie sfrattate di Molfetta. In seguito, all’interno dell’edificio, farà realizzare alcuni mini-appartamenti per ospitare “gli ultimi”. È anche al fianco di chi rischia di perdere il lavoro: memorabile è la sua visita a sorpresa agli operai delle acciaierie di Giovinazzo, in lotta per evitare la chiusura della fabbrica.

Moltissimi sono anche i suoi scritti religiosi e teologici, rivolti in particolare alla riscoperta della fede autentica: singolare è una breve nota del 1968 nella quale don Bello biasima una fede fatta di “tante piccole devozioni che ci immergono in una spiritualità chiusa, gretta, egoista e senza slanci”.

Inventa la definizione, felicissima, di “Chiesa del grembiule”: come spiega in un suo testo, “l’accostamento della stola con il grembiule a qualcuno potrà apparire un sacrilegio, eppure è l’unico paramento sacerdotale registrato nel Vangelo che, per la ‘messa solenne’ celebrata da Gesù nella notte del Giovedì Santo, non parla né di casule né di amitti, né di stole né di piviali. Parla solo di questo panno rozzo che il maestro si cinse ai fianchi” prima della lavanda dei piedi.

Dopo la nomina a Vescovo, don Tonino intensifica anche il suo impegno a favore della non violenza e fonda la “Casa della Pace” che oggi porta il suo nome.  Partecipa a Comiso alla marcia contro l’installazione degli “euromissili” nucleari Cruise in Sicilia, si batte contro il presidio degli aerei F16 a Gioia del Colle, chiede chiarezza sulla questione dei missili a medio raggio Jupiter ospitati negli anni Sessanta in Puglia, si schiera contro l’incremento delle spese militari ipotizzate dal Governo di Bettino Craxi: posizioni che gli comportano aspre critiche ed anche un richiamo del cardinal Ugo Poletti, presidente della CEI.

Ma don Tonino non si ferma: nel 1985 viene nominato Presidente nazionale di Pax Christi, succedendo a monsignor Bettazzi, e promuove nuove campagne per il disarmo, per l’obiezione di coscienza e per quella fiscale alle spese militari.

Ma don Tonino non si ferma: nel 1985 viene nominato Presidente nazionale di Pax Christi, succedendo a monsignor Bettazzi, e promuove nuove campagne per il disarmo, per l’obiezione di coscienza e per quella fiscale alle spese militari. In un’Arena di Verona gremita, durante uno storico Convegno sulla Pace, nel febbraio 1986, tiene un discorso indimenticabile, partendo dal versetto del Vangelo di Matteo “Beati gli operatori di pace”, urlando il suo “In piedi, dunque, costruttori di pace, e sarete chiamati Figli di Dio!”.

Con l’approssimarsi della Guerra del Golfo, quella di monsignor Bello rimane sino all’ultimo una delle poche, ed inascoltate, voci non violente, al punto che fu accusato addirittura di incitare alla diserzione.

Nella sua dedizione è, però, anche molto critico ed intransigente con chi pacifista lo è solo a giorni alterni: “Dobbiamo impegnarci in scelte di percorso, in tabelle di marcia: non possiamo parlare di pace indicando le tappe ultime e saltando le intermedie! Se non siamo capaci di piccoli perdoni quotidiani fra individuo e individuo, tra familiari, tra comunità e comunità… è tutto inutile!”.

Nel frattempo, scopre di essere gravemente malato: una presa di coscienza che, però, non lo ferma, anzi lo stimola a continuare nella sua missione con ancora maggiore slancio.

“Dobbiamo impegnarci in scelte di percorso, in tabelle di marcia: non possiamo parlare di pace indicando le tappe ultime e saltando le intermedie! Se non siamo capaci di piccoli perdoni quotidiani fra individuo e individuo, tra familiari, tra comunità e comunità… è tutto inutile!”.

Ed è con questo spirito che organizza quella che sarà la sua ultima missione: andare in una Sarajevo allo stremo, durante la Guerra in Jugoslavia. Malgrado molti lo sconsiglino, vista la pericolosità dell’impresa e il suo stato di salute, sono quasi 550 le persone che partono con lui da Ancona il 7 dicembre 1992, esponenti della società civile, pacifisti, non credenti, accomunati da un sogno che don Tonino riassume nel proprio discorso, tenuto in un cinema di Sarajevo, sotto le bombe: “Noi siamo qui, probabilmente allineati su questa grande idea, quella della nonviolenza attiva. Noi qui siamo venuti a portare un germe: un giorno fiorirà. Gli eserciti di domani saranno questi: uomini disarmati”.

I santi sono i grandi sognatori della Chiesa. E a questa categoria appartiene don Tonino”, ha dichiarato recentemente il vescovo di Ugento-Santa Maria di Leuca, Vito Angiuli: forse è anche grazie a loro e alla loro fede che il percorso iniziato 2000 anni fa continua ancora…

di FABRIZIO GAUDIO

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