Donne coraggiose che parlano con Gesù

Nei duemila anni di cristianesimo troviamo una infinità di donne che hanno parlato, scelto e agito con un coraggio da fare onta a chiunque. Cristo diede loro questo coraggio.

La condizione della donna non è mai stata facile, come appare tanto nell’Antico Testamento quanto nel Nuovo. Non lo è oggi nella nostra società. La causa non è imputabile sbrigativamente al cosiddetto “maschilismo”, oscura miseria culturale e morale e – Dio non voglia – irrecuperabile. Nei duemila anni di cristianesimo troviamo una infinità di donne che hanno parlato, scelto e agito con un coraggio da fare onta a chiunque. Cristo diede loro questo coraggio. Madre Teresa di Calcutta (1910-1997, canonizzata il 4.9.2016), Santa Teresa di Lisieux (1873-1897), Santa Francesca Saverio Cabrini (1850-1917), Santa Teresa Benedetta della Croce (1891-1942) e fino alle martiri dei primi secoli è un susseguirsi di donne che hanno accolto in sé il coraggio di Cristo. Nell’AT vi sono donne straordinarie che meritano rispetto, gratitudine, onore. Come Giuditta, come Giaele, la “maschia Giaele” (Manzoni), come la timida ma decisa Rut. L’esempio che sovrasta ogni altro è Maria, donna del sacrificio, dell’amore, della verità. “Donna del piano superiore” (Mons. Tonino Bello).

Nel NT troviamo figure delicate, attente, discrete. Mai troppo silenziose. Non perché chiacchierone, ma perché dotate di spirito critico. Una di queste è Maria di Magdala.

La prima testimone

Magdala era il suo luogo di origine, un villaggio presso il lago di Tiberiade. Gesù l’aveva liberata da “sette demoni” (Lc 8,2), cioè da una folla di spiriti malvagi e Maria lo seguì nelle sue peregrinazioni mettendosi al servizio suo e degli apostoli, con la sua devozione e i suoi beni, imitando altre donne che dovevano a loro volta, al Divino Maestro, la liberazione dalla possessione o la guarigione da malattie.

Ma è evidente dai testi che Maria di Magdala fu la prima persona a vedere il Risorto (Mt 28,9-10; Mc 16,9-11; Gv 20,16-18), la prima a credere nella sua Risurrezione e certamente la prima a portare agli apostoli la straordinaria notizia.

Maria di Magdala ricompare solo nelle narrazioni della passione di Cristo. Matteo, Marco e Luca la citano fra le donne che “avevano seguito Gesù dalla Galilea per servirlo” (Mt 27,55-56; Mc 15,40-41) e che avevano “osservato di lontano” la crocifissione sul Golgota (Lc 23,49). Ma Giovanni, che a differenza degli altri evangelisti fu testimone diretto della scena, precisa che Maria di Magdala stava, con la madre di Gesù e sua sorella, Maria di Cleofa, “presso la croce” (Gv 19,25). Sempre Maria di Magdala, accompagnata da “Maria, madre di Giuseppe” (Mc 15,47), fu presente alla sepoltura del Maestro, frettolosa perché stava calando la sera del sabato, in cui qualsiasi attività era vietata. All’alba del giorno successivo a quella solennità, Maria di Magdala tornò sul posto con una o più donne portando aromi con cui il cadavere avrebbe dovuto essere cosparso e trovò la tomba aperta e vuota (Mt 28,1-8). Non è importante stabilire se la donna e le sue compagne abbiano avuto un preciso messaggio celeste che annunciasse la Risurrezione di Cristo. Ma è evidente dai testi che Maria di Magdala fu la prima persona a vedere il Risorto (Mt 28,9-10; Mc 16,9-11; Gv 20,16-18), la prima a credere nella sua Risurrezione e certamente la prima a portare agli apostoli la straordinaria notizia.

Anche noi, come questa donna, lasciamo che il Cristo vada, che riempia il mondo della sua presenza, che porti ovunque “attraverso le nostre mani e i nostri piedi” (Madre Tecla Merlo)

La delicatezza del racconto di Giovanni infonde un senso di pace e di luce ben difficile da esprimere. Giotto, ad Assisi, in un meraviglioso affresco della Basilica inferiore di San Francesco, riesce a tradurre almeno in parte quell’atmosfera di dolore che via via si trasforma in gioia. Maria, ferma all’ingresso del sepolcro, piange. Questa scena del pianto manifesta la dolcezza della femminilità. Si trova in musica un’aria di Gaetano Donizetti, di rara bellezza, che fa dire alla protagonista: “All’afflitto è dolce il pianto, è la gioia che gli resta…” (Roberto Devereux, atto I). In questo pianto di Maria si trova tutto il pianto del mondo, di ogni tempo e di ogni latitudine. La donna guarda sconsolata quel sepolcro, indubbiamente e inesorabilmente vuoto. Ricorda un corpo che non c’è più. La scena ricorda la sposa del Cantico dei Cantici, che si mette alla ricerca dell’amato, incontra le guardie e le interroga; dopo averle oltrepassate trova l’amato, lo stringe e non vuole più lasciarlo (Ct 3,3-4). Ma Gesù risponde con il famosissimo Noli me tangere, “non mi trattenere”. Anche noi, come questa donna, lasciamo che il Cristo vada, che riempia il mondo della sua presenza, che porti ovunque “attraverso le nostre mani e i nostri piedi” (Madre Tecla Merlo) – anche nelle apparenze più strane, che forse ci sconvolgono – il messaggio di una novità capace di ridonare al mondo quella purezza che senza di Lui non può esserci. Convertirsi vuol dire, come insegna la donna di Magdala, piangere e non accogliere il Vangelo come lenitivo delle nostre coscienze, ma un pungolo che “ci faccia male”, facendoci abbracciare la causa dei poveri, cioè la giustizia di Dio.

A quella straniera, appartenente ad una nazione disprezzata dai Giudei, Egli annunciò il mistero del Cristo. A quella donna, venuta ad attingere acqua, Egli chiese da bere.

La donna di una nazione disprezzata

Il famoso racconto di Giovanni (4,1-30) ha per protagonista Gesù. Deuteragonista è una donna di Sicar, città della Samaria. Gesù la incontra al pozzo di Giacobbe presso cui, stanco del viaggio, siede. A quella straniera, appartenente ad una nazione disprezzata dai Giudei, Egli annunciò il mistero del Cristo. A quella donna, venuta ad attingere acqua, Egli chiese da bere. La donna non rifiutò ma, avendo riconosciuto in Lui un ebreo, gli chiese ironicamente come mai si abbassasse a domandare da bere ad una figlia del popolo samaritano al cui contatto gli Ebrei, che lo consideravano eretico e impuro come i pagani, ritenevano di contaminarsi.

Ma chi erano questi Samaritani? Gli abitanti della Samaria, parte Nord della Palestina. La capitale si chiamava Samaria ed era caduta in mano agli Assiri nel 722 a. C. Il popolo aveva iniziato a venerare gli idoli degli Assiri e i rapporti con gli Ebrei erano divenuti molto tesi. La frattura diventò insanabile con il passare del tempo e furono poi Gesù e i suoi apostoli che riportarono la pace tra le due fazioni.

Soltanto l’acqua che Gesù ha dato a questa donna è pura e dissetante. È un’acqua sorgiva che non solo permette di non avere “mai più sete”, ma di diventare a nostra volta acqua capace di dissetare la sete di verità, di libertà, di amore…

Gesù garantisce alla donna un’acqua che sola darà pace. La donna, che vorrebbe pace con se stessa e con gli altri – ha avuto una vita travagliata – invoca quest’acqua. Questa donna ci fa da specchio. La nostra vita è tutto un vagare da un pozzo all’altro e spesso ci si illude di spegnere la sete con mille sorsi di acqua non potabile. Nel nostro tempo la ricerca della vita più gratificante possibile si fa ossessiva, disperante: comprare e consumare, fare le esperienze più forti, guadagnare sempre di più. Il risultato? Insoddisfazione, nausea, noia.

Soltanto l’acqua che Gesù ha dato a questa donna è pura e dissetante. È un’acqua sorgiva che non solo permette di non avere “mai più sete”, ma di diventare a nostra volta acqua capace di dissetare la sete di verità, di libertà, di amore di tanta gente che incontriamo tra le pareti di casa, nella corsia dell’ospedale o per la strada, presso quel “pozzo di Giacobbe”, là dove Cristo, divino mendicante, chiede da bere e promette di dissetare.

di FRANCO CAREGLIO O.F.M. CONV.

Questo articolo è  stato pubblicato in Andare alle Genti

Se vuoi conoscere di più sulla nostra rivista, clicca qui

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *