Maria prima missionaria del Vangelo

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L’evangelista Luca (specialmente nei primi due capitoli del suo vangelo) è grande ammiratore di questi eventi e di questa protagonista, ne registra gli stupori, le iniziative di servizio, le sofferenze.

Una ragazza giovane e già tanto matura, intenta nella sua interiorità a coltivare il dialogo fiducioso con il suo Signore, ricevette un giorno un invito sconvolgente, che capovolgeva le attese che s’era andata man mano formando sul suo futuro. Le veniva richiesta l’accettazione di una maternità a prima vista gloriosa, ma che si sarebbe immediatamente manifestata carica di impegni e di sofferenza. Chi le parlava era messaggero ufficiale di Dio e la salutava con estrema ammirazione, per quella “grazia” di cui era riconosciuta “piena”. Perché così perfetta, Dio la sceglieva a portare al mondo Gesù, figlio dell’Altissimo, di Dio, e figlio di Davide. Maria accettò, impegnandosi a dare il suo contributo perché si facesse quel che Dio aveva detto. Accolse il Figlio con il riserbo trepidante della serva del Signore. L’evangelista Luca (specialmente nei primi due capitoli del suo vangelo) è grande ammiratore di questi eventi e di questa protagonista, ne registra gli stupori, le iniziative di servizio, le sofferenze. Matteo (nel capitolo primo) parla meno direttamente di questa donna, ma lascia indovinare i drammi che ha dovuto affrontare nella manifestazione del suo segreto allo sposo Giuseppe e poi nella difesa di quel figlio, che doveva preservare per il compimento della sua missione.

Non è esagerato dire che Dio ha voluto avere bisogno di lei per portare al mondo la salvezza. Lei diede la sua collaborazione nella maniera più naturale, essendo semplicemente se stessa: mamma attenta e consapevole, naturalissima nel suo comportamento, dimentica di sé nelle sue rinunce. La gioia degli anni benedetti, in cui colei che aveva visto il Figlio di Dio crescere in età, sapienza e grazia (Luca 2,52) aveva coltivato con Lui un ineffabile dialogo domestico, doveva interrompersi. I vangeli ci lasciano indovinare quale prezzo abbia avuto per la sua consapevolezza il momento del distacco. Una fine poetessa, Piera Paltro, commenta quel momento in modo delicatissimo: “Non gli gridasti dietro per farlo voltare. Andava nel tuo silenzio che sempre più denso lo sorreggeva d’amore”.

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Lei diede la sua collaborazione nella maniera più naturale, essendo semplicemente se stessa: mamma attenta e consapevole, naturalissima nel suo comportamento, dimentica di sé nelle sue rinunce.

Poi sembra scomparire, ma non tanto da non poter coinvolgere quel Figlio in un momento di strettezza per due sposi che rischiavano di coprirsi di ridicolo in quello che doveva essere il giorno più bello della loro vita (Gv 2,1-11). La madre sa che il Figlio può risolvere il problema, anche se non sa come, e agisce in doppia direzione: al Figlio segnala l’assenza del vino; ai servi dà un solo orientamento, che doveva essere valido nei secoli, per tutte le situazioni che ogni suo figlio avrebbe dovuto affrontare: “Qualunque cosa vi dica, fatela!”. I servi comprendono e da allora, ogni volta che un discepolo (Gesù non li chiamerà mai “servi” bensì “amici”) seguirà questo consiglio, sperimenterà la salvezza.

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... nella persona del discepolo, che è persona singola e rappresentativa a un tempo, vengono affidati alla Madre tutti coloro che nella sequela di Gesù diventeranno famiglia di Chiesa.

Si direbbe che Gesù accentui il distacco dalla mamma, perché quando gliela portano sul luogo della sua predicazione sembra non dare importanza ai legami di sangue che lo legano a lei (Mc 3,33-38), però è un’impressione da interpretare correttamente: il Maestro non lascia spazio a nessuna ombra che possa suggerire l’idea che “le cose del Padre suo” (Lc 2,49) possano essere intralciate da qualsivoglia elemento di disturbo. Ma è proprio questa la preoccupazione di questa donna, che resta nell’ombra per tutto il tempo del suo avvicinamento alla croce. E Gesù ricupera il clima d’interesse per quella donna, a cui lui deve tanto, nel momento supremo della sua vita. La scorge nei pressi del suo patibolo, icona struggente della fedeltà e partecipazione suprema alla volontà del Padre, e le dà (Gv 19,25-27) il grande incarico: nella persona del discepolo, che è persona singola e rappresentativa a un tempo, vengono affidati alla Madre tutti coloro che nella sequela di Gesù diventeranno famiglia di Chiesa. È il momento della consacrazione a un ufficio materno che durerà il tempo intero in cui esisterà la famiglia dei discepoli. L’attende un compito non meno gravido di responsabilità ma che è sostenuto dalla forza che l’atto creativo del Figlio porta con sé. Sembra di assistere a una nuova scena di annunciazione, ma questa volta Maria non ha nemmeno bisogno di pronunciare il “sì”. Tutto in lei col tempo è diventato servizio amoroso e il suo affetto materno si è dilatato a dimensioni che solo la paternità universale di Dio può misurare.

Sappiamo molto poco del tempo successivo, ma la scena che la vede nella residenza dei primi cristiani, a Gerusalemme, in attesa della discesa dello Spirito (nella pagina iniziale degli Atti degli Apostoli: 1,14) è quanto mai indicativa: la Madre tiene raccolti i discepoli del Figlio e li accompagna nella preparazione alla venuta dello Spirito. Quando lo Spirito discende su di loro, le notizie della Madre si arrestano. Sarà una molteplice tradizione ad offrirci notizie difficili da interpretare, ma tutto concorre nel far pensare che, attraverso Giovanni e i più vicini alla causa del Figlio Messia, la sua presenza discreta abbia esercitato un orientamento per le decisioni in favore della causa dell’Evangelo. E d’altra parte chi più di lei poteva interpretare e assecondare la presenza dello Spirito, divenuto presenza del Risorto mentre Egli sembra assente?

A Maria non viene rivolta la parola della missione. Non era necessaria, perché nessuna più di lei si sentiva inviata, nell’assoluta singolarità della sua esistenza, di totale servizio alla causa del Verbo: quella causa che era totalmente sua e che lei s’impegnava a trasmettere a tutti i suoi figli.

virgen-de-la-ternuraDa allora ella è Colei che mostra la strada, infondendo fiducia sulla possibilità di giungere alla meta

Colei che attende, nell’ombra, nella sofferenza, nella muta fiducia

Colei che accompagna, su un cammino spesso tormentato

Colei che consiglia, attingendo allo Spirito

Colei che offre ognuno di noi, insieme al sacrificio del Figlio

Colei che piange con noi, partecipe e consolatrice di tutte le nostre sofferenze

Colei che raccoglie in unità, valorizzando ogni tendenza verso il bene

Colei che impetra e ottiene il dono dello Spirito.

 

mons. GIUSEPPE GHIBERTI

Questo articolo è stato pubblicato nella rivista Andare alle Genti

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