AVVENTO: tempo di speranza

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L’angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: “Alzati, prendi il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò, perché Erode sta cercando il bambino per ucciderlo”(Mt 2,13-15)

Ancora una volta entriamo nell’Avvento, l’inizio di un nuovo anno liturgico. L’Avvento è la porta attraverso la quale ci introduciamo a celebrare i misteri cristiani, che ci donano la speranza, la rafforzano in noi, ci sostengono nel nostro modo di vivere e ci offrono il fondamento per trascorrere ogni giorno nella gioia e nella pace.

Nell’Avvento accogliamo l’invito a ravvivare anche la nostra fede, nella riscoperta festosa di un dono che ci è dato. Grazie ad esso noi crediamo che Dio ha mandato il Figlio suo per la nostra salvezza. È per questo che siamo invitati ad intensificare la nostra attesa orante in un tempo così prezioso come quello che precede il Natale.

Nell’attuale complesso panorama mondiale, in cui non è facile cogliere segnali incoraggianti, dove potremmo scoprire o che nome potremmo dare alla speranza?

Come guardare con gli occhi di Dio il fenomeno attuale degli spostamenti di intere masse umane?

Oggi, migliaia di persone lasciano le loro case, perché perseguitate per motivi di razza, di religione, di nazionalità, a causa di guerre assurde e feroci, portando con sé solo un briciolo di speranza di trovare qualcosa di meglio, una vita un po’più sicura e dignitosa. Come riconoscere nelle migliaia di rifugiati, che bussano alle nostre porte, degli autentici segni dei tempi?

Di fronte ai drammi e alle tragedie dei migranti e dei rifugiati, Papa Francesco invita a rispondere con misericordia ad una realtà che ci sfida e che non ci permette di correre il rischio fatale di lasciar passare sotto il nostro sguardo questo fenomeno nell’indifferenza e quindi nell’oblio.

Apriamo i nostri occhi per guardare le miserie del mondo, le ferite di tanti fratelli e sorelle privati della dignità, e sentiamoci provocati ad ascoltare il loro grido di aiuto. Le nostre mani stringano le loro mani, e tiriamoli a noi perché sentano il calore della nostra presenza, dell’amicizia e della fraternità. Che il loro grido diventi il nostro e insieme possiamo spezzare la barriera di indifferenza che spesso regna sovrana per nascondere l’ipocrisia e l’egoismo. ” (Misericordiae Vultus,15)

“Alzati, prendi il bambino e sua madre, fuggi in Egitto…”D’altra parte, tale fenomeno epocale ci riporta alla vita stessa di Gesù. Pochi giorni dopo la sua nascita i suoi genitori sono dovuti fuggire da Betlemme per salvargli la vita!

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barconi di migranti

Secondo il racconto di Matteo, i Magi era già ripartiti, quando Giuseppe, padre di Gesù, mentre dorme, in sogno riceve un messaggio perentorio. E’ un ordine quello dell’Angelo del Signore: gli comanda di prendere il bambino, sua madre Maria e di fuggire in Egitto.

E Giuseppe subito, senza nemmeno aspettare l’alba, prepara la fuga e, quella stessa notte, parte con la famiglia per l’Egitto. Certamente il poco tempo a sua disposizione non gli avrà permesso di dotarsi di molte risorse, oltre il minimo necessario, per affrontare il lungo viaggio e i primi giorni d’esilio. Il viaggio si prospettava senz’altro pericoloso, pieno di difficoltà e rischi, molto precario, ma tuttavia Giuseppe ha fede nella parola ricevuta da Dio, fa in fretta i preparativi e mette tutta la sua fiducia nel Signore.

La Sacra Famiglia in realtà nemmeno prova a modificare il piano dettato dal cielo. Eppure viene loro prospettato un viaggio a cui non avevano sicuramente mai pensato: l’Egitto? Non sarebbe meglio unirsi ai maghi e cercare rifugio nei loro paesi? L’Egitto? È una meta troppo lontana, non conoscono la strada, la lingua, le usanze di quella gente. In Egitto infatti non conoscono proprio nessuno! E non saranno troppi i rischi per il bambino in un paese così straniero? Come ci guadagneremo da vivere, chi ci aiuterà o ci potrà aprire una strada, in un paese dove non abbiamo né conoscenze, né amici?

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Aleppo, città martoriata dalla guerra

Ma essi, come molte persone ai giorni nostri, lasciano alle spalle tutto quello che hanno, il loro paese, le loro famiglie, le cose di loro appartenenza, tutto! Pur di salvare la loro famiglia.

Proprio come la Sacra Famiglia, anche oggi un mare di gente è in fuga dai conflitti in Siria, nel Mali, in Sudan, Nigeria, Somalia, Pakistan, Bangladesh…: una lista interminabile di luoghi di terrore, di dolore, di miseria; donne, bambini, uomini in fuga dalla violenza, dai genocidi, dalle bombe e dalle guerre che minacciano la loro vita.

I rifugiati vivono oggi un insieme di cose e di fatti vertiginosamente mutevoli, in una mescolanza confusa di esilio e di fuga, che ha il sapore e il colore di nuovi usi, nuovi costumi, nuove regole, nuove norme e tante difficoltà. Per molti di loro era già difficile la vita a casa, nel loro proprio paese d’origine. Immaginiamoci ora, in un posto nuovo, spaesati, senza contatti, quanto dovranno combattere per trovare le ragioni di una nuova speranza!

È per questo che anche noi all’inizio dell’Avvento siamo calorosamente invitati, anzi vogliamo fare nostra la richiesta, o meglio ancora l’esigenza, di spalancare i nostri cuori, di aprire le nostre porte agli immigranti. È ancora una volta lo stesso Papa Francesco a ricordarci che: “I migranti di oggi che soffrono il freddo, senza cibo e non possono entrare, non sentono l’accoglienza. A me piace tanto sentire quando vedo le nazioni, i governanti che aprono il cuore e aprono le porte! ” (Udienza Generale 16.03. 2016).

Che l’Avvento rappresenti il riaccendersi della speranza in tutti noi, perché possiamo scorgere con gratitudine la venuta di Dio nel nostro mondo e il manifestarsi della generosità di tanti uomini e donne. Allora nonostante le guerre e i conflitti, le ferite e le tragedie della vita faremo festa perché un Bambino a Betlemme ci è dato.

Un ragazzino seduto tra le macerie dopo un bombardamento presumibilmente da parte delle forze governative - Aleppo, 13 aprile 2015 (KARAM AL-MASRI/AFP/Getty Images)
Un ragazzino seduto tra le macerie dopo un bombardamento presumibilmente da parte delle forze governative

E vogliamo inoltre fare festa perché, nonostante le innegabili difficoltà e chiusure di una parte della popolazione, possiamo dire che ci sono molte mani che si aprono per fare proprie le necessità dei rifugiati che ogni giorno giungono nel nostro Paese. Tutti coloro che, direttamente o indirettamente, aiutano a sviluppare una autentica presa di coscienza di questo enorme fenomeno sociale, rappresentano una luce con cui si afferma che è possibile vivere in armonia, in una società che cessa di essere egoista e sa condividere ciò che ha con chi è nel bisogno.

E vogliamo fare festa anche per tutti gli sforzi di sensibilizzazione fatti dai nostri Istituti Religiosi e Missionari che hanno aperto le loro porte ai rifugiati, perché in questo Paese trovino non solo un tetto, ma il calore di un vero ambiente familiare.

La nostra missione trova allora davvero un significato profondo nell’Avvento, cammino verso la speranza, la gioia e la pace celebrate a Natale.

L’Avvento ora è vissuto in prima persona da ciascuno e da tanti dei nostri fratelli rifugiati. Ad ogni passo del loro esilio hanno conservato e continuano a mantenere nel profondo del loro cuore una fiammella di speranza: trovare il Re della pace. Essi sono in attesa di un ambiente accogliente e di una luce piena che solo il Bambino di Betlemme può dare loro. Preghiamo per loro e facciamo nostro il loro dolore, perché la loro realtà ci avvicina senz’altro al mistero del Natale.

Cerchiamo di essere come la Sacra Famiglia. Uomini in esilio, uomini che camminano, uomini che si fidano delle promesse di Dio, uomini e donne che non hanno perso la speranza in un domani migliore; uomini e donne in grado di attraversare i deserti, i mari della vita per raggiungere il germoglio della vera speranza che scaturisce dal Bambino Gesù. Perché Natale non è un ricordo, Natale è adesso. Apriamo i nostri cuori al mistero di Dio.

Costruiamo ponti che ci facciano sperimentare la gioia della venuta del nostro Salvatore, in armonia, pace e speranza, assieme ai nostri fratelli rifugiati.

Commissione GPIC- CIMI

P. Reynaldo Rodrigo Romàn Dìaz SVD

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