Va’ nella terra che io ti indicherò…

 

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La gioia di poter essere missionaria in Gibuti

Sono arrivata a Djibouti nel 2012, piena di zelo missionario e desiderosa di mettere in pratica tutto ciò che avevo imparato nei sei anni di preparazione alla missione. Non avrei mai pensato che un giorno mi sarei trovata in un Paese quasi completamente musulmano; così le parole che Dio ha rivolto ad Abramo sono diventate mie: “Lascia la tua terra, la tua tribù, la famiglia di tuo padre e va’ nella terra che io ti indicherò” (Gn 12,1).

Ricordo che, all’arrivo, scendendo dall’aereo, ho sentito un calore intollerabile, un sole cocente mi colpiva in faccia e mi sembrava di essere proprio in un forno! Questo non era certo simile ad una carezza! Ho respirato quell’aria calda, come una bambina al primo contatto con il mondo esterno, appena uscita dal grembo della sua mamma. Mi sono subito chiesta se ce l’avrei fatta con quel caldo! Però sapevo che quando Dio chiama non dimentica di dare anche una grazia speciale per superare le sfide.

Così da quel momento mi ha donato un cestino colmo di grazie che non si è mai esaurito. L’esperienza missionaria vissuta a Djibouti mi fa affermare con certezza che anche i cactus producono fiori nel deserto. Dico questo perché, all’inizio, ho trovato molte cose diverse rispetto al mio Paese di origine, il Kenya.

Lavoro come infermiera nell’ospedale di Ali Sabieh e per me questa è una grande opportunità che il Signore mi ha donato. Ogni giorno è unico ed è l’occasione per rinnovare il mio sì all’amore che mi si rivela attraverso ogni persona e ogni avvenimento. La giornata inizia con la chiamata dei nostri fratelli musulmani per la preghiera, questo mi invita a cominciare anch’io con la preghiera personale, per caricare la batteria del mio cuore. Cinque volte al giorno mi fanno ricordare che Dio è il più grande, con la loro espressione Allah akbar, come un invito costante alla preghiera.

Normalmente comincio il mio lavoro alle sette e mezzo del mattino, stimolata dal pensiero delle donne che anche quel giorno percorreranno lunghe distanze a piedi, con i loro figli, per poter usufruire dell’assistenza medica del nostro ospedale. La presenza di pazienti e di bambini che mi aspettano è il nuovo messaggio dell’amore di Dio per me e per il suo popolo.

grace2La prima cosa che faccio è un piccolo giro nelle camere per salutare i pazienti, ascoltarli e scambiare un semplice sorriso che dà speranza e fa sperimentare loro che sono accolti e amati. Madre Teresa di Calcutta ci insegna che “Ogni volta che si offre un sorriso ad una persona è un atto d’amore, un dono a quella persona”. Oltre all’aspetto medico-sanitario, dedico particolare cura all’ascolto di coloro che vogliono condividere con me i loro problemi e le loro angosce, di qualsiasi genere siano. Mi sento come una madre che si prende cura dei propri bimbi, non importa l’età, la fede o le loro origini… Sono consapevole che il Signore mi ha messo lì per loro. Questo mi rende felice e diventa il mio modo di annunciare loro Gesù Cristo.

Mi piace medicare le ferite dei pazienti ricoverati, lavoro che a molti infermieri non piace fare. In questo modo ho creato un rapporto profondo di fiducia con i malati, fino al punto che mi hanno dato un nuovo nome: alcuni mi chiamano “Khadija”, come la prima moglie del profeta Maometto, altri mi chiamano Madre Teresa. Per me il nome non è importante, quello che conta invece è l’Amore di Dio che posso offrire loro attraverso la cura, l’ascolto e la consolazione. Ho capito che la mia missione in questa terra ha il grande valore di una testimonianza. È ciò che siamo chiamate a vivere come Missionarie della Consolata in questa terra musulmana: assicurare la presenza viva del Vangelo non solo attraverso le diverse attività realizzate nella gioia, nel rispetto e nell’amore, ma anche mediante il nostro atteggiamento di ascolto umile, di dialogo e accoglienza verso tutti. I miei colleghi mi chiedono: “Grace, perché sei così premurosa con tutti anche se questo non è il tuo Paese e questa non è la tua gente?” La mia risposta è: “Perché desidero condividere con loro l’amore e la consolazione che Dio mi ha donato”.

Ogni momento per me è un’occasione per imparare tantissime cose da questo popolo. Però per amarlo veramente bisogna conoscere il suo ambiente, rispettare la sua fede, le sue convinzioni e la sua cultura. Solo così è possibile preparare il terreno fecondo per un dialogo vero e costruttivo, intessuto di speranza, condividendo sofferenze e lotte per costruire un futuro migliore.

La mia missione qui ed ora è per me un invito alla riconoscenza e alla gratitudine, è credere che l’amore di Dio ci spinge a scoprirlo oltre i confini della nostra fede cristiana. La croce di Gesù è ciò che mi purifica, mi sostiene e mi invita a porre la mia fiducia in Lui e nella Sua opera di salvezza.

suor Grace Mugambi, MC

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