Una rabbia trasformata in Nobel

L’incredibile storia di un uomo che nel 2014 vince il Nobel per la Pace, iniziando da un’arrabbiatura

Si trovava nel suo caotico ufficio, nella trafficatissima Nuova Delhi, quando apprese su Twitter di aver vinto il Nobel per la Pace 2014 insieme alla giovane pakistana Malala Yousafzai, paladina della lotta per il diritto all’istruzione femminile. Pochi minuti dopo, Kailash Satyarthi, sessantenne hindu, avrebbe ricevuto la telefonata ufficiale del Comitato del prestigioso premio. Niente di improvvisato: la sua storia di attivista comincia da molto lontano… “Quando avevo 11 anni, vedendo alcuni amici lasciare la scuola perché i loro genitori non potevano permettersi di pagare i libri di testo, mi sono molto arrabbiato. La maggior parte delle mie idee migliori è scaturita da situazioni di rabbia”. Nato nello Stato di Madhya Pradesh (India) nel 1954, da una famiglia di casta medio-alta, sin dall’infanzia Kailash Satyarthi è grande ammiratore del Mahatma Gandhi e della sua lotta non violenta per la libertà e l’uguaglianza, divenendone poi autentico interprete, come riconosciuto dallo stesso Comitato del Nobel, per aver dimostrato “grande coraggio personale, mantenendo la tradizione di Gandhi, guidando varie forme di protesta e dimostrazione, tutte pacifiche, contro il grave sfruttamento dei bambini a scopi finanziari”. “La rabbia dei miei 11 anni si è trasformata nell’idea di raccogliere libri usati e aiutare i bambini più poveri. Ho creato così una banca del libro, chiedendo ai miei compagni di scuola di raccogliere libri di testo e risparmi per offrire alle famiglie svantaggiate la possibilità di far studiare i propri figli. Non mi sono fermato. In seguito, ho co-fondato la più grande campagna al mondo promossa dalla società civile per l’educazione, ovvero la ‘Global Campaign for Education’. Essa ha contribuito a cambiare la mentalità nei confronti dell’istruzione, da una modalità caritativa a una modalità fondata sui diritti umani; inoltre, ha concretamente aiutato, negli ultimi 15 anni, a ridurre di metà il numero di bambini che non frequentano la scuola”.

kailash-satyarthi-pti_650x400_61439042267Nato Kailash Sharma, a 15 anni, in seguito ad un avvenimento che lo segna profondamente, sceglie di cambiare il cognome di famiglia: “Sono rimasto molto colpito nel sentire i leader della mia città parlare in maniera molto forte contro il sistema delle caste e l’‘intoccabilità’. Ispirato da questo, ho pensato che si doveva dare un esempio concreto e ho invitato questi leader a mangiare cibo cucinato e servito dalla comunità degli ‘intoccabili’. Ero così entusiasta, addirittura galvanizzato nel vedere che tutti accettavano di venire. Tutti gli ‘intoccabili’, tre donne e due uomini, avevano accettato di partecipare. Hanno indossato i loro abiti migliori e hanno portato nuovi utensili. Erano le 22 e nessuno dei leader si era presentato. Questo mi ha fatto di nuovo molto arrabbiare. Ero abbattuto ed esausto. Ho cercato di controllare le mie emozioni. Ma quando ho preso il primo boccone, sono scoppiato in lacrime. Improvvisamente ho sentito una mano sulla mia spalla. Era il tocco materno e consolante di una donna ‘intoccabile’. Mi ha detto: ‘Kailash, perché piangi? Hai fatto la tua parte. Hai mangiato il cibo cucinato da noi, cosa che non è mai accaduta a nostra memoria’. E ha aggiunto: ‘Oggi tu hai vinto’. E aveva ragione. Tornato a casa, poco dopo la mezzanotte, ho visto mia madre e alcune donne anziane piangere e supplicare perché avevano minacciato di sbattere fuori casta tutta la mia famiglia. Ma io ho deciso che l’intero sistema doveva diventare senza caste. Questo sarebbe stato possibile cominciando con il cambiare il cognome, perché in India la maggior parte dei nomi di famiglia sono nomi di casta. Così ho deciso di abbandonare il mio e mi sono chiamato Satyarthi, che significa, ‘cercatore di verità’. Quello è stato l’inizio della mia rabbia trasformativa”.

kailash_satyarthiNel 1980 Satyarthi fonda la BBA (“Bachpan Bachao Andolan”, che significa “Movimento per salvare i bambini”), prima organizzazione in India ad occuparsi della grave piaga del lavoro minorile e ad impegnarsi per il riscatto dei bambini sfruttati in vari tipi di industrie. Lui e i suoi collaboratori organizzano incursioni nelle fabbriche di mattoni e nei laboratori di tappeti dove i bambini, a volte con i loro genitori indebitati, sono spesso forzati a lavorare anche per decenni per restituire piccoli prestiti. Sovente accade che i debiti restino insoluti per i magri guadagni ottenuti e le persone condannate ad una vera e propria schiavitù senza fine. “Ogni volta che libero un bambino, un bambino che ha perso ogni speranza di tornare da sua madre, e vedo sul suo volto il primo sorriso della libertà; ogni volta che una madre che ha perso ogni speranza di rivedere il figlio o la figlia lo abbraccia di nuovo, e vedo la prima lacrima di gioia scendere sulla sua guancia… allora in tutto ciò intuisco uno scorcio di Dio. E questa è la mia più grande ispirazione”.

La BBA continua a lavorare senza posa per la difesa dei diritti dei bambini e fino ad oggi ne ha liberati 83.000 in 144 Paesi! Recentemente ha lanciato anche piani di riscatto per le ragazze vendute e forzate al matrimonio. Ha sempre accompagnato la liberazione dalla schiavitù con un indispensabile processo di reintegrazione sociale e con i suoi collaboratori ha creato centri di formazione in centinaia di villaggi, dove alle giovani vittime ormai libere è possibile esercitarsi in varie abilità e corsi di base.

Kailash Satyarthi vive a Nuova Delhi, con sua moglie, due figli e un numero imprecisato di bambini che la sua associazione ha tratto in salvo dalla schiavitù. Aveva appena 26 anni quando abbandonò la sua professione per occuparsi a tempo pieno della “sua causa”. “Per secoli ci hanno insegnato che la rabbia è un male, a controllarla e reprimerla. Ma mi chiedo perché. Rabbia è potere ed energia. Come può essere tradotta e sfruttata per creare un mondo più bello e migliore, più giusto ed equo? Se rimaniamo rinchiusi negli stretti confini del nostro egoismo, allora la rabbia si trasforma in odio, violenza, vendetta, distruzione. Ma se siamo capaci di rompere questi cerchi, la rabbia può trasformarsi in idea e azione. Possiamo infrangere questi confini, utilizzando la nostra compassione e sintonizzandoci, grazie a essa, con il mondo per renderlo migliore. Mi chiedo: perché non possiamo convertire la nostra rabbia in un bene più grande che riguardi tutta la società? Perché non usare la nostra rabbia per sfidare e cambiare i mali del mondo? È quello che ho cercato di fare”.

Alessandra Pulina, MC

Questo articolo è stato pubblicato su Andare alle Genti

Se vuoi conoscere di più sulla nostra rivista missionaria, clicca qui

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *