Rotte di speranza

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Dall’apello di Papa Francesco tanti gesti concreti di misericordia.

Sono ormai trascorsi molti mesi da quando Papa Francesco, richiamando l’attenzione sul dramma delle migliaia di persone costrette a lasciare i propri Paesi per fuggire alla guerra e alla fame, invitò parrocchie, comunità religiose, monasteri e santuari d’Europa “ad esprimere la concretezza del Vangelo e accogliere una famiglia di profughi”, come gesto in preparazione all’Anno Santo della Misericordia (Angelus del 6 settembre 2015). La risposta della Chiesa italiana ed europea non è mancata e continua ad offrire esempi di solidarietà concreta; in Italia, sulla base del Vademecum per l’accoglienza dei richiedenti asilo e rifugiati, stilato dalla CEI ad ottobre dell’anno scorso, si sono attivati percorsi, nel pieno rispetto della legislazione vigente, per sensibilizzare e responsabilizzare le varie componenti ecclesiali in vista dell’accoglienza dei profughi che giungono nel nostro Paese: corsi preparatori presso le comunità e i consigli pastorali, individuazione e messa a norma delle strutture di accoglienza, progetti di collaborazione con le istituzioni e creazione di una rete di operatori volontari.

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In Italia circa 1500 strutture ecclesiali offrono accoglienza ad oltre 22000 persone, in modi diversificati

Stando al Dossier informativo di Caritas Italiana, al 15 aprile 2016, 1500 strutture ecclesiali offrivano accoglienza ad oltre 22000 persone, in modi diversificati: la maggior parte è stata accolta in strutture convenzionate con le Prefetture, equiparate ai Centri di Accoglienza Straordinaria (il 63%); il 19% in strutture di seconda accoglienza, finalizzate a percorsi di inserimento socio-economico (cosiddette strutture SPRAR), a carico del Ministero dell’Interno; una parte è stata accolta nelle parrocchie (16%), grazie a fondi delle diocesi; una piccola percentuale (2%) da famiglie, grazie a fondi privati o diocesani. Si tratta comunque di cifre provvisorie, che saranno aggiornate ad un anno dall’appello del Pontefice.

Si potrà obiettare che questi sono numeri estremamente piccoli in confronto alle masse di persone che, dopo traghettamenti pericolosi organizzati da criminali, restano in attesa, in condizioni drammatiche, nei campi profughi sulle isole greche o ai confini con la Macedonia; o che esempi virtuosi di accoglienza non bastano a compensare scelte come la chiusura della rotta balcanica e l’accordo tra l’Unione Europea e la Turchia (che prevede che, dal 20 marzo, siano rimandate in Turchia – Paese che non riconosce la Convenzione di Ginevra sui rifugiati – quanti hanno compiuto come “migranti irregolari” la traversata dalle coste turche alle isole greche); o che singole iniziative non possono colmare l’assenza di una riposta congiunta e solidale da parte dell’Europa a quella che Papa Francesco, in visita al campo profughi di Lesbo il 16 aprile scorso, ha definito “la catastrofe umanitaria più grande dopo la seconda guerra mondiale”.

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Il progetto dei corridoi umanitari costituisce attualmente l’unica possibilità legale e sicura di ingresso in Italia, attraverso il rilascio di un visto umanitario.

Per quanto piccole, tuttavia, non sono insignificanti le iniziative intraprese per difendere la vita delle persone e il loro diritto alla sicurezza (che – occorrerebbe ricordare – è diritto inalienabile di ogni individuo e non solo degli abitanti di alcuni Stati). Tra queste iniziative mi sembra particolarmente degna di nota quella dei cosiddetti corridoi umanitari aperti dall’Italia, che costituiscono un progetto pilota – il primo in Europa – e dimostrano come solidarietà e sicurezza possano andare di pari passo. Frutto di un Protocollo d’intesa tra Ministero degli Affari Esteri e Ministero dell’Interno italiani, Comunità di Sant’Egidio, Federazione delle Chiese evangeliche in Italia e Chiese valdesi e metodiste,(che consente di presentare successivamente domanda di asilo) per persone in “condizioni di vulnerabilità”, per esempio famiglie con bambini piccoli, donne sole con bambini, anziani, malati o disabili, vittime di persecuzioni e torture.

La selezione e il rilascio dei visti umanitari seguono criteri di estrema accuratezza: in una prima fase vengono stilati, dalle ONG o altri organismi e associazioni (ecclesiali e non) che operano direttamente nei capi profughi, degli elenchi di potenziali beneficiari del progetto, che vengono, in una successiva fase, trasmessi alle autorità consolari italiane dei Paesi coinvolti, per permettere il controllo da parte del Ministero dell’Interno. Infine, i consolati italiani nei Paesi interessati rilasciano dei Visti con Validità Territoriale Limitata, per motivi umanitari.

Le organizzazioni promotrici (oltre a quelle sopra menzionate c’è la Comunità Papa Giovanni XXIII, attraverso il Corpo nonviolento di pace denominato “Operazione Colomba”, che opera nel campo profughi libanese di Tel Abbas) provvedono all’assistenza legale per i beneficiari dei visti, al finanziamento del viaggio in Italia, all’ospitalità e ad un percorso di integrazione nel nostro Paese, per cui l’iniziativa non comporta alcun costo per lo Stato italiano.

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La selezione e il rilascio dei visti umanitari seguono criteri di estrema accuratezza.

Il progetto prevede l’arrivo, in due fasi, di profughi – prevalentemente siriani – dal Libano (circa 600 persone), dal Marocco (150) e dall’Etiopia (250), per un totale di mille persone in 24 mesi.

In questo modo sono giunti in Italia due gruppi di profughi siriani (93 persone il 29 febbraio 2016 e 94 il 3 maggio), che sono stati successivamente accolti in diversi comuni: Bologna, Trento, Reggio Emilia, Aprilia, Roma… Nel Torinese, grazie alla collaborazione tra l’Ufficio Pastorale Migranti della Diocesi e la comunità della Parrocchia Santi Pietro e Paolo di Leinì – che ha messo a disposizione un appartamento e predisposto l’accoglienza ed un programma di integrazione – è stata accolta una famiglia di 10 persone, con due bimbi piccoli.

Questa iniziativa, che ha ricevuto il plauso di Papa Francesco, è un esempio di come la misericordia non sia sinonimo di generica compassione di fronte ad un disastro incontrollabile ma volontà di lottare perché il male che ha colpito queste persone possa essere arginato e vinto. I “corridoi umanitari” possono diventare il modello di risposte politiche solidali efficaci: a questo stanno lavorando alcuni europarlamentari (in particolare l’eurodeputata Cécile Kyenge) che si sono fatti promotori, attraverso una Risoluzione presso il Parlamento europeo, dell’iniziativa dei visti umanitari come canali legali di immigrazione.

Paola La Malfa

Questo articolo è stato pubblicato nella rivista Andare alle Genti, Luglio – Agosto

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