Un’altra importante “prima volta”

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L’ordinazione del primo sacerdote mongolo

Ritornando dopo tre anni in un luogo, è normale trovare novità. Si notano cambi in tante cose, nella città, nella gente… forse un po’ meno nel paesaggio. Mi rendo conto con sorpresa che la Mongolia ha cambiato molto rapidamente: in Ulaan Baatar, la capitale dove ho vissuto per vari anni, alcuni luoghi mi risultano completamente sconosciuti, molti edifici sono stati sostituiti da nuovi, le strade sono migliorate e… quasi non ci sono buche! Ci sono momenti in cui mi sento in un’altra città. Il cambio è così grande che persino coloro che sono rimasti sentono che si devono sforzare per riadattarsi.

12-fr-enkhe-receives-the-greeting-of-buddist-khambalam-dambajavPoco dopo il mio ritorno, un evento di grande singolarità si somma alla lista delle cose nuove, tanto per me come per coloro che sono in Mongolia da tempo: la prima ordinazione sacerdotale di un mongolo nella Chiesa Cattolica. Si, la Mongolia in vari modi dà la possibilità di avere molte e notevoli “prime volte”: la prima volta che si battezza un gruppo di mongoli, la prima volta che arriva una congregazione missionaria, la prima volta che si celebra la Messa in un certo luogo, la prima volta che una comunità celebra la Pasqua, la prima volta che si consacra un vescovo e ora, la prima volta che si ordina un sacerdote mongolo: Enkhe Baatar Joseph.

Ricordo come se fosse ieri quando Enkhe, appena finite le superiori, circa 12 anni fa, ha chiesto di entrare in seminario. Per tutti fu un’esperienza mista di gioia e preoccupazione, forse un poco più la seconda. Era molto giovane, appena 18 anni, i suoi genitori non erano cristiani e della sua famiglia solo sua sorella frequentava la Chiesa Cattolica. Ci chiedevamo: se sarà sacerdote, la sua famiglia lo appoggerà? E una società con un cristianesimo di solo 0,2% della popolazione, lo accetterà? In quel tempo solo c’erano 500 battezzati cattolici (10 anni dopo sono solo poco più del doppio). E la nostra Chiesa, sarà sufficiente matura per sostenere il suo sacerdote? Ma Enkhe si rende conto davvero di che cosa significa essere sacerdote?

05-prayer-during-the-rite-of-consacrationDal di fuori le cose si vedono sempre incomplete, non si può vedere quello che Dio opera nell’interiorità dell’altro. Quante volte non ci diamo neppure conto di quello che Dio fa in noi! In realtà, gli interrogativi che si presentavano non erano su Enkhe e sulla sua chiamata, erano piuttosto su Dio. Questa novità interpellava la nostra fede: possiamo credere che Dio fa parte anche di questa storia, di questo desiderio? E fu così che, come altre volte, sia come Chiesa che come singoli, fummo chiamati a fare un nuovo atto di fiducia: fiducia che Enkhe era veramente chiamato, fiducia che la Chiesa era sufficientemente matura per avere i propri leaders, e fiducia che è Dio chi guida i passi e i cammini di ciascuno.

Quando Enkhe comunicò alla famiglia la sua decisione di esser sacerdote trovò una grande opposizione, soprattutto da parte di sua madre, poiché egli era l’unico figlio maschio. La famiglia gli chiese di continuare gli studi ed avere una professione, questo gli avrebbe dato una certa sicurezza per il futuro, nel caso in cui, con il tempo, potesse cambiare idea. Questo, invece, per Enkhe significava aspettare, sentirsi chiamato e non poter rispondere, sentire un fuoco dentro e non poter correre. Senza accantonare il suo desiderio, accettò le condizioni della sua famiglia e si iscrisse a Biologia.

Durante questo tempo, nel silenzio e nella routine, continuava a crescere la sua relazione con Dio.

Enkhe racconta che all’inizio della sua chiamata, il desiderio era voler stare sempre con Dio, trascorrere la sua vita con Colui che gli dava tanto amor e gioia, e sentire che l’unico modo per realizzare questo era essere sacerdote.

09-bishop-wens-welcomes-the-newly-ordained-father-enkhePassa il tempo, matura e conosce di più la realtà della Chiesa in Mongolia, Enkhe sente che la sua chiamata era accompagnata da una missione, quella di annunciare al suo popolo questo amore di Dio che lui aveva avuto la fortuna di conoscere. E così Enkhe ripeteva nel suo cuore le parole del profeta Isaia: “Eccomi, Signore, mandami!” Il termine degli studi lo trovò con i suoi desideri rafforzati e con le sue intenzioni più profonde e più chiare. La famiglia, vedendolo sempre così determinato, accettò, e con la benedizione della sua Chiesa partì per la Corea del Sud, e lì entrò in seminario. Dopo otto anni di studio, lavoro e molta preghiera, ritorna alla sua cara terra per essere ordinato sacerdote.

L’ordinazione di Enkhe è stata una bellissima festa, di gioia profondamente sentita, di meraviglia e sorpresa. Credo che sia giusto dire che non è stata solo la festa di Enkhe, ma di tutta la Chiesa Cattolica Mongola, delle altre Chiese Cristiane qui presenti, dei fedeli buddisti, cioè: è stata la festa di tutto il popolo mongolo, perché l’ordinazione del primo sacerdote è il segno inconfondibile che Dio veramente abita nel cuore dei credenti. Significa che Dio ascolta i desideri della sua gente, che la chiama, la guida e la ama con un amore infinito. In Enkhe sacerdote, Dio abbraccia tutto il popolo mongolo e lo benedica con vita nuova.

Grazie, Padre Enkhe, per il tuo SI, per lasciarti guidare, per ascoltare la chiamata, per lasciarti amare da Dio.

suor Sandra Garay, MC

 

 

 

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