Il soffio vitale di un popolo

L’esperienza del Centro Culturale e Interreligioso IMC e MC di Maúa, Niassa, Mozambico

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Centro Studi Macua Xirima, Arte Macua: dipinto di Luìs Prisciliano

Oggi si parla molto di inculturazione e di interculturalità partendo da punti di vista diversi. Un missionario non è un antropologo animato da filantropia, ma è, anzitutto e soprattutto un discepolo di Gesù che vuole obbedire e dar compimento al suo mandato di fare suoi discepoli tutti i popoli della terra. È quanto cercano di attuare i Missionari e le Missionarie della Consolata fin da quando misero piede in terra mozambicana (1925).

Entrando in contatto con una popolazione, conoscendo la sua cultura e la sua lingua, da subito il missionario fa una meravigliosa costatazione: la gente parla del suo Dio, del suo percorso storico e riflessivo verso di lui. Incessantemente nei miti, nelle leggende, nei proverbi, nelle feste celebrative … il popolo narra le opere creatrici di Dio, dei suoi attributi terapeutici e delle sue norme etiche.

Il missionario, infatti, dando inizio al suo annuncio riconosce che Dio lì già sta di casa e vi sta da molto tempo. Il Padrone della messe ha preceduto il missionario. Prima di lui, Qualcuno/qualcuno (maiuscolo e minuscolo) ha ripulito/dissodato la machamba (il campo),  ha seminato buon seme che diede e continua a dare ottimi frutti. Se non vuole incorrere nell’errore che il Rabbino Gamaliele denunciava davanti ai suoi colleghi, di diventare nemici di Dio (Atti, 5,33-42), il missionario deve entrare in un dialogo serio e profondo con la religiosità di un popolo, con la sua teologia, non deve fare interculturalità antropologica, ma teologica. Dio ha preparato la strada al missionario, gli ha già dissodato il campo.

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P. Frizzi con una Missionaria della Consolata. Il dialogo e la collaborazione sono elementi fondamentali dell’esperienza del Centro Studi Macua Xirima.

Il primo lavoro del missionario non è quello di seminare, ma di raccogliere ciò che fu seminato da Dio e prodotto dall’inquietudine del cuore umano: quel seme, una volta raccolto e valutato dovrà essere fecondato dal Vangelo. Il missionario è in primo luogo un mietitore, solo in seguito diventerà seminatore.

Solo così la sua evangelizzazione evita di diventare colonialismo religioso, solo così è, fin dall’inizio evangelizzazione inculturata, o, meglio, interculturata, poiché si deve necessariamente interporre uno scambio di doni tra cultura evangelizzata e il Vangelo che si incultura.

L’evangelizzazione autentica non  è la recezione di un patrimonio, ma la celebrazione di un matrimonio, una simbiosi bipolare creatrice tra evangelizzazione e cultura di un popolo. Questa metodologia non è affatto moderna, è quella originaria di Gesù. Inviando i suoi discepoli ricorda loro in primo luogo che la messe è pronta e immensa, per questo li invia con il minimo necessario, cioè con l’essenziale (il Kerigma), poiché tutto il resto è già pronto e a disposizione per essere mietuto (cfr Lc 10, 1-24). È la stessa metodologia di Paolo all’areopago di Atene: dal teologico già esistente, ma allo stato latente, incubante e ricercato a tentoni al teologico allo stato patente  [chiaro ed evidente] e articolato nella pienezza del Vangelo.

Purtroppo questa metodologia fu abbastanza dimenticata nell’evangelizzazione moderna, condizionata come era dalle premesse dell’ideologia coloniale che, nella sua cecità etnocentrica pensava solo di dare e, praticamente, soltanto imponeva, creando povertà antropologica instancabilmente denunciata dagli stessi evangelizzati africani. Per questo motivo, dal Vaticano II, il missionario avverte la necessità di ricuperare parte del tempo perduto, parte del dialogo interculturale omesso, auspicando una Chiesa Locale matura e autentica, capace di cantare la pienezza del Vangelo con tutta quella creatività e vivacità che le offre la biosofia e la biosfera della sua religiosità originaria.

In conclusione, il binomio evangelizzazione e interculturalità è, per il missionario, in primo luogo un indicativo categorico ricettivo (mietere, raccogliere, ascoltare), in seguito un imperativo categorico operativo (seminare, evangelizzare), infine un optativo categorico evolutivo (Chiesa Locale di fede, speranza e carità autentica in cammino).

Sono queste le linee missionarie che guidarono i Missionari e le Missionarie della Consolata e con il tempo condussero le due famiglie consolatine a fare i seguenti passi concreti:

  1. a) studiare la lingua fino a conoscere riflessivamente la grammatica e infine comporre un dizionario abbastanza completo;
  2. b) preparare traduzioni a livello biblico (Bibbia), catechetico (Catechismo) e liturgico (Messale domenicale e libro di preghiere e canti
  3. c) creare gradualmente un Centro Studi Macua Xirima (CICMX) nella parrocchia di S. Luca, Maùa, Niassa. Questo Centro si impegnò:

(1) in primo luogo: a raccogliere materiale etnografico del popolo xirima come proverbi, racconti, indovinelli, riti terapeutici, riti di iniziazione;

(2) in secondo luogo a  cercare  mezzi per pubblicare una sintesi di tutto questo capitale culturale in un volume intitolato: Biosofia e Biosfera Xirima;

(3) in terzo luogo a promuovere  pure la produzione artistica xirima nel settore della pittura, della scultura e della musica affinché la sensibilità estetica xirima sia valorizzata e sia presente nell’evangelizzazione e nelle celebrazioni liturgiche;

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Arte Macua: l’interno di una Chiesa, decorato con argille naturali

(4) in quarto luogo a far conoscere la mondo-visione xirima con articoli pubblicati in riviste missionarie come Euntes Docete, Ad Gentes o in conferenze a livello accademico e internazionale;

(5) infine a organizzare corsi di lingua e di inserzione nella cultura xirima, che continuano fino a oggi.

Il CICMX ha le porte aperte a tutti coloro che desiderano conoscere di più il mondo culturale xirima e la Chiesa xirima.

I contatti con il centro sono possibili utilizzando il seguente indirizzo di posta elettronica: centroxirima@gmail.com

 

Padre Giuseppe Frizzi, Missionario della Consolata

2 commenti su “Il soffio vitale di un popolo”

  1. Grazie! Conosco personalmente questa esperienza ed è stata e continua a essere un dono immenso per la mia vita! Grazieeeeee!

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