L’altra riva

La vita ci spinge a passare all’altra riva, come i discepoli che – in questo viaggio – imparano a fidarsi del Signore anche nella tempesta.

Altra Riva png

«In quel medesimo giorno, venuta la sera, disse loro: “Passiamo all’altra riva”. E, congedata la folla, lo presero con sé, così com’era, nella barca. C’erano anche altre barche con lui. Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena. Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: “Maestro, non t’importa che siamo perduti?”. Si destò, minacciò il vento e disse al mare: “Taci, calmati!”. Il vento cessò e ci fu grande bonaccia. Poi disse loro: “Perché avete paura? Non avete ancora fede?”. E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: “Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?”».

(Mc 4, 35-41)

 

Questo brano di Vangelo ha accompagnato varie tappe della mia vita, a partire dall’entrata nella nostra Famiglia Religiosa Missionaria, nel 1988. Sentivo e sento la vocazione come una chiamata a passare all’altra riva, a muoversi da una condizione ad un’altra, da una prospettiva a un’altra, affrontando un viaggio che richiede fiducia, anzi, abbandono in Dio.

Anche oggi, guardando alla mia realtà e alla nostra realtà di Istituto Missionario e di Chiesa, la chiamata a passare all’altra riva mi pare quanto mai attuale e eloquente. Oggi, come ieri, Gesù ci invita a “muoverci”, ci chiama a un viaggio. Gli elementi costitutivi della scena presentata da Marco sono semplici ed essenziali: due rive, un lago, una barca, alcune persone, il vento.

 

Due rive: quella da lasciare e quella da raggiungere, eppure due rive che si ricongiungono formando il perimetro del lago.  C’è una riva da lasciare, non perché non sia buona, ma perché diviene punto di partenza per un “oltre”. Gesù, sulla riva del lago, aveva insegnato, aveva parlato in parabole. Improvvisamente, eccolo decidere di passare all’altra riva, a Gerasa, dove lo attendono non più le folle assetate del suo insegnamento, ma il rifiuto di chi, spaventato della sua capacità di liberare la vita, lo pregherà di andarsene (cf. Mt 5,1-16).

Eccole le due facce del Vangelo, le due sponde dello stesso lago, le due rive congiunte a formare l’unico perimetro che delimita le acque della vita in Cristo!

 

venezuelaUna barca di legno.  In mezzo al lago, la barca costruita a mano, che ha un triplice fine: mantenere a galla i pescatori, permettere loro di muoversi sulle acque, consentire loro di pescare. In altre parole, la barca è mediazione del rapporto tra le persone e le acque, tra noi e la vita, a volte serena a volte tempestosa. Una mediazione che sostiene, mantenendo le persone in relazione con l’acqua e l’aria, elementi ugualmente indispensabili alla vita; una mediazione che permette alle persone di muoversi, scivolando sulle acque sospinte dal vento, di prendere il largo per poi tornare a riva e ripartire, nel caratteristico ritmo diurno/notturno del pescatore; una mediazione che permette di pescare, ossia di trarre dalle acque l’alimento per la vita.

 

Un dormiente: sulla barca, i pescatori con Gesù, che dorme. Dorme, Gesù, mentre attorno a Lui, sul lago e nel cuore dei discepoli, si scatena il finimondo. Viene svegliato, Gesù, da una domanda carica di tutta l’angoscia di chi si sente abbandonato: «non ti importa che siamo perduti?». E’ l’apice della tempesta. Il sospetto, anzi, quasi la certezza che a Lui non importa nulla di me, di noi. Che in fin dei conti, Dio dorme e non vede. Terribile sospetto che rompe la fiducia… Nel cuore umano ecco dipingersi, a tinte sempre più marcate, l’immagine tremenda di un Dio che c’è, ma non si cura di noi. E’ il trionfo dello spirito che agita le acque. È il trionfo delle forze distruttrici della vita, quelle che a Gerasa riconosceranno in Gesù il Figlio dell’Altissimo, scongiurandolo di non tormentarle, quelle che si insinueranno nel cuore dei Geraseni inducendoli a pregare il Cristo di andarsene.

 

Colui a cui il vento e il mare obbediscono:  l’identità del dormiente. Un dormiente Signore di tutte le forze dell’universo, un dormiente che, svegliandosi, sa calmare, rappacificare… addormentare la tempesta, trasformandola in bonaccia. «Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Si addormenta la tempesta, si risvegliano le questioni fondamentali: A quale Dio crediamo? Quanto è attiva in noi l’immagine di un Dio al quale non importa che siamo perduti? Quanta fiducia riponiamo in Lui?

 

La nostra vita personale, comunitaria, di famiglia, di Istituto, di Chiesa può trovare in questo brano evangelico uno specchio nel quale riflettersi.

La nostra barca, formata da schemi e strutture mentali e materiali collaudate dal tempo e dall’esperienza, è uno strumento prezioso, non in se stesso ma in quanto ci permette di sostenerci sulle acque della vita, di muoverci verso altre rive e di cogliere dalla vita il Meglio, l’Alimento, il Pesce buono che ci nutre e che vogliamo condividere con tutti. La barca ha l’unico scopo di compiere queste finalità, e per compierle può e deve essere di volta in volta riparata, modificata, ristrutturata e anche cambiata. I pescherecci di oggi sono necessariamente diversi da quelli di 50 anni fa.

 

Il nostro peschereccio è cambiato e cambierà ancora. Diverse sono le acque in cui oggi si trova a navigare, diverse le situazioni sulle rive. Ma è lo stesso Vento a soffiare e sospingerci. E’ sempre Lui che ci invita a muoverci da una riva all’altra, senza paura di passare da Gerasa! Ed è sempre Lui, il Cristo, compagno di viaggio dormiente sul cuscino a poppa, Colui a cui appartiene la tempesta e la bonaccia, a porgerci ancora la domanda: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?».

Suor Simona Brambilla

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