Il principio e l’umano

Gesù si presentava spesso come colui che sembrava svendere la legge di Mosè, relativizzandola, attenuandola…

Rispetto a ciò che potremmo immaginare, Gesù prende raramente posizione riguardo al matrimonio; quando lo fa, è perché è chiamato in ballo dai suoi avversari.

Che in un caso sembrerebbero davvero aver architettato (o essersi trovato tra mano…) un inganno fantastico.

Una trappola astuta

All’inizio del capitolo 8 del vangelo secondo Giovanni veniamo a sapere che scribi e farisei, volendo evidentemente mettere ancora alla prova Gesù, gli portano un caso scottante. Una donna adultera, sorpresa sul fatto.

In tutti i tempi ci sono persone che, molto spesso in assoluta buona fede, intendono difendere i principi e si vedono per questo costretti a punire le persone. La ragione è evidente: se è vero che una legge è buona e giusta, va fatta rispettare. La si può motivare, si può invitare ed esortare a rispettarla, ma se poi viene violata, occorrono le pene. Altrimenti, ritengono, tutto viene messo sullo stesso piano, relativizzato, ossia svenduto.

Gesù si presentava spesso come colui che sembrava svendere la legge di Mosè, relativizzandola, attenuandola… Può darsi che i suoi avversari pensassero che così facendo si comportava da “populista”, che si faceva vedere buono soltanto perché non aveva responsabilità. E gli servono un piatto avvelenato.

Perché l’adulterio non era solo un peccato tra tanti: le violazioni contro il matrimonio, simbolo dell’amore di Dio per l’uomo, erano trattate in modo particolare duro. Chi veniva colto sul fatto doveva essere lapidato, la legge era chiara.

Quindi Gesù si trova di fronte a una scelta complicata: o condanna la donna, rispettando la legge ma giocandosi (così pensano) il favore della gente, oppure si mette contro Mosè, contro il volere di Dio. Chissà se è per questo che Gesù subito non risponde, mettendosi invece a scrivere per terra (da quando è stata scritta questa pagina, generazioni di commentatori si sono chiesti perché o che cosa scrivesse, e ancora ce lo chiediamo).

Gesù è vincitore: non si è spinto a dire che la legge di Mosè è inutile o dannosa, si è limitato a richiedere perfezione per chi giudica.

Una risposta altrettanto astuta

Di fronte all’insistenza dei suoi avversari, che forse pensavano di averlo messo all’angolo, Gesù finalmente alza la testa e reagisce con una delle risposte più fulminanti dei vangeli: «Chi è senza peccato, scagli la prima pietra» (Gv 8,7).

Parla solo della prima pietra, non è necessario che siano tutti perfetti. Ma sembra ricordare che l’umanità è soggetta all’inciampo, e chi ha bisogno di misericordia non può che invocare misericordia non solo per sé.

E mentre Gesù abbassa di nuovo la testa e riprende a scrivere sulla sabbia (l’unica volta nei vangeli in cui si dica che Gesù scrive: non poteva utilizzare un materiale più duraturo?), uno alla volta tutti se ne vanno, incominciando dai più anziani, ossia da coloro che, si poteva immaginare, avevano avuto più tempo per perfezionarsi, per arrivare alla pienezza di una vita senza peccato; ma anche coloro che, dall’alto della loro esperienza, sapevano che non si sarebbe trovato nessuno in grado di lanciare quel primo sasso.

Il giudizio del perfetto

Dopo un po’ sulla scena restano soltanto Gesù e la donna. Gesù è vincitore: non si è spinto a dire che la legge di Mosè è inutile o dannosa, si è limitato a richiedere perfezione per chi giudica. A ben vedere, gli avversari di Gesù avrebbero potuto accusarlo di non essere del tutto onesto: si può benissimo non essere perfetti pur sapendo che cosa sarebbe la perfezione, e non si può nascondere che il peso dei peccati è diverso, l’adulterio è un peccato ben grave. Ma intanto i suoi avversari sono spariti. In piazza, solo una donna colta in adulterio e Gesù. Il quale finalmente si alza in piedi, magari la guarda negli occhi: «Donna, e gli altri? Dove sono finiti? Nessuno ti ha condannata?». «Nessuno, Signore». Certo, nessuno può dirsi perfetto, non ci voleva molto a capirlo. Anche la donna, di sicuro, quando ha sentito quella condizione, poteva essersi sentita salva. A meno che…

Il principio non solo è salvo, ma è salvaguardato con ancora più decisione e durezza. Ma, nello stesso tempo, la persona è più importante, la sua vita sovrana, il suo animo in grado di decidersi per il bene in qualunque momento.

In realtà, a ben pensare, e i lettori del vangelo lo sanno bene, in quella piazza una persona senza peccato c’era. Fin dall’inizio. E adesso è ancora lì, davanti alla donna. Se Gesù volesse, la prima pietra è sua. «Neanch’io ti condanno».

Sembra di sentirli, tutti i tutori dell’ordine, che si scagliano contro tanto lassismo, relativismo, leggerezza: «In questo modo si viola la legge di Dio, che non viene più rispettata. Dispiace essere duri, ma è la condizione per salvaguardare il principio della fedeltà nel matrimonio. Se si inizia a perdonarne una, come si potrà poi difendere la legge buona?»

«Neanch’io ti condanno. Va’ e d’ora in poi non peccare più» (Gv 8,11). Ecco il secondo colpo di genio, che quasi non si nota, come nei fuoriclasse. Non peccare più. Con due frasi Gesù è riuscito a dire, insieme, che l’adulterio è peccato, che non è una leggerezza, che non è bene. Il principio non solo è salvo, ma è salvaguardato con ancora più decisione e durezza. Ma, nello stesso tempo, la persona è più importante, la sua vita sovrana, il suo animo in grado di decidersi per il bene in qualunque momento. Tu hai peccato, donna, non hai fatto il tuo bene, non è bene ciò che hai compiuto. Ma io non ti condanno. Solo, non peccare più, vivi nella pienezza, e sappi di essere stata accolta e perdonata comunque.

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La vicenda della figlia di Iefte (Giudici 11,29-40)

Il Vangelo ci invita al perdono, alla mitezza, alla pace, l’Antico Testamento, molto spesso, ci parla di guerre, di vendette, di condanne a morte, quindi è abbastanza diffusa la tendenza ad escluderlo dalla riflessione religiosa.

La vicenda della figlia di Iefte si colloca in un momento preciso della vita del popolo di Israele, tra l’uscita dall’Egitto e la prima Monarchia: il tempo del nomadismo. Si tratta di circa duecento anni in cui le dodici tribù di Israele si organizzarono con efficacia; ogni gruppo/tribù si dotò di un apparato militare e un gruppo di saggi, ed elesse una figura carismatica, il Giudice, che radunava in sé il potere legislativo, giudiziario ed esecutivo. Si trattava di un vero leader chiamato a guidare la propria tribù: in tempo di pace era una figura di garanzia fra le parti, ma in tempo di guerra diventava capo supremo dell’esercito.

Tra i molti giudici delle dodici tribù di Israele ne emerse uno, un uomo d’armi; il suo nome era Iefte; Iefte, da guerriero esperto attraversò Gàlaad e Manàsse, passò a Mizpa di Gàlaad e da Mizpa di Gàlaad raggiunse gli Ammoniti. Iefte fece voto al Signore e disse: «Se tu mi metti nelle mani gli Ammoniti, la persona che uscirà per prima dalle porte di casa mia per venirmi incontro, quando tornerò vittorioso dagli Ammoniti, sarà per il Signore e io l’offrirò in olocausto». Quindi Iefte raggiunse gli Ammoniti per combatterli e il Signore glieli mise nelle mani. Egli li sconfisse da Aroer fin verso Minnit, prendendo loro venti città, e fino ad Abel-Cheramin. Così gli Ammoniti furono umiliati davanti agli Israeliti.

Poi Iefte tornò a Mizpa, verso casa sua; ed ecco uscirgli incontro la figlia, con timpani e danze. Era l’unica figlia: non aveva altri figli, né altre figlie. Appena la vide, si stracciò le vesti e disse: «Figlia mia, tu mi hai rovinato! Anche tu sei con quelli che mi hanno reso infelice! Io ho dato la mia parola al Signore e non posso ritirarmi». Essa gli disse: «Padre mio, se hai dato parola al Signore, fa’ di me secondo quanto è uscito dalla tua bocca, perché il Signore ti ha concesso vendetta sugli Ammoniti, tuoi nemici». Quindi, la giovane disse al padre: «Mi sia concesso questo: lasciami libera, per due mesi, perché io vada errando per i monti a piangere la mia verginità, con le mie compagne». Egli le rispose: «Va’!», e la lasciò andare per due mesi. Essa se ne andò con le compagne e pianse sui monti la sua verginità. Alla fine dei due mesi tornò dal padre ed egli fece di lei quello che aveva promesso con voto. Essa non aveva conosciuto uomo; di qui venne in Israele questa usanza: ogni anno le fanciulle d’Israele vanno a piangere la figlia di Iefte, per quattro giorni.

Le Sacre Scritture parlano al nostro cuore e alla nostra volontà; ma, mentre le parole di Gesù ci appaiono, con immediata evidenza, buone e degne di essere accettate, spesso le parole dell’Antico Testamento suonano al nostro orecchio: forti, dure e lontane. Il Vangelo ci invita al perdono, alla mitezza, alla pace, l’Antico Testamento, molto spesso, ci parla di guerre, di vendette, di condanne a morte, quindi è abbastanza diffusa la tendenza ad escluderlo dalla riflessione religiosa. Salvo poi che nella nostra condotta pratica ci comportiamo come Iefte che, ignorante sulla volontà di Dio, immolò la sua unica figlia.

Là dove l’uomo si fa un’immagine di ‘dio’ secondo il proprio pensiero e i propri interessi, si predispongono le prime tracce del fondamentalismo, e, come conseguenza immediata, si giunge all’assassinio.

Abbiamo il dovere di confrontarci con tutta la parola di Dio, comprese le pagine più dure. La lettura di Iefte, come dice il biblista Paolo De Benedetti, fa da ”contravveleno a una concezione intimistico-spiritualista di Dio”.

Ci sconvolge l’episodio della figlia di Iefte, sacrificata dal padre per il voto fatto a Dio di offrirgli in sacrificio chi fosse uscito da casa sua al ritorno dalla vittoria sugli Ammoniti.

Nel sacrificio di Isacco è Dio che chiede il sacrificio che alla fine non si compie, mentre nel caso della sfortunata figlia di Iefte il sacrificio si compie e viene proposto da Iefte stesso.

Iefte, nella sua ignoranza, che proviene, possibilmente, da una vita intera dedicata alla guerra, si rivolge ad un dio che non è quello dell’Alleanza ma ad un dio fatto ad immagine e somiglianza dell’uomo, un dio che, secondo Iefte, avrebbe accettato lo scambio tra la vittoria ed una vita umana.

Là dove l’uomo si fa un’immagine di ‘dio’ secondo il proprio pensiero e i propri interessi, si predispongono le prime tracce del fondamentalismo, e, come conseguenza immediata, si giunge all’assassinio. E quale assassinio: la stessa figlia! Nel nome di questo dio inferiore, che assomiglia molto all’uomo, non si può esitare nemmeno nella distruzione del proprio popolo, della propria gente, dei propri stessi cari… .

I fatti di cronaca di tutti i giorni parlano di questi fatti, dove il braccio armato del terrorismo internazionale immola i suoi stessi figli, raccontano la stessa drammatica vicenda. C’è un piccolo uomo con una coscienza piccola ed un dio assetato di sangue.

Il fatto è che questi ‘dei’ prodotti dall’uomo sono potentissimi; parlano e convincono le menti al successo e alla prevaricazione, alla violenza e al potere. Sono i frutti della estensione della coscienza malata dell’uomo. Mi pare di vedere molta attualità nella vicenda religiosa di Iefte, uomo che non sa niente di Dio, del suo amore, della sua misericordia, della sua tenerezza ma lo immagina così come è fatto lui: un dio grande, che può tutto, sta sopra gli uomini, vede, scruta, un dio esigente.

Iefte non ha conosciuto una vera esperienza di fede e di apertura al trascendente, ma una semplice esperienza religiosa verso un dio frutto della sua coscienza: si tratta di una esperienza religiosa bugiarda eppure tanto comune oggi nella nostra società.

L’ignoranza su Dio crea divinità mostruose assetate di sangue. L’ignoranza su Dio uccide la propria discendenza. L’ignoranza su Dio arma la propria mano contro il fratello, l’ignoranza su Dio è discriminante ed egoista.

La dove un uomo o una donna totalmente dediti al lavoro, al successo alla scalata sociale, dove un uomo e una donna, spezzano il proprio tempo al guadagno e ai soldi, inevitabilmente il loro Dio diventa un dio inferiore ed è di lui che parleranno ai loro figli…

Oggi, dove la comunicazione è efficace e velocissima, dove un’infarinatura generale sulle “cose della religione” è facilmente fruibile dalla T.V. dai libri e da internet, rischiamo di essere come Iefte, certo non assassini cruenti ma mortificatori delle speranze delle persone e in particolare dei giovani.

La dove un uomo o una donna totalmente dediti al lavoro, al successo alla scalata sociale, dove un uomo e una donna, spezzano il proprio tempo al guadagno e ai soldi, inevitabilmente il loro Dio diventa un dio inferiore ed è di lui che parleranno ai loro figli: un ‘dio’ piccolo, peggio se di carta come il denaro. C’è una forma di “omicidio” incruento della gioventù oggi, quando ad essi viene consegnato un dio identificato con cianfrusaglie: telefonini, computer, cose, cose, cose. Una caricatura del divino che non riempie il cuore e la vita…

Preghiamo il salmo 115

L’unico vero Dio

O Dio Tu sei l’unico Dio!

Gli idoli delle genti sono argento e oro, opera delle mani dell’uomo.

Hanno bocca e non parlano, hanno occhi e non vedono, hanno orecchi e non odono, hanno narici e non odorano.

Hanno mani e non palpano, hanno piedi e non camminano;

dalla gola non emettono suoni. Sia come loro chi li fabbrica e chiunque in essi confida. Israele confida nel Signore: egli è loro aiuto e loro scudo.

Confida nel Signore, chiunque lo teme: egli è loro aiuto e loro scudo. Vi renda fecondi il Signore, voi e i vostri figli. Noi, i viventi, benediciamo il Signore ora e sempre. Amen

sr. Renata Conti MC

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Come in principio

Proprio il rimando di Gesù al “principio” è illuminante. Gesù non ragiona in termini di legge, non si chiede se una cosa sia lecita o no. Vede invece nel progetto iniziale di Dio la sua intenzione più limpida e chiara.

Secondo i vangeli Gesù rimanda esplicitamente ai primi capitoli di Genesi quando lo vengono ad interrogare riguardo a una questione che era discussa tra i rabbini del suo tempo: in quali casi è lecito ripudiare la propria moglie (Mt 19, 3-9)?

Contesto

Il vangelo dice che dei farisei si avvicinano a Gesù “per metterlo alla prova”. Non è detto che l’intenzione fosse del tutto cattiva. Di fatto, il modo con cui entrano nel discorso assomiglia moltissimo a come i rabbini impostavano i loro confronti. L’abitudine non era di porre direttamente la domanda, ma di arrivarci da lontano: la persona colta avrebbe già capito dove portava il discorso e sarebbe arrivata direttamente al dunque. Insomma, provano a vedere se Gesù può ragionare con un dottore della legge alla pari.

Può anche darsi che l’intenzione fosse invece più cattiva: Gesù si era presentato in veste molto misericordiosa, guarendo molti (Mt 19,1-2), e forse vogliono costringerlo a prendere una posizione su una questione controversa, mettendosi così inevitabilmente contro qualcuno, qualunque cosa dica.

La questione

Il tema era effettivamente dibattuto. Secondo la legge ebraica, qualora il marito trovasse nella moglie qualche motivo di lamentela, poteva ripudiarla e la donna avrebbe dovuto tornare alla casa di suo padre, a patto che questi la riaccogliesse. (Non era però una possibilità concessa alla donna). Si discuteva su quale motivo fosse sufficiente per il ripudio.

Piuttosto, negando il ripudio Gesù prende le difese della parte che in quel legame, con quelle norme, era la più debole, ossia la donna.

Gesù, che aveva la fama di essere molto lassista nell’applicazione della legge, per una volta la rende più dura: in principio quella legge non c’era, Dio ha deciso di unire l’uomo e la donna per sempre, ed è solo la cattiveria dell’uomo ad aver spinto Mosè a introdurre quella norma. Il matrimonio è per sempre, e un secondo matrimonio è quindi un adulterio.

Il principio

Proprio il rimando di Gesù al “principio” è illuminante. Gesù non ragiona in termini di legge, non si chiede se una cosa sia lecita o no. Vede invece nel progetto iniziale di Dio la sua intenzione più limpida e chiara. Dio ha fatto le cose bene, per far vivere bene l’uomo, e se l’uomo ha modificato le indicazioni di Dio non può che vivere male. Per migliorare la propria condizione l’uomo deve semplicemente tornare a comportarsi secondo ciò che Dio ha progettato all’inizio. A essere importante non è innanzi tutto rispettare Dio e la sua volontà, ma vivere bene, e questo è possibile se si segue ciò che Dio ha sognato per l’uomo fin dall’inizio.

Non è difficile vedere che, negando la possibilità di un divorzio, Gesù non ha voluto imporre un’altra legge dura e intollerabile (altrimenti anche lui si sarebbe esposto alla critica che muove ai dottori della legge: «Caricate gli uomini di pesi insopportabili, e quei pesi voi non li toccate nemmeno con un dito!»: Lc 11,46). Quando Gesù si trova di fronte a persone che non sono state capaci di vivere all’altezza della legge, non le condanna, pur richiamandole a vivere secondo la legge, perché fa vivere bene (basti pensare all’adultera che salva dalla lapidazione: Gv 8,3-11). Piuttosto, negando il ripudio Gesù prende le difese della parte che in quel legame, con quelle norme, era la più debole, ossia la donna.

Il regno di Dio

Ma l’episodio in realtà non è finito. I discepoli di Gesù, infatti, iniziano a scuotere la testa: «Se questa è la situazione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi» (Mt 19,10). Certo, se penso che con il matrimonio acquisto uno strumento per la gestione della casa, e scopro di non potermene liberare quando inizia a guastarsi, non mi conviene fare quella spesa. Ma Gesù invita esattamente a guardare al matrimonio non come a un contratto conveniente, ma come a un legame personale, a una condivisione profonda e totale della propria vita, che può anche vedersi complicata da malattie, situazioni faticose, incidenti di vita, ma non può essere cancellata.

Gesù invita esattamente a guardare al matrimonio non come a un contratto conveniente, ma come a un legame personale, a una condivisione profonda e totale della propria vita, che può anche vedersi complicata da malattie, situazioni faticose, incidenti di vita, ma non può essere cancellata.

E infatti Gesù, rispondendo ai discepoli, ammette che si poteva trattare di qualcosa di difficile da capire. In quel mondo, in quella cultura, la donna non aveva autonomia, ed è comprensibile che si fatichi a capire che invece quell’autonomia ce l’ha, la deve avere, deve essere incontrata come persona.

E per provare a farsi capire ricorre a un esempio che forse anche nella storia della nostra chiesa, nell’intenzione di allargarne il senso, è stato un po’ stravolto: «Vi sono eunuchi che sono nati così dal grembo della madre, e ve ne sono altri che sono stati resi tali dagli uomini, e ve ne sono altri ancora che si sono resi tali per il regno dei cieli» (Mt 19,12). Oggi ci è normale pensare che questa frase parli di coloro che non si sposano, ma sarebbe un’idea abbastanza strana, dal momento che Gesù sta cercando di chiarire la sua idea di matrimonio.

È evidente che Gesù vuole dire altro. Chi è eunuco non può unirsi a una donna. E questo può succedere per limiti congeniti o provocati dagli uomini. Oppure anche per altri motivi, per “il regno dei cieli”. Questo regno dei cieli è il mondo, la vita, così come l’ha sognata Dio, come l’ha progettata lui. È la vita ideale per gli uomini, che da Dio sono stati creati. Magari una vita non spontanea, non proprio come ci verrebbe naturalmente, ma la migliore vita possibile per l’uomo.

Non si tratta, dice Gesù, di una prigione, di una punizione, di un impoverimento, ma di vivere secondo il regno di Dio, di condurre l’esistenza progettata da Dio per gli esseri umani, di vivere nella gioia piena per la quale siamo stati creati.

Chi è libero può guardare le donne intorno a sé, può fare loro la corte e cercare di conquistarle (il punto di vista è del maschio, ma potremmo serenamente completarlo, oggi, applicandolo anche alle donne). Una volta che sia sposato, però, dovrebbe diventare come eunuco per le altre donne, non le può più cercare. Non si tratta, dice Gesù, di una prigione, di una punizione, di un impoverimento, ma di vivere secondo il regno di Dio, di condurre l’esistenza progettata da Dio per gli esseri umani, di vivere nella gioia piena per la quale siamo stati creati.

Non è da tutti capirlo, ammette Gesù. Ma chi lo capisce, vive già in un anticipo di paradiso.

Angelo Fracchia

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Amore e Missione

Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze. Questi precetti che oggi ti do, ti stiano fissi nel cuore…te li legherai alla mano come un segno…

“Mettimi come sigillo sul tuo cuore, Come sigillo sul tuo braccio; Perché forte come la morte è l’amore.” Cantico dei cantici 8, 6

Premessa:

Vorrei invitarvi a contemplare il quadretto che ci offre il Cantico dei Cantici 8,6 per scorgervi alcuni tratti caratteristici della nostra consacrazione per la Missione.

Il testo è un poema nuziale che canta la bellezza dell’amore donato e ricevuto, un amore che trova il suo compimento nel dono totale di sé fino alla morte. È un Cantico inclusivo di tutta la persona perché l’amore vero coinvolge tutto l’essere: corpo, sentimenti, intimità, anima e lo proietta verso l’infinito, nella ricerca dell’assoluto, del Dio solo.

Scopriamo il testo

Il versetto 6 del cap. 8 del Cantico dei Cantici si riferisce allo Shemà Israel, al comandamento più importante della legge di Israele. In Deuteronomio 6,6-8a leggiamo:

“Ascolta Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze. Questi precetti che oggi ti do, ti stiano fissi nel cuore…te li legherai alla mano come un segno…”.

Ed anche in Proverbi (3,3): “Bontà e fedeltà non ti abbandonino; legale attorno al tuo collo, scrivile sulla tavola del tuo cuore….

La Sposa del Cantico dei Cantici chiede allo Sposo di metterla come sigillo sul suo cuore (il sigillo è un marchio indelebile che aderisce e non si cancella più). Chiede di farla partecipe della sua intimità, di confermarla nella fedeltà, di immergerla nella sua volontà, di renderla una cosa sola con Lui; implora di legarla al suo braccio perché possa tenerla sempre davanti agli occhi come sempre deve essere presente lo Shemà a Israele “… ti saranno come un pendaglio tra i tuoi occhi e li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte” (Dt. 6,8b).

La Sposa domanda allo Sposo di renderla partecipe del suo mistero, di identificarla con il suo progetto e di sostenerla nella sua fedeltà.

In nessuna parte il Cantico aveva ancora definito l’amore con termini tanto intensi e belli come lo fa in questo versetto (8,6) in cui descrive la sua forza incontenibile, il suo carattere ineluttabile, il suo valore senza pari.

Rileggendo questo testo alla luce della nostra realtà di Donne consacrate per la missione con “un dono di intima amicizia e di comunione feconda, nella partecipazione al suo amore per il Padre e per l’umanità” (ET 13-15) possiamo capire la portata, la profondità e la carica di amore che ci è richiesta e alla quale abbiamo aderito con il nostro si incondizionato nella consacrazione religiosa missionaria.

Questo è l’Amore a cui siamo chiamate, un amore la cui misura è non aver misura alcuna! Amore sulla misura di quello di Gesù, il Figlio, che non si lascia scoraggiare dall’indifferenza, né vincere dalla meschinità o dal tradimento.

Guardando a Gesù percepiamo che il suo cuore ha un solo battito: il Padre e in Lui il suo Regno per questo ha scelto un amore che tutto sa perdere nella donazione di se stesso, poiché sceglie di prendere su di sé le tenebre del mondo e di sommergerle nell’oceano infinito della sua Tenerezza, nel fuoco della sua Passione per salvare ciò che era perduto e donare la Vita vera facendola scaturire dalla stessa morte.

Questo è l’Amore a cui siamo chiamate, un amore la cui misura è non aver misura alcuna! Amore sulla misura di quello di Gesù, il Figlio, che non si lascia scoraggiare dall’indifferenza, né vincere dalla meschinità o dal tradimento.

Siamo chiamate a un amore che è collaudato nel sacrificio, nella sofferenza, nella dimenticanza di sé, un amore che supera la tentazione della facilità, dello scansare gli ostacoli, dell’evitare le scelte difficili e impegnative, anche dolorose.

È un amore che non cede alla tentazione di adagiarsi, un amore che sa di aver bisogno sempre di purificazione per de-centralizzarsi, evitando pretese ed esigenze o l’egoistica ricerca di sé, il “possedere” l’altro/a come proprio… È un amore che lascia da parte “calcoli prudenti”, un amore che è fuoco e dono di noi stesse.

È la croce che assicura la fecondità dell’amore, non dimentichiamolo! E allora nasce la gioia, quella vera.

Un amore che dà tutto e chiede tutto, come quello di Gesù che a Cana celebra quella Vita che sul Calvario è donata senza riserve, fino all’ultima goccia di sangue. Fedele, fino alla fine. “Li amò sino alla fine” ci dice Giovanni (13,1). Gesù diminuisce, diventa debolezza senza limiti nel suo annientamento, ma nessun tradimento gli impedisce d’amare. Si mette nelle nostre mani. Spinge la fedeltà dell’amore fino alla fine, fino alla follia della Croce, alla follia dell’amore che si consegna senza misure…. Potremo noi cercare altri mezzi per vivere la Missione?

È la croce che assicura la fecondità dell’amore, non dimentichiamolo! E allora nasce la gioia, quella vera.

Anche Maria, la Madre del dolore, ritta ai piedi della croce, non tenta di dissuadere Gesù affinché si allontani dal cammino del calvario e non fugge impaurita, Lei, la Discepola che guardava ogni cosa nel suo cuore (Lc.2,51) che rimane fedele ai piedi del Crocifisso e che assume la stessa Passione del Servo sofferente, ci insegni la fedeltà fino alla fine, rimanendo vicino al Suo Figlio e a coloro che anche oggi sono crocifissi; ci insegni a riconoscere il Suo volto nei tanti volti sfigurati, superando nell’amore lo scandalo della Croce e la tentazione di cercare altre strade, diverse da quelle che Gesù ha scelto.

Abbiamo il coraggio di fare quello che Lui ci dirà? (cfr.Gv.2,5) O siamo troppo “nell’ordinario”? Se amiamo chi ci ama, che cosa facciamo di straordinario? (Mt.5, 46). Siamo segni di un modo diverso di vivere e di essere o siamo diventate innocue e tiepide, e il nostro fuoco riscalda poco? La nostra presenza pone domande, inquieta, oppure…non dà fastidio a nessuno?

Anche noi, come la Sposa del Cantico, con la consacrazione per la missione, abbiamo voluto immergerci nel cuore di Cristo, in quel cuore che ci è stato rivelato sulla croce: “Venuti poi da Gesù, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati gli colpì il fianco con la lancia e subito ne uscì sangue e acqua” (Gv. 19,33).

Anche noi abbiamo assunto di partecipare alla sua passione d’amore per l’umanità, un amore che è forte come la morte.

La fedeltà a questo impegno richiede una risposta di amore intenso, incondizionato, richiede in noi lo sviluppo di energie capaci di donazione totale, di amore fino al martirio, fino al dono di tutte noi stesse a Gesù e alla Missione.

La fedeltà è una dimensione propria del cuore femminile, che sa stare accanto allo Sposo fin sotto la Croce, come Maria che ai piedi del Cristo Crocifisso genera l’umanità nuova ed accoglie nel suo cuore di Donna e di Madre il pianto e le angosce delle donne e degli uomini di tutti i tempi.

La fedeltà è una dimensione propria del cuore femminile, che sa stare accanto allo Sposo fin sotto la Croce, come Maria che ai piedi del Cristo Crocifisso genera l’umanità nuova ed accoglie nel suo cuore di Donna e di Madre il pianto e le angosce delle donne e degli uomini di tutti i tempi.

L’amore sponsale, in questo testo, ha la dimensione del dono di sé, del sacrificio della propria vita come sigillo di un amore che coinvolge tutte le energie umane e spirituali dell’essere. Assomiglia al dono di Gesù sulla Croce che offre tutto se stesso per l’umanità che ha redenta con il suo proprio sangue.

L’amore è forte come la morte: cosa suscita in me quest’affermazione?

Essere poste come sigillo sul Cuore del Figlio Crocifisso Risorto significa essere donne appassionate, protese verso un unico amore; significa essere donne vigilanti, in attesa del giorno nuovo nella certezza che il mistero si compie; significa partecipare pienamente dell’itinerario pasquale di Gesù: “Nel giorno dopo il sabato, Maria di Magdala si recò al sepolcro, di buon mattino, quand’era ancora buio (…) Gesù le disse: Maria essa allora voltatasi verso di Lui disse in ebraico Rabbunì che significa Maestro!, Gesù le disse: “…va dai miei fratelli e dì loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro (Gv. 20,17)”. Maria, come la sposa del Cantico, ha intuito l’essenza del mistero sponsale racchiuso nel suo nome pronunciato dal Risorto, mistero sponsale che la coinvolge nella missione stessa di Cristo: “…va dai miei fratelli e dì loro…”

La Missione diventa così per Maria l’impegno di prolungare nel suo essere sposa la vita di Gesù, annunciare il “…mistero nascosto dai secoli in Dio” (1Col. 1,26), e partecipare al suo progetto di salvezza.

Anche noi come la sposa del Cantico abbiamo sigillato un patto di amore con la nostra consacrazione a Dio per la Missione. La sponsalità a cui ci chiama la nostra consacrazione vissuta “con cuore indiviso”, ci radica nel nostro dono di vita perché “…ci rende libere, capaci di fare nostre le speranze e le tristezze dei fratelli e di spenderci generosamente perché essi trovino in Dio la pienezza di vita ” (GS,1; Doc. Aparecida). La Missione diventa così, anche per noi, espressione della nostra sponsalità, della nostra fecondità, della nostra fedeltà. La nostra vita diventa prolungamento di quella di Gesù fino al dono totale, fino all’ultimo sì che ci introdurrà alla gioia dell’incontro: “(…) Arrivò lo Sposo e le Vergini che erano pronte entrarono con Lui alle nozze…” (Mt. 25,10).

La Missione diventa così per Maria l’impegno di prolungare nel suo essere sposa la vita di Gesù, annunciare il “…mistero nascosto dai secoli in Dio” (1Col. 1,26), e partecipare al suo progetto di salvezza.

Spunti di riflessione

Quando ripenso a queste realtà quali energie sento palpitare in me? Cosa significa per me essere posta come sigillo sul cuore di Cristo Sposo?

Oggi si parla di tempo di martirio, di tempo in cui è richiesta una presa di posizione di fronte al dilagare di una mentalità di disimpegno e di temporaneità, cosa mi dicono le parole: sponsalità, fedeltà, sigillo, amore forte come la morte?

Rivisito il mio dono sponsale, cosa sento in me?

So trovare spazi di intimità, di adorazione, di preghiera?

Cosa palpita in me?

Sr. Renata Conti MC

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Il primo assassino

Iniziare a diffidare di Dio porta a non riconoscere più il fratello come fratello.

I primi tre capitoli della Genesi presentano l’immagine dell’uomo così come è pensata dai saggi religiosi di Israele. In questa presentazione spesso si taglia fuori il quarto capitolo, che pure è come una conseguenza.

L’essere umano era nella piena comunione con Dio, ne ha diffidato e ha iniziato a diffidare innanzi tutto della donna, “osso delle mie ossa” che gli era accanto. Ma le conseguenze della sfiducia non finiscono lì, hanno portato alla frattura tra Dio e la natura (Gen 3,17) e conducono alla stessa sfiducia tra fratelli, che sfocerà nel primo omicidio. Iniziare a diffidare di Dio porta a non riconoscere più il fratello come fratello.

Ma quel capitolo, come spesso succede, è ancora più ricco e profondo di quanto non sembri.

Antefatto

L’Israele che scrive la Genesi è un popolo sedentario, che però continua a rimpiangere i tempi antichi in cui era pastore e nomade. Quindi, quando parla dei nomadi, pastori, raccoglitori e cacciatori, li guarda con una certa simpatia, mentre se pensa ai costruttori di città, artigiani e coltivatori, li sente più infidi.

Questo serve a dire che già nella presentazione dei personaggi, ci si aspetta che Caino sia il cattivo. La sensazione (sbagliata) che il racconto sia “ingenuo” come i vecchi western prosegue nei versetti 3-5: Dio “gradisce” l’offerta di Abele e non quella di Caino: perché?

Il lettore moderno si chiede perché Dio sia così ingiusto. Ma in realtà è una domanda che si fa anche il lettore antico, è un interrogativo che il narratore vuole che ci facciamo, per scomodarci, per costringerci a prendere posizione. Un po’ come, nel vangelo di Luca, la parabola del padre buono (o del figliol prodigo: Lc 15,11-32), dove è l’ultima parte a non finire, a dare fastidio e a essere il cuore della parabola: che cosa farà il fratello maggiore? È il lettore a doverlo decidere, e la parabola vuole proprio rivolgersi ai “fratelli maggiori” della chiesa, sicuramente buoni e a posto ma chiamati a porsi con Dio in un rapporto non di schiavitù.

In fondo, ancora una volta la colpa di Caino è in prima battuta di sfiducia: non si fida di Dio, non crede che l’attenzione di Dio per l’offerta di Abele possa unirsi a una simile (ma diversa) attenzione di Dio verso di lui.

Anche qui, la domanda passa al lettore, che in fondo si può identificare con Caino: perché Dio dovrebbe accettare un’offerta e non l’altra? Verrebbe addirittura da dire che è colpa di Dio se Caino ha ucciso Abele. A leggere in profondità, si può però notare quanto di questo capitolo sia giocato sui dialoghi. Solo un personaggio non parla, ed è Abele; e Dio parla solo a Caino. Insomma, il racconto pare dire che Dio privilegia l’offerta di qualcuno, ma ad un altro parla. I due fratelli sono diversi, ma non significa che Dio non abbia un rapporto particolare con ognuno di loro. Occorre coglierlo, al di là dei preconcetti (qui il preconcetto è che Dio si esprima solo in un rapporto liturgico, solo nel culto, nella preghiera. E magari è un preconcetto che abbiamo anche noi).

In fondo, ancora una volta la colpa di Caino è in prima battuta di sfiducia: non si fida di Dio, non crede che l’attenzione di Dio per l’offerta di Abele possa unirsi a una simile (ma diversa) attenzione di Dio verso di lui.

Avviso

Dio parla a Caino prima della colpa: “Perché sei abbattuto? Se ti comporti bene, rialzerai” (v. 7). Il testo non chiarisce se Caino rialzerebbe il volto (cioè si rallegrerebbe), o se stesso… o anche l’offerta, che si “innalzava” al cielo.

“Se non ti comporti bene, il peccato è alla tua porta come un robez in agguato”. Questa strana parola ebraica non significa soltanto “accovacciato”, anzi converrebbe pensare a un tarlo… è un “rosicchiatore” in agguato alla porta, è chi consuma, lavora, erode lasciando la sensazione di poter essere trascurato perché non opera danni travolgenti.

Il peccato non può essere eliminato. Resta come un tarlo alla porta, resta presente. Ma deve essere dominato, dall’alto verso il basso.

“Verso di te è il suo desiderio, ma tu dominalo”. Sono le stesse parole di Gen 3,16, dove il desiderio/passione era un bene, perché era teso verso un pari, verso un altro essere umano. Qui il desiderio/passione è di chi è inferiore all’uomo, diverso… e infatti questo deve essere dominato (come faceva l’uomo con la donna, ma là si trattava di un errore).

Il peccato non può essere eliminato. Resta come un tarlo alla porta, resta presente. Ma deve essere dominato, dall’alto verso il basso. Occorre esserne consapevoli e gestirlo. E Dio è lì a consigliare, a raccomandare. Non fa il lavoro al posto dell’uomo, ma neppure se ne sta alla finestra a guardare. È coinvolto, pur non agendo al posto dell’uomo.

Fatto

Anche Caino parla ad Abele (anzi, a “suo fratello” Abele: si insiste moltissimo sulla fratellanza). Ma la sua parola non è un appello di comunicazione, è invece un invito a seguirlo per porre termine per sempre alla comunicazione. Ha qualcosa del bacio traditore di Giuda: ciò che dice solitamente l’affetto, diceva lì il desiderio di morte.

“E nei campi si alzò Caino verso suo fratello Abele”. Caino aveva tentato di far salire l’offerta. Dio gli aveva detto che avrebbe potuto sollevarla se avesse sollevato il volto, o se stesso. Caino preferisce sollevarsi sì, ma contro il fratello. Sono sempre gli stessi elementi della vita giocati contro o a favore della vita stessa, della comunione con il fratello e quindi con Dio.

Sì, ogni fratello è custode del fratello. Tutto in questo brano dice non solo come vanno le cose, ma anche come invece dovrebbero andare.

Sembra quasi dirci che una vita buona o cattiva non sono qualcosa di radicalmente diverso: la vita è questa, giocata più o meno negli stessi elementi, ma disponendoli nell’ordine e nei rapporti giusti.

Conseguenze

Anche Dio riparla a Caino, con (sostanzialmente) la domanda che aveva già fatto ad Adamo: “Dove?” “Dove è tuo fratello?”. Non è una semplice richiesta di informazioni. È un appello alla responsabilità. E la risposta di Caino suona come una condanna: “Sono forse il custode di mio fratello?”. Sì, ogni fratello è custode del fratello. Tutto in questo brano dice non solo come vanno le cose, ma anche come invece dovrebbero andare.

“La voce del sangue di tuo fratello grida a me dalla terra” (v. 10): un altro appello, un’altra parola, anche se questa è muta. È una voce che non può più parlare. E questo suo mutismo è un appello e un’accusa.

Maledizione ma non rottura

Anche qui, come in Gen 3, c’è una maledizione come conseguenza del male. Ma è una maledizione ancora una volta sorprendente: è la terra (v. 11) a maledire Caino. Se in 3,17 Dio si separava dalla terra in conseguenza del peccato di Adamo, qui è l’uomo stesso, in conseguenza della propria colpa, a separarsi dalla terra. Non è una vera e propria maledizione dell’uomo: Dio non lo maledice. Dio non si separa dall’uomo, neanche dall’uomo assassino. È la terra a essere irrimediabilmente separata da Dio, se l’uomo non si riconcilierà con il proprio simile. La responsabilità umana nei confronti del creato diventa ancora più pesante. Se nell’immediato la conseguenza della frattura sembra ricadere su Caino (senza più radici nella terra, senza più frutti: v. 12; e forse per questo autore di una civiltà che la Genesi coglie come lontana dalla natura, dal bene: città v. 17, accampamenti v. 20, musicisti v. 21, forgiatori v. 22), più in profondità è un danno per la creazione. Responsabilità dell’uomo sarà di far rientrare ancora la creazione nell’armonia con Dio, vivendo nell’armonia con gli altri esseri umani.

Responsabilità dell’uomo sarà di far rientrare ancora la creazione nell’armonia con Dio, vivendo nell’armonia con gli altri esseri umani.

Di fronte al pessimismo di Caino (vv. 13-14), Dio ribadisce che anche la vita dell’assassino gli sta a cuore (v. 15). Non perché l’assassino sia buono, ma perché Dio è dalla parte della vita dell’uomo a prescindere. Disposto persino a separarsi in modo apparentemente definitivo dalla natura, per non dividersi dall’uomo.

Possiamo anche essere assassini fratricidi, ma Dio, pur senza giustificare o approvare il nostro gesto, non si separa da noi.

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DUE DONNE E IL PANE

È ancora la ricerca del pane che spinge a mettersi in cammino…

Il libro di Rut è il racconto di una vita che ha per protagoniste principali due donne… e il pane che diventa l’elemento attorno al quale si snoda tutta la vicenda delle due donne e il futuro della generazione, fino a Davide, fino a Gesù. Il pane elemento essenziale per la vita e che in Gesù diventerà Pane di vita!

Il testo, infatti, inizia con una carestia: è la mancanza di cibo che coinvolge Betlemme a portare Elimelech alla decisione di mettersi in viaggio, con la moglie Noemi e i due figli maschi, in cerca di condizioni migliori, verso un paese straniero: Moab.

La ricerca del pane spinge Elimelech a portare la sua famiglia fuori dalla terra di Dio, verso la terra dei pagani, quando invece ogni israelita sa che è solo un’illusione pensare di poter trovare la felicità lontano dalla terra promessa.

In quella terra straniera, dopo la morte di Elimelech, i due figli si sposano con due donne moabite: Orpa, e Rut. Ma non c’è gioia in terra straniera se si è lontani da Dio e anche Maclon e Chilion, dopo dieci anni muoiono, lasciando le loro mogli senza figli e la loro madre, sola.

Nel colmo della sua sofferenza (1,6) Noemi decide di tornare nella terra dei Padri perché “il Signore aveva visitato il suo popolo, dandogli pane”.

Anche Gesù domanderà ai suoi discepoli fedeltà diverse, perché ad alcuni dirà “seguimi”, mentre ad altri comanderà di tornare a casa e di restare nelle loro quotidianità.

È ancora la ricerca del pane che spinge a mettersi in cammino, e anche se amareggiata e insicura su ciò che l’aspetta, Noemi ha la forza di additare un futuro alle proprie nuore: “Andate, tornate ciascuna alla casa di vostra madre” (1,8).

Pur nel pianto, Orpa ascolta la suocera e torna indietro. Spesso Orpa è considerata colei che non ha coraggio ed abbandona, essa invece manifesta un altro tipo di amore: quello di chi si sente dire “vai” ed è capace di lasciare, di andare, pur nella sofferenza e nell’incertezza. Orpa è capace di guardare oltre, verso un futuro che le si prospetta nuovo, anche se nell’incertezza. Anche Gesù domanderà ai suoi discepoli fedeltà diverse, perché ad alcuni dirà “seguimi”, mentre ad altri comanderà di tornare a casa e di restare nelle loro quotidianità. Orpa, Rut e Noemi ci rivelano modi diversi di declinare l’amore e la fedeltà nella loro sapienza femminile.

La risposta di Rut è diversa: sulla strada del ritorno Noemi non sarà sola perché una delle sue nuore ha scelto di camminare con lei. “Dove andrai tu, andrò anch’io, e dove ti fermerai, mi fermerò; il tuo popolo sarà il mio popolo e il tuo Dio sarà il mio Dio” (1,16). Rut rischia sulla possibilità di scoprire la vera natura di quel Dio che Noemi percepisce come colui che si accanisce su di lei.

Nella vita di ciascuno ci sono situazioni in cui si espone al pericolo di perdere la fiducia in Dio. Noemi come Giobbe, fa questa esperienza. La sua fede è ferita dalle sofferenze passate; la vita l’ha aggredita togliendole il marito e i due figli, e lasciandole il bruciore del dubbio sul coinvolgimento di Dio nel male subito. Noemi però non affronterà il suo futuro da sola. Rut, le rimane accanto, come una figlia, nonostante tutto, nonostante il lutto che avrebbe potuto spezzare il legame, nonostante ‘l’assenza’ di Dio, nonostante il fatto che se per Noemi quel viaggio è un ritorno, per lei è ‘un esodo’, un’uscita dalla sua terra, dal suo popolo – come già fu per Abramo e Sara – per entrare nella terra d’Israele.

C’è solo l’affiatamento che nasce fra due donne, un affetto che salva, che lenisce il dolore, fascia i cuori spezzati ed è balsamo per le ferite.

Il libro di Rut è stato scritto in un contesto che assomiglia al nostro: un’epoca di crisi in cui non appaiono né angeli, né visioni e non ci sono profeti ad aiutare nel discernere il cammino. C’è solo l’affiatamento che nasce fra due donne, un affetto che salva, che lenisce il dolore, fascia i cuori spezzati ed è balsamo per le ferite.

Noemi e Rut arrivano a Betlemme “quando si cominciava a mietere l’orzo” (1,22), quando la messe è matura, e così Rut andò a spigolare e vi rimase “fino alla fine” (2,23) cioè circa tre mesi.

Rut accetta la fatica, lo scorrere monotono e pesante del tempo; esercita con tenacia la sua volontà di rimanere, nello sforzo, fedele agli impegni e alle scelte, mentre il tempo che trascorre fa sì che le persone, le cose e le situazioni maturino. Rimane accanto a Noemi, condividendo con lei il cibo e la casa. L’esperienza di questa fedeltà che salva, permette a Noemi di desiderare per Rut la felicità di una nuova unione, di una nuova vita e a Rut di fidarsi dei consigli della suocera ed aprirsi a un futuro nuovo con Booz.

Rut aveva scommesso sul Dio di Noemi: “il tuo Dio sarà il mio Dio”, un Dio che ha imparato a conoscere negli avvenimenti della sua vita, leggendo il suo ‘visitare il popolo’ nelle lunghe giornate di silenzio, piegata nello spigolare. Rimanendo ferma nella sua lealtà, ha sperimentato la fedeltà di Dio che accompagna nel riconoscere il Dio dell’abbondanza, il Dio della comunione e dello ‘stare accanto’, e il Dio della vita.

Leggendo Deut. 4,18-22 si dice che Davide discende da Peres: Peres generò Chesron, Chesron generò Ram, Ram generò Amminadab, Amminadab generò Nacson, Nacson generò Salmon, Salmon generò Booz, Booz generò Obed da Rut la Mohabita, Obed generò Iesse e Iesse generò Davide da cui discende Gesù.

Rut ha rotto il cerchio della legge del Deuteronomio, ha spezzato il giogo del precetto. Rut è entrata nella comunità del Signore, ha offerto a Noemi il pane guadagnato con la fatica e con il sudore, dopo aver fatto il suo ‘esodo’ e grazie al frutto del suo ventre, Israele avrà il re Davide e Gesù il Salvatore.

Rimanendo ferma nella sua lealtà, ha sperimentato la fedeltà di Dio che accompagna nel riconoscere il Dio dell’abbondanza, il Dio della comunione e dello ‘stare accanto’, e il Dio della vita.

Dio continua a visitare il suo popolo anche attraverso il volto, la vita, la tenacia e la fedeltà e di una donna straniera, basta avere il coraggio di tornare, di mettersi in cammino fino a Betlemme, la casa del pane.

Rut aveva fatto del Dio di Noemi la sua dimora e Dio ha dimorato in lei e, attraverso di lei, nelle generazioni seguenti fino a incarnarsi per dimorare con l’umanità e diventare Pane di vita. Attraverso la storia di Rut e di Noemi, il Dio-onnipotente si trasforma nel Dio-amico che interviene nella realtà dell’umanità vedova e senza figli, per farla diventare di nuovo sposa e finalmente madre1.

sr. Renata Conti MC

1 Cfr., Donatella Mottin.

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IL POZZO NELL’ANIMA

Desiderio e resistenza – verso una cultura dell’incontro

Papa Francesco non cessa di stimolare la chiesa e l’umanità a coltivare, promuovere, creare una cultura dell’incontro,

all’insegna della edificazione instancabile di ponti e non di muri. In questa riflessione vorrei provare ad esplorare due movimenti che coesistono nella costruzione “artigianale” di ponti relazionali che consentano a persone, popoli, esperienze, sapienze diverse, di incontrarsi. Si tratta di movimenti presenti in ogni paziente lavoro di tessitura delle relazioni, a cominciare dalla vita in comunità, pilastro centrale della vita religiosa missionaria ma anche di ogni vita cristiana: il movimento del desiderio e quello della resistenza.

Ci faremo aiutare da una immagine biblica: il pozzo di Giacobbe (Gv 4,1-42).

1. AL POZZO DI GIACOBBE

La storia la conosciamo bene.

«Giunse pertanto ad una città della Samaria chiamata Sicàr, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era il pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, stanco del viaggio, sedeva presso il pozzo. Era verso mezzogiorno. Arrivò intanto una donna di Samaria ad attingere acqua. Le disse Gesù: “Dammi da bere”» (Gv 4, 5-7)

Una donna e la sua brocca vuota.

Una donna vuota.

Meglio, una donna svuotata dalla vita, da relazioni che sembravano anche riempirla momentaneamente, lasciandola poi più assetata di prima, il cuore riarso, lo sguardo spento, la speranza ormai usurata.

Quella brocca, sotto il sole di mezzogiorno, è la sua vita: in perenne ricerca di acqua e abituata a guadagnarsela, l’acqua, attraverso tanti mezzi: un secchio, una fune, e la forza per tirare su. Il rifornimento d’acqua si paga. Il pozzo ha il suo prezzo. Nessuno ti da niente per niente. Così dice la brocca vuota.

Una voce.

Non è quella della brocca.

E’ diversa.

Chiede a me da bere.

A una brocca vuota, quella voce chiede da bere.

Mette in dubbio la mia aridità.

Guarda a questa brocca come sorgente.

Non mi avevano mai guardata così.

Questa voce è acqua.

Questa voce mi inonda, diventa grande in me…

è Giudeo…è Signore… è profeta…è Messia?

E’ Acqua!

Si espande in me e io rinasco.

Mi riempie.

Tra me e la brocca vuota non c’è più nulla in comune.

La lascio.

Mi basta Lui

Lui è diventato grande in me, la mia brocca è piena di Lui.

Venite a vedere!”

E la Vita straripa.

Sì, eccola di nuovo, la samaritana, a risvegliare in coloro che incontra il desiderio dell’acqua viva

Dal Congresso della Vita Consacrata del 2004 la samaritana è diventata nostra fedele compagna di viaggio1. Il Sinodo sulla Nuova Evangelizzazione, nel Messaggio al Popolo di Dio, ci ripropose la samaritana al pozzo2. Sì, eccola di nuovo, la samaritana, a risvegliare in coloro che incontra il desiderio dell’acqua viva, a fare da spola dal pozzo al villaggio, fino a quando riesce a rendersi inutile: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo» (Gv 4,42), diranno i suoi compaesani.

Tutto cominciò, o meglio, ri-cominciò per lei attorno a un pozzo, sotto il sole di mezzogiorno. Una brocca vuota, presso il pozzo, si incontra con un Giudeo stanco del viaggio: due fatiche a confronto. La fatica di una brocca inaridita dalle vicende della vita e la fatica di un Dio liberamente svuotato di sé. Il pozzo rappresenta per entrambi una fonte di ristoro: per il giudeo assetato, che chiede da bere, e per la brocca inaridita, che chiede di essere riempita, per l’ennesima volta, dopo essere stata per l’ennesima volta svuotata. Il pozzo è li, silenzioso, a testimoniare lo sviluppo del dialogo tra Gesù e la donna. Gesù non berrà della sua acqua, la brocca non si riempirà della sua acqua. Il pozzo si offre semplicemente come luogo, come occasione, come opportunità all’espressione e allo sviluppo del desiderio, di una sete che gradualmente svelerà il suo oggetto. Niente di più e niente di meno. Non sembra averne male, il pozzo. Ha compiuto la sua missione, ha indicato alla donna la Sorgente vera e ha appagato il desiderio di Dio, di autocomunicarsi.

Il Sinodo sulla Nuova Evangelizzazione ci ricordava: «Non c’è uomo o donna che, nella sua vita, non si ritrovi, come la donna di Samaria, accanto a un pozzo con un’anfora vuota, nella speranza di ritrovare l’esaudimento del desiderio più profondo del cuore, quello che solo può dare significato pieno all’esistenza»3 .

«Occorre dare forma a comunità accoglienti, in cui tutti gli emarginati trovino la loro casa (…). Sta a noi oggi rendere concretamente accessibili esperienze di chiesa, moltiplicare i pozzi a cui invitare gli uomini e le donne assetati e li far loro incontrare Gesù, offrire oasi nei deserti della vita».4

Come possiamo moltiplicare i pozzi? Le nostre comunità sono di fatto questi pozzi presso cui il Cristo Viandante trova riposo e l’umanità incontra l’Acqua viva? Le nostre comunità intendono offrirsi come umili luoghi di incontro tra il Signore e la persona?

E se le nostre comunità non sono questi cenacoli o questi pozzi, che cosa sono? Come aiutarci a costruire comunità che siano pozzi di Giacobbe?

2. COSTRUIRE POZZI

Un pozzo non si improvvisa. E’ anzitutto frutto di un dono – l’acqua che corre nelle profondità della terra – poi di un paziente percorso di ricerca e di un tenace lavoro di scavo. Proviamo a considerare alcuni elementi della costruzione di una comunità-pozzo.

La sete: La costruzione del pozzo è un affare impegnativo. Nessuno si mette a scavare un pozzo se non è motivato dall’acqua che troverà. Prima del lavoro di scavo c’è la sete che mi spinge a cercare l’acqua. L’acqua è un bene vitale, l’acqua è vita, si scava alla ricerca della Vita. Il pozzo è un tunnel verso la vita. Il pozzo è un canale vuoto destinato a riempirsi di vita. La Vita che scorre, ecco il desiderio fondamentale che mette in moto il lavoro di costruzione di una comunità-pozzo. Quando percepisco in qualche modo l’irresistibile Presenza dell’Acqua viva, tutte le mie energie si dirigono lì. La somma delle nostre seti diventa una forza, la confessione della nostra assoluta dipendenza dall’Acqua diviene energia che spinge, che muove, che scava, che rimuove le pietre, che sa trovare modi per raggiungere la vita, che sa tendere l’orecchio per ascoltare il gorgoglio delle profondità, che sa allertare tutti i sensi per scoprire il passaggio sotterraneo del flusso vitale. Non si costruisce comunità senza questa tensione alla Vita. La vita che gorgoglia nell’altro, la vita che gorgoglia tra noi. Ho bisogno che i miei sensi siano ben affinati per percepirla, la vita: udirla, scorgerla, toccarla, gustarla, aspirarne il profumo. Purificare i sensi significa poi proprio questo: renderli sempre più fini, sempre più sensibili a cogliere il minimo segnale di vita! Come stanno i miei sensi? Che ne faccio? Cosa ascolto? Cosa vedo? Cosa gusto? Cosa tocco? Cosa fiuto? Il risultato dei sensi in allerta è la vigilanza. La vigilanza sulla vita. Il massimo del risveglio dei sensi è l’avvento: vegliare sulla vita che viene, che nasce. La finalità del pozzo non è un buco nel terreno, magari per nascondersi lì. E’ intercettare la vita. E’ accogliere in sé la vita. E’ divenire pieni di vita. Gravidi di Vita. E’ dare alla luce la vita, in me e nell’altro. Il desiderio appassionato della vita, la sete ardente della Vita: questo è l’inizio della costruzione della comunità-pozzo, grembo, culla, nido di vita.

Un pozzo non si improvvisa. E’ anzitutto frutto di un dono – l’acqua che corre nelle profondità della terra – poi di un paziente percorso di ricerca e di un tenace lavoro di scavo.

La terra. Questa benedetta terra che sta tra me e l’acqua che scorre là sotto. Questa terra che sta tra il mio desiderio e l’acqua della vita. Questa terra che custodisce l’acqua. Com’è questa terra? Occorre conoscerla, comprenderne la composizione per usare gli strumenti e le tecniche adatte allo scavo. La costruzione della comunità-pozzo ha bisogno di un po’ di geologia. La nostra terra umana, quella con cui il Signore ci ha plasmati, la nostra terra umana nelle viscere della quale scorre l’alito di vita (Cfr. Genesi 2,7)! La terra va scavata, il fuoco del desiderio apre in essa il canale del parto affinché la Vita venga alla luce. In me, nell’altro, tra noi, nelle nostre relazioni. Il dolore. Il dolore del travaglio. Il dolore della terra che si apre. Occorre rispettare i ritmi della terra, ogni tanto fermarsi e lasciarla rassodare un po’ prima di procedere ancora verso le profondità. A volte occorre bagnarla, la terra. Le lacrime, il sudore della fedeltà. La terra delle nostre relazioni umane, che si modellano, si trasformano in funzione di una fenditura che si approfondisce, relazioni che divengono rete di sostegno, parete conduttrice per l’emergere dell’acqua, contenitore sicuro della vita, strada verso la luce! Sì, la nostra terra lavorata diviene strada per la vita. La tenuta di un pozzo è data dalla solidità delle sue pareti, capaci di custodire uno spazio riempito di acqua. Il crollo delle relazioni, il collasso dei legami che reggono le pareti, significa la morte del pozzo. La tenuta delle pareti è preludio al zampillare della vita, al vagito dell’acqua che finalmente respira la luce.

La cura delle relazioni, la trasformazione evangelica dei legami, l’arte di lasciare che il desiderio di Dio modelli la nostra terra umana fino a renderla canale di acqua viva, costituiscono il percorso ascetico della fraternità/sororità.

Le pietre: qualcosa di duro ed impermeabile. Un blocco. Non si passa. Non c’è pervietà. Ostruzione. Occlusione del canale della vita. I normali mezzi di scavo non bastano più. Occorre fermarsi, conoscere le dimensioni, la consistenza, la posizione della pietra. La pietra forse è lì da millenni. Si è fatta un alloggio nella terra, la terra si è adattata alla presenza di questa struttura dura sviluppando formazioni geologiche particolari, l’ha incorporata. Vanno sondate, queste formazioni, vanno conosciute, va ricostruita la storia tra la terra e la pietra. Poi, si interviene. Le si scava attorno, la si circonda, la si estrae, magari diviene utile per rafforzare la parete o per costruire il bordo della bocca del pozzo. Non buttare via le pietre, solo assicurati che non divengano ostruzioni. Attenzione: non tutte le pietre vanno fatte saltare con la dinamite: il rischio è di far crollare le pareti del pozzo. Non avventarti contro le pietre, non pretenderle di eliminarle con la bacchetta magica! Lavorale, usale! Ma prima identificale e non cadere nella trappola di identificarti con qualcuna di esse!

Vediamo alcune possibili pietre d’inciampo nella costruzione del pozzo della comunità:

  1. La pietra dell’autosufficienza dice: «Non ho bisogno di nessuno, me la cavo da sola. Non mi abbasso a chiedere». Poi però diventa malata così tutte vanno a servirla. Ovviamente non è che lei ha bisogno, è che il Signore che le ha mandato la malattia, per cui non è colpa sua se necessita di attenzioni speciali, della stufetta particolare in camera, del cibo dietetico, del materasso anatomico, del golf di lana d’angora, del dentifricio per denti sensibili …

  2. La pietra della autoadorazione dice: «A me l’onore, la gloria e la ammirazione nei secoli dei secoli, amen”. Ha bisogno del piedistallo perché tutti vedano le sue opere buone, danza sul suo piedistallo perché tutti possano contemplare la sua grazia, fino a che un giorno distrattamente cade giù e si rompe in mille pezzi.

  3. La pietra della svalutazione dice: «Faccio io, faccio io… perché se lo fa qualcun altro non sono sicura che lo faccia bene quanto me». Poi si lamenta perché fa tutto lei e le altre fanno nulla. E parla sempre dell’importanza della fiducia (sì, quella che gli altri hanno il dovere di riporre in lei, ma che lei non sa donare agli altri).

  4. La pietra del vittimismo dice: «Poveretta me, a me capita sempre il peggio, eccomi, sono l’incarnazione della legge di Murphy!» (Se qualcosa può andar male, lo farà). Ha smesso di lavorare su di sé, perché tanto non c’è più speranza… si sente umiliata, predica l’umiltà e sembra che accetti i suoi limiti: ma questo non è vero perché non perde nessuna occasione per ricordare alle altre la sua situazione penosa, tutto il male che deve sopportare, le esperienze difficili e dure che ha subito… E, dopotutto, non è mica colpa sua, perché sono gli altri che l’hanno messa in tutte queste situazioni difficili, e gli altri non la capiscono, non si rendono conto della sua eroicità, del fatto che stanno vivendo con una martire che sopporta tutte queste persecuzioni…

  5. La pietra gemellata dice: «Solo tu mi puoi capire!» Ha una forte tendenza verso una relazione speciale con qualcuno della comunità o di fuori, una amicizia esclusiva. Vuole una amicizia a tempo pieno, e in questa amicizia gli altri non possono entrare. Lei e la sua amica diventano gemelle, perché solo la gemella può capire la profonda spiritualità dell’altra e le sue intuizioni profetiche…

  6. La pietra onnipotente dice: «Stai dalla mia parte e ti proteggerò!». Spesso combatte contro l’autorità, è molto influente in comunità, può essere apertamente aggressiva o sottilmente manipolatrice. A volte trova delle compagne, allora formano un gruppo di pietre onnipotenti che costruiscono muri massicci.

  7. La pietra del gossip dice: «Venite a me e vi svelerò i segreti della congregazione!» A volte segue il gruppo delle potenti in comunità. Negli incontri comunitari sta zitta, ma poi in corridoio e in camera… si trasforma in un social network efficacissimo nel trasmettere notizie di prima mano alle sorelle negli altri continenti. Normalmente cerca, e quasi sempre trova, altre come lei, allora fa alleanza con loro e si crea una rete mondiale di trasmissione che precede inesorabilmente anche il più tempestivo ufficio comunicazioni della congregazione. Quando arriva il bollettino interno, le notizie sono ormai tutte vecchie, già presentate su Facebook, Twitter, Instagram ecc. con i relativi approfondimenti e commenti.

    Purificare i sensi significa poi proprio questo: renderli sempre più fini, sempre più sensibili a cogliere il minimo segnale di vita! Come stanno i miei sensi?
  8. La pietra isola dice: «Niente ti turbi, niente ti spaventi, solo l’io basta»: per lei, la comunità è superficiale, immatura, infantile. Così, decide di vivere nel suo mondo, cercando di trovare un suo modo di crescere, di migliorare, di diventare santa. Questo modo può essere trovato nello studio, nel lavoro, nell’attività pastorale, dove può esprimersi pienamente, dove può usare tutte le energie che potrebbe invece spendere nelle relazioni con le altre. Esalta la preparazione, la cultura accademica, il ruolo professionale: la comunità deve rispondere ai bisogni del singolo. Spesso si chiude in camera e passa un mucchio di tempo lì dentro. E’ più una tecnica che una apostola.

  9. La pietra dell’osservanza dice: «Si è sempre fatto così». Ha fatto la scelta di stare dalla parte di qualsiasi tipo di autorità e di tradizione, sempre e comunque. Sente il bisogno di approvazione della autorità, e lotta e si sforza per ottenerla, anche in modi eroici. E’ molto corretta, rispettosa, responsabile, obbediente. E’ pronta a dare la vita… per essere accettata dalla superiora e dalla comunità. Può non dare nessun problema alle superiore, ma lo dà alle altre a causa della sua rigidità, del perfezionismo in cui non c’è spazio per le differenze e per la novità…

  10. La pietra di oro falso dice: «Guardate a me e sarete raggianti». Capita che sia la preferita dalle superiore: è brillante, intelligente, fa tante cose bene, sembra avere una ottima relazione con chi è in autorità, è affidabile, obbediente, responsabile, è matura… e piano piano diventa la consigliera della superiora, la messaggera della superiora, l’amica della superiora… la superiora della superiora. Sotto tutta questa bella apparenza, può vivere un conflitto profondo, segretamente convinta di appartenere ad una specie superiore e che le altre non possono capirla perché lei si trova ad un altro livello in quanto capacità, intelligenza, intuizione, spiritualità, carisma. E’ una creatura che non sa veramente cosa sia l’amore, perché non si è mai data il permesso di coinvolgersi nei sentimenti: in realtà, non li ha mai affrontati in modo vero e realistico. Si tiene alla larga da ogni possibilità di fallimento: non riesce ad affrontarlo, e ha sviluppato un sacco di trucchi intelligenti per evitare qualsiasi tracollo. Il fallimento, l’insuccesso la terrorizzano: DEVE rimanere la pietra angolare.

Scavare: cioè passare attraverso la terra umana procedendo verso la profondità che custodisce l’acqua della vita. Quando si lavora agli scavi, si diventa del colore della terra! Ci si immerge nella terra, ci si seppellisce nella sua profondità, si va verso il buio. Esperienza di tomba. Di fossa, di morte! Discesa, assoluta discesa agli inferi. I miei inferi, quelli di colei che scava con me, i nostri inferi. Passaggio obbligato, quello degli inferi, nella strada verso l’acqua! Lo sa la samaritana, condotta a fare verità in sé, presso quel pozzo. E’ dura la discesa. Vorremmo fuggire. La terra accumulata in superficie comincia a scivolarci addosso, sensazione di crollo, di sepoltura. Vorrei saltar fuori dal pozzo, vorrei tornare da mia madre! Cercavo la vita, questa è una tomba. Passaggio obbligato, quello della tomba. La vita che cerchi è oltre la tomba. Accogli il tuo fango e quello altrui: se scavi è inevitabile che tu lo muova e che sporchi la tua immagine, quella che hai costruito con tanta fatica. Quel fango non è nulla di nuovo: è sempre stato lì sotto, ma prima non te ne accorgevi e adesso sì. Nel fango, impari la solidarietà, impari che sei povera, impari che non sei migliore degli altri. Nella tomba, cominci a imparare a vivere. Sì, il fango si rivela terapeutico. La logica del chicco di grano. La logica della pasqua. La costruzione della comunità-pozzo è un evento pasquale.

Rischiamo allora, in nome dell’ordine e della religiosa serenità, di abbracciare una dinamica dominante in molte società contemporanee: quella della eliminazione del povero, della rimozione, dell’allontanamento di chi ci inquieta.

Zampillo: ti coglie lì, in mezzo al fango. Laggiù, nel profondo della fossa. Proprio al vertice negativo del movimento di discesa, qualcosa comincia a salire, da là sotto, dal fondo della voragine. Inaspettatamente, la vita zampilla e viene su. Ma non è subito limpida, pulita, si mischia alla nostra terra, la rende fango. Continua a scavare, e l’acqua della vita zampillerà con più forza, la dinamica della discesa si compirà nell’erompere del nuovo getto di vita. Ecco, la vita era la sotto, oltre il fango. Ecco, la terra dà alla luce la vita nascosta nel suo grembo.

***

Il pozzo è frutto di un dono – l’acqua – e di un lavoro, lo scavo. E’ frutto di una paziente e perseverante ricerca dell’elemento della vita. E’ frutto di mani che scavano in profondità, guidate dallo stesso gorgoglio dell’acqua. E’ passaggio attraverso la terra, è toccarla, è immergersi nella terra umana certi della vita che vi gorgoglia dentro. E’ affrontare le pietre del percorso e inventare strategie per utilizzarle al meglio o per farle saltare. E’ insomma disporsi a lasciare che il Vangelo penetri e trasformi gli stati più profondi del nostro cuore e trasfiguri i legami che ci uniscono, rendendoli effettivamente cristiani. Il pozzo comunitario è frutto di un Dono e di un paziente e tenace lavoro affinché il dono venga alla luce e possa essere offerto al viandante. Il pozzo diviene luogo in cui al movimento discendente dello scavo risponde il movimento ascendente dell’acqua, allo svuotamento (kenosi) paziente del canale risponde lo zampillo dell’acqua che rigenera il cuore umano.

Una comunità-pozzo allora è una comunità di persone evangelizzate e disponibili a un continuo processo di evangelizzazione, che:

  • Hanno sete

  • si sintonizzano verso il flusso dell’Acqua /Spirito

  • scavano pazientemente e tenacemente la strada verso l’acqua

  • identificano le pietre e le lavorano

  • sanno sporcarsi le mani col fango proprio e altrui

  • si stringono e si sostengono attorno a uno spazio sacro, vuoto di loro stesse e riempito dal flusso dell’acqua rigeneratrice (decentramento da se stessi e trasformazione evangelica delle relazioni)

La terra delle nostre relazioni umane, che si modellano, si trasformano in funzione di una fenditura che si approfondisce, relazioni che divengono rete di sostegno, parete conduttrice per l’emergere dell’acqua, contenitore sicuro della vita, strada verso la luce!

Allora la comunità diviene apertura che dà alla luce l’acqua, luogo di rigenerazione, oasi nel deserto della vita, pozzo presso il quale il Cristo ama sedersi per donare l’acqua viva al cuore umano assetato.

3. LA CURA DEL POZZO

Un pozzo va curato, pulito, mantenuto in buone condizioni affinché continui a essere canale di contatto tra l’acqua e la luce. Altrimenti un pozzo può ammalarsi. Varie possono essere le malattie che affliggono il pozzo comunitario. Vorrei solo segnalare, qui, quella della degenerazione o riduzione del desiderio, ossia della sete patologica. Avviene quando il desiderio, la sete dell’Acqua viva si ammala e così la comunità invece di cercare l’acqua viva laddove scorre, la cerca dove non scorre, imbattendosi anche in falde inquinate. Geremia ammoniva Israele:

«essi hanno abbandonato me, sorgente di acqua viva, per scavarsi cisterne, cisterne screpolate, che non tengono l’acqua» (Ger 2,13).

Può capitare cioè che la comunità, anche senza rendersene del tutto conto, cominci a seguire come criterio del suo stare assieme non il Vangelo di Gesù ma le esigenze del gruppo, che vengono da dinamiche non evangelizzate. I legami allora, invece di avere una qualità evangelica, divengono funzionali alla soddisfazione delle varie “seti” delle persone che compongono la comunità, o almeno di quelle che hanno in essa maggiore influenza. Segnalo solo cinque tipi di sete patologica che possono trasformare il pozzo comunitario in cisterna screpolata5.

  • La sete del campo di battaglia: qui la dinamica sottostante è quella del fuggi/combatti (flight/fight), che dà origine a un gruppo guerriero. In questo gruppo siamo tutte assieme contro qualche tipo di nemico: il nemico può essere fuori dal gruppo, e noi ci sentiamo così unite perché abbiamo un nemico in comune. Qui il leader ha il compito di trovare un nemico da combattere. Se il leader non riesce a trovare un nemico fuori, i membri del gruppo “aiutano” il capo a trovarlo, anche dentro il gruppo: una volta che si è finalmente trovato un nemico, il gruppo trova coesione ed è pronto alla guerra…

  • La sete del biberon: che da origine a un gruppo tipo asilo infantile. Qui abbiamo lo scopo più o meno conscio di soddisfarci, gratificarci reciprocamente. Io sono qui per soddisfare i miei bisogni, e tu sei qui per lo stesso motivo. Può darsi che i nostri bisogni siano complementari, così ci troviamo molto bene assieme. Spesso la dinamica può prendere forma di una relazione mamma-bebè: qualcuna entra nel ruolo della mamma, altre nel ruolo della figlia. E’ proibito uscire da questi ruoli, altrimenti si tradiscono le aspettative del gruppo…

  • La sete della corte della regina: genera la dinamica servi/padroni, che implica la formazione di sottogruppi di gente potente che manipola più o meno inconsciamente gli altri. Gli altri devono obbedirli. Può darsi che la superiora ufficiale si trovi nel gruppo degli obbedienti, perché un’altra superiora, meno ufficiale, è stata “eletta” più o meno consciamente dal gruppo dei potenti. Questa nuova superiora, la “regina”, ha il compito di gratificare i bisogni dei potenti che l’hanno incoronata: se non ci riesce, viene buttata giù dal trono e rimpiazzata con un’altra.

  • La sete del gregge: qui c’è un leader tuttofare “eletto”, più o meno consciamente, dalla maggioranza. Questa maggioranza delega al leader il compito di mantenere i contatti con il mondo esterno, di prendersi le responsabilità, di curare e interessarsi di ciascuno dei membri, di essere sempre disponibile ad ascoltarli, di prendere le decisioni scomode. Intanto, ognuno nel gruppo può vivere pacificamente, fare le sue cose, organizzarsi la sua vita, la sua attività apostolica, curarsi di se stessa, della sua bellezza, della salute, dei parenti…

  • La sete della casa di riposo. Qui l’obiettivo principale è vivere in pace, serenità e tranquillità. E’ vietato “disturbare” gli altri. I membri sono molto preoccupati di sostenersi a vicenda, aiutarsi a vivere tranquilli. Il problema principale da risolvere è come evitare la solitudine e come ottenere incoraggiamento. I membri qui sono molto passivi, è assolutamente vietato sfidare l’altro, confrontarsi, correggersi. Il ritornello dell’inno ufficiale di questo gruppo suona così: «tu sei OK, tu sei brava, sei veramente in gamba, vai avanti così… e lasciami vivere a modo mio, ognuno viva come gli va, lei it be, let it be…» . Si può battezzare questa dinamica con la affascinante versione del “rispettare lo spazio sacro dell’altra, e anche il mio”.

Nel fango, impari la solidarietà, impari che sei povera, impari che non sei migliore degli altri. Nella tomba, cominci a imparare a vivere.

La relazione è luogo e spazio di vita: la nostra libertà ha la possibilità di accogliere questo dono e farlo fruttificare, oppure possiamo ridurre il desiderio alla ricerca di surrogati che non riusciranno a colmare la nostra sete e trasformeranno il pozzo delle nostre comunità in cisterna screpolata.

4. I POZZI DELLA NUOVA EVANGELIZZAZIONE

Il Sinodo sulla nuova evangelizzazione, celebrato nell’ottobre 2012, ci invitava a porre attenzione a due espressioni della vita di fede particolarmente rilevanti nella nuova evangelizzazione: la contemplazione del Mistero e la vicinanza ai poveri.

Anche qui il pozzo di Giacobbe ci fa da Maestro. Proprio lì, presso il pozzo, viene rivelato alla samaritana il Mistero del Figlio di Dio, attraverso un processo graduale: è Giudeo, è Signore, è Messia…

Urge recuperare la dimensione contemplativa della nostra missione come persone consacrate, in quanto «solo da uno sguardo adorante sul mistero di Dio Padre, Figlio e Spirito Santo, solo dalla profondità di un silenzio che si pone come grembo che accoglie l’unica Parola che salva, può scaturire una testimonianza credibile per il mondo»6. Vi è ancora una certa tendenza a considerare la dimensione orante e contemplativa come qualcosa di diverso dalla missione. Si registra ancora una certa fatica nel considerare di fatto la preghiera, la contemplazione come dimensioni della missione, come vie della missione. Tale contemplazione si traduce necessariamente in apertura alla gente. Abbiamo bisogno di «luoghi dell’anima, ma anche del territorio, che richiamino a Dio; santuari interiori e templi di pietra, che siano incroci obbligati per il flusso di esperienze in cui rischiamo di confonderci. Spazi in cui tutti si possano sentire accolti, anche chi non sa bene ancora che cosa e chi cercare»7.

  • Riconosciamo le nostre comunità come questi «luoghi dell’anima e del territorio»?

Il pozzo è frutto di un dono – l’acqua – e di un lavoro, lo scavo. E’ frutto di una paziente e perseverante ricerca dell’elemento della vita.

L’altro segno di autenticità della nuova evangelizzazione ha il volto del povero. Non solo il povero “lontano”, quello “là fuori”, certamente degno di essere servito con la massima qualità evangelica, ma anche il povero “dentro”, quello vicino. Quale?

  • Il povero che è in noi, ciò che nella nostra persona ha bisogno di perdono, di aiuto, di guarigione; le nostre brocche vuote, insomma;

  • il povero che è la nostra Sorella che ci vive accanto e che sentiamo forse come un “peso”, un “ostacolo”, un “limite” al cammino personale e comunitario;

  • infine, il povero a cui abbiamo aperto il pozzo della nostra comunità, che abbiamo accolto nella nostra casa e non solo servito “là fuori”, il povero a cui abbiamo offerto un po’ di ombra nel cammino assolato nel deserto, il povero con cui siamo state capaci di condividere tempi, spazi e beni .

Questo povero, quello “dentro”, spesso ci disturba: sì, la nostra personale fragilità, il nostro fango ci disturba; ci disturba chi, vivendoci accanto, ci “obbliga” a “rallentare” il passo o a camminare in modo diverso da quello che prevedevamo; ci disturba il povero che accogliamo in casa, perché “turba” il ritmo dei nostri programmi, e spesso scuote le sicurezze umane su cui ci appoggiamo. Rischiamo allora, in nome dell’ordine e della religiosa serenità, di abbracciare una dinamica dominante in molte società contemporanee: quella della eliminazione del povero, della rimozione, dell’allontanamento di chi ci inquieta. Così, rimuoviamo da noi la benedizione, perché il povero è una benedizione:

«Ai poveri va riconosciuto un posto privilegiato nelle nostre comunità, un posto che non esclude nessuno, ma vuole essere un riflesso di come Gesù si è legato a loro. La presenza del povero nelle nostre comunità è misteriosamente potente: cambia le persone più di un discorso, insegna fedeltà, fa capire la fragilità della vita, domanda preghiera; insomma, porta a Cristo»8.

Sì, il povero ci benedice, ci evangelizza e ci rivela la misura autentica della nostra fede.

  • Che posto trova l’accoglienza del povero in noi e nelle nostre comunità?

Vi è ancora una certa tendenza a considerare la dimensione orante e contemplativa come qualcosa di diverso dalla missione. Si registra ancora una certa fatica nel considerare di fatto la preghiera, la contemplazione come dimensioni della missione, come vie della missione.

Lasciamo che la Samaritana stimoli ancora in ciascuna di noi consacrate e nelle nostre comunità il desiderio dell’Acqua Viva che si traduce in movimento, in cammino, in dialogo, in incontro rinnovato col Cristo che ci attende, sempre, al pozzo dell’oggi, per rilanciarci povere di noi stesse e ricche di Lui, verso il cuore umano assetato del Suo Amore!

Sr Simona Brambilla, MC

1 Cfr. AA.VV, Passione per Cristo passione per l’umanità, Congresso Internazionale della Vita Consacrata Roma 23-27 novembre 2004, Edizioni Paoline, Milano 2005.

2 Cfr. XIII Assemblea Generale del Sinodo dei Vescovi su “La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana”, Messaggio al Popolo di Dio, Roma, 26 ottobre 2012, n. 1.

3 XIII Assemblea Generale del Sinodo dei Vescovi su “La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana”, Messaggio al Popolo di Dio, Roma, 26 ottobre 2012, n. 1.

4 Idem, n. 3.

5Ci ispiriamo qui in qualche modo agli “Assunti di Base” (attacco-fuga, accoppiamento, dipendenza) studiati da W. R. Bion. Cfr. per esempio TURQUET, P.M., Leadership: the individual and the group. In GIBBARD G.S., HARTMANN J.J., MANN R.D. Analysis of Groups, San Francisco, Jossey Bass, 1974, pp. 305-327.

6 XIII Assemblea Generale del Sinodo dei Vescovi su “La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana”, Messaggio al Popolo di Dio, Roma, 26 ottobre 2012, n. 12.

7 Ibidem.

8 Ibidem.

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Il male in mezzo a noi

Il problema non è tanto la disubbidienza, quanto la sfiducia. L’uomo smette di fidarsi di Dio.

Forse nella storia della Chiesa non esiste un capitolo biblico dalle conseguenze più pesanti che il terzo della Genesi. E non sempre, nell’usarlo, si è rispettato il testo di partenza. Può valere la pena di riprenderlo.

E questo da dove esce?

Ricapitoliamo la situazione: i primi capitoli della Genesi presentano l’umanità nelle sue caratteristiche di fondo, e all’inizio abbiamo l’uomo e la donna che vivono in un giardino, nella piena comunione con Dio e nell’armonia tra di loro («Entrambi erano nudi, ma non ne provavano vergogna»: Gen 2,25). In questa situazione qualcosa interviene a rompere l’idillio.

«È forse vero…? Ma non è che in verità…?». La formulazione della domanda dice tanto. Infatti il serpente, nella sua prima domanda, in realtà sbaglia, in quanto ipotizza che Dio abbia vietato di cibarsi di tutti gli alberi, e la donna lo corregge. Ma il serpente suggerisce che il motivo vero della proibizione non sia il bene dell’uomo, ma il mantenere l’uomo distante da Dio. Là dove tutto sembra parlare della bontà di Dio, il serpente lascia intendere che sotto ci sia l’inganno.

Il problema non è tanto la disubbidienza, quanto la sfiducia. L’uomo smette di fidarsi di Dio.

La Genesi lascia intendere che questa sia la “colpa” di fondo dell’uomo. Non tanto qualche peccato (che semmai ne sarà la conseguenza), quanto il diffidare. “Se Dio mi dice così, è perché ha un suo interesse, che non coincide con il mio. In realtà Dio mi vuole fregare”.

Lo sguardo di un cristiano può amaramente sorridere di questa sfiducia di fondo, ricordando che ciò che in Gesù si promette all’uomo è esattamente di diventare come Dio, non però come frutto di un furto, ma di un dono ricevuto.

Che fa Dio? La maledizione

Di fronte alla sfiducia, che faremmo noi? Romperemmo la relazione. È ciò che Dio esprime parlando di “maledizione”. Maledire qualcuno, per Dio, significa esprimere il suo rifiuto di rapportarsi con lui.

La maledizione contro il simbolo del sospetto, infatti, dice che Dio con il male, con la sfiducia, non ha intenzione di entrare in rapporto.

E, come ci potremmo attendere, Dio rompe i rapporti. Dapprima con il serpente, il quale non è chiamato per nome e si presenta più come un simbolo che come un individuo. È il simbolo del male, della sfiducia, del sospetto. Rispetto al serpente, Dio in tutta severità esprime la sua maledizione.

A pensarci bene, però, non si tratta di una cattiva notizia. La maledizione contro il simbolo del sospetto, infatti, dice che Dio con il male, con la sfiducia, non ha intenzione di entrare in rapporto. Non importa che Dio sia stato sfiduciato, lui non risponde con la sfiducia.

Ma la riflessione della Genesi va oltre: «Porrò inimicizia tra la tua stirpe e la stirpe della donna». Chi ha scritto queste pagine ha appena detto che crede che l’uomo, comunque, sia nemico del serpente. L’uomo non è fatto per la sfiducia, per il male, neppure oggi, neppure nella storia che viene dopo Genesi 3. E l’uomo non solo resta nemico del male: «Questa (la donna? la stirpe della donna? in fondo, comunque, entrambe) ti premerà la testa, e tu le premerai il calcagno» (Gen 3,15). C’è lotta e non si dice chi vincerà, ma non si può negare che la posizione del serpente sia peggiore: meglio rischiare un morso al piede, che di sentirsi schiacciare la testa.

Insomma, non solo l’uomo rimane buono e nemico del male, e probabilmente vincerà.

Una donna adulta

Poi Dio passa a sgridare la donna. Ma, sorpresa, non si parla di maledizione! Dio si rifiuta di rompere il suo rapporto con la donna, nonostante la sfiducia che si è visto riservare.

L’uomo non è fatto per la sfiducia, per il male, neppure oggi, neppure nella storia che viene dopo Genesi 3.

E la prima delle due parole che Dio rivolge alla donna, poi, è particolare: «Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai figli» (Gen 3,16). A prima vista, si parla solo di punizione e di sofferenza. Solo che…

Solo che gli scritti non nascono mai fuori da un contesto culturale, che fa loro da sfondo e dà loro senso. Nel contesto culturale di chi ha scritto la Genesi, la donna non aveva autonomia, era proprietà del padre prima e del marito poi, e guadagnava dignità e affetto solo quando metteva al mondo un figlio maschio. “Condannare” la donna ad avere figli, insomma, non suonava affatto come una condanna, anzi come la sua realizzazione (se ho molti figli, con tutta probabilità ce ne saranno anche di maschi…). Certo, si dice il male, perché il dolore del parto non è un bene. Solo che in tutta la Bibbia si cita il parto come l’esempio di un dolore che serve, che è utile, addirittura che si dimentica, siccome il bene cui dà origine è così grande.

Insomma, sembra proprio che Dio abbia in qualche modo stimolato la donna a diventare adulta, ad uscire dall’ingenuità dell’infanzia e a scoprire che nel mondo al bene è mescolato il male. Ma anche a credere che il male ha la peggio, è meno importante, passa in secondo piano.

E poi Dio continua a parlare: «Verso il tuo uomo sarà il tuo desiderio, ma lui ti dominerà» (Gen 3,16). Viene da interpretare questa frase secondo lo stesso schema: il desiderio della donna verso l’uomo è buono, è bello. Il problema è che l’uomo risponde con il dominio e non con il desiderio. Ma, sul modello della prima parola, quella sulle gravidanze, viene da pensare che comunque anche questo male non avrà la meglio sul bene.

L’ascolto della parola detta ad Adamo confermerà questa ipotesi.

Anche l’uomo, nel suo piccolo…

Anche l’uomo ha mangiato del frutto, ha diffidato di Dio. Anche a lui Dio si rivolge, e stavolta torna la parola di maledizione: «Maledetto il suolo per causa tua» (Gen 3,17). Non viene maledetto l’uomo, ma il suolo. Dio rompe i rapporti con la terra, e se l’uomo vorrà porre la terra in relazione con Dio, dovrà fare da intermediario. Ma, di nuovo, Dio si rifiuta di interrompere il suo rapporto con l’uomo. E, sul modello della prima parola alla donna, lo condanna a ottenere con sudore il suo pane dalla terra. Ma qualunque essere umano, in tutta la storia, ha sempre ritenuto che riuscire ad ottenere dalla terra il pane, sia pure con fatica, sia proprio un successo. Certo, sarebbe bello non faticare, ma il male vero sarebbe non avere il pane.

Insomma, sembra proprio che Dio abbia in qualche modo stimolato la donna a diventare adulta, ad uscire dall’ingenuità dell’infanzia e a scoprire che nel mondo al bene è mescolato il male.

Ancora una volta, insomma, Dio ammette che da adesso in poi, siccome l’uomo non si è fidato, ci sarà il male, ma che questo male resta secondario, destinato a non vincere.

Le tre dimensioni dell’uomo

Può essere interessante notare che le tre parole di Dio si occupano esattamente delle tre dimensioni che Genesi 2 aveva colto come fondamentali per l’uomo: verso il basso, ossia verso la creazione (la parola ad Adamo), alla pari (la seconda parola alla donna) e verso l’alto. Qui abbiamo una sorpresa, perché la Genesi a questo riguardo cita il rapporto tra le generazioni umane (qualcosa che effettivamente mi trascende, perché io condiziono chi mi viene prima e chi mi viene dopo, ma in ultimo ne vengo superato). Poteva sembrare scontato inserire, nella dimensione verso l’alto, il rapporto con Dio. E invece no. Quasi con un accenno laico, la Genesi qui non parla di Dio.

L’attenzione è preziosa: ciò che ha detto sulle tre dimensioni dell’uomo (verso l’alto, alla pari, verso il basso), che saranno condizionate da un male che comunque sarà presente ma che non avrà la meglio, non vale solo per il credente, ma per tutti gli esseri umani, anche se vorranno vivere senza Dio. La Genesi, e Genesi, è molto ottimista sull’umanità tutta, non solo su quella credente.

Dio ammette che da adesso in poi, siccome l’uomo non si è fidato, ci sarà il male, ma che questo male resta secondario, destinato a non vincere.

E può essere curioso notare che una cultura maschilista come quella che dà alla luce questo testo pensi che Dio abbia affidato alla donna due delle tre parole, mentre all’uomo consegna solo quella sul rapporto con il creato.

Un Dio incoerente

Il racconto è quasi alla fine, ma riserva un’ultima sorpresa. Dio deve mettere l’uomo e la donna fuori dal giardino. Quella fiducia che era scontata, immediata, infantile, non esiste più. L’uomo e la donna dovranno ricominciare a fidarsi di Dio, decidere di affidarsi a lui. È come se fossero diventati adulti. Sanno che nel mondo c’è anche il male, ma devono credere alla promessa che non vincerà.

Ma nel mandarli fuori, Dio si preoccupa ancora di loro. Quando tutto andava bene e si fidavano di Dio, si fidavano anche l’uno dell’altra e non avevano bisogno di nascondersi («Erano entrambi nudi, ma non ne provavano vergogna»: Gen 2,25). Dopo aver smesso di fidarsi di Dio, iniziano a diffidare anche del compagno e decidono di porre qualche filtro, di non offrirsi più totalmente, senza nascondersi, e si coprono con foglie di fico (Gen 3,7). Ma quale protezione possono offrire delle foglie? Dio si preoccupa di dotare la prima coppia di tuniche di pelli.

La Genesi, e Genesi, è molto ottimista sull’umanità tutta, non solo su quella credente.

La natura, però, finora era stata completamente aliena da qualunque forma di violenza: persino gli animali che poi sarebbero stati carnivori, nella prima creazione erano tutti vegetariani (cfr. Gen 1,29-30). Il primo a uccidere è Dio…! E lo fa per l’uomo, che ha appena smesso di fidarsi di lui! Piuttosto che rompere il suo rapporto con l’uomo, Dio è disposto a mostrarsi incoerente e rompere la propria stessa legge!

 

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Tra coraggio e paura

Questo libro ha la caratteristica particolare di avere, nel testo greco, due bellissime preghiere, l’una posta sulle labbra di Ester e l’altra di Mardocheo, suo cugino.

Ester è la protagonista del libro che porta il suo stesso nome e che insieme a quello di Tobia e di Giuditta costituiscono una trilogia inserita ubicata dopo i libri storici. Questo libro ha la caratteristica particolare di avere, nel testo greco, due bellissime preghiere, l’una posta sulle labbra di Ester e l’altra di Mardocheo, suo cugino.

Ester, una giovane donna ebrea, deportata da Gerusalemme durante l’invasione di Nabucodonosor re di Babilonia, orfana di padre e di madre è adottata dal cugino Mardocheo che “l’aveva presa come propria figlia” (2,7). Essi vivono a Susa, città di Babilonia, dove il re persiano usa trascorrere il tempo invernale. Ed è proprio nel corso di uno di questi soggiorni che sono collocati gli avvenimenti che sconvolgono la tranquilla vita di Ester.

Il re Assuero, Serse I per la storia, era un re persiano “che regnava dall’India fino all’Etiopia sopra centoventisette province” (1,1), vuole scegliere una moglie tra le ragazze del suo regno. Vengono quindi radunate tutte le vergini nel palazzo di Susa e tra queste anche Ester di cui è segreta la sua provenienza ebrea. Al momento della presentazione delle giovani il re Assuero è colpito da Ester “ragazza di presenza bellissima e di aspetto affascinante”, la scelse tra le altre giovani donne… “le pose in testa la corona regale e la fece regina” (2,7.17).

Ester non ha mai ambito la ricchezza di corte a cui è costretta, come lei stessa confessa al Signore “detesto l’emblema della mia fastosa posizione che cinge il mio capo nei giorni in cui devo fare comparsa..” (4,17v) e ha sempre conservato il suo cuore integro per il Signore “la tua serva non ha gioito di nulla se non di Te, Signore, Dio di Abramo” (4,17y). Ester è una giovane dal cuore semplice, chiamata a una missione più grande di lei.

Ester non ha mai ambito la ricchezza di corte a cui è costretta, come lei stessa confessa al Signore “detesto l’emblema della mia fastosa posizione che cinge il mio capo nei giorni in cui devo fare comparsa..” (4,17v)

Presto, però, la scena muta. Il nuovo ministro del re, Amàn esige che ognuno pieghi il ginocchio e si prostri dinanzi a lui che si considerava, dopo il Re il più grande dignitario. Mardocheo rifiuta perché “un Giudeo” si genuflette solo davanti a Dio Signore del cielo e della terra il cui nome è Signore dei Signori. Il ministro diviene furioso e convince il re ad emettere un editto reale con l’ordine di sterminare gli ebrei da eseguire in un giorno e in un mese che verrà definito dalle “sorti”, ossia dai “dadi”. È la fine per questo popolo già prostrato in una situazione di schiavitù. Ed è in questo momento che viene chiamata in soccorso Ester. Ella, la regina, deve intervenire presso il re per cambiarne il cuore informandolo sulla situazione di tradimento che si tramava alle sue spalle e che avrebbe, tra l’altro, portato alla distruzione del popolo ebreo.

La sua prima reazione, quale della donna saggia e prudente che conosce bene le regole stabilite dalla casa reale che proibiscono a tutti di presentarsi al re senza essere chiamati, pena la morte, è quella di angoscia: sa che è un’impresa quasi impossibile. L’invito si fa pressante ed ella allora comprende di essere stata scelta quale strumento del Signore per salvare il suo popolo dall’eccidio e obbedisce. Nell’umile verità di se stessa sa di non essere all’altezza di una simile impresa per questo si affida al braccio potente del Signore. Chiede a tutti i giudei di unirsi a lei nel digiuno e nella penitenza per tre giorni mentre il suo cuore si apre alla supplica verso il suo Dio, il Dio dei suoi padri “che ha scelto Israele da tutte le nazioni” per farne il suo popolo.

È la drammatica preghiera del disperato la cui fiducia è unicamente posta in Dio. Un’invocazione che scaturisce da un cuore credente e angosciato e che si fa voce di tutti i perseguitati e oppressi. E’ la preghiera di una donna afflitta, in preda al timore, ma allo stesso tempo, convinta del sostegno divino. È un inno alla potenza e all’amore misericordioso di Dio che ascolta sempre coloro che in Lui si rifugiano:

È la drammatica preghiera del disperato la cui fiducia è unicamente posta in Dio.

Mio Signore, nostro Re, tu sei l’Unico! Vieni in aiuto a me che sono sola e che non ho altro soccorso se non Te, perché un grande pericolo mi sovrasta. Io ho sentito fin dalla nascita, nel seno della mia famiglia che Tu, Signore, hai scelto Israele da tutte le nazioni come Tua eterna eredità. Ricordati, Signore, manifestati nel giorno del nostro dolore e dammi coraggio! Metti sulle mie labbra parole ben calibrate di fronte al leone e volgi il suo cuore contro verso chi ci combatte. Salvaci con la Tua mano e vieni in mio aiuto perché sono sola e non ho altri che Te, Signore!…Dio che domini tutti per la Tua potenza, ascolta la preghiera dei disperati, liberaci dalla mano degli empi e libera me dalla mia angoscia! (Dal capitolo IV del testo greco).

In questa preghiera Ester si confonde con il suo popolo e passa dal singolare al plurale perché la sua voce si trasforma in quella di tutti i suoi fratelli oppressi. Alla base di questa invocazione c’è la certezza dell’invincibilità dell’amore divino il quale interverrà operando un vero e proprio ribaltamento, come quello annunziato dai profeti per il ‘giorno del Signore’, l’empio che si era esaltato sarà umiliato, il perseguitato sarà intronizzato e glorificato, alla morte subentra la vita, allo sterminio la salvezza.

Anche noi, a volte, siamo sollecitati a farci carico della sofferenza e dell’angoscia dei nostri popoli, delle nostre società e di coloro che soffrono, senza sostegno o appoggio…

Anche noi, a volte, siamo sollecitati a farci carico della sofferenza e dell’angoscia dei nostri popoli, delle nostre società e di coloro che soffrono, senza sostegno o appoggio… Oggi la Chiesa ed ogni cristiano siamo chiamati a farci carico del dolore e della sofferenza degli uomini e le donne del nostro tempo…. Siamo chiamati a assumere, la fatica e il dolore dei più poveri, anche a rischio della nostra vita… Come Gesù che non ha rifiutato di prendere su di sé il peccato dell’umanità e ha donato la sua stessa vita… in riscatto per molti (cfr. Mt. 20,28).

Dopo aver invocato il “Dio che veglia su tutti e li salva” (5,1a), Ester si spoglia delle vesti della penitenza per ricoprirsi “di tutto il fasto del suo rango” e parte per la sua missione. “Il suo viso era gioioso, come pervaso d’amore” (5,1b), ma sotto tanta bellezza c’era il cuore di una donna, umile e semplice, impegnata in una impresa più grande di lei, “stretto dalla paura” (5,1b). La regina, attraversate l’una dopo l’altra, tutte le porte, si trova alla presenza del re. Egli è seduto sul trono regale con un aspetto molto terribile. Alza il viso e guarda in un accesso di collera colei che entra alla sua presenza senza esserne invitata. La regina si sente svenire… e poggia la testa sull’ancella che l’accompagnava, ma Dio volge a dolcezza lo spirito del re ed egli, fattosi ansioso balza dal trono, la prende tra le braccia, sostenendola finché non si riprende” (5,1d-e) Con alcune pennellate di grande maestria, l’autore biblico dipinge questo quadro in cui si alternano momenti di tenebre e di luce, sentimenti di coraggio e di paura, atteggiamenti di potere e slanci d’ amore. Tutto è illuminato dall’intervento del Signore che trasforma i cuori degli uomini e li apre all’amore. Il re, colpito dal gesto coraggioso della sua regina, si impegna a realizzare ogni suo desiderio ed ella chiede la vita per sé e per il suo popolo, mentre rivela al re il piano perverso del suo ministro Amman, che voleva distruggere e sterminare il popolo per perseguire il suo piano prevaricante nei confronti del re a cui si opponeva Mardocheo, ebreo e cugino di Ester. La storia termina con il trionfo del bene sul male, il “prepotente” è stato impiccato sull’albero preparato per la persona “onesta”.

Tutto è illuminato dall’intervento del Signore che trasforma i cuori degli uomini e li apre all’amore.

Ed è proprio Ester all’origine di questo ribaltamento delle sorti. Modello di fede in Dio e di amore per il suo popolo, ella era disposta a donare la vita per esso e grazie a questo suo amore, pronto al sacrificio fino in fondo, la verità ha trionfato e il bene ha vinto il male.

Per celebrare questo ribaltamento in Israele, fino ad oggi, è stata stabilita una festa detta purim, “ribaltamento”, fissata per il 15 Adar (cade più o meno nel mese si febbraio), dura un giorno ed è preceduta dal giorno di digiuno (digiuno di Ester). Il senso vero della festa è ricordare che Dio salva il suo popolo.

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Creati 3D

[…] la Genesi ci sta dicendo che sulla terra non c’era la vita per due motivi: perché mancava la pioggia, dono di Dio, ma anche perché mancava un coltivatore.
Chi legge di seguito i primi due capitoli della Bibbia (affrontandola come se fosse un romanzo), resta probabilmente sconcertato e stupito. Nella prima pagina ha trovato un mondo completamente allagato, in cui le prime fatiche di Dio consistono nel dividere le acque dalle acque e di porre loro un limite; nella seconda, la terra è arida e riarsa. Nella prima pagina Dio fa tutto dal nulla, nella seconda si trova un mondo già quasi completo, che manca però del capolavoro. Nella prima pagina Dio parla e tutto succede, nella seconda si mette a impastare, prova, si accorge degli errori, li corregge… È molto probabile che siano state persone diverse a scriverle, ma è chiaro che chi le ha messe insieme pensava di poterlo fare. Evidentemente non immaginava che avremmo letto queste righe come una cronaca dell’inizio del mondo, ma come una spiegazione delle sue “coordinate di fondo”, di come funziona il mondo e l’uomo, o meglio di come dovrebbe funzionare per non guastarsi.

E da questo punto di vista il secondo capitolo della Genesi completa il discorso già iniziato.

C’è da creare un mondo

C’è dunque una terra arida e morta. Perché? Sorpresa! «Perché Dio non aveva fatto piovere sulla terra e non c’era uomo che lavorasse il suolo» (Gen 2,5). Magari non ci accorgiamo subito di quanto ciò sia strano, ma, se rileggiamo bene, la Genesi ci sta dicendo che sulla terra non c’era la vita per due motivi: perché mancava la pioggia, dono di Dio, ma anche perché mancava un coltivatore. Ossia, ci potrà essere la vita solo quando i due, uomo e Dio, collaboreranno nella creazione. L’uomo crea insieme a Dio.

[…] come Dio è creatore, cioè è anche responsabile che questa creazione continui a vivere, la medesima responsabilità è condivisa dall’uomo, che è chiamato a prendersi cura di questa creazione, perché continui a vivere.
Se ci mettessimo a fare i filosofi, d’altronde, sembrerebbe quasi una conseguenza logica del primo capitolo: se l’uomo è stato creato a immagine e somiglianza di Dio (Gen 1,26), ciò che Dio ha fatto finora è stato semplicemente di creare, dunque anche l’uomo è creatore.

Potremmo andare avanti, e affermare che, secondo la Genesi, come Dio è creatore, cioè è anche responsabile che questa creazione continui a vivere, la medesima responsabilità è condivisa dall’uomo, che è chiamato a prendersi cura di questa creazione, perché continui a vivere. Il mondo non si perfeziona senza l’opera dell’uomo. E se l’uomo non collabora, semplicemente è meno uomo.

Certo, la differenza tra Dio e l’uomo è che è ancora Dio a creare anche l’uomo (Gen 2,7). Ma una volta che l’uomo è creato, i due collaborano per tutto il resto.

Primi problemi

A questo punto, però, quando tutto sembra a posto, per la prima volta nella Bibbia si dice che qualcosa non va. E può stupire che a dirlo sia Dio. Ma come? Ha fatto tutto lui, come può esserci qualcosa che non funziona?

È come se gli autori biblici ci dicessero che persino Dio non può creare tutto in un attimo, con uno schiocco di dita. Anche lui ha bisogno di provare, di valutare, di accorgersi dei problemi, di correggerli, procedere… La cosiddetta “imperfezione” del nostro vivere non è qualcosa che ci allontani da Dio, anzi lui stesso l’ha condivisa.

La cosiddetta “imperfezione” del nostro vivere non è qualcosa che ci allontani da Dio, anzi lui stesso l’ha condivisa.

L’importante è accorgersi dei problemi. E qual è il problema che Dio vede? «Non è bene che l’uomo sia solo» (Gen 2,18). Ma come? Non è solo! Ha Dio! Per secoli i mistici di tutte le religioni ci hanno detto che per l’uomo l’essenziale è parlare con Dio, ci siamo fatti sedurre dall’idea che i mistici siano i credenti perfetti, e la Genesi ci dice che quell’uomo che ha solo Dio con cui parlare (per cui non si farà neppure distrarre…) è da solo?

Sembra davvero strano, ma per capire meglio dobbiamo fare un passo fuori dal discorso, per ricordare come pensava quella cultura che ha scritto queste pagine. Il nostro mondo dice che tutti gli uomini hanno la stessa dignità e importanza, esalta molto la dimensione orizzontale, che può poi comportare dei problemi, come vedremo tra poco, ma che almeno sui rapporti umani è conquista importante. La cultura che ha prodotto tra l’altro anche la Genesi pensava invece che tutte le relazioni del mondo fossero gerarchiche: io sono più importante di alcuni e meno di altri, e la domanda implicita che mi pongo incontrando uno sconosciuto è chi dei due ha più dignità.

Ecco perché il secondo capitolo di Genesi deve arrivare a parlare delle tre dimensioni di fondo dell’uomo prendendola un po’ alla larga…

Un aiuto come in faccia a lui

Dio prende l’iniziativa di risolvere il problema presentando all’uomo tutti gli esseri viventi. Lo scopo è di trovare all’uomo «un aiuto come in faccia a lui» (o «che gli corrisponda», come traduce oggi, con più eleganza, la CEI: Gen 2,18). Ma l’uomo, davanti a tutti gli animali che gli sono posti davanti, non trova ciò che cerca. Dà loro il nome, cioè entra in relazione, ma entra in relazione come chi è più importante. È il genitore a dare il nome al figlio, non viceversa. E in tanti contesti umani che vogliono sottolineare che non sei più in relazione e dipendenza con tuo padre, ti viene cambiato il nome. Adamo è signore del creato, cioè è più importante e quindi chiamato a prendersene cura, ma questo non imposta una relazione alla pari.

Il nostro mondo dice che tutti gli uomini hanno la stessa dignità e importanza, esalta molto la dimensione orizzontale, che può poi comportare dei problemi, come vedremo tra poco, ma che almeno sui rapporti umani è conquista importante.

Ecco che cosa aveva intuito Dio. Ottimo che Adamo sia in rapporto con Dio stesso, che però non è alla pari: questa è una relazione che Adamo mantiene con l’alto, con ciò che lo supera. E ottimo anche che Adamo sia in relazione con il creato, con ciò che gli rimane inferiore. Ma queste due relazioni, che per l’antichità erano chiare, non sono tutto. L’uomo ha bisogno anche di una relazione alla pari. Senza le tre dimensioni, l’uomo è incompleto, e la sua situazione “non è buona”.

Il nostro mondo, la nostra cultura, valorizza molto il rapporto alla pari, ed è bene. Ma non è sufficiente. È questo il motivo per cui, quando ci rapportiamo con la natura, o non ci ricordiamo che esista o la trattiamo come se ci trovassimo davanti a esseri umani (cioè, non la consideriamo come qualcosa di inferiore a noi, di cui dobbiamo prenderci cura) e non sappiamo parlare del rapporto con ciò che ci supera, con la trascendenza, che siano le generazioni prima e dopo la nostra o che sia Dio stesso.

Finalmente, questa volta…!

Dio, dunque, ha visto un problema, ha provato a risolverlo e ancora una volta ha fallito. Ma non si scoraggia. Il problema rimane, quindi va risolto. Addormenta Adamo. Ciò che succede adesso non dipende dall’uomo, che non è padrone di ciò che succede mentre è nel sonno. Dio gli estrae una costola e intorno a quella impasta la donna.

Dicono i rabbini medioevali, che spesso hanno il coraggio di mettersi a valutare l’operato di Dio come se fosse uno studente volenteroso ma a volte incapace, che qui Dio ha fatto davvero bene!

Dicono i rabbini medioevali, che spesso hanno il coraggio di mettersi a valutare l’operato di Dio come se fosse uno studente volenteroso ma a volte incapace, che qui Dio ha fatto davvero bene! Perché se avesse preso un osso del piede di Adamo, questi avrebbe potuto considerarsi superiore alla donna. Se lo avesse preso dalla testa, sarebbe stata la donna a potersi ritenere più importante. L’ha preso dal fianco, però, perché è vero che la donna è un aiuto come in faccia all’uomo, ma non proprio in faccia. Se infatti avesse preso dallo sterno, i due avrebbero potuto guardarsi alla pari, ma avrebbero solo potuto contemplarsi, il che sarebbe già stato buono ma non sufficiente. Ha preso dal fianco, perché i due siano alla pari ma, insieme, sostenendosi, camminino insieme in avanti, non si accontentino di ciò che sono.

Quando comunque Adamo si sveglia, pur ignorando ciò che i rabbini medioevali avrebbero detto di lui, ammette che finalmente, questa volta, Dio ce l’ha fatta! Questa donna è come l’uomo, «osso delle mie ossa, carne della mia carne. La si chiamerà donna (isshà, in ebraico) perché dall’uomo (ish) è stata tratta» (Gen 2,23). Non è più Adamo a darle il nome (non le è superiore) ma ammette che “sarà chiamata”, vale a dire da Dio. Anche lei è in rapporto dal basso verso l’alto con Dio, ma alla pari con l’uomo.

Una carne sola

L’annotazione finale di Adamo è culturalmente sorprendente. Non dobbiamo dimenticarci che questi scritti nascono in un contesto preciso, per il quale parlano. Restano preziosi anche per noi, a secoli di distanza, ma non sono scritti in primo luogo per noi. Il mondo al quale scrivono in primo luogo è un mondo in cui la donna non è autonoma, ma proprietà prima del padre e poi del marito. È il clan familiare il luogo in cui si cresce, ed è per questo che è preferibile che nascano dei maschi, perché restano nel clan, mentre le donne andranno ad arricchirne altri, dando loro dei figli.

Dire quindi che «per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre» (Gen 2,24) è affermare ciò che non succedeva. Ma chi scrive capisce che questo legame assolutamente alla pari è l’ideale per l’uomo…

Dire quindi che «per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre» (Gen 2,24) è affermare ciò che non succedeva. Ma chi scrive capisce che questo legame assolutamente alla pari è l’ideale per l’uomo, al punto da mettere in discussione tutti gli altri legami umani. Al punto di dire che sarà l’uomo a trasferirsi in casa della donna…

E poi sostiene che i due «saranno un’unica carne». Per il mondo ebraico l’uomo non è composto da anima e corpo, ma è un tutt’uno (ciò che dicono anche le nostre scienze umane contemporanee), anche se in questa unità si possono distinguere aspetti diversi. Solitamente il mondo ebraico identifica, tra questi aspetti, lo spirito (è la razionalità, i sentimenti e la capacità di progettare e decidere, che anche gli animali possiedono), l’anima (è il rapporto con il trascendente, con Dio, e secondo il mondo biblico solo l’uomo lo possiede) e la carne. Questa è la dimensione di maggiore fragilità dell’uomo, è ciò che lo costringe a doversi cibare, dissetare, dormire, che lo sottomette alle incomprensioni, alle malattie, alla morte. Ebbene, dei due non si dice che costituiranno un’unica anima (potranno anche avere rapporti diversi con il trascendente, restano autonomi…), né un unico spirito (potranno anche nutrire progetti e relazioni diverse…) ma un’unica carne: nei due che si rapportano alla pari, a diventare unica è la fragilità, la sofferenza, il limite. Mantengo i miei sogni, i miei progetti, ma la tua fatica è anche la mia fatica.

[…]nei due che si rapportano alla pari, a diventare unica è la fragilità, la sofferenza, il limite.
Questo significa anche, però, che secondo la Genesi il nucleo più autentico dell’uomo non è il suo rapporto con Dio (per quanto ciò sia sorprendente, in un testo religioso!) né i suoi progetti o realizzazioni, ma la sua fragilità. L’uomo è profondamente se stesso quando si mette di fronte al proprio limite.

Per il cristiano, ciò significa anche che se Dio vuole essere come noi, deve assumere fino in fondo la nostra fragilità, la carne dell’uomo.

Angelo Fracchia

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