Il primo assassino

Iniziare a diffidare di Dio porta a non riconoscere più il fratello come fratello.

I primi tre capitoli della Genesi presentano l’immagine dell’uomo così come è pensata dai saggi religiosi di Israele. In questa presentazione spesso si taglia fuori il quarto capitolo, che pure è come una conseguenza.

L’essere umano era nella piena comunione con Dio, ne ha diffidato e ha iniziato a diffidare innanzi tutto della donna, “osso delle mie ossa” che gli era accanto. Ma le conseguenze della sfiducia non finiscono lì, hanno portato alla frattura tra Dio e la natura (Gen 3,17) e conducono alla stessa sfiducia tra fratelli, che sfocerà nel primo omicidio. Iniziare a diffidare di Dio porta a non riconoscere più il fratello come fratello.

Ma quel capitolo, come spesso succede, è ancora più ricco e profondo di quanto non sembri.

Antefatto

L’Israele che scrive la Genesi è un popolo sedentario, che però continua a rimpiangere i tempi antichi in cui era pastore e nomade. Quindi, quando parla dei nomadi, pastori, raccoglitori e cacciatori, li guarda con una certa simpatia, mentre se pensa ai costruttori di città, artigiani e coltivatori, li sente più infidi.

Questo serve a dire che già nella presentazione dei personaggi, ci si aspetta che Caino sia il cattivo. La sensazione (sbagliata) che il racconto sia “ingenuo” come i vecchi western prosegue nei versetti 3-5: Dio “gradisce” l’offerta di Abele e non quella di Caino: perché?

Il lettore moderno si chiede perché Dio sia così ingiusto. Ma in realtà è una domanda che si fa anche il lettore antico, è un interrogativo che il narratore vuole che ci facciamo, per scomodarci, per costringerci a prendere posizione. Un po’ come, nel vangelo di Luca, la parabola del padre buono (o del figliol prodigo: Lc 15,11-32), dove è l’ultima parte a non finire, a dare fastidio e a essere il cuore della parabola: che cosa farà il fratello maggiore? È il lettore a doverlo decidere, e la parabola vuole proprio rivolgersi ai “fratelli maggiori” della chiesa, sicuramente buoni e a posto ma chiamati a porsi con Dio in un rapporto non di schiavitù.

In fondo, ancora una volta la colpa di Caino è in prima battuta di sfiducia: non si fida di Dio, non crede che l’attenzione di Dio per l’offerta di Abele possa unirsi a una simile (ma diversa) attenzione di Dio verso di lui.

Anche qui, la domanda passa al lettore, che in fondo si può identificare con Caino: perché Dio dovrebbe accettare un’offerta e non l’altra? Verrebbe addirittura da dire che è colpa di Dio se Caino ha ucciso Abele. A leggere in profondità, si può però notare quanto di questo capitolo sia giocato sui dialoghi. Solo un personaggio non parla, ed è Abele; e Dio parla solo a Caino. Insomma, il racconto pare dire che Dio privilegia l’offerta di qualcuno, ma ad un altro parla. I due fratelli sono diversi, ma non significa che Dio non abbia un rapporto particolare con ognuno di loro. Occorre coglierlo, al di là dei preconcetti (qui il preconcetto è che Dio si esprima solo in un rapporto liturgico, solo nel culto, nella preghiera. E magari è un preconcetto che abbiamo anche noi).

In fondo, ancora una volta la colpa di Caino è in prima battuta di sfiducia: non si fida di Dio, non crede che l’attenzione di Dio per l’offerta di Abele possa unirsi a una simile (ma diversa) attenzione di Dio verso di lui.

Avviso

Dio parla a Caino prima della colpa: “Perché sei abbattuto? Se ti comporti bene, rialzerai” (v. 7). Il testo non chiarisce se Caino rialzerebbe il volto (cioè si rallegrerebbe), o se stesso… o anche l’offerta, che si “innalzava” al cielo.

“Se non ti comporti bene, il peccato è alla tua porta come un robez in agguato”. Questa strana parola ebraica non significa soltanto “accovacciato”, anzi converrebbe pensare a un tarlo… è un “rosicchiatore” in agguato alla porta, è chi consuma, lavora, erode lasciando la sensazione di poter essere trascurato perché non opera danni travolgenti.

Il peccato non può essere eliminato. Resta come un tarlo alla porta, resta presente. Ma deve essere dominato, dall’alto verso il basso.

“Verso di te è il suo desiderio, ma tu dominalo”. Sono le stesse parole di Gen 3,16, dove il desiderio/passione era un bene, perché era teso verso un pari, verso un altro essere umano. Qui il desiderio/passione è di chi è inferiore all’uomo, diverso… e infatti questo deve essere dominato (come faceva l’uomo con la donna, ma là si trattava di un errore).

Il peccato non può essere eliminato. Resta come un tarlo alla porta, resta presente. Ma deve essere dominato, dall’alto verso il basso. Occorre esserne consapevoli e gestirlo. E Dio è lì a consigliare, a raccomandare. Non fa il lavoro al posto dell’uomo, ma neppure se ne sta alla finestra a guardare. È coinvolto, pur non agendo al posto dell’uomo.

Fatto

Anche Caino parla ad Abele (anzi, a “suo fratello” Abele: si insiste moltissimo sulla fratellanza). Ma la sua parola non è un appello di comunicazione, è invece un invito a seguirlo per porre termine per sempre alla comunicazione. Ha qualcosa del bacio traditore di Giuda: ciò che dice solitamente l’affetto, diceva lì il desiderio di morte.

“E nei campi si alzò Caino verso suo fratello Abele”. Caino aveva tentato di far salire l’offerta. Dio gli aveva detto che avrebbe potuto sollevarla se avesse sollevato il volto, o se stesso. Caino preferisce sollevarsi sì, ma contro il fratello. Sono sempre gli stessi elementi della vita giocati contro o a favore della vita stessa, della comunione con il fratello e quindi con Dio.

Sì, ogni fratello è custode del fratello. Tutto in questo brano dice non solo come vanno le cose, ma anche come invece dovrebbero andare.

Sembra quasi dirci che una vita buona o cattiva non sono qualcosa di radicalmente diverso: la vita è questa, giocata più o meno negli stessi elementi, ma disponendoli nell’ordine e nei rapporti giusti.

Conseguenze

Anche Dio riparla a Caino, con (sostanzialmente) la domanda che aveva già fatto ad Adamo: “Dove?” “Dove è tuo fratello?”. Non è una semplice richiesta di informazioni. È un appello alla responsabilità. E la risposta di Caino suona come una condanna: “Sono forse il custode di mio fratello?”. Sì, ogni fratello è custode del fratello. Tutto in questo brano dice non solo come vanno le cose, ma anche come invece dovrebbero andare.

“La voce del sangue di tuo fratello grida a me dalla terra” (v. 10): un altro appello, un’altra parola, anche se questa è muta. È una voce che non può più parlare. E questo suo mutismo è un appello e un’accusa.

Maledizione ma non rottura

Anche qui, come in Gen 3, c’è una maledizione come conseguenza del male. Ma è una maledizione ancora una volta sorprendente: è la terra (v. 11) a maledire Caino. Se in 3,17 Dio si separava dalla terra in conseguenza del peccato di Adamo, qui è l’uomo stesso, in conseguenza della propria colpa, a separarsi dalla terra. Non è una vera e propria maledizione dell’uomo: Dio non lo maledice. Dio non si separa dall’uomo, neanche dall’uomo assassino. È la terra a essere irrimediabilmente separata da Dio, se l’uomo non si riconcilierà con il proprio simile. La responsabilità umana nei confronti del creato diventa ancora più pesante. Se nell’immediato la conseguenza della frattura sembra ricadere su Caino (senza più radici nella terra, senza più frutti: v. 12; e forse per questo autore di una civiltà che la Genesi coglie come lontana dalla natura, dal bene: città v. 17, accampamenti v. 20, musicisti v. 21, forgiatori v. 22), più in profondità è un danno per la creazione. Responsabilità dell’uomo sarà di far rientrare ancora la creazione nell’armonia con Dio, vivendo nell’armonia con gli altri esseri umani.

Responsabilità dell’uomo sarà di far rientrare ancora la creazione nell’armonia con Dio, vivendo nell’armonia con gli altri esseri umani.

Di fronte al pessimismo di Caino (vv. 13-14), Dio ribadisce che anche la vita dell’assassino gli sta a cuore (v. 15). Non perché l’assassino sia buono, ma perché Dio è dalla parte della vita dell’uomo a prescindere. Disposto persino a separarsi in modo apparentemente definitivo dalla natura, per non dividersi dall’uomo.

Possiamo anche essere assassini fratricidi, ma Dio, pur senza giustificare o approvare il nostro gesto, non si separa da noi.

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DUE DONNE E IL PANE

È ancora la ricerca del pane che spinge a mettersi in cammino…

Il libro di Rut è il racconto di una vita che ha per protagoniste principali due donne… e il pane che diventa l’elemento attorno al quale si snoda tutta la vicenda delle due donne e il futuro della generazione, fino a Davide, fino a Gesù. Il pane elemento essenziale per la vita e che in Gesù diventerà Pane di vita!

Il testo, infatti, inizia con una carestia: è la mancanza di cibo che coinvolge Betlemme a portare Elimelech alla decisione di mettersi in viaggio, con la moglie Noemi e i due figli maschi, in cerca di condizioni migliori, verso un paese straniero: Moab.

La ricerca del pane spinge Elimelech a portare la sua famiglia fuori dalla terra di Dio, verso la terra dei pagani, quando invece ogni israelita sa che è solo un’illusione pensare di poter trovare la felicità lontano dalla terra promessa.

In quella terra straniera, dopo la morte di Elimelech, i due figli si sposano con due donne moabite: Orpa, e Rut. Ma non c’è gioia in terra straniera se si è lontani da Dio e anche Maclon e Chilion, dopo dieci anni muoiono, lasciando le loro mogli senza figli e la loro madre, sola.

Nel colmo della sua sofferenza (1,6) Noemi decide di tornare nella terra dei Padri perché “il Signore aveva visitato il suo popolo, dandogli pane”.

Anche Gesù domanderà ai suoi discepoli fedeltà diverse, perché ad alcuni dirà “seguimi”, mentre ad altri comanderà di tornare a casa e di restare nelle loro quotidianità.

È ancora la ricerca del pane che spinge a mettersi in cammino, e anche se amareggiata e insicura su ciò che l’aspetta, Noemi ha la forza di additare un futuro alle proprie nuore: “Andate, tornate ciascuna alla casa di vostra madre” (1,8).

Pur nel pianto, Orpa ascolta la suocera e torna indietro. Spesso Orpa è considerata colei che non ha coraggio ed abbandona, essa invece manifesta un altro tipo di amore: quello di chi si sente dire “vai” ed è capace di lasciare, di andare, pur nella sofferenza e nell’incertezza. Orpa è capace di guardare oltre, verso un futuro che le si prospetta nuovo, anche se nell’incertezza. Anche Gesù domanderà ai suoi discepoli fedeltà diverse, perché ad alcuni dirà “seguimi”, mentre ad altri comanderà di tornare a casa e di restare nelle loro quotidianità. Orpa, Rut e Noemi ci rivelano modi diversi di declinare l’amore e la fedeltà nella loro sapienza femminile.

La risposta di Rut è diversa: sulla strada del ritorno Noemi non sarà sola perché una delle sue nuore ha scelto di camminare con lei. “Dove andrai tu, andrò anch’io, e dove ti fermerai, mi fermerò; il tuo popolo sarà il mio popolo e il tuo Dio sarà il mio Dio” (1,16). Rut rischia sulla possibilità di scoprire la vera natura di quel Dio che Noemi percepisce come colui che si accanisce su di lei.

Nella vita di ciascuno ci sono situazioni in cui si espone al pericolo di perdere la fiducia in Dio. Noemi come Giobbe, fa questa esperienza. La sua fede è ferita dalle sofferenze passate; la vita l’ha aggredita togliendole il marito e i due figli, e lasciandole il bruciore del dubbio sul coinvolgimento di Dio nel male subito. Noemi però non affronterà il suo futuro da sola. Rut, le rimane accanto, come una figlia, nonostante tutto, nonostante il lutto che avrebbe potuto spezzare il legame, nonostante ‘l’assenza’ di Dio, nonostante il fatto che se per Noemi quel viaggio è un ritorno, per lei è ‘un esodo’, un’uscita dalla sua terra, dal suo popolo – come già fu per Abramo e Sara – per entrare nella terra d’Israele.

C’è solo l’affiatamento che nasce fra due donne, un affetto che salva, che lenisce il dolore, fascia i cuori spezzati ed è balsamo per le ferite.

Il libro di Rut è stato scritto in un contesto che assomiglia al nostro: un’epoca di crisi in cui non appaiono né angeli, né visioni e non ci sono profeti ad aiutare nel discernere il cammino. C’è solo l’affiatamento che nasce fra due donne, un affetto che salva, che lenisce il dolore, fascia i cuori spezzati ed è balsamo per le ferite.

Noemi e Rut arrivano a Betlemme “quando si cominciava a mietere l’orzo” (1,22), quando la messe è matura, e così Rut andò a spigolare e vi rimase “fino alla fine” (2,23) cioè circa tre mesi.

Rut accetta la fatica, lo scorrere monotono e pesante del tempo; esercita con tenacia la sua volontà di rimanere, nello sforzo, fedele agli impegni e alle scelte, mentre il tempo che trascorre fa sì che le persone, le cose e le situazioni maturino. Rimane accanto a Noemi, condividendo con lei il cibo e la casa. L’esperienza di questa fedeltà che salva, permette a Noemi di desiderare per Rut la felicità di una nuova unione, di una nuova vita e a Rut di fidarsi dei consigli della suocera ed aprirsi a un futuro nuovo con Booz.

Rut aveva scommesso sul Dio di Noemi: “il tuo Dio sarà il mio Dio”, un Dio che ha imparato a conoscere negli avvenimenti della sua vita, leggendo il suo ‘visitare il popolo’ nelle lunghe giornate di silenzio, piegata nello spigolare. Rimanendo ferma nella sua lealtà, ha sperimentato la fedeltà di Dio che accompagna nel riconoscere il Dio dell’abbondanza, il Dio della comunione e dello ‘stare accanto’, e il Dio della vita.

Leggendo Deut. 4,18-22 si dice che Davide discende da Peres: Peres generò Chesron, Chesron generò Ram, Ram generò Amminadab, Amminadab generò Nacson, Nacson generò Salmon, Salmon generò Booz, Booz generò Obed da Rut la Mohabita, Obed generò Iesse e Iesse generò Davide da cui discende Gesù.

Rut ha rotto il cerchio della legge del Deuteronomio, ha spezzato il giogo del precetto. Rut è entrata nella comunità del Signore, ha offerto a Noemi il pane guadagnato con la fatica e con il sudore, dopo aver fatto il suo ‘esodo’ e grazie al frutto del suo ventre, Israele avrà il re Davide e Gesù il Salvatore.

Rimanendo ferma nella sua lealtà, ha sperimentato la fedeltà di Dio che accompagna nel riconoscere il Dio dell’abbondanza, il Dio della comunione e dello ‘stare accanto’, e il Dio della vita.

Dio continua a visitare il suo popolo anche attraverso il volto, la vita, la tenacia e la fedeltà e di una donna straniera, basta avere il coraggio di tornare, di mettersi in cammino fino a Betlemme, la casa del pane.

Rut aveva fatto del Dio di Noemi la sua dimora e Dio ha dimorato in lei e, attraverso di lei, nelle generazioni seguenti fino a incarnarsi per dimorare con l’umanità e diventare Pane di vita. Attraverso la storia di Rut e di Noemi, il Dio-onnipotente si trasforma nel Dio-amico che interviene nella realtà dell’umanità vedova e senza figli, per farla diventare di nuovo sposa e finalmente madre1.

sr. Renata Conti MC

1 Cfr., Donatella Mottin.

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IL POZZO NELL’ANIMA

Desiderio e resistenza – verso una cultura dell’incontro

Papa Francesco non cessa di stimolare la chiesa e l’umanità a coltivare, promuovere, creare una cultura dell’incontro,

all’insegna della edificazione instancabile di ponti e non di muri. In questa riflessione vorrei provare ad esplorare due movimenti che coesistono nella costruzione “artigianale” di ponti relazionali che consentano a persone, popoli, esperienze, sapienze diverse, di incontrarsi. Si tratta di movimenti presenti in ogni paziente lavoro di tessitura delle relazioni, a cominciare dalla vita in comunità, pilastro centrale della vita religiosa missionaria ma anche di ogni vita cristiana: il movimento del desiderio e quello della resistenza.

Ci faremo aiutare da una immagine biblica: il pozzo di Giacobbe (Gv 4,1-42).

1. AL POZZO DI GIACOBBE

La storia la conosciamo bene.

«Giunse pertanto ad una città della Samaria chiamata Sicàr, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era il pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, stanco del viaggio, sedeva presso il pozzo. Era verso mezzogiorno. Arrivò intanto una donna di Samaria ad attingere acqua. Le disse Gesù: “Dammi da bere”» (Gv 4, 5-7)

Una donna e la sua brocca vuota.

Una donna vuota.

Meglio, una donna svuotata dalla vita, da relazioni che sembravano anche riempirla momentaneamente, lasciandola poi più assetata di prima, il cuore riarso, lo sguardo spento, la speranza ormai usurata.

Quella brocca, sotto il sole di mezzogiorno, è la sua vita: in perenne ricerca di acqua e abituata a guadagnarsela, l’acqua, attraverso tanti mezzi: un secchio, una fune, e la forza per tirare su. Il rifornimento d’acqua si paga. Il pozzo ha il suo prezzo. Nessuno ti da niente per niente. Così dice la brocca vuota.

Una voce.

Non è quella della brocca.

E’ diversa.

Chiede a me da bere.

A una brocca vuota, quella voce chiede da bere.

Mette in dubbio la mia aridità.

Guarda a questa brocca come sorgente.

Non mi avevano mai guardata così.

Questa voce è acqua.

Questa voce mi inonda, diventa grande in me…

è Giudeo…è Signore… è profeta…è Messia?

E’ Acqua!

Si espande in me e io rinasco.

Mi riempie.

Tra me e la brocca vuota non c’è più nulla in comune.

La lascio.

Mi basta Lui

Lui è diventato grande in me, la mia brocca è piena di Lui.

Venite a vedere!”

E la Vita straripa.

Sì, eccola di nuovo, la samaritana, a risvegliare in coloro che incontra il desiderio dell’acqua viva

Dal Congresso della Vita Consacrata del 2004 la samaritana è diventata nostra fedele compagna di viaggio1. Il Sinodo sulla Nuova Evangelizzazione, nel Messaggio al Popolo di Dio, ci ripropose la samaritana al pozzo2. Sì, eccola di nuovo, la samaritana, a risvegliare in coloro che incontra il desiderio dell’acqua viva, a fare da spola dal pozzo al villaggio, fino a quando riesce a rendersi inutile: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo» (Gv 4,42), diranno i suoi compaesani.

Tutto cominciò, o meglio, ri-cominciò per lei attorno a un pozzo, sotto il sole di mezzogiorno. Una brocca vuota, presso il pozzo, si incontra con un Giudeo stanco del viaggio: due fatiche a confronto. La fatica di una brocca inaridita dalle vicende della vita e la fatica di un Dio liberamente svuotato di sé. Il pozzo rappresenta per entrambi una fonte di ristoro: per il giudeo assetato, che chiede da bere, e per la brocca inaridita, che chiede di essere riempita, per l’ennesima volta, dopo essere stata per l’ennesima volta svuotata. Il pozzo è li, silenzioso, a testimoniare lo sviluppo del dialogo tra Gesù e la donna. Gesù non berrà della sua acqua, la brocca non si riempirà della sua acqua. Il pozzo si offre semplicemente come luogo, come occasione, come opportunità all’espressione e allo sviluppo del desiderio, di una sete che gradualmente svelerà il suo oggetto. Niente di più e niente di meno. Non sembra averne male, il pozzo. Ha compiuto la sua missione, ha indicato alla donna la Sorgente vera e ha appagato il desiderio di Dio, di autocomunicarsi.

Il Sinodo sulla Nuova Evangelizzazione ci ricordava: «Non c’è uomo o donna che, nella sua vita, non si ritrovi, come la donna di Samaria, accanto a un pozzo con un’anfora vuota, nella speranza di ritrovare l’esaudimento del desiderio più profondo del cuore, quello che solo può dare significato pieno all’esistenza»3 .

«Occorre dare forma a comunità accoglienti, in cui tutti gli emarginati trovino la loro casa (…). Sta a noi oggi rendere concretamente accessibili esperienze di chiesa, moltiplicare i pozzi a cui invitare gli uomini e le donne assetati e li far loro incontrare Gesù, offrire oasi nei deserti della vita».4

Come possiamo moltiplicare i pozzi? Le nostre comunità sono di fatto questi pozzi presso cui il Cristo Viandante trova riposo e l’umanità incontra l’Acqua viva? Le nostre comunità intendono offrirsi come umili luoghi di incontro tra il Signore e la persona?

E se le nostre comunità non sono questi cenacoli o questi pozzi, che cosa sono? Come aiutarci a costruire comunità che siano pozzi di Giacobbe?

2. COSTRUIRE POZZI

Un pozzo non si improvvisa. E’ anzitutto frutto di un dono – l’acqua che corre nelle profondità della terra – poi di un paziente percorso di ricerca e di un tenace lavoro di scavo. Proviamo a considerare alcuni elementi della costruzione di una comunità-pozzo.

La sete: La costruzione del pozzo è un affare impegnativo. Nessuno si mette a scavare un pozzo se non è motivato dall’acqua che troverà. Prima del lavoro di scavo c’è la sete che mi spinge a cercare l’acqua. L’acqua è un bene vitale, l’acqua è vita, si scava alla ricerca della Vita. Il pozzo è un tunnel verso la vita. Il pozzo è un canale vuoto destinato a riempirsi di vita. La Vita che scorre, ecco il desiderio fondamentale che mette in moto il lavoro di costruzione di una comunità-pozzo. Quando percepisco in qualche modo l’irresistibile Presenza dell’Acqua viva, tutte le mie energie si dirigono lì. La somma delle nostre seti diventa una forza, la confessione della nostra assoluta dipendenza dall’Acqua diviene energia che spinge, che muove, che scava, che rimuove le pietre, che sa trovare modi per raggiungere la vita, che sa tendere l’orecchio per ascoltare il gorgoglio delle profondità, che sa allertare tutti i sensi per scoprire il passaggio sotterraneo del flusso vitale. Non si costruisce comunità senza questa tensione alla Vita. La vita che gorgoglia nell’altro, la vita che gorgoglia tra noi. Ho bisogno che i miei sensi siano ben affinati per percepirla, la vita: udirla, scorgerla, toccarla, gustarla, aspirarne il profumo. Purificare i sensi significa poi proprio questo: renderli sempre più fini, sempre più sensibili a cogliere il minimo segnale di vita! Come stanno i miei sensi? Che ne faccio? Cosa ascolto? Cosa vedo? Cosa gusto? Cosa tocco? Cosa fiuto? Il risultato dei sensi in allerta è la vigilanza. La vigilanza sulla vita. Il massimo del risveglio dei sensi è l’avvento: vegliare sulla vita che viene, che nasce. La finalità del pozzo non è un buco nel terreno, magari per nascondersi lì. E’ intercettare la vita. E’ accogliere in sé la vita. E’ divenire pieni di vita. Gravidi di Vita. E’ dare alla luce la vita, in me e nell’altro. Il desiderio appassionato della vita, la sete ardente della Vita: questo è l’inizio della costruzione della comunità-pozzo, grembo, culla, nido di vita.

Un pozzo non si improvvisa. E’ anzitutto frutto di un dono – l’acqua che corre nelle profondità della terra – poi di un paziente percorso di ricerca e di un tenace lavoro di scavo.

La terra. Questa benedetta terra che sta tra me e l’acqua che scorre là sotto. Questa terra che sta tra il mio desiderio e l’acqua della vita. Questa terra che custodisce l’acqua. Com’è questa terra? Occorre conoscerla, comprenderne la composizione per usare gli strumenti e le tecniche adatte allo scavo. La costruzione della comunità-pozzo ha bisogno di un po’ di geologia. La nostra terra umana, quella con cui il Signore ci ha plasmati, la nostra terra umana nelle viscere della quale scorre l’alito di vita (Cfr. Genesi 2,7)! La terra va scavata, il fuoco del desiderio apre in essa il canale del parto affinché la Vita venga alla luce. In me, nell’altro, tra noi, nelle nostre relazioni. Il dolore. Il dolore del travaglio. Il dolore della terra che si apre. Occorre rispettare i ritmi della terra, ogni tanto fermarsi e lasciarla rassodare un po’ prima di procedere ancora verso le profondità. A volte occorre bagnarla, la terra. Le lacrime, il sudore della fedeltà. La terra delle nostre relazioni umane, che si modellano, si trasformano in funzione di una fenditura che si approfondisce, relazioni che divengono rete di sostegno, parete conduttrice per l’emergere dell’acqua, contenitore sicuro della vita, strada verso la luce! Sì, la nostra terra lavorata diviene strada per la vita. La tenuta di un pozzo è data dalla solidità delle sue pareti, capaci di custodire uno spazio riempito di acqua. Il crollo delle relazioni, il collasso dei legami che reggono le pareti, significa la morte del pozzo. La tenuta delle pareti è preludio al zampillare della vita, al vagito dell’acqua che finalmente respira la luce.

La cura delle relazioni, la trasformazione evangelica dei legami, l’arte di lasciare che il desiderio di Dio modelli la nostra terra umana fino a renderla canale di acqua viva, costituiscono il percorso ascetico della fraternità/sororità.

Le pietre: qualcosa di duro ed impermeabile. Un blocco. Non si passa. Non c’è pervietà. Ostruzione. Occlusione del canale della vita. I normali mezzi di scavo non bastano più. Occorre fermarsi, conoscere le dimensioni, la consistenza, la posizione della pietra. La pietra forse è lì da millenni. Si è fatta un alloggio nella terra, la terra si è adattata alla presenza di questa struttura dura sviluppando formazioni geologiche particolari, l’ha incorporata. Vanno sondate, queste formazioni, vanno conosciute, va ricostruita la storia tra la terra e la pietra. Poi, si interviene. Le si scava attorno, la si circonda, la si estrae, magari diviene utile per rafforzare la parete o per costruire il bordo della bocca del pozzo. Non buttare via le pietre, solo assicurati che non divengano ostruzioni. Attenzione: non tutte le pietre vanno fatte saltare con la dinamite: il rischio è di far crollare le pareti del pozzo. Non avventarti contro le pietre, non pretenderle di eliminarle con la bacchetta magica! Lavorale, usale! Ma prima identificale e non cadere nella trappola di identificarti con qualcuna di esse!

Vediamo alcune possibili pietre d’inciampo nella costruzione del pozzo della comunità:

  1. La pietra dell’autosufficienza dice: «Non ho bisogno di nessuno, me la cavo da sola. Non mi abbasso a chiedere». Poi però diventa malata così tutte vanno a servirla. Ovviamente non è che lei ha bisogno, è che il Signore che le ha mandato la malattia, per cui non è colpa sua se necessita di attenzioni speciali, della stufetta particolare in camera, del cibo dietetico, del materasso anatomico, del golf di lana d’angora, del dentifricio per denti sensibili …

  2. La pietra della autoadorazione dice: «A me l’onore, la gloria e la ammirazione nei secoli dei secoli, amen”. Ha bisogno del piedistallo perché tutti vedano le sue opere buone, danza sul suo piedistallo perché tutti possano contemplare la sua grazia, fino a che un giorno distrattamente cade giù e si rompe in mille pezzi.

  3. La pietra della svalutazione dice: «Faccio io, faccio io… perché se lo fa qualcun altro non sono sicura che lo faccia bene quanto me». Poi si lamenta perché fa tutto lei e le altre fanno nulla. E parla sempre dell’importanza della fiducia (sì, quella che gli altri hanno il dovere di riporre in lei, ma che lei non sa donare agli altri).

  4. La pietra del vittimismo dice: «Poveretta me, a me capita sempre il peggio, eccomi, sono l’incarnazione della legge di Murphy!» (Se qualcosa può andar male, lo farà). Ha smesso di lavorare su di sé, perché tanto non c’è più speranza… si sente umiliata, predica l’umiltà e sembra che accetti i suoi limiti: ma questo non è vero perché non perde nessuna occasione per ricordare alle altre la sua situazione penosa, tutto il male che deve sopportare, le esperienze difficili e dure che ha subito… E, dopotutto, non è mica colpa sua, perché sono gli altri che l’hanno messa in tutte queste situazioni difficili, e gli altri non la capiscono, non si rendono conto della sua eroicità, del fatto che stanno vivendo con una martire che sopporta tutte queste persecuzioni…

  5. La pietra gemellata dice: «Solo tu mi puoi capire!» Ha una forte tendenza verso una relazione speciale con qualcuno della comunità o di fuori, una amicizia esclusiva. Vuole una amicizia a tempo pieno, e in questa amicizia gli altri non possono entrare. Lei e la sua amica diventano gemelle, perché solo la gemella può capire la profonda spiritualità dell’altra e le sue intuizioni profetiche…

  6. La pietra onnipotente dice: «Stai dalla mia parte e ti proteggerò!». Spesso combatte contro l’autorità, è molto influente in comunità, può essere apertamente aggressiva o sottilmente manipolatrice. A volte trova delle compagne, allora formano un gruppo di pietre onnipotenti che costruiscono muri massicci.

  7. La pietra del gossip dice: «Venite a me e vi svelerò i segreti della congregazione!» A volte segue il gruppo delle potenti in comunità. Negli incontri comunitari sta zitta, ma poi in corridoio e in camera… si trasforma in un social network efficacissimo nel trasmettere notizie di prima mano alle sorelle negli altri continenti. Normalmente cerca, e quasi sempre trova, altre come lei, allora fa alleanza con loro e si crea una rete mondiale di trasmissione che precede inesorabilmente anche il più tempestivo ufficio comunicazioni della congregazione. Quando arriva il bollettino interno, le notizie sono ormai tutte vecchie, già presentate su Facebook, Twitter, Instagram ecc. con i relativi approfondimenti e commenti.

    Purificare i sensi significa poi proprio questo: renderli sempre più fini, sempre più sensibili a cogliere il minimo segnale di vita! Come stanno i miei sensi?
  8. La pietra isola dice: «Niente ti turbi, niente ti spaventi, solo l’io basta»: per lei, la comunità è superficiale, immatura, infantile. Così, decide di vivere nel suo mondo, cercando di trovare un suo modo di crescere, di migliorare, di diventare santa. Questo modo può essere trovato nello studio, nel lavoro, nell’attività pastorale, dove può esprimersi pienamente, dove può usare tutte le energie che potrebbe invece spendere nelle relazioni con le altre. Esalta la preparazione, la cultura accademica, il ruolo professionale: la comunità deve rispondere ai bisogni del singolo. Spesso si chiude in camera e passa un mucchio di tempo lì dentro. E’ più una tecnica che una apostola.

  9. La pietra dell’osservanza dice: «Si è sempre fatto così». Ha fatto la scelta di stare dalla parte di qualsiasi tipo di autorità e di tradizione, sempre e comunque. Sente il bisogno di approvazione della autorità, e lotta e si sforza per ottenerla, anche in modi eroici. E’ molto corretta, rispettosa, responsabile, obbediente. E’ pronta a dare la vita… per essere accettata dalla superiora e dalla comunità. Può non dare nessun problema alle superiore, ma lo dà alle altre a causa della sua rigidità, del perfezionismo in cui non c’è spazio per le differenze e per la novità…

  10. La pietra di oro falso dice: «Guardate a me e sarete raggianti». Capita che sia la preferita dalle superiore: è brillante, intelligente, fa tante cose bene, sembra avere una ottima relazione con chi è in autorità, è affidabile, obbediente, responsabile, è matura… e piano piano diventa la consigliera della superiora, la messaggera della superiora, l’amica della superiora… la superiora della superiora. Sotto tutta questa bella apparenza, può vivere un conflitto profondo, segretamente convinta di appartenere ad una specie superiore e che le altre non possono capirla perché lei si trova ad un altro livello in quanto capacità, intelligenza, intuizione, spiritualità, carisma. E’ una creatura che non sa veramente cosa sia l’amore, perché non si è mai data il permesso di coinvolgersi nei sentimenti: in realtà, non li ha mai affrontati in modo vero e realistico. Si tiene alla larga da ogni possibilità di fallimento: non riesce ad affrontarlo, e ha sviluppato un sacco di trucchi intelligenti per evitare qualsiasi tracollo. Il fallimento, l’insuccesso la terrorizzano: DEVE rimanere la pietra angolare.

Scavare: cioè passare attraverso la terra umana procedendo verso la profondità che custodisce l’acqua della vita. Quando si lavora agli scavi, si diventa del colore della terra! Ci si immerge nella terra, ci si seppellisce nella sua profondità, si va verso il buio. Esperienza di tomba. Di fossa, di morte! Discesa, assoluta discesa agli inferi. I miei inferi, quelli di colei che scava con me, i nostri inferi. Passaggio obbligato, quello degli inferi, nella strada verso l’acqua! Lo sa la samaritana, condotta a fare verità in sé, presso quel pozzo. E’ dura la discesa. Vorremmo fuggire. La terra accumulata in superficie comincia a scivolarci addosso, sensazione di crollo, di sepoltura. Vorrei saltar fuori dal pozzo, vorrei tornare da mia madre! Cercavo la vita, questa è una tomba. Passaggio obbligato, quello della tomba. La vita che cerchi è oltre la tomba. Accogli il tuo fango e quello altrui: se scavi è inevitabile che tu lo muova e che sporchi la tua immagine, quella che hai costruito con tanta fatica. Quel fango non è nulla di nuovo: è sempre stato lì sotto, ma prima non te ne accorgevi e adesso sì. Nel fango, impari la solidarietà, impari che sei povera, impari che non sei migliore degli altri. Nella tomba, cominci a imparare a vivere. Sì, il fango si rivela terapeutico. La logica del chicco di grano. La logica della pasqua. La costruzione della comunità-pozzo è un evento pasquale.

Rischiamo allora, in nome dell’ordine e della religiosa serenità, di abbracciare una dinamica dominante in molte società contemporanee: quella della eliminazione del povero, della rimozione, dell’allontanamento di chi ci inquieta.

Zampillo: ti coglie lì, in mezzo al fango. Laggiù, nel profondo della fossa. Proprio al vertice negativo del movimento di discesa, qualcosa comincia a salire, da là sotto, dal fondo della voragine. Inaspettatamente, la vita zampilla e viene su. Ma non è subito limpida, pulita, si mischia alla nostra terra, la rende fango. Continua a scavare, e l’acqua della vita zampillerà con più forza, la dinamica della discesa si compirà nell’erompere del nuovo getto di vita. Ecco, la vita era la sotto, oltre il fango. Ecco, la terra dà alla luce la vita nascosta nel suo grembo.

***

Il pozzo è frutto di un dono – l’acqua – e di un lavoro, lo scavo. E’ frutto di una paziente e perseverante ricerca dell’elemento della vita. E’ frutto di mani che scavano in profondità, guidate dallo stesso gorgoglio dell’acqua. E’ passaggio attraverso la terra, è toccarla, è immergersi nella terra umana certi della vita che vi gorgoglia dentro. E’ affrontare le pietre del percorso e inventare strategie per utilizzarle al meglio o per farle saltare. E’ insomma disporsi a lasciare che il Vangelo penetri e trasformi gli stati più profondi del nostro cuore e trasfiguri i legami che ci uniscono, rendendoli effettivamente cristiani. Il pozzo comunitario è frutto di un Dono e di un paziente e tenace lavoro affinché il dono venga alla luce e possa essere offerto al viandante. Il pozzo diviene luogo in cui al movimento discendente dello scavo risponde il movimento ascendente dell’acqua, allo svuotamento (kenosi) paziente del canale risponde lo zampillo dell’acqua che rigenera il cuore umano.

Una comunità-pozzo allora è una comunità di persone evangelizzate e disponibili a un continuo processo di evangelizzazione, che:

  • Hanno sete

  • si sintonizzano verso il flusso dell’Acqua /Spirito

  • scavano pazientemente e tenacemente la strada verso l’acqua

  • identificano le pietre e le lavorano

  • sanno sporcarsi le mani col fango proprio e altrui

  • si stringono e si sostengono attorno a uno spazio sacro, vuoto di loro stesse e riempito dal flusso dell’acqua rigeneratrice (decentramento da se stessi e trasformazione evangelica delle relazioni)

La terra delle nostre relazioni umane, che si modellano, si trasformano in funzione di una fenditura che si approfondisce, relazioni che divengono rete di sostegno, parete conduttrice per l’emergere dell’acqua, contenitore sicuro della vita, strada verso la luce!

Allora la comunità diviene apertura che dà alla luce l’acqua, luogo di rigenerazione, oasi nel deserto della vita, pozzo presso il quale il Cristo ama sedersi per donare l’acqua viva al cuore umano assetato.

3. LA CURA DEL POZZO

Un pozzo va curato, pulito, mantenuto in buone condizioni affinché continui a essere canale di contatto tra l’acqua e la luce. Altrimenti un pozzo può ammalarsi. Varie possono essere le malattie che affliggono il pozzo comunitario. Vorrei solo segnalare, qui, quella della degenerazione o riduzione del desiderio, ossia della sete patologica. Avviene quando il desiderio, la sete dell’Acqua viva si ammala e così la comunità invece di cercare l’acqua viva laddove scorre, la cerca dove non scorre, imbattendosi anche in falde inquinate. Geremia ammoniva Israele:

«essi hanno abbandonato me, sorgente di acqua viva, per scavarsi cisterne, cisterne screpolate, che non tengono l’acqua» (Ger 2,13).

Può capitare cioè che la comunità, anche senza rendersene del tutto conto, cominci a seguire come criterio del suo stare assieme non il Vangelo di Gesù ma le esigenze del gruppo, che vengono da dinamiche non evangelizzate. I legami allora, invece di avere una qualità evangelica, divengono funzionali alla soddisfazione delle varie “seti” delle persone che compongono la comunità, o almeno di quelle che hanno in essa maggiore influenza. Segnalo solo cinque tipi di sete patologica che possono trasformare il pozzo comunitario in cisterna screpolata5.

  • La sete del campo di battaglia: qui la dinamica sottostante è quella del fuggi/combatti (flight/fight), che dà origine a un gruppo guerriero. In questo gruppo siamo tutte assieme contro qualche tipo di nemico: il nemico può essere fuori dal gruppo, e noi ci sentiamo così unite perché abbiamo un nemico in comune. Qui il leader ha il compito di trovare un nemico da combattere. Se il leader non riesce a trovare un nemico fuori, i membri del gruppo “aiutano” il capo a trovarlo, anche dentro il gruppo: una volta che si è finalmente trovato un nemico, il gruppo trova coesione ed è pronto alla guerra…

  • La sete del biberon: che da origine a un gruppo tipo asilo infantile. Qui abbiamo lo scopo più o meno conscio di soddisfarci, gratificarci reciprocamente. Io sono qui per soddisfare i miei bisogni, e tu sei qui per lo stesso motivo. Può darsi che i nostri bisogni siano complementari, così ci troviamo molto bene assieme. Spesso la dinamica può prendere forma di una relazione mamma-bebè: qualcuna entra nel ruolo della mamma, altre nel ruolo della figlia. E’ proibito uscire da questi ruoli, altrimenti si tradiscono le aspettative del gruppo…

  • La sete della corte della regina: genera la dinamica servi/padroni, che implica la formazione di sottogruppi di gente potente che manipola più o meno inconsciamente gli altri. Gli altri devono obbedirli. Può darsi che la superiora ufficiale si trovi nel gruppo degli obbedienti, perché un’altra superiora, meno ufficiale, è stata “eletta” più o meno consciamente dal gruppo dei potenti. Questa nuova superiora, la “regina”, ha il compito di gratificare i bisogni dei potenti che l’hanno incoronata: se non ci riesce, viene buttata giù dal trono e rimpiazzata con un’altra.

  • La sete del gregge: qui c’è un leader tuttofare “eletto”, più o meno consciamente, dalla maggioranza. Questa maggioranza delega al leader il compito di mantenere i contatti con il mondo esterno, di prendersi le responsabilità, di curare e interessarsi di ciascuno dei membri, di essere sempre disponibile ad ascoltarli, di prendere le decisioni scomode. Intanto, ognuno nel gruppo può vivere pacificamente, fare le sue cose, organizzarsi la sua vita, la sua attività apostolica, curarsi di se stessa, della sua bellezza, della salute, dei parenti…

  • La sete della casa di riposo. Qui l’obiettivo principale è vivere in pace, serenità e tranquillità. E’ vietato “disturbare” gli altri. I membri sono molto preoccupati di sostenersi a vicenda, aiutarsi a vivere tranquilli. Il problema principale da risolvere è come evitare la solitudine e come ottenere incoraggiamento. I membri qui sono molto passivi, è assolutamente vietato sfidare l’altro, confrontarsi, correggersi. Il ritornello dell’inno ufficiale di questo gruppo suona così: «tu sei OK, tu sei brava, sei veramente in gamba, vai avanti così… e lasciami vivere a modo mio, ognuno viva come gli va, lei it be, let it be…» . Si può battezzare questa dinamica con la affascinante versione del “rispettare lo spazio sacro dell’altra, e anche il mio”.

Nel fango, impari la solidarietà, impari che sei povera, impari che non sei migliore degli altri. Nella tomba, cominci a imparare a vivere.

La relazione è luogo e spazio di vita: la nostra libertà ha la possibilità di accogliere questo dono e farlo fruttificare, oppure possiamo ridurre il desiderio alla ricerca di surrogati che non riusciranno a colmare la nostra sete e trasformeranno il pozzo delle nostre comunità in cisterna screpolata.

4. I POZZI DELLA NUOVA EVANGELIZZAZIONE

Il Sinodo sulla nuova evangelizzazione, celebrato nell’ottobre 2012, ci invitava a porre attenzione a due espressioni della vita di fede particolarmente rilevanti nella nuova evangelizzazione: la contemplazione del Mistero e la vicinanza ai poveri.

Anche qui il pozzo di Giacobbe ci fa da Maestro. Proprio lì, presso il pozzo, viene rivelato alla samaritana il Mistero del Figlio di Dio, attraverso un processo graduale: è Giudeo, è Signore, è Messia…

Urge recuperare la dimensione contemplativa della nostra missione come persone consacrate, in quanto «solo da uno sguardo adorante sul mistero di Dio Padre, Figlio e Spirito Santo, solo dalla profondità di un silenzio che si pone come grembo che accoglie l’unica Parola che salva, può scaturire una testimonianza credibile per il mondo»6. Vi è ancora una certa tendenza a considerare la dimensione orante e contemplativa come qualcosa di diverso dalla missione. Si registra ancora una certa fatica nel considerare di fatto la preghiera, la contemplazione come dimensioni della missione, come vie della missione. Tale contemplazione si traduce necessariamente in apertura alla gente. Abbiamo bisogno di «luoghi dell’anima, ma anche del territorio, che richiamino a Dio; santuari interiori e templi di pietra, che siano incroci obbligati per il flusso di esperienze in cui rischiamo di confonderci. Spazi in cui tutti si possano sentire accolti, anche chi non sa bene ancora che cosa e chi cercare»7.

  • Riconosciamo le nostre comunità come questi «luoghi dell’anima e del territorio»?

Il pozzo è frutto di un dono – l’acqua – e di un lavoro, lo scavo. E’ frutto di una paziente e perseverante ricerca dell’elemento della vita.

L’altro segno di autenticità della nuova evangelizzazione ha il volto del povero. Non solo il povero “lontano”, quello “là fuori”, certamente degno di essere servito con la massima qualità evangelica, ma anche il povero “dentro”, quello vicino. Quale?

  • Il povero che è in noi, ciò che nella nostra persona ha bisogno di perdono, di aiuto, di guarigione; le nostre brocche vuote, insomma;

  • il povero che è la nostra Sorella che ci vive accanto e che sentiamo forse come un “peso”, un “ostacolo”, un “limite” al cammino personale e comunitario;

  • infine, il povero a cui abbiamo aperto il pozzo della nostra comunità, che abbiamo accolto nella nostra casa e non solo servito “là fuori”, il povero a cui abbiamo offerto un po’ di ombra nel cammino assolato nel deserto, il povero con cui siamo state capaci di condividere tempi, spazi e beni .

Questo povero, quello “dentro”, spesso ci disturba: sì, la nostra personale fragilità, il nostro fango ci disturba; ci disturba chi, vivendoci accanto, ci “obbliga” a “rallentare” il passo o a camminare in modo diverso da quello che prevedevamo; ci disturba il povero che accogliamo in casa, perché “turba” il ritmo dei nostri programmi, e spesso scuote le sicurezze umane su cui ci appoggiamo. Rischiamo allora, in nome dell’ordine e della religiosa serenità, di abbracciare una dinamica dominante in molte società contemporanee: quella della eliminazione del povero, della rimozione, dell’allontanamento di chi ci inquieta. Così, rimuoviamo da noi la benedizione, perché il povero è una benedizione:

«Ai poveri va riconosciuto un posto privilegiato nelle nostre comunità, un posto che non esclude nessuno, ma vuole essere un riflesso di come Gesù si è legato a loro. La presenza del povero nelle nostre comunità è misteriosamente potente: cambia le persone più di un discorso, insegna fedeltà, fa capire la fragilità della vita, domanda preghiera; insomma, porta a Cristo»8.

Sì, il povero ci benedice, ci evangelizza e ci rivela la misura autentica della nostra fede.

  • Che posto trova l’accoglienza del povero in noi e nelle nostre comunità?

Vi è ancora una certa tendenza a considerare la dimensione orante e contemplativa come qualcosa di diverso dalla missione. Si registra ancora una certa fatica nel considerare di fatto la preghiera, la contemplazione come dimensioni della missione, come vie della missione.

Lasciamo che la Samaritana stimoli ancora in ciascuna di noi consacrate e nelle nostre comunità il desiderio dell’Acqua Viva che si traduce in movimento, in cammino, in dialogo, in incontro rinnovato col Cristo che ci attende, sempre, al pozzo dell’oggi, per rilanciarci povere di noi stesse e ricche di Lui, verso il cuore umano assetato del Suo Amore!

Sr Simona Brambilla, MC

1 Cfr. AA.VV, Passione per Cristo passione per l’umanità, Congresso Internazionale della Vita Consacrata Roma 23-27 novembre 2004, Edizioni Paoline, Milano 2005.

2 Cfr. XIII Assemblea Generale del Sinodo dei Vescovi su “La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana”, Messaggio al Popolo di Dio, Roma, 26 ottobre 2012, n. 1.

3 XIII Assemblea Generale del Sinodo dei Vescovi su “La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana”, Messaggio al Popolo di Dio, Roma, 26 ottobre 2012, n. 1.

4 Idem, n. 3.

5Ci ispiriamo qui in qualche modo agli “Assunti di Base” (attacco-fuga, accoppiamento, dipendenza) studiati da W. R. Bion. Cfr. per esempio TURQUET, P.M., Leadership: the individual and the group. In GIBBARD G.S., HARTMANN J.J., MANN R.D. Analysis of Groups, San Francisco, Jossey Bass, 1974, pp. 305-327.

6 XIII Assemblea Generale del Sinodo dei Vescovi su “La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana”, Messaggio al Popolo di Dio, Roma, 26 ottobre 2012, n. 12.

7 Ibidem.

8 Ibidem.

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Il male in mezzo a noi

Il problema non è tanto la disubbidienza, quanto la sfiducia. L’uomo smette di fidarsi di Dio.

Forse nella storia della Chiesa non esiste un capitolo biblico dalle conseguenze più pesanti che il terzo della Genesi. E non sempre, nell’usarlo, si è rispettato il testo di partenza. Può valere la pena di riprenderlo.

E questo da dove esce?

Ricapitoliamo la situazione: i primi capitoli della Genesi presentano l’umanità nelle sue caratteristiche di fondo, e all’inizio abbiamo l’uomo e la donna che vivono in un giardino, nella piena comunione con Dio e nell’armonia tra di loro («Entrambi erano nudi, ma non ne provavano vergogna»: Gen 2,25). In questa situazione qualcosa interviene a rompere l’idillio.

«È forse vero…? Ma non è che in verità…?». La formulazione della domanda dice tanto. Infatti il serpente, nella sua prima domanda, in realtà sbaglia, in quanto ipotizza che Dio abbia vietato di cibarsi di tutti gli alberi, e la donna lo corregge. Ma il serpente suggerisce che il motivo vero della proibizione non sia il bene dell’uomo, ma il mantenere l’uomo distante da Dio. Là dove tutto sembra parlare della bontà di Dio, il serpente lascia intendere che sotto ci sia l’inganno.

Il problema non è tanto la disubbidienza, quanto la sfiducia. L’uomo smette di fidarsi di Dio.

La Genesi lascia intendere che questa sia la “colpa” di fondo dell’uomo. Non tanto qualche peccato (che semmai ne sarà la conseguenza), quanto il diffidare. “Se Dio mi dice così, è perché ha un suo interesse, che non coincide con il mio. In realtà Dio mi vuole fregare”.

Lo sguardo di un cristiano può amaramente sorridere di questa sfiducia di fondo, ricordando che ciò che in Gesù si promette all’uomo è esattamente di diventare come Dio, non però come frutto di un furto, ma di un dono ricevuto.

Che fa Dio? La maledizione

Di fronte alla sfiducia, che faremmo noi? Romperemmo la relazione. È ciò che Dio esprime parlando di “maledizione”. Maledire qualcuno, per Dio, significa esprimere il suo rifiuto di rapportarsi con lui.

La maledizione contro il simbolo del sospetto, infatti, dice che Dio con il male, con la sfiducia, non ha intenzione di entrare in rapporto.

E, come ci potremmo attendere, Dio rompe i rapporti. Dapprima con il serpente, il quale non è chiamato per nome e si presenta più come un simbolo che come un individuo. È il simbolo del male, della sfiducia, del sospetto. Rispetto al serpente, Dio in tutta severità esprime la sua maledizione.

A pensarci bene, però, non si tratta di una cattiva notizia. La maledizione contro il simbolo del sospetto, infatti, dice che Dio con il male, con la sfiducia, non ha intenzione di entrare in rapporto. Non importa che Dio sia stato sfiduciato, lui non risponde con la sfiducia.

Ma la riflessione della Genesi va oltre: «Porrò inimicizia tra la tua stirpe e la stirpe della donna». Chi ha scritto queste pagine ha appena detto che crede che l’uomo, comunque, sia nemico del serpente. L’uomo non è fatto per la sfiducia, per il male, neppure oggi, neppure nella storia che viene dopo Genesi 3. E l’uomo non solo resta nemico del male: «Questa (la donna? la stirpe della donna? in fondo, comunque, entrambe) ti premerà la testa, e tu le premerai il calcagno» (Gen 3,15). C’è lotta e non si dice chi vincerà, ma non si può negare che la posizione del serpente sia peggiore: meglio rischiare un morso al piede, che di sentirsi schiacciare la testa.

Insomma, non solo l’uomo rimane buono e nemico del male, e probabilmente vincerà.

Una donna adulta

Poi Dio passa a sgridare la donna. Ma, sorpresa, non si parla di maledizione! Dio si rifiuta di rompere il suo rapporto con la donna, nonostante la sfiducia che si è visto riservare.

L’uomo non è fatto per la sfiducia, per il male, neppure oggi, neppure nella storia che viene dopo Genesi 3.

E la prima delle due parole che Dio rivolge alla donna, poi, è particolare: «Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai figli» (Gen 3,16). A prima vista, si parla solo di punizione e di sofferenza. Solo che…

Solo che gli scritti non nascono mai fuori da un contesto culturale, che fa loro da sfondo e dà loro senso. Nel contesto culturale di chi ha scritto la Genesi, la donna non aveva autonomia, era proprietà del padre prima e del marito poi, e guadagnava dignità e affetto solo quando metteva al mondo un figlio maschio. “Condannare” la donna ad avere figli, insomma, non suonava affatto come una condanna, anzi come la sua realizzazione (se ho molti figli, con tutta probabilità ce ne saranno anche di maschi…). Certo, si dice il male, perché il dolore del parto non è un bene. Solo che in tutta la Bibbia si cita il parto come l’esempio di un dolore che serve, che è utile, addirittura che si dimentica, siccome il bene cui dà origine è così grande.

Insomma, sembra proprio che Dio abbia in qualche modo stimolato la donna a diventare adulta, ad uscire dall’ingenuità dell’infanzia e a scoprire che nel mondo al bene è mescolato il male. Ma anche a credere che il male ha la peggio, è meno importante, passa in secondo piano.

E poi Dio continua a parlare: «Verso il tuo uomo sarà il tuo desiderio, ma lui ti dominerà» (Gen 3,16). Viene da interpretare questa frase secondo lo stesso schema: il desiderio della donna verso l’uomo è buono, è bello. Il problema è che l’uomo risponde con il dominio e non con il desiderio. Ma, sul modello della prima parola, quella sulle gravidanze, viene da pensare che comunque anche questo male non avrà la meglio sul bene.

L’ascolto della parola detta ad Adamo confermerà questa ipotesi.

Anche l’uomo, nel suo piccolo…

Anche l’uomo ha mangiato del frutto, ha diffidato di Dio. Anche a lui Dio si rivolge, e stavolta torna la parola di maledizione: «Maledetto il suolo per causa tua» (Gen 3,17). Non viene maledetto l’uomo, ma il suolo. Dio rompe i rapporti con la terra, e se l’uomo vorrà porre la terra in relazione con Dio, dovrà fare da intermediario. Ma, di nuovo, Dio si rifiuta di interrompere il suo rapporto con l’uomo. E, sul modello della prima parola alla donna, lo condanna a ottenere con sudore il suo pane dalla terra. Ma qualunque essere umano, in tutta la storia, ha sempre ritenuto che riuscire ad ottenere dalla terra il pane, sia pure con fatica, sia proprio un successo. Certo, sarebbe bello non faticare, ma il male vero sarebbe non avere il pane.

Insomma, sembra proprio che Dio abbia in qualche modo stimolato la donna a diventare adulta, ad uscire dall’ingenuità dell’infanzia e a scoprire che nel mondo al bene è mescolato il male.

Ancora una volta, insomma, Dio ammette che da adesso in poi, siccome l’uomo non si è fidato, ci sarà il male, ma che questo male resta secondario, destinato a non vincere.

Le tre dimensioni dell’uomo

Può essere interessante notare che le tre parole di Dio si occupano esattamente delle tre dimensioni che Genesi 2 aveva colto come fondamentali per l’uomo: verso il basso, ossia verso la creazione (la parola ad Adamo), alla pari (la seconda parola alla donna) e verso l’alto. Qui abbiamo una sorpresa, perché la Genesi a questo riguardo cita il rapporto tra le generazioni umane (qualcosa che effettivamente mi trascende, perché io condiziono chi mi viene prima e chi mi viene dopo, ma in ultimo ne vengo superato). Poteva sembrare scontato inserire, nella dimensione verso l’alto, il rapporto con Dio. E invece no. Quasi con un accenno laico, la Genesi qui non parla di Dio.

L’attenzione è preziosa: ciò che ha detto sulle tre dimensioni dell’uomo (verso l’alto, alla pari, verso il basso), che saranno condizionate da un male che comunque sarà presente ma che non avrà la meglio, non vale solo per il credente, ma per tutti gli esseri umani, anche se vorranno vivere senza Dio. La Genesi, e Genesi, è molto ottimista sull’umanità tutta, non solo su quella credente.

Dio ammette che da adesso in poi, siccome l’uomo non si è fidato, ci sarà il male, ma che questo male resta secondario, destinato a non vincere.

E può essere curioso notare che una cultura maschilista come quella che dà alla luce questo testo pensi che Dio abbia affidato alla donna due delle tre parole, mentre all’uomo consegna solo quella sul rapporto con il creato.

Un Dio incoerente

Il racconto è quasi alla fine, ma riserva un’ultima sorpresa. Dio deve mettere l’uomo e la donna fuori dal giardino. Quella fiducia che era scontata, immediata, infantile, non esiste più. L’uomo e la donna dovranno ricominciare a fidarsi di Dio, decidere di affidarsi a lui. È come se fossero diventati adulti. Sanno che nel mondo c’è anche il male, ma devono credere alla promessa che non vincerà.

Ma nel mandarli fuori, Dio si preoccupa ancora di loro. Quando tutto andava bene e si fidavano di Dio, si fidavano anche l’uno dell’altra e non avevano bisogno di nascondersi («Erano entrambi nudi, ma non ne provavano vergogna»: Gen 2,25). Dopo aver smesso di fidarsi di Dio, iniziano a diffidare anche del compagno e decidono di porre qualche filtro, di non offrirsi più totalmente, senza nascondersi, e si coprono con foglie di fico (Gen 3,7). Ma quale protezione possono offrire delle foglie? Dio si preoccupa di dotare la prima coppia di tuniche di pelli.

La Genesi, e Genesi, è molto ottimista sull’umanità tutta, non solo su quella credente.

La natura, però, finora era stata completamente aliena da qualunque forma di violenza: persino gli animali che poi sarebbero stati carnivori, nella prima creazione erano tutti vegetariani (cfr. Gen 1,29-30). Il primo a uccidere è Dio…! E lo fa per l’uomo, che ha appena smesso di fidarsi di lui! Piuttosto che rompere il suo rapporto con l’uomo, Dio è disposto a mostrarsi incoerente e rompere la propria stessa legge!

 

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Tra coraggio e paura

Questo libro ha la caratteristica particolare di avere, nel testo greco, due bellissime preghiere, l’una posta sulle labbra di Ester e l’altra di Mardocheo, suo cugino.

Ester è la protagonista del libro che porta il suo stesso nome e che insieme a quello di Tobia e di Giuditta costituiscono una trilogia inserita ubicata dopo i libri storici. Questo libro ha la caratteristica particolare di avere, nel testo greco, due bellissime preghiere, l’una posta sulle labbra di Ester e l’altra di Mardocheo, suo cugino.

Ester, una giovane donna ebrea, deportata da Gerusalemme durante l’invasione di Nabucodonosor re di Babilonia, orfana di padre e di madre è adottata dal cugino Mardocheo che “l’aveva presa come propria figlia” (2,7). Essi vivono a Susa, città di Babilonia, dove il re persiano usa trascorrere il tempo invernale. Ed è proprio nel corso di uno di questi soggiorni che sono collocati gli avvenimenti che sconvolgono la tranquilla vita di Ester.

Il re Assuero, Serse I per la storia, era un re persiano “che regnava dall’India fino all’Etiopia sopra centoventisette province” (1,1), vuole scegliere una moglie tra le ragazze del suo regno. Vengono quindi radunate tutte le vergini nel palazzo di Susa e tra queste anche Ester di cui è segreta la sua provenienza ebrea. Al momento della presentazione delle giovani il re Assuero è colpito da Ester “ragazza di presenza bellissima e di aspetto affascinante”, la scelse tra le altre giovani donne… “le pose in testa la corona regale e la fece regina” (2,7.17).

Ester non ha mai ambito la ricchezza di corte a cui è costretta, come lei stessa confessa al Signore “detesto l’emblema della mia fastosa posizione che cinge il mio capo nei giorni in cui devo fare comparsa..” (4,17v) e ha sempre conservato il suo cuore integro per il Signore “la tua serva non ha gioito di nulla se non di Te, Signore, Dio di Abramo” (4,17y). Ester è una giovane dal cuore semplice, chiamata a una missione più grande di lei.

Ester non ha mai ambito la ricchezza di corte a cui è costretta, come lei stessa confessa al Signore “detesto l’emblema della mia fastosa posizione che cinge il mio capo nei giorni in cui devo fare comparsa..” (4,17v)

Presto, però, la scena muta. Il nuovo ministro del re, Amàn esige che ognuno pieghi il ginocchio e si prostri dinanzi a lui che si considerava, dopo il Re il più grande dignitario. Mardocheo rifiuta perché “un Giudeo” si genuflette solo davanti a Dio Signore del cielo e della terra il cui nome è Signore dei Signori. Il ministro diviene furioso e convince il re ad emettere un editto reale con l’ordine di sterminare gli ebrei da eseguire in un giorno e in un mese che verrà definito dalle “sorti”, ossia dai “dadi”. È la fine per questo popolo già prostrato in una situazione di schiavitù. Ed è in questo momento che viene chiamata in soccorso Ester. Ella, la regina, deve intervenire presso il re per cambiarne il cuore informandolo sulla situazione di tradimento che si tramava alle sue spalle e che avrebbe, tra l’altro, portato alla distruzione del popolo ebreo.

La sua prima reazione, quale della donna saggia e prudente che conosce bene le regole stabilite dalla casa reale che proibiscono a tutti di presentarsi al re senza essere chiamati, pena la morte, è quella di angoscia: sa che è un’impresa quasi impossibile. L’invito si fa pressante ed ella allora comprende di essere stata scelta quale strumento del Signore per salvare il suo popolo dall’eccidio e obbedisce. Nell’umile verità di se stessa sa di non essere all’altezza di una simile impresa per questo si affida al braccio potente del Signore. Chiede a tutti i giudei di unirsi a lei nel digiuno e nella penitenza per tre giorni mentre il suo cuore si apre alla supplica verso il suo Dio, il Dio dei suoi padri “che ha scelto Israele da tutte le nazioni” per farne il suo popolo.

È la drammatica preghiera del disperato la cui fiducia è unicamente posta in Dio. Un’invocazione che scaturisce da un cuore credente e angosciato e che si fa voce di tutti i perseguitati e oppressi. E’ la preghiera di una donna afflitta, in preda al timore, ma allo stesso tempo, convinta del sostegno divino. È un inno alla potenza e all’amore misericordioso di Dio che ascolta sempre coloro che in Lui si rifugiano:

È la drammatica preghiera del disperato la cui fiducia è unicamente posta in Dio.

Mio Signore, nostro Re, tu sei l’Unico! Vieni in aiuto a me che sono sola e che non ho altro soccorso se non Te, perché un grande pericolo mi sovrasta. Io ho sentito fin dalla nascita, nel seno della mia famiglia che Tu, Signore, hai scelto Israele da tutte le nazioni come Tua eterna eredità. Ricordati, Signore, manifestati nel giorno del nostro dolore e dammi coraggio! Metti sulle mie labbra parole ben calibrate di fronte al leone e volgi il suo cuore contro verso chi ci combatte. Salvaci con la Tua mano e vieni in mio aiuto perché sono sola e non ho altri che Te, Signore!…Dio che domini tutti per la Tua potenza, ascolta la preghiera dei disperati, liberaci dalla mano degli empi e libera me dalla mia angoscia! (Dal capitolo IV del testo greco).

In questa preghiera Ester si confonde con il suo popolo e passa dal singolare al plurale perché la sua voce si trasforma in quella di tutti i suoi fratelli oppressi. Alla base di questa invocazione c’è la certezza dell’invincibilità dell’amore divino il quale interverrà operando un vero e proprio ribaltamento, come quello annunziato dai profeti per il ‘giorno del Signore’, l’empio che si era esaltato sarà umiliato, il perseguitato sarà intronizzato e glorificato, alla morte subentra la vita, allo sterminio la salvezza.

Anche noi, a volte, siamo sollecitati a farci carico della sofferenza e dell’angoscia dei nostri popoli, delle nostre società e di coloro che soffrono, senza sostegno o appoggio…

Anche noi, a volte, siamo sollecitati a farci carico della sofferenza e dell’angoscia dei nostri popoli, delle nostre società e di coloro che soffrono, senza sostegno o appoggio… Oggi la Chiesa ed ogni cristiano siamo chiamati a farci carico del dolore e della sofferenza degli uomini e le donne del nostro tempo…. Siamo chiamati a assumere, la fatica e il dolore dei più poveri, anche a rischio della nostra vita… Come Gesù che non ha rifiutato di prendere su di sé il peccato dell’umanità e ha donato la sua stessa vita… in riscatto per molti (cfr. Mt. 20,28).

Dopo aver invocato il “Dio che veglia su tutti e li salva” (5,1a), Ester si spoglia delle vesti della penitenza per ricoprirsi “di tutto il fasto del suo rango” e parte per la sua missione. “Il suo viso era gioioso, come pervaso d’amore” (5,1b), ma sotto tanta bellezza c’era il cuore di una donna, umile e semplice, impegnata in una impresa più grande di lei, “stretto dalla paura” (5,1b). La regina, attraversate l’una dopo l’altra, tutte le porte, si trova alla presenza del re. Egli è seduto sul trono regale con un aspetto molto terribile. Alza il viso e guarda in un accesso di collera colei che entra alla sua presenza senza esserne invitata. La regina si sente svenire… e poggia la testa sull’ancella che l’accompagnava, ma Dio volge a dolcezza lo spirito del re ed egli, fattosi ansioso balza dal trono, la prende tra le braccia, sostenendola finché non si riprende” (5,1d-e) Con alcune pennellate di grande maestria, l’autore biblico dipinge questo quadro in cui si alternano momenti di tenebre e di luce, sentimenti di coraggio e di paura, atteggiamenti di potere e slanci d’ amore. Tutto è illuminato dall’intervento del Signore che trasforma i cuori degli uomini e li apre all’amore. Il re, colpito dal gesto coraggioso della sua regina, si impegna a realizzare ogni suo desiderio ed ella chiede la vita per sé e per il suo popolo, mentre rivela al re il piano perverso del suo ministro Amman, che voleva distruggere e sterminare il popolo per perseguire il suo piano prevaricante nei confronti del re a cui si opponeva Mardocheo, ebreo e cugino di Ester. La storia termina con il trionfo del bene sul male, il “prepotente” è stato impiccato sull’albero preparato per la persona “onesta”.

Tutto è illuminato dall’intervento del Signore che trasforma i cuori degli uomini e li apre all’amore.

Ed è proprio Ester all’origine di questo ribaltamento delle sorti. Modello di fede in Dio e di amore per il suo popolo, ella era disposta a donare la vita per esso e grazie a questo suo amore, pronto al sacrificio fino in fondo, la verità ha trionfato e il bene ha vinto il male.

Per celebrare questo ribaltamento in Israele, fino ad oggi, è stata stabilita una festa detta purim, “ribaltamento”, fissata per il 15 Adar (cade più o meno nel mese si febbraio), dura un giorno ed è preceduta dal giorno di digiuno (digiuno di Ester). Il senso vero della festa è ricordare che Dio salva il suo popolo.

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Creati 3D

[…] la Genesi ci sta dicendo che sulla terra non c’era la vita per due motivi: perché mancava la pioggia, dono di Dio, ma anche perché mancava un coltivatore.
Chi legge di seguito i primi due capitoli della Bibbia (affrontandola come se fosse un romanzo), resta probabilmente sconcertato e stupito. Nella prima pagina ha trovato un mondo completamente allagato, in cui le prime fatiche di Dio consistono nel dividere le acque dalle acque e di porre loro un limite; nella seconda, la terra è arida e riarsa. Nella prima pagina Dio fa tutto dal nulla, nella seconda si trova un mondo già quasi completo, che manca però del capolavoro. Nella prima pagina Dio parla e tutto succede, nella seconda si mette a impastare, prova, si accorge degli errori, li corregge… È molto probabile che siano state persone diverse a scriverle, ma è chiaro che chi le ha messe insieme pensava di poterlo fare. Evidentemente non immaginava che avremmo letto queste righe come una cronaca dell’inizio del mondo, ma come una spiegazione delle sue “coordinate di fondo”, di come funziona il mondo e l’uomo, o meglio di come dovrebbe funzionare per non guastarsi.

E da questo punto di vista il secondo capitolo della Genesi completa il discorso già iniziato.

C’è da creare un mondo

C’è dunque una terra arida e morta. Perché? Sorpresa! «Perché Dio non aveva fatto piovere sulla terra e non c’era uomo che lavorasse il suolo» (Gen 2,5). Magari non ci accorgiamo subito di quanto ciò sia strano, ma, se rileggiamo bene, la Genesi ci sta dicendo che sulla terra non c’era la vita per due motivi: perché mancava la pioggia, dono di Dio, ma anche perché mancava un coltivatore. Ossia, ci potrà essere la vita solo quando i due, uomo e Dio, collaboreranno nella creazione. L’uomo crea insieme a Dio.

[…] come Dio è creatore, cioè è anche responsabile che questa creazione continui a vivere, la medesima responsabilità è condivisa dall’uomo, che è chiamato a prendersi cura di questa creazione, perché continui a vivere.
Se ci mettessimo a fare i filosofi, d’altronde, sembrerebbe quasi una conseguenza logica del primo capitolo: se l’uomo è stato creato a immagine e somiglianza di Dio (Gen 1,26), ciò che Dio ha fatto finora è stato semplicemente di creare, dunque anche l’uomo è creatore.

Potremmo andare avanti, e affermare che, secondo la Genesi, come Dio è creatore, cioè è anche responsabile che questa creazione continui a vivere, la medesima responsabilità è condivisa dall’uomo, che è chiamato a prendersi cura di questa creazione, perché continui a vivere. Il mondo non si perfeziona senza l’opera dell’uomo. E se l’uomo non collabora, semplicemente è meno uomo.

Certo, la differenza tra Dio e l’uomo è che è ancora Dio a creare anche l’uomo (Gen 2,7). Ma una volta che l’uomo è creato, i due collaborano per tutto il resto.

Primi problemi

A questo punto, però, quando tutto sembra a posto, per la prima volta nella Bibbia si dice che qualcosa non va. E può stupire che a dirlo sia Dio. Ma come? Ha fatto tutto lui, come può esserci qualcosa che non funziona?

È come se gli autori biblici ci dicessero che persino Dio non può creare tutto in un attimo, con uno schiocco di dita. Anche lui ha bisogno di provare, di valutare, di accorgersi dei problemi, di correggerli, procedere… La cosiddetta “imperfezione” del nostro vivere non è qualcosa che ci allontani da Dio, anzi lui stesso l’ha condivisa.

La cosiddetta “imperfezione” del nostro vivere non è qualcosa che ci allontani da Dio, anzi lui stesso l’ha condivisa.

L’importante è accorgersi dei problemi. E qual è il problema che Dio vede? «Non è bene che l’uomo sia solo» (Gen 2,18). Ma come? Non è solo! Ha Dio! Per secoli i mistici di tutte le religioni ci hanno detto che per l’uomo l’essenziale è parlare con Dio, ci siamo fatti sedurre dall’idea che i mistici siano i credenti perfetti, e la Genesi ci dice che quell’uomo che ha solo Dio con cui parlare (per cui non si farà neppure distrarre…) è da solo?

Sembra davvero strano, ma per capire meglio dobbiamo fare un passo fuori dal discorso, per ricordare come pensava quella cultura che ha scritto queste pagine. Il nostro mondo dice che tutti gli uomini hanno la stessa dignità e importanza, esalta molto la dimensione orizzontale, che può poi comportare dei problemi, come vedremo tra poco, ma che almeno sui rapporti umani è conquista importante. La cultura che ha prodotto tra l’altro anche la Genesi pensava invece che tutte le relazioni del mondo fossero gerarchiche: io sono più importante di alcuni e meno di altri, e la domanda implicita che mi pongo incontrando uno sconosciuto è chi dei due ha più dignità.

Ecco perché il secondo capitolo di Genesi deve arrivare a parlare delle tre dimensioni di fondo dell’uomo prendendola un po’ alla larga…

Un aiuto come in faccia a lui

Dio prende l’iniziativa di risolvere il problema presentando all’uomo tutti gli esseri viventi. Lo scopo è di trovare all’uomo «un aiuto come in faccia a lui» (o «che gli corrisponda», come traduce oggi, con più eleganza, la CEI: Gen 2,18). Ma l’uomo, davanti a tutti gli animali che gli sono posti davanti, non trova ciò che cerca. Dà loro il nome, cioè entra in relazione, ma entra in relazione come chi è più importante. È il genitore a dare il nome al figlio, non viceversa. E in tanti contesti umani che vogliono sottolineare che non sei più in relazione e dipendenza con tuo padre, ti viene cambiato il nome. Adamo è signore del creato, cioè è più importante e quindi chiamato a prendersene cura, ma questo non imposta una relazione alla pari.

Il nostro mondo dice che tutti gli uomini hanno la stessa dignità e importanza, esalta molto la dimensione orizzontale, che può poi comportare dei problemi, come vedremo tra poco, ma che almeno sui rapporti umani è conquista importante.

Ecco che cosa aveva intuito Dio. Ottimo che Adamo sia in rapporto con Dio stesso, che però non è alla pari: questa è una relazione che Adamo mantiene con l’alto, con ciò che lo supera. E ottimo anche che Adamo sia in relazione con il creato, con ciò che gli rimane inferiore. Ma queste due relazioni, che per l’antichità erano chiare, non sono tutto. L’uomo ha bisogno anche di una relazione alla pari. Senza le tre dimensioni, l’uomo è incompleto, e la sua situazione “non è buona”.

Il nostro mondo, la nostra cultura, valorizza molto il rapporto alla pari, ed è bene. Ma non è sufficiente. È questo il motivo per cui, quando ci rapportiamo con la natura, o non ci ricordiamo che esista o la trattiamo come se ci trovassimo davanti a esseri umani (cioè, non la consideriamo come qualcosa di inferiore a noi, di cui dobbiamo prenderci cura) e non sappiamo parlare del rapporto con ciò che ci supera, con la trascendenza, che siano le generazioni prima e dopo la nostra o che sia Dio stesso.

Finalmente, questa volta…!

Dio, dunque, ha visto un problema, ha provato a risolverlo e ancora una volta ha fallito. Ma non si scoraggia. Il problema rimane, quindi va risolto. Addormenta Adamo. Ciò che succede adesso non dipende dall’uomo, che non è padrone di ciò che succede mentre è nel sonno. Dio gli estrae una costola e intorno a quella impasta la donna.

Dicono i rabbini medioevali, che spesso hanno il coraggio di mettersi a valutare l’operato di Dio come se fosse uno studente volenteroso ma a volte incapace, che qui Dio ha fatto davvero bene!

Dicono i rabbini medioevali, che spesso hanno il coraggio di mettersi a valutare l’operato di Dio come se fosse uno studente volenteroso ma a volte incapace, che qui Dio ha fatto davvero bene! Perché se avesse preso un osso del piede di Adamo, questi avrebbe potuto considerarsi superiore alla donna. Se lo avesse preso dalla testa, sarebbe stata la donna a potersi ritenere più importante. L’ha preso dal fianco, però, perché è vero che la donna è un aiuto come in faccia all’uomo, ma non proprio in faccia. Se infatti avesse preso dallo sterno, i due avrebbero potuto guardarsi alla pari, ma avrebbero solo potuto contemplarsi, il che sarebbe già stato buono ma non sufficiente. Ha preso dal fianco, perché i due siano alla pari ma, insieme, sostenendosi, camminino insieme in avanti, non si accontentino di ciò che sono.

Quando comunque Adamo si sveglia, pur ignorando ciò che i rabbini medioevali avrebbero detto di lui, ammette che finalmente, questa volta, Dio ce l’ha fatta! Questa donna è come l’uomo, «osso delle mie ossa, carne della mia carne. La si chiamerà donna (isshà, in ebraico) perché dall’uomo (ish) è stata tratta» (Gen 2,23). Non è più Adamo a darle il nome (non le è superiore) ma ammette che “sarà chiamata”, vale a dire da Dio. Anche lei è in rapporto dal basso verso l’alto con Dio, ma alla pari con l’uomo.

Una carne sola

L’annotazione finale di Adamo è culturalmente sorprendente. Non dobbiamo dimenticarci che questi scritti nascono in un contesto preciso, per il quale parlano. Restano preziosi anche per noi, a secoli di distanza, ma non sono scritti in primo luogo per noi. Il mondo al quale scrivono in primo luogo è un mondo in cui la donna non è autonoma, ma proprietà prima del padre e poi del marito. È il clan familiare il luogo in cui si cresce, ed è per questo che è preferibile che nascano dei maschi, perché restano nel clan, mentre le donne andranno ad arricchirne altri, dando loro dei figli.

Dire quindi che «per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre» (Gen 2,24) è affermare ciò che non succedeva. Ma chi scrive capisce che questo legame assolutamente alla pari è l’ideale per l’uomo…

Dire quindi che «per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre» (Gen 2,24) è affermare ciò che non succedeva. Ma chi scrive capisce che questo legame assolutamente alla pari è l’ideale per l’uomo, al punto da mettere in discussione tutti gli altri legami umani. Al punto di dire che sarà l’uomo a trasferirsi in casa della donna…

E poi sostiene che i due «saranno un’unica carne». Per il mondo ebraico l’uomo non è composto da anima e corpo, ma è un tutt’uno (ciò che dicono anche le nostre scienze umane contemporanee), anche se in questa unità si possono distinguere aspetti diversi. Solitamente il mondo ebraico identifica, tra questi aspetti, lo spirito (è la razionalità, i sentimenti e la capacità di progettare e decidere, che anche gli animali possiedono), l’anima (è il rapporto con il trascendente, con Dio, e secondo il mondo biblico solo l’uomo lo possiede) e la carne. Questa è la dimensione di maggiore fragilità dell’uomo, è ciò che lo costringe a doversi cibare, dissetare, dormire, che lo sottomette alle incomprensioni, alle malattie, alla morte. Ebbene, dei due non si dice che costituiranno un’unica anima (potranno anche avere rapporti diversi con il trascendente, restano autonomi…), né un unico spirito (potranno anche nutrire progetti e relazioni diverse…) ma un’unica carne: nei due che si rapportano alla pari, a diventare unica è la fragilità, la sofferenza, il limite. Mantengo i miei sogni, i miei progetti, ma la tua fatica è anche la mia fatica.

[…]nei due che si rapportano alla pari, a diventare unica è la fragilità, la sofferenza, il limite.
Questo significa anche, però, che secondo la Genesi il nucleo più autentico dell’uomo non è il suo rapporto con Dio (per quanto ciò sia sorprendente, in un testo religioso!) né i suoi progetti o realizzazioni, ma la sua fragilità. L’uomo è profondamente se stesso quando si mette di fronte al proprio limite.

Per il cristiano, ciò significa anche che se Dio vuole essere come noi, deve assumere fino in fondo la nostra fragilità, la carne dell’uomo.

Angelo Fracchia

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La schiava salvata da Dio

Storia attualissima di una donna che, in condizioni di inferiorità sociale assoluta, era infatti schiava, senza alcun diritto, ha saputo difendere la propria dignità e il proprio figlio.

La storia di AGAR, la schiava egiziana, si inserisce in quella di Sara e di Abramo. Ma è anche una storia a sé, colmata di dolore, di fierezza e insieme di speranza. Storia attualissima di una donna che, in condizioni di inferiorità sociale assoluta, era infatti schiava, senza alcun diritto, ha saputo difendere la propria dignità e il proprio figlio.

Possibilmente bruna, con i riflessi blu dei lineamenti degli egiziani originari, altera nel fisico anche se umiliata dalla condizione di schiavitù, Agar fa da contrappunto drammatico a Sara, la “principessa”1, la padrona assoluta che potrebbe disporre della sua vita, come farà a un certo punto.

Per molti anni, sotto la ricca tenda di Abramo, il dramma pende positivamente dalla parte di Agar e negativamente dalla parte di Sara. Agar, giovane, bella e piena di vita; Sara, pure bella, ma ormai sfiorita e sterile. Agar dopo aver giaciuto con Abramo ed essere rimasta incinta e prima ancora che Ismaele fosse nato (Gen. 16:1-4), diventa orgogliosa di sé, sente d’aver finalmente raggiunto la tappa più inverosimile della propria vita di schiava: quella di contare di più della padrona per il solo fatto d’essere, a differenza di lei, feconda e madre.

Il Primo Testamento, come in tutte le storie dei popoli antichi, è pieno di questi casi di schiave che insuperbiscono e finiscono col dominare le padrone, ma occorre tener conto che questa umana e sgradevole storia è inserita nel libro di Dio, e dietro fatti non sempre edificanti, Dio, all’insaputa degli stessi protagonisti, tesse la salvezza dell’umanità secondo il proprio amore e la propria sapienza.

Dio, all’insaputa degli stessi protagonisti, tesse la salvezza dell’umanità secondo il proprio amore e la propria sapienza.

Proviamo anche noi a fare una rilettura della nostra vita, una vita segnata, a volte, da eventi e/o situazioni difficili da collocare nel marco della nostra esistenza senza uno sguardo di fede… Certe situazioni lasciano segni indelebili a volte… come le cicatrici dei chiodi del Cristo Crocifisso che però alla luce dell’amore del Padre diventano i segni della risurrezione…

Ma torniamo alla tenda di Abramo. Sara si lamenta immediatamente col marito dell’impudenza provocatoria della schiava: «Tu mi fai torto; io ti ho messo fra le braccia la mia schiava, ed essa, accorgendosi d’aver concepito, mi disprezza: il Signore giudichi fra me e te» (Gen. 16: 5). Sara si diminuisce al livello di Agar: eccole ambedue gelose l’una dell’altra, tese ormai a escludersi a qualunque costo. La gelosia chiude la possibilità di giudicare con rettitudine e impedisce un valutazione retta dei fatti. Quante volte le persone si trovano in situazioni simili e non sanno gestire gli eventi, non sanno dare un nome ai sentimenti e preferiscono tagliare corto, rompere il rapporto o addirittura spezzare una relazione di amicizia e familiarità: Non sappiamo dare un il nome vero ai nostri sentimenti per questo siamo testimoni di tante tragedie nella nostra società!

La gelosia chiude la possibilità di giudicare con rettitudine e impedisce un valutazione retta dei fatti.

Ora, in una situazione del genere è concepibile che il peggio toccasse alla schiava, a colei che, anche per legge, era priva di ogni diritto. Abramo amava Sara; inoltre non poteva difendere giuridicamente Agar, nel contesto del diritto e delle usanze del tempo. Con docile remissività, accetta le scelte di Sara nei riguardi di Agar. Risponde: «Ecco, la tua schiava è in tuo potere, fa di lei quello che ti piace».

Non sappiamo cosa abbia fatto la “principessa” alla schiava umiliata, si sa, semplicemente, che “la maltrattò tanto che quella si allontanò”. Soltanto il fermo intervento dell’Angelo del Signore e la di lui promessa: «Io moltiplicherò grandemente la tua posterità che, da quanto sarà numerosa, non potrà essere contata», con la precisazione “Ecco, tu concepirai e partorirai un figlio al quale porrai nome Ismaele, perché il Signore ha ascoltato la tua afflizione. Egli sarà come un onagro: le sue mani contro le mani di tutti, e le mani di tutti contro le mani di lui: egli abiterà in faccia a tutti i suoi fratelli», convinceranno Agar al ritorno alla tenda di Abramo (Gen. 16: 6-18). Purtroppo, e lo costatiamo tutti i giorni, la risposta alle situazioni difficili è la violenza. Ci sembrerebbe che la violenza (quella di Sara) o la ribellione (quella di Agar) siano la risposta logica al male subito. Eppure Gesù ci ha insegnato un modo diverso di risponde al male ed è quello del perdono, della mansuetudine, della non-violenza. Questo non è debolezza, ma al contrario è la forza dell’amore che trova in se l’energia per guardare l’altro con gli occhi e il cuore colmo di compassione. Se tutti facessimo così il nostro pianeta sarebbe un Paradiso anticipato!

Purtroppo, e lo costatiamo tutti i giorni, la risposta alle situazioni difficili è la violenza. Ci sembrerebbe che la violenza (quella di Sara) o la ribellione (quella di Agar) siano la risposta logica al male subito. Eppure Gesù ci ha insegnato un modo diverso di risponde al male.

Ma nonostante la promessa dell’Angelo, l’illusione e la speranza durano poco. Appena nasce Isacco, il figlio legittimo, il sereno scompare. L’incidente si verifica il giorno stesso in cui il piccolo Isacco viene svezzato: Abramo, per festeggiare il divezzamento, ha indetto un grande convito. Davanti a tutta la gente, però, Ismaele, più grande e già «feroce», come l’angelo l’aveva definito prima ancora che nascesse, si mette a prendere in giro il fratello più piccolo e debole. Sara scatta e chiede ad Abramo di allontanare la schiava e suo figlio, perché il figlio della schiava non deve essere erede come il figlio Isacco».

A queste parole Abramo sente dispiacere. Lui ama ambedue i suoi figli, ma Sara non deflette, e Dio gli rivela che dove la durezza semina ingiustizia, Egli saprà seminare il riscatto e la consolazione. Allora Abramo si piega a cuore stretto.

Ecco Agar di nuovo nel deserto, sola con il suo ragazzo. Il pane e l’acqua dell’otre finiscono presto. Il bambino ha fame e sete, forse morirà. Agar si dispera, però Dio non si dimentica di lei e interviene: “E Dio fu con il fanciullo che crebbe ed abitò nel deserto e divenne un tiratore d’arco. Ismaele abitò nel deserto del Páran e sua madre gli prese una moglie del paese d’Egitto” (Gen. 21: 8-21). Ismaele sarebbe diventato il capostipite del popolo del deserto.

Dio gli rivela che dove la durezza semina ingiustizia, Egli saprà seminare il riscatto e la consolazione.

Come la sua padrona Sara, anche Agar ha sofferto. Il suo destino di schiava si è riscattato e compiuto nella vocazione del figlio. Così anche lei, come Sara sarà la matriarca di un popolo.

sr. Renata Conti MC

1 L’accezione del nome ‘Sara’ significa Principessa.

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Israele ieri, oggi e domani…

è difficile spiegare la Terra Santa…

È difficile far comprendere cosa sia oggi la Terra Santa a chi non ci abbia mai messo piede. È complicato persino spiegare cosa rappresenti per i Cristiani e, in generale, per le tre grandi religioni monoteiste, quel travagliato angolo di Medio Oriente dove si intrecciano e spesso compenetrano sei Stati come Libano, Siria, Giordania, Israele, Palestina ed Egitto: una tela intricata di fede, politica, cinismo, arrivismo e sangue, tanto sangue, versato…

Ma oggi cosa è Israele o, come dicono qui, Medinat Yisrael? Non bastano di certo i numeri a spiegarlo, ma un po’ aiutano. Otto milioni di abitanti, sparpagliati su un territorio grande poco più della Puglia, di cui l’80% di religione ebraica, in crescita, il 15% di musulmani ed i restanti scampoli di Cristiani, suddivisi a loro volta e, al contrario, in costante calo.

Una pianura costiera mediterranea e la zona delle colline della Galilea che sono fertili e ricche di acque, con al centro l’Altopiano della Giudea e a mezzogiorno il Negev, la regione semidesertica, che si estende, con una forma quasi triangolare, dalla zona immediatamente a sud di Beer Sheba fino al Golfo di Aqaba, verso le terre di Lawrence d’Arabia.

Il confine orientale scorre esattamente lungo il serpeggiare del Giordano e il Wadi Araba e dal lago di Tiberiade corre giù sino al Mar Morto, la cui superficie si trova a 395 metri sotto il livello del mare, il punto di maggiore depressione della superficie terrestre.

La popolazione si concentra per lo più nelle grandi città, tanto più che qui c’è un popolare detto che suona più o meno così: “Ad Haifa si lavora, a Gerusalemme si prega ed a Tel Aviv… ci si diverte”; un modo anche per sottolineare le tre anime dell’Israele di oggi.

Haifa, cuore economico del Paese, che ha nell’industria tessile, elettronica ed alimentare, oltre che nell’altalenante turismo, i suoi punti di forza, sorge ai piedi del biblico monte Carmelo, anche se tutta la costa sino ad Acco/Acri è un susseguirsi di Krayot, le cittadine tutte attaccate le une alle altre.

Tel Aviv, la “città che non dorme mai”, fra spiagge dorate e una vita notturna famosa in tutto il mondo, è una realtà a sé stante, cosmopolita, simpaticamente caotica.

Tutt’altro mondo è quello che si presenta agli occhi del visitatore che giunga ai piedi di Gerusalemme, la città santa per le tre religioni.

Otto milioni di abitanti, sparpagliati su un territorio grande poco più della Puglia, di cui l’80% di religione ebraica, in crescita, il 15% di musulmani ed i restanti scampoli di Cristiani, suddivisi a loro volta e, al contrario, in costante calo

MIGLIAIA DI ANNI DI STORIA

Secondo la tradizione ebraica, la creazione del mondo iniziò proprio a Gerusalemme 5767 anni fa con la pietra di fondazione del Monte Moriah, ove oggi sorge la “Cupola della Roccia” sulla Spianata sacra ai Musulmani.

Certo è che intorno al 2000 a. C. vi nacque un insediamento cananeo che fu conquistato intorno al 1000 da Davide, che lo trasformò nella propria capitale. Qui Salomone edificò il Primo Tempio, distrutto nel 586 a.C. da Nabucodonosor, che deportò gran parte del popolo ebraico a Babilonia.

Nel 538 a.C., il persiano Ciro conquistò Babilonia e permise agli Ebrei esiliati di ritornare a Gerusalemme, dove ricostruirono il Secondo Tempio: per quattro secoli Israele fu legata alle sorti prima dei Persiani e poi dei Greci, fino alla conquista romana.

È in questo periodo, intorno al 30 d.C., che si svolse la vicenda umana di Gesù, il “Cristo” atteso, ma che venne ben presto messo a morte dal Sinedrio, che iniziò anche a perseguitare i suoi seguaci, definiti “Cristiani”.

A seguito della rivolta anti-romana del 66 d. C., la repressione di Tito fu durissima e portò alla distruzione del Tempio ed alla cacciata degli Ebrei dalla città, ribattezzata poi Aelia Capitolina. Dopo il periodo bizantino, nel 638 i Musulmani conquistarono Gerusalemme e costruirono la Cupola della Roccia e la Moschea di Al Aqsa.

Meno di un secolo, dal 1099, durò il Regno Crociato, che realizzò anche una buona parte dell’attuale impianto architettonico del Santo Sepolcro, la grande chiesa che ancora oggi racchiude in sé il Calvario e l’Anastasis, prima della sconfitta da parte di Saladino nella battaglia di Hattin (1187).

A metà del XIII secolo fu poi la volta dei Mamelucchi, che estesero il proprio potere dall’Egitto, sino al 1517, quanto l’Impero Ottomano conquistò anche Gerusalemme, che per quattro secoli rimase sotto il dominio turco.

Nel primo Novecento, poi, il flusso degli Ebrei desiderosi di ritornare nella terra di Abramo, su impulso del movimento sionista, creato da Theodor Herzl verso la Palestina e alimentato dagli Ebrei dell’Europa Orientale (esposti a frequenti episodi anche violenti d’antisemitismo), fu costante.

Nel 1917, il movimento sionista ottenne il primo significativo risultato con la “Dichiarazione di Balfour”, con cui il Ministro degli Esteri inglese Arthur James Balfour impegnava il suo governo a sostenere gli Ebrei nella costituzione di un “focolare nazionale ebraico in Palestina”. Durante il Mandato Britannico sulla Palestina (1920-1948) gli Ebrei crebbero da 50.000 a 600.000 coloni e la coesistenza tra immigrati Ebrei e Arabi palestinesi divenne sempre più problematica.

Nel 1942, i leader sionisti proposero che uno Stato ebraico in Palestina diventasse parte integrante dell’ordine internazionale postbellico, ma fu l’Olocausto, lo sterminio degli Ebrei da parte dei nazisti, a convincere l’intera comunità ebraica occidentale della necessità di creare uno Stato ebraico.

fu l’Olocausto, lo sterminio degli Ebrei da parte dei nazisti, a convincere l’intera comunità ebraica occidentale della necessità di creare uno Stato ebraico

DOPO LA SECONDA GUERRA MONDIALE

Il 29 novembre 1947, l’Assemblea delle Nazioni Unite approvò una Risoluzione che prevedeva la creazione di uno Stato ebraico e di uno Stato arabo in Palestina, con la città e la zona di Gerusalemme sotto l’amministrazione diretta dell’ONU.

Secondo il piano, lo Stato ebraico avrebbe compreso tre sezioni principali collegate da incroci extraterritoriali, mentre lo Stato arabo avrebbe avuto anche un’enclave a Giaffa.

Il 15 maggio 1948, il giorno successivo alla proclamazione dello Stato di Israele, iniziò il primo conflitto arabo-israeliano: i Palestinesi rigettarono il piano di spartizione dell’ONU e una coalizione di Stati arabi, tra i quali Iraq, Giordania, Siria ed Egitto, attaccò Israele che riuscì a difendersi ed a respingere le truppe avversarie.

Nel 1956, sfruttando la crisi di Suez seguita alla nazionalizzazione del Canale da parte del Presidente egiziano Nasser, Israele attaccò l’Egitto, ma venne fermato dalla Comunità internazionale.

Nel 1964, sotto l’egida di Yasser Arafat, nacque l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) che puntava a dare una rappresentanza ai Palestinesi, slegandoli dalla dipendenza dai Paesi arabi.

Nel 1967 scoppiò la guerra dei Sei Giorni con la quale, grazie ad una fulminea azione militare, Israele occupò la Striscia di Gaza, la Cisgiordania e Gerusalemme Est, seguita, nel 1973, da una nuova fiammata, quando Egitto e Siria attaccarono Israele durante la festa ebraica dello Yom Kippur: la reazione israeliana fu immediata e portò all’occupazione del Sinai in Egitto e delle alture del Golan in Siria.

Solo nel 1979 l’Egitto firmò a Camp David, alla presenza del Presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter, un accordo di pace bilaterale con Israele.

Nel 1982, giustificando l’intervento con la necessità di distruggere le basi dei terroristi palestinesi, Israele invase e occupò la parte meridionale del Libano.

Dal 1987 al 1992, i Palestinesi avviarono e resero sistematica la forma di resistenza popolare chiamata Intifada, che si concluse nel 1993, quando vennero firmati gli Accordi di Oslo e parve che il conflitto stesse finalmente per concludersi, ma i nodi principali restarono, purtroppo, irrisolti e furono rimandati a un secondo turno di negoziati: la nascita di uno Stato palestinese indipendente, il ritorno dei profughi palestinesi, il controllo delle scarse risorse idriche e lo status di Gerusalemme.

Nei Territori Occupati, che avrebbero dovuto diventare il futuro Stato palestinese, cominciò una forma di autogoverno guidata dall’Autorità Nazionale Palestinese, a Presidente della quale venne eletto nel 1996 Yasser Arafat.

Purtroppo, dopo l’entusiasmo degli Accordi di Oslo, Israeliani e Palestinesi non riuscirono ad accordarsi sui punti ancora sul tappeto e nei Territori Occupati la tensione ricominciò a salire nel settembre 2000, a seguito della seconda Intifada, la cui scintilla fu la provocatoria “passeggiata” sulla Spianata delle Moschee di Gerusalemme dell’allora candidato Primo Ministro israeliano Ariel Sharon.

Con la morte del leader palestinese Arafat, avvenuta a Parigi l’11 novembre 2004, si ingenerarono nuovi elementi di instabilità nell’area e, nel 2006, le elezioni politiche in Palestina sancirono la vittoria di Hamas sui moderati di Fatah ed in estate, a seguito dell’incursione di alcuni terroristi hezbollah libanesi nell’Alta Galilea (durante la quale morirono sei soldati israeliani), Israele scatenò una forte reazione militare nel sud del Libano.

Gli USA provarono inutilmente a spingere per un accordo fra Israele e l’Autorità Palestinese ad Annapolis, ma le trattative si svilupparono da subito a rilento per l’indisponibilità da parte di Israele a discutere i temi chiave del conflitto: lo status di Gerusalemme e quello dei profughi palestinesi.

A fine 2008, in relazione al lancio massiccio di razzi da parte di Hamas, l’esercito israeliano lanciò l’offensiva denominata “Piombo Fuso”: la Striscia di Gaza venne bombardata per cinque giorni e successivamente invasa dall’esercito israeliano.

Nel 2009, le elezioni politiche in Israele sancirono la vittoria di misura del partito di destra Likud guidato da Benjamin Netanyahu, che divenne nuovo Primo Ministro, carica che ricopre ancora oggi.

Con l’accentuarsi della crisi siriana, il ruolo di Israele nello scacchiere mediorientale diventò sempre più complesso, anche in concomitanza con la presidenza americana di Barak Obama, apertamente contrario alla politica degli insediamenti portata avanti da Israele, ma pure duro con gli attentati palestinesi.

Il tentativo di portare avanti un percorso che preveda due Stati per due popoli, per poter avere, un giorno, una Gerusalemme dove tutti i figli di Abramo possano trovarsi in pace, purtroppo, resta ancora infruttuoso.

Fabrizio Gaudio

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DIO MI ASSOMIGLIA

Di fronte a questo quadro della divinità e dell’umanità gli ebrei reagiscono scrivendo i propri miti di origine, nei quali vedono un Dio solo che con la sua sola parola («”Sia la luce”; e la luce fu»: Gen 1,3) dà origine a tutto

C’era un precetto del mondo ebraico che stupiva particolarmente gli antichi e che ha lasciato piccole tracce persino nelle nostre chiese, ossia il divieto di farsi un’immagine di Dio (si trova direttamente nel Decalogo!). Tra le ragioni di tale divieto una affonda le radici direttamente nella creazione, ed è probabilmente la più interessante.

La composizione della Genesi

Prima di arrivare al punto conviene però ricordare brevemente come è probabile che sia nato il testo della Genesi. È probabile che questo testo sia stato composto dopo che gli ebrei, conquistati dall’impero babilonese (nel 587 a.C.), si videro deportare nella lontana capitale mesopotamica le élite economiche, politiche, religiose e culturali del paese. I deportati non si scoraggiarono e decisero che la loro fedeltà al Dio dei padri doveva continuare, e per far ciò bisognava non dimenticare di essere un popolo solo, reso tale dalla fedeltà all’unico Dio degli antenati e che si riconosceva in un solo progenitore, Giacobbe/Israele. Dopo aver raccolto tutte le storie che lo riguardavano (e che sono concentrate in Genesi 25-49), quegli autori ritennero però opportuno che tale storia fosse preceduta da un racconto che chiarisse meglio che a mantenere legati al Dio d’Israele non erano il rispetto formale di regole (né, peggio, inganni e violenza, che sembrerebbero, a prima vista, guidare l’esperienza di Giacobbe), ma quella fiducia in Dio che anche Giacobbe vive, anche se non è sempre facile vederlo: ecco che a quei capitoli vennero premesse le vicende riguardanti un personaggio che con tutta chiarezza aveva fatto della fiducia in Dio la propria linea guida, e che si era chiamato Abramo. Qui risaliva la storia ideale del popolo ebraico.

L’uomo dovrebbe essere per il creato ciò che Dio è per l’uomo.

Ma quegli autori non erano ancora soddisfatti e ritennero che, anche se quasi tutta la Bibbia riguardava gli ebrei, il discorso dovesse partire dall’umanità intera. Ecco nascere i primi undici capitoli della Genesi, che non vogliono essere la cronaca dei primi secoli di vita del mondo ma una riflessione sull’umanità di sempre.

Dei credenti sfrontati

Quei dotti furono spinti a scrivere una riflessione simile di certo anche da ciò che vedevano e leggevano intorno a sé. La Mesopotamia, e Babilonia in particolare, erano infatti il centro non solo del potere politico ed economico del tempo, ma anche di quello culturale e religioso, di fronte al quale gli ebrei mostrano un coraggio e una libertà impensabili.

Loro erano infatti qualche centinaia di persone che venivano da una lontana, piccola e poverissima regione, sconosciuta ai più, nella quale avevano vissuto in una cittadina il cui centro religioso più solenne, il tempio, era una costruzione in legno lunga trenta metri e larga dieci. A Babilonia costoro trovarono una città sterminata, piena di acqua, di ricchezze e di templi nei quali erano conservati scritti risalenti a quasi tre millenni prima. Di fronte a tutto ciò, gli ebrei ne furono affascinati (la maggior parte di loro non abbandonerà più Babilonia) ma obiettano sul ritratto delle divinità e quindi dell’uomo che se ne ricava. Come se dicessero: «Va bene tutto il resto, ma Dio ve lo spieghiamo noi».

Dio (e l’uomo) secondo i babilonesi

I miti babilonesi ragionavano infatti già sull’origine del mondo e dell’uomo, che immaginavano venire dal lavoro di diverse divinità. Gli dei babilonesi si dividevano in divinità “superiori” e altre “inferiori”, a loro volta divisibili in dei più buoni o più cattivi e che lavoravano per nutrire le divinità più nobili. A un certo punto però gli dei “inferiori” decidono di plasmare l’uomo, perché lavori al posto loro. Le divinità più “positive”, che avevano creato la luce, la terra, il sole, danno vita all’uomo, mentre quelle più negative, che avevano formato le tenebre, il mare, la luna, danno origine alla donna.

Chi conforma la propria vita su quella di Dio non diventa meno uomo, ma semmai di più e meglio.

L’uomo è insomma al mondo per lavorarlo al posto degli dei, cercando di non dare loro troppo fastidio. Sempre quei miti raccontavano infatti che quando gli uomini si erano moltiplicati troppo, il loro chiasso disturbava il sonno degli dei, che mandarono una volta il diluvio, un’altra la peste, la carestia… E la donna era ancora peggio dell’uomo…

Un Dio solo, e buono

Di fronte a questo quadro della divinità e dell’umanità gli ebrei reagiscono scrivendo i propri miti di origine, nei quali vedono un Dio solo che con la sua sola parola («”Sia la luce”; e la luce fu»: Gen 1,3) dà origine a tutto: alla luce, alle acque, alla terra e al mare, al sole e alla luna, che non sono divinità ma semplici strumenti per calcolare il tempo (Gen 1,16), e poi piante ed esseri viventi… Dopo ogni tappa si ferma e contempla: «Dio vide che era cosa buona».

A un certo punto cambia però il tono. Il Signore non ordina più che qualcosa sia, ma si coinvolge in prima persona: «Facciamo l’uomo, a nostra immagine e secondo la nostra somiglianza» (Gen 1,26). L’idea è quella di una “copia conforme”, che dovrebbe semplicemente rimandare all’originale, potrebbe prenderne il posto. Non uno schiavetto chiamato a lavorare al posto di Dio, ma una copia conforme di quel modello, con la sua stessa dignità. Per questo lo pone a “dominare” sul resto del creato: non a spadroneggiare, ma a esserne alla guida, con responsabilità e attenzione. L’uomo dovrebbe essere per il creato ciò che Dio è per l’uomo.

Ecco perché non bisogna farsi immagini di Dio: perché l’immagine di Dio nel mondo esiste già, è l’uomo che vive.

A questo uomo il Signore affida il compito di crescere e di moltiplicarsi, non ne è infastidito, vuole anzi che l’uomo viva e viva pienamente. E tutto ciò non è un progetto cresciuto male. Una volta compiuto il suo lavoro, Dio si ferma di nuovo a soppesarlo, e stavolta gli scappa un’espressione diversa: non vede più che è cosa buona, ma che è «molto buona» (Gen 1,31).

Che l’uomo sia immagine di Dio comporta intanto che quanto più l’uomo si avvicina a Dio e gli assomiglia, tanto più diventa se stesso. Chi conforma la propria vita su quella di Dio non diventa meno uomo, ma semmai di più e meglio. (E, secoli dopo, significherà anche che l’unico modo coerente per Dio di mostrarsi definitivamente non può che essere che farsi del tutto uomo: Dio non può che essere un uomo perfetto, e l’uomo perfetto è Dio). Ma significa anche che se voglio vedere Dio, devo guardare l’uomo. Ecco perché non bisogna farsi immagini di Dio: perché l’immagine di Dio nel mondo esiste già, è l’uomo che vive.

Ma nel frattempo gli autori di Genesi ci hanno anche riservato un’autentica sorpresa…

Maschio e femmina

«E Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò…» (Gen 1,27). Se gli autori della Genesi si fossero fermati qui, il testo sarebbe già stato ricco e coraggioso. Tutto ciò che abbiamo detto prima sarebbe stato già vero. Ma non si sono accontentati: «A immagine di Dio lo (singolare) creò; maschio e femmina li (plurale) creò».

Non possiamo immaginare Dio solo come maschile, e neppure solo come femminile. Dio è entrambi. La sua immagine ci risulta più sfuggente, più sfumata, più ricca e profonda.

È un colpo di scena! Quando Leonardo da Vinci disegna l’uomo vitruviano, l’uomo ideale, disegna un maschio. Potrebbe sembrare scontato che il maschio riassuma in sé anche la femmina. Di sicuro lo era in una cultura, quella ebraica antica, che era fortemente maschilista. Ma gli autori biblici intuiscono che non è bene. «Maschio e femmina li creò». Immagine e somiglianza di Dio non è solo il maschio, ma anche la femmina. Anzi, i due insieme. Non possiamo immaginare Dio solo come maschile, e neppure solo come femminile. Dio è entrambi. La sua immagine ci risulta più sfuggente, più sfumata, più ricca e profonda. E la donna non è la brutta copia dello schiavetto degli dei, bensì è immagine e somiglianza di Dio esattamente come il maschio.

Intuizione che la cultura ebraica (ma anche quella cristiana!) per lunghissimi secoli non ha saputo tradurre in pratica, ma che ha intuito da molto presto. L’essere umano, maschio e femmina insieme, è ciò che posso vedere di Dio nel mondo. E quanto più assomiglieranno a Dio, tanto più umani saranno.

Angelo Fracchia

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Un cuore consolato

Concedi a noi un cuore consolato perché sappia dare consolazione alle genti

« La Vergine Consolata è ineffabile tenerezza materna, è dolcezza e sostegno sublime.
Dolore e consolazione sono i due estremi entro cui scorre l’esistenza umana.
Concedi a noi un cuore consolato
perché sappia dare consolazione alle genti,
perché sappia ben consolare gli afflitti,
condividere, comprendere, offrire, rinnovare.
Dal Paradiso, Madre, fa discendere e maturare in noi la Consolazione.
Inviacela perché rimanga in noi e operi ciò che salva e rallegra.
Siamo incapaci a coltivarla in noi ad esprimerla nel nostro comportamento,
nelle parole, nelle azioni.
Colmaci di consolazione non per noi soltanto, ma per tutti i fratelli (Isaia 61,10-11).
Dacci la capacità di comunicare con tutti,
di annunziare a tutti il Messaggio della Consolazione,
di ravvivare lo spirito degli umili,
di rianimare il cuore degli oppressi,
di mostrare a ciascuno il sentiero della Vita, gioia piena e piena fiducia nell’Ottimo Consolatore.
Che le mie, le nostre parole non impediscano ai semplici di raggiungere la Parola,
che dà vita e consolazione,
ma siano trasparenza e purezza: dialogo d’intesa, di Amore, di Bontà, di Consolazione.»

Che le mie, le nostre parole non impediscano ai semplici di raggiungere la Parola, che dà vita e consolazione

Questa splendida preghiera di Madre Nazarena Fissore (1907-1987), tratta dai suoi appunti personali, può costituire per noi, Missionarie della Consolata, un’occasione di immergerci nella freschezza sempre nuova del pozzo carismatico a cui il Fondatore ha attinto e dal quale ci ha generato.

“Dal paradiso, Madre, fa scendere e maturare in noi la Consolazione”! Quanto abbiamo bisogno, oggi come ieri, di Consolazione, Madre! Quanto il nostro cuore la desidera!

La Consolazione, una volta discesa, chiede di essere custodita affinché maturi. Il nostro cuore diviene spazio vivo e palpitante di maturazione, di crescita del Dono: il deposito – diceva il Fondatore, va custodito, aumentato. La Consolazione allora opera a partire da un cuore che se ne è lasciato colmare. Il flusso della Consolazione lo riempie, lo dilata in una diastole spirituale che è recettività lieta, grata, umile, fiduciosa. Allora il cuore consolato si trasforma in cuore consolatore, sussultando nella sistole del dono, irrorando salvezza e gioia.

Il flusso della Consolazione riempie il cuore, lo dilata in una diastole spirituale che è recettività lieta, grata, umile, fiduciosa. Allora il cuore consolato si trasforma in cuore consolatore, sussultando nella sistole del dono, irrorando salvezza e gioia.

E’ il pulsare della Vita! E’ il battito della Missione! E’ annunciare, ravvivare, rianimare, segnalare il sentiero della Gioia! Ed è tornare a dilatarsi per ricevere, accogliere, e traboccare di nuovo.

Le mie, le nostre parole siano trasparenza e purezza.

Le mie, le nostre parole come arterie vive che veicolano Vita. Canali dilatati dal sussulto del Dono. Niente di più. Niente di meno.

Non divengano mai vasi occlusi che rendono asfittico il cuore!

Non ostacolino il fluire della Consolazione verso tutte le “periferie esistenziali” (Papa Francesco)! Non complichino le strade diritte dei semplici!

Siano pure, siano trasparenti le nostre parole, i nostri gesti, i nostri pensieri, i nostri sentimenti, i nostri sguardi.

Le mie, le nostre parole come arterie vive che veicolano Vita. Canali dilatati dal sussulto del Dono. Niente di più. Niente di meno.

Trasparenza e purezza, riverbero della luce limpida e intensissima di Dio, attraverso il cuore cristallino di Maria e attraverso il cuore di ognuna di noi, quando si consegna alla dinamica del sussulto dello Spirito, quando è capace di digiuno da tutto ciò che ostacola il circolo della Consolazione, quando si scuote da una quiete che somiglia pericolosamente allo spegnersi del palpito della vita, quando sa rintracciare il flusso di Dio in tutte le cose e tutte le cose nel flusso di Dio.

Sì, concedi a noi, Madre Consolata, un cuore consolato come il tuo!

Suor Simona Brambilla, MC

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