Israele ieri, oggi e domani…

è difficile spiegare la Terra Santa…

È difficile far comprendere cosa sia oggi la Terra Santa a chi non ci abbia mai messo piede. È complicato persino spiegare cosa rappresenti per i Cristiani e, in generale, per le tre grandi religioni monoteiste, quel travagliato angolo di Medio Oriente dove si intrecciano e spesso compenetrano sei Stati come Libano, Siria, Giordania, Israele, Palestina ed Egitto: una tela intricata di fede, politica, cinismo, arrivismo e sangue, tanto sangue, versato…

Ma oggi cosa è Israele o, come dicono qui, Medinat Yisrael? Non bastano di certo i numeri a spiegarlo, ma un po’ aiutano. Otto milioni di abitanti, sparpagliati su un territorio grande poco più della Puglia, di cui l’80% di religione ebraica, in crescita, il 15% di musulmani ed i restanti scampoli di Cristiani, suddivisi a loro volta e, al contrario, in costante calo.

Una pianura costiera mediterranea e la zona delle colline della Galilea che sono fertili e ricche di acque, con al centro l’Altopiano della Giudea e a mezzogiorno il Negev, la regione semidesertica, che si estende, con una forma quasi triangolare, dalla zona immediatamente a sud di Beer Sheba fino al Golfo di Aqaba, verso le terre di Lawrence d’Arabia.

Il confine orientale scorre esattamente lungo il serpeggiare del Giordano e il Wadi Araba e dal lago di Tiberiade corre giù sino al Mar Morto, la cui superficie si trova a 395 metri sotto il livello del mare, il punto di maggiore depressione della superficie terrestre.

La popolazione si concentra per lo più nelle grandi città, tanto più che qui c’è un popolare detto che suona più o meno così: “Ad Haifa si lavora, a Gerusalemme si prega ed a Tel Aviv… ci si diverte”; un modo anche per sottolineare le tre anime dell’Israele di oggi.

Haifa, cuore economico del Paese, che ha nell’industria tessile, elettronica ed alimentare, oltre che nell’altalenante turismo, i suoi punti di forza, sorge ai piedi del biblico monte Carmelo, anche se tutta la costa sino ad Acco/Acri è un susseguirsi di Krayot, le cittadine tutte attaccate le une alle altre.

Tel Aviv, la “città che non dorme mai”, fra spiagge dorate e una vita notturna famosa in tutto il mondo, è una realtà a sé stante, cosmopolita, simpaticamente caotica.

Tutt’altro mondo è quello che si presenta agli occhi del visitatore che giunga ai piedi di Gerusalemme, la città santa per le tre religioni.

Otto milioni di abitanti, sparpagliati su un territorio grande poco più della Puglia, di cui l’80% di religione ebraica, in crescita, il 15% di musulmani ed i restanti scampoli di Cristiani, suddivisi a loro volta e, al contrario, in costante calo

MIGLIAIA DI ANNI DI STORIA

Secondo la tradizione ebraica, la creazione del mondo iniziò proprio a Gerusalemme 5767 anni fa con la pietra di fondazione del Monte Moriah, ove oggi sorge la “Cupola della Roccia” sulla Spianata sacra ai Musulmani.

Certo è che intorno al 2000 a. C. vi nacque un insediamento cananeo che fu conquistato intorno al 1000 da Davide, che lo trasformò nella propria capitale. Qui Salomone edificò il Primo Tempio, distrutto nel 586 a.C. da Nabucodonosor, che deportò gran parte del popolo ebraico a Babilonia.

Nel 538 a.C., il persiano Ciro conquistò Babilonia e permise agli Ebrei esiliati di ritornare a Gerusalemme, dove ricostruirono il Secondo Tempio: per quattro secoli Israele fu legata alle sorti prima dei Persiani e poi dei Greci, fino alla conquista romana.

È in questo periodo, intorno al 30 d.C., che si svolse la vicenda umana di Gesù, il “Cristo” atteso, ma che venne ben presto messo a morte dal Sinedrio, che iniziò anche a perseguitare i suoi seguaci, definiti “Cristiani”.

A seguito della rivolta anti-romana del 66 d. C., la repressione di Tito fu durissima e portò alla distruzione del Tempio ed alla cacciata degli Ebrei dalla città, ribattezzata poi Aelia Capitolina. Dopo il periodo bizantino, nel 638 i Musulmani conquistarono Gerusalemme e costruirono la Cupola della Roccia e la Moschea di Al Aqsa.

Meno di un secolo, dal 1099, durò il Regno Crociato, che realizzò anche una buona parte dell’attuale impianto architettonico del Santo Sepolcro, la grande chiesa che ancora oggi racchiude in sé il Calvario e l’Anastasis, prima della sconfitta da parte di Saladino nella battaglia di Hattin (1187).

A metà del XIII secolo fu poi la volta dei Mamelucchi, che estesero il proprio potere dall’Egitto, sino al 1517, quanto l’Impero Ottomano conquistò anche Gerusalemme, che per quattro secoli rimase sotto il dominio turco.

Nel primo Novecento, poi, il flusso degli Ebrei desiderosi di ritornare nella terra di Abramo, su impulso del movimento sionista, creato da Theodor Herzl verso la Palestina e alimentato dagli Ebrei dell’Europa Orientale (esposti a frequenti episodi anche violenti d’antisemitismo), fu costante.

Nel 1917, il movimento sionista ottenne il primo significativo risultato con la “Dichiarazione di Balfour”, con cui il Ministro degli Esteri inglese Arthur James Balfour impegnava il suo governo a sostenere gli Ebrei nella costituzione di un “focolare nazionale ebraico in Palestina”. Durante il Mandato Britannico sulla Palestina (1920-1948) gli Ebrei crebbero da 50.000 a 600.000 coloni e la coesistenza tra immigrati Ebrei e Arabi palestinesi divenne sempre più problematica.

Nel 1942, i leader sionisti proposero che uno Stato ebraico in Palestina diventasse parte integrante dell’ordine internazionale postbellico, ma fu l’Olocausto, lo sterminio degli Ebrei da parte dei nazisti, a convincere l’intera comunità ebraica occidentale della necessità di creare uno Stato ebraico.

fu l’Olocausto, lo sterminio degli Ebrei da parte dei nazisti, a convincere l’intera comunità ebraica occidentale della necessità di creare uno Stato ebraico

DOPO LA SECONDA GUERRA MONDIALE

Il 29 novembre 1947, l’Assemblea delle Nazioni Unite approvò una Risoluzione che prevedeva la creazione di uno Stato ebraico e di uno Stato arabo in Palestina, con la città e la zona di Gerusalemme sotto l’amministrazione diretta dell’ONU.

Secondo il piano, lo Stato ebraico avrebbe compreso tre sezioni principali collegate da incroci extraterritoriali, mentre lo Stato arabo avrebbe avuto anche un’enclave a Giaffa.

Il 15 maggio 1948, il giorno successivo alla proclamazione dello Stato di Israele, iniziò il primo conflitto arabo-israeliano: i Palestinesi rigettarono il piano di spartizione dell’ONU e una coalizione di Stati arabi, tra i quali Iraq, Giordania, Siria ed Egitto, attaccò Israele che riuscì a difendersi ed a respingere le truppe avversarie.

Nel 1956, sfruttando la crisi di Suez seguita alla nazionalizzazione del Canale da parte del Presidente egiziano Nasser, Israele attaccò l’Egitto, ma venne fermato dalla Comunità internazionale.

Nel 1964, sotto l’egida di Yasser Arafat, nacque l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) che puntava a dare una rappresentanza ai Palestinesi, slegandoli dalla dipendenza dai Paesi arabi.

Nel 1967 scoppiò la guerra dei Sei Giorni con la quale, grazie ad una fulminea azione militare, Israele occupò la Striscia di Gaza, la Cisgiordania e Gerusalemme Est, seguita, nel 1973, da una nuova fiammata, quando Egitto e Siria attaccarono Israele durante la festa ebraica dello Yom Kippur: la reazione israeliana fu immediata e portò all’occupazione del Sinai in Egitto e delle alture del Golan in Siria.

Solo nel 1979 l’Egitto firmò a Camp David, alla presenza del Presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter, un accordo di pace bilaterale con Israele.

Nel 1982, giustificando l’intervento con la necessità di distruggere le basi dei terroristi palestinesi, Israele invase e occupò la parte meridionale del Libano.

Dal 1987 al 1992, i Palestinesi avviarono e resero sistematica la forma di resistenza popolare chiamata Intifada, che si concluse nel 1993, quando vennero firmati gli Accordi di Oslo e parve che il conflitto stesse finalmente per concludersi, ma i nodi principali restarono, purtroppo, irrisolti e furono rimandati a un secondo turno di negoziati: la nascita di uno Stato palestinese indipendente, il ritorno dei profughi palestinesi, il controllo delle scarse risorse idriche e lo status di Gerusalemme.

Nei Territori Occupati, che avrebbero dovuto diventare il futuro Stato palestinese, cominciò una forma di autogoverno guidata dall’Autorità Nazionale Palestinese, a Presidente della quale venne eletto nel 1996 Yasser Arafat.

Purtroppo, dopo l’entusiasmo degli Accordi di Oslo, Israeliani e Palestinesi non riuscirono ad accordarsi sui punti ancora sul tappeto e nei Territori Occupati la tensione ricominciò a salire nel settembre 2000, a seguito della seconda Intifada, la cui scintilla fu la provocatoria “passeggiata” sulla Spianata delle Moschee di Gerusalemme dell’allora candidato Primo Ministro israeliano Ariel Sharon.

Con la morte del leader palestinese Arafat, avvenuta a Parigi l’11 novembre 2004, si ingenerarono nuovi elementi di instabilità nell’area e, nel 2006, le elezioni politiche in Palestina sancirono la vittoria di Hamas sui moderati di Fatah ed in estate, a seguito dell’incursione di alcuni terroristi hezbollah libanesi nell’Alta Galilea (durante la quale morirono sei soldati israeliani), Israele scatenò una forte reazione militare nel sud del Libano.

Gli USA provarono inutilmente a spingere per un accordo fra Israele e l’Autorità Palestinese ad Annapolis, ma le trattative si svilupparono da subito a rilento per l’indisponibilità da parte di Israele a discutere i temi chiave del conflitto: lo status di Gerusalemme e quello dei profughi palestinesi.

A fine 2008, in relazione al lancio massiccio di razzi da parte di Hamas, l’esercito israeliano lanciò l’offensiva denominata “Piombo Fuso”: la Striscia di Gaza venne bombardata per cinque giorni e successivamente invasa dall’esercito israeliano.

Nel 2009, le elezioni politiche in Israele sancirono la vittoria di misura del partito di destra Likud guidato da Benjamin Netanyahu, che divenne nuovo Primo Ministro, carica che ricopre ancora oggi.

Con l’accentuarsi della crisi siriana, il ruolo di Israele nello scacchiere mediorientale diventò sempre più complesso, anche in concomitanza con la presidenza americana di Barak Obama, apertamente contrario alla politica degli insediamenti portata avanti da Israele, ma pure duro con gli attentati palestinesi.

Il tentativo di portare avanti un percorso che preveda due Stati per due popoli, per poter avere, un giorno, una Gerusalemme dove tutti i figli di Abramo possano trovarsi in pace, purtroppo, resta ancora infruttuoso.

Fabrizio Gaudio

Questo articolo è stato pubblicato su Andare alle Genti

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All’inizio erano bianchi

L’albinismo nella cultura macua-xirima

Vopatxerani vo Namuli atthu othene
yakhumale munapwereni.
All’inizio namulico tutte le persone
venivano dall’ albinismo (erano bianchi)

Introduzione

Viaggiando sempre in bicicletta, soprattutto di giorno con il cielo sereno e il sole che picchia senza pietà, anche la pelle di un europeo diventa scura a vista d’ occhio. Dopo un giorno di bicicletta da Maúa a Nipepe, sono arrivato a destinazione ben abbronzato e scherzando ho detto ai ragazzi che con qualche settimana in più sarei  diventato con la pelle uguale alla loro. Un anziano, ascoltando la mia Battuta, subito intervenne dicendo:

Vopatxerani vo Namuli othene hiyo
nakhumale munapwereni.

All’inizio namulico tutti venivano dall’ albinismo (erano bianchi).

Voleva dire che all’ inizio Dio creò tutti bianchi e, in verità,ogni neonato xirima nasce bianco, é solo dopo breve tempo che diventa scuro.

Come non sapevo ciò che significava il locativo  di interiorità “munapwereni”, mi hanno spiegato che si trattava delle persone che nascevano albini. Mi sono ricordato allora del fenomeno che in Europa è molto raro, in quanto che in Africa, anche nel Niassa, è abbastanza frequente incontrare in ogni villaggio casi di albinismo. Per  associazione spontanea ho pensato in un articolo di una rivista missionaria che denunciava la caccia agli albini per il commercio infame nel Tanzania.

Assalito dal dubbio  che tale commercio potesse succedere qui, non lontano dal territorio Tanzaniano, di proposito ho dato ai ricercatori il tema dell’albino per conoscere come è considerato e trattato dalla etnia xirima.

Ovviamente per intendere l’ albino nella biosofia e biosfera xirima sarà necessario prescindere dal concetto scientifico che considera l’albinismo una anomalia organica  congenita che consiste nella diminuizione,  carenza o mancanza totale di pigmento nella pelle della persona umana come anche degli animali.

Lo stesso fenomeno succede con gli alberi che per mancanza di clorofilla producono foglie bianche e non verdi.

per intendere l’ albino nella biosofia e biosfera xirima sarà necessario prescindere dal concetto scientifico che considera l’albinismo una anomalia organica congenita

1. Etimologia di napwere

Secondo alcuni ricercatori “napawere, sostantivo di prima classe, la classe del significato importante, è un derivato del verbo transitivo “opwera” che significa provocare, irritare, indisporre continuamente. Come sostantivo significa il molesto/noioso/fastidioso. In questo caso fa emergere il fatto sgradevole che l’ albino può avere cattivo odore e così indisporre i vicini.

Napwere onnahima opwera, oruha erisa
opwera khantthuna atthu,

L’albinismo significa indisporre, provocare cattiva sorte.
Le persone non vogliono molestie.

2. Onapwere xeni?
Che cos’ è l’ albinismo?

L’albinismo è conosciuto dalla  tradizione xirima, consiste nella pelle bianca e delicata, emana cattivo odore e facilmente (con infezione)infetto. Nonostante questo fenomeno fisico non esclude gli infetti dal convivio con la gente.

Makholo ahu ti yasuwenle onapwere,
mwa yawi napwere onahima ethatuwa y’atthu,
nto ti mutthu ntoko mutthu mukina,
ohiyanne makhalelo a nikhuli,
onakhala mutthu òttela ntoko ephepa,
wakuva woneya ntoko mwalaku òttela.

I nostri antenati conoscevano l’albinismo,
per loro l’ albinismo significa transformazione della persona,
però l’ albino è persona normale,
l’ unica differenza è la pelle,
è persona bianca come farina,
facile da vedere come una gallina bianca.

Napwere mutthu onlikana ntoko mukunya,
nikhuli nawe ti nottela, nowolowa,
norekeseya, nottettheya, nowakuva opereya:
maihi awe ntxalu, maitho awe òtxeremela,
maino awe khanattela, iyano sawe sinakhala sohuleya,
ntoko okhalano makhuli meli nari ikhalelo pili.

L’ albino è persona che si assomiglia all’ europeo,
la sua pelle è bianca, leggera e delicata,
si screpola facilmente e i suoi capelli sono gialli,
gli occhi luminosi, i suoi denti scuri,
la sua bocca semiaperta: è come se avesse due pelli
o due modi di esistere.

Eretta ya napwere eyareliwo, khemurette:
omuyara napwere khonsuweliwa,
napwere khanlattiha, yovaha ela khenthanliwa.
erutthu awe watta nihiriri, enotepa wunkha
ni yosareya makhwatta

La malattia dell’ albinismo viene dalla nascita, non c’ è rimedio,
non si sa come generare un albino,
non si  può imitare,
questo dono non si sceglie,
il corpo dell’ albino emana cattivo odore è purolento.

Napwere ti mutthu ntoko mutthu mukina, 
onnathela ni onnatheliwa.
amuyará mwan’awe, onakhala òripa.

L’ albino è persona normale, si sposa ed è sposata,
e se genera figli sono neri.

L’ albino è persona normale, si sposa ed è sposata, e se genera figli sono neri.

3. Mawoko a onaperuwe
Le cause dell’albinismo e il destino degli albini

Essendo logica per natura e credendo nel principio della casualità (il “per caso” è eresia costituzionale), anche nel caso dell’ albinismo, la biosofia e biosfera non lasciano di chiedersi e cercare le cause di questa metamorfosi, di questo cambiamento dal colore nero al colore bianco.

In primo luogo, il malessere degli albini proviene dalla forte luce del sole. Per mancanza di pigmento di difesa nella pelle soffrono più in estate, dominata dal sole, meno nel tempo delle piogge dovuto all’ombra delle nuvole e frescore della pioggia. Sono allergici al sole.

In secondo luogo, per la biosofia e biosfera xirima l’ albinismo ci rimanda alle cause morali, come disunione domestica, comportamenti sessuali irregolari. Per questo gli albini anticamente conducevano, e in parte anche oggi una esistenza di isolamento e segregazione, condannati a vivere soli quasi o come i lebbrosi.

Omuyara napwere ti wihuwa wa nikholo 
ti etathuwa wa nikholo.

Generare un albino è l’ originarsi dell’antenato,
è il trasformarsi dell’ antenato.

Napwere ti owitxentxa onatthara ehuhu ya eyakha. 
Elimwe onimwaleya/onimwathaleya niwoko na nsuwa.
Tthiri napwere khantthuna wopeliwa/omaniwa nsuwa,
ori mwinana a nsuwa, awehaka ntoko khanòna.
Ehuhu ene yele napwere onakhala ohawa ni osara makhwatta.
Asareya makhwatta onakhala owinkha.

L’albino cambia conforme il tempo dell’anno.
Nell’estate calda  gli si screpola la pelle per causa del sole.
In verità, all’albino non piace il sole, è suo nemico,
quando guarda, sembra che non riesca a vedere,
in questo stesso periodo stagionale lui soffre molto
e si riempie di piaghe purulente e di cattivo odore.

Eyita khaniwana ni nsuwa. makhwatta awe anovukuwa
niwoko na muttusi wa mahutte.
Eyita yakhuvela napwere onnatteliwa
Ehuhu ene yele onnatteliwa ni onakhala ohakalala,
niwoko onatthuna morirela.

Nel periodo delle piogge l’ albino non odia il sole,
perchè le sue piaghe diminuiscono, dovuto all’ ombra delle nuvole,
per questo in questo periodo stagionale lui è contento, perchè gode della frescura.

Khavo onatthuna okhala napwere,
onnètta ni wova, othanana ni ohawa kwekwe,
imaku/makhwatta awe khanimmala.
ti mutthu ohirammwa ni oharahariwa,
othanyiwa ni ohitthuniwa ni atthu,
opottha awe khommala.

A nessuno piace essere albino,
perchè cammina sempre con paura, con tristezza e sofferenza,
le sue ferrite non cicatrizzano mai,
è persona non stimata, perseguitata  disprezzata,
non amata dalla gente, non finisce mai la sua schiavitù.

Mpuwa mwa makholo ahu napwere orwiye
niwoko nohiwanana ni novanyihana anamuthelana,
mwaha woraruwa, niwoko nowàtxentxa alopwana.
Tivanto makholo yálelaya amusi aya
wera muhiraruweke munomuyara napwere, onkhala ntoko mutthu a makokho

Per i nostri antenati l’ albino è nato
perchè gli sposi non si capivano e discutevano tra di loro,
per l’ adulterio, per cambiare molti uomini.
Per questo gli antenati consigliavano
i loro parenti e non  essere adulteri,
perchè avrebbero generato albini e si tornavano lebbrosi.

Mpuwa wa makholo ahu napwere khalai khatxa ni atthu,
nto ànatxa mekhaiye, akhalaka owany’awe.
Siso olelo tho khantthuna okilathi ni atthu,
ni wàphwanyá atthu etheyaka, ononyonyiwa,
khanrapa ni atthu, ti oruttu kwekwe.

Secondo i nostri antenati
l’ albino anticamente non  mangiava con la gente,
ma mangiava da solo, rimanendo nella sua casa.
Così anche oggi lui non si siede con le persone,
e se incontra la gente che ride si arrabbia,
non entra nell’ acqua con la gente, è sempre indisposto.

Khalai okhwa wa napwere wánavila osuwela,
khakhwela vate nari khavithiwa ni akhwiye akina,
anavithiwa ahikhwiye ntoko namakokho,
attiyeliwene mukhukuni, tivanto ekhapuri awe ahóneyaya,
tthiri yàri orikarika wona. Muluku pahi t’asuwela okhwa ni ekhapuri ya napwere.

Anticamente era molto difficile sapere della morte di un albino,
perchè non moriva in famiglia
neanche si sotterrava con altri defunti,
ma era seppellito vivo come un lebbroso,
chiuso dentro la sua grotta,
per questo la sua tomba non era identificabile,
era difficile vederlo,
solo Dio sapeva della morte e la tomba di un albino.

A nessuno piace essere albino, perchè cammina sempre con paura, con tristezza e sofferenza, le sue ferrite non cicatrizzano mai

4. Ikhalelo pili sa onapwere
Ambivalenza e ambiguità dell’ albinismo

Il fenomeno fisico dell’ albinismo non esclude gli albini infetti dalla convivenza normale. La biosofia e biosfera xirima ripetutamente afferma che l’ albino è persona normale, nonostante la fragilità della sua pelle. Loda le mamme che accettano e rispettano figli albini come doni di Dio, condanna categoricamente chi elimina gli albini predicendo un altro albino come castigo.

Gli albini sono doni di Dio, doni speciali, dentro della normalità e allo stesso tempo fuori della normalità e pertanto è necessario rispettare questa sua dualità “namulica”, perchè vive in lui due mondi, l’emismero dell’aldilà e quello di quà (presente), di modo che per un lado l’albino è grazia, buona fortuna, rimedio benefico, per altro lato può tornarsi disgrazia, cattiva sorte e rimedio malefico. In questa ambivalenza e ambiguità vivono, prosperano e nello stesso tempo gli albini soffrono.

Napwere mutthu, asitith’awe anakhala oripa,
mene owo onakhuma mekhaiye, ntoko mutthu a mirirya.

L’albino è persona normale, i  suoi genitori sono neri,
ma lui nasce diverso, come persona speciale.

Napwere mutthu a miruku, owisumalihaxa,
owittittimiha, ohithonyeraka, ohikhulanana, onveka isumalihaka,
ekhalelo awe ti yowiwananeya,
ontthuna wetta ni akhw’awe,
othowela wiwa milattu sawe, ni onètta ni mikho sawe.

L’albino è persona saggia, casta, modesta, umile e pacifica,
chiede con rispetto (deferenza), di comportamento sociale,
cammina con il suo prossimo e vive con i  suoi tabù.

Asimaye òrera murina yàyará anapwere,
ti onàsivela ehakalalaka onyala,
niwoko àkhalano mahala matokotoko.
Omwiva/omuriha napwere ti yottheka
enamunanariha Muluku,
werá siso, onotthikela omuyara yowo.
Napwere khanatheiwa, wamutheyá onomuyara tho.

Le mamme dal cuore buono se generano un albino,
sono contente e si allegrano molto, perchè ricevono una grande grazia.
Uccidere o eliminare l’albino è peccato che offende Dio,
se tu lo fai, ritornerai a generare un altro albino.
Non si tiene poco conto dell’albino,
se lo fai, vai generarne un altro.

Vanano napwere onimwera olakaseya,
khanòneya sawasawa ehuhu ya khalai,
niwoko vanano makholo ahu àhòna phama omukhapelela napwere,
vanano onavara miteko sothene va valaponi,
ohithanyiwaka nari ohimusempaka sawasawa ehuhu ya khalai.

Attualmente l’albinismo sta diminuendo,
non è visibile/frequente come nel passato,
perchè ora gli anziani pensano bene di prendersi cura dell’albino,
ora lui fa tutti i lavori normali,
senza essere disprezzato e evitato (schivato) come nel passato.

Mwa Makholoni mwahu napwere mwerutthuni mwawe
òkhalano minepa mili:
munepa wa okumi, wa ankhili wa eparakha
ni tho munepa wa nikhupanyo.

Per i  nostri antenati
l’albino ospita nel suo corpo due spiriti
(è anfibio/ambivalente, doppio):
lo spirito della  vita e della sapienza
e anche lo spirito del  lamento/sofferenza.

Per i nostri antenati l’albino ospita nel suo corpo due spiriti: lo spirito della vita e della sapienza e anche lo spirito del lamento/sofferenza.

5. Napwere: naparakiha, namutatxihiha
Albinismo fonte di fortuna e di ricchezza

Omuyara napwere eparakha.
Naparakha òpatxera ti napwere.
Otheliwa ni napwere oruha eparakha.

Generare un albino è (buona) fortuna,
è grande fortuna,
sposarsi la donna con un albino è fortuna.

Napwere ehime ya muhakhu,
namathatxiriha a atthu.
tivanto onahaweleyaiye ilapo sikina,
wona wi yole onamuhawela onàsa othatxiri,
napwere erutthu awe yothene,
anyi impari sothene sa erutthu awe
siri mirette sinaruha othatxiri ni muhakhu.

L’albino è fonte di ricchezza, arricchisce le persone (gente),
per questo è cercato in altre terre (posti),
tutto il suo corpo, si, tutte le sue membra
sono medicine che danno profitto.

Napwere muthiyana otthuneyaxa ni alopwana,
mulopwana onamukoniha napwere
onomwara etthoko awe,
hapo napwere muthiyana osiva onyala.

La donna albino è molto cercata dagli uomini,
l’uomo se vuole relazioni con una albina
distrugge la sua famiglia, perchè lei soddisfa molto.

Napwere: epahu ni murette sonanara

Albinismo: cattiva sorte (maledizione) e medicina malefica

Napwere ekhalelo awe wopiha:
anamwane ohimukhovelela aviraka anomova.
napwere omuronya omwene,
vantxipalexa omwara itthoko,
niwoko napwere muthiyana ori otikana ni osiva onyala
wàpwaha athiyana akina, vokumna ni alopwana

L’albina è pericolosa,
i bambini che non sono abituati,
hanno paura quando passa un albino.
L’albino non merita il  regno (reinado), sopprattutto distrugge la famiglia,
perchè la donna albina è più intense (gradevole) e piacevole
che le altre donne negli incontri con gli uomini.

Vankonaiye napwere, murette mutokotoko.
erutthu yothene ya napwere
ti yotthuneya ilapo sikina
ntoko otthanka ni Kenya,
niwoko ti murette mutokwene.
ni ehako ya anamathelana.

Dove dorme l’albino, è luogo di grande medicina,
tutto il suo corpo è cercato da altre nazioni
come nel Tanzania e nel Kenya,
perchè è grande medicina, è indovina (adivinha) per gli sposi.

Generare un albino è (buona) fortuna, è grande fortuna, sposarsi la donna con un albino è fortuna.

6. Napwere ni Muluku Namúli
Albinismo e Dio namùlico

L’ ambivalenza e ambiguità dell’albinismo è anche evidenziato dai testi di tematiche teologiche.

In primo luogo si arriva a far ricordare che all’ inizio namulico Dio ha generato figli bianchi, segno che ancora oggi continua, perchè i neonati sono così quando vengono alla luce.

Ma i testi tardano a dichiarare che gli albini sono figli di Dio, sono solamente manifestazione della forza misteriosa di Dio, sono sopprattutto doni di Dio, un dono ambivalente e nello stesso tempo ambiguo ma sempre un dono che Dio dà e che l’uomo deve ricevere con rispetto, non pensando di eliminarlo.

Direttamente o indirettamente, latente  o manifesto, la biosofia e biosfera xirima con i  suoi testi ripetuti insistentemente denunciano un comportamento che serpeggia nel commercio nascosto in questi giorni, denunciato chiaramente in Tanzania: l’ abuso,  la vendita, l’ eliminazione della vita degli albini per fabbricare medicine di profitto. Questo fenomeno spiega perchè, anticamente come ancora oggi si afferma, è difficile conoscere la tomba dell’ albino: è una espressione eufemistica per dire che gli albini erano e sono schiavi, vittime di speculazione lucrativa immorale, morti a causa del loro corpo, che è usato per fabbricare medicine, per finalità illecite e disoneste.

Torna evidente l’ ambiguità che avvolge tutti i  testi teologici attorno all’ albinismo. Da una parte sottolinea la dimensione della manifestazione (ieròfana) del fenomeno albinico, dall’altra questa dimensione favorisce dello sfruttamento dei commercianti, perchè essendo una metamorfosi che Dio ha dato all’ uomo, questo cede facilmente alla tentazione di fare commercio lucrativo e disonesto.

Vopatxerani vo Namuli atthu othene
akhumale munapwereni.

All’inizio namùlico tutte le persone
venivano dall’ albinismo (erano bianchi).

Napwere mutthu a Muluku.
mwana ni yovaha ya Muluku.
onnìnnuwa ni ikuru sa Muluku.

L’ albino è creatura di Dio, è figlio e dono di Dio,
cresce con la forza di Dio.

Omwíva napwere Muluku omunanara,
niwoko omwìva mutthu ti yottheka yohileveleleya.
Alavilavi yamuyará napwere,>
annàsa omwìva, emutthekelaka Muluku.
Ohimutheyé maye omuyanre napwere
khatthunale, Muluku t’otthunne
ni onattittimiha sothene opattuxalaiye.
Napwere nihimuthanye,
niwoko ori mwana a Muluku, ti yovaha ya Muluku,
oyara onavaha Muluku.

Uccidere un albino scontenta Dio,
perchè uccidere una persona è peccato imperdonabile.
I cattivi se generano un albino, cercano di ucciderlo offendendo così Dio.
Pertanto non rida la madre che ha generato un albino,
lei non l’ ha voluto, è stato Dio che lo ha voluto,
lei rispetti tutto quello che Lui ha creato.
Non disprezzare un albino,
perchè è figlio di Dio, è un dono di Dio,
generare è un dono di Dio.

Muluku Namuli pahi
t’onasuwela okhwa wa napwere,
onètta ni ontthuniwa ni minepa.

Solo Dio namùlico sa della morte di un albino,
cammina ed è amato dagli spiriti.

Kula erukulu yòkhala ni mukhalelo aya,
ekina enàttela wàyara anapwere,
ekina anàtta anamakokho,
Muluku sopattuxa sawe khanavaha etthu emosá.
Avahá etthu ele kahiyene ohasula,
ntoko napwere ovahiwe ni Muluku
ni ipwi ahùluvanle yeyo eri yovaha ya Muluku,
kahiyene malavi nari otapaniwa,
Opanke Muluku khavo onavanya.

Ogni famiglia ha le sue caratteristiche,
una con molti albini, altre con molti lebbrosi,
perchè Dio non da una cosa sola alle sue creature.
Nel caso che le dia, non è per far soffrire,
come un albino che riceve da Dio capelli bianchi prima di invecchiare,
è un dono di Dio, non castigo o maledizione,
perchè quello che Dio fa, nessuno  osi  criticare.

Napwere esyó ya Muluku
mpattuxa sothene.
Napwere eyoniheró etokotoko ya Muluku,
wera atthu óripa akunyá.

L’ albino è seme di Dio, generatore di tutto,
l’ albino è grande manifestazione di Dio,
nel modo che il nero diventa bianco.

Ekumi yothene ya napwere ti yomòva Muluku,
khweli Muluku khannanariwa ni napwere.

La vita dell’ albino è piena del timore a Dio,
in verità Dio mai si arrabbia con l’ albino

L’ albino è seme di Dio, generatore di tutto, l’ albino è grande manifestazione di Dio, nel modo che il nero diventa bianco.

6. Albinismo e la fede cristiana

La sofferenza che accompagna tutta la vita degli albini, l’ isolamento nel quale sono condannati a vivere, la sua morte misteriosa, l’ abuso e perfino  il delitto contro la sua vita per guadagni immorali, ricordano al cristiano xirima soprattutto nel periodo  liturgico della Quaresima, quando pensa intensamente nella passione di Gesù. Le viene spontaneo identificare il destino dell’ albino con quello di Gesù, l’ albino di Dio per antonomasia, come il testo relazionato a Maria lo sa esprimere magnificamente: Maria è l’ albina di Dio perchè potesse generare l’ albino di Dio, Gesù.

Anche e sopratutto nel contesto cristiano si denuncia apertamente o di nascosto l’ ingiustizia in relazione agli albini, di modo che i  testi sono un’ allerta e una denuncia di un male reale ma ancora nascosto e non ben percepito e denunciato come tale.

 

Yesu- Gesù

Oharahariwa ni okaporo wa napwere
onlikana ni ole wa Yesu, asondiwe ahitthenke,

La persecuzione e la schiavitù dell’ albino
è simile a quella di Gesù, perseguitato senza colpa.

 

Okhwa wa napwere ti wothananiha.
Ntoko okhwa wa Yesu vamuttandani.

La morte dell’ albino è lamentevole,
come la morte di Gesù sulla croce.

 

Ekhapuri ya napwere
khenathatanyihiwa ni ikhapuri sikina,
ntoko Yesu Kristu asunkiwe munikhukuni mekhaiyeru.

La tomba dell’ albino non si unisce alle altre,
come Gesù Cristo è stato sepolto da solo in una grotta.

 

Napwere athipeliweru, ekhapuri awe khentthuttu.
siso tho Yesu kristu ari mutthu a marikarika,
mukhapurini mwawe khaphwanyiwe,
t’ovinyerenrihiwe mokhwani.

La tomba dell’ albino si può aprire, ma non si incontra nulla,
così anche Gesù Cristo, persona delle meraviglie,
nella sua tomba non è stato incontrato,
perchè è stato ressuscitato dalla morte.

 

Erutthu ya napwere ti erutthu ene yele
anakoso othene anasasaya,
siso tho Yesu ti mutthu ohaweleya ni atthu
wera àvuluxe ni àlamihe.

Il corpo dell’ albino è quello
che sopratutto cercano tutti i commercianti,
così come Gesù è la persona
che tutti vogliono perchè li salvi e li curi.

 

Napwere mutthu osiveliwa ni anamuhakhu,
vahera Yesu àsiveliwa ni atthu òhawa ni tho òthanyiwa.

L’abino è persona desiderata dai ricchi,
così come Gesù è apprezzato
dalle persone povere e disprezzate.

 

Mwekristuni Yesu Cristu khanikhuli, ori ntoko napwere.
Yesu ti atthu a makhuli othene a elapo ya vathi .

Per la fede cristiana Gesù Cristo non ha il colore della pelle,
è come l’ albino, è di tutte le pelli del mondo.

Napwere naparakha t’ottharatthariwa.
Napwere namahala nlitti nawe khannixa:
siso yamukhumelela Yesu.

L’ albino essendo una persona di buona fortuna è ricercato,
essendo buono riceve una tomba in superfice,
così come è successo con Gesù.

 

Napwere naparakha,
siso tho Yesu Kristu naparakha àtthu othene.

L’ albino è persona di buona fortuna,
così anche Gesù Cristo è la buona fortuna per tutti.

Per la fede cristiana Gesù Cristo non ha il colore della pelle, è come l’ albino, è di tutte le pelli del mondo.

 

Maria

Eparakha ya onapwere ennùpuxera mahala othene,
ethatuwa yele etokotoko Maria yàkhenlaiye ni Muluku, wera amuyare napwere /naparakhiha/
namathatxiriha a Muluku, Yesu Kristu.

La fortuna dell’ albinismo fa ricordare  tutti i  favori,
tutta quella grande trasformazione che Maria ha ricevuto da Dio
per dare alla luce Gesù Cristo, l’ albino di Dio,
l’ autore della buona fortuna e della ricchezza di Dio.

 

Mwekristuni onapwere onlikana nihiku na Pentekoste:
nihiku na eparakha ni nothatxiriha
savaha sa Munepa Wottela.

Nel cristianesimo l’ albinismo è come il giorno di Pentecoste,
giorno di buona fortuna arricchito dai doni dello Spirito Santo.

Mwekristuni makhwatta a napwere
anùpuxera makhwatta a Lazaro.

Nella fede Cristiana le piaghe dell’albino fanno ricordare
le piaghe di Lazzaro.

P. Giuseppe Frizzi, imc

Centro Xirima

 

 

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Spunti sull’Islam

Forse nessun credo, nessun testo sacro, nessuna filosofia è così intrinsecamente unita alla biografia del proprio fondatore come l’Islam.

L’autrice dell’articolo, Silvia Scaranari Introvigne, già preside del liceo Faà di Bruno di Torino, è un’esperta islamologa e collabora da molti anni con il Centro studi Peirone, organismo dell’Arcidiocesi di Torino, che ha come fine la promozione e cura delle corrette relazioni di dialogo religioso tra la Chiesa cattolica e il mondo musulmano. È redattrice della rivista “Il Dialogo/al-Hiwar” e dà il suo contributo nei diversi corsi che si svolgono presso il Centro.

 È possibile riassumere una presentazione dell’Islam in poche battute? Assolutamente no. Mi limiterò a qualche veloce suggestione sui temi chiave lasciando al lettore l’interesse per ulteriori approfondimenti.

Forse nessun credo, nessun testo sacro, nessuna filosofia è così intrinsecamente unita alla biografia del proprio fondatore. La rivelazione proposta dal Corano è continuamente legata ad episodi vissuti dal Profeta e dalla nascente comunità.

Muhammad (Maometto) nasce nella potente tribù dei Quraish a La Mecca circa nel 570, da una donna da poco vedova.

Muhammad (Maometto) nasce nella potente tribù dei Quraish a La Mecca circa nel 570, da una donna da poco vedova. È cresciuto prima dal nonno e poi da uno zio che lo avviano all’attività di carovaniere. Giovane brillante e molto attivo, diventa segretario di una ricca vedova, Khadijia, che poi sposerà a 25 anni, pur avendone lei 40. Ne nasceranno diversi figli, tra cui la prediletta Fatima. Nel 610, a 40 anni, inizia a sentire la voce dell’arcangelo Gabriele che gli porta la rivelazione da parte del Dio “uno e unico”, Allah (Allah significa Dio nella lingua araba). Da qui si dipanano le rivelazioni che avranno termine solo nel 632, alla sua morte a Medina.

Inizia a diffondere il nuovo credo nella sua città dove viene attaccato e osteggiato tanto che nel 622 decide di emigrare a Yatrib (poi Medina) con pochi compagni convertiti. È l’anno dell’Egira da cui parte il computo del tempo per il mondo islamico. In questa città diventa il leader religioso, politico e sociale e da qui iniziano le spedizioni per assoggettare le tribù che abitano le circostanti oasi della penisola araba, fino ad occupare La Mecca nel 630.

A Yatrib (poi Medina) diventa il leader religioso, politico e sociale e da qui iniziano le spedizioni per assoggettare le tribù che abitano le circostanti oasi della penisola araba, fino ad occupare La Mecca nel 630.

La rivelazione, tutta orale, poi raccolta da Othman, suo terzo successore, nel testo che oggi noi conosciamo come Corano, ha una pretesa di assolutezza che nessun altro libro sacro propone. Il Corano non è considerato soltanto un testo rivelato bensì munzal, disceso, e quindi è la trascrizione letterale di un Corano “increato” che si trova da sempre presso Dio, la Parola di Dio. La rivelazione divina tocca tutti gli aspetti della vita: da quelli strettamente religiosi a quelli politici a quelli sociali, plasmando quindi a 360 gradi l’esistenza dell’uomo.

Se l’Islam si presenta come una rivelazione data e non intaccabile da mano umana, è pur vero che nella realtà storica si sono dovute dare interpretazioni e questo ha portato ad una continua tendenza alla pluralità di posizioni e di voci, tutte ugualmente autorevoli. L’Islam proclama che non esiste autorità se non quella di Allah, ma la mancanza di una gerarchia ufficiale, universalmente riconosciuta, ha determinato la nascita di molti poli autorevoli che spesso levano la loro voce in modo del tutto contraddittorio. Dimostrazione lampante di questo è il tema del jihad. L’argomento, diventato consueto dopo i tanti attentati e la presenza di al-Qaida e Isis, ha visto emergere dichiarazioni antinomiche sul suo significato: da chi lo intende solo uno sforzo spirituale sulla strada verso Dio, a chi invece insiste sul suo carattere bellicoso ed obbligatorio per tutti i musulmani autentici. Questo dipende dal fatto che esistono due letture del Corano e della Tradizione (sunna): una lettura opta per i versetti che invitano alla tolleranza nei confronti degli altri credenti, accanto ad una seconda lettura, altrettanto legittima, che preferisce i versetti che invitano al conflitto.

Se l’Islam si presenta come una rivelazione data e non intaccabile da mano umana, è pur vero che nella realtà storica si sono dovute dare interpretazioni e questo ha portato ad una continua tendenza alla pluralità di posizioni e di voci, tutte ugualmente autorevoli.

Su cosa basa la propria fede il pio muslim? Il credo si riduce a poche cose: Non c’è dio se non il Dio e Muhammad è il suo profeta. Questo è il testo della shahada, il primo dei 5 pilastri della fede. Chiunque recita con cuore sincero questa frase è automaticamente un musulmano. Altro pilastro è la preghiera quotidiana (salat), tributo di lode e di sottomissione ad Allah, da compiere secondo un ben preciso rituale cinque volte al giorno: al sorgere del sole, a mezzogiorno, all’inizio del calar del sole, all’imbrunire e alla sera.

Vi è poi una particolare attenzione alle esigenze della comunità dei fedeli (la umma), verso cui si deve versare una elemosina rituale annua (zakat) che ha lo scopo di sovvenire alle necessità della conversione degli infedeli, al sostegno verso le persone indigenti, a favorire il pellegrinaggio alla Mecca (altro pilastro, hajj), da compiere almeno una volta nella vita. Il pilastro forse più noto a tutti è il digiuno (sawn) nel mese di ramadan, che impegna tutti i musulmani adulti e sani ad astenersi da cibi e bevande dall’alba al tramonto per un mese lunare di 28 giorni.

In questo terzo millennio non si può evitare di parlare del rispetto dei diritti umani.

Se il pensiero corre subito al problema della donna (anche se molte banalità non vere vengono dette a questo proposito), occorre invece partire dai principi ispiratori. Allah, dopo la creazione, ha proposto un patto di sottomissione ad Adamo che lui ha accettato per sé e per i suoi discendenti. Quindi tutti gli uomini nascono naturalmente muslim (sottomessi ad Allah). Sono poi le condizioni esistenziali che allontanano alcuni dalla verità e quindi anche dalla loro piena dignità di esseri umani. Gli uomini non sono uguali per dignità, in quanto partecipano tutti della comune umanità ma godono di diritti differenziati rispetto al loro livello più o meno vicino all’Islam, in una scala gerarchica che vede dopo il pio muslim, le Genti del Libro (cristiani ed ebrei) e poi tutti gli altri. Da questo discendono ovviamente preoccupanti violazioni della libertà religiosa (non è lecito convertirsi), della libertà personale (si può essere ridotti in schiavitù come recentemente succede nei territori dominati dall’Isis), si può essere messi di fronte all’alternativa “o conversione o morte”, una donna non può sposare un uomo che appartenga ad altra religione, e via dicendo.

La tradizione prevede che la pena da infliggere all’apostata sia la morte e che la condizione degli appartenenti ad altre religioni monoteiste sia quella di dhimmi, ovvero “protetti” dietro il pagamento di una apposita tassa (la jizya che nei territori dell’Isis viene oggi imposta, alternativa all’esilio entro 48 ore) e quindi mai cittadini a pari livello con un muslim.

Esistono due letture del Corano e della Tradizione (sunna): una lettura opta per i versetti che invitano alla tolleranza nei confronti degli altri credenti, accanto ad una seconda lettura, altrettanto legittima, che preferisce i versetti che invitano al conflitto.

Parlando di Islam oggi è inevitabile affrontare altri temi: la crescente presenza di musulmani in Europa; il rapporto con il mondo cristiano; il terrorismo di stampo jihadista sempre più presente; le forti tensioni interne al mondo arabo per cui molti politologi parlano di vera e propria guerra civile. Temi forti su cui non ci si può soffermare in questo articolo, ma su cui è doveroso evitare le chiacchiere qualunquiste per lasciare posto ad uno studio serio della realtà: il vero dialogo si può fare solo nella reciproca verità di posizioni e nella reale conoscenza di entrambe le fedi; l’azione politica si può svolgere solo nella consapevolezza che le mentalità e le tradizioni culturali sono realmente diverse.

Come ha detto Papa Benedetto XVI: “Al Dio del Corano vengono dati i nomi tra i più belli conosciuti dal linguaggio umano, ma in definitiva è un Dio al di fuori del mondo, un Dio che è soltanto Maestà, mai Emmanuele, Dio-con-noi. L’islamismo non è una religione di redenzione. Non vi è spazio in esso per la Croce e la Resurrezione”.

di SILVIA SCARANARI

Questo articolo è stato pubbliato nella rivista Andare alle Genti di Luglio-Agosto 2016

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Il soffio vitale di un popolo

L’esperienza del Centro Culturale e Interreligioso IMC e MC di Maúa, Niassa, Mozambico

Centro Studi Macua Xirima, Arte Macua: dipinto di Luìs Prisciliano

Oggi si parla molto di inculturazione e di interculturalità partendo da punti di vista diversi. Un missionario non è un antropologo animato da filantropia, ma è, anzitutto e soprattutto un discepolo di Gesù che vuole obbedire e dar compimento al suo mandato di fare suoi discepoli tutti i popoli della terra. È quanto cercano di attuare i Missionari e le Missionarie della Consolata fin da quando misero piede in terra mozambicana (1925).

Entrando in contatto con una popolazione, conoscendo la sua cultura e la sua lingua, da subito il missionario fa una meravigliosa costatazione: la gente parla del suo Dio, del suo percorso storico e riflessivo verso di lui. Incessantemente nei miti, nelle leggende, nei proverbi, nelle feste celebrative … il popolo narra le opere creatrici di Dio, dei suoi attributi terapeutici e delle sue norme etiche.

Il missionario, infatti, dando inizio al suo annuncio riconosce che Dio lì già sta di casa e vi sta da molto tempo. Il Padrone della messe ha preceduto il missionario. Prima di lui, Qualcuno/qualcuno (maiuscolo e minuscolo) ha ripulito/dissodato la machamba (il campo),  ha seminato buon seme che diede e continua a dare ottimi frutti. Se non vuole incorrere nell’errore che il Rabbino Gamaliele denunciava davanti ai suoi colleghi, di diventare nemici di Dio (Atti, 5,33-42), il missionario deve entrare in un dialogo serio e profondo con la religiosità di un popolo, con la sua teologia, non deve fare interculturalità antropologica, ma teologica. Dio ha preparato la strada al missionario, gli ha già dissodato il campo.

P. Frizzi con una Missionaria della Consolata. Il dialogo e la collaborazione sono elementi fondamentali dell’esperienza del Centro Studi Macua Xirima.

Il primo lavoro del missionario non è quello di seminare, ma di raccogliere ciò che fu seminato da Dio e prodotto dall’inquietudine del cuore umano: quel seme, una volta raccolto e valutato dovrà essere fecondato dal Vangelo. Il missionario è in primo luogo un mietitore, solo in seguito diventerà seminatore.

Solo così la sua evangelizzazione evita di diventare colonialismo religioso, solo così è, fin dall’inizio evangelizzazione inculturata, o, meglio, interculturata, poiché si deve necessariamente interporre uno scambio di doni tra cultura evangelizzata e il Vangelo che si incultura.

L’evangelizzazione autentica non  è la recezione di un patrimonio, ma la celebrazione di un matrimonio, una simbiosi bipolare creatrice tra evangelizzazione e cultura di un popolo. Questa metodologia non è affatto moderna, è quella originaria di Gesù. Inviando i suoi discepoli ricorda loro in primo luogo che la messe è pronta e immensa, per questo li invia con il minimo necessario, cioè con l’essenziale (il Kerigma), poiché tutto il resto è già pronto e a disposizione per essere mietuto (cfr Lc 10, 1-24). È la stessa metodologia di Paolo all’areopago di Atene: dal teologico già esistente, ma allo stato latente, incubante e ricercato a tentoni al teologico allo stato patente  [chiaro ed evidente] e articolato nella pienezza del Vangelo.

Purtroppo questa metodologia fu abbastanza dimenticata nell’evangelizzazione moderna, condizionata come era dalle premesse dell’ideologia coloniale che, nella sua cecità etnocentrica pensava solo di dare e, praticamente, soltanto imponeva, creando povertà antropologica instancabilmente denunciata dagli stessi evangelizzati africani. Per questo motivo, dal Vaticano II, il missionario avverte la necessità di ricuperare parte del tempo perduto, parte del dialogo interculturale omesso, auspicando una Chiesa Locale matura e autentica, capace di cantare la pienezza del Vangelo con tutta quella creatività e vivacità che le offre la biosofia e la biosfera della sua religiosità originaria.

In conclusione, il binomio evangelizzazione e interculturalità è, per il missionario, in primo luogo un indicativo categorico ricettivo (mietere, raccogliere, ascoltare), in seguito un imperativo categorico operativo (seminare, evangelizzare), infine un optativo categorico evolutivo (Chiesa Locale di fede, speranza e carità autentica in cammino).

Sono queste le linee missionarie che guidarono i Missionari e le Missionarie della Consolata e con il tempo condussero le due famiglie consolatine a fare i seguenti passi concreti:

  1. a) studiare la lingua fino a conoscere riflessivamente la grammatica e infine comporre un dizionario abbastanza completo;
  2. b) preparare traduzioni a livello biblico (Bibbia), catechetico (Catechismo) e liturgico (Messale domenicale e libro di preghiere e canti
  3. c) creare gradualmente un Centro Studi Macua Xirima (CICMX) nella parrocchia di S. Luca, Maùa, Niassa. Questo Centro si impegnò:

(1) in primo luogo: a raccogliere materiale etnografico del popolo xirima come proverbi, racconti, indovinelli, riti terapeutici, riti di iniziazione;

(2) in secondo luogo a  cercare  mezzi per pubblicare una sintesi di tutto questo capitale culturale in un volume intitolato: Biosofia e Biosfera Xirima;

(3) in terzo luogo a promuovere  pure la produzione artistica xirima nel settore della pittura, della scultura e della musica affinché la sensibilità estetica xirima sia valorizzata e sia presente nell’evangelizzazione e nelle celebrazioni liturgiche;

Arte Macua: l’interno di una Chiesa, decorato con argille naturali

(4) in quarto luogo a far conoscere la mondo-visione xirima con articoli pubblicati in riviste missionarie come Euntes Docete, Ad Gentes o in conferenze a livello accademico e internazionale;

(5) infine a organizzare corsi di lingua e di inserzione nella cultura xirima, che continuano fino a oggi.

Il CICMX ha le porte aperte a tutti coloro che desiderano conoscere di più il mondo culturale xirima e la Chiesa xirima.

I contatti con il centro sono possibili utilizzando il seguente indirizzo di posta elettronica: centroxirima@gmail.com

 

Padre Giuseppe Frizzi, Missionario della Consolata

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Belezza e armonia: la via del Kami in Giappone

In Giappone il rispetto e l’amore per la natura deriva secondo la tradizione shintoista da una forza soprannaturale che risiede in oggetti naturali. La divinità delle cose si esprime soprattutto nella bellezza. Il bello è santo.

Parco Okayama (letteralmente significa: giardino per godere il piacere più tardi) in Giappone.

Le religioni giapponesi possono essere paragonate a un variopinto arazzo di tradizioni diverse con una storia di quasi duemila anni. La cultura religiosa del Giappone è formata principalmente dallo shintoismo e dal buddhismo, influenzati da idee e valori confuciani e, in grado minore, dal cristianesimo occidentale.

Secondo lo shintoismo o “via dei kami”, gli antichi giapponesi vivevano in un mondo sacro. In ogni fenomeno naturale scoprivano forze superiori, che erompevano qua e là per minacciare o beneficare l’uomo. Queste potenze, legate strettamente all’uomo, si chiamavano kami. Il termine si riferiva a qualsiasi essere od oggetto capace di suscitare sentimenti pieni di mistero e di emozioni estetiche, e s’applicava a tutte le cose, superiori o sacre, alle quali si doveva gratitudine. L’imperatore, gli antenati, i grandi generali, i prìncipi, i fiumi, gli alberi, le montagne, gli antri, le valli, tutto era kami, tutto era divino. Lo shintoismo non ha una dottrina ben definita, ma esprime, in un’ampia varietà di modelli simbolici e rituali, il sistema di valori e lo stile comune di vita del popolo giapponese come si sono forgiati attraverso i secoli. Il concetto stesso di kami, più che riguardare le migliaia di esseri viventi presenti nella mitologia, indica tutto quello che ispira un sentimento di rispettoso timore verso la natura. Fenomeni naturali e anche esseri umani possiedono la natura di kami e sono, di conseguenza, intrinsecamente buoni. Tutta la vita trascorre in benedizioni e sotto la loro protezione, in comunione e in accordo con loro, con un cuore puro che conosce la gratitudine.

Questo atteggiamento implica che la felicità non deve essere intesa nella vita futura, ma piuttosto nella vita presente. La morte è vista come una maledizione, la vita è invece celebrata con gioia. I kami e gli antenati sono invitati a partecipare alla gioia e alla felicità dei vivi in una profonda unità cosmica degli uomini, della natura e degli esseri divini.

Tempo a Okayama in Giappone

A differenza dell’Occidente, dove la conoscenza è il mezzo principale per arrivare alla verità, in Giappone almeno nel campo religioso e a partire dallo shintoismo, prevale la tendenza a non distinguere ciò che è oggettivo da ciò che è soggettivo, l’esperienza propria da quella altrui. La verità religiosa è innanzitutto il risultato di “ciò che si sente” e che difficilmente si può condividere senza una comunicazione personale reciproca. I fatti, l’immaginazione, i sentimenti, la bellezza della natura sono per il credente complementari. Il sentimento religioso ha un carattere assai marcato. Esso evita di dividere e trova la sua sicurezza in una distribuzione imparziale delle varie pratiche religiose, che invita alla tolleranza e al sincretismo.

L’ottimismo e l’interiorità dell’ispirazione shintoista non concepiscono Dio come totalmente diverso dagli uomini, ma tendono verso l’identificazione e la partecipazione. Gli dei sono vicini; l’uomo non si sente solo e abbandonato. E questo a cominciare dallo stesso mito cosmologico che, per sconfiggere il caos della terra, narra delle nozze di Uzanagi e Uzanami, l’antichissima coppia divina. Essa abitava l’arcobaleno e da essa nacquero tutte le cose e innumerevoli divinità, tra le quali la dea del sole, da cui discesero gli imperatori.

Monaci giapponesi

 

Il rispetto e l’amore per la natura deriva dunque, secondo la tradizione shintoista, da una forza soprannaturale che risiede in oggetti naturali come le montagne, gli alberi, gli animali. La divinità delle cose si esprime soprattutto nella bellezza. Il bello è santo, suscita sentimenti estetici, soprannaturali, è segno di purezza interiore, di lealtà nei rapporti sociali. Per questo i santuari sono esteticamente curati e molti di essi posti sulle cime delle montagne. Famosissimo è il monte Fuji, assunto per la sua bellezza a simbolo religioso di tutta la nazione.

Di fronte a questi modi di immergersi nel sacro si deve riconoscere, come scrive Friedrich Heiler, che “la religione non è semplicemente una concezione di Dio, ma una frequentazione del Dio presente in molteplici manifestazioni”, e che “il rapporto con Dio si attua normalmente in forme sensibili”, pur essendo la religione l’atto più spirituale di cui l’uomo sia capace.

di GIAMPIETRO CASIRAGHI, IMC

 

Questo articolo è stato pubblicato nella Rivista Andare alle Genti  1-2 Gennaio Febbraio 2016

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