Insieme, nella stessa barca, verso l’altra riva

Fine dell’Istituto è la nostra santificazione e l’annuncio di Cristo ai non cristiani come partecipazione alla missione di Dio.

L’Istituto delle Suore Missionarie della Consolata, fondato a Torino (Italia) il 29 gennaio 1910 dal sacerdote Giuseppe Allamano, è una Congregazione religiosa missionaria di diritto pontificio.

L’Allamano, immerso nella contemplazione del mistero di Gesù, Figlio missionario del Padre, sperimenta nell’energia dello Spirito Santo e nella tenerezza di Maria Consolata la gioia della salvezza. In questa grazia di consolazione sente l’urgenza di annunciare Cristo ai non cristiani. Dà inizio al nostro Istituto perché la salvezza, in Cristo Gesù, raggiunga i confini della terra.

Chiamate dallo Spirito Santo a partecipare al Carisma, dono di Dio a Padre Fondatore, noi missionarie della Consolata offriamo la vita per sempre a Cristo, nella missione ad gentes, ossia ai non cristiani, per l’annuncio di salvezza e consolazione.

Fine dell’Istituto è la nostra santificazione e l’annuncio di Cristo ai non cristiani come partecipazione alla missione di Dio.

Attente a cogliere le nuove sfide missionarie, cerchiamo di individuare e rispondere con coraggio e umiltà alle situazioni dei tempi nelle modalità definite dai Capitoli generali.

L’XI Capitolo generale delle Suore Missionarie della Consolata si è svolto dal 2 maggio al 7 giugno 2017 in Casa generalizia a Nepi (VT, Italia). Il 1 maggio il Card. João Braz de Aviz, Prefetto della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, celebrava la solenne Eucarestia di apertura nella cappella di Casa generalizia. L’Eucarestia conclusiva, celebrata da P. Alberto Trevisiol, IMC, nostro confratello e Rettore Magnifico della Pontificia Università Urbaniana il 7 giugno, ben esprimeva la gratitudine, la meraviglia, la commozione per il percorso vissuto assieme, come famiglia in unità di intenti.

Il percorso di rinascita mira a un rinnovamento, a una rivitalizzazione della Congregazione, paragonata a una vite umile e fruttuosa che ha compiuto cento anni e, come ogni vite, necessita delle cure tenere e forti del vignaiolo, che si esprimono anche in sane e appropriate potature.

L’XI Capitolo generale è stato da noi chiamato il Capitolo della rinascita; il tema era racchiuso infatti in un solo verbo: Rinascere!

Il Capitolo raccoglieva, celebrava e continuava il percorso di rinascita inaugurato durante la preparazione al centenario di fondazione dell’Istituto, celebratosi nel 2010, e rilanciato dal X Capitolo generale nel 2011. Il percorso di rinascita mira a un rinnovamento, a una rivitalizzazione della Congregazione, paragonata a una vite umile e fruttuosa che ha compiuto cento anni e, come ogni vite, necessita delle cure tenere e forti del vignaiolo, che si esprimono anche in sane e appropriate potature. Siamo attualmente 580 professe, di 15 diverse nazionalità, presenti in 17 Paesi in Africa, America, Asia e Europa. Il X Capitolo generale del 2011 aveva affidato alla Direzione generale due importanti mandati: la Rielaborazione delle Costituzioni e il Ridisegnare le Presenze (Ristrutturazione). Questi due processi hanno coinvolto tutto l’Istituto in questi ultimi sei anni. Le Sorelle hanno partecipato con impegno a questi percorsi di Famiglia che hanno richiesto il coinvolgimento di tutte e sono divenuti occasione di preghiera, riflessione, condivisione e trasformazione a livello personale, comunitario, di Circoscrizione, di Istituto. Nel 2014, il I Capitolo Straordinario ha approvato il testo aggiornato delle Costituzioni e ha lanciato la rielaborazione di altri tre documenti del Diritto proprio: il Direttorio generale, il Regolamento amministrativo e il Piano generale di formazione (Ratio formationis), che l’XI Capitolo generale ha riveduto e approvato dopo un cammino che ha coinvolto di nuovo tutto l’Istituto, a diversi livelli, in stile veramente sinodale. Il processo del Ridisegnare le nostre Presenze ha trovato nel I Capitolo Straordinario del 2014 una tappa fondamentale, che ha indicato strade e aperto prospettive. L’XI Capitolo generale ha valutato i passi realizzati e ha progettato quelli futuri. In particolare, l’ultimo Capitolo ha confermato i cammini tracciati dal Capitolo straordinario del 2014, che prevedevano l’accorpamento delle Circoscrizioni in Africa in un’unica Regione, l’accorpamento delle Circoscrizioni in America in una unica Regione, il ridimensionamento deciso e coraggioso delle nostre presenze e attività specialmente in Africa e America e il rafforzamento delle presenze in Asia, in fedeltà al nostro fine specifico: l’evangelizzazione dei non cristiani.

Dopo il Capitolo straordinario del 2014, sia in Africa sia in America si erano realizzati passi intermedi, con la unificazione di alcune Circoscrizioni. Il Capitolo della Rinascita ha valutato positivamente questi passi e offerto orientamenti per continuare il processo iniziato. La diminuzione numerica e di forze è stata per l’Istituto una… energia positiva in quanto ha risvegliato in noi il bisogno di “tornare al Centro”, ossia all’essenziale della nostra vocazione, al primato di Dio e al fine per cui siamo state fondate. Abbiamo così sentito il bisogno di percorsi di rinnovamento e ridisegnamento non soltanto perché stiamo numericamente diminuendo ma soprattutto perché l’Istituto mantenga e sviluppi nell’oggi la fedeltà al carisma originario, perché la vite centenaria continui a generare grappoli succosi e produrre vino buono. Oltre all’immagine della vite e del vignaiolo, un simbolo che ha accompagnato lo svolgersi del nostro Capitolo della Rinascita è stato quello della barca.

Abbiamo così sentito il bisogno di percorsi di rinnovamento e ridisegnamento non soltanto perché stiamo numericamente diminuendo ma soprattutto perché l’Istituto mantenga e sviluppi nell’oggi la fedeltà al carisma originario, perché la vite centenaria continui a generare grappoli succosi e produrre vino buono.

Raccogliendo il percorso di questi anni, così intenso, partecipato, comunionale, il Capitolo ha sentito il bisogno di onorare il contributo originale di ogni Sorella nelle diverse circostanze concrete in cui vive la missione, caratterizzate da gioie e dolori, speranze e fatiche, luci e ombre che si intrecciano a formare il meraviglioso capolavoro della vita di ciascuna e della vita della nostra Famiglia religiosa missionaria. Il Capitolo ha riconosciuto, con gratitudine e meraviglia, affermato e celebrato il Bene, la Benedizione che percorre, come Onda viva e vivificante, forte e soave, la nostra famiglia e la sospinge al largo, piccola e fragile barca affidata al vento dello Spirito, per «passare all’altra riva» (cfr. Mc 4,35-41).

Questa barca, che è l’Istituto, è la nostra casa, è la casa di tutte noi. È una casa in movimento, proprio perché è una barca e… nessuna barca è costruita per rimanere ancorata in un porto sicuro, bensì per solcare le acque! È la barca donataci da Dio per navigare il tempo e lo spazio, staccandosi da rive conosciute, sempre protesa verso rive “altre”, che il fluire dell’Onda e il soffio dello Spirito di volta in volta ci indicano e ispirano. La vela è Maria Consolata, nostra Madre tenerissima. È Lei, ieri come oggi, a intercettare il vento dello Spirito, a gonfiarsi del Suo sospiro e sospingerci verso altri lidi. Al timone c’è, come sempre, Padre Fondatore, uomo dallo sguardo acuto e penetrante, e dall’udito finissimo, capace di captare i gemiti e i sussurri delle acque e del vento, di riconoscere i segni delle stelle e di avvistare da lontano nuovi lidi verso cui dirigere la barca. Nella barca ci siamo tutte noi Sorelle, ma c’è anche e soprattutto il Dio-con-noi, il vero e unico Inviato nel quale, e solo nel Quale, anche noi siamo inviate. C’è Lui, il Signore delle acque e del vento, l’umile Pellegrino che ama viaggiare con noi e come noi, proprio sulla nostra fragile barca di legno, in pieno sole, al chiar di luna o nelle notti senza stelle, identificandosi con noi, con le nostre gioie e dolori, speranze e fatiche, luci e ombre, veglie e torpori, coi nostri gesti, le nostre parole, i nostri sogni, la nostra umanità consacrata, il nostro impasto vivo e vibrante di terra e cielo!

Siamo consapevoli di non essere inviate ad annunciare noi stesse, la nostra potenza, la nostra grandezza, bensì a manifestare in fragili vasi di argilla (cfr. 2 Cor 4,7) la potenza umile, la forza debole, la grazia vulnerabile dell’Amore che è una Persona.

Conosciamo la fragilità della barca, le venature e i nodi del suo legno, le crepe e anche le falle da cui filtra acqua e che abbisognano di essere riparate. No, non ci spaventa questa fragilità, anzi! Siamo certe che proprio quando siamo deboli, è allora che siamo forti, non di noi stesse ma di Colui che è la nostra forza (cfr. 2 Cor 12, 9-10), la nostra gioia, la nostra vita! Siamo consapevoli di non essere inviate ad annunciare noi stesse, la nostra potenza, la nostra grandezza, bensì a manifestare in fragili vasi di argilla (cfr. 2 Cor 4,7) la potenza umile, la forza debole, la grazia vulnerabile dell’Amore che è una Persona. Egli ci avvolge e ci riveste di Sé senza annullare la nostra fragilità, ci rende sempre più Sue e, attirandoci sempre più profondamente in Lui, ci immerge in modo sempre più effettivo nei solchi dell’umanità, nelle ferite del cosmo, della storia e del cuore umano, nel contatto vero – umanissimo e divino – con «la carne di Cristo»1, con «le piaghe di Cristo»2 in noi stesse e nei fratelli e sorelle che incontriamo, per sprigionare dai nostri fragili vasi la fragranza del Suo Profumo, per liberare dalle crepe della nostra creta l’olio della Sua Consolazione!

La barca del nostro Istituto da più di cento anni naviga gli oceani, si stacca da tante rive conosciute e cerca «le isole lontane» (cfr. Is 66,19) seguendo la rotta indicata dalla Stella.

Questa barca umile e fragile, abitata dal Signore, è la casa di tutte noi. Sì, nella barca dell’Istituto dimoriamo e cresciamo, da lei usciamo di buon mattino per incontrare l’altro, per raccogliere il grano maturo dell’esperienza di Dio tra i popoli e per seminare il kerigma. In lei rientriamo la sera per ritrovarci insieme, per il dialogo intimo con Lui, per continuare la navigazione e raggiungere altre rive. In lei, nella barca dell’Istituto, ci incontriamo e riconosciamo Sorelle attorno a Colui che la abita, attorno alla vela della Consolata, attorno al Padre timoniere.

Conosciamo la fragilità della barca, ma conosciamo anche la forza misteriosa della Stella! La barca del nostro Istituto da più di cento anni naviga gli oceani, si stacca da tante rive conosciute e cerca «le isole lontane» (cfr. Is 66,19) seguendo la rotta indicata dalla Stella. Il nostro esperto timoniere è un Padre dallo sguardo sempre puntato all’orizzonte, sì, ma anche rivolto in alto, lassù, per individuare i segnali misteriosi che dalle profondità del Cielo indicano la via. La Stella apparsa oltre cento anni fa non ci ha mai abbandonato. A volte, la notte buia e caliginosa ha cercato di nascondercela, ma Lei è sempre riapparsa, trapassando con la Sua Luce fedele le nebbie più fitte. Come i Magi, anche noi sussultiamo di gioia al vederla! È la Stella del Carisma, capace di far trasalire di esultanza la nostra anima! Quante volte, nella nostra umile barca, immerse nel mare del tempo e dello spazio, sospinte dall’Onda e dal Vento, abbiamo sentito il nostro cuore vibrare di commozione alla Luce della Stella, al percepire ciò che risponde pienamente a quanto iscritto nel «codice genetico» del nostro spirito, ciò che ci identifica come Missionarie della Consolata, ciò che risveglia in noi le migliori energie, ciò che ci rilancia in uscita!

Sì, la Stella del Carisma brilla su di noi e ci conduce, fa risplendere la nostra piccola barca della Sua luce, ci rende sempre più belle, più vere, più donne, più sorelle, più spose e più madri, aprendo la nostra umanità alla fecondità inaudita dello Spirito…

Quante volte nelle visite, negli incontri, nei Capitoli, in questo Capitolo generale abbiamo sentito posarsi su di noi, passare tra noi, infiammare il nostro cuore il raggio caldo, inconfondibile, della Stella del Carisma! Allora, come per incanto, i nostri cuori si sono uniti, le nostre differenze sono diventate passi di danza di una melodia condivisa, le nostre voci hanno cantato la polifonia della comunione! Lungo il viaggio, l’equipaggio della nostra barca diventa sempre più “uno” e nei cuori cresce un senso del “noi” sempre più solido. Non c’è più posto per il “voi” e il “loro” all’interno di un equipaggio affiatato. I membri sono uniti dal desiderio dell’unica meta, e dalla stessa barca che abitano, di cui tutti sono responsabili; la Stella che seguono intreccia la vita di donne consacrate di diversa età, formazione, cultura, origine, esperienza e personalità nella tela viva, colorata, preziosissima della comunione. È il miracolo della Stella! Sì, la Stella del Carisma brilla su di noi e ci conduce, fa risplendere la nostra piccola barca della Sua luce, ci rende sempre più belle, più vere, più donne, più sorelle, più spose e più madri, aprendo la nostra umanità alla fecondità inaudita dello Spirito:

«Àlzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce,

la gloria del Signore brilla sopra di te.

Poiché, ecco, la tenebra ricopre la terra,

nebbia fitta avvolge i popoli;

ma su di te risplende il Signore,

la sua gloria appare su di te. (…)

Alza gli occhi intorno e guarda:

tutti costoro si sono radunati, vengono a te.

I tuoi figli vengono da lontano,

le tue figlie sono portate in braccio.

Allora guarderai e sarai raggiante,

palpiterà e si dilaterà il tuo cuore,

perché l’abbondanza del mare si riverserà su di te,

verrà a te la ricchezza delle genti».

(Is 60, 1-2.4-5)

Sr Simona Brambilla, MC

1 Cfr. Papa Francesco, Veglia di Pentecoste con i movimenti, le nuove comunità, le associazioni e le aggregazioni laicali, Roma, 18 maggio 2013.

2 Cfr. Papa Francesco, Meditazione mattutina nella cappella della Domus Sanctae Marthae, Roma, 3 luglio 2013: «Dobbiamo toccare le piaghe di Gesù, dobbiamo accarezzare le piaghe di Gesù. Dobbiamo curare le piaghe di Gesù con tenerezza. Dobbiamo letteralmente baciare le piaghe di Gesù». La vita di san Francesco, ha ricordato il Papa, è cambiata quando ha abbracciato il lebbroso perché «ha toccato il Dio vivo e ha vissuto in adorazione». «Quello che Gesù ci chiede di fare con le nostre opere di misericordia — ha concluso il Pontefice — è quello che Tommaso aveva chiesto: entrare nelle piaghe».

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L’ECO UMANO DELLO SPIRITO

Vorremmo iniziare questo nuovo sessennio tornando all’icona della Visitazione, da cui tutto è partito, per gustarne il dinamismo missionario e riassaporarne la valenza carismatica, oggi.

Le Suore Missionarie della Consolata hanno celebrato il loro XI Capitolo generale in maggio-giugno 2017. Rileggendo il sessennio appena concluso e guardando al nuovo sessennio che si apre, Suor Simona Brambilla, Superiora generale, rivisita l’icona evangelica della Visitazione.

Due donne, Maria e Elisabetta, sono state le nostre sapienti guide lungo il sessennio appena conclusosi, dal X Capitolo generale del maggio 2011 all’XI Capitolo generale del maggio 2017. Esse ci hanno accompagnato in un percorso di rivisitazione delle radici della preziosa vigna che è l’Istituto, al fine di promuoverne la crescita e la fecondità, in vista della qualità delle uve pregiate, stillanti il buon vino della Consolazione per tutti i popoli e in modo specifico per coloro che non conoscono il Cristo. Davvero il Buon Vignaiolo si è fatto presente, curando la Sua vigna con tenerezza e sollecitudine; la vite ha fremuto di commozione accogliendo le attenzioni di Colui/Colei che quando passa sussurra nella brezza leggera Parole che arrivano al cuore e lo risvegliano, lo rinvigoriscono, lo fanno sussultare. Vorremmo iniziare questo nuovo sessennio tornando all’icona della Visitazione, da cui tutto è partito, per gustarne il dinamismo missionario e riassaporarne la valenza carismatica, oggi.

«In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta.  Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: “Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto”.

Allora Maria disse: 

“L’anima mia magnifica il Signore

e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,

perché ha guardato l’umiltà della sua serva.

D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.

Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente

e Santo è il suo nome;

di generazione in generazione la sua misericordia

per quelli che lo temono.

Ha spiegato la potenza del suo braccio,

ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;

ha rovesciato i potenti dai troni,

ha innalzato gli umili;

ha ricolmato di beni gli affamati,

ha rimandato i ricchi a mani vuote.

Ha soccorso Israele, suo servo,

ricordandosi della sua misericordia,

come aveva detto ai nostri padri,

per Abramo e la sua discendenza, per sempre”.

Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua».

(Lc 1,39-56)

Maria ed Elisabetta sperimentano la gioia profondissima di un incontro che coinvolge non solo le due donne, ma anche i figli della promessa, frutto delle loro viscere e di una Parola che, discesa dal Cielo si incarna, in modi del tutto diversi, nel tessuto umano di vite ordinarie segnate e trasfigurate dalla straordinarietà dell’avvento del Signore.

Il primo effetto della maternità di Maria è dunque il muoversi, l’andare, l’uscire da Nazaret per condividere la Gioia.

Maria si alza e va: divenuta sposa e madre, sospinta dallo Spirito che la riempie di Sé, Maria non trattiene la gioia, la consolazione! Adombrata da Dio, avvolta dalla sua tenerezza, eccola correre verso Elisabetta per condividere con lei l’Ombra benefica che la protegge, l’Abbraccio caldo che la sostiene, la Nube luminosa in cui è immersa. Sì, Maria stende il suo manto, la sua capulana, la sua kanga, il suo kitenge, dal suo aguayo, il suo sarong1 su sua sorella, moltiplicando la gioia, la pace, la shalom!

Il primo effetto della maternità di Maria è dunque il muoversi, l’andare, l’uscire da Nazaret per condividere la Gioia.

Arrivata alla casa di Elisabetta, vi entra. Che bello questo primissimo passo di avvicinamento all’altra! Maria, colma di Gioia, entra nella casa dell’altra, nel suo mondo, nella sua vita, bussando delicatamente alla porta e attendendo il permesso per accedere. Entra, Maria, non chiama fuori Elisabetta ma entra in casa sua e vi rimane, divenendo parte della famiglia, lasciando che le consuetudini, il linguaggio, le tradizioni, i sapori, i colori, gli aromi, i segreti di Elisabetta e Zaccaria penetrino nel suo animo, arricchiscano il suo bagaglio interiore mentre lei condivide la Pienezza! Sì, perché la Gioia che la riempie non esclude nessuno e non vanta autosufficienza, anzi, dilata il cuore di Maria agli spazi infiniti dell’accoglienza di Dio, alla Sua umile e appassionata sete dell’altro!

Shalom! È la prima parola che Maria pronuncia. Semplice, densissimo e sconvolgente, shalom è l’annuncio che fa sussultare la creatura nel grembo di Elisabetta, e non solo. Con Giovanni sussulta ogni germe di vita nel cosmo, abbandonandosi all’ebbrezza della danza, trascinato dalla melodia che fluisce dal nucleo densissimo di quella parola: Shalom! «Il Verbo immenso che distende i cieli, a cui le stelle rispondono per nome e regge nella mano l’Universo»2 si lascia mediare dalla voce dolce e cristallina della Madre: Il saluto di Maria è somma benedizione, balsamo di vita, risveglio del desiderio assopito, consolazione per ogni cuore, invito alla danza della comunione!

La Pienezza è inarrestabile, la Gioia è contagiosa, lo Spirito è incontenibile: Elisabetta, travolta dall’esperienza del sussulto, diviene – lei pure – voce. Voce benedicente, voce della benedizione che tutto il creato eleva alla Madre e al Creatore che in Lei ama racchiudersi, accoccolarsi, nascondersi, rivelarsi: Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! Il saluto di Maria innesca la polifonia benedicente del creato, riattiva in Elisabetta i canali attraverso cui tale polifonia scorre, prende carne e voce, si manifesta in parola e canto.

Elisabetta è l’eco umano dello Spirito, che ripete con voce di donna, sorella, madre, amica quanto Maria aveva sentito all’Annunciazione. Che bella questa reciprocità del dono!

In Elisabetta trova espressione lo stupore attonito dell’universo intero: A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Maria, uscita da Nazaret e entrata in casa di Elisabetta per condividere la Gioia, riceve da lei il dono del riconoscimento, della conferma. Elisabetta è l’eco umano dello Spirito, che ripete con voce di donna, sorella, madre, amica quanto Maria aveva sentito all’Annunciazione. Che bella questa reciprocità del dono! Annuncio suscita annuncio, gioia suscita gioia, vita suscita vita, in un interscambio fecondo, lietissimo, tutto umano e tutto divino!

E allora prorompe il Magnificat come canto di Maria per Dio ma anche come canto di Dio in Maria, perché il cuore divenuto dimora della Tenerezza non può fare altro che cantarLa. E allora, docile e ardente, il Verbo si lascia ancora una volta mediare dalla voce della Madre, il Soffio dal suo respiro, il Gemito inesprimibile dalla melodia: Magnificat! E allora, Maria diviene Porta di Misericordia, di Tenerezza, attraverso cui Dio consola la sua creatura con amore di madre.

L’icona della Visitazione si offre ancora a noi come icona missionaria e consolatina per eccellenza, che può felicemente accompagnare la nostra famiglia sui sentieri dell’ad gentes! Quanti elementi preziosi emergono e quanti ne emergerebbero ancora da una contemplazione più profonda di queste parole e immagini sacre!

Quanto Maria e Elisabetta hanno ancora da offrire a noi, Missionarie della Consolata, nel cammino di inesauribile scoperta della ricchezza del dono carismatico consegnato da Maria Consolata al Fondatore e in lui a ciascuna di noi!

Lasciamoci ancora guidare da loro, nella dinamica fecondissima e gioiosa dell’incontro, affinché questo sessennio possa essere occasione privilegiata di rinascita nei valori fondanti e di ritorno al Centro, quel Centro infuocato da cui tutto è cominciato e a cui tutto è chiamato a tornare, quel Centro densissimo che è comunione di Persone, vita che sempre sgorga e sempre rifluisce, quale Onda lieta, trasparentissima, incandescente, riconducendo tutto e tutti nel quieto mare del Suo stesso Amore!3 Amen!

sr. Simona Brambilla MC

1 La capulana, la kanga e il kitenge sono teli colorati usati soprattutto dalle donne in molte zone dell’Africa. Servono a… tutto! Come indumenti, come marsupio per portare il bimbo, come lenzuolo, come drappo, come tovaglia, come riparo dal sole e dal freddo, come fagotto in cui avvolgere le cose più svariate ecc. L’aguayo è un panno colorato che le donne indigene, soprattutto in Bolivia, Argentina e Perù, usano nei modi più svariati, similmente alla capulana. In varie zone dell’Asia e del Pacifico, ma anche del Corno d’Africa, il sarong riveste la stessa funzione.

2 Inno Mariano “Acqua di fonte cristallina”.

3 Cfr. Monastero Trappiste di Vitorchiano, Inno: “O Trinità Infinita”.

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