TRASFORMARE IL MALE IN BENE…

Il coraggio di Ester sarà salvifico: il decreto di sterminio, già firmato, non può essere revocato, ma il re autorizza gli ebrei a difendersi dall’imminente attacco.

Studiose e studiosi l’hanno paragonata a Cenerentola. Anche Ester, infatti, è una giovane orfana che, con il matrimonio, viene inaspettatamente riscattata dalla miseria e dal silenzio. Ma se l’eroina delle fiabe ha pochi meriti personali (tranne che nella versione dello scrittore inglese Roald Dahl), la ragazza docile, obbediente e silenziosa della Bibbia ne ha da vendere. Capace, come sarà, di trasformarsi in colei che salverà il suo popolo dalla morte.

La storia, che si svolge nell’impero persiano durante la diaspora, è nota. Al termine di lunghissimi festeggiamenti, il potente re Assuero/Artaserse “che regnava dall’India fino all’Etiopia sopra centoventisette province” (Ester 1,1) invita a partecipare alla festa anche la moglie Vasti. La donna, però, rifiuta di presentarsi. Espulsa dalla corte (il suo no viene letto come un affronto), viene sostituita da Ester, scelta tra le più belle vergini del regno. La ragazza è ebrea, ma non lo dice. La sua identità verrà tenuta nascosta fino a quando Mardocheo (un suo parente), venuto a conoscenza di un complotto ordito dal visir Aman per sterminare gli ebrei, chiede alla regina di intercedere per il proprio popolo. Il rischio è molto alto, ma lei accetta. Il coraggio di Ester sarà salvifico: il decreto di sterminio, già firmato, non può essere revocato, ma il re autorizza gli ebrei a difendersi dall’imminente attacco. E onde evitare che si dimentichi la minaccia scongiurata, da Ester e Mardocheo viene fissata una festa annuale, Purim, che tutto Israele dovrà celebrare di generazione in generazione fino alla fine dei tempi.

Protagoniste del racconto sono dunque due regine. L’una, Vasti, è una figura per nulla delineata nel racconto: sappiamo solo che il re decide di convocarla “per mostrare al popolo e ai capi la sua bellezza” (1,11). Possiamo immaginare che la regina abbia rifiutato – con estremo coraggio – di farsi trattare come un oggetto, come trofeo da mostrare al pubblico. E se questo atteggiamento maschile, nella mentalità del tempo (e non solo!), poteva essere considerato normale, decisamente non normale è il no della donna. Il colpo di scena è forte. È un rifiuto inconcepibile nella dinamica tra maschile e femminile, tra potere e sottomissione. Ma è, al contempo, un rifiuto necessario ai fini della storia d’Israele: è grazie al no di questa donna, infatti, che può avverarsi la salvezza per un intero popolo a rischio di sterminio. Vasti esce dunque di scena in silenzio, con estrema dignità. Si ritroverà sola, ma non piegata.

Il colpo di scena è forte. È un rifiuto inconcepibile nella dinamica tra maschile e femminile, tra potere e sottomissione. Ma è, al contempo, un rifiuto necessario ai fini della storia d’Israele: è grazie al no di questa donna [la regina Vasti], infatti, che può avverarsi la salvezza per un intero popolo a rischio di sterminio.

L’altra protagonista è Ester, il cui omonimo libro insieme a quello di Rut e di Giuditta compone una trilogia di racconti sapienziali dal nome di donna. Ester è per definizione “la nascosta”, perché questo significa in ebraico il suo nome, ma lo è a tanti livelli.

Ester, innanzitutto, vince e passa alla storia non perché è la regina di Persia (come si potrebbe inizialmente pensare), ma perché è la regina d’Israele. Figura misteriosa anche perché priva di padre e di madre, è proprio la sua condizione di orfana a darle una funzione messianica, quasi un Mosè in versione femminile, come tanti hanno sottolineato.

Nascosta non è solo Ester: un’altra caratteristica del racconto ebraico, infatti, è l’assenza di Dio. E se tale assenza è stata fonte delle più varie interpretazioni, ci piace pensare che ciò non significhi che Dio non ci sia, ma che Egli è nascosto: sta a noi cercarlo nei nomi, nelle parole e nella storia che viene raccontata.

Entrata in Carmelo per offrire la sua vita a Dio, Edith Stein la offrì anche per il popolo ebraico. Esattamente come fece Ester. “Non posso fare a meno di tornare sempre a pensare alla regina Ester, che fu presa dal suo popolo per intercedere davanti al re in favore del suo popolo – scrive Teresa Benedetta della Croce –. Io sono una piccola Ester, molto povera e impotente, ma il Re che mi ha scelto è infinitamente grande e misericordioso”.

Una storia che ha al centro un nodo fondamentale per l’umanità: salvare se stessi o salvare gli altri? E, nello specifico, tentare di salvare gli altri anche quando questo potrebbe significare condannare se stessi? Mardocheo coglie il nocciolo della questione quando va ad implorare l’aiuto della regina: “Non dire a te stessa che tu sola potrai salvarti nel regno, fra tutti i Giudei” (4,12). Sarebbe stato difficile colpevolizzare una ragazza spaventata dinnanzi a un compito tanto rischioso, ma il coraggio apparentemente inaspettato è qualcosa che le donne imparano presto a conoscere. Certo, la domanda successiva di Mardocheo parrebbe voler riportare Ester nell’ambito di un disegno divino (“Chi sa che tu non sia diventata regina proprio per questa circostanza?”: 4,14), ma la scelta se dire sì o no è un’opzione possibile. Un’opzione che in realtà Ester nemmeno contempla: dopo tre giorni di digiuno, a cui chiama tutto il popolo, rende nota la sua scelta. “Contravvenendo alla legge, entrerò dal re, anche se dovessi morire” (4,16). Il finale non è certo, la sua scelta sì.

Tra le donne che si sono ispirate a Ester ci piace ricordare la filosofa carmelitana morta ad Auschwitz. Un anno prima di finire in una camera a gas, infatti, Edith Stein scrisse per lei un componimento poetico intitolato Dialogo notturno. Entrata in Carmelo per offrire la sua vita a Dio, Edith Stein la offrì anche per il popolo ebraico. Esattamente come fece Ester. “Non posso fare a meno di tornare sempre a pensare alla regina Ester, che fu presa dal suo popolo per intercedere davanti al re in favore del suo popolo – scrive Teresa Benedetta della Croce –. Io sono una piccola Ester, molto povera e impotente, ma il Re che mi ha scelto è infinitamente grande e misericordioso”.

Ester è il prototipo delle grandi cose realizzate, con caparbia e coraggio, nel silenzio.

Piccola sorgente che divenne un fiume” (10,3), la definisce Mardocheo nella Bibbia. È probabilmente l’immagine che meglio coglie il messaggio, ancora attualissimo, di questa storia. Ester è il prototipo delle grandi cose realizzate, con caparbia e coraggio, nel silenzio. Umile (“Detesto l’insegna della mia alta carica, che cinge il mio capo nei giorni in cui devo comparire in pubblico”: 4,17) e semplice, prima nascosta e poi combattente, questa ragazza diventa donna muovendosi negli intrighi dei palazzi, uscendone trasformata per sé e per il suo popolo. Così, capace di trasformare il male in bene.

GIULIA GALEOTTI

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La schiava salvata da Dio

Storia attualissima di una donna che, in condizioni di inferiorità sociale assoluta, era infatti schiava, senza alcun diritto, ha saputo difendere la propria dignità e il proprio figlio.

La storia di AGAR, la schiava egiziana, si inserisce in quella di Sara e di Abramo. Ma è anche una storia a sé, colmata di dolore, di fierezza e insieme di speranza. Storia attualissima di una donna che, in condizioni di inferiorità sociale assoluta, era infatti schiava, senza alcun diritto, ha saputo difendere la propria dignità e il proprio figlio.

Possibilmente bruna, con i riflessi blu dei lineamenti degli egiziani originari, altera nel fisico anche se umiliata dalla condizione di schiavitù, Agar fa da contrappunto drammatico a Sara, la “principessa”1, la padrona assoluta che potrebbe disporre della sua vita, come farà a un certo punto.

Per molti anni, sotto la ricca tenda di Abramo, il dramma pende positivamente dalla parte di Agar e negativamente dalla parte di Sara. Agar, giovane, bella e piena di vita; Sara, pure bella, ma ormai sfiorita e sterile. Agar dopo aver giaciuto con Abramo ed essere rimasta incinta e prima ancora che Ismaele fosse nato (Gen. 16:1-4), diventa orgogliosa di sé, sente d’aver finalmente raggiunto la tappa più inverosimile della propria vita di schiava: quella di contare di più della padrona per il solo fatto d’essere, a differenza di lei, feconda e madre.

Il Primo Testamento, come in tutte le storie dei popoli antichi, è pieno di questi casi di schiave che insuperbiscono e finiscono col dominare le padrone, ma occorre tener conto che questa umana e sgradevole storia è inserita nel libro di Dio, e dietro fatti non sempre edificanti, Dio, all’insaputa degli stessi protagonisti, tesse la salvezza dell’umanità secondo il proprio amore e la propria sapienza.

Dio, all’insaputa degli stessi protagonisti, tesse la salvezza dell’umanità secondo il proprio amore e la propria sapienza.

Proviamo anche noi a fare una rilettura della nostra vita, una vita segnata, a volte, da eventi e/o situazioni difficili da collocare nel marco della nostra esistenza senza uno sguardo di fede… Certe situazioni lasciano segni indelebili a volte… come le cicatrici dei chiodi del Cristo Crocifisso che però alla luce dell’amore del Padre diventano i segni della risurrezione…

Ma torniamo alla tenda di Abramo. Sara si lamenta immediatamente col marito dell’impudenza provocatoria della schiava: «Tu mi fai torto; io ti ho messo fra le braccia la mia schiava, ed essa, accorgendosi d’aver concepito, mi disprezza: il Signore giudichi fra me e te» (Gen. 16: 5). Sara si diminuisce al livello di Agar: eccole ambedue gelose l’una dell’altra, tese ormai a escludersi a qualunque costo. La gelosia chiude la possibilità di giudicare con rettitudine e impedisce un valutazione retta dei fatti. Quante volte le persone si trovano in situazioni simili e non sanno gestire gli eventi, non sanno dare un nome ai sentimenti e preferiscono tagliare corto, rompere il rapporto o addirittura spezzare una relazione di amicizia e familiarità: Non sappiamo dare un il nome vero ai nostri sentimenti per questo siamo testimoni di tante tragedie nella nostra società!

La gelosia chiude la possibilità di giudicare con rettitudine e impedisce un valutazione retta dei fatti.

Ora, in una situazione del genere è concepibile che il peggio toccasse alla schiava, a colei che, anche per legge, era priva di ogni diritto. Abramo amava Sara; inoltre non poteva difendere giuridicamente Agar, nel contesto del diritto e delle usanze del tempo. Con docile remissività, accetta le scelte di Sara nei riguardi di Agar. Risponde: «Ecco, la tua schiava è in tuo potere, fa di lei quello che ti piace».

Non sappiamo cosa abbia fatto la “principessa” alla schiava umiliata, si sa, semplicemente, che “la maltrattò tanto che quella si allontanò”. Soltanto il fermo intervento dell’Angelo del Signore e la di lui promessa: «Io moltiplicherò grandemente la tua posterità che, da quanto sarà numerosa, non potrà essere contata», con la precisazione “Ecco, tu concepirai e partorirai un figlio al quale porrai nome Ismaele, perché il Signore ha ascoltato la tua afflizione. Egli sarà come un onagro: le sue mani contro le mani di tutti, e le mani di tutti contro le mani di lui: egli abiterà in faccia a tutti i suoi fratelli», convinceranno Agar al ritorno alla tenda di Abramo (Gen. 16: 6-18). Purtroppo, e lo costatiamo tutti i giorni, la risposta alle situazioni difficili è la violenza. Ci sembrerebbe che la violenza (quella di Sara) o la ribellione (quella di Agar) siano la risposta logica al male subito. Eppure Gesù ci ha insegnato un modo diverso di risponde al male ed è quello del perdono, della mansuetudine, della non-violenza. Questo non è debolezza, ma al contrario è la forza dell’amore che trova in se l’energia per guardare l’altro con gli occhi e il cuore colmo di compassione. Se tutti facessimo così il nostro pianeta sarebbe un Paradiso anticipato!

Purtroppo, e lo costatiamo tutti i giorni, la risposta alle situazioni difficili è la violenza. Ci sembrerebbe che la violenza (quella di Sara) o la ribellione (quella di Agar) siano la risposta logica al male subito. Eppure Gesù ci ha insegnato un modo diverso di risponde al male.

Ma nonostante la promessa dell’Angelo, l’illusione e la speranza durano poco. Appena nasce Isacco, il figlio legittimo, il sereno scompare. L’incidente si verifica il giorno stesso in cui il piccolo Isacco viene svezzato: Abramo, per festeggiare il divezzamento, ha indetto un grande convito. Davanti a tutta la gente, però, Ismaele, più grande e già «feroce», come l’angelo l’aveva definito prima ancora che nascesse, si mette a prendere in giro il fratello più piccolo e debole. Sara scatta e chiede ad Abramo di allontanare la schiava e suo figlio, perché il figlio della schiava non deve essere erede come il figlio Isacco».

A queste parole Abramo sente dispiacere. Lui ama ambedue i suoi figli, ma Sara non deflette, e Dio gli rivela che dove la durezza semina ingiustizia, Egli saprà seminare il riscatto e la consolazione. Allora Abramo si piega a cuore stretto.

Ecco Agar di nuovo nel deserto, sola con il suo ragazzo. Il pane e l’acqua dell’otre finiscono presto. Il bambino ha fame e sete, forse morirà. Agar si dispera, però Dio non si dimentica di lei e interviene: “E Dio fu con il fanciullo che crebbe ed abitò nel deserto e divenne un tiratore d’arco. Ismaele abitò nel deserto del Páran e sua madre gli prese una moglie del paese d’Egitto” (Gen. 21: 8-21). Ismaele sarebbe diventato il capostipite del popolo del deserto.

Dio gli rivela che dove la durezza semina ingiustizia, Egli saprà seminare il riscatto e la consolazione.

Come la sua padrona Sara, anche Agar ha sofferto. Il suo destino di schiava si è riscattato e compiuto nella vocazione del figlio. Così anche lei, come Sara sarà la matriarca di un popolo.

sr. Renata Conti MC

1 L’accezione del nome ‘Sara’ significa Principessa.

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Quando la sposa è bambina

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I matrimoni precoci sono una violazione ai diritti umani.

La storia di Nojoud, la bambina yemenita che a 10 anni ha conquistato il tragico primato di più giovane divorziata al mondo, dopo che un tribunale le ha concesso di porre fine ad un matrimonio combinato con un aguzzino che aveva il triplo dei suoi anni, è stata raccontata in un libro autobiografico, scritto con la giornalista franco-iraniana Delphine Minoui (in Italia è edito da Piemme) e trasposta in versione cinematografica nel film La sposa bambina, proiettato nelle sale italiane lo scorso maggio.

La regista del film, Khadija Al-Salami, anch’ella yemenita e vittima di un matrimonio forzato subito in età infantile, racconta il dramma della bambina con delicatezza ed equilibrio, rendendo ragione delle motivazioni dei suoi genitori, responsabili e insieme vittime di un sistema culturalmente arretrato, con leggi e codici d’onore spietati ed inviolabili, in cui sono i più poveri ed indifesi ad avere la peggio. Così trova una spiegazione (non certo una giustificazione) la scelta del padre di Nojoud di darla in sposa per ricavarne una dote che viene usata per pagare qualche mese di affitto e, al tempo stesso, per proteggerla dal pericolo di subire la stessa sorte toccata alla sorella: questa, violentata da un giovane della tribù, era subito stata data in sposa al suo stupratore con un matrimonio riparatore e, tuttavia, era divenuta oggetto di continui pettegolezzi e critiche da parte della comunità, tanto che la famiglia era stata costretta ad abbandonare il proprio villaggio sui monti e a trasferirsi in città, dove i pochi soldi che si racimolavano con l’accattonaggio non bastavano a comprare il cibo per tutti né a pagare l’affitto di casa.

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La regista del film “Sposa bambina” Khadija Al-Salami, anch’ella vittima di un matrimonio forzato subito in età infantile, racconta il dramma della bambina con delicatezza ed equilibrio.

Ciò che più risulta sconcertante nel film è che quasi nessuno – neanche la madre – riesca a vedere in Nojoud una bambina, benché lei, appena può, corra a giocare con le sue amichette e giunga alla casa del marito stringendo a sé una bambola. L’eccezione è rappresentata dal giudice, che si intenerisce rivedendo in lei qualcosa della propria figlia e dall’avvocato donna che la difende. Gli argomenti che ella adduce, cioè che gli abusi sessuali e psicologici che la bambina ha subito non hanno alcun fondamento religioso e che il fisico minuto di Nojoud e il suo comportamento infantile denunciano chiaramente che non è pronta per sostenere l’impegno di un matrimonio e di eventuali gravidanze, non hanno tuttavia la forza di persuadere i due imputati del processo – il padre e il marito di Nojoud – che si appellano al fatto di aver solo seguito le norme tradizionali della loro tribù.

UN FENOMENO DIFFUSO IN TUTTO IL MONDO

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L’ONU ha posto l’abolizione dei matrimoni precoci tra gli obiettivi da raggiungere entro il 2030… nei Paesi in via di sviluppo 1 ragazza su 3 si sposa prima dei 18 anni, 1 su 9 prima dei 15.

Merito di questo film, sponsorizzato in Italia da Amnesty International, è di aver fatto conoscere il dramma dei matrimoni precoci (contratti cioè prima del raggiungimento del 18° anno di età), contro cui da anni si impegnano Organizzazioni intergovernative, ONG, reti internazionali e regionali e Agenzie delle Nazioni Unite (in particolare l’Unicef che nel 2001 ha pubblicato uno studio ampio e articolato sul matrimonio precoce, a cura del Centro Innocenti); l’ONU ha posto l’abolizione dei matrimoni precoci tra gli obiettivi da raggiungere entro il 2030.

Quello di Nojoud, infatti, non è purtroppo un caso isolato né raro: secondo i dati del Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione (UNFPA), ogni anno avvengono circa 13,5 milioni di matrimoni precoci (cioè circa 37000 al giorno); nei Paesi in via di sviluppo 1 ragazza su 3 si sposa prima dei 18 anni, 1 su 9 prima dei 15. I matrimoni precoci riguardano anche i ragazzi, ma il fenomeno è in percentuale prevalentemente femminile (82% contro il 18% maschile). È una pratica diffusa a livello mondiale, ma particolarmente frequente nell’Africa sub-sahariana, Medioriente e Asia meridionale. Si consideri che questi sono dati ufficiali e che il numero reale potrebbe essere di molto superiore, perché, data l’inadeguatezza o la totale assenza di sistemi di registrazione anagrafica, migliaia di matrimoni non vengono registrati oppure non si conosce esattamente l’età degli sposi (entrambi i casi comportano di per sé una violazione di diritti, perché un minore senza certificato di nascita o un coniuge senza un documento che attesti il matrimonio non godono di alcuna tutela).

LE CAUSE PRINCIPALI

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Il matrimonio può essere visto come un modo per proteggere le bambine e garantire loro stabilità economica e protezione, sotto il controllo del marito, da approcci e violenze sessuali e da gravidanze fuori dal matrimonio.

La povertà è una delle principali cause dei matrimoni precoci: una giovane figlia può essere un pesante onere economico, mentre un matrimonio – tanto più quando lo sposo è tenuto a corrispondere un compenso al padre della sposa – può diventare un mezzo di sopravvivenza economica. In più, il matrimonio può essere visto come un modo per proteggere le bambine e garantire loro stabilità economica e protezione, sotto il controllo del marito, da approcci e violenze sessuali e da gravidanze fuori dal matrimonio. Questo vale non solo nelle comunità più ancorate a valori tradizionali ma anche in contesti di particolare instabilità: un aumento significativo di matrimoni di adolescenti si sta verificando, per esempio, nei campi profughi siriani in Libano.

La pratica del matrimonio precoce dipende, però, prevalentemente da come si concepisce il ruolo e la struttura della famiglia, nonché gli ambiti di responsabilità dei suoi membri, sia all’interno del nucleo familiare sia nella comunità. Là dove le decisioni inerenti al matrimonio di figli e figlie spettano ai capifamiglia, la scelta di combinare un matrimonio tra una bambina ed un uomo adulto può risultare normale, tanto più in quelle società dove non esiste il concetto di adolescenza ed una ragazzina entrata nella pubertà, o giunta all’età ritenuta tradizionalmente “da marito”, viene automaticamente considerata una donna.

I DANNI DI UN MATRIMONIO PRECOCE

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I danni psicologici sono enormi: l’impossibilità di vivere il tempo dell’infanzia e dell’adolescenza e la negazione della libertà che si accompagnano al matrimonio precoce hanno profonde conseguenze a livello di sviluppo personale.

Gli effetti negativi dei matrimoni precoci sono molti, in primo luogo per ciò che riguarda la salute: ai traumi legati ai rapporti sessuali forzati si aggiungono le gravidanze troppo precoci, quando il corpo non ha ancora raggiunto la piena maturità, che costituiscono un grave rischio per la sopravvivenza e la salute della madre e del bambino, durante la gravidanza ed il parto; inoltre, i neonati figli di madri adolescenti hanno statisticamente maggiore probabilità di scarsità di peso alla nascita, in genere collegata alla sottoalimentazione della madre, e minori possibilità di sopravvivenza nel primo anno di vita, perché una madre troppo giovane è immatura e impreparata a prendersi adeguatamente cura del figlio.

I danni psicologici sono enormi: l’impossibilità di vivere il tempo dell’infanzia e dell’adolescenza e la negazione della libertà che si accompagnano al matrimonio precoce hanno profonde conseguenze a livello di sviluppo personale. Per le ragazze, in modo particolare, il matrimonio coincide con la perdita della possibilità di frequentare la scuola e con l’inizio di una vita di sottomissione nella famiglia del marito, in cui i tentativi di ribellione e di fuga sono puniti secondo le regole “d’onore” della comunità. Nel caso, poi, di abbandono o ripudio da parte del marito o di vedovanza, la mancanza d’istruzione rende difficile per le giovani trovare un lavoro per mantenersi e le espone al rischio di divenire vittime di sfruttamento e di commercio sessuale.

Il matrimonio precoce perpetua così un ciclo di povertà e di arretratezza che si ripercuote non solo sulle spose e sui loro bambini, ma sull’intera comunità di appartenenza.

STRATEGIE CONTRO I MATRIMONI PRECOCI

Un matrimonio contratto per costrizione, o in un’età in cui non si è in grado di esprimere un consenso consapevole o in cui non vi è parità tra i coniugi, costituisce una violazione dei diritti umani, dei diritti dell’infanzia e una forma di discriminazione contro le donne, e va contro una lunga serie di Dichiarazioni, Patti e Convenzioni, a partire dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. La sensibilizzazione dell’opinione pubblica su questi diritti e il coinvolgimento dei responsabili nazionali ed internazionali per conformare ad essi le politiche e i programmi di governo è stata la prima strada intrapresa contro i matrimoni precoci. Ma spesso, in molti Paesi, gli interventi di tipo legislativo e giuridico a livello nazionale – compresa la revisione delle leggi civili sul matrimonio – non incidono sulle consuetudini delle comunità, che si attengono a tradizioni profondamente radicate nella cultura locale, per cui il matrimonio precoce può essere ufficialmente proibito, ma, in pratica, tollerato o addirittura approvato.

La carta vincente per incentivare a posticipare i matrimoni, anche in comunità molto tradizionaliste, si è rivelata quella dell’istruzione: i risultati più confortanti si sono ottenuti là dove si sono adottate strategie per incrementare la scolarizzazione delle bambine, per esempio attraverso gli incentivi economici alle famiglie, il coinvolgimento diretto delle comunità nella gestione delle scuole e la promozione di corsi informali per chi non ha accesso ai percorsi scolastici regolari.

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La carta vincente per incentivare a posticipare i matrimoni, anche in comunità molto tradizionaliste, si è rivelata quella dell’istruzione: i risultati più confortanti si sono ottenuti là dove si sono adottate strategie per incrementare la scolarizzazione delle bambine

Non a caso La sposa bambina termina con alcune scene di Nojoud a scuola, restituita, sia pure con i segni indelebili della violenza subita, ai giochi e agli impegni che ogni bambina della sua età dovrebbe poter vivere: l’immagine di Nojoud circondata dal gioioso girotondo delle sue compagne non è solo il simbolo della conclusione felice della sua storia, ma anche un messaggio di speranza e un auspicio per tutte le bambine e i bambini del mondo.

Paola La Malfa

Questo articolo è stato pubblicato nella rivista Andare alle Genti

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