La prima donna profetessa.

Diventata adulta, Maria fu una donna notevole. La sua personalità si formò in seno alla sua famiglia dove la fede era una realtà quotidiana. I suoi genitori, armati di coraggio, d’amore e d’immaginazione s’opposero agli ordini di un tiranno e salvarono la vita al loro ultimogenito.
Esodo 15:19 – 20, Numeri 12:1- 15 , Numeri 20:1

Maria, ragazza intelligente, si vide affidare una missione molto importante dalla madre: in gioco era la vita di suo fratello minore. Compì questa missione con coraggio e con tatto, mettendo in contatto sua madre, una donna ebrea, con una principessa egiziana. Così suo fratello venne salvato, con un beneficio per la famiglia e per il popolo di Dio. Il bambino, Mosè, divenne il mediatore dell’antico patto, il profeta che parlava faccia a faccia con Dio. Diventata adulta, Maria fu una donna notevole. La sua personalità si formò in seno alla sua famiglia dove la fede era una realtà quotidiana. I suoi genitori, armati di coraggio, d’amore e d’immaginazione s’opposero agli ordini di un tiranno e salvarono la vita al loro ultimogenito. Dalla famiglia di Amram uscirono tre grandi capi: Mosè, Aaronne e Maria, che hanno servito la nazione nello stesso periodo. Più tardi, attraverso Michea, Dio dichiarò: “Sono Io infatti che ti ho condotto fuori dal paese d’Egitto, ti ho liberato dalla casa di schiavitù, ho mandato davanti a te Mosè, Aaronne e Maria.”  (Michea 6:4)

Quando Mosè condusse il suo popolo turbolente fuori dal paese d’Egitto, fu assistito da suo fratello Aaronne, il sommo sacerdote, e da sua sorella Maria, la profetessa. Più di una semplice sorella, fu una collaboratrice per Mosè ed assunse responsabilità di leader. Maria, nubile, venne chiamata da Dio a compiere un incarico straordinario. Ha avuto il privilegio di essere la prima donna profetessa.

In parole e in opere, proclamò la grandezza di Dio. La sua vita fu totalmente centrata sul suo amore per Dio e per il popolo. I suoi doni e la sua personalità furono troppo grandi per essere messi semplicemente al servizio della sua famiglia. Ci furono molte madri e molte mogli in Israele, ma una sola Maria. Dio le affidò una posizione elevata. Una nazione intera dipendeva anche da lei. L’incarico al quale si consacrò completamente le procurò grandi soddisfazioni. Aveva vissutoil passaggio del Mar Rosso. L’acqua che salvò il popolo di Dio vide l’annientamento dei suoi nemici. «Cantate al Signore, perché è sommamente glorioso, esclamò Mosè dopo l’avvenimento, ha precipitato in mare cavallo e cavaliere».  Gli uomini cominciarono ad intonare gioiosamente questo canto al quale le donne unirono le loro voci. Da quel giorno, tutte le vittorie eccezionali d’Israele furono celebrate attraverso il canto, seguendo l’esempio di Maria. E’ lei che lanciò l’usanza. Energica e dal carattere giovanile, con il timpano in mano, riprese il canto di Mosè. Incoraggiò le donne a danzare in onore di Dio, cantando con gioia: “Cantate al Signore, perché è sommamente glorioso”.

Maria aveva un temperamento da leader e le donne la seguivano volentieri. Queste ultime non potevano prevedere che i loro canti sarebbero diventati una sorgente inesauribile di conforto per loro durante il lungo viaggio nel deserto. Il cammino è più facile e la strada meno faticosa quando si canta. Quante volte ci vuole la spinta e tener presente la fedeltà di Dio. Il viaggio fu interminabile a causa della disobbedienza del popolo. Ma ognuno riprese coraggio cantando: “ha precipitato in mare cavallo e cavaliere”.

2. Maria, nubile, venne chiamata da Dio a compiere un incarico straordinario. Ha avuto il privilegio di essere la prima donna profetessa. In parole e in opere, proclamò la grandezza di Dio. La sua vita fu totalmente centrata sul suo amore per Dio e per il popolo.

Purtroppo la presunzione si insinuò in Maria. Il carattere forte divenne il suo punto debole. Le circostanze svelanola persona. L’avvenimento che avrebbe posto di manifesto quest’aspetto del carattere di Maria fu il secondo matrimonio di Mosè con una donna etiope. Tra l’altro i Cusiti non erano un popolo con cui fosse proibito sposarsi (Cfr. Esodo 34:11, 16).

E’ comprensibile che per Maria fosse stato difficile accettare la decisione di Mosè, uomo di Dio, di prendere in moglie una donna straniera. O forse Maria si è irritata semplicemente per la presenza di una nuova donna nella vita di Mosè… .Maria si sdegno grandemente nel veder suo fratello contrarre un’alleanza con una straniera, quando c’erano tante donne israelite disponibili. Vedeva forse la nuova moglie del fratello come una minaccia al suo ruolo femminile preminente nella conduzione d’Israele? La Scrittura ci lascia alcune domande senza risposta.

Mosè, il capo supremo e la guida degli Israeliti, era il fratello minore di Maria e lei fu contrariata dal suo comportamento. Maria s’inquietò per gli effetti che questa unione avrebbe avuto sul popolo, visto che in quel periodo della storia, la parentela aveva voce importante nella scelta del matrimonio. Da questo punto di vista, il suo malcontento potrebbe sembrare una reazione ragionevole e giusta da parte di una donna matura. Ma era ingannevole. Maria venne elevata da Dio, contemporaneamente ai suoi fratelli, al posto più alto mai occupato da una donna nel popolo, ma superò i limiti. Maria sopravvaluta la sua posizione e si considera uguale a Mosè scalzando la sua autorità. Pensò: E’ veramente Mosè il capo tra noi tre? Io e Aaronne non siamo forse suoi pari?

Questo atteggiamento di non accogienza dell’autorità stabilita è molto comune oggi, sia a livello sociale che nelle comunità religiose. Dio sceglie chi vuole e lo prepone alla comunità, lo nomina suo rappresentante, coordinatore/trice dei propri fratelli e sorelle e lo fa non per le virtù o le qualità umane di colore che sceglie ma per realizzare il suo piano di salvezza nei confronti di tutti.

A volte queste scelte non sono conformi ai desideri di coloro che sono sottoposti all’autorità delle persone scelte e da qui possono nascere diverse attitudini: o si accoglie la presone preposta con umiltà a senso di collaborazione o succede, come a Maria ed Aronne, che si critica e si crea il mal contento nella comunità. Infatti il movente di Maria non era l’interesse del popolo o quello di Mosè ma il considerare i loro ruoli come autorità definitiva. Aaronne, il più tranquillo dei tre, cedette al carattere dominante della sorella. Maria e Aaronne cercarono di soppiantare l’autorità di Mosè considerandola un’autorità semplicemente umana. Scalzando, in certo modo, il piano di Dio. Agendo così, misero in pericolo l’unità e l’avvenire della nazione, tentarono di opporsi alla rivelazione diretta di Dio e invece di pensare al benessere delle persone coinvolte, pensarono solo a loro stessi, e ciò fu loro fatale.

3. Questo atteggiamento di non accogienza dell’autorità stabilita è molto comune oggi, sia a livello sociale che nelle comunità religiose. Dio sceglie chi vuole e lo prepone alla comunità, lo nomina suo rappresentante, coordinatore/trice dei propri fratelli e sorelle e lo fa non per le virtù o le qualità umane di colore che sceglie ma per realizzare il suo piano di salvezza nei confronti di tutti.

Maria e Aaronne andando contro un uomo scelto da Dio rifiutano il progetto di Dio stesso!

Convocati a comparire davanti alla sua giustizia e la sua autorità per rendere conto, non ebbero alcuna scusa. Mosè il mediatore nominato da Dio, rappresenta il Salvatore che doveva venire, CristoGesù. Il rifiuto di Mosè rappresenta rifiutare il Messia; ecco il perché della gravità della situazione.

Quando Dio si rivolse a loro, nella sua collera, Maria venne colpita dalla lebbra. Era la malattia più temuta perché colpisce la vita tutta riducendolo la persona allo stato di morto vivente. Ed ecco che Maria è colpita da Dio con la maledizione della lebbra.

La donna che durante il corso degli anni aveva trascinato la folla esortandola a cantare le lodi di Dio, si trova evitata da tutti e decade dal suo ruolo di leader. La sua voce, al posto di lodare Dio si trova a dover gridare: “Impura, impura” a chiunque la incontrasse. Avrebbe finito la sua vita deforme a causa della malattia e in solitudine.

Maria si rese conto, con dolore, della dimensione del suo peccato agli occhi di Dio e si dispose a subire il castigo per poter essere ancora abilitata agli occhi del popolo.

Aaronne è stato il primo a reagire e a dimostrare di accettare il castigo. Aaronne disse a Mosè: “Ti prego, mio signore”, con il termine “signore” al posto di quello di “fratello” Aronne riconosce la autorità di Mosè, non farci portare la pena di un peccato che abbiamo stoltamente commesso e di cui siamo colpevoli.  Mosè, allora supplica Dio in favore della sorella.

4. Maria si trovava in alto nella scala sociale, occupava una posizione eccezionale per una donna con l’impegno che Dio le aveva affidato. Per tanto tempo in quella posizione onorò Dio; diede esempio di una vocazione fuori dal comune. Chi si comporta così è al riparo dall’errore. Purtroppo, Maria lasciò nel corso degli anni sempre meno il controllo della sua vita nelle mani di Dio, fino a voler prenderla completamente in mano.

Mosè si astiene da approvare il giudizio di Dio, e non accusa neppure i colpevoli, prega semplicemente il Signore, di liberare Maria dal suo male ed ottenne la sua liberazione, il tormento della sorella che doveva durare tutta la vita, fu ridotto a 7 giorni.

La condotta di Maria non fu solo un errore per se stessa, ma anche per il suo popolo. Il loro viaggio fu ritardato a causa del suo peccato. La nazione intera non poteva avanzare fino a quando Maria non fu ammessa. I 7 giorni di esilio furono sicuramente di grande riflessione. Si comprese, allora, che Dio nomina e dà autorità a coloro che Lui ha scelto. La Bibbia non riporta altri atti di ribellione da parte di Maria. Riporta solo il fatto che Maria morì prima dell’entrata del popolo nella terra promessa.

Maria si trovava in alto nella scala sociale, occupava una posizione eccezionale per una donna con l’impegno che Dio le aveva affidato. Per tanto tempo in quella posizione onorò Dio; diede esempio di una vocazione fuori dal comune. Chi si comporta così è al riparo dall’errore. Purtroppo, Maria lasciò nel corso degli anni sempre meno il controllo della sua vita nelle mani di Dio, fino a voler prenderla completamente in mano. Senza dubbio questo cambiamento avvenne in modo sottile che Maria non se ne rese conto. Un esame di coscienza onesto ed opportuno avrebbe potuto permetterle di non subire il giudizio di Dio e di non oltrepassare i limiti con un’opinione di sé troppo alta.

sr. Renata Conti MC

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La Donna della Risurrezione

I quattro Vangeli concordano tutti su un dettaglio di vitale importanza che riguarda la mattina di Pasqua: nelle prime ore del giorno, quando era ancora buio, le donne andarono alla tomba di Gesù.

Gv. 20,1-18

 

I particolari su quella visita mat­tutina, variano da Vangelo a Vangelo, ma la presenza delle donne è un dato costante. Come avviene con la presenza delle donne alla crocifissione di Gesù, la tradizione non si pone domande su que­sta ulteriore dimostrazione di fedeltà da parte loro. La accetta semplicemen­te come una parte essenziale della storia della risurrezione.

L’episodio di Maria Maddalena nel cap. 20 di Gv. è il più dettagliato dei quattro racconti sulle donne al sepolcro di Gesù. Si divide in due scene:

  • 20,1-10: Maria alla tomba vuota.
  • 20,11-18: Maria e Gesù risorto.

Primo momento: I vv. 20,1-10 affermano che Maria è la prima testimone della tomba vuota. Quando vi giunge, lei vede che la pietra che chiudeva il sepolcro è stata fatta rotolare via (20,1). Si mette a correre e da la notizia a Pietro e al discepolo prediletto (20,2). Fa presente quella che sembra essere l’unica spiegazione logica dei fatti: qual­cuno ha portato via dalla tomba il corpo di Gesù e non lo si ritrova. L’angoscia di Maria rispecchia lo sconvolgimento del mondo per la tomba vuo­ta: ancora oggi tanti studiosi ed esegeti discutono su questo dato di fatto. Finché la comunità non incontra Gesù risorto non vi sono categorie con cui comprendere la tomba vuota

Sulla base delle parole di Maria, Pietro e il discepolo prediletto corrono al sepolcro (20,3-4), entrano all’interno (20,5-8), ma si conosce sol­tanto la reazione del discepolo che Gesù amava. Il v. 8 afferma che egli: «vi­de, e credette». La sua fede è soltanto agli inizi infatti il racconto prosegue dicendo che non sapevano ancora della risurrezione (20,9). I disce­poli maschi, come Maria, non trovano parole nelle loro esperienze preceden­ti per descrivere la tomba vuota. Maria ha reso testimonianza al mistero perfino nella sua angoscia, mentre Pietro e il discepolo prediletto sono ri­masti silenziosi e ritornano al loro mondo di paura.

Il Secondo momento (20,11-18) ha inizio con Maria che si ritrova di nuovo alla tomba, sola e in lacrime.

 

Lei non ha paura, lei ama e rimane fedele anche nel buio e nel non senso delle situazioni, anche quando tutto sembra smarrirsi e perdere significato.

Come Pietro e il discepolo prediletto prima di lei, ella ora si china a guardare nel sepolcro. Chinarsi,  in greco è un verbo che esprime l’attitudine di chi entra nel mistero, quasi a significare che Maria è sollecitata ad entrare nella fede, e ad accogliere la pasqua del Cristo, anche se non vede, anche se non comprende.

In questo suo chinarsi a guardare il sepolcro vuoto, Maria si sente interpellata da due angeli, che le dicono: «Donna, perché piangi?» (20,13). L’appellativo «donna» è lo stesso termine che sarà usato da Gesù risorto per parlare a Maria in 20,15. Gli Angeli chiamandola “Donna” richiamano la sua identità più profonda e Maria guardando la tomba vuota risente la voce del maestro quando a era entrata nella casa di Simone per ungere il corpo di Gesù (Lc.7,36-50).

La donna del profumo in Luca 7 entra in scena in veste di emarginata, esclu­sa dal mondo sociale, dal sistema religioso, dal banchetto, dalla tavola, dal dialogo. Essa non ha nome, cultura, prestigio, influsso, autorità e, sicuramente, non dispone neppure di molti mezzi economici. La donna del profumo ha soltanto l’ardire e l’audacia di sfidare le strut­ture più potenti della società del suo tempo. Essa è sola. È peccatrice e lo sa. Gode di cattiva reputazione e lo sa. Non fa assegnamento su alcun gruppo di appoggio; neppure la legge la protegge. Ingaggia la sua rischiosa battaglia solamente con quello che ha: la sua umanità e la sua tenerezza. È una donna forte, capace di amore disinteressato. E chi ama rischia per l’amato. Ed è questo che alla fa. Il poco che ha lo rischia per Gesù. Infrange le norme e si addentra in recinti strettamente proibiti per lei. Tiene fronte agli sguardi d’accusa degli invitati; sopporta il giudizio intransigente di Simone, l’umiliazione e il disprezzo di tutti. Non giustifica il suo gesto altamente ambiguo. Ella rischia tutto per il Maestro.

La donna del profumo, manifesta il suo amore e la sua riconoscenza verso Gesù, usando il linguaggio del corpo.

Le viene più facile esprimersi così che con un discorso ben preparato. Ella non ha bisogno di parole. Le bastano i suoi gesti di tenerezza: baciare i piedi di Gesù, bagnarli con le sue lacrime, asciugarli con i suoi capelli e ungerli con il suo profumo. Gesti arbitrari, insoliti, se si guardano con gli occhi della logica, della legge, degli strati sociali. Ma la tenerezza rifiuta di entrare nei parametri intellettuali, etici o sociali. La tene­rezza non si apprende dalla legge ma dal cuore, non si valuta dalla giustizia ma dal perdono; non si spiega a partire dal di fuori ma dal di dentro. Per questo Simone manca di tenerezza. Come tanti altri, forse anche come noi…

E che cosa fa Gesù? Qual è il suo atteggiamento verso la donna? Anche Gesù travalica le strutture oppressive ed emarginanti della sua società per concedere alla donna quella piena dignità che Simone – rap­presentante dei farisei – le ha senza motivo negato. Gesù accoglie il suo amore e la sua riconoscenza, ne accetta le carezze, ne aspira il profumo, la guarda, parla con lei faccia a faccia, ne loda il gesto, ne perdona i peccati e le ridona la pace del cuore.

La donna entrata senza dignità e senza sostegni nella casa del fariseo,  ne esce con il riconoscimento della sua nobiltà di cuore, con il perdono.

Incontrarsi con Gesù è sempre un punto di partenza, una finestra aperta al futuro, uno stimolo di speranza, per questo Maria cerca Gesù alla tomba vuota.

La risposta di Maria agli Angeli assomiglia all’annuncio iniziale fatto a Pietro e al discepolo pre­diletto (20,2), ma con un’importante differenza. In 20,13 le sue parole sono più personali, parla del «mio Signore»; dice «non so dove l’hanno posto». Sono parole dettate dal suo dolore di donna che aveva instaurato con Gesù una relazione personale di dono. Maria cerca il corpo che pochi giorni prima aveva bagnato col profumo del suo amore riconoscente.

Dopo aver risposto agli angeli, Maria si volta indietro e vede Gesù “stante” Questo verbo è intraducibile perché non significa che stava in piedi, ma indica una presenza, «ma non sapeva che fosse Gesù» (20,14). La con­versazione che ha luogo fra Gesù e Maria alla tomba è una delle scene più commoventi di tutta la Scrittura (20,15).

Gesù parla a Maria, ripete la domanda degli Angeli sul perché piange e ne aggiunge un’altra: «Chi cerchi?» (20,15). Queste sono le prime parole pro­nunciate da Gesù risorto. La domanda «Chi cerchi?» sono state anche le prime pa­role dette da Lui nel suo ministero quando i seguaci di Giovanni il Battista si avvi­cinarono ed Egli chiese loro: «Che cercate?» (1,38). La domanda è un invito che introduce uno dei segni del discepolato in Giovanni: cercare Gesù. La ripetizione di tale interrogativo nel cap.20 stabilisce continuità fra Maria e i primi discepoli di Gesù. Cercare Gesù dovrebbe essere l’anelito di tutta la nostra vita!

 

Le domande di Gesù a Maria non penetrano il suo dolore e la sua angoscia. Il suo mondo è determinato dall’apparente dura realtà della tomba vuo­ta, e così chiede aiuto al «custode del giardino». Fermiamoci a cogliere il significato di questo giardino. Certamente vi è un riferimento al Cantico dei Cantici dove la sposa scende nel giardino per incontrare lo sposo (Cant. C. 4,12 ss.) e al giardino dell’Eden (gen. 3,8ss), L’iconografia russa pone ai piedi del giardino del Golgota la tomba di Adamo, Gesù nuovo Adamo che riporta la sposa (l’umanità, rappresentata da Maria) nella sua piena dignità nel giardino delle origini per riallacciare la relazione di amore tra Dio e la sua creatura.

Maria presa dalla sua angoscia domanda: «Signore, se tu l’hai portato via, dim­mi dove l’hai deposto, e io lo prenderò» (20,15). Maria non ha ancora colto il significato della tomba vuota, perciò suppone che la soluzione del mistero del cadavere scomparso debba essere sotto il suo controllo. Se il giardiniere le indicasse ciò che ha bisogno di sa­pere, potrebbe risolvere la situazione. Anche noi, a volte, vogliamo avere tutto sotto controllo, anche Dio, e risolvere tutto. Questo testo, invece, ci invita ad inoltrarci nel mistero di Dio, spoglie, come la sposa si presenta allo sposo spoglia di ciò che fa parte del proprio passato, per aprirci a una relazione più profonda, al nuovo di Dio che è la risurrezione.

La parola che il “Giardiniere” pronuncia cambia la vita di Maria per sem­pre. Gesù Risorto la chiama per nome e all’udire il suo nome pronunciato dalla voce di lui, Maria si gira di nuovo, però ora non avvista più il giardiniere ma vede Gesù, il suo maestro (20,16).

Maria, come la sposa del Cantico, ha intuito l’essenza del mistero sponsale racchiuso nel suo nome pronunciato dal Risorto. L’amore sponsale nasce quando la Parola diventa Parola in me, diventa presenza, relazione, intimità, diventa dono e totalità.

Quando Maria ode la voce di Gesù Risorto, muta la sua prospettiva degli avvenimenti del giardino. Non vede più la tomba vuota come una manife­stazione di morte, ma come testimonianza del potere e delle possibilità della vita, diventa speranza di resurrezione. Ora la sua voce, la voce dell’Amato, chiama Maria a una nuova relazione a una nuova vita a una nuova missione.

La Missione diventa così per Maria l’impegno di prolungare nel suo essere sposa la vita di Gesù, annunciare il “…mistero nascosto dai secoli in Dio” (1Col. 1,26), e partecipare al suo progetto di salvezza.

Anche noi come la sposa, come la donna della risurrezione abbiamo ascoltato il nostro nome pronunciato da Gesù e abbiamo sigillato un patto di amore con la nostra consacrazione a Dio per la Missione.

 

La sponsalità a cui ci chiama il nostro voto di castità vissuta “con cuore indiviso”, ci radica in questa relazione di intimità e di vita perché “…ci rende libere, capaci di fare nostre le speranze e le tristezze dei fratelli e di spenderci generosamente perché essi trovino in Dio la pienezza di vita “ (Cost. 29).

La Missione diventa così, anche per noi, espressione della nostra sponsalità, della nostra fecondità, della nostra fedeltà.

 La nostra vita diventa prolungamento di quella di Gesù fino al dono totale, fino all’ultimo sì che ci introdurrà alla gioia dell’incontro: “(…) arrivò lo Sposo e le Vergini che erano pronte entrarono con Lui alle nozze…” (Mt. 25,10).

La parola di Gesù: «Ma va’ dai miei fratelli [e sorelle], e di’ loro: “Io salgo al Padre mio e Padre vostro, al Dio mio e Dio vostro“» (20,17) trasforma Maria da Sposa in Missionaria e Lei corre dai discepoli con la notizia: «Ho vi­sto il Signore!» (20,18). L’annuncio di Maria Maddalena della presenza di Gesù Risorto è il cuore del Vangelo di Pasqua. Il suo smarrimento di fronte alla tomba vuota è stato mutato in testimonianza di una notizia di gioia[1].

  • Maria è la prima donna risorta,
  • È la prima testimone della Pasqua:
  • È la prima a vedere Gesù Risorto,
  • È la prima a nar­rare agli altri ciò che ha visto
  • È la prima discepola di Gesù Risorto.

Per la riflessione e la preghiera:

  1. Rileggo il testo.
  2. Entro nel mistero
  3. Sto accanto alla tomba vuota.
    1. So chinarmi per entrare nel mistero?
  4. Ripercorro la mia relazione con Gesù:
    1. È una relazione di sposa?
  5. Ripercorro i momenti e i luoghi della mia chiamata:
    1. Risento il mio nome pronunciato da Gesù
  6. Il mio annuncio parte dall’esperienza della mia sponsalità?

[1] Consulta anche, ‘La donna del profumo’ Carnelitani, 2007

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SEPOLCRO E ANNUNCIO

…ricorda l’evangelista Matteo, quasi ad annunciare qualcosa di nuovo per quel primo giorno della settimana, senza aspettare il sorgere del sole, Maria Maddalena e l’altra Maria si recano a far visita al sepolcro di Gesù.
Matteo 28, 1 - 10 Marco 16, 1 - 11  Luca 24, 1 - 11

Dopo gli eventi della morte e della deposizione del corpo di Gesù, dopo il Sabato, ricorda l’evangelista Matteo, quasi ad annunciare qualcosa di nuovo per quel primo giorno della settimana, senza aspettare il sorgere del sole, ma ancora all’albeggiare del giorno, Maria Maddalena e l’altra Maria si recano a far visita al sepolcro di Gesù.

Sono donne che hanno amato molto Gesù, per questo l’hanno seguito (Mt 27,56), donne che hanno saputo stare presso la croce e che hanno custodito negli occhi e nel cuore quel mistero di dolore contenuto nel sepolcro che occultava il corpo del maestro (Mt.27,61). Sono donne ferite dalla vita e rese ancora più vulnerabili dalla morte del Signore, ma sono donne tenaci, capaci di amore fedele, che sfidano il timore del potere delle armi. Matteo, infatti, narra che il sepolcro era custodito dai soldati (Mt.27,66), così le donne “dopo il sabato, all’albeggiare del giorno” (Mt.28,1) tornano al Sepolcro.

Contemplandole, in questo loro movimento ci è restituito tutto il nostro essere donne, il nostro modo di amare, di seguire, di stare, di perseverare, di sfidare ma è anche plasmato il nostro modo di essere vulnerabili e ferite e ci è suggerito di tornare, anche oggi a quel sepolcro per essere guarite, raccolte, salvate, consolate e mandate da  Lui.

E’ bellissima questa delicata premura che rende più preziosa ancora la loro dedizione, perché preparata con cura e tanto amore.

Guardando attentamente gli avvenimenti di quella mattina scopriamo che quelle donne che vanno al sepolcro a visitare il corpo di Gesù, ci rivelano in quale luogo è avvenuta la nostra chiamata, dove possiamo incontrare il Risorto e quale è la nostra missione.

 La sollecitudine per il corpo di Gesù

Colpisce la sollecitudine tutta femminile con cui quelle donne quella mattina andarono al sepolcro per comporre il corpo di Colui nel quale avevano riposto molte attese, molte speranze. Il corpo di un Uomo che le aveva curate, che le aveva messe in cammino, un Corpo che avevano visto maltrattato e umiliato, vilipeso e tradito.

Il Vangelo di Marco racconta che andando verso il luogo della sepoltura e si chiedevano come avrebbero potuto spostare la pietra che chiudeva il sepolcro, ma forse nel loro cuore avevano la certezza che non sarebbe certo bastata una pietra per sigillare l’amore che le legava a Lui.

Il Vangelo di Luca, invece, si sofferma a raccontare che queste donne avevano dedicato il sabato a preparare gli oli, gli aromi e gli unguenti con cui ungere il Corpo del Maestro. E’ bellissima questa delicata premura che rende più preziosa ancora la loro dedizione, perché preparata con cura e tanto amore.

Le donne, così come le descrive Matteo, arrivano al Sepolcro con gli oli ma senza la preoccupazione della pietra, sapevano infatti che vi erano le guardie e che non avrebbero potuto entrare nel sepolcro (cfr. Mt.27,66), quasi a dire che non hanno più niente che occupi i loro pensieri se non quel corpo vilipeso del loro Maestro.

Quel corpo è la voce degli ultimi, degli oppressi dei senza nome, degli esclusi… . Anche noi, come quelle donne, desideriamo ungere quel corpo per riaverlo pieno di speranza, di gioia, traboccante di vita in pienezza.

Quel corpo di Gesù di cui prendersi cura, per noi è l’umanità, una umanità ferita e sconcertata, una umanità umiliata e oltraggiata. Quel corpo è la voce degli ultimi, degli oppressi dei senza nome, degli esclusi… . Anche noi, come quelle donne, desideriamo ungere quel corpo per riaverlo pieno di speranza, di gioia, traboccante di vita in pienezza. Come per quelle donne anche la nostra vocazione più vera, più definitiva nasce lì: quando ci mettiamo in movimento per prenderci cura di quel corpo che ci ha amato, ci ha curato e che ancora lo vediamo sfigurato nel volto di tanti fratelli e sorelle che lo cercano. La nostra chiamata missionaria avviene in questo movimento di dono.

Il sepolcro vuoto

Il sepolcro e un luogo di morte e di desolazione, luogo per piangere e per custodire il ricordo. Il sepolcro è chiuso, le guardie erano state mandate per custodire il corpo: avevano il corpo ma non sapevano che la Parola era vivente. Gli Apostoli avevano raccolto la Parola di Vita del Signore, ma la paura li teneva ben lontani da qual Corpo crocifisso. Le donne, invece, che avevano visto e che custodivano nel cuore l’evento della crocifissione, coraggiosamente vanno al Sepolcro, portano nell’animo, anche se confusamente, la promessa non ancora resa palese dagli eventi di Pasqua. Il loro andare è l’impulso di cuori amanti.

Il sepolcro è un luogo che prova la nostra fede che non ha la pretesa di sostenere quella dei fratelli, ma desidera mettersi al loro fianco per accompagnarli nella ricerca.

Quel sepolcro pesa sul loro animo come la pietra che impedisce ai loro occhi di vedere il corpo straziato del Maestro: è il sepolcro dell’ indifferenza, della infedeltà, della paura, è il sepolcro delle fatiche e delle sofferenze dell’umanità e della storia; è un luogo che interroga la nostra missione e ci costringe a continuare a cercare con ostinazione dove sono nascosti  i sepolcri in cui si celano i resti dell’umanità. Il sepolcro è un luogo che prova la nostra fede che non ha la pretesa di sostenere quella dei fratelli, ma desidera mettersi al loro fianco per accompagnarli nella ricerca. Il sepolcro vuoto costringe a fare silenzio per ascoltare il sussurro di quella Parola che dentro di noi è soffocata da mille altre urgenze e dal male che non smette di gridare. Ma qualche cosa interviene per dissipare quell’angoscia e quella paura, il sepolcro si presenta non più come un luogo di morte ma come la prova della Vita nuova, della Vita in abbondanza: “Voi non abbiate paura!” (Mt.28,5), non lasciatevi prendere dalla disperazione o dallo scoraggiamento: “So che cercate Gesù crocifisso; non è qui: è risorto, come aveva detto” (Mt. 28,6), ascoltate la sua Parola di salvezza.

Il Sepolcro vuoto diventa così il luogo dell’ incontro con il Risorto, Parola e Corpo spezzato, al quale stringersi con affetto e venerazione. Allora quel luogo prima sepolcro e poi spazio di incontro diventa la casa, diventa il cuore in cui anche noi siamo ospitate, lì si colloca la nostra appartenenza, li conosciamo che le distanze, le infedeltà, le perdite e persino la morte sono superate e vinte, lì la nostra vita si apre alla speranza; lì il Risorto ci genera come Missionarie, come donne dell’Annuncio, donne della Pasqua.

…il sepolcro si presenta non più come un luogo di morte ma come la prova della Vita nuova, della Vita in abbondanza: “Voi non abbiate paura!” (Mt.28,5), non lasciatevi prendere dalla disperazione o dallo scoraggiamento.

In questo andare…

L’Amore è più forte della morte e diventa nuova partenza accogliendo il Suo invito: “Presto andate dai miei fratelli e dite loro” (Mt.28,7). C’è una nuova urgenza che impegna definitivamente la vita di queste donne: la testimonianza e l’annuncio appassionato di quella Parola viva e Vivente.

Vi precede in Galilea: il Signore ci precede in questa nostra Galilea che è la nostra storia, in questo nostro quotidiano. E’ necessario aprire il cuore per riconoscere la sua presenza forte e tenera nelle pieghe della storia dei popoli a cui siamo inviate e “abbandonando in fretta il sepolcro con timore e gioia grande (…) corsero a dare l’annuncio ai suoi Discepoli” (Mt.28,8) Abbiamo visto il Signore!

Siamo sollecitate a continuare questa corsa…

sr. Renata Conti MC

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Sara

Sara… Una storia – moderna per tanti aspetti – fatta di sofferenza, di uso distorto della bellezza e di rapporti difficili, specie tra donne.

È una storia dura quella di Sara, una delle matriarche del popolo d’Israele. Una storia – moderna per tanti aspetti – fatta di sofferenza, di uso distorto della bellezza e di rapporti difficili, specie tra donne. Una storia sulla quale il Signore, intervenendo, proietta uno sguardo nuovo. E Sara dopo aver visto – ci racconta la Genesi – il suo nome cambiato da Dio da Sarai a Sara, sarà capace di trasformare il suo riso beffardo e amaro in un riso pieno di gioia. Eppure, tutto ciò non le basterà per superare davvero i suoi limiti.

La Bibbia ce la presenta per la prima volta nella genealogia di Terach, il padre di Abram, suo marito: “Sarai era sterile e non aveva figli” (Genesi 11, 30). Come in tutti i popoli antichi, anche in Israele la sterilità era un grave marchio, segno di maledizione per la donna che non solo per questo veniva rifiutata dalla famiglia e dalla società, ma si sentiva lei stessa avvolta in una cappa mortifera.

Come in tutti i popoli antichi, anche in Israele la sterilità era un grave marchio, segno di maledizione per la donna che non solo per questo veniva rifiutata dalla famiglia e dalla società, ma si sentiva lei stessa avvolta in una cappa mortifera.

Dopo la chiamata di Dio, il settantacinquenne Abram abbandona Carran e si mette in cammino, raggiungendo l’Egitto, dove però, essendo forestiero, teme per la sua vita. Chiede allora alla sua bellissima moglie di mentire agli Egiziani facendosi passare per sua sorella: “Di’, dunque, che tu sei mia sorella, perché io sia trattato bene per causa tua e io viva grazie a te” (Genesi 12, 13). Nessuna risposta esplicita da parte di Sarai, che però gli resta accanto, come farà per tutta la vita; seppur vittima di un marito egoista, si sacrifica per lui. Come prevedibile infatti, la sua avvenenza sarà la sua condanna e la salvezza del marito: con Sarai condotta nell’harem del faraone, Abram verrà colmato di ogni sorta di regali.

Dio però non può lasciare impunita tanta viltà, ed ecco che l’inganno verrà scoperto. Marito e moglie proseguono dunque nel loro cammino, sempre insieme ma sempre feriti dalla sterilità. Abram, pur senza nominare Sarai, si lamenta davanti al Signore: “Ecco, a me non hai dato discendenza” (Genesi 15, 1-2), e anche la donna accusa con astio Dio per la mancanza di figli.

Una soluzione estrema per una donna disperata. Abram acconsente e Agar, la schiava di Sarai, resta incinta. Ma, come prevedibile, le cose invece di migliorare si complicano

Rispetto al marito, però, Sarai fa qualcosa in più: prende l’iniziativa e rivolgendosi ad Abram gli dice: “Il Signore mi ha impedito di aver prole; unisciti alla mia schiava: forse da lei potrò avere figli” (Genesi 16, 2). Non è follia: in base al diritto mesopotamico, infatti, una sposa sterile poteva riconoscere come propria la prole nata dal marito e dalla schiava, anche se non sappiamo se questa prassi fosse consolidata in Israele. Una soluzione estrema per una donna disperata. Abram acconsente e Agar, la schiava di Sarai, resta incinta. Ma, come prevedibile, le cose invece di migliorare si complicano: se la gravidanza rafforza la posizione della puerpera (“Quando essa si accorse di essere incinta, la sua padrona non contò più nulla per lei”, Genesi 16, 4), schiaccia ancor più Sarai, che reagisce maltrattando l’altra. Terrorizzata, Agar decide quindi di fuggire nel deserto, dove però incontra Dio che la convince a ritornare. Nasce così Ismaele, primogenito di Abram.

Il bimbo cresce, i rapporti in famiglia trovano presumibilmente un loro difficile equilibrio, finché dopo tredici anni Dio stabilisce un’alleanza con Abram: da quel momento si chiamerà Abramo, “padre di una moltitudine di popoli”, e anche Sarai cambierà nome e diventerà Sara, che in ebraico significa principessa. Il mutamento di nome indica qualcosa di intrinseco, di sostanziale: è un mutamento di destino e di atteggiamento verso il futuro. Dio, infatti, accompagna la sua decisione con una promessa: Abramo, ormai centenario, avrà un figlio da Sara (cfr. Genesi 17, 16).

Il mutamento di nome indica qualcosa di intrinseco, di sostanziale: è un mutamento di destino e di atteggiamento verso il futuro.

Quando Sara sente un ospite sconosciuto annunciare la sua gravidanza (“Tornerò da te fra un anno a questa data e allora Sara, tua moglie, avrà un figlio”, Genesi 18, 10), ride. È un riso beffardo, terribilmente amaro: “Avvizzita come sono, dovrei provare il piacere, mentre il mio signore è vecchio!”. L’ospite si arrabbia: “C’è forse qualche cosa d’impossibile per il Signore?”. Sara a questo punto capisce chi veramente egli sia. È una scena potentissima: come hanno sottolineato tante bibliste, la conversazione non è più tra Dio e gli uomini, ma fra Dio e una donna.

Il riso di Sara è centrale nella narrazione proprio perché è un riso capace di trasformarsi. Il figlio in arrivo sarà chiamato Isacco che significa “figlio del riso”, ma non del primo beffardo riso, quanto piuttosto di quello che seguirà quando la promessa si farà realtà. “Motivo di lieto riso mi ha dato Dio: chiunque lo saprà riderà lietamente di me! (…). Chi avrebbe mai detto ad Abramo che Sara avrebbe allattato figli? Eppure gli ho partorito un figlio nella sua vecchiaia” (Genesi 21, 6-7). È la gioia vera, profonda, di una donna “smarcata” dal suo marchio, che vede compiersi il miracolo così terribilmente desiderato in decenni di umiliazioni e sofferenze.

Il racconto biblico però non finisce qui. La gioia della maternità, infatti, non riesce a liberare dalla gelosia e dalla meschinità Sara, che rimane una persona realisticamente umana.

La gioia della maternità, infatti, non riesce a liberare dalla gelosia e dalla meschinità Sara, che rimane una persona realisticamente umana.

Quando infatti ella vede Ismaele ridere con Isacco, comprende che nella casa di Abramo suo figlio non è il primogenito. Siamo in una società in cui la primogenitura è tutto e Sara non può accettare che suo figlio sia scavalcato dal figlio di una schiava. Di nuovo, dunque, la battagliera donna prende l’iniziativa, e di nuovo si rivolge ad Abramo pretendendo che scacci via “questa schiava e suo figlio”. Ancora una volta Abramo non fa sentire la sua voce, ma esegue.

Disconoscendo Ismaele come suo figlio, Sara pronuncia quelle che, nella Bibbia, sono le sue ultime parole. Non sappiamo altro di lei, se non che morirà a Ebron a 127 anni. Non sappiamo se si pentirà mai della sua durezza, di aver risposto a un dono di Dio con nuovo odio. Di certo, però, sappiamo che la storia di questa matriarca dell’Antico Testamento, che tanto ha sofferto, come donna, nella sua vita, è una storia terribilmente attuale. Perché specchio della nostra incapacità di lasciarci trasformare davvero dall’amore di Dio.

GIULIA GALEOTTI

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Auguri Donna!

…chi ha subito tanta violenza … ha bisogno di un gesto di accoglienza, solidarietà, rispetto e amore per ricominciare ad avere ancora fiducia nella vita, in se stessa, nelle istituzioni e in chi le sta accanto.

L’8 marzo di due anni or sono, ho partecipato nella scuola di Marymount di Roma ad una speciale funzione per ricordare l’impegno di Sr. Letizia Pappalardo della Congregazione del Sacro Cuore di Maria che per diversi anni, oltre che occuparsi degli studenti della prestigiosa scuole internazionale, ogni sabato visitava con altre religiose di diversi paesi e congregazioni il centro di identificazione ed espulsione di Ponte Galeria. Scopo della visita a questo centro situato nelle vicinanze della Fiera di Roma era l’incontro con tante donne immigrate che purtroppo dopo aver subito ogni forma di violenza, sopruso e umiliazione sulle nostre strade si trovavano in un “carcere” in attesa di espulsione o meglio di deportazione nei loro paesi di origine da dove purtroppo erano fuggite dalla povertà e da altre forme di violenza fisica e psicologica.

Nell’ambito della giornata ho avuto modo di incontrare un bel gruppo di studenti delle classi superiori per dire a loro che la violenza esiste ancora in tanti modi e in tanti ambienti e che ciascuno di noi deve contribuire per creare una cultura del rispetto, della relazione vera, dell’accoglienza e riscoprire la bellezza e grandezza della dignità di ogni persona, specialmente di quelle donne che ancora oggi subiscono violenza, maltrattamenti e discriminazione. Ho parlato a loro della tratta di esseri umani, di compra-vendita, di una lunga catena formata da tanti anelli che formano la schiavitù di questo nostro secolo che si dice emancipato ma purtroppo ancora così violento contro la donna.

…ciascuno di noi deve contribuire per creare una cultura del rispetto, della relazione vera, dell’accoglienza e riscoprire la bellezza e grandezza della dignità di ogni persona, specialmente di quelle donne che ancora oggi subiscono violenza, maltrattamenti e discriminazione.

Ed è proprio la donna e più ancora la minorenne che è diventata l’anello più debole della catena, perché indifesa e vulnerabile sulla quale si può sfogare la violenza, l’ira, la gelosia e la rabbia. Si, la donna oggigiorno sembra essere considerata come una proprietà privata, un sopramobile che si può usare e buttare a piacimento e non invece come una compagna con cui condividere momenti lieti o tristi che la vita riserva ad ogni persona e soprattutto ad ogni famiglia.

L’idea della donna o più ancora della minorenne che si può comperare per poche migliaia di euro per poi farla fruttare 50-60-80 mila usando violenza fisica e psicologica, è ormai una triste realtà assai nota ma forse non ancora adeguatamente presa in considerazione e ci stiamo abituando a tanta violenza e discriminazione. Tra i tanti ricordi tristi di violenza vissuti sulla strada da tante giovani straniere ricordo una giovane mamma di 3 bambini, che dopo aver chiesto protezione alle nostre case di accoglienza senza terminare di pagare il suo debito di 42.000 Euro non ha avuto scampo. Il racket si è vendicato uccidendola barbaramente dando così un forte segnale anche alle altre vittime della tratta infame, specie per sfruttamento sessuale.

Si, la donna oggigiorno sembra essere considerata come una proprietà privata, un sopramobile che si può usare e buttare a piacimento e non invece come una compagna con cui condividere momenti lieti o tristi che la vita riserva ad ogni persona e soprattutto ad ogni famiglia.

Nelle nostre numerose comunità di accoglienza, sparse in tutta Italia, che vogliono essere case famiglia protette, in questi ultimi anni oltre alle donne straniere, vittime di tratta per sfruttamento sessuale, hanno trovato accoglienza, sostegno e amore anche tante donne italiane con i loro bambini per sfuggire alle minacce e alla violenza domestica di uomini che non accettano sconfitte o mediazione di conflitti. Per evitare che i continui conflitti si traducano in veri drammi della follia umana c’è bisogno di allontanare le mamme con i loro bambini. Questo è un nuovo volto della violenza domestica che si consuma il più delle volte in modo silenzioso e oscuro tra le mura delle nostre case a cui bisogna dare molta attenzione, comprensione e sostegno .

Purtroppo questo fenomeno non è solo italiano ma è una piaga che sta dilagando in tanti altri paesi. Alcuni mesi or sono ho ricevuto una richiesta dalla moglie del Governatore di uno dei Paesi del Nord America che chiedeva di poter visitare una delle nostre case famiglia per donne vittime di tratta ma soprattutto vittime di violenza domestica per vedere e capire come intervenire per ridurre le tragiche conseguenze di tanta violenza domestica anche nella loro situazione.

Per evitare che i continui conflitti si traducano in veri drammi della follia umana c’è bisogno di allontanare le mamme con i loro bambini. Questo è un nuovo volto della violenza domestica che si consuma il più delle volte in modo silenzioso e oscuro tra le mura delle nostre case…

Durante questa visita organizzata in una nostra casa famiglia avvenuta con il governatore, la moglie e tutto il seguito, visitando i vari ambienti dove ogni mamma aveva la sua cameretta, bella e accogliente con il lettino del bambino o dei bambini che dava il senso della privacy e della casa, così importante per ogni donna ospite, ci siamo imbattute in una giovane mamma straniera in attesa di un bimbo che ci ha raccontato la sua triste storia. Infatti dopo aver subito tanta violenza fisica per farla abortire da chi l’aveva messa incinta, non riuscendo nell’intento è stata letteralmente abbandonata sulla strada. Trovata di notte da una unità di strada, fu accolta nella comunità dove ha ritrovato una famiglia ed una casa. Commovente il nostro incontro con lei. Parlando in inglese anche se stentato la donna in lacrime mi chiedeva di ringraziare le suore che l’avevano accolta anche se lei era musulmana e noi cristiani, lei senza casa e senza famiglia e le suore le hanno dato una casa ed una famiglia, lei senza soldi e la comunità le offre tutto ciò di cui ha bisogno. Questo forte senso di riconoscenza di questa giovane mamma ha fatto breccia nei nostri visitatori che hanno costatato l’importanza di creare luoghi adatti per queste donne con i loro bambini per guarire dalle profonde ferite che si portano dentro e poter sperare in un futuro sereno per loro e per le loro creature.

La giornata della donna si riapproprierà del suo senso vero della ricorrenza, ricordandoci che ogni donna è un grande dono di Dio per la nostra umanità che ha bisogno di tenerezza, di amore, di gioia, di donazione e di vita

Soprattutto nella giornata della donna chi ha subito tanta violenza non ha bisogno di una mimosa o di un fiore qualsiasi bensì ha bisogno di un gesto di accoglienza, solidarietà, rispetto e amore per ricominciare ad avere ancora fiducia nella vita, in se stessa, nelle istituzioni e in chi le sta accanto. E questo “qualcuno” possiamo e dobbiamo essere tutte noi in modo e forme diverse.

La giornata della donna si riapproprierà del suo senso vero della ricorrenza, ricordandoci che ogni donna è un grande dono di Dio per la nostra umanità che ha bisogno di tenerezza, di amore, di gioia, di donazione e di vita per una vera complementarietà pur nella differenza di ruoli e responsabilità. Auguri, donna!

sr. Eugenia Bonetti, MC

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LA FORZA PER RADDRIZZARSI

In ogni tempo ed in ogni società ci sono categorie di persone che vivono piegate e curve, una condizione di sminuita umanità.
Lc 13,10-17

Il testo possiede una forza simbolica estremamente importante anche per noi oggi. Ci racconta la storia di una donna piegata che riceve da Gesù la forza per raddrizzarsi e diventare libera. In ogni tempo ed in ogni società ci sono categorie di persone che vivono piegate e curve, una condizione di sminuita umanità. La potenza liberatrice del Vangelo si vede in tutta la sua forza di annuncio della libertà.

Il testo racconta l’incontro tra Gesù e la donna curva (Luca 13, 10-17) e come lo sguardo e l’azione di Gesù abbiano trasformato la sua condizione. Le donne sono una presenza molto marginale in sinagoga: come mai è lì? Per abitudine? C’è stata portata? Ci si è trascinata con la speranza di un briciolo di sollievo da parte del Signore? Non sappiamo, non dice nulla, è lì1. Una infermità, una debolezza, una fragilità la rende curva, ma il termine può indicare molte cose che si oppongono alla “vita”, forse anche l’essere stimata meno di un bue o un asino. Spesso anche noi sentiamo ciò che ci abbatte, forse neppure sappiamo darle un nome; forse anche noi guardiamo in basso, a terra e non abbiamo il coraggio di alzare la testa di porci di fronte alla realtà di esigere rispetto, uguaglianza… Cosa ci rende curvi? Un peccato? Una omissione? Una ferita ricevuta o inferta? Cosa ci rende curvi, incapaci di guardare il futuro con speranza?

Vedere è scoprire l’altro/a, è riconoscere che l’altro esiste per me…

La guarigione è provocata dallo sguardo di Gesù, l’evento più importante nella narrazione è che Gesù vede (idein), la donna piegata e curva. Vedere è scoprire l’altro/a, è riconoscere che l’altro esiste per me…, Gesù vede con uno sguardo pieno di compassione la condizione di sofferenza dell’ultima fra gli ultimi…, per Gesù quella donna è la persona più importante che c’è nella Sinagoga…

Siamo in un giorno di sabato e Gesù è nella sinagoga insegnando la parola di Dio al popolo. Dopo averla vista Gesù la chiama. La donna è chiamata nella sua doppia condizione, di donna e di sofferente. La chiamata di Gesù penetra la condizione sconfortata della donna. Essa, infatti è piegata e può vedere soltanto la terra, non può guardare nessuno dall’altezza dei suoi occhi… Questa situazione ha un profondo significato socio-simbolico2. In quel tempo “tutte le donne” vivevano quella stessa condizione di essere piegate e curve, ossia di subordinazione assoluta, la malattia fisica che la piega si trasforma in segno del pregiudizio sociale del tempo che piega la donna e la rende appena più di oggetto o possesso dell’uomo. Inoltre, secondo le interpretazioni rabbiniche del tempo, essere umani consisteva nella capacità di vedere, parlare, discernere, d’interloquire con altri e con Dio. La donna non può pregare perché non può raddrizzarsi, ha la testa bassa, segno dell’umanità caduta e del peccato. Non può per se stessa mettersi in piedi….

Gesù la vide, la chiama a sé e le dice: «Donna, sei liberata dalla tua malattia”.

Gesù non chiede di analizzare le cause del nostro essere senza orizzonti, lo vede prima che noi ce ne rendiamo conto pienamente, Egli ci guarda, ci chiama e ci libera.

Cosa rende curvi noi? Cosa rende curva l’umanità? Cosa ci impedisce di guardare oltre e sperare?

Fermiamoci a sentire il suo sguardo su di noi, la sua voce che pronuncia il nostro nome e lasciamo che questo sentire raggiunga le nostre profondità, là dove siamo più feriti, e allora risuonerà il suo “sei libero/a”, “alza lo sguardo”, “ricomincia”, “ raddrizzati” e “rendi gloria a Dio”.

Cosa rende curvi noi? Cosa rende curva l’umanità? Cosa ci impedisce di guardare oltre e sperare?

Gesù non si limita a guardare e a chiamare la donna, ora parla e dice “sei slegata”, il che significa ora sei libera, e a questa parola potente aggiunge il gesto definitivo dell’imporre le mani. Il risultato è che la donna, immediatamente si raddrizza, acquista la sua piena umanità e dignità, è liberata, diventa soggetto e persona, tutte le caratteristiche che le erano negate per la sua malattia e per la sua condizione di donna. Questo avviene notate, in sinagoga, nel luogo sacro e in giorno di sabato il giorno che la fede ebraica sacralizza per l’incontro con Dio. Ora la donna come risultato della liberazione prorompe in un canto di lode a Dio, finalmente può rivolgersi a Dio perché Gesù l’ha raddrizzata e non è più piegata su se stessa è riabilitata.

Ora la donna come risultato della liberazione prorompe in un canto di lode a Dio, finalmente può rivolgersi a Dio perché Gesù l’ha raddrizzata e non è più piegata su se stessa è riabilitata.

La reazione del capo della sinagoga merita un commentario dettagliato, si tratta apparentemente di un’obiezione ragionevole. Ribadisce la prassi ebraica del sabato, in questo giorno gli esseri umani si devono astenere di qualunque lavoro, mentre gli altri sei giorni sono da dedicare alle opere umane. In queste parole vi è implicita una doppia condanna di Gesù e della guarigione della donna.

Notate quanto sia sottile l’obiezione di questo capo della sinagoga. In primo luogo considera la guarigione avvenuta come opera e lavoro umano e dunque non è un’opera di Dio. L’azione compiuta da Gesù è lavoro umano e non opera di Dio (ergon tou Theou). Con questa interpretazione dell’opera consumata dentro della sinagoga si tenta di screditare Gesù, è potente sì, ma l’origine della sua potenza è puramente umana, egli non viene da Dio.

In secondo luogo è implicita anche la condanna religiosa, Gesù non compie ciò che è comandato per cui, non solo non è di origine divina ma opera contro la volontà di Dio, si nega che Gesù agisca in nome di Dio e seguendo la sua volontà. Come le trasgressioni del sabato implicano l’essere tagliati della sinagoga il responsabile della Sinagoga sta di fatto chiedendo la condanna di Gesù come trasgressore del comandamento del sabato3.

Una collettività che piega i diritti degli esseri umani, siano essi donne, stranieri, irregolari, è ammalata, l’oppressione e senza dubbio una malattia sociale che oggi minaccia la società odierna, deve sviluppare gli anticorpi per isolare e sconfiggere queste tendenze.

La reazione finale da parte sua e degli avversari di Gesù è di vergogna, sono stati sconfitti ma preparano la loro vendetta contro il giovane sovvertitore della loro società, sono pochi è vero ma sono potenti, hanno il potere politico e religioso dalla loro parte. Mentre il popolo, la stragrande maggioranza è con Gesù e si meravigliano e riconoscono che quelle opere sorprendenti e grandiose in favore no dei ricchi ma degli umili, degli sconfitti provengono da Dio. Ma loro sono poveri e destituiti di potere. Una collettività che piega i diritti degli esseri umani, siano essi donne, stranieri, irregolari, è ammalata, l’oppressione e senza dubbio una malattia sociale che oggi minaccia la società odierna, deve sviluppare gli anticorpi per isolare e sconfiggere queste tendenze.

La risposta di Gesù disinnesca la doppia obiezione. In primo luogo Gesù risponde all’obiezione che l’opera da lui compiuta sia una trasgressione del sabato. Chiama ipocrita il detto del capo sinagoga e quelli che la pensano come lui. Il detto di Gesù è eclatante, afferma che sono degli ipocriti perché tutti slegano i loro asini e buoi per darli da bere in giorno di sabato, mentre condannano che egli abbia slegato una figlia di Abramo tenuta legata dal demone (gli antichi pensavano nella connessione tra malattia e forze diaboliche). Gesù ha slegato, ha reso libera una figlia di Abramo (di Dio) perché possa lodare e benedire Dio il giorno di sabato. Era un’azione più urgente e necessaria di slegare una bestia, se autorizzate un lavoro per sostenere il bue e l’asino che senza acqua possono morire, quanto più dovevano autorizzare lo slegare una donna piegata da diciotto anni dalla sofferenza. A questa obiezione nulla possono controbattere, sono ammutoliti e sconfessati, Gesù non ha trasgredito il comandamento del sabato.

Gesù ha slegato chi era prigioniero del male, e questa è un’opera divina, salvare, dare la libertà.

Ma, Gesù risponde anche all’altra obiezione, cioè che la sua azione sia stata “un’opera o lavoro umano”. Gesù ha slegato chi era prigioniero del male, e questa è un’opera divina, salvare, dare la libertà. Gesù si è appropriato del luogo sacro e del giorno santo per la liberazione di una persona oppressa, per rendere libera la schiava dai legami sociali e dalla malattia che la schiacciava piegandole su se stessa, sulla condizione di donna obbligata a portare il proprio corpo piegato dalla dura legge patriarcale che la condannava ad essere oggetto e possesso dell’uomo.

Se dovessimo attualizzare il nostro testo, non c’è dubbio che è ancora pertinente e necessario proclamare come Gesù la libertà e l’uguaglianza delle donne, dei poveri e degli stranieri, tra essi i minimi sono quelli che non hanno documenti, a loro e per loro parla questo testo potente che denuncia ogni forma di oppressione e proclama la liberazione di ogni forma di schiavitù.

Renata Conti MC

1 Cfr. Martin Ibarra, Milano 2016.

2 Ibidem.

3 Ibidem.

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Donne coraggiose che parlano con Gesù

Nei duemila anni di cristianesimo troviamo una infinità di donne che hanno parlato, scelto e agito con un coraggio da fare onta a chiunque. Cristo diede loro questo coraggio.

La condizione della donna non è mai stata facile, come appare tanto nell’Antico Testamento quanto nel Nuovo. Non lo è oggi nella nostra società. La causa non è imputabile sbrigativamente al cosiddetto “maschilismo”, oscura miseria culturale e morale e – Dio non voglia – irrecuperabile. Nei duemila anni di cristianesimo troviamo una infinità di donne che hanno parlato, scelto e agito con un coraggio da fare onta a chiunque. Cristo diede loro questo coraggio. Madre Teresa di Calcutta (1910-1997, canonizzata il 4.9.2016), Santa Teresa di Lisieux (1873-1897), Santa Francesca Saverio Cabrini (1850-1917), Santa Teresa Benedetta della Croce (1891-1942) e fino alle martiri dei primi secoli è un susseguirsi di donne che hanno accolto in sé il coraggio di Cristo. Nell’AT vi sono donne straordinarie che meritano rispetto, gratitudine, onore. Come Giuditta, come Giaele, la “maschia Giaele” (Manzoni), come la timida ma decisa Rut. L’esempio che sovrasta ogni altro è Maria, donna del sacrificio, dell’amore, della verità. “Donna del piano superiore” (Mons. Tonino Bello).

Nel NT troviamo figure delicate, attente, discrete. Mai troppo silenziose. Non perché chiacchierone, ma perché dotate di spirito critico. Una di queste è Maria di Magdala.

La prima testimone

Magdala era il suo luogo di origine, un villaggio presso il lago di Tiberiade. Gesù l’aveva liberata da “sette demoni” (Lc 8,2), cioè da una folla di spiriti malvagi e Maria lo seguì nelle sue peregrinazioni mettendosi al servizio suo e degli apostoli, con la sua devozione e i suoi beni, imitando altre donne che dovevano a loro volta, al Divino Maestro, la liberazione dalla possessione o la guarigione da malattie.

Ma è evidente dai testi che Maria di Magdala fu la prima persona a vedere il Risorto (Mt 28,9-10; Mc 16,9-11; Gv 20,16-18), la prima a credere nella sua Risurrezione e certamente la prima a portare agli apostoli la straordinaria notizia.

Maria di Magdala ricompare solo nelle narrazioni della passione di Cristo. Matteo, Marco e Luca la citano fra le donne che “avevano seguito Gesù dalla Galilea per servirlo” (Mt 27,55-56; Mc 15,40-41) e che avevano “osservato di lontano” la crocifissione sul Golgota (Lc 23,49). Ma Giovanni, che a differenza degli altri evangelisti fu testimone diretto della scena, precisa che Maria di Magdala stava, con la madre di Gesù e sua sorella, Maria di Cleofa, “presso la croce” (Gv 19,25). Sempre Maria di Magdala, accompagnata da “Maria, madre di Giuseppe” (Mc 15,47), fu presente alla sepoltura del Maestro, frettolosa perché stava calando la sera del sabato, in cui qualsiasi attività era vietata. All’alba del giorno successivo a quella solennità, Maria di Magdala tornò sul posto con una o più donne portando aromi con cui il cadavere avrebbe dovuto essere cosparso e trovò la tomba aperta e vuota (Mt 28,1-8). Non è importante stabilire se la donna e le sue compagne abbiano avuto un preciso messaggio celeste che annunciasse la Risurrezione di Cristo. Ma è evidente dai testi che Maria di Magdala fu la prima persona a vedere il Risorto (Mt 28,9-10; Mc 16,9-11; Gv 20,16-18), la prima a credere nella sua Risurrezione e certamente la prima a portare agli apostoli la straordinaria notizia.

Anche noi, come questa donna, lasciamo che il Cristo vada, che riempia il mondo della sua presenza, che porti ovunque “attraverso le nostre mani e i nostri piedi” (Madre Tecla Merlo)

La delicatezza del racconto di Giovanni infonde un senso di pace e di luce ben difficile da esprimere. Giotto, ad Assisi, in un meraviglioso affresco della Basilica inferiore di San Francesco, riesce a tradurre almeno in parte quell’atmosfera di dolore che via via si trasforma in gioia. Maria, ferma all’ingresso del sepolcro, piange. Questa scena del pianto manifesta la dolcezza della femminilità. Si trova in musica un’aria di Gaetano Donizetti, di rara bellezza, che fa dire alla protagonista: “All’afflitto è dolce il pianto, è la gioia che gli resta…” (Roberto Devereux, atto I). In questo pianto di Maria si trova tutto il pianto del mondo, di ogni tempo e di ogni latitudine. La donna guarda sconsolata quel sepolcro, indubbiamente e inesorabilmente vuoto. Ricorda un corpo che non c’è più. La scena ricorda la sposa del Cantico dei Cantici, che si mette alla ricerca dell’amato, incontra le guardie e le interroga; dopo averle oltrepassate trova l’amato, lo stringe e non vuole più lasciarlo (Ct 3,3-4). Ma Gesù risponde con il famosissimo Noli me tangere, “non mi trattenere”. Anche noi, come questa donna, lasciamo che il Cristo vada, che riempia il mondo della sua presenza, che porti ovunque “attraverso le nostre mani e i nostri piedi” (Madre Tecla Merlo) – anche nelle apparenze più strane, che forse ci sconvolgono – il messaggio di una novità capace di ridonare al mondo quella purezza che senza di Lui non può esserci. Convertirsi vuol dire, come insegna la donna di Magdala, piangere e non accogliere il Vangelo come lenitivo delle nostre coscienze, ma un pungolo che “ci faccia male”, facendoci abbracciare la causa dei poveri, cioè la giustizia di Dio.

A quella straniera, appartenente ad una nazione disprezzata dai Giudei, Egli annunciò il mistero del Cristo. A quella donna, venuta ad attingere acqua, Egli chiese da bere.

La donna di una nazione disprezzata

Il famoso racconto di Giovanni (4,1-30) ha per protagonista Gesù. Deuteragonista è una donna di Sicar, città della Samaria. Gesù la incontra al pozzo di Giacobbe presso cui, stanco del viaggio, siede. A quella straniera, appartenente ad una nazione disprezzata dai Giudei, Egli annunciò il mistero del Cristo. A quella donna, venuta ad attingere acqua, Egli chiese da bere. La donna non rifiutò ma, avendo riconosciuto in Lui un ebreo, gli chiese ironicamente come mai si abbassasse a domandare da bere ad una figlia del popolo samaritano al cui contatto gli Ebrei, che lo consideravano eretico e impuro come i pagani, ritenevano di contaminarsi.

Ma chi erano questi Samaritani? Gli abitanti della Samaria, parte Nord della Palestina. La capitale si chiamava Samaria ed era caduta in mano agli Assiri nel 722 a. C. Il popolo aveva iniziato a venerare gli idoli degli Assiri e i rapporti con gli Ebrei erano divenuti molto tesi. La frattura diventò insanabile con il passare del tempo e furono poi Gesù e i suoi apostoli che riportarono la pace tra le due fazioni.

Soltanto l’acqua che Gesù ha dato a questa donna è pura e dissetante. È un’acqua sorgiva che non solo permette di non avere “mai più sete”, ma di diventare a nostra volta acqua capace di dissetare la sete di verità, di libertà, di amore…

Gesù garantisce alla donna un’acqua che sola darà pace. La donna, che vorrebbe pace con se stessa e con gli altri – ha avuto una vita travagliata – invoca quest’acqua. Questa donna ci fa da specchio. La nostra vita è tutto un vagare da un pozzo all’altro e spesso ci si illude di spegnere la sete con mille sorsi di acqua non potabile. Nel nostro tempo la ricerca della vita più gratificante possibile si fa ossessiva, disperante: comprare e consumare, fare le esperienze più forti, guadagnare sempre di più. Il risultato? Insoddisfazione, nausea, noia.

Soltanto l’acqua che Gesù ha dato a questa donna è pura e dissetante. È un’acqua sorgiva che non solo permette di non avere “mai più sete”, ma di diventare a nostra volta acqua capace di dissetare la sete di verità, di libertà, di amore di tanta gente che incontriamo tra le pareti di casa, nella corsia dell’ospedale o per la strada, presso quel “pozzo di Giacobbe”, là dove Cristo, divino mendicante, chiede da bere e promette di dissetare.

di FRANCO CAREGLIO O.F.M. CONV.

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Dono fino allo spreco

Maria di Betania, la donna del dono

Parola di Dio: Gv 12, 1-9

Contesto

Questo racconto chiude la prima parte del Vangelo di Giovanni e apre la seconda. Siamo a sei giorni dalla terza Pasqua, l’ultima delle sei feste menzionate da Giovanni. La Pasqua “dei giudei”, in cui il popolo sacrifica l’Agnello a Dio, diventerà la Pasqua del Signore, con il sacrificio dell’agnello di Dio (19,28-30), che muore per la salvezza di tutti (11,51s). Con l’unzione di Betania comincia il racconto degli ultimi sei giorni di Gesù (1,19-2,12). I primi sei terminano con le nozze di Cana e l’annuncio dell’“ora”; negli ultimi sei si avvicina l’“ora” di Gesù, il tempo in cui ha culmine tutto il suo mistero. Questo tempo ha inizio con la cena di Betania. Il settimo giorno, sarà il riposo della tomba, il silenzio dell’angoscia e della fede, della dura prova dei Discepoli, che però cederà il posto all’ottavo giorno, il tempo senza tramonto, che inizierà, a sua volta, con la scena nuziale di Maria, che finalmente abbraccia Colui che ha cercato (20,1-18): Il Risorto.

Lettura meditata del testo

Venne a Betania. Betania, il cui significato letterale: “casa del mancante”, significa “casa del povero”. Gesù entra nella casa di due donne… La donna, che nella mentalità del tempo non era tenuta in considerazione, era situata nell’ultimo gradino sociale, prima unicamente dei bambini; non aveva diritto di sedere a tavola e di condividere la mensa con gli uomini, non aveva la possibilità di entrare nelle sinagoghe per la preghiera… Non poteva neppure seguire un maestro… Eppure Gesù sceglie di entrare in questa casa dove l’amicizia di Lazzaro e delle due sorelle lo accolgono…, gli offrono il calore e il sostegno per i prossimi tempi difficili che dovrà affrontare… Il Signore viene nella nostra casa, nella nostra Betania, nella Betania della nostra realtà umana, della nostra pochezza, del nostro essere donna…; una casa forse mancante… con tanti limiti…stanca… Una realtà anche nostra, forse, di donne affaccendate e indaffarate, come Marta, che faticano a trovare spazio per l’intimità…per stare con Lui…e si aggirano in cerca di tante altre cose….

Il Signore viene nella nostra casa, nella nostra Betania, nella Betania della nostra realtà umana, della nostra pochezza, del nostro essere donna…

Fecero dunque un banchetto. Non si dice chi fa il banchetto. Si accenna a Marta, che serve, e a Lazzaro, che giace “con” Gesù a mensa, mettendo in risalto Maria e il suo amore… Un amore unicamente centrato sulla persona di Gesù e la sua Parola…

Il termine “banchetto” si trova in questo passaggio in parallelo a quello dell’Ultima Cena (13,2.4; 21,20). Qui domina il gesto d’amore di Maria, là quello del Signore che ci amerà fino al compimento e lascerà ai Discepoli il testamento dell’amore: là il Maestro lava i nostri piedi, qui la donna profuma i suoi piedi.

Questo banchetto è un’azione di grazie per il dono della vita, anticipo della festa che la comunità celebrerà dopo Pasqua. Sono i vivi che “mangiano” e fanno festa.

In questo banchetto è descritta la vita nuova della comunità rappresentata dal servizio di Marta e dall’amore di Maria. Servizio e amore saranno il tema della seconda parte del vangelo, la rivelazione della Gloria (Cap. 13-21), di cui la prima parte è segno (Cap. 1-12).

Maria, presa una libbra di unguento. L’unguento di Nardo è un olio profumato. Una libbra corrisponde ad un terzo di Kg. Richiama le 100 libbre di mirra e aloe con cui Nicodemo ungerà il corpo morto del Signore (19,39). Se quella di Nicodemo è un’onoranza funebre, questa di Maria è un’esplosione di vita.

“Profumo” in ebraico nmeehes, richiama meehes (shem), il Nome. Nell’ AT non si pronunciava il nome Santo di Dio perché nel nome vi è la natura  di Dio stesso. Paolo dirà: “…nel Nome di Gesù ogni ginocchio si piegherà nei cieli e sulla terra e sotto terra…” (Fil. 2,10). Nel Cantico dei Cantici lo Sposo è chiamato “profumo effuso” (Ct 1,3). Il nome, l’essenza di Dio, è profumo. Infatti è amore, che di sua natura si espande e impregna tutto della sua presenza.

Il nome, l’essenza di Dio, è profumo. Infatti è amore, che di sua natura si espande e impregna tutto della sua presenza.

Di nardo. È un profumo molto prezioso. Viene dall’India. La qualità migliore cresce sulle pendici dei monti a 5.000 metri: viene da lontano. È estratto dalle radici del fiore di nardo. Il fiore muore per dare un profumo particolarmente gradito agli uomini.

Genuino, autentico e fedele. La parola non si usa per oggetti, ma per indicare l’amore autentico e fedele di Dio. L’amore per se stesso è fedele.

Molto pregevole. Giovanni non sottolinea tanto il costo, quanto il pregio del profumo. Giuda ne valuterà il costo in 300 denari, e anche più (Mc 14,5). È il salario medio di un anno di lavoro.

Questa scena richiama quella di Luca 7,36ss, che avviene nella casa di “Simone il fariseo”, ed è parallela a quella di Marco e Matteo, che avviene nella casa di “Simone il lebbroso” (Mc 14,3; Mt 26,6).

L’amore è sempre sollecito nell’anticipare un mistero che supera la stessa intuizione di Maria. Esprime il dono senza misura di una donna che vuole donare tutta se stessa.

Maria compie un atto folle: l’unica misura dell’amore è il non aver misura. È una risposta all’amore dello Sposo, che sale a Gerusalemme per dare la sua vita: “Mentre il re è nel suo recinto, il mio nardo spande il suo profumo” (Ct 1,12). L’amore è sempre sollecito nell’anticipare un mistero che supera la stessa intuizione di Maria. Esprime il dono senza misura di una donna che vuole donare tutta se stessa. Maria non calcola, non misura, non è centrata su se stessa, né sui presenti; tutto il suo essere è proteso verso Gesù suo unico bene. Il suo cuore è consacrato a Lui e si manifesta nel dono totale. Marco dirà che infranse il vasetto che conteneva il profumo, significando così il dono totale, il dare tutto, senza calcolo e senza misura…

Unse i piedi di Gesù Lavare i piedi è un gesto sponsale, di profonda intimità, una  manifestazione di affetto intenso tra sposo e sposa (servizio di amore tipico della moglie). Gesù, lavando i piedi, manifesta la sua vita posta a servizio dell’amore: Lui li avrebbe lavati con l’acqua, segno della sua morte, qui Maria usa il profumo della gioia e della vita: l’amore è amato e vive. Maria è la prima che fa per Gesù ciò che Gesù ha fatto per noi, nel suo amore consacra Gesù Messia e Signore e accoglie lo Sposo, che può finalmente dimorare tra noi. Ora il suo profumo riempie la nostra casa.

Asciugò con i propri capelli i suoi piedi. Sciogliere i capelli è seduzione e intimità. Maria non asciuga i piedi dalle lacrime sparse (Lc 7,38), ma dall’unguento sovrabbondante che ne fluisce. Lo stesso unguento profuma i piedi dello Sposo e il capo della sposa, “Un re è stato preso dalle tue trecce” (Ct 7,6): Maria unge i piedi di Colui che presto laverà i piedi dei suoi discepoli; profuma i piedi del Messia, che il giorno dopo entrerà a Gerusalemme per vivere la sua Passione.

Maria è la prima donna che fa qualcosa per Gesù, il quale se ne compiace: dicendo che ha fatto “un’opera bella”

Questo racconto è uno dei più sorprendenti e delicati del vangelo, segna il principio della nuova creazione, è la luce che illumina ciò che il Signore è venuto a compiere a Gerusalemme. Maria è la prima donna che fa qualcosa per Gesù, il quale se ne compiace: dicendo che ha fatto “un’opera bella”(Mc 14,6; Mt 26,10). Questo gesto Gesù lo collega con la sua passione e morte…; è il gesto appassionato di una discepola che accompagnerà il suo Signore e Dio fino al dono totale… E’ la condivisione che si fa amore fino alla morte… È l’opera bella per eccellenza, che riporta la creazione alla bellezza originaria da cui è scaturita: finalmente una creatura risponde all’amore del suo Creatore!

Il gesto di Maria, disapprovato da Giuda, unico discepolo nominato nella scena, è pienamente approvato da Gesù. Solo lui capisce la portata e il significato di quel gesto. Maria con il suo dono unge Gesù  e lo genera al cammino di Pasqua.

Si tratta di un atto d’amore gratuito, offerto fino allo spreco, che riconosce in lui il Messia, il Figlio di Dio, che viene a dare la vita per i fratelli. Si tratta di un preannuncio implicito della sua risurrezione: Maria infatti unge il Vivente, non un corpo morto, come invece farà Nicodemo (19,39s).

Ora la casa. La festa per il dono della vita non si celebra nel tempio, ma nella casa, luogo delle relazioni fraterne che fanno parte del nostro vivere quotidiano. Lì stanno gli amici; lì Gesù è amato e lì c’è il profumo, perché Dio è amore. La casa, la comunità diventa il luogo sacro della crescita nella relazione con Gesù attraverso le persone che ci sono donate… Betania non ha più l’odore acre di Simone il fariseo che giudica (Lc 7,39s), né il fetore di Simone il lebbroso che tiene tutti a distanza (Mc 14,3), ma è piena di profumo e di gioia perché è stata recuperata la fraternità, l’amicizia, il rapporto: le relazioni hanno assunto la dimensione dell’amore e del dono reciproco, Lazzaro, il fratello, è tornato alla vita…. Nella casa, dove prima regnavano lutto e morte, risuonano le grida di gioia e si diffonde la fragranza del profumo (Ger 25,10 LXX). Possiamo chiederci con verità se le nostre relazioni generano vita… .

La casa, la comunità diventa il luogo sacro della crescita nella relazione con Gesù attraverso le persone che ci sono donate…

Si riempì del profumo. “Riempire”, in greco, ha lo stesso significato di “compiere”. Questa casa è il luogo del “compimento”, del profumo, del ‘Nome’, dove regnano il servizio e l’amore. L’amore è amato, il profumo riempie la casa e trabocca sul mondo intero (Mc 14,9).  “Siano rese grazie a Dio, il quale ci fa partecipare al suo trionfo in Cristo e diffonde per mezzo nostro il profumo della sua conoscenza nel mondo intero. Noi siamo, infatti, davanti a Dio, il profumo di Cristo” (2Cor 2,14s). Questo profumo, generatore di vita per chi ama il Signore, diventerà odore di morte per chi lo rifiuta (2Cor 2,16).

Dice Giuda l’Iscariota, L’obiezione, che Giovanni pone in bocca a Giuda, da Matteo è attribuita ai discepoli (Mt 26,8) e da Marco agli astanti (Mc 14,4). Giuda per Giovanni è il prototipo dell’incomprensione dei discepoli, di colui che poi lo tradirà… . L’insidia al dono è il tradimento… ripensiamo al nostro dono… forse anche noi siamo stati tentati di tradire…

Quello che stava per consegnarlo. “Consegnare” è la parola usata per indicare il gesto di Giuda che tradisce Gesù (6,64.71; 12,4; 13,2.11.21; 18,2.5.36; 21,20). Indica pure la consegna di Gesù a Pilato (18,30.35; 19,11), che, a sua volta, lo consegna alla croce (19,16), dall’alto della quale il Signore ci consegnerà il suo Spirito (19,30). Alle nostre consegne di morte, Egli risponde con la consegna della sua vita, del Dono sublime del Padre, lo spirito Santo…. Siamo sollecitate a ripensare  alla “consegna” di noi stessi attraverso il dono di noi stessi nella consacrazione o nella mutua fedeltà coniugale, che ci colloca, come Gesù, dono di amore senza misura…

Giuda lo monetizza, parla di “vendere”, per “dare” ai poveri. Quante volte anche noi monetizziamo il nostro dono…., calcoliamo il nostro donarci…, misuriamo il nostro amore….

Perché questo unguento non si è venduto per trecento denari: Più di duecento denari servivano per sfamare la folla e trenta pezzi d’argento sarà il prezzo di Gesù (Mt 26,15). Il profumo di Betania vale molto di più, perché è fedele e di grande pregio, come l’amore. Giuda lo monetizza, parla di “vendere”, per “dare” ai poveri. Quante volte anche noi monetizziamo il nostro dono…., calcoliamo il nostro donarci…, misuriamo il nostro amore….

Ci sono due modi opposti di pensare e agire, due diverse economie: da una parte il calcolo e la vendita per ricavarne un guadagno, dall’altra l’amore e la sovrabbondanza fino allo spreco (Mc 14,4; Mt 26,8).

L’economia del dono, nuovo stile di vita per i cristiani è un cammino di fedeltà a un amore più grande che non calcola…(Cap. 2005, p.52). Una è l’economia delle grandi potenze unicamente centrate sul calcolo e il guadagno; l’altra quella di Dio, che dà la vita. Il problema non è “dare” ai poveri qualcosa, ma “donarsi” per amore. In Lc 10,40 Marta, tutta indaffarata, contrappone il suo servizio all’atteggiamento di Maria, che seduta gioisce alla presenza di Gesù e si immerge nella sua Parola. Giuda contrappone l’aiuto ai poveri all’amore per il Signore. Qualunque servizio, se non nasce dall’amore è vuoto e porta alla morte e alla sterilità.

Il profumo da “custodire” (= osservare) sempre, fin dentro la tomba e oltre: è la fedeltà al comando dell’amore, che fa vivere Dio in noi e noi in lui.

Lasciala, perché lo conservi per il giorno della mia sepoltura. Gesù approva il gesto della donna e la difende, lo legge come  una intuizione d’amore del suo destino. Con l’unzione del corpo per la sepoltura, mentre è vivo, onora il Vivente. Quanto la donna compie è annuncio di risurrezione, risposta d’amore a un amore che sa dare la vita. Maria in questo gesto, nasce come sposa.

Il profumo da “custodire” (= osservare) sempre, fin dentro la tomba e oltre: è la fedeltà al comando dell’amore, che fa vivere Dio in noi e noi in lui.

I poveri infatti (li) avete sempre con voi. Come abbiamo sempre con noi il Signore (Mt 28,20) che da ricco si è fatto povero per arricchirci con la sua povertà (2Cor 8,9), così abbiamo sempre con noi i poveri. La loro povertà è la nostra ricchezza. La nostra ricchezza ingiusta infatti ci viene da ciò che abbiamo tolto a loro; la nostra ricchezza vera ci viene da ciò che condividiamo con la loro povertà (Mt 25-40).

Me invece non avete sempre (12,35). Gesù tra sei giorni tornerà al Padre, ma sarà sempre con noi, nel dono del suo Spirito che ci fa amare l’altro, cominciando dall’ultimo. L’amore che Maria dimostra per il Figlio, lo Sposo, sarà lo stesso che avremo verso i suoi fratelli. La storia di Cristo continua nei poveri e nei crocifissi della storia di tutti i tempi. In loro ci viene incontro per salvarci perché con essi il Signore si è identificato (Mt 25,31-45).

L’amore che Maria dimostra per il Figlio, lo Sposo, sarà lo stesso che avremo verso i suoi fratelli. La storia di Cristo continua nei poveri e nei crocifissi della storia di tutti i tempi.

Seppe molta folla dei giudei che era lì. Questa casa, dove si celebra la vita nel servizio e nell’amore, che esercita una forte attrattiva sulle folle è immagine della Chiesa, che ha custodito e osservato il profumo di Dio, l’amore reciproco.

  • Pregare il testo

  1. Entro in preghiera
  2. Mi raccolgo immaginando il banchetto nella casa di Betania.
  3. Chiedo l’amore di Maria per il Signore Gesù.
  4. Contemplo la scena, guardando, considerando, “odorando” il profumo.
  5. Rivivo l’esperienza della mia consacrazione, del mio dono…
  6. Sento il profumo riempire la “mia”casa, la mia vita…rivedo i momenti di dono…o forse le infedeltà…
  7. Rivedo la mia “casa” la mia comunità…la fraternità recuperata a vita…
  8. Nella nostra casa-comunità si celebra la vita nel servizio e nell’amore? E’ attrattiva per i giovani?
  1.     Altri testi utili

Sal 45; 133; Cantico dei cantici; Mc 14,3-9; Lc 7,36-50.

Renata Conti MC

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Contro la violenza sulle donne

When a Woman says No, She Means It
Purtroppo nonostante da 17 anni ogni anno si celebra e si riflette su questa triste realtà, la violenza sulle donne nelle sue diverse forme è ancora in costante aumento.

Oggi in tutto il mondo si celebra la giornata mondiale contro la violenza sulle donne, voluta e promossa dall’Assemblea Generale della Nazioni nel 1999 che aveva scelto Il 25 novembre come Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Purtroppo nonostante da 17 anni ogni anno si celebra e si riflette su questa triste realtà, la violenza sulle donne nelle sue diverse forme è ancora in costante aumento. Cambiano le modalità e le aggressioni fisiche e psicologiche che si consumano principalmente tra le pareti domestiche e sovente alle presenza dei figli che si portano dentro delle ferite che difficilmente si potranno guarire.

Purtroppo la cultura del domino e del possesso non tende a diminuire e trova invece manifestazioni sempre più sofisticate e diaboliche per colpire persone che dicevano di amare, ma che purtroppo non hanno mai amato ma solo cercato di possedere e usare per semplici interessi personali. Quanta violenza in queste aggressioni e quanta altrettanto immaturità psicologica ed emotiva.

Negli ultimi dieci anni le donne uccise in Italia sono state 1.740, mentre dall’inizio di gennaio del 2016 le vittime sono state 116. Quante donne, ragazze, madri, figlie, amiche, e sorelle dovranno ancora morire, oppure essere vittime di stalking, di aggressione, di minacce, di ossessione fisiche e psicologiche?

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Questa giornata vuole quindi lanciare ancora una volta un forte grido… di promuovere i valori e la cultura del rispetto e della vita e non del profitto o del piacere ad ogni costo.

Questa giornata vuole quindi lanciare ancora una volta un forte grido anche a nome di chi non ha più voce ma che vuole ricordare a istituzioni di governo e di chiesa, di famiglia e scuola, nonché ai mezzi di comunicazione di promuovere i valori e la cultura del rispetto e della vita e non del profitto o del piacere ad ogni costo. Ciascuno di noi deve assumersi le proprie responsabilità per costruire una società civile dove ogni persona deve avere il suo posto e il suo ruolo, nella vita personale, di famiglia e nella società.

La mia riflessione oggi si sofferma pure sulla triste realtà di migliaia di giovani donne straniere, immigrate e portate nei nostri Paesi, per lo sfruttamento del loro corpo per l’industria di sesso a pagamento. Sono parecchie migliaia le giovani donne, particolarmente provenienti dalla Nigeria o da vari Paesi dell’Est Europa vittime di un’altra terribile violenza subita in maggioranza sulle nostre strade. Quante storie di sofferenza, di umiliazione, di disprezzo, di solitudine, di violenza e di morte ho conosciuto e incontrato durante il mio servizio missionario in Italia. E quante uccisioni o donne sparite nel nulla, di cui nessuno ne parla perché tanto loro non contano, non esistono, non fanno scalpore sui media perché loro non hanno voce.

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Purtroppo non sono solo gli schiavisti e i trafficanti con i loro ingenti guadagni, ma sono anche coloro che fomentano e sostengono con la loro richiesta il mercato dei nuovi schiavi del 2000.

Siamo coscienti che oggigiorno circa 100 mila giovani donne prevalentemente provenienti dall’Africa e dai Paesi dell’Est Europa vivono, soffrono ed anche muoiono sulle strade di un paese civile e in maggioranza di religione Cristiana?

Di fronte a questa nuova piaga di sfruttamento e violenza che sta distruggendo la vita e i sogni di tante giovani immigrate, viene spontanea una domanda e una conseguente riflessione: Ma chi sono gli sfruttatori? Purtroppo non sono solo gli schiavisti e i trafficanti con i loro ingenti guadagni, ma sono anche coloro che fomentano e sostengono con la loro richiesta il mercato dei nuovi schiavi del 2000.

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Possiamo non solo essere vicino alle vittime … ma anche aiutate a recuperare la loro vita e un futuro più sereno per loro e i loro figli.

Lo scorso anno, in occasione della medesima giornata contro la violenza sulle donne, Papa Francesco in partenza per un viaggio in Africa, prima di lasciare Casa Santa Marta per recarsi in aeroporto ha voluto incontrare le ospiti e il personale di una comunità di accoglienza. Queste donne con i loro bambini avevano subito violenza domestica o sfruttamento sessuale per cui il Papa voleva esprimere la sua vicinanza, compassione e attenzione a giovani donne ferite, umiliate e vergognate, ma anche aiutate a recuperare la loro vita e un futuro più sereno per loro e i loro figli.

sr. Eugenia Bonetti MC

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Dalla clausura: auguri di una donna

Celebrare per la donna significa anche assumere la propria responsabilità nel far emergere e rispettare la sua dignità.

Sala di attesa nel dispensario di Empada in Guinea Bissao
Sala di attesa nel dispensario di Empada in Guinea Bissao

Tra i tanti commenti ricevuti in questi giorni a riguardo della festa della donna nell’anno del grande giubileo della misericordia uno mi è giunto anche da una suora di clausura che ho trovato particolarmente bello, profondo e ricco di riflessioni, non solo per ciò che riguarda la dignità della donna in generale, bensì parla della consapevolezza che tale dignità deve essere prima di tutto riconosciuta e rispettata dalla donna stessa. La donna deve assumersi il suo ruolo vero e la sua responsabilità nel far emergere e rispettare la sua dignità. La donna deve diventare sempre più protagonista e artefice della sua vita e del suo futuro creando una convivenza equilibrata e armoniosa, portatrice ed educatrice di valori profondi prima per se e poi per la società in cui vive.

Così scrive la claustrale: “Che le donne facciano sentire la loro voce e richiamino l’attenzione su quanto di loro si pensa, si dice e soprattutto si propaganda, per manifestare il loro dissenso e le loro ragioni, lo ritengo legittimo, ma nello stesso tempo spererei vivamente che la donna stessa abbia giusta consapevolezza della dignità che vuole affermare e idee chiare sulla sua identità e capacità di progettazione della propria vita. Cosa che, francamente, non mi sembra essere sempre certa nel nostro contesto sociale.

Mamma e figlio del Potosì, Bolivia
Mamma e figlio del Potosì, Bolivia

Mi sembra infatti che essere donna, e donna emancipata, attualmente si identifichi il più delle volte con l’equiparazione di ruoli e poteri rispetto all’uomo. Tanto che non è raro sentire parlare di cifre sulla partecipazione femminile agli incarichi di rappresentanza o di alto livello a dimostrazione della sua posizione culturale ancora minoritaria. Ma il problema è a monte: se anche la donna giungesse ai vertici delle più brillanti carriere – cosa che cordialmente le auguro e talora, di fatto, già avviene – desidererei comunque che il suo modo di essere e di porsi fosse di timbro diverso, femminile appunto (il che non vuol dire inferiore, ma di altra qualità), arricchendo ogni ambito culturale, politico e sociale della sua specifica forma di umanità e sensibilità. Per il suo profondo rapporto con la vita, il suo intuito e la sua capacità di osservazione, per l’attenzione all’umano e le connaturali doti di generosità, la donna è infatti, a mio avviso, portatrice privilegiata di originalità, di innovazione e creatività, nonché di bellezza nel senso più filosofico ed estensivo del termine.

In tutta sincerità non trovo convincenti né interessanti le donne che imitano la figura maschile mostrando una sicurezza talora aggressiva che indurisce il loro tratto, oppure ostentando una spregiudicatezza di comportamenti e di toni che le omologa a un modello quanto mai dissonante dal loro fondamento antropologico. Perché, tra l’altro, una delle questioni connesse al valore, o disvalore della donna oggi, è quella dello smantellamento di quella compostezza, o meglio pudore (parola obsoleta nella nostra cultura, se non all’indice) che custodisca ma anche sveli in certo senso il mistero profondo della persona.

Coro di donne durante una celebrazione a Wawata in Tanzania
Coro di donne durante una celebrazione a Wawata in Tanzania

E tocchiamo qui un secondo punto della questione. Ovvero l’influenza della cultura dominante, soprattutto a livello mediatico, sull’immagine della donna. Un’immagine troppo spesso legata al corpo, considerato come “oggetto o strumento di piacere, di consumo e di guadagno”, e dunque esposto a una mercificazione esplicita o sottesa. Quando invece il corpo è un prezioso strumento di comunicazione che può anche esprimere lo specifico femminile senza giungere a rappresentazioni di dubbio gusto e valore.”

Grazie Sorella claustrale, donna pienamente realizzata e ricca di valori che hai condiviso con noi e con le tante donne che leggeranno queste riflessioni. A tutto il mondo femminile che festeggeranno l’8 marzo l’augurio di sperimentare la bellezza e la grandezza del proprio essere donna e madre di nuove generazioni di uomini e donne che in piena sintonia vivono nel rispetto e apprezzamento reciproco per la costruzione di una nuova umanità così come è stata pensata e voluta dal Creatore.

Sr. Eugenia Bonetti (missionaria della strada)

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