Verità o profezia?

Il testo di Isaia è l’invito a una fiducia in Dio che non pretende di capire tutto, di tenere tutto sotto controllo, e neppure di vedere segni prodigiosi. È qualcosa di estremamente vicino allo spirito del vangelo.

Capita, a volte, che diamo a un episodio della nostra vita, a un brano letto, a una persona incontrata, un significato che poi, col passare del tempo, dobbiamo correggere con un altro sentito più appropriato. Può succedere, però, che a quel primo significato fosse stato legato un grande valore. Può accadere anche a brani biblici, e qui può diventare più difficile decidere come comportarsi riguardo ai due sensi possibili del testo, magari anche molto lontani tra di loro.

Tra gli episodi del genere, spicca nella storia dell’interpretazione biblica cristiana un passo del profeta Isaia.

Un re angosciato

Anche se gli elementi storici e le datazioni possono essere discusse, pare che nel capitolo 7 del libro di Isaia ci si ponga nei primissimi anni, forse mesi, del regno di Acaz, che vive certamente in un contesto storico difficile. Appena salito al trono, infatti, si trovò probabilmente in un gioco internazionale più grande di lui. Dal nord minacciava di scendere l’esercito assiro, tremendo e irresistibile. I re di Samaria e di Damasco, vicini di Giuda, cercano di fare fronte comune per provare a resistere con le armi, ma il giovane re non sembra convinto a lanciarsi in una guerra contro gli invincibili nemici di Mesopotamia. Il calcolo politico era probabilmente giusto, ma i vicini premevano e decisero di invadere la Giudea per sostituire il re con qualcuno disposto a collaborare.

Che fare? Cedere a Samaria e Damasco significava condannarsi a una probabile pessima fine militare (cosa che in effetti accadrà ai due vicini), ma resistere comportava di dover affrontare due vicini più forti di Giuda.

È in questo contesto che arriva il profeta a parlare al re, invitandolo sostanzialmente a confidare nella vicinanza divina.

Una promessa sfuggente

Il profeta è tanto sicuro dell’appoggio di Dio da spingersi a offrirne un segno al re. Questi, così, si trova ancora più vincolato nelle sue decisioni. Se chiede a Dio un segno e questo giunge, sarà costretto a seguire le indicazioni del profeta. Ma come potrebbe rifiutarsi? Se arriva un aiuto e non lo si accetta, l’esito è di rompere anche con chi quell’aiuto aveva offerto.

Ma è un segno in sintonia con ciò che Dio fa in tutta la Bibbia, nella quale non ama mai presentarsi in modo schiacciante, senza lasciare spazio alla libertà dell’uomo.

Acaz tenta di sottrarsi a questa stretta in un modo elegante: «Non chiederò un segno a Dio, non voglio tentarlo» (Is 7,12). Si tratta di un’espressione di fede, di per sé, per evitare di costringere Dio a esprimersi. Ma siccome Dio aveva già dichiarato la propria disponibilità, rifiutarne il segno implica di voler fare senza Dio, e si comprende l’ira del profeta, il quale, però, non se ne va sdegnato, ma offre lo stesso al re un segno: «Siccome non chiedi un segno, te lo darà Dio stesso: la almà concepirà e partorirà un figlio» (Is 7,14).

Chi è la almà? La parola, in ebraico, indicava una donna dalla sua prima mestruazione al suo primo parto. Si pensa che questa donna fosse la giovanissima regina del giovane re. La nascita di un erede avrebbe potuto essere il segno che Dio non abbandonava il regno, che garantiva una continuità alla dinastia. Certo, si trattava di un segno fragile, debole, perché il neonato avrebbe dovuto diventare grande, prima di poter essere utile. Ma è un segno in sintonia con ciò che Dio fa in tutta la Bibbia, nella quale non ama mai presentarsi in modo schiacciante, senza lasciare spazio alla libertà dell’uomo. Insomma, pare proprio che quel tipo di promessa sia in accordo con il carattere di Dio in tutta la sua storia con il popolo d’Israele. È un segno, non la sicurezza o la garanzia di salvezza, un semplice segno che può indicare che di Dio ci si può fidare.

Tempi e traduzioni…

Molti secoli dopo gli ebrei decidono di tradurre in greco il loro testo sacro, che ormai non è comprensibile a troppi credenti. Il lavoro è lungo e complicato, e comporta anche alcuni scogli particolarmente difficili. Ad esempio, come tradurre almà? Il greco (come peraltro l’italiano) non ha una parola che indichi esattamente la stessa cosa. I traduttori scelsero quindi di privilegiare la parola che sembrava più vicina, ossia parthenos, “vergine”.

L’esito non è però lo stesso: annunciare che la giovane donna avrebbe concepito e partorito un figlio maschio, se l’annuncio era rivolto alla regina, era una promessa non scontata ma relativamente facile da adempiere. Promettere che a concepire e partorire sarebbe stata una vergine implica di spostare l’accento dal non scontato al miracoloso. D’altronde, l’esistenza di Acaz e le minacce assire erano ormai lontane nel tempo, non significative per i lettori greci.

L’intervento divino, così, si sposta dal piano della storia a quello (apparentemente) della fine del mondo, di un darsi di Dio assolutamente straordinario e prodigioso. I lettori degli ultimi secoli prima di Cristo pensavano probabilmente che si trattasse di una promessa che non poteva compiersi nella storia, ma solo in paradiso o poco prima.

Ma quando i cristiani iniziano ad annunciare il vangelo, e insistono sul fatto che Giuseppe non sia il vero padre di Gesù, quel testo di Isaia torna a parlare in modo straordinario, come una profezia precisa di ciò che era accaduto nella nascita del Signore.

Chi ha ragione?

Per generazioni si dimenticò la prima interpretazione del testo di Isaia, che però ritornò in auge quando, negli ultimi secoli, si riprese a leggere i testi biblici con più attenzione alla storia e al modo antico di narrarla. Per i nostri tempi, però, la questione diventa spinosa.

Isaia 7,14 ci invita a confidare in Dio nonostante i segni fragili della sua presenza, ma insieme anche a restare aperti a un suo donarsi straordinario, miracoloso, che non entra in contraddizione con il suo stile più consueto ma piuttosto lo compie.

Non c’è dubbio che il primo modo di interpretare il testo di Isaia sia quello storicamente più probabile, in qualche modo quello vero. Ma non si può neppure dimenticare che tantissimi credenti di moltissime generazioni hanno creduto di vedere in quel brano un anticipo della nascita reale di Gesù: dobbiamo dire che si siano semplicemente sbagliati?

Conviene piuttosto ammettere che, come in un’opera d’arte, i testi biblici sopportano, e a volte addirittura pretendono, una lettura molteplice, a più livelli. Il testo di Isaia è l’invito a una fiducia in Dio che non pretende di capire tutto, di tenere tutto sotto controllo, e neppure di vedere segni prodigiosi. È qualcosa di estremamente vicino allo spirito del vangelo.

Nello stesso tempo, la maggior parte delle generazioni credenti che ci hanno preceduti hanno visto in quel testo la previsione straordinariamente precisa e prodigiosa della nascita di Gesù. Non si può negare che anche loro si pongano in piena sintonia con il vangelo, che in effetti, per bocca di Matteo e Luca, narra un concepimento straordinario di Gesù, non ad opera di Giuseppe.

C’è da scegliere? Forse no. Come in una poesia che ci parla della eleganza raffinata ma effimera di una rosa, ma nel contempo allude anche alla bellezza mondana che svanisce, così Is 7,14 ci invita a confidare in Dio nonostante i segni fragili della sua presenza, ma insieme anche a restare aperti a un suo donarsi straordinario, miracoloso, che non entra in contraddizione con il suo stile più consueto ma piuttosto lo compie.

Così resteremo aperti anche noi al darsi di Dio nella nostra vita in modalità in gran parte già suggerite, ma nello stesso tempo non prescritte in modo definitivo. Dio, come l’essere vivente che lui è, può sempre sorprenderci.

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Il principio e l’umano

Gesù si presentava spesso come colui che sembrava svendere la legge di Mosè, relativizzandola, attenuandola…

Rispetto a ciò che potremmo immaginare, Gesù prende raramente posizione riguardo al matrimonio; quando lo fa, è perché è chiamato in ballo dai suoi avversari.

Che in un caso sembrerebbero davvero aver architettato (o essersi trovato tra mano…) un inganno fantastico.

Una trappola astuta

All’inizio del capitolo 8 del vangelo secondo Giovanni veniamo a sapere che scribi e farisei, volendo evidentemente mettere ancora alla prova Gesù, gli portano un caso scottante. Una donna adultera, sorpresa sul fatto.

In tutti i tempi ci sono persone che, molto spesso in assoluta buona fede, intendono difendere i principi e si vedono per questo costretti a punire le persone. La ragione è evidente: se è vero che una legge è buona e giusta, va fatta rispettare. La si può motivare, si può invitare ed esortare a rispettarla, ma se poi viene violata, occorrono le pene. Altrimenti, ritengono, tutto viene messo sullo stesso piano, relativizzato, ossia svenduto.

Gesù si presentava spesso come colui che sembrava svendere la legge di Mosè, relativizzandola, attenuandola… Può darsi che i suoi avversari pensassero che così facendo si comportava da “populista”, che si faceva vedere buono soltanto perché non aveva responsabilità. E gli servono un piatto avvelenato.

Perché l’adulterio non era solo un peccato tra tanti: le violazioni contro il matrimonio, simbolo dell’amore di Dio per l’uomo, erano trattate in modo particolare duro. Chi veniva colto sul fatto doveva essere lapidato, la legge era chiara.

Quindi Gesù si trova di fronte a una scelta complicata: o condanna la donna, rispettando la legge ma giocandosi (così pensano) il favore della gente, oppure si mette contro Mosè, contro il volere di Dio. Chissà se è per questo che Gesù subito non risponde, mettendosi invece a scrivere per terra (da quando è stata scritta questa pagina, generazioni di commentatori si sono chiesti perché o che cosa scrivesse, e ancora ce lo chiediamo).

Gesù è vincitore: non si è spinto a dire che la legge di Mosè è inutile o dannosa, si è limitato a richiedere perfezione per chi giudica.

Una risposta altrettanto astuta

Di fronte all’insistenza dei suoi avversari, che forse pensavano di averlo messo all’angolo, Gesù finalmente alza la testa e reagisce con una delle risposte più fulminanti dei vangeli: «Chi è senza peccato, scagli la prima pietra» (Gv 8,7).

Parla solo della prima pietra, non è necessario che siano tutti perfetti. Ma sembra ricordare che l’umanità è soggetta all’inciampo, e chi ha bisogno di misericordia non può che invocare misericordia non solo per sé.

E mentre Gesù abbassa di nuovo la testa e riprende a scrivere sulla sabbia (l’unica volta nei vangeli in cui si dica che Gesù scrive: non poteva utilizzare un materiale più duraturo?), uno alla volta tutti se ne vanno, incominciando dai più anziani, ossia da coloro che, si poteva immaginare, avevano avuto più tempo per perfezionarsi, per arrivare alla pienezza di una vita senza peccato; ma anche coloro che, dall’alto della loro esperienza, sapevano che non si sarebbe trovato nessuno in grado di lanciare quel primo sasso.

Il giudizio del perfetto

Dopo un po’ sulla scena restano soltanto Gesù e la donna. Gesù è vincitore: non si è spinto a dire che la legge di Mosè è inutile o dannosa, si è limitato a richiedere perfezione per chi giudica. A ben vedere, gli avversari di Gesù avrebbero potuto accusarlo di non essere del tutto onesto: si può benissimo non essere perfetti pur sapendo che cosa sarebbe la perfezione, e non si può nascondere che il peso dei peccati è diverso, l’adulterio è un peccato ben grave. Ma intanto i suoi avversari sono spariti. In piazza, solo una donna colta in adulterio e Gesù. Il quale finalmente si alza in piedi, magari la guarda negli occhi: «Donna, e gli altri? Dove sono finiti? Nessuno ti ha condannata?». «Nessuno, Signore». Certo, nessuno può dirsi perfetto, non ci voleva molto a capirlo. Anche la donna, di sicuro, quando ha sentito quella condizione, poteva essersi sentita salva. A meno che…

Il principio non solo è salvo, ma è salvaguardato con ancora più decisione e durezza. Ma, nello stesso tempo, la persona è più importante, la sua vita sovrana, il suo animo in grado di decidersi per il bene in qualunque momento.

In realtà, a ben pensare, e i lettori del vangelo lo sanno bene, in quella piazza una persona senza peccato c’era. Fin dall’inizio. E adesso è ancora lì, davanti alla donna. Se Gesù volesse, la prima pietra è sua. «Neanch’io ti condanno».

Sembra di sentirli, tutti i tutori dell’ordine, che si scagliano contro tanto lassismo, relativismo, leggerezza: «In questo modo si viola la legge di Dio, che non viene più rispettata. Dispiace essere duri, ma è la condizione per salvaguardare il principio della fedeltà nel matrimonio. Se si inizia a perdonarne una, come si potrà poi difendere la legge buona?»

«Neanch’io ti condanno. Va’ e d’ora in poi non peccare più» (Gv 8,11). Ecco il secondo colpo di genio, che quasi non si nota, come nei fuoriclasse. Non peccare più. Con due frasi Gesù è riuscito a dire, insieme, che l’adulterio è peccato, che non è una leggerezza, che non è bene. Il principio non solo è salvo, ma è salvaguardato con ancora più decisione e durezza. Ma, nello stesso tempo, la persona è più importante, la sua vita sovrana, il suo animo in grado di decidersi per il bene in qualunque momento. Tu hai peccato, donna, non hai fatto il tuo bene, non è bene ciò che hai compiuto. Ma io non ti condanno. Solo, non peccare più, vivi nella pienezza, e sappi di essere stata accolta e perdonata comunque.

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Come in principio

Proprio il rimando di Gesù al “principio” è illuminante. Gesù non ragiona in termini di legge, non si chiede se una cosa sia lecita o no. Vede invece nel progetto iniziale di Dio la sua intenzione più limpida e chiara.

Secondo i vangeli Gesù rimanda esplicitamente ai primi capitoli di Genesi quando lo vengono ad interrogare riguardo a una questione che era discussa tra i rabbini del suo tempo: in quali casi è lecito ripudiare la propria moglie (Mt 19, 3-9)?

Contesto

Il vangelo dice che dei farisei si avvicinano a Gesù “per metterlo alla prova”. Non è detto che l’intenzione fosse del tutto cattiva. Di fatto, il modo con cui entrano nel discorso assomiglia moltissimo a come i rabbini impostavano i loro confronti. L’abitudine non era di porre direttamente la domanda, ma di arrivarci da lontano: la persona colta avrebbe già capito dove portava il discorso e sarebbe arrivata direttamente al dunque. Insomma, provano a vedere se Gesù può ragionare con un dottore della legge alla pari.

Può anche darsi che l’intenzione fosse invece più cattiva: Gesù si era presentato in veste molto misericordiosa, guarendo molti (Mt 19,1-2), e forse vogliono costringerlo a prendere una posizione su una questione controversa, mettendosi così inevitabilmente contro qualcuno, qualunque cosa dica.

La questione

Il tema era effettivamente dibattuto. Secondo la legge ebraica, qualora il marito trovasse nella moglie qualche motivo di lamentela, poteva ripudiarla e la donna avrebbe dovuto tornare alla casa di suo padre, a patto che questi la riaccogliesse. (Non era però una possibilità concessa alla donna). Si discuteva su quale motivo fosse sufficiente per il ripudio.

Piuttosto, negando il ripudio Gesù prende le difese della parte che in quel legame, con quelle norme, era la più debole, ossia la donna.

Gesù, che aveva la fama di essere molto lassista nell’applicazione della legge, per una volta la rende più dura: in principio quella legge non c’era, Dio ha deciso di unire l’uomo e la donna per sempre, ed è solo la cattiveria dell’uomo ad aver spinto Mosè a introdurre quella norma. Il matrimonio è per sempre, e un secondo matrimonio è quindi un adulterio.

Il principio

Proprio il rimando di Gesù al “principio” è illuminante. Gesù non ragiona in termini di legge, non si chiede se una cosa sia lecita o no. Vede invece nel progetto iniziale di Dio la sua intenzione più limpida e chiara. Dio ha fatto le cose bene, per far vivere bene l’uomo, e se l’uomo ha modificato le indicazioni di Dio non può che vivere male. Per migliorare la propria condizione l’uomo deve semplicemente tornare a comportarsi secondo ciò che Dio ha progettato all’inizio. A essere importante non è innanzi tutto rispettare Dio e la sua volontà, ma vivere bene, e questo è possibile se si segue ciò che Dio ha sognato per l’uomo fin dall’inizio.

Non è difficile vedere che, negando la possibilità di un divorzio, Gesù non ha voluto imporre un’altra legge dura e intollerabile (altrimenti anche lui si sarebbe esposto alla critica che muove ai dottori della legge: «Caricate gli uomini di pesi insopportabili, e quei pesi voi non li toccate nemmeno con un dito!»: Lc 11,46). Quando Gesù si trova di fronte a persone che non sono state capaci di vivere all’altezza della legge, non le condanna, pur richiamandole a vivere secondo la legge, perché fa vivere bene (basti pensare all’adultera che salva dalla lapidazione: Gv 8,3-11). Piuttosto, negando il ripudio Gesù prende le difese della parte che in quel legame, con quelle norme, era la più debole, ossia la donna.

Il regno di Dio

Ma l’episodio in realtà non è finito. I discepoli di Gesù, infatti, iniziano a scuotere la testa: «Se questa è la situazione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi» (Mt 19,10). Certo, se penso che con il matrimonio acquisto uno strumento per la gestione della casa, e scopro di non potermene liberare quando inizia a guastarsi, non mi conviene fare quella spesa. Ma Gesù invita esattamente a guardare al matrimonio non come a un contratto conveniente, ma come a un legame personale, a una condivisione profonda e totale della propria vita, che può anche vedersi complicata da malattie, situazioni faticose, incidenti di vita, ma non può essere cancellata.

Gesù invita esattamente a guardare al matrimonio non come a un contratto conveniente, ma come a un legame personale, a una condivisione profonda e totale della propria vita, che può anche vedersi complicata da malattie, situazioni faticose, incidenti di vita, ma non può essere cancellata.

E infatti Gesù, rispondendo ai discepoli, ammette che si poteva trattare di qualcosa di difficile da capire. In quel mondo, in quella cultura, la donna non aveva autonomia, ed è comprensibile che si fatichi a capire che invece quell’autonomia ce l’ha, la deve avere, deve essere incontrata come persona.

E per provare a farsi capire ricorre a un esempio che forse anche nella storia della nostra chiesa, nell’intenzione di allargarne il senso, è stato un po’ stravolto: «Vi sono eunuchi che sono nati così dal grembo della madre, e ve ne sono altri che sono stati resi tali dagli uomini, e ve ne sono altri ancora che si sono resi tali per il regno dei cieli» (Mt 19,12). Oggi ci è normale pensare che questa frase parli di coloro che non si sposano, ma sarebbe un’idea abbastanza strana, dal momento che Gesù sta cercando di chiarire la sua idea di matrimonio.

È evidente che Gesù vuole dire altro. Chi è eunuco non può unirsi a una donna. E questo può succedere per limiti congeniti o provocati dagli uomini. Oppure anche per altri motivi, per “il regno dei cieli”. Questo regno dei cieli è il mondo, la vita, così come l’ha sognata Dio, come l’ha progettata lui. È la vita ideale per gli uomini, che da Dio sono stati creati. Magari una vita non spontanea, non proprio come ci verrebbe naturalmente, ma la migliore vita possibile per l’uomo.

Non si tratta, dice Gesù, di una prigione, di una punizione, di un impoverimento, ma di vivere secondo il regno di Dio, di condurre l’esistenza progettata da Dio per gli esseri umani, di vivere nella gioia piena per la quale siamo stati creati.

Chi è libero può guardare le donne intorno a sé, può fare loro la corte e cercare di conquistarle (il punto di vista è del maschio, ma potremmo serenamente completarlo, oggi, applicandolo anche alle donne). Una volta che sia sposato, però, dovrebbe diventare come eunuco per le altre donne, non le può più cercare. Non si tratta, dice Gesù, di una prigione, di una punizione, di un impoverimento, ma di vivere secondo il regno di Dio, di condurre l’esistenza progettata da Dio per gli esseri umani, di vivere nella gioia piena per la quale siamo stati creati.

Non è da tutti capirlo, ammette Gesù. Ma chi lo capisce, vive già in un anticipo di paradiso.

Angelo Fracchia

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Il male in mezzo a noi

Il problema non è tanto la disubbidienza, quanto la sfiducia. L’uomo smette di fidarsi di Dio.

Forse nella storia della Chiesa non esiste un capitolo biblico dalle conseguenze più pesanti che il terzo della Genesi. E non sempre, nell’usarlo, si è rispettato il testo di partenza. Può valere la pena di riprenderlo.

E questo da dove esce?

Ricapitoliamo la situazione: i primi capitoli della Genesi presentano l’umanità nelle sue caratteristiche di fondo, e all’inizio abbiamo l’uomo e la donna che vivono in un giardino, nella piena comunione con Dio e nell’armonia tra di loro («Entrambi erano nudi, ma non ne provavano vergogna»: Gen 2,25). In questa situazione qualcosa interviene a rompere l’idillio.

«È forse vero…? Ma non è che in verità…?». La formulazione della domanda dice tanto. Infatti il serpente, nella sua prima domanda, in realtà sbaglia, in quanto ipotizza che Dio abbia vietato di cibarsi di tutti gli alberi, e la donna lo corregge. Ma il serpente suggerisce che il motivo vero della proibizione non sia il bene dell’uomo, ma il mantenere l’uomo distante da Dio. Là dove tutto sembra parlare della bontà di Dio, il serpente lascia intendere che sotto ci sia l’inganno.

Il problema non è tanto la disubbidienza, quanto la sfiducia. L’uomo smette di fidarsi di Dio.

La Genesi lascia intendere che questa sia la “colpa” di fondo dell’uomo. Non tanto qualche peccato (che semmai ne sarà la conseguenza), quanto il diffidare. “Se Dio mi dice così, è perché ha un suo interesse, che non coincide con il mio. In realtà Dio mi vuole fregare”.

Lo sguardo di un cristiano può amaramente sorridere di questa sfiducia di fondo, ricordando che ciò che in Gesù si promette all’uomo è esattamente di diventare come Dio, non però come frutto di un furto, ma di un dono ricevuto.

Che fa Dio? La maledizione

Di fronte alla sfiducia, che faremmo noi? Romperemmo la relazione. È ciò che Dio esprime parlando di “maledizione”. Maledire qualcuno, per Dio, significa esprimere il suo rifiuto di rapportarsi con lui.

La maledizione contro il simbolo del sospetto, infatti, dice che Dio con il male, con la sfiducia, non ha intenzione di entrare in rapporto.

E, come ci potremmo attendere, Dio rompe i rapporti. Dapprima con il serpente, il quale non è chiamato per nome e si presenta più come un simbolo che come un individuo. È il simbolo del male, della sfiducia, del sospetto. Rispetto al serpente, Dio in tutta severità esprime la sua maledizione.

A pensarci bene, però, non si tratta di una cattiva notizia. La maledizione contro il simbolo del sospetto, infatti, dice che Dio con il male, con la sfiducia, non ha intenzione di entrare in rapporto. Non importa che Dio sia stato sfiduciato, lui non risponde con la sfiducia.

Ma la riflessione della Genesi va oltre: «Porrò inimicizia tra la tua stirpe e la stirpe della donna». Chi ha scritto queste pagine ha appena detto che crede che l’uomo, comunque, sia nemico del serpente. L’uomo non è fatto per la sfiducia, per il male, neppure oggi, neppure nella storia che viene dopo Genesi 3. E l’uomo non solo resta nemico del male: «Questa (la donna? la stirpe della donna? in fondo, comunque, entrambe) ti premerà la testa, e tu le premerai il calcagno» (Gen 3,15). C’è lotta e non si dice chi vincerà, ma non si può negare che la posizione del serpente sia peggiore: meglio rischiare un morso al piede, che di sentirsi schiacciare la testa.

Insomma, non solo l’uomo rimane buono e nemico del male, e probabilmente vincerà.

Una donna adulta

Poi Dio passa a sgridare la donna. Ma, sorpresa, non si parla di maledizione! Dio si rifiuta di rompere il suo rapporto con la donna, nonostante la sfiducia che si è visto riservare.

L’uomo non è fatto per la sfiducia, per il male, neppure oggi, neppure nella storia che viene dopo Genesi 3.

E la prima delle due parole che Dio rivolge alla donna, poi, è particolare: «Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai figli» (Gen 3,16). A prima vista, si parla solo di punizione e di sofferenza. Solo che…

Solo che gli scritti non nascono mai fuori da un contesto culturale, che fa loro da sfondo e dà loro senso. Nel contesto culturale di chi ha scritto la Genesi, la donna non aveva autonomia, era proprietà del padre prima e del marito poi, e guadagnava dignità e affetto solo quando metteva al mondo un figlio maschio. “Condannare” la donna ad avere figli, insomma, non suonava affatto come una condanna, anzi come la sua realizzazione (se ho molti figli, con tutta probabilità ce ne saranno anche di maschi…). Certo, si dice il male, perché il dolore del parto non è un bene. Solo che in tutta la Bibbia si cita il parto come l’esempio di un dolore che serve, che è utile, addirittura che si dimentica, siccome il bene cui dà origine è così grande.

Insomma, sembra proprio che Dio abbia in qualche modo stimolato la donna a diventare adulta, ad uscire dall’ingenuità dell’infanzia e a scoprire che nel mondo al bene è mescolato il male. Ma anche a credere che il male ha la peggio, è meno importante, passa in secondo piano.

E poi Dio continua a parlare: «Verso il tuo uomo sarà il tuo desiderio, ma lui ti dominerà» (Gen 3,16). Viene da interpretare questa frase secondo lo stesso schema: il desiderio della donna verso l’uomo è buono, è bello. Il problema è che l’uomo risponde con il dominio e non con il desiderio. Ma, sul modello della prima parola, quella sulle gravidanze, viene da pensare che comunque anche questo male non avrà la meglio sul bene.

L’ascolto della parola detta ad Adamo confermerà questa ipotesi.

Anche l’uomo, nel suo piccolo…

Anche l’uomo ha mangiato del frutto, ha diffidato di Dio. Anche a lui Dio si rivolge, e stavolta torna la parola di maledizione: «Maledetto il suolo per causa tua» (Gen 3,17). Non viene maledetto l’uomo, ma il suolo. Dio rompe i rapporti con la terra, e se l’uomo vorrà porre la terra in relazione con Dio, dovrà fare da intermediario. Ma, di nuovo, Dio si rifiuta di interrompere il suo rapporto con l’uomo. E, sul modello della prima parola alla donna, lo condanna a ottenere con sudore il suo pane dalla terra. Ma qualunque essere umano, in tutta la storia, ha sempre ritenuto che riuscire ad ottenere dalla terra il pane, sia pure con fatica, sia proprio un successo. Certo, sarebbe bello non faticare, ma il male vero sarebbe non avere il pane.

Insomma, sembra proprio che Dio abbia in qualche modo stimolato la donna a diventare adulta, ad uscire dall’ingenuità dell’infanzia e a scoprire che nel mondo al bene è mescolato il male.

Ancora una volta, insomma, Dio ammette che da adesso in poi, siccome l’uomo non si è fidato, ci sarà il male, ma che questo male resta secondario, destinato a non vincere.

Le tre dimensioni dell’uomo

Può essere interessante notare che le tre parole di Dio si occupano esattamente delle tre dimensioni che Genesi 2 aveva colto come fondamentali per l’uomo: verso il basso, ossia verso la creazione (la parola ad Adamo), alla pari (la seconda parola alla donna) e verso l’alto. Qui abbiamo una sorpresa, perché la Genesi a questo riguardo cita il rapporto tra le generazioni umane (qualcosa che effettivamente mi trascende, perché io condiziono chi mi viene prima e chi mi viene dopo, ma in ultimo ne vengo superato). Poteva sembrare scontato inserire, nella dimensione verso l’alto, il rapporto con Dio. E invece no. Quasi con un accenno laico, la Genesi qui non parla di Dio.

L’attenzione è preziosa: ciò che ha detto sulle tre dimensioni dell’uomo (verso l’alto, alla pari, verso il basso), che saranno condizionate da un male che comunque sarà presente ma che non avrà la meglio, non vale solo per il credente, ma per tutti gli esseri umani, anche se vorranno vivere senza Dio. La Genesi, e Genesi, è molto ottimista sull’umanità tutta, non solo su quella credente.

Dio ammette che da adesso in poi, siccome l’uomo non si è fidato, ci sarà il male, ma che questo male resta secondario, destinato a non vincere.

E può essere curioso notare che una cultura maschilista come quella che dà alla luce questo testo pensi che Dio abbia affidato alla donna due delle tre parole, mentre all’uomo consegna solo quella sul rapporto con il creato.

Un Dio incoerente

Il racconto è quasi alla fine, ma riserva un’ultima sorpresa. Dio deve mettere l’uomo e la donna fuori dal giardino. Quella fiducia che era scontata, immediata, infantile, non esiste più. L’uomo e la donna dovranno ricominciare a fidarsi di Dio, decidere di affidarsi a lui. È come se fossero diventati adulti. Sanno che nel mondo c’è anche il male, ma devono credere alla promessa che non vincerà.

Ma nel mandarli fuori, Dio si preoccupa ancora di loro. Quando tutto andava bene e si fidavano di Dio, si fidavano anche l’uno dell’altra e non avevano bisogno di nascondersi («Erano entrambi nudi, ma non ne provavano vergogna»: Gen 2,25). Dopo aver smesso di fidarsi di Dio, iniziano a diffidare anche del compagno e decidono di porre qualche filtro, di non offrirsi più totalmente, senza nascondersi, e si coprono con foglie di fico (Gen 3,7). Ma quale protezione possono offrire delle foglie? Dio si preoccupa di dotare la prima coppia di tuniche di pelli.

La Genesi, e Genesi, è molto ottimista sull’umanità tutta, non solo su quella credente.

La natura, però, finora era stata completamente aliena da qualunque forma di violenza: persino gli animali che poi sarebbero stati carnivori, nella prima creazione erano tutti vegetariani (cfr. Gen 1,29-30). Il primo a uccidere è Dio…! E lo fa per l’uomo, che ha appena smesso di fidarsi di lui! Piuttosto che rompere il suo rapporto con l’uomo, Dio è disposto a mostrarsi incoerente e rompere la propria stessa legge!

 

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Tra coraggio e paura

Questo libro ha la caratteristica particolare di avere, nel testo greco, due bellissime preghiere, l’una posta sulle labbra di Ester e l’altra di Mardocheo, suo cugino.

Ester è la protagonista del libro che porta il suo stesso nome e che insieme a quello di Tobia e di Giuditta costituiscono una trilogia inserita ubicata dopo i libri storici. Questo libro ha la caratteristica particolare di avere, nel testo greco, due bellissime preghiere, l’una posta sulle labbra di Ester e l’altra di Mardocheo, suo cugino.

Ester, una giovane donna ebrea, deportata da Gerusalemme durante l’invasione di Nabucodonosor re di Babilonia, orfana di padre e di madre è adottata dal cugino Mardocheo che “l’aveva presa come propria figlia” (2,7). Essi vivono a Susa, città di Babilonia, dove il re persiano usa trascorrere il tempo invernale. Ed è proprio nel corso di uno di questi soggiorni che sono collocati gli avvenimenti che sconvolgono la tranquilla vita di Ester.

Il re Assuero, Serse I per la storia, era un re persiano “che regnava dall’India fino all’Etiopia sopra centoventisette province” (1,1), vuole scegliere una moglie tra le ragazze del suo regno. Vengono quindi radunate tutte le vergini nel palazzo di Susa e tra queste anche Ester di cui è segreta la sua provenienza ebrea. Al momento della presentazione delle giovani il re Assuero è colpito da Ester “ragazza di presenza bellissima e di aspetto affascinante”, la scelse tra le altre giovani donne… “le pose in testa la corona regale e la fece regina” (2,7.17).

Ester non ha mai ambito la ricchezza di corte a cui è costretta, come lei stessa confessa al Signore “detesto l’emblema della mia fastosa posizione che cinge il mio capo nei giorni in cui devo fare comparsa..” (4,17v) e ha sempre conservato il suo cuore integro per il Signore “la tua serva non ha gioito di nulla se non di Te, Signore, Dio di Abramo” (4,17y). Ester è una giovane dal cuore semplice, chiamata a una missione più grande di lei.

Ester non ha mai ambito la ricchezza di corte a cui è costretta, come lei stessa confessa al Signore “detesto l’emblema della mia fastosa posizione che cinge il mio capo nei giorni in cui devo fare comparsa..” (4,17v)

Presto, però, la scena muta. Il nuovo ministro del re, Amàn esige che ognuno pieghi il ginocchio e si prostri dinanzi a lui che si considerava, dopo il Re il più grande dignitario. Mardocheo rifiuta perché “un Giudeo” si genuflette solo davanti a Dio Signore del cielo e della terra il cui nome è Signore dei Signori. Il ministro diviene furioso e convince il re ad emettere un editto reale con l’ordine di sterminare gli ebrei da eseguire in un giorno e in un mese che verrà definito dalle “sorti”, ossia dai “dadi”. È la fine per questo popolo già prostrato in una situazione di schiavitù. Ed è in questo momento che viene chiamata in soccorso Ester. Ella, la regina, deve intervenire presso il re per cambiarne il cuore informandolo sulla situazione di tradimento che si tramava alle sue spalle e che avrebbe, tra l’altro, portato alla distruzione del popolo ebreo.

La sua prima reazione, quale della donna saggia e prudente che conosce bene le regole stabilite dalla casa reale che proibiscono a tutti di presentarsi al re senza essere chiamati, pena la morte, è quella di angoscia: sa che è un’impresa quasi impossibile. L’invito si fa pressante ed ella allora comprende di essere stata scelta quale strumento del Signore per salvare il suo popolo dall’eccidio e obbedisce. Nell’umile verità di se stessa sa di non essere all’altezza di una simile impresa per questo si affida al braccio potente del Signore. Chiede a tutti i giudei di unirsi a lei nel digiuno e nella penitenza per tre giorni mentre il suo cuore si apre alla supplica verso il suo Dio, il Dio dei suoi padri “che ha scelto Israele da tutte le nazioni” per farne il suo popolo.

È la drammatica preghiera del disperato la cui fiducia è unicamente posta in Dio. Un’invocazione che scaturisce da un cuore credente e angosciato e che si fa voce di tutti i perseguitati e oppressi. E’ la preghiera di una donna afflitta, in preda al timore, ma allo stesso tempo, convinta del sostegno divino. È un inno alla potenza e all’amore misericordioso di Dio che ascolta sempre coloro che in Lui si rifugiano:

È la drammatica preghiera del disperato la cui fiducia è unicamente posta in Dio.

Mio Signore, nostro Re, tu sei l’Unico! Vieni in aiuto a me che sono sola e che non ho altro soccorso se non Te, perché un grande pericolo mi sovrasta. Io ho sentito fin dalla nascita, nel seno della mia famiglia che Tu, Signore, hai scelto Israele da tutte le nazioni come Tua eterna eredità. Ricordati, Signore, manifestati nel giorno del nostro dolore e dammi coraggio! Metti sulle mie labbra parole ben calibrate di fronte al leone e volgi il suo cuore contro verso chi ci combatte. Salvaci con la Tua mano e vieni in mio aiuto perché sono sola e non ho altri che Te, Signore!…Dio che domini tutti per la Tua potenza, ascolta la preghiera dei disperati, liberaci dalla mano degli empi e libera me dalla mia angoscia! (Dal capitolo IV del testo greco).

In questa preghiera Ester si confonde con il suo popolo e passa dal singolare al plurale perché la sua voce si trasforma in quella di tutti i suoi fratelli oppressi. Alla base di questa invocazione c’è la certezza dell’invincibilità dell’amore divino il quale interverrà operando un vero e proprio ribaltamento, come quello annunziato dai profeti per il ‘giorno del Signore’, l’empio che si era esaltato sarà umiliato, il perseguitato sarà intronizzato e glorificato, alla morte subentra la vita, allo sterminio la salvezza.

Anche noi, a volte, siamo sollecitati a farci carico della sofferenza e dell’angoscia dei nostri popoli, delle nostre società e di coloro che soffrono, senza sostegno o appoggio…

Anche noi, a volte, siamo sollecitati a farci carico della sofferenza e dell’angoscia dei nostri popoli, delle nostre società e di coloro che soffrono, senza sostegno o appoggio… Oggi la Chiesa ed ogni cristiano siamo chiamati a farci carico del dolore e della sofferenza degli uomini e le donne del nostro tempo…. Siamo chiamati a assumere, la fatica e il dolore dei più poveri, anche a rischio della nostra vita… Come Gesù che non ha rifiutato di prendere su di sé il peccato dell’umanità e ha donato la sua stessa vita… in riscatto per molti (cfr. Mt. 20,28).

Dopo aver invocato il “Dio che veglia su tutti e li salva” (5,1a), Ester si spoglia delle vesti della penitenza per ricoprirsi “di tutto il fasto del suo rango” e parte per la sua missione. “Il suo viso era gioioso, come pervaso d’amore” (5,1b), ma sotto tanta bellezza c’era il cuore di una donna, umile e semplice, impegnata in una impresa più grande di lei, “stretto dalla paura” (5,1b). La regina, attraversate l’una dopo l’altra, tutte le porte, si trova alla presenza del re. Egli è seduto sul trono regale con un aspetto molto terribile. Alza il viso e guarda in un accesso di collera colei che entra alla sua presenza senza esserne invitata. La regina si sente svenire… e poggia la testa sull’ancella che l’accompagnava, ma Dio volge a dolcezza lo spirito del re ed egli, fattosi ansioso balza dal trono, la prende tra le braccia, sostenendola finché non si riprende” (5,1d-e) Con alcune pennellate di grande maestria, l’autore biblico dipinge questo quadro in cui si alternano momenti di tenebre e di luce, sentimenti di coraggio e di paura, atteggiamenti di potere e slanci d’ amore. Tutto è illuminato dall’intervento del Signore che trasforma i cuori degli uomini e li apre all’amore. Il re, colpito dal gesto coraggioso della sua regina, si impegna a realizzare ogni suo desiderio ed ella chiede la vita per sé e per il suo popolo, mentre rivela al re il piano perverso del suo ministro Amman, che voleva distruggere e sterminare il popolo per perseguire il suo piano prevaricante nei confronti del re a cui si opponeva Mardocheo, ebreo e cugino di Ester. La storia termina con il trionfo del bene sul male, il “prepotente” è stato impiccato sull’albero preparato per la persona “onesta”.

Tutto è illuminato dall’intervento del Signore che trasforma i cuori degli uomini e li apre all’amore.

Ed è proprio Ester all’origine di questo ribaltamento delle sorti. Modello di fede in Dio e di amore per il suo popolo, ella era disposta a donare la vita per esso e grazie a questo suo amore, pronto al sacrificio fino in fondo, la verità ha trionfato e il bene ha vinto il male.

Per celebrare questo ribaltamento in Israele, fino ad oggi, è stata stabilita una festa detta purim, “ribaltamento”, fissata per il 15 Adar (cade più o meno nel mese si febbraio), dura un giorno ed è preceduta dal giorno di digiuno (digiuno di Ester). Il senso vero della festa è ricordare che Dio salva il suo popolo.

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La Chiesa ideale

Riflessione biblica sulla Chiesa sognata da Luca negli Atti degli Apostoli

 

Il Gesù che sale al cielo, lasciando apparentemente soli i suoi discepoli, affida a loro la prosecuzione della sua opera. Gesù non sarà più fisicamente presente nella storia, ma a rappresentarlo, a farlo conoscere, a farlo incontrare, sarà la Chiesa, il “corpo di Cristo” (1 Cor 12,28; Ef 4,11). Uno dei libri del Nuovo Testamento ne narra i primi passi, facendo notare come si allarghi a comprendere tutti coloro che fino ad allora erano stati esclusi dalla comunità dei credenti: i samaritani (At 8,5-8), gli eunuchi (At 8,26-39), i pagani tutti (At 15, a partire da un centurione romano: At 10!).

Luca, l’autore di quegli Atti degli Apostoli che narrano le vicende della prima chiesa, racconta nei particolari soprattutto un filone ecclesiale, quello che vede come protagonista Paolo di Tarso, ma, quasi a dare il tono preciso di come leggere le sue storie, o ad aiutare qualche lettore un po’ pigro, riassume le informazioni fondamentali in quattro riepiloghi, o riassunti.

 

Luca, quasi a dare il tono preciso di come leggere le sue storie, o ad aiutare qualche lettore un po’ pigro, riassume le informazioni fondamentali in quattro riepiloghi, o riassunti.

I sommari degli Atti

Questi quattro riepiloghi sono detti dagli studiosi “sommari”. In realtà, però, non sono semplicemente delle sintesi di quello che è stato detto. Di fatto si tratta di modelli ideali, non di come la Chiesa era ma di come avrebbe dovuto essere. Che non si tratti semplicemente di riassunti della realtà è dimostrato ad esempio da ciò che Luca narra dopo il terzo di questi sommari. Dopo aver detto che tutti mettevano in comune quello che avevano, narra che un levita di Cipro di nome Barnaba vendette un campo e ne depose il ricavato ai piedi degli apostoli. Ma se lo facevano tutti, che bisogno c’è di dire che lo fa anche Barnaba? La spiegazione più semplice è che in realtà non erano tutti a farlo, anche se secondo Luca avrebbero dovuto farlo.

Da una parte, quindi, i sommari degli Atti potrebbero sembrarci un po’ scorretti, perché ci presentano come realtà vera quello che è il sogno dell’autore. Dall’altra però così Luca può presentarci il mondo della Chiesa come dovrebbe essere; in più, ci fa vedere che le cose iniziano già ad essere come sarebbe l’ideale che fossero. Non saranno stati tutti a mettere in comune i beni, ma qualcuno aveva già iniziato a farlo…

Proprio perché sono un quadro ideale, poi, i sommari, presi insieme, ci mostrano che cosa, secondo Luca, dovrebbero essere i cristiani. Dovrebbero essere quelli che celebrano benissimo la liturgia? che sono impeccabili nella morale? che sanno a memoria la Bibbia? O altro ancora?

 

i sommari, presi insieme, ci mostrano che cosa, secondo Luca, dovrebbero essere i cristiani

Una prima panoramica

Iniziamo intanto a vedere dove troviamo questi sommari.

Il primo è posto subito dopo l’ascensione di Gesù al cielo, nel primo capitolo degli Atti: vi si dice solo che i discepoli continuavano a riunirsi là dove erano abituati ad incontrarsi, nel cenacolo a Gerusalemme, e si offre il loro elenco (At 1,12-13: per alcuni questo non è un sommario, ma di fatto sembra proprio essere un primo riepilogo, anche se più essenziale).

Il secondo viene subito dopo la notizia delle prime conversioni, ed essendo il più lungo ed importante ci dedicheremo al suo ascolto con più calma tra poco (At 2,42-48).

Quindi, dopo averci presentato la prima persecuzione contro gli apostoli, per ora senza conseguenze gravi, Luca ci dice che tutti i credenti erano in piena sintonia nei sentimenti e nella vita, e condividevano anche i beni, pensando che niente fosse di proprietà privata (è il sommario che introduce Barnaba, il levita di Cipro che vende un campo mettendone a disposizione i soldi ricavati: At 4,32-35).

Infine troviamo la comunità che cresce perché molti si convertono, mentre i discepoli guariscono molti malati (At 5,12-16).

Insomma, troviamo che si parli molto della condivisione e vita comune dei primi cristiani, ma a partire da questi sommari non avremmo ancora capito se e come pregavano, come si comportavano, che cosa facevano. L’unica cosa chiara è che stanno insieme e si dedicano a guarire le persone inferme.

 

Nei sommari troviamo che si parli molto della condivisione e vita comune dei primi cristiani

Una comunità

Atti 2,42-48

Possiamo allora tornare al sommario più ampio e più importante, che a prima vista sembra essere anche un po’ ripetitivo, perché alcune cose sono dette più volte. Prima di accusare Luca di distrazione, dobbiamo fare notare che è esattamente ciò che fanno i maestri o i genitori, che ripetono molte volte ciò che ritengono più importante, un po’ per essere sicuri che chi li ascolta non se ne dimentichi, e un po’ in quanto lo considerano fondamentale, e quindi torna loro in mente più spesso…

Ebbene, Luca ci dice che i fratelli ascoltavano con attenzione gli apostoli, “spezzavano il pane” e pregavano (2,42). È la prima volta che si parla della “frazione del pane”, che era quella preghiera che noi chiamiamo “messa” (anche se era ancora molto diversa dalla nostra…). Ascolto degli apostoli, frazione del pane e preghiere ricordano esattamente la nostra messa, con la Parola di Dio, l’eucaristia e le invocazioni.

Ma non si limitano a celebrare la messa, che peraltro viene citata per la prima volta. Si dice infatti che gli apostoli facevano prodigi e segni (2,43). Si aggiunge che tutti i credenti tenevano tutto in comune (2,44-45), per poi tornare a dire che pregavano e spezzavano il pane (2,46), godendo della simpatia di tutti (2,47), tanto è vero che il loro numero cresceva sempre di più (2,48).

Insomma, si direbbe che all’inizio e alla fine della presentazione occorra ricordare l’eucaristia, ma che per il resto (come frutto?) si debba insistere soprattutto sulla vita insieme e sulla condivisione.

Si direbbe che all’inizio e alla fine della presentazione occorra ricordare l’eucaristia, ma che per il resto (come frutto?) si debba insistere soprattutto sulla vita insieme e sulla condivisione

Tiriamo le somme

Se di eucaristia negli altri sommari non si parlava, abbiamo già incontrato spesso l’insistenza sulla vita in comune.

Certo, nel sommario più importante a essere fondamentale sembra davvero l’eucaristia, ma senza dimenticare la comunità, che anzi è molto sottolineata.

La comunità ideale di Luca, quella che resta modello per la chiesa di tutti i tempi e luoghi, è insomma una chiesa che “usa” la messa per nutrirsi e imparare a vivere quello che resta però il cuore della sua esistenza, ossia la vita comunitaria, il servizio agli altri, soprattutto se bisognosi e malati, nella condivisione di ciò che si ha a disposizione.

Se volessimo seguire l’esempio e le indicazioni di Luca si direbbe che il Dio di Gesù sarebbe disposto a chiudere un occhio di fronte alle nostre preghiere imperfette, magari fatte con un occhio mezzo chiuso, e forse addirittura anche di fronte a un comportamento non sempre secondo le regole (che in questi sommari non vengono mai citate), ma non tollererebbe l’egoismo di chi non si accorge del fratello e anzi non gli va incontro per mettere in comune tutto ciò di cui l’altro potrebbe aver bisogno.

Angelo Fracchia, biblista

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Sorella Miriam

La figura biblica di Miriam, sorella di Mosé

Es 2,1-4

 

Nella sua prima apparizione biblica, Miriam non ha neppure un nome. E se è vero che ogni sillaba sacra non sia mai casuale, possiamo pensare che il suo vero nome, la sostanza della sua identità, fosse proprio quella di essere una “sorella”.

Ella è qui per spiegare ai lettori cosa significhi tale ruolo, specialmente quando una famiglia viva in cattività: cresciuta nel grasso grembo della nazione più ricca del mondo – l’Egitto del tempo – la famiglia di Levi si trovava costretta – ahimè! – a dover uccidere i propri figli, od a “nasconderli” dalle telecamere che l’occhio di Faraone aveva collocato in ogni angolo del suo Paese. Dovevano essere invisibili. E poco importava se fosse proprio quella gente di Levi, immigrata quattro secoli prima, a sostenere con le sue braccia di schiavitù, l’economia e la grandeur dell’Egitto.

Atroce ironia della storia, più che della sorte, destinata a ripetersi ancora, quella della “ricchezza matrigna” che, piuttosto di nutrire tutti i suoi figli, ne vizia alcuni, ipertrofizzandone i corpi e le menti, e ne scarta altri, in un numero infinitamente più grande, vietando alla maggior parte dell’umanità il diritto elementare dell’esserci.

La scena con cui si apre la storia di Miriam è sempre molto attuale: il “primo” mondo è fatto di apparenza e di prepotenza, di smalto di superficie e di tanta sotterranea violenza. Un mondo dei pochi, dei potenti, degli eletti, degli aventi diritto senza limite su ogni cosa: sia di ordine economico che sociale od etico. A qualcuno è dato tutto, ai più è dato nulla, vale a dire: si devono nascondere. Lo scarto deve stare nella discarica.

Questo era il quadro storico dell’Egitto della metà del secondo millennio avanti Cristo, in pieno fulgore. L’opulenza è come un’orsa affamata che mai può saziarsi. Ed al ritmo con cui può ingoiare il superfluo, similmente produce tonnellate di scarti, di reietti, di inaccettabili e inestetici corpi da “oscurare” e da buttare.

Deporre, esporre, custodire

All’inizio della storia di Miriam c’è una rivolta contro questo spietato ordine del mondo: “non potendo più tenerlo nascosto, lo deposero”, decisero, cioè, di “esporlo”. Grande fu la provocazione della madre di Mosè che non temette di lanciare la sfida agli Egiziani che andavano a bagnarsi sul Nilo: “saranno costretti a vedere la vita innocente sommersa, sotto la coltre della loro ipocrisia”, si sarà detta in cuor suo. Il corpo dei poveri, dei deboli, dei violati, dei non aventi diritto di asilo.

Il cestello su cui la madre depone suo figlio è ben in mostra ed anche il suo vagito sarà sonoro nel pianto e nell’urlo. Non sarà possibile far finta di non sentire. Chiunque passerà di là dovrà prendere una decisione: o soffocare il suo lamento, o raccogliere la sua querela.

La sorella lo sa e per questo resta a vigilare il cestello, mentre la madre torna a casa.

 Il suo coraggio nasce da un legame ancor più forte di un cordone ombelicale: quello dell’amore “fraterno” verso ogni creatura impotente. Ma nasce anche dalla vocazione profonda di ogni essere umano: quella di essere solidale, di custodire, di prendersi cura dell’altro.

Una vocazione che per primo Caino aveva tradito: “Dov’è tuo fratello?” gli aveva chiesto il Signore il giorno in cui egli aveva ucciso Abele. “Non lo so. Sono forse il custode di mio fratello?” aveva risposto l’omicida (cf Gn 4,9).

Non così avrebbe risposto Miriam. Ma c’è ancora un sigillo a tenere la sorella vicino alla culla spalmata di bitume, sulle rive del Nilo: il dovere di vedere e testimoniare quanto sarebbe accaduto. Se fossero venuti a sopprimerlo, ella sarebbe stata testimone nell’accusa per quell’omicidio; se, invece, fosse stato raccolto, ella avrebbe collaborato a tale atto di giustizia e di misericordia.

 

Il capolavoro di Miriam

Es 2,5-8

Es 2,9-10

Meraviglioso diventa il destino del piccolo esposto, quasi un sogno impossibile a credersi. Ma la figlia dell’uomo che aveva decretato la morte, obietta contro le sue leggi, a favore della vita. Ed ecco che si introduce veloce e puntuale la sorella, quella che non aveva perso di vista neppure per un attimo il cestello deposto nel suo cuore! Per riscattare la vita, infatti, bisogna essere almeno in tre: chi la legittima (la figlia del Faraone), chi la nutre (la mamma di Mosè) e chi se ne prende cura (la sorella).

Quest’ultima è l’anello decisivo che unisce la madre ebrea e la madre (adottiva) egiziana.

Tre donne alleate nell’istintiva e dovuta difesa della vita, nell’amore assoluto verso una creatura appena venuta al mondo, unica dignitosa ratio di ogni codice di convivenza umana.

Sentimenti, gesti, decisioni, “obiezioni di coscienza” che si oppongono all’orrore di un potere che schiaccia e disprezza l’umanità. Atti di coraggio ed animi senza paura nel condividere l’impegno ed il rischio, purché non si sciupi la bellezza dei bambini. Una cordata di fedeltà, attesa, pazienza, fiducia verso ogni creatura. Un’arca di grazia e di com-passione: tutto questo custodisce una “sorella”. È il capolavoro di Miriam.

Rosanna Virgili

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La Donna della Risurrezione

I quattro Vangeli concordano tutti su un dettaglio di vitale importanza che riguarda la mattina di Pasqua: nelle prime ore del giorno, quando era ancora buio, le donne andarono alla tomba di Gesù.

Gv. 20,1-18

 

I particolari su quella visita mat­tutina, variano da Vangelo a Vangelo, ma la presenza delle donne è un dato costante. Come avviene con la presenza delle donne alla crocifissione di Gesù, la tradizione non si pone domande su que­sta ulteriore dimostrazione di fedeltà da parte loro. La accetta semplicemen­te come una parte essenziale della storia della risurrezione.

L’episodio di Maria Maddalena nel cap. 20 di Gv. è il più dettagliato dei quattro racconti sulle donne al sepolcro di Gesù. Si divide in due scene:

  • 20,1-10: Maria alla tomba vuota.
  • 20,11-18: Maria e Gesù risorto.

Primo momento: I vv. 20,1-10 affermano che Maria è la prima testimone della tomba vuota. Quando vi giunge, lei vede che la pietra che chiudeva il sepolcro è stata fatta rotolare via (20,1). Si mette a correre e da la notizia a Pietro e al discepolo prediletto (20,2). Fa presente quella che sembra essere l’unica spiegazione logica dei fatti: qual­cuno ha portato via dalla tomba il corpo di Gesù e non lo si ritrova. L’angoscia di Maria rispecchia lo sconvolgimento del mondo per la tomba vuo­ta: ancora oggi tanti studiosi ed esegeti discutono su questo dato di fatto. Finché la comunità non incontra Gesù risorto non vi sono categorie con cui comprendere la tomba vuota

Sulla base delle parole di Maria, Pietro e il discepolo prediletto corrono al sepolcro (20,3-4), entrano all’interno (20,5-8), ma si conosce sol­tanto la reazione del discepolo che Gesù amava. Il v. 8 afferma che egli: «vi­de, e credette». La sua fede è soltanto agli inizi infatti il racconto prosegue dicendo che non sapevano ancora della risurrezione (20,9). I disce­poli maschi, come Maria, non trovano parole nelle loro esperienze preceden­ti per descrivere la tomba vuota. Maria ha reso testimonianza al mistero perfino nella sua angoscia, mentre Pietro e il discepolo prediletto sono ri­masti silenziosi e ritornano al loro mondo di paura.

Il Secondo momento (20,11-18) ha inizio con Maria che si ritrova di nuovo alla tomba, sola e in lacrime.

 

Lei non ha paura, lei ama e rimane fedele anche nel buio e nel non senso delle situazioni, anche quando tutto sembra smarrirsi e perdere significato.

Come Pietro e il discepolo prediletto prima di lei, ella ora si china a guardare nel sepolcro. Chinarsi,  in greco è un verbo che esprime l’attitudine di chi entra nel mistero, quasi a significare che Maria è sollecitata ad entrare nella fede, e ad accogliere la pasqua del Cristo, anche se non vede, anche se non comprende.

In questo suo chinarsi a guardare il sepolcro vuoto, Maria si sente interpellata da due angeli, che le dicono: «Donna, perché piangi?» (20,13). L’appellativo «donna» è lo stesso termine che sarà usato da Gesù risorto per parlare a Maria in 20,15. Gli Angeli chiamandola “Donna” richiamano la sua identità più profonda e Maria guardando la tomba vuota risente la voce del maestro quando a era entrata nella casa di Simone per ungere il corpo di Gesù (Lc.7,36-50).

La donna del profumo in Luca 7 entra in scena in veste di emarginata, esclu­sa dal mondo sociale, dal sistema religioso, dal banchetto, dalla tavola, dal dialogo. Essa non ha nome, cultura, prestigio, influsso, autorità e, sicuramente, non dispone neppure di molti mezzi economici. La donna del profumo ha soltanto l’ardire e l’audacia di sfidare le strut­ture più potenti della società del suo tempo. Essa è sola. È peccatrice e lo sa. Gode di cattiva reputazione e lo sa. Non fa assegnamento su alcun gruppo di appoggio; neppure la legge la protegge. Ingaggia la sua rischiosa battaglia solamente con quello che ha: la sua umanità e la sua tenerezza. È una donna forte, capace di amore disinteressato. E chi ama rischia per l’amato. Ed è questo che alla fa. Il poco che ha lo rischia per Gesù. Infrange le norme e si addentra in recinti strettamente proibiti per lei. Tiene fronte agli sguardi d’accusa degli invitati; sopporta il giudizio intransigente di Simone, l’umiliazione e il disprezzo di tutti. Non giustifica il suo gesto altamente ambiguo. Ella rischia tutto per il Maestro.

La donna del profumo, manifesta il suo amore e la sua riconoscenza verso Gesù, usando il linguaggio del corpo.

Le viene più facile esprimersi così che con un discorso ben preparato. Ella non ha bisogno di parole. Le bastano i suoi gesti di tenerezza: baciare i piedi di Gesù, bagnarli con le sue lacrime, asciugarli con i suoi capelli e ungerli con il suo profumo. Gesti arbitrari, insoliti, se si guardano con gli occhi della logica, della legge, degli strati sociali. Ma la tenerezza rifiuta di entrare nei parametri intellettuali, etici o sociali. La tene­rezza non si apprende dalla legge ma dal cuore, non si valuta dalla giustizia ma dal perdono; non si spiega a partire dal di fuori ma dal di dentro. Per questo Simone manca di tenerezza. Come tanti altri, forse anche come noi…

E che cosa fa Gesù? Qual è il suo atteggiamento verso la donna? Anche Gesù travalica le strutture oppressive ed emarginanti della sua società per concedere alla donna quella piena dignità che Simone – rap­presentante dei farisei – le ha senza motivo negato. Gesù accoglie il suo amore e la sua riconoscenza, ne accetta le carezze, ne aspira il profumo, la guarda, parla con lei faccia a faccia, ne loda il gesto, ne perdona i peccati e le ridona la pace del cuore.

La donna entrata senza dignità e senza sostegni nella casa del fariseo,  ne esce con il riconoscimento della sua nobiltà di cuore, con il perdono.

Incontrarsi con Gesù è sempre un punto di partenza, una finestra aperta al futuro, uno stimolo di speranza, per questo Maria cerca Gesù alla tomba vuota.

La risposta di Maria agli Angeli assomiglia all’annuncio iniziale fatto a Pietro e al discepolo pre­diletto (20,2), ma con un’importante differenza. In 20,13 le sue parole sono più personali, parla del «mio Signore»; dice «non so dove l’hanno posto». Sono parole dettate dal suo dolore di donna che aveva instaurato con Gesù una relazione personale di dono. Maria cerca il corpo che pochi giorni prima aveva bagnato col profumo del suo amore riconoscente.

Dopo aver risposto agli angeli, Maria si volta indietro e vede Gesù “stante” Questo verbo è intraducibile perché non significa che stava in piedi, ma indica una presenza, «ma non sapeva che fosse Gesù» (20,14). La con­versazione che ha luogo fra Gesù e Maria alla tomba è una delle scene più commoventi di tutta la Scrittura (20,15).

Gesù parla a Maria, ripete la domanda degli Angeli sul perché piange e ne aggiunge un’altra: «Chi cerchi?» (20,15). Queste sono le prime parole pro­nunciate da Gesù risorto. La domanda «Chi cerchi?» sono state anche le prime pa­role dette da Lui nel suo ministero quando i seguaci di Giovanni il Battista si avvi­cinarono ed Egli chiese loro: «Che cercate?» (1,38). La domanda è un invito che introduce uno dei segni del discepolato in Giovanni: cercare Gesù. La ripetizione di tale interrogativo nel cap.20 stabilisce continuità fra Maria e i primi discepoli di Gesù. Cercare Gesù dovrebbe essere l’anelito di tutta la nostra vita!

 

Le domande di Gesù a Maria non penetrano il suo dolore e la sua angoscia. Il suo mondo è determinato dall’apparente dura realtà della tomba vuo­ta, e così chiede aiuto al «custode del giardino». Fermiamoci a cogliere il significato di questo giardino. Certamente vi è un riferimento al Cantico dei Cantici dove la sposa scende nel giardino per incontrare lo sposo (Cant. C. 4,12 ss.) e al giardino dell’Eden (gen. 3,8ss), L’iconografia russa pone ai piedi del giardino del Golgota la tomba di Adamo, Gesù nuovo Adamo che riporta la sposa (l’umanità, rappresentata da Maria) nella sua piena dignità nel giardino delle origini per riallacciare la relazione di amore tra Dio e la sua creatura.

Maria presa dalla sua angoscia domanda: «Signore, se tu l’hai portato via, dim­mi dove l’hai deposto, e io lo prenderò» (20,15). Maria non ha ancora colto il significato della tomba vuota, perciò suppone che la soluzione del mistero del cadavere scomparso debba essere sotto il suo controllo. Se il giardiniere le indicasse ciò che ha bisogno di sa­pere, potrebbe risolvere la situazione. Anche noi, a volte, vogliamo avere tutto sotto controllo, anche Dio, e risolvere tutto. Questo testo, invece, ci invita ad inoltrarci nel mistero di Dio, spoglie, come la sposa si presenta allo sposo spoglia di ciò che fa parte del proprio passato, per aprirci a una relazione più profonda, al nuovo di Dio che è la risurrezione.

La parola che il “Giardiniere” pronuncia cambia la vita di Maria per sem­pre. Gesù Risorto la chiama per nome e all’udire il suo nome pronunciato dalla voce di lui, Maria si gira di nuovo, però ora non avvista più il giardiniere ma vede Gesù, il suo maestro (20,16).

Maria, come la sposa del Cantico, ha intuito l’essenza del mistero sponsale racchiuso nel suo nome pronunciato dal Risorto. L’amore sponsale nasce quando la Parola diventa Parola in me, diventa presenza, relazione, intimità, diventa dono e totalità.

Quando Maria ode la voce di Gesù Risorto, muta la sua prospettiva degli avvenimenti del giardino. Non vede più la tomba vuota come una manife­stazione di morte, ma come testimonianza del potere e delle possibilità della vita, diventa speranza di resurrezione. Ora la sua voce, la voce dell’Amato, chiama Maria a una nuova relazione a una nuova vita a una nuova missione.

La Missione diventa così per Maria l’impegno di prolungare nel suo essere sposa la vita di Gesù, annunciare il “…mistero nascosto dai secoli in Dio” (1Col. 1,26), e partecipare al suo progetto di salvezza.

Anche noi come la sposa, come la donna della risurrezione abbiamo ascoltato il nostro nome pronunciato da Gesù e abbiamo sigillato un patto di amore con la nostra consacrazione a Dio per la Missione.

 

La sponsalità a cui ci chiama il nostro voto di castità vissuta “con cuore indiviso”, ci radica in questa relazione di intimità e di vita perché “…ci rende libere, capaci di fare nostre le speranze e le tristezze dei fratelli e di spenderci generosamente perché essi trovino in Dio la pienezza di vita “ (Cost. 29).

La Missione diventa così, anche per noi, espressione della nostra sponsalità, della nostra fecondità, della nostra fedeltà.

 La nostra vita diventa prolungamento di quella di Gesù fino al dono totale, fino all’ultimo sì che ci introdurrà alla gioia dell’incontro: “(…) arrivò lo Sposo e le Vergini che erano pronte entrarono con Lui alle nozze…” (Mt. 25,10).

La parola di Gesù: «Ma va’ dai miei fratelli [e sorelle], e di’ loro: “Io salgo al Padre mio e Padre vostro, al Dio mio e Dio vostro“» (20,17) trasforma Maria da Sposa in Missionaria e Lei corre dai discepoli con la notizia: «Ho vi­sto il Signore!» (20,18). L’annuncio di Maria Maddalena della presenza di Gesù Risorto è il cuore del Vangelo di Pasqua. Il suo smarrimento di fronte alla tomba vuota è stato mutato in testimonianza di una notizia di gioia[1].

  • Maria è la prima donna risorta,
  • È la prima testimone della Pasqua:
  • È la prima a vedere Gesù Risorto,
  • È la prima a nar­rare agli altri ciò che ha visto
  • È la prima discepola di Gesù Risorto.

Per la riflessione e la preghiera:

  1. Rileggo il testo.
  2. Entro nel mistero
  3. Sto accanto alla tomba vuota.
    1. So chinarmi per entrare nel mistero?
  4. Ripercorro la mia relazione con Gesù:
    1. È una relazione di sposa?
  5. Ripercorro i momenti e i luoghi della mia chiamata:
    1. Risento il mio nome pronunciato da Gesù
  6. Il mio annuncio parte dall’esperienza della mia sponsalità?

[1] Consulta anche, ‘La donna del profumo’ Carnelitani, 2007

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C’è un volto del Risorto?

Una prima sorpresa, a leggere i vangeli, è notare quante ricostruzioni diverse [della risurrezione] ci offrano.
In questi giorni ricordiamo e annunciamo la risurrezione di Gesù. E inevitabilmente proviamo a immaginarla, a fantasticare su che cosa potrebbe accadere nella nuova vita che ci è promessa. Certo, sono i vangeli a parlarne, e sembrerebbe preferibile guardare a loro per capirci qualcosa. Anche se…

Testimonianze incoerenti

Una prima sorpresa, a leggere i vangeli, è notare quante ricostruzioni diverse ci offrano. Ad esempio, a scoprire la tomba vuota sono due donne (Mt 28,1), tre (Lc 24,10 e Mc 16,1, ma i nomi non coincidono) o la sola Maria Maddalena (Gv 20,1)? E al sepolcro trovano un giovane (Mc 16,5), un angelo (Mt 28,2), due uomini in vesti sfolgoranti (Lc 24,4) o nessuno, come in Giovanni (più tardi però compaiono due angeli: 20,12? Per non parlare di quello che accade dopo: per Matteo Gesù appare prima alle donne (28,8-10) e poi ai discepoli (28,16-20), per Luca a due discepoli in viaggio verso Emmaus (24,13-34) e poi agli apostoli (24,36-43), per Giovanni dapprima a Maria Maddalena (20,11-18), poi, in due volte successive, nel cenacolo agli apostoli (20,18-29) e quindi ancora sul lago (capitolo 21). Marco, poi, ci dice addirittura che le due donne che trovano la tomba vuota se ne vanno spaventate senza dire niente a nessuno (16,7-8)!

Una prima osservazione sembrerebbe chiara: i quattro evangelisti non si sono messi d’accordo. A essere più attenti, però, sappiamo che per lo più almeno tre degli evangelisti raccontano le vicende in modo tanto simile da farci intuire che qualcuno di loro potrebbe aver copiato l’opera altrui. Almeno in questo caso, perché non copiare ciò che c’era scritto?

A rileggere più volte questi racconti, però, viene il sospetto che anche in questa estrema incoerenza gli evangelisti vogliano dirci qualcosa.

A rileggere più volte questi racconti, però, viene il sospetto che anche in questa estrema incoerenza gli evangelisti vogliano dirci qualcosa. In fondo, non è quello che fa Luca nella sua unica opera (il vangelo e gli Atti degli Apostoli sono stati pensati insieme, come un libro solo)? Troviamo infatti Gesù che ascende al cielo il giorno stesso di Pasqua (Lc 24,51) ma anche quaranta giorni dopo (At 1,9). Evidentemente Luca voleva suggerire qualcosa al lettore, e precisamente che non importava tanto la data dell’uscita di Gesù da questo mondo, ma il fatto che ormai non potesse più essere incontrato, anche se è il Vivente.

Che cosa vorrebbero allora dirci i quattro vangeli sulla risurrezione? Quali costanti troviamo?

La tomba vuota

Un elemento unisce tutti i vangeli: la tomba è vuota. Anzi, è un punto di partenza che è condiviso anche dai nemici di Gesù e dei cristiani, tanto da invitare le guardie a testimoniare il falso ma senza contestare che il cadavere di Gesù non sia più lì (Mt 28,11-15). D’altronde, nello stesso vangelo di Matteo troviamo i discepoli che, seppure davanti a Gesù risorto, dubitano (28,17).

Anche per il cristiano oggi, ci sono dei contesti “oggettivi” in cui possiamo cogliere che Dio in qualche modo si offre, ma dobbiamo essere noi a interpretarli…

È un primo aspetto: nella risurrezione di Gesù, nella risposta che il Padre dà alla croce, c’è qualcosa di oggettivo, di toccabile. Ma nello stesso tempo, questo non ne dice ancora il senso. La tomba è vuota, è vero: ma è vuota perché Gesù è risorto o perché il suo cadavere è stato rubato?

Anche per il cristiano oggi, ci sono dei contesti “oggettivi” in cui possiamo cogliere che Dio in qualche modo si offre, ma dobbiamo essere noi a interpretarli, potremmo ritenerli semplicemente un inganno o una coincidenza.

La risposta del Padre

E se il credente può lasciarsi sfiorare dalla possibilità che la tomba sia vuota perché Gesù è vivo, questo significa che Dio non ha visto in lui nulla di blasfemo. Nel Nuovo Testamento sono due le formule utilizzate: a volte si dice che Gesù è risuscitato, come nessun uomo può fare, il che lascia intendere che Gesù non sia soltanto un uomo; altre volte si afferma invece che Gesù è stato risuscitato dal Padre, il quale così facendo testimonia che le pretese di Gesù di essere colui che conosce Dio meglio di tutti non erano pretese da pazzo o da bestemmiatore, ma erano fondate.

la risurrezione dice che Gesù aveva ragione e che si può credere a tutto ciò che, in parole ed opere, aveva fatto conoscere su Dio durante la sua vita.

Insomma, la risurrezione dice che Gesù aveva ragione e che si può credere a tutto ciò che, in parole ed opere, aveva fatto conoscere su Dio durante la sua vita.

Ma la risurrezione dice su Dio anche un’altra cosa. Durante la passione il Padre aveva taciuto, aveva lasciato che gli uomini si esprimessero facendo a suo Figlio ciò che volevano. Quando però suo Figlio è morto, sepolto e la tomba è stata sigillata (Mt 27,66), quando la storia ha finito di parlare, può finalmente parlare Dio. E ciò che Dio dice è vita, vita piena in un corpo che non patisce più i condizionamenti della malattia, della morte e del limite.

Come riconoscerlo?

Un’altra caratteristica che ritroviamo in tutti i vangeli è però anche la fatica di riconoscere Gesù. Maria Maddalena (Gv 20,14-15), i discepoli di Emmaus (Lc 24,13-16), persino i discepoli (Gv 21,4) lo vedono ma non lo riconoscono. Come abbiamo già detto, l’elemento oggettivo, “storico”, deve essere interpretato, bisogna mettersi in gioco.

E ciò che Dio dice è vita, vita piena in un corpo che non patisce più i condizionamenti della malattia, della morte e del limite.

Quando però Gesù cerca di farsi riconoscere, e persino quando viene “identificato” dagli angeli alla tomba vuota, viene presentato come il crocifisso. Se noi avessimo dovuto farci riconoscere da qualcuno che non vediamo da tempo, avremmo probabilmente ricordato avvenimenti vissuti insieme a coloro da cui volevamo farci riconoscere. Gesù, e gli angeli, rimandano invece alla croce. Se voglio conoscere il Gesù risorto, glorioso, devo guardare il Gesù che muore soffrendo, il Gesù che mostra l’amore di Dio fino in fondo. Se voglio intuire la gloria divina, devo guardare l’abisso dell’umiliazione e della sofferenza umana. Dio non si è solo incarnato una volta, continua a essere coinvolto nella storia umana: il volto del risorto è il crocifisso.

Anche quando Luca, nell’episodio dei discepoli di Emmaus, suggerisce che per riconoscere Gesù, oltre a scoprirlo nella legge e nei profeti, occorre vederlo spezzare il pane, ossia nell’eucaristia, non dice qualcosa di diverso: l’eucaristia è il memoriale di Gesù che si offre per noi, il pane e il vino diventano corpo e sangue, si rimanda sempre alla concretezza della croce.

Se voglio conoscere il Gesù risorto, glorioso, devo guardare il Gesù che muore soffrendo, il Gesù che mostra l’amore di Dio fino in fondo.

Che cosa fa il risorto?

Immaginiamoci al posto di Gesù. Le autorità religiose ci hanno condannati a morte ingiustamente e i nostri amici sono scappati. Risorgiamo: che cosa facciamo? Probabilmente ci verrebbe da andare al sinedrio, a mostrarci vivi e vincitori, per far loro capire, mortificandoli un po’, che si erano sbagliati; e poi andremmo forse a ricordare a Pietro e ai discepoli quello che avevano giurato («Non ti rinnegheremo mai!») solo poche ore prima.

E invece no. Gesù va dai suoi, solo dai suoi, e si presenta dicendo «Pace a voi» (Lc 24,36; Gv 20,19-21) o «Non temete» (Mt 28,5.10). Gesù risorto riallaccia i rapporti umani, si dedica principalmente a questo. La vita piena, lascia intendere Gesù, è innanzi tutto vivere in armonia e pace le relazioni umane.

La vita piena, lascia intendere Gesù, è innanzi tutto vivere in armonia e pace le relazioni umane.

Ci capita sicuramente di immaginare che cosa potrebbe essere la nostra risurrezione. Ebbene, ascoltando il vangelo intuiamo almeno che a risorgere saremo noi, con il nostro corpo, la nostra storia e la nostra identità, ma anche che ci ritroveremo innanzi tutto con le persone che nella nostra vita sono state significative… e anche dopo, sarà una vita di relazioni umane piene e senza fraintendimenti.

Angelo Fracchia

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Dio nella nostra vita

La “gloria”, nello stile dell’Antico Testamento, è vedere chi si è davvero.

La gloria di Dio

«Signore, mostrami la tua gloria» (Es 33,18)

È Mosè che parla, dopo aver incontrato Dio sul Sinai, dopo aver lottato con il faraone e con l’incredulità del popolo, dopo averlo portato al di là del mare nel deserto, averlo lasciato ai piedi del Sinai per salire a ricevere da Dio le due tavole della legge, dopo essere tornato scoprendo il vitello d’oro e aver pregato il Signore di far sopravvivere il popolo… A questo punto ecco la domanda, imprevista, di Mosè.

Imprevista può essere, ma certo comprensibile. La “gloria”, nello stile dell’Antico Testamento, è vedere chi si è davvero. La “gloria” di un atleta, ad esempio, può essere la sua medaglia di bronzo, il suo record personale, non perché ciò lo esalti, ma perché dice chi è e che cosa è stato capace di fare… La “gloria” di Dio non è la sua lode, il venerarlo, ma è la natura stessa di Dio. Mosè chiede a Dio di poterlo vedere, di poter capire chi è. Ne avrebbe il diritto, dopo aver fatto per lui tanta fatica. Ma è poi anche il desiderio di ogni innamorato, che vuole sempre contemplare il volto dell’amato, la richiesta di ogni mistico.

«Dio, se ci sei, fammi capire che cosa vuoi, che cosa progetti… Fammi capire perché tanta ingiustizia, tanta sofferenza… Mostrati, facci vedere chi sei davvero».

Anche noi, magari con meno meriti di Mosè e con parole diverse, chiediamo a volte la stessa cosa: «Dio, se ci sei, fammi capire che cosa vuoi, che cosa progetti… Fammi capire perché tanta ingiustizia, tanta sofferenza… Mostrati, facci vedere chi sei davvero». Oltre tutto noi potremmo pensare di non meritarcelo, ma sembra proprio che sia un privilegio che Mosè si è guadagnato…

Un Dio invisibile?

E invece no, Dio non lo concede. «Non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedere il mio volto e restare vivo» (Es 33,20).

Ci sembra veramente di trovarci davanti a un Dio spietato, insensibile. Forse persino un po’ ottuso. Perché mai bisognerebbe morire solo per averti visto? Non puoi fare in modo che ciò non accada? Non puoi fare un’eccezione almeno per un campione della fede come Mosè?

«Ti coprirò con la mia mano, finché non sarò passato. Poi toglierò la mano e vedrai le mie spalle, ma il mio volto non si può vedere» (Es 33,22-23). Meglio di niente, certo, anche se dalle spalle non possiamo certo riconoscere una persona.

Il nome che Dio proclama di se stesso è «A chi vorrò far grazia farò grazia e di chi vorrò aver misericordia avrò misericordia» (Es 33,19).

E così accade: Dio pone Mosè in una fessura della roccia e gli passa davanti, coprendogli il volto con la mano e proclamando, nello stesso tempo, la propria gloria. La proclama, non gliela lascia vedere; la dice, anche se non lascia che la si veda in faccia. E questa gloria, la natura stessa di Dio, non è quella di un giudice giusto e severissimo, non è quella del creatore o del signore assoluto dell’universo. Il nome che Dio proclama di se stesso è «A chi vorrò far grazia farò grazia e di chi vorrò aver misericordia avrò misericordia» (Es 33,19). Un Dio liberissimo, autonomo, che non rende conto a nessuno. Ma anche un volto che, nel proclamare la propria libertà, riesce a dirla soltanto in positivo: parla di grazia e misericordia, non di castigo. Ciò che si può dire di Dio è bontà, misericordia, salvezza. Peccato solo non poterne vedere il volto!

Ma poi Dio passa, toglie la mano, e Mosè può vederne le spalle.

Il senso del racconto

L’Antico Testamento molto spesso fa teologia raccontando storie; è quello che fa anche Gesù, con le sue parabole e i suoi discorsi. Dobbiamo quindi provare a capire se per caso questa pagina voglia dirci qualcosa su Dio. Data la domanda di Mosè, è molto probabile.

E ciò che vuole dirci è nascosto tra le righe del testo; anzi, non è neppure troppo nascosto, si riesce a intuire bene.

Guardando indietro possiamo forse anche intuire la presenza di Dio sulle pagine della nostra vita. Anche là dove ci sembrava di essere stati lasciati da soli.

Quante volte nella nostra vita è solo guardandoci indietro che possiamo cogliere il valore di certi passaggi, di certe persone, di certi tempi di gioia o di fatica. Quando c’eravamo in mezzo coglievamo, certo, la fatica, a volte persino anche il bene che ricevevamo, ma il valore pieno del tempo vissuto lo capiamo soltanto quando lo ripensiamo a distanza, dopo che è passato. Guardando indietro possiamo forse anche intuire la presenza di Dio sulle pagine della nostra vita. Anche là dove ci sembrava di essere stati lasciati da soli.

Questo perché soprattutto per le questioni davvero importanti della nostra vita è necessario che siano passate, che siano chiuse, per riuscire a tracciarne un bilancio e capire a che cosa ci sono servite. È guardando indietro alla nostra vita, a tempi ormai sigillati, che possiamo anche vedere come Dio fosse all’opera. Ne vediamo le spalle. Solo quando Dio è passato riusciamo a capire che c’era, che era con noi. Anche a Mosè è capitato lo stesso.

È guardando indietro alla nostra vita, a tempi ormai sigillati, che possiamo anche vedere come Dio fosse all’opera. Ne vediamo le spalle.

Chi vede Dio, muore?

Ecco perché Dio rifiuta di mostrare il proprio volto a Mosè, di fargli vedere la sua gloria. Per cogliere la realtà autentica, completa, di Dio, occorrerebbe che la nostra storia con Dio fosse ormai conclusa. Occorrerebbe che Dio ci abbia rifiutato. O che la nostra vita sia ormai giunta alla fine. Ma Dio dice di non volerci rifiutare mai. Allora, non è che chi vedesse Dio morirebbe, ma che per vedere Dio completamente, per capire fino alla fine ciò che ha fatto nella nostra vita, per cogliere il suo volto, occorre essere morti, bisogna che la nostra vita abbia detto tutto ciò che doveva dire. Anche perché, ci lascia intuire Dio, finché non saremo arrivati alla fine dei nostri giorni lui continuerà a essere presente e parlare e camminare con noi.

Angelo Fracchia

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