Israele ieri, oggi e domani…

è difficile spiegare la Terra Santa…

È difficile far comprendere cosa sia oggi la Terra Santa a chi non ci abbia mai messo piede. È complicato persino spiegare cosa rappresenti per i Cristiani e, in generale, per le tre grandi religioni monoteiste, quel travagliato angolo di Medio Oriente dove si intrecciano e spesso compenetrano sei Stati come Libano, Siria, Giordania, Israele, Palestina ed Egitto: una tela intricata di fede, politica, cinismo, arrivismo e sangue, tanto sangue, versato…

Ma oggi cosa è Israele o, come dicono qui, Medinat Yisrael? Non bastano di certo i numeri a spiegarlo, ma un po’ aiutano. Otto milioni di abitanti, sparpagliati su un territorio grande poco più della Puglia, di cui l’80% di religione ebraica, in crescita, il 15% di musulmani ed i restanti scampoli di Cristiani, suddivisi a loro volta e, al contrario, in costante calo.

Una pianura costiera mediterranea e la zona delle colline della Galilea che sono fertili e ricche di acque, con al centro l’Altopiano della Giudea e a mezzogiorno il Negev, la regione semidesertica, che si estende, con una forma quasi triangolare, dalla zona immediatamente a sud di Beer Sheba fino al Golfo di Aqaba, verso le terre di Lawrence d’Arabia.

Il confine orientale scorre esattamente lungo il serpeggiare del Giordano e il Wadi Araba e dal lago di Tiberiade corre giù sino al Mar Morto, la cui superficie si trova a 395 metri sotto il livello del mare, il punto di maggiore depressione della superficie terrestre.

La popolazione si concentra per lo più nelle grandi città, tanto più che qui c’è un popolare detto che suona più o meno così: “Ad Haifa si lavora, a Gerusalemme si prega ed a Tel Aviv… ci si diverte”; un modo anche per sottolineare le tre anime dell’Israele di oggi.

Haifa, cuore economico del Paese, che ha nell’industria tessile, elettronica ed alimentare, oltre che nell’altalenante turismo, i suoi punti di forza, sorge ai piedi del biblico monte Carmelo, anche se tutta la costa sino ad Acco/Acri è un susseguirsi di Krayot, le cittadine tutte attaccate le une alle altre.

Tel Aviv, la “città che non dorme mai”, fra spiagge dorate e una vita notturna famosa in tutto il mondo, è una realtà a sé stante, cosmopolita, simpaticamente caotica.

Tutt’altro mondo è quello che si presenta agli occhi del visitatore che giunga ai piedi di Gerusalemme, la città santa per le tre religioni.

Otto milioni di abitanti, sparpagliati su un territorio grande poco più della Puglia, di cui l’80% di religione ebraica, in crescita, il 15% di musulmani ed i restanti scampoli di Cristiani, suddivisi a loro volta e, al contrario, in costante calo

MIGLIAIA DI ANNI DI STORIA

Secondo la tradizione ebraica, la creazione del mondo iniziò proprio a Gerusalemme 5767 anni fa con la pietra di fondazione del Monte Moriah, ove oggi sorge la “Cupola della Roccia” sulla Spianata sacra ai Musulmani.

Certo è che intorno al 2000 a. C. vi nacque un insediamento cananeo che fu conquistato intorno al 1000 da Davide, che lo trasformò nella propria capitale. Qui Salomone edificò il Primo Tempio, distrutto nel 586 a.C. da Nabucodonosor, che deportò gran parte del popolo ebraico a Babilonia.

Nel 538 a.C., il persiano Ciro conquistò Babilonia e permise agli Ebrei esiliati di ritornare a Gerusalemme, dove ricostruirono il Secondo Tempio: per quattro secoli Israele fu legata alle sorti prima dei Persiani e poi dei Greci, fino alla conquista romana.

È in questo periodo, intorno al 30 d.C., che si svolse la vicenda umana di Gesù, il “Cristo” atteso, ma che venne ben presto messo a morte dal Sinedrio, che iniziò anche a perseguitare i suoi seguaci, definiti “Cristiani”.

A seguito della rivolta anti-romana del 66 d. C., la repressione di Tito fu durissima e portò alla distruzione del Tempio ed alla cacciata degli Ebrei dalla città, ribattezzata poi Aelia Capitolina. Dopo il periodo bizantino, nel 638 i Musulmani conquistarono Gerusalemme e costruirono la Cupola della Roccia e la Moschea di Al Aqsa.

Meno di un secolo, dal 1099, durò il Regno Crociato, che realizzò anche una buona parte dell’attuale impianto architettonico del Santo Sepolcro, la grande chiesa che ancora oggi racchiude in sé il Calvario e l’Anastasis, prima della sconfitta da parte di Saladino nella battaglia di Hattin (1187).

A metà del XIII secolo fu poi la volta dei Mamelucchi, che estesero il proprio potere dall’Egitto, sino al 1517, quanto l’Impero Ottomano conquistò anche Gerusalemme, che per quattro secoli rimase sotto il dominio turco.

Nel primo Novecento, poi, il flusso degli Ebrei desiderosi di ritornare nella terra di Abramo, su impulso del movimento sionista, creato da Theodor Herzl verso la Palestina e alimentato dagli Ebrei dell’Europa Orientale (esposti a frequenti episodi anche violenti d’antisemitismo), fu costante.

Nel 1917, il movimento sionista ottenne il primo significativo risultato con la “Dichiarazione di Balfour”, con cui il Ministro degli Esteri inglese Arthur James Balfour impegnava il suo governo a sostenere gli Ebrei nella costituzione di un “focolare nazionale ebraico in Palestina”. Durante il Mandato Britannico sulla Palestina (1920-1948) gli Ebrei crebbero da 50.000 a 600.000 coloni e la coesistenza tra immigrati Ebrei e Arabi palestinesi divenne sempre più problematica.

Nel 1942, i leader sionisti proposero che uno Stato ebraico in Palestina diventasse parte integrante dell’ordine internazionale postbellico, ma fu l’Olocausto, lo sterminio degli Ebrei da parte dei nazisti, a convincere l’intera comunità ebraica occidentale della necessità di creare uno Stato ebraico.

fu l’Olocausto, lo sterminio degli Ebrei da parte dei nazisti, a convincere l’intera comunità ebraica occidentale della necessità di creare uno Stato ebraico

DOPO LA SECONDA GUERRA MONDIALE

Il 29 novembre 1947, l’Assemblea delle Nazioni Unite approvò una Risoluzione che prevedeva la creazione di uno Stato ebraico e di uno Stato arabo in Palestina, con la città e la zona di Gerusalemme sotto l’amministrazione diretta dell’ONU.

Secondo il piano, lo Stato ebraico avrebbe compreso tre sezioni principali collegate da incroci extraterritoriali, mentre lo Stato arabo avrebbe avuto anche un’enclave a Giaffa.

Il 15 maggio 1948, il giorno successivo alla proclamazione dello Stato di Israele, iniziò il primo conflitto arabo-israeliano: i Palestinesi rigettarono il piano di spartizione dell’ONU e una coalizione di Stati arabi, tra i quali Iraq, Giordania, Siria ed Egitto, attaccò Israele che riuscì a difendersi ed a respingere le truppe avversarie.

Nel 1956, sfruttando la crisi di Suez seguita alla nazionalizzazione del Canale da parte del Presidente egiziano Nasser, Israele attaccò l’Egitto, ma venne fermato dalla Comunità internazionale.

Nel 1964, sotto l’egida di Yasser Arafat, nacque l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) che puntava a dare una rappresentanza ai Palestinesi, slegandoli dalla dipendenza dai Paesi arabi.

Nel 1967 scoppiò la guerra dei Sei Giorni con la quale, grazie ad una fulminea azione militare, Israele occupò la Striscia di Gaza, la Cisgiordania e Gerusalemme Est, seguita, nel 1973, da una nuova fiammata, quando Egitto e Siria attaccarono Israele durante la festa ebraica dello Yom Kippur: la reazione israeliana fu immediata e portò all’occupazione del Sinai in Egitto e delle alture del Golan in Siria.

Solo nel 1979 l’Egitto firmò a Camp David, alla presenza del Presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter, un accordo di pace bilaterale con Israele.

Nel 1982, giustificando l’intervento con la necessità di distruggere le basi dei terroristi palestinesi, Israele invase e occupò la parte meridionale del Libano.

Dal 1987 al 1992, i Palestinesi avviarono e resero sistematica la forma di resistenza popolare chiamata Intifada, che si concluse nel 1993, quando vennero firmati gli Accordi di Oslo e parve che il conflitto stesse finalmente per concludersi, ma i nodi principali restarono, purtroppo, irrisolti e furono rimandati a un secondo turno di negoziati: la nascita di uno Stato palestinese indipendente, il ritorno dei profughi palestinesi, il controllo delle scarse risorse idriche e lo status di Gerusalemme.

Nei Territori Occupati, che avrebbero dovuto diventare il futuro Stato palestinese, cominciò una forma di autogoverno guidata dall’Autorità Nazionale Palestinese, a Presidente della quale venne eletto nel 1996 Yasser Arafat.

Purtroppo, dopo l’entusiasmo degli Accordi di Oslo, Israeliani e Palestinesi non riuscirono ad accordarsi sui punti ancora sul tappeto e nei Territori Occupati la tensione ricominciò a salire nel settembre 2000, a seguito della seconda Intifada, la cui scintilla fu la provocatoria “passeggiata” sulla Spianata delle Moschee di Gerusalemme dell’allora candidato Primo Ministro israeliano Ariel Sharon.

Con la morte del leader palestinese Arafat, avvenuta a Parigi l’11 novembre 2004, si ingenerarono nuovi elementi di instabilità nell’area e, nel 2006, le elezioni politiche in Palestina sancirono la vittoria di Hamas sui moderati di Fatah ed in estate, a seguito dell’incursione di alcuni terroristi hezbollah libanesi nell’Alta Galilea (durante la quale morirono sei soldati israeliani), Israele scatenò una forte reazione militare nel sud del Libano.

Gli USA provarono inutilmente a spingere per un accordo fra Israele e l’Autorità Palestinese ad Annapolis, ma le trattative si svilupparono da subito a rilento per l’indisponibilità da parte di Israele a discutere i temi chiave del conflitto: lo status di Gerusalemme e quello dei profughi palestinesi.

A fine 2008, in relazione al lancio massiccio di razzi da parte di Hamas, l’esercito israeliano lanciò l’offensiva denominata “Piombo Fuso”: la Striscia di Gaza venne bombardata per cinque giorni e successivamente invasa dall’esercito israeliano.

Nel 2009, le elezioni politiche in Israele sancirono la vittoria di misura del partito di destra Likud guidato da Benjamin Netanyahu, che divenne nuovo Primo Ministro, carica che ricopre ancora oggi.

Con l’accentuarsi della crisi siriana, il ruolo di Israele nello scacchiere mediorientale diventò sempre più complesso, anche in concomitanza con la presidenza americana di Barak Obama, apertamente contrario alla politica degli insediamenti portata avanti da Israele, ma pure duro con gli attentati palestinesi.

Il tentativo di portare avanti un percorso che preveda due Stati per due popoli, per poter avere, un giorno, una Gerusalemme dove tutti i figli di Abramo possano trovarsi in pace, purtroppo, resta ancora infruttuoso.

Fabrizio Gaudio

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Auguri Donna!

…chi ha subito tanta violenza … ha bisogno di un gesto di accoglienza, solidarietà, rispetto e amore per ricominciare ad avere ancora fiducia nella vita, in se stessa, nelle istituzioni e in chi le sta accanto.

L’8 marzo di due anni or sono, ho partecipato nella scuola di Marymount di Roma ad una speciale funzione per ricordare l’impegno di Sr. Letizia Pappalardo della Congregazione del Sacro Cuore di Maria che per diversi anni, oltre che occuparsi degli studenti della prestigiosa scuole internazionale, ogni sabato visitava con altre religiose di diversi paesi e congregazioni il centro di identificazione ed espulsione di Ponte Galeria. Scopo della visita a questo centro situato nelle vicinanze della Fiera di Roma era l’incontro con tante donne immigrate che purtroppo dopo aver subito ogni forma di violenza, sopruso e umiliazione sulle nostre strade si trovavano in un “carcere” in attesa di espulsione o meglio di deportazione nei loro paesi di origine da dove purtroppo erano fuggite dalla povertà e da altre forme di violenza fisica e psicologica.

Nell’ambito della giornata ho avuto modo di incontrare un bel gruppo di studenti delle classi superiori per dire a loro che la violenza esiste ancora in tanti modi e in tanti ambienti e che ciascuno di noi deve contribuire per creare una cultura del rispetto, della relazione vera, dell’accoglienza e riscoprire la bellezza e grandezza della dignità di ogni persona, specialmente di quelle donne che ancora oggi subiscono violenza, maltrattamenti e discriminazione. Ho parlato a loro della tratta di esseri umani, di compra-vendita, di una lunga catena formata da tanti anelli che formano la schiavitù di questo nostro secolo che si dice emancipato ma purtroppo ancora così violento contro la donna.

…ciascuno di noi deve contribuire per creare una cultura del rispetto, della relazione vera, dell’accoglienza e riscoprire la bellezza e grandezza della dignità di ogni persona, specialmente di quelle donne che ancora oggi subiscono violenza, maltrattamenti e discriminazione.

Ed è proprio la donna e più ancora la minorenne che è diventata l’anello più debole della catena, perché indifesa e vulnerabile sulla quale si può sfogare la violenza, l’ira, la gelosia e la rabbia. Si, la donna oggigiorno sembra essere considerata come una proprietà privata, un sopramobile che si può usare e buttare a piacimento e non invece come una compagna con cui condividere momenti lieti o tristi che la vita riserva ad ogni persona e soprattutto ad ogni famiglia.

L’idea della donna o più ancora della minorenne che si può comperare per poche migliaia di euro per poi farla fruttare 50-60-80 mila usando violenza fisica e psicologica, è ormai una triste realtà assai nota ma forse non ancora adeguatamente presa in considerazione e ci stiamo abituando a tanta violenza e discriminazione. Tra i tanti ricordi tristi di violenza vissuti sulla strada da tante giovani straniere ricordo una giovane mamma di 3 bambini, che dopo aver chiesto protezione alle nostre case di accoglienza senza terminare di pagare il suo debito di 42.000 Euro non ha avuto scampo. Il racket si è vendicato uccidendola barbaramente dando così un forte segnale anche alle altre vittime della tratta infame, specie per sfruttamento sessuale.

Si, la donna oggigiorno sembra essere considerata come una proprietà privata, un sopramobile che si può usare e buttare a piacimento e non invece come una compagna con cui condividere momenti lieti o tristi che la vita riserva ad ogni persona e soprattutto ad ogni famiglia.

Nelle nostre numerose comunità di accoglienza, sparse in tutta Italia, che vogliono essere case famiglia protette, in questi ultimi anni oltre alle donne straniere, vittime di tratta per sfruttamento sessuale, hanno trovato accoglienza, sostegno e amore anche tante donne italiane con i loro bambini per sfuggire alle minacce e alla violenza domestica di uomini che non accettano sconfitte o mediazione di conflitti. Per evitare che i continui conflitti si traducano in veri drammi della follia umana c’è bisogno di allontanare le mamme con i loro bambini. Questo è un nuovo volto della violenza domestica che si consuma il più delle volte in modo silenzioso e oscuro tra le mura delle nostre case a cui bisogna dare molta attenzione, comprensione e sostegno .

Purtroppo questo fenomeno non è solo italiano ma è una piaga che sta dilagando in tanti altri paesi. Alcuni mesi or sono ho ricevuto una richiesta dalla moglie del Governatore di uno dei Paesi del Nord America che chiedeva di poter visitare una delle nostre case famiglia per donne vittime di tratta ma soprattutto vittime di violenza domestica per vedere e capire come intervenire per ridurre le tragiche conseguenze di tanta violenza domestica anche nella loro situazione.

Per evitare che i continui conflitti si traducano in veri drammi della follia umana c’è bisogno di allontanare le mamme con i loro bambini. Questo è un nuovo volto della violenza domestica che si consuma il più delle volte in modo silenzioso e oscuro tra le mura delle nostre case…

Durante questa visita organizzata in una nostra casa famiglia avvenuta con il governatore, la moglie e tutto il seguito, visitando i vari ambienti dove ogni mamma aveva la sua cameretta, bella e accogliente con il lettino del bambino o dei bambini che dava il senso della privacy e della casa, così importante per ogni donna ospite, ci siamo imbattute in una giovane mamma straniera in attesa di un bimbo che ci ha raccontato la sua triste storia. Infatti dopo aver subito tanta violenza fisica per farla abortire da chi l’aveva messa incinta, non riuscendo nell’intento è stata letteralmente abbandonata sulla strada. Trovata di notte da una unità di strada, fu accolta nella comunità dove ha ritrovato una famiglia ed una casa. Commovente il nostro incontro con lei. Parlando in inglese anche se stentato la donna in lacrime mi chiedeva di ringraziare le suore che l’avevano accolta anche se lei era musulmana e noi cristiani, lei senza casa e senza famiglia e le suore le hanno dato una casa ed una famiglia, lei senza soldi e la comunità le offre tutto ciò di cui ha bisogno. Questo forte senso di riconoscenza di questa giovane mamma ha fatto breccia nei nostri visitatori che hanno costatato l’importanza di creare luoghi adatti per queste donne con i loro bambini per guarire dalle profonde ferite che si portano dentro e poter sperare in un futuro sereno per loro e per le loro creature.

La giornata della donna si riapproprierà del suo senso vero della ricorrenza, ricordandoci che ogni donna è un grande dono di Dio per la nostra umanità che ha bisogno di tenerezza, di amore, di gioia, di donazione e di vita

Soprattutto nella giornata della donna chi ha subito tanta violenza non ha bisogno di una mimosa o di un fiore qualsiasi bensì ha bisogno di un gesto di accoglienza, solidarietà, rispetto e amore per ricominciare ad avere ancora fiducia nella vita, in se stessa, nelle istituzioni e in chi le sta accanto. E questo “qualcuno” possiamo e dobbiamo essere tutte noi in modo e forme diverse.

La giornata della donna si riapproprierà del suo senso vero della ricorrenza, ricordandoci che ogni donna è un grande dono di Dio per la nostra umanità che ha bisogno di tenerezza, di amore, di gioia, di donazione e di vita per una vera complementarietà pur nella differenza di ruoli e responsabilità. Auguri, donna!

sr. Eugenia Bonetti, MC

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PACE, UN BENE MINACCIATO

Siamo invitati tutti, a partire da coloro che hanno gravi e dirette responsabilità politiche, a scegliere le vie del dialogo e del negoziato per risolvere le controversie…

Il 1º gennaio 2017 celebriamo la 50º Giornata Mondiale della Pace, che fu istituita dal Beato Paolo VI nel 1967 e celebrata il 1º gennaio 1968 per la prima volta.

Il tema che Papa Francesco ha scelto per l’occasione è “La nonviolenza: stile di una politica per la pace”, nella convinzione che soltanto con tale scelta radicale sia possibile evitare quella minaccia tenebrosa che lui stesso ha chiamato “terza Guerra Mondiale a pezzi”.

Siamo invitati tutti, a partire da coloro che hanno gravi e dirette responsabilità politiche, a scegliere le vie del dialogo e del negoziato per risolvere le controversie, affinché gli inevitabili conflitti non degenerino in violenza, in scontri armati o in vere e proprie guerre.

Assumere la pace come bene supremo – e dimenticarlo sarebbe una follia (diceva San Giovanni XXIII) – significa agire politicamente secondo una precisa gerarchia di valori che mette al primo posto la vita, la libertà, la giustizia, il diritto e l’eguale dignità di ogni essere umano senza discriminazioni e adotta la nonviolenza come metodo politico per costruire una società più giusta e solidale. Oggi sull’umanità incombono minacce davvero allarmanti di cui vogliamo richiamare quelle che, a nostro avviso sono tra le più diffuse e avvertite dalla popolazione: le minacce della guerra, del terrorismo, quella ecologica, migratoria e digitale.

Non a caso, si parla di guerre dimenticate, ma forse ancora di più di scontro di civiltà. Sono guerre che ogni giorno mietono vittime soprattutto tra i civili: donne, anziani, bambini.

LA MINACCIA DELLA GUERRA

Stiamo parlando di una realtà più che di una minaccia. Infatti se pensiamo a Paesi come la Siria, l’Iraq, l’Afghanistan, la Nigeria, la Somalia, il Pakistan, la Palestina, l’Ucraina e tanti altri è proprio così. Non a caso, si parla di guerre dimenticate, ma forse ancora di più di scontro di civiltà. Sono guerre che ogni giorno mietono vittime soprattutto tra i civili: donne, anziani, bambini. Un elemento che vede oggi la convergenza dell’America e della Russia è la lotta contro l’ISIS, lo stato islamico che si auto-definisce “califfato” e che appare a tutti come la più pericolosa delle minacce. Ci sarebbe però da chiedersi chi abbia venduto all’ISIS le armi di cui dispone.

C’è infatti un’evidente contraddizione tra l’impegno di eliminare le guerre e la volontà di continuare a trarre redditizi guadagni attraverso il commercio delle armi. Anche l’Italia, purtroppo, non è affatto estranea a questo traffico. Papa Francesco insiste costantemente sulla necessità di fermare la guerra, di far tacere le armi, di disarmare i cuori e le mani degli uomini, di puntare sulla via del negoziato e della diplomazia.

LA MINACCIA DEL TERRORISMO

In Italia e in Europa la minaccia che la gente comune avverte come più pericolosa della stessa guerra è il terrorismo, soprattutto quello di matrice islamica, che rinvia sempre all’ISIS, ad Al-Qaeda o ad altri gruppi terroristici che operano in Nigeria (Boko Haram), in Somalia (Al-Shabaab) o altrove.

Purtroppo l’imprevedibilità degli attentati terroristici è all’ordine del giorno, come dimostrano quelli già avvenuti in Francia e in Belgio, in Tunisia e in Kenya, in Turchia e in Bangladesh, in America, ecc. Non vi è dubbio che il terrorismo produca grande insicurezza tra i cittadini e faccia crollare le previsioni sul turismo, e la partecipazione della popolazione agli appuntamenti di piazza o nei locali pubblici.

Sono necessari nuovi stili di vita improntati alla sobrietà e scelte coraggiose da parte della comunità internazionale su problemi globali e strutturali

LA MINACCIA ECOLOGICA

Di questa minaccia Papa Francesco si è occupato puntualmente nella sua Enciclica Laudato si’ (24 maggio 2015), dove si afferma che la Terra è “ferita” e che serve una conversione ecologica. Dobbiamo prendere coscienza che quella ecologica è una crisi antropologica legata al nostro modello di sviluppo non più sostenibile e al paradigma tecnocratico dominante.

Sono necessari nuovi stili di vita improntati alla sobrietà e scelte coraggiose da parte della comunità internazionale su problemi globali e strutturali, come recentemente è avvenuto nella Conferenza di Parigi (13 dicembre 2015) dove i rappresentanti di 195 Paesi hanno raggiunto uno storico accordo sul clima, impegnandosi a ridurre le emissioni di ozono per contrastare il surriscaldamento climatico.

LA MINACCIA MIGRATORIA: CHI È VERAMENTE MINACCIATO?

Si calcola che oggi nel mondo i migranti siano complessivamente 230 milioni. La classifica delle aree geografiche con il maggior numero di migranti vede ai primi due posti l’Europa (173 milioni) e l’Asia (171 milioni), seguite a distanza dall’America del Nord (53 milioni), dall’Africa (19 milioni), dall’America Latina e Caraibi (9 milioni) e dall’Oceania (8 milioni). Di fronte a questa situazione globale, stupisce che in Italia tante persone siano convinte che solo il nostro Paese sia alle prese con la questione migratoria e con le politiche di integrazione. Si fa fatica nel nostro Paese a capire che esiste il dramma dei profughi e dei rifugiati e che gli immigrati hanno diritto di essere accolti e tutelati secondo i criteri stabiliti dalla comunità internazionale. La Chiesa ha sempre avuto una particolare attenzione per questo problema, come dimostra il fatto che il 15 gennaio 2017 si è celebrata la 103ª Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato che ha avuto come tema: “Migranti minorenni, vulnerabili e senza voce”.

Di fronte a questa situazione globale, stupisce che in Italia tante persone siano convinte che solo il nostro Paese sia alle prese con la questione migratoria e con le politiche di integrazione.

LA MINACCIA DIGITALE

Com’è noto, le tecnologie dell’informazione e della comunicazione hanno prodotto quella che oggi viene chiamata “rivoluzione digitale” che abbraccia anche la sfida mediatica e la cyber-cultura. È una minaccia difficile da percepire come tale, perché può anche essere interpretata come una grande opportunità. Ma non tutti i nativi digitali danno prova di comportamenti responsabili, basti pensare al cyber-bullismo, al sexting, ed esistono già oggi vari reati informatici che vengono compiuti ai danni di minori inconsapevoli e sprovveduti, dell’identità dei cittadini, così come dei loro averi e dei loro beni.

di ANTONIO NANNI

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Minori migranti: Solo un problema?

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Nei primi cinque mesi del 2016 sono stati oltre 7.000 i minorenni non accompagnati arrivati in Italia.

Parlare di emergenza per quanto concerne l’immigrazione è ormai divenuta una tragica consuetudine e quello di “abituarsi” alle immagini di decine di disperati che affrontano viaggi massacranti è più che un rischio. Eppure un discorso a parte e, se si vuole, ancora più drammatico, è quello che concerne i migranti minori, spesso piccoli o piccolissimi.

Il più recente rapporto dell’UNICEF, con dati aggiornati al maggio scorso, afferma che nei primi cinque mesi del 2016 sono stati oltre 7.000 i minorenni non accompagnati arrivati in Italia. Secondo le statistiche, ormai otto minori migranti su dieci, fra quelli partiti dal nord Africa e arrivati in Europa, sarebbero non accompagnati. Non solo, la stessa fonte ipotizza che molte delle quasi 3.000 vittime registrate nel Mediterraneo tra gennaio e i primi giorni di giugno di quest’anno, siano stati proprio bambini.

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Sono bambini e adolescenti che rischiano durante viaggi, lunghi spesso mesi, di essere vittime di trafficanti di esseri umani, spesso sotto il sistema di “pay as you go” (pagare per partire).

“Decine di migliaia di bambini affrontano il pericolo ogni giorno e centinaia di migliaia sono pronti a rischiare tutto”, è la denuncia di Marie Pierre Poirier, Coordinatore speciale dell’UNICEF per la crisi dei Rifugiati e dei migranti in Europa. Sono bambini e adolescenti che rischiano durante viaggi, lunghi spesso mesi, di essere vittime di trafficanti di esseri umani, spesso sotto il sistema di “pay as you go” (pagare per partire) e sia i ragazzi che le ragazze vengono non di rado aggrediti sessualmente e costretti a prostituirsi in Libia.

Anche Save the Children, dopo il caso di violenza sessuale capitato a Ragusa qualche tempo fa nei confronti di una ragazza sedicenne sbarcata da sola in Italia, senza familiari, ha alzato con forza la propria voce: “Bisogna rafforzare tutte le reti di protezione nei confronti dei minori stranieri non accompagnati che giungono in Italia e che, proprio perché soli, sono particolarmente vulnerabili”, ha ribadito Raffaela Milano, Direttrice dei Programmi Italia-Europa di Save the Children.

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“Bisogna rafforzare tutte le reti di protezione nei confronti dei minori stranieri non accompagnati che giungono in Italia e che, proprio perché soli, sono particolarmente vulnerabili”.

E, purtroppo, le storie di questi bambini sono spesso assai simili nella loro drammaticità, come testimonia anche il recentissimo libretto A braccia aperte. Storie di bambini migranti, un delicato e riuscito tentativo di raccontare ai nostri figli le storie di altri piccoli come loro, assai meno fortunati: vicende come quella di Alex, fuggito da Sarajevo, o di Hazem, che dalla Siria bombardata arriva in Germania, o del giovane Hailè, giunto in Italia dall’Eritrea…

Ma come affrontare concretamente queste emergenze, anche a livello legislativo, così da poter disporre di mezzi più efficaci per contrastare i fenomeni di sfruttamento dei migranti minori?

Nel nostro ordinamento, le disposizioni in materia di minori stranieri non accompagnati sono contenute principalmente nell’ormai datato Testo unico in materia di immigrazione (D.Lgs. 286/1998), anche se specifiche disposizioni sulla loro accoglienza sono state previste dal recente Decreto 142/2015, con cui è stata recepita la Direttiva Europea 2013/33/UE relativa all’accoglienza dei richiedenti asilo. Alla Commissione Affari costituzionali della Camera è all’esame, da tempo, una proposta di legge di iniziativa parlamentare, avente come scopo proprio la modifica della normativa vigente sui minori stranieri non accompagnati presenti in Italia, con l’obiettivo di stabilire una nuova disciplina, che rafforzi le tutele nei loro confronti e ne garantisca un’applicazione uniforme su tutto il territorio nazionale.

Ma quanti sono i minori stranieri oggi in Italia? Difficile dirlo. A novembre 2015, in occasione della 25ª Giornata mondiale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, la Caritas di Roma ha presentato un dossier dal titolo Le difficili sfide dei minori stranieri non accompagnati nel percorso di crescita e di integrazione, da cui emerge, fra l’altro, che sarebbero stati più di 15.000 i minori stranieri non accompagnati presenti complessivamente nel territorio italiano a quella data, di cui quasi 5.600 avevano già fatto perdere le loro tracce, rendendosi irreperibili agli enti che li avevano in tutela.

Un dato drammaticamente in linea con quello di Europol, la polizia europea, secondo cui, solo nel 2015, sarebbero oltre 10.000 i minorenni stranieri non accompagnati svaniti nel nulla dopo il loro arrivo in Europa.

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…solo nel 2015, sarebbero oltre 10.000 i minorenni stranieri non accompagnati svaniti nel nulla dopo il loro arrivo in Europa.

La maggior parte dei minorenni stranieri che si sarebbero resi irreperibili lo avrebbe fatto per immettersi nel mercato del lavoro in nero, fra commercio ambulante, dei mercati generali o dell’edilizia, oppure per emigrare in Francia, o, peggio ancora, per finire nel “giro” dello sfruttamento per fini sessuali o della piccola delinquenza.

È, dunque, sempre più necessario investire risorse per favorire l’integrazione e creare le condizioni per cui l’arrivo di queste nuove energie sociali rappresenti uno stimolo e un’occasione, per i minori migranti stessi e per la società che li ospita, di evolvere in meglio. Sono più che mai, quindi, indispensabili diverse ed integrate azioni a differenti livelli, politico, giuridico, sociale, educativo: studi che permettano in tempi brevi di rilevare i fattori di rischio e di elaborare strategie di intervento tempestive ed efficaci; campagne di informazione nei Paesi di provenienza; collaborazione tra i Paesi dell’UE per armonizzare le procedure di accoglienza ed assistenza.

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…la mia frase preferita l’ha pronunciata uno dei rifugiati, un ragazzo: ‘Ricordati che non sono pericoloso, ma sono in pericolo’”.

A queste soluzioni si potrebbero affiancare forme di accoglienza individualizzate come l’affido familiare, soprattutto per i bambini più piccoli che necessitano di cure e di attenzioni specifiche o, ancora, lo snellimento delle procedure di trasferimento previste dal Regolamento Dublino III, nel caso in cui vi siano familiari presenti in uno Stato diverso da quello in cui sono arrivati.

Senza dimenticare mai, come ha detto recentemente Bono Vox, il leader del gruppo rock irlandese U2, che “la mia frase preferita l’ha pronunciata uno dei rifugiati, un ragazzo: ‘Ricordati che non sono pericoloso, ma sono in pericolo’”.

di FABRIZIO GAUDIO

Questo articolo è stato pubblicato nella rivista Andare alle Genti, Luglio – Agosto

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Rotte di speranza

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Dall’apello di Papa Francesco tanti gesti concreti di misericordia.

Sono ormai trascorsi molti mesi da quando Papa Francesco, richiamando l’attenzione sul dramma delle migliaia di persone costrette a lasciare i propri Paesi per fuggire alla guerra e alla fame, invitò parrocchie, comunità religiose, monasteri e santuari d’Europa “ad esprimere la concretezza del Vangelo e accogliere una famiglia di profughi”, come gesto in preparazione all’Anno Santo della Misericordia (Angelus del 6 settembre 2015). La risposta della Chiesa italiana ed europea non è mancata e continua ad offrire esempi di solidarietà concreta; in Italia, sulla base del Vademecum per l’accoglienza dei richiedenti asilo e rifugiati, stilato dalla CEI ad ottobre dell’anno scorso, si sono attivati percorsi, nel pieno rispetto della legislazione vigente, per sensibilizzare e responsabilizzare le varie componenti ecclesiali in vista dell’accoglienza dei profughi che giungono nel nostro Paese: corsi preparatori presso le comunità e i consigli pastorali, individuazione e messa a norma delle strutture di accoglienza, progetti di collaborazione con le istituzioni e creazione di una rete di operatori volontari.

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In Italia circa 1500 strutture ecclesiali offrono accoglienza ad oltre 22000 persone, in modi diversificati

Stando al Dossier informativo di Caritas Italiana, al 15 aprile 2016, 1500 strutture ecclesiali offrivano accoglienza ad oltre 22000 persone, in modi diversificati: la maggior parte è stata accolta in strutture convenzionate con le Prefetture, equiparate ai Centri di Accoglienza Straordinaria (il 63%); il 19% in strutture di seconda accoglienza, finalizzate a percorsi di inserimento socio-economico (cosiddette strutture SPRAR), a carico del Ministero dell’Interno; una parte è stata accolta nelle parrocchie (16%), grazie a fondi delle diocesi; una piccola percentuale (2%) da famiglie, grazie a fondi privati o diocesani. Si tratta comunque di cifre provvisorie, che saranno aggiornate ad un anno dall’appello del Pontefice.

Si potrà obiettare che questi sono numeri estremamente piccoli in confronto alle masse di persone che, dopo traghettamenti pericolosi organizzati da criminali, restano in attesa, in condizioni drammatiche, nei campi profughi sulle isole greche o ai confini con la Macedonia; o che esempi virtuosi di accoglienza non bastano a compensare scelte come la chiusura della rotta balcanica e l’accordo tra l’Unione Europea e la Turchia (che prevede che, dal 20 marzo, siano rimandate in Turchia – Paese che non riconosce la Convenzione di Ginevra sui rifugiati – quanti hanno compiuto come “migranti irregolari” la traversata dalle coste turche alle isole greche); o che singole iniziative non possono colmare l’assenza di una riposta congiunta e solidale da parte dell’Europa a quella che Papa Francesco, in visita al campo profughi di Lesbo il 16 aprile scorso, ha definito “la catastrofe umanitaria più grande dopo la seconda guerra mondiale”.

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Il progetto dei corridoi umanitari costituisce attualmente l’unica possibilità legale e sicura di ingresso in Italia, attraverso il rilascio di un visto umanitario.

Per quanto piccole, tuttavia, non sono insignificanti le iniziative intraprese per difendere la vita delle persone e il loro diritto alla sicurezza (che – occorrerebbe ricordare – è diritto inalienabile di ogni individuo e non solo degli abitanti di alcuni Stati). Tra queste iniziative mi sembra particolarmente degna di nota quella dei cosiddetti corridoi umanitari aperti dall’Italia, che costituiscono un progetto pilota – il primo in Europa – e dimostrano come solidarietà e sicurezza possano andare di pari passo. Frutto di un Protocollo d’intesa tra Ministero degli Affari Esteri e Ministero dell’Interno italiani, Comunità di Sant’Egidio, Federazione delle Chiese evangeliche in Italia e Chiese valdesi e metodiste,(che consente di presentare successivamente domanda di asilo) per persone in “condizioni di vulnerabilità”, per esempio famiglie con bambini piccoli, donne sole con bambini, anziani, malati o disabili, vittime di persecuzioni e torture.

La selezione e il rilascio dei visti umanitari seguono criteri di estrema accuratezza: in una prima fase vengono stilati, dalle ONG o altri organismi e associazioni (ecclesiali e non) che operano direttamente nei capi profughi, degli elenchi di potenziali beneficiari del progetto, che vengono, in una successiva fase, trasmessi alle autorità consolari italiane dei Paesi coinvolti, per permettere il controllo da parte del Ministero dell’Interno. Infine, i consolati italiani nei Paesi interessati rilasciano dei Visti con Validità Territoriale Limitata, per motivi umanitari.

Le organizzazioni promotrici (oltre a quelle sopra menzionate c’è la Comunità Papa Giovanni XXIII, attraverso il Corpo nonviolento di pace denominato “Operazione Colomba”, che opera nel campo profughi libanese di Tel Abbas) provvedono all’assistenza legale per i beneficiari dei visti, al finanziamento del viaggio in Italia, all’ospitalità e ad un percorso di integrazione nel nostro Paese, per cui l’iniziativa non comporta alcun costo per lo Stato italiano.

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La selezione e il rilascio dei visti umanitari seguono criteri di estrema accuratezza.

Il progetto prevede l’arrivo, in due fasi, di profughi – prevalentemente siriani – dal Libano (circa 600 persone), dal Marocco (150) e dall’Etiopia (250), per un totale di mille persone in 24 mesi.

In questo modo sono giunti in Italia due gruppi di profughi siriani (93 persone il 29 febbraio 2016 e 94 il 3 maggio), che sono stati successivamente accolti in diversi comuni: Bologna, Trento, Reggio Emilia, Aprilia, Roma… Nel Torinese, grazie alla collaborazione tra l’Ufficio Pastorale Migranti della Diocesi e la comunità della Parrocchia Santi Pietro e Paolo di Leinì – che ha messo a disposizione un appartamento e predisposto l’accoglienza ed un programma di integrazione – è stata accolta una famiglia di 10 persone, con due bimbi piccoli.

Questa iniziativa, che ha ricevuto il plauso di Papa Francesco, è un esempio di come la misericordia non sia sinonimo di generica compassione di fronte ad un disastro incontrollabile ma volontà di lottare perché il male che ha colpito queste persone possa essere arginato e vinto. I “corridoi umanitari” possono diventare il modello di risposte politiche solidali efficaci: a questo stanno lavorando alcuni europarlamentari (in particolare l’eurodeputata Cécile Kyenge) che si sono fatti promotori, attraverso una Risoluzione presso il Parlamento europeo, dell’iniziativa dei visti umanitari come canali legali di immigrazione.

Paola La Malfa

Questo articolo è stato pubblicato nella rivista Andare alle Genti, Luglio – Agosto

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«Chi ha pianto?»

Ricordando le tragedie dei profughi  in mare nel terzo anniversario della visita di Papa Francesco a Lampedusa: 8 luglio 2013 – 2016

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“Tante tragedie quotidiane passano ormai inosservate come semplici notizie di cronaca”

Nel terzo anniversario della visita di Papa Francesco a Lampedusa dove si era recato per fare memoria di tutte le vittime inghiottite dalle acque del Mediterraneo, mentre tentavano di raggiungere la “terra promessa”, non può e non deve passare inosservata. Immediatamente ritorna alla nostra mente il grido di Papa Francesco durante la sua visita a Lampedusa: «Chi ha pianto?» Parole rimaste scolpite nella mente e nel cuore di tutti noi.

«Chi ha pianto?» Ricordando la prima enorme tragedia del 2014 in cui 368 immigrati, tra cui molte donne e bambini, hanno perso la vita in mare, seguita da tante altre tragedie quotidiane, le cui notizie passano ormai inosservate come semplici notizie di cronaca, sento il bisogno di condividere una riflessione su alcune espressioni di Papa Francesco sempre significative e stimolanti.

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“Purtroppo corriamo il rischio di assuefarci a tali scene di disperazione e a dimenticare la compassione, il patire con, perché non sappiamo più piangere.”

«Chi ha Pianto?» È difficile dimenticare le scene di orrore e di disperazione che quotidianamente si susseguono sui nostri schermi televisivi di quanti cercano aiuto per sopravvivere e in mezzo al mare e lottano contro la furia delle onde che cercano di inghiottirli, mentre la loro imbarcazione sprofondano sotto l’impotenza dei soccorritori che tentano di aiutarli. E tra loro ci sono molti giovani, mamme e bambini in cerca di speranza. Dall’inizio del 2016 sono oltre tremila le persone che hanno perso la vita nel Mediterraneo. Purtroppo corriamo il rischio di assuefarci a tali scene di disperazione e a dimenticare la compassione, il patire con, perché non sappiamo più piangere. Purtroppo troppo spesso la “globalizzazione dell’indifferenza” ci ha tolto la capacità di piangere!

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“Noi vogliamo chiedere la conversione dei nostri cuori per passare dall’indifferenza al pianto.”

«Chi ha pianto?» Chi non ricorda la storia della piccola Favour di nove mesi che ha commosso tante persone che, partita dalla Nigeria insieme ai suoi giovani genitori in cerca di un futuro migliore in Europa e hanno trovato invece la morte in mare? Solo lei, la piccola Favour è sopravvissuta; anche lei come Mosè salvata dalle acque. Non potrebbe questo episodio diventare uno stimolo per una nuova e forte presa di coscienza di quanti continuano a lottare contro tutte le forme di schiavitù e sfruttamento?

Con Papa Francesco anche noi vogliamo chiedere la conversione dei nostri cuori per passare dall’indifferenza al pianto. Per tutti i caduti delle “inutili stragi” e per tutte le vittime della follia della guerra, dell’odio e della violenza, il Papa ci ricorda che «l’umanità ha bisogno di piangere, e questa è l’ora del pianto».

Suor Eugenia Bonetti, Missionaria della Consolata,

e presidente dell’Ass. Slaves no More

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Schiavitù e Vuuduu

La violenza psicologica dei riti Voodoo sulle giovani Nigeriane, vittime di tratta di esseri umani

“Sono tantissime le giovani psicologicamente distrutte dai riti voodoo”

Quando nel 1993 dopo 24 anni di missione in Kenya ho iniziato la mia nuova esperienza missionaria non più in Africa bensì in un centro della Caritas to Torino, ho scoperto la terribile realtà di donne Africane/Nigeriane vendute e comperate sulle nostre strade di città e campagne per il commercio di sesso a pagamento. Di fronte a questa terribile realtà e sfida missionaria la mia prima reazione è stata di sconcerto e indignazione per poi passare alla presa di coscienza e conoscenza della nuova realtà con conseguente impegno per entrare in questo terribile e umiliante mondo della notte e della strada e riscattare le nuove schiave del xxi secolo.

Impresa assai difficile perché questo nuovo servizio mi richiedeva il coraggio di spogliarmi dei miei pregiudizi e sicurezze, nonchè “togliermi i sandali” per penetrare il mondo sacro e inviolabile di queste giovani che scappavano dalla strada e chiedevano aiuto per sottrarsi a chi le cercava, comperava, usava a piacimento per poi ributtarle sulla strada come spazzatura: usa e getta.

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“La precedente esperienza missionaria in Africa con conseguente conoscenza della lingua e della cultura africana mi furono di grande aiuto per incontrare queste donne e porgere a loro una mano da sorella e madre .”

La precedente esperienza missionaria in Africa con conseguente conoscenza della lingua e della cultura africana mi furono di grande aiuto per incontrare queste donne e porgere a loro una mano da sorella e madre per aiutarle prima di tutto a lasciare la strada per poi accoglierle nelle nostre strutture, gestite in gran parte da religiose, e iniziare con loro un processo di recupero attraverso una reintegrazione umana e sociale. Impresa non facile ma possibile per ridare a queste giovani vita e speranza.

Rimaneva tuttavia da superare uno scoglio nei nostri rapporti con le vittime che non riuscivamo a penetrare, capire e affrontare adeguatamente. Erano i famosi riti voodoo che queste giovani erano costrette dai trafficanti a sottoporvisi prima della loro partenza per “la terra promessa”. Questi riti di magia nera venivano effettuati davanti allo stregone del villaggio con la scusa di chiedere prima di tutto la benedizione degli spiriti e la protezione degli antenati per ottenere un viaggio favorevole e un lavoro fecondo. Nello stesso tempo avevano lo scopo di stipulare un contratto, tra la vittima e lo sfruttatore quale patto di sangue che esercitava una forza psicologica fortissima sulla giovane donna, spesso analfabeta e proveniente da una famiglia molto povera di beni materiali ma ricca di figli da mantenere e mandare a scuola. Su questa realtà i trafficanti, uomini e in maggioranza donne, hanno costruito un vero espediente fatto di promesse, inganni e ritorsioni. Questi riti esercitano un forte impatto psicologico e vengono usati come arma di rappresaglia imposte con minacce e paure per ottenere da parte della vittima una totale sottomissione a chi le avrebbe portate in Europa.

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“Questi riti mentre da una parte terrorizzavano le vittime dall’altra parte i trafficanti si assicuravano la garanzia di non perdere i loro ingenti guadagni.”

Naturalmente nulla veniva menzionato di prostituzione sulle strade come lavoro per rimborsare chi le aveva portate in Italia e tantomeno della somma pattuita di cui le giovani non capivano il valore e le conseguenze. Durante una lunga seduta fatta di abluzioni, di sputi, di polveri, di raccolta di indumenti e parti intime della giovane venivano rinchiusi con un lucchetto in un sacchetto la cui chiave veniva consegnata al trafficante, che poteva riaprirlo qualora il giuramento veniva violato e lo spirito ivi racchiuso veniva liberato per colpire sia la vittima come pure i membri della sua famiglia. Questi riti mentre da una parte terrorizzavano le vittime dall’altra parte i trafficanti si assicuravano la garanzia di non perdere i loro ingenti guadagni che la giovane avrebbe dovuto consegnare lavorando sulla strada, specie di notte, vendendo a chiunque lo richiedeva, il suo giovane corpo insieme ai suoi sogni, alle sue speranze e alla sua giovinezza.

A quel tempo il prezzo del riscatto era di 50 -70.000 lire mentre oggi si sono tramutati in altrettanti Euro. Frutto di una terribile violenza psicologica perpetrata con l’inganno e l’ignoranza basata sulla credenze negli spiriti ancestrali.

Qualora la giovane rivelasse nomi, luoghi o altri particolari sull’organizzazione criminale e sulle maman oppure se tentasse di fuggire senza saldare il suo debito, allora lo spirito cattivo, rinchiuso nel sacchetto, veniva messo in libertà e si vendicava o sulla vittima o sulla sua famiglia. Quante giovani ho incontrati in questi lunghi anni psicologicamente distrutte ossessionate da questi riti e dalla vendetta degli spiriti.

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“Un aspetto molto importante per una vera guarigione interiore viene fatto attraverso incontri di preghiera basati sulla Parola di Dio.”

Di fronte a questo scenario che abbiamo scoperto e capito dai loro stessi racconti di donne liberate da questi incubi perché vivevano ormai in luoghi protetti, anche noi operatori e operatrici, specie nelle case di accoglienza, abbiamo intensificato il lavoro di liberazione di queste giovani contrapponendo la forza del male con quella del bene, frutto di ascolto, di accoglienza, di solidarietà e gratuita per creare rapporti di fiducia. Un aspetto molto importante per una vera guarigione interiore viene fatto attraverso incontri di preghiera basati sulla Parola di Dio. Le nigeriane che noi accogliamo sono tutte di varie denominazioni cristiane quindi hanno in comune la Parola di Dio. La corona del Rosario che tutte si mettono al collo da’ a loro una certa sicurezza contro le forze degli spiriti cattivi di cui tutte hanno il terrore che si possono vendicare.

Tutte le ragazze incontrate anche di notte sulle strade ci chiedono sempre come dono la Bibbia e il rosario nonché ci chiedono di pregare con loro e per loro per superare quel senso di colpa e di vergogna che si portano dentro di cui non riescono a liberarsi se non dopo tanto accompagnamento e offerta di sicurezza per loro e per le famiglie. La rappresaglia sulla famiglia è molto usata dai trafficanti qualora la figlia scappa dalla strada e soprattutto quando non finisce di pagare il suo debito.

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“Dobbiamo riscoprire i valori veri del rispetto e del valore di ogni persona, mai più schiave ma persone libere.”

Di fronte a questo terribile scenario di tante giovani sfruttate sulle nostre strade e distrutte nella loro dignità non c’è che una risposta concreta che possa bloccare questo terribile flusso di vittime: la condanna della richiesta di sesso a pagamento. Purtroppo nella nostra società del consumo dove oggi tutto si può desiderare, comperare e usare, persino il corpo di una minorenne, dobbiamo riscoprire i valori veri del rispetto e del valore di ogni persona, mai più schiave ma persone libere.

sr. Eugenia Bonetti MC

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La bellezza di essere famiglia!

Ileana e Luca e i loro 20 anni insieme

 

Ileana e Luca con la loro famiglia

La nostra famiglia è nata 20 anni fa: il 2 settembre del 1995. Ileana aveva 21 anni, Luca 25. Una vera e propria festa: i primi a sposarci di un consistente gruppo di amici storico, della parrocchia. Consapevolezza di cosa fosse il sacramento del matrimonio? In una scala da 1 a 10… forse 5!

Eppure venivamo da un percorso di crescita nella fede fatto in parrocchia; in tanti anni di attività rivolte ai bambini, ai ragazzi, ai giovani e di formazione personale, nessuno ci aveva aiutato a capire cosa sarebbe successo il giorno delle nozze, cosa avrebbe comportato nella nostra vita personale, di coppia, di fede questa scelta.

p.22Sembrerebbe strano, ma dopo qualche tempo ci rendemmo conto di quanto fosse difficile vivere la vita di fede in due. Al di là del continuare nel nostro impegno con i giovani, del partecipare assiduamente alla messa domenicale, ci trovammo in seria difficoltà nel conciliare i nostri tempi di preghiera con la vita di sposi, quasi che i modi e i tempi della preghiera imparati negli anni prima non fossero compatibili con la vita a due, tanto da farci pensare che il matrimonio non fosse conciliabile con una vita spirituale.

Il nostro inizio, ricco di entusiasmo e “sana incoscienza”, trovò in questa difficoltà spirituale un piccolo ostacolo, accompagnato da altri due momenti difficili legati alle nostre famiglie di origine: la morte del papà di Ileana e la separazione dei genitori di Luca.

In quei primi mesi da sposi, abbiamo iniziato in maniera del tutto inconsapevole a comprendere cosa fosse successo quel 2 settembre. Il sacramento da noi celebrato e lo Spirito Santo ricevuto avevano iniziato la loro opera di salvezza nella nostra storia e lo avevano fatto a partire dalle nostre sofferenze. Oggi possiamo dire con certezza che Dio si è preso cura di noi mettendo sul nostro cammino coppie, preti, religiosi e religiose che ci hanno colmati della misericordia del Padre.

Proprio così, in quel periodo difficile è arrivata la prima proposta “indecente” fattaci dal nostro parroco: “Formatevi nella pastorale della famiglia per occuparvi delle famiglie della nostra parrocchia”. Che assurdità! Noi così giovani che avevamo sempre fatto pastorale giovanile… pensare agli adulti?

famiglie_pellegrinaggio_romaEppure abbiamo obbedito e così per noi è iniziato un bellissimo cammino verso la scoperta della bellezza del sacramento del matrimonio, di cosa volesse dire essere sposi ma sopratutto essere sposi in Cristo, di quale fosse il nostro compito nella Chiesa e nella società, per dirla con i termini giusti abbiamo scoperto la nostra Vocazione e la nostra Missione.

Il Signore non ha mai smesso di chiamarci, spesso attraverso l’intervento di tante persone che ci hanno fatto le proposte formative e operative. Prima un corso in diocesi, poi un convegno nazionale, poi un cammino formativo triennale presso il Centro Interdisciplinare Lateranense e tanti altri momenti di crescita personale e di coppia.

Quello che però abbiamo scoperto è che anche gli sposi possono diventare santi, anzi che con le nozze il Signore ci affida l’uno all’altra e ci chiede di aiutarci a divenire sempre più santi nel matrimonio e non “nonostante il matrimonio”. Abbiamo fatto una scoperta bellissima che ci riempie di responsabilità, come dice la frase di un famoso film: “Da un grande dono nasce una grande responsabilità”. Dio ci ha anche dato gli strumenti per realizzare questo Suo desiderio di Santità e ce li ha dati il giorno delle nozze, ci ha chiesto di vivere la nostra spiritualità nel quotidiano della nostra storia, una storia “incarnata” nelle vicende dell’umanità, proprio come quella di Gesù.

La nostra storia è come quella di molte coppie che in questi anni abbiamo incontrato. Noi ci riteniamo fortunati perché in questi anni il Signore ha messo sul nostro cammino tanti angeli custodi che ci hanno accompagnato nei momenti belli e nei momenti di fatica: parenti, amici, sconosciuti, ma soprattutto tanti preti, religiosi e religiose, sposi che ci hanno trasmesso l’amore per la propria vocazione e per quella altrui. Questo amore reciproco, questo camminare insieme tra ministeri diversi ci ha permesso di comprendere, vivere e credere sempre nel sacramento del matrimonio.

di ILEANA GALLO e LUCA CARANDO

Questo articolo è stato pubblicato nella Rivista Andare alle Genti  3-4 Marzo Aprile 2016

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Dalla clausura: auguri di una donna

Celebrare per la donna significa anche assumere la propria responsabilità nel far emergere e rispettare la sua dignità.

Sala di attesa nel dispensario di Empada in Guinea Bissao
Sala di attesa nel dispensario di Empada in Guinea Bissao

Tra i tanti commenti ricevuti in questi giorni a riguardo della festa della donna nell’anno del grande giubileo della misericordia uno mi è giunto anche da una suora di clausura che ho trovato particolarmente bello, profondo e ricco di riflessioni, non solo per ciò che riguarda la dignità della donna in generale, bensì parla della consapevolezza che tale dignità deve essere prima di tutto riconosciuta e rispettata dalla donna stessa. La donna deve assumersi il suo ruolo vero e la sua responsabilità nel far emergere e rispettare la sua dignità. La donna deve diventare sempre più protagonista e artefice della sua vita e del suo futuro creando una convivenza equilibrata e armoniosa, portatrice ed educatrice di valori profondi prima per se e poi per la società in cui vive.

Così scrive la claustrale: “Che le donne facciano sentire la loro voce e richiamino l’attenzione su quanto di loro si pensa, si dice e soprattutto si propaganda, per manifestare il loro dissenso e le loro ragioni, lo ritengo legittimo, ma nello stesso tempo spererei vivamente che la donna stessa abbia giusta consapevolezza della dignità che vuole affermare e idee chiare sulla sua identità e capacità di progettazione della propria vita. Cosa che, francamente, non mi sembra essere sempre certa nel nostro contesto sociale.

Mamma e figlio del Potosì, Bolivia
Mamma e figlio del Potosì, Bolivia

Mi sembra infatti che essere donna, e donna emancipata, attualmente si identifichi il più delle volte con l’equiparazione di ruoli e poteri rispetto all’uomo. Tanto che non è raro sentire parlare di cifre sulla partecipazione femminile agli incarichi di rappresentanza o di alto livello a dimostrazione della sua posizione culturale ancora minoritaria. Ma il problema è a monte: se anche la donna giungesse ai vertici delle più brillanti carriere – cosa che cordialmente le auguro e talora, di fatto, già avviene – desidererei comunque che il suo modo di essere e di porsi fosse di timbro diverso, femminile appunto (il che non vuol dire inferiore, ma di altra qualità), arricchendo ogni ambito culturale, politico e sociale della sua specifica forma di umanità e sensibilità. Per il suo profondo rapporto con la vita, il suo intuito e la sua capacità di osservazione, per l’attenzione all’umano e le connaturali doti di generosità, la donna è infatti, a mio avviso, portatrice privilegiata di originalità, di innovazione e creatività, nonché di bellezza nel senso più filosofico ed estensivo del termine.

In tutta sincerità non trovo convincenti né interessanti le donne che imitano la figura maschile mostrando una sicurezza talora aggressiva che indurisce il loro tratto, oppure ostentando una spregiudicatezza di comportamenti e di toni che le omologa a un modello quanto mai dissonante dal loro fondamento antropologico. Perché, tra l’altro, una delle questioni connesse al valore, o disvalore della donna oggi, è quella dello smantellamento di quella compostezza, o meglio pudore (parola obsoleta nella nostra cultura, se non all’indice) che custodisca ma anche sveli in certo senso il mistero profondo della persona.

Coro di donne durante una celebrazione a Wawata in Tanzania
Coro di donne durante una celebrazione a Wawata in Tanzania

E tocchiamo qui un secondo punto della questione. Ovvero l’influenza della cultura dominante, soprattutto a livello mediatico, sull’immagine della donna. Un’immagine troppo spesso legata al corpo, considerato come “oggetto o strumento di piacere, di consumo e di guadagno”, e dunque esposto a una mercificazione esplicita o sottesa. Quando invece il corpo è un prezioso strumento di comunicazione che può anche esprimere lo specifico femminile senza giungere a rappresentazioni di dubbio gusto e valore.”

Grazie Sorella claustrale, donna pienamente realizzata e ricca di valori che hai condiviso con noi e con le tante donne che leggeranno queste riflessioni. A tutto il mondo femminile che festeggeranno l’8 marzo l’augurio di sperimentare la bellezza e la grandezza del proprio essere donna e madre di nuove generazioni di uomini e donne che in piena sintonia vivono nel rispetto e apprezzamento reciproco per la costruzione di una nuova umanità così come è stata pensata e voluta dal Creatore.

Sr. Eugenia Bonetti (missionaria della strada)

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Aspetta e spera

Ma tu, cosa desideri e cosa speri? L’ampiezza dei tuoi desideri fonda la solidità della tua speranza 

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Vendita di miniature di desideri (alasitas) in Copacabana (Bolivia)

A fine gennaio, nella città di La Paz, in Bolivia, avviene un curioso commercio: numerose bancarelle vendono miniature di desideri. Sembra una favola, ma è la pura realtà: la gente compra degli oggetti che rappresentano i loro sogni in miniatura: chi cerca l’auto, chi la casa, chi un negozio per iniziare un’attività commerciale. Il gioco (serio, però) consiste nel comprare la miniatura del proprio desiderio – il nome aymara Alasitas vuol proprio dire: “Comprami” – e tale oggetto diventa parte di un rituale, secondo i simboli e i gesti della cultura andina. La “fiera dei desideri” non è un fenomeno isolato: accanto a luoghi di culto, come il santuario mariano di Copacabana, sulle sponde del lago Titicaca, c’è sempre una serie di bancarelle che vendono tali oggetti: la cultura originaria quechua e aymara è molto concreta, pratica, anche nella sua spiritualità, e ricorda molto l’uomo biblico dell’Antico Testamento, che chiede a Dio senza timore o vergogna la prosperità. Comunque ci si rivolge a Dio anche presentando richieste meno materiali, e si usano sempre oggetti, ma creati ad hoc come simboli, in genere sono tavolette di zucchero chiamati “misteri”.

La fiera dei desideri
Tale immagine mi è venuta in mente in questi giorni, o sarebbe meglio dire in questi mesi, come un ritornello che ronzava ripetutamente nei miei pensieri. Mi chiedevo se qui in Italia ci fosse un tale tipo di fiera, quali sarebbero gli oggetti venduti, quali i più cercati e quali i non richiesti? Insomma, per dircela tutta intera: cosa desideriamo? E qual è il livello e la qualità della nostra speranza? Sì, perché mi sembrano due dimensioni strettamente correlate e interdipendenti.

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rituale andino con le alasitas

Ritornando in Italia dopo 3 anni di assenza, ho visto molte cose cambiate, quella che è saltata subito all’occhio è il livello basso di speranza e di fiducia per il futuro, alle volte ce lo dicono anche in televisione, ma tutti lo sappiamo e lo sentiamo a pelle. Forse la nostra speranza si è limitata eccessivamente sul possesso dei beni di consumo, ed ora che la crisi mette a repentaglio questo, crolla un po’ tutto. I quechua sono in genere persone umili, e anche loro desiderano cose materiali, ma sono pure realisti, perché la vita li sveglia presto e fa far loro l’esperienza della precarietà: basta una gelata fuori stagione per compromettere il raccolto di un anno, e questo significa carestia e migrazione forzata in cerca di lavoro. Il benessere ci ha allontanato un poco dalla fugacità delle cose e la fragilità della vita, illudendoci di esserne esenti, ma non è così.

Quando è stato redatto il Nuovo Testamento, la società mediterranea della koiné viveva un periodo di crisi e transizione simile al nostro: dall’apogeo dell’Impero romano alla decadenza sempre più marcata. Eppure la Parola di Dio in quel tempo si è espressa così, attraverso la mediazione di Paolo: “La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato” (Romani 5,5).

Quale speranza?
Ma quale speranza? Certamente, una speranza non limitata alla sicurezza delle cose materiali, bensì fondata sull’esperienza dell’amore di Dio e sulla presenza dello Spirito della Vita. Ciò non significa che sia disincarnata, ma che va oltre, e si fida di Qualcuno (che si ama e che ci ama), non si affida alle cose. Ritornando, per concludere, al mondo andino, vorrei ricordare due gesti basici nel rapporto con la divinità: i rituali sempre prevedono la purificazione e la richiesta di perdono e il ringraziamento. Mi sembrano due atteggiamenti validi anche per noi, per non lasciarci sprofondare nella disperazione, al contrario per costruire una speranza solida, che certamente non delude, perché si affida al Dio della Vita: riconoscere la nostra fragilità, nella certezza dell’amore misericordioso di Dio, e riconoscere allo stesso tempo i molti doni che riceviamo gratuitamente. Già questo sarebbe un antidoto buono per non sprofondare nel “non senso” di una vita senza speranza.

Continuo a chiedermi, e lo faccio anche a voi: “Ma tu, cosa desideri e cosa speri?”

suor Stefania Raspo

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