Si può amare solo quando si conosce chi è l’ altro, l’altra

si può amare quando si conosce chi è l’altro

Si può amare solo quando si conosce chi è l’ altro…[1]

Si arriva a questa genuinità d’ amore attraverso il cuore; in altre parole, si arriva ad una conoscenza dell’ altro/a nel senso biblico, ad una intimità e ad una unione profonda, rivelatrici;  nessuno puo’ essere conosciuto così dai suoi ruoli, non importa quanti e quanto importanti essi siano.

Nella sua vita, il Beato Giuseppe Allamano ha rivestito molti ruoli, ma lo conosceremo veramente se riusciremo a carpirne il cuore, e questo è fondamentale per poter iniziare un vero dialogo con lui che ci apra alla possibilità di capire, o meglio intuire, come agirebbe lui, nel ventunesimo secolo.

E’ nel suo rapporto con le persone ed è nel suo epistolario informale – lettere scritte e lettere ricevute – dove si rivela il suo cuore intenso, vorrei dire tenero; è qui che mostra l’ anima e chi  “legge può entrare in una comunione più facile, più vera, più viva.” [2]

Stralciamo qualche esempio:

Alla cognata Benedettina Turco Allamano rimasta vedova, con una bimba di due anni, per la morte – causata da polmonite acuta – dello sposo Ottavio, fratello più giovane del Beato:

“… Iddio, che si chiama Padre degli Orfani e Protettore delle vedove, ti ha ricevuto sotto la sua speciale assistenza e non mancherà di lenire i tuoi dolori con l’ abbondanza delle sue consolazioni. Io per me non voglio cercare altrove conforto che nel Cuore addolorato di Gesù e di Maria. Quivi solamente trovo quella pace che invano si spera di ottenere dagli uomini: questi possono dire belle parole, anche mescolare le loro alle nostre lacrime, ma solo Gesù sa mettere il dito sulla piaga che ci tormenta ed Egli solo ha il rimedio salutare che ci guarisce. Nel cuore dolcissimo di Gesù v’ e’ la spiegazione della catastrofe che ci colpì e che ad ogni tratto pare  un’ illusione; ma che pure è una realtà… Cara cognata, fatti coraggio in Dio, di cui puoi dire ora che sei tutta cosa sua, e ricordati del tuo aff.mo cognato…” [3]

“Carissima cognata, la triste notizia della malattia della bambina mi recò vivissimo dolore. Come si aggrava la mano di Dio su di noi, e mentre già ci pareva essere al colmo delle pene, un’ altra ben grande vi si aggiunse….” [4]

E’ nel suo rapporto con le persone ed è nel suo epistolario informale – lettere scritte e lettere ricevute – dove si rivela il suo cuore intenso, vorrei dire tenero

A don Innocenzo Pietro Cantarella – amico fin dal Seminario.

“…la tua lettera mi fu una delle più soavi consolazioni ne’ passati dolori;…il mio dolore, o caro, fu grande, più di quello che mi sarei creduto. Lasciar un fratello minore che mi considerava qual suo padre, suo consigliere anche nelle cose più delicate di coscienza,…che mi volle durante la breve malattia continuamente ai suoi fianchi, non potendo soffrire che mi fossi dilungato per brevi istanti, mentre degli altri, tranne che della giovane moglie, non si curava più che tanto,… pensa se non ferisse il mio cuore… anche Gesù pianse su Lazzaro morto…” [5]

Lettera ricevuta da Padre Mario Botta, IMC, da Addis Abeba, Ethiopia:

“ Le confesso che ho mai sentito di amarla tanto come ora, perchè mi ha aperto la via a lungo desiderata, che mi dà l’ occasione di offrire a Gesù veri fascetti di mirra che pure lasciano nel fondo dell’ anima una dolcezza ineffabile….Non posso che esternarle il mio cuore e dirle che voglio essere fedele fino alla morte…”. [6]

Lettere a Fratel Benedetto Falda, IMC:

“Carissimo Benedetto, dalle tue lettere rilevo che non perdi l’ allegria anche a dispetto delle malattie. Bravo, continua in questo spirito…Io spero che sarai ora guarito, e procurerai di esserlo usando i rimedi necessari…” [7]

“Sempre carissimo Benedetto, le tue lettere, un po’ scarse, mi sono carissime, specialmente       l’ ultima, con la quale mi parve di trovarci insieme nella mia camera il giorno che ti presentasti a me per la prima volta. Credimi che nei tuoi scritti si vede tutto il tuo cuore, e mi piacciono grandemente. So che di salute stai meglio, ma io voglio che guarisca perfettamente… procura di non stancarti troppo nel lavoro, non affanandoti, e avendo pazienza quando, ed e’ sovente, tutto non va a tuo gusto…” [8]

Sempre carissimo Benedetto, le tue lettere, un po’ scarse, mi sono carissime, specialmente       l’ ultima, con la quale mi parve di trovarci insieme nella mia camera il giorno che ti presentasti a me per la prima volta.

Ad Agnese Battaglia, MC:

Mia buona Agnese, hai ben ragione di dire di cuore il Deo Gratias: ed io mi unii teco a ringraziare il Signore che aprì gli occhi al padre e al fratello. D’ ora in poi non parliamone più, e tu non avere più di ciò alcuna pena…. Coraggio,  mia buona Agnese, io ti benedico… aff.mo in Gesù Cristo..” [9]

.

A Suor Margerita Demaria, MC

Cara Suor Margherita, ti ringrazio della tua lunga lettera e delle notizie, sebbene dolorose, che mi dai. Continua a scrivermi il bene e il male senza timore di farmi pena. Scrivi alla presenza di Dio non sotto l’ impressione del dolore: io saprò valutare le cose…. “ [10]

Gli esempi si potrebbero citare a centinaia, ma questi siano sufficienti a farci desiderare di scoprire il cuore di questo fratello, amico, padre spirituale, sacerdote di Dio. Affinare il proprio cuore per poter penetrare un po’ nel suo può richiedere una vita, ma lui ci direbbe, “importante è incominciare”; non credere  di conoscerlo per sentito dire o per qualche lettura saltuaria. Arriveremo piano piano a intuire come egli agirebbe oggi in un mondo così diametralmente opposto al suo… ne vedremo allora i veri valori e non saremo tentate di copiare le sue azioni o di usare le sue parole, che in una realtà diversa possono anche storpiare il vero senso che lui ha voluto trasmetterci.

Scrive Teilhard de Chardin: “Esiste ai nostri giorni un movimento religioso naturale potentissimo. Cristiani, preti, missionari pensiamo mai che per influenzarlo, per renderlo sovrannaturale (ed in questo consiste propriamente la conversione della Terra), bisogna assolutamente che noi partecipiamo al suo slancio, alle sue inquietudini, alle sue speranze? Fino a quando noi sembreremo voler imporre dall’ esterno ai moderni una Divinità precostituita, anche se fossimo immersi tra la folla, noi predicheremmo irrimediabilmente nel deserto….dobbiamo cercare con loro il Dio…che è ancora tra noi come se noi non lo conoscessimo…” [11]

. Ecco il cuore a cuore necessario, evidenziato dalla vita del Beato Allamano.

Penso che quest’ uomo di Dio (il Beato Giuseppe Allamano) si troverebbe in perfetta armonia con Papa Francesco,  quando afferma: “… l’ evangelizzazione opera nei limiti del linguaggio e delle circostanze. Costantemente cerca di comunicare con piu’ efficiacia la verita’ del Vangelo in ogni contesto specifico, senza rinunciare alla verità, alla bontà e alla luce che puo’ portare quando la perfezione non è possibile. Un cuore missionario è molto cosciente di questi imiti e si fa‘ “debole con i deboli… tutto a tutti” (1 Cor. 9:22). Non si chiude mai; mai si ritira nelle sue sicurezze, mai sceglie rigidezza o si mette sulle difese. E’ cosciente che deve crescere nel proprio approfondimento del Vangelo e nel discernere le vie dello Spirito e percio’ sempre opera il bene che puo’, anche se, nel corso di questo processo, si sporca le scarpe con il fango della strada.” [12]

entrare nel cuore dell’Allamano è per noi di capitale importanza

Entrare nel cuore del Beato Allamano è per noi di capitale importanza; non possiamo ignorare che “…le parole che nascono dalla mente sono un muro, quelle che nascono dal cuore sono un ponte.”  [13]

Suor Cecilia Clara Zamboni, mc

Share

Occhi per vedere

“Io credo che se l’Allamano tornasse fisicamente e dovesse dirci qual è la prima cosa che dobbiamo fare, continuerebbe a dirci: ‘Abbiate cura della gente, abbiate a cuore la gente’”. (Dario Berruto, già Rettore del Santuario della Consolata)

 

Si è concluso da poco l’Anno Santo della misericordia nel quale, come ci ha ricordato papa Francesco, abbiamo potuto fare “l’esperienza di aprire il cuore a quanti vivono nelle più disparate periferie esistenziali, che spesso il mondo moderno crea in maniera drammatica… La Chiesa è chiamata a curare le ferite impresse nella carne di tanti, a lenirle con l’olio della consolazione, a fasciarle con la misericordia e curarle con la solidarietà e l’attenzione dovuta”.

Le ultime parole mi hanno colpito, attirando proprio la “mia attenzione”. La misericordia della chiesa e la sua solidarietà verso “le periferie esistenziali” – sembra dire il Papa – scattano quando con occhio attento si guarda il mondo e le persone che lo abitano. Occhi non distratti o colpiti solo dall’apparenza, ma capaci di leggere dentro, di discernere la realtà e di comprenderne meccanismi e complicazioni che essa nasconde.

Occhi per vedere/capire, ma poi intervenire per “sanare” e cambiare le cose, la società, le persone.

Nella Chiesa, coloro che hanno avuto questi occhi e cuore aperto in modo superlativo vengono talvolta identificati col nome di “santi sociali”, cioè cristiani sul serio che, guardando la realtà con gli occhi di Dio, assumono la causa degli ultimi, degli “scarti” e si danno da fare per promuovere “la vita in abbondanza”, sognata e promessa da Gesù.

La città di Torino è particolarmente famosa per la lunga lista di questi “santi sociali” che, tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo, si diedero anima e corpo a combattere le piaghe sociali dell’epoca, difendere i diritti dei più fragili e far nascere opere che continuassero l’attenzione agli ultimi della società: torinese o italiana, ma anche più lontano, addirittura fino ai confini della terra.

I loro nomi sono noti, anzi notissimi, come san Giuseppe Cafasso, don Bosco, Cottolengo e Murialdo, la marchesa di Barolo, Faà di Bruno. Ed è una felice sorpresa vedere come la “bibbia” moderna dell’informazione on line, cioè Wikipedia, inserisca nella lista dei santi sociali pure il nostro beato Giuseppe Allamano, anche se con un rapido flash: “fondatore dei missionari della Consolata a favore dei più sfortunati nel mondo”.

Un santo, dunque, che ha spinto il suo sguardo attento non soltanto alla città in cui ha trascorso la vita, ma molto più in là, arrivando fino in Africa e, con la fondazione di due Istituti Missionari, è riuscito a proiettarsi oltre il suo tempo, raggiungendo altri popoli e continenti.

Occhi per vedere/capire, ma poi intervenire per “sanare” e cambiare le cose, la società, le persone.

Un mare di gente

Il periodo storico in cui l’Allamano vive e opera è quello che vede il lungo e complicato travaglio di nascita della nuova nazione, l’Italia, ma anche lo sviluppo convulso dell’industrializzazione che trasforma il volto di Torino con la migrazione in massa dalle campagne verso la città, la nascita del mondo operaio e gli annessi, infiniti problemi, inerenti all’organizzazione sociale del lavoro e dei lavoratori.

Rettore del Santuario della Consolata, ha la fortuna di vivere immerso “in un mare di gente” che ogni giorno frequenta questo tempio, così caro ai Torinesi. Attraverso il ministero della confessione, ma soprattutto nei quotidiani incontri con persone di ogni ceto e condizione, tasta il polso della città, si lascia ferire dalle pene di cui viene a conoscenza, avverte il dramma di troppi che vivono in miseria, sfruttati o dimenticati da chi gestisce il potere pubblico anche se intriso, allora, di appassionato socialismo… respirando, insomma, quello che oggi chiameremmo “il disagio” di una città in crescita.

Non si accontenta, però, di ascoltare, consolare con belle parole o vuoti sermoncini. Si dà da fare, invece, per intervenire concretamente e ostinatamente con la sua saggezza, le sue intuizioni, la sua esperienza e anche… i suoi soldi, favorendo e sostenendo una miriade di “microprogetti” (si direbbe, oggi) di sviluppo e solidarietà: con le operaie della manifattura Tabacchi del Regio Parco, le tessitrici del cotonificio Poma o della fabbrica Brass, le erbivendole di Borgo Dora, persino le sarte (queste ultime, nella Torino del tempo, erano circa 20.000, spesso sottopagate o costrette a orari disumani).

Importante è l’interesse e il sostegno dell’Allamano per la stampa cattolica, prezioso strumento di formazione per la gente e i suoi dirigenti. Anche su questo piano, lui non è “generico”, ma precisa i confini della sua attività, sempre orientata alla promozione umana e cristiana. Testimonierà il suo immediato successore al santuario: “L’Allamano si può definire un pioniere della stampa cattolica perché, quando il giornale L’unità Cattolica venne trasportato a Firenze, egli intervenne subito e disse: L’Unità Cattolica va a Firenze per morirvi. Se l’Arcivescovo mi dà l’autorizzazione, in pochi giorni raccoglierò i fondi necessari per fondare un nuovo giornale!”. Raccoglie, infatti, circa centomila lire e viene fondato il nuovo giornale, L’Italia Reale.

È anche uno dei protagonisti nella fondazione de La Croix, il più famoso giornale cattolico europeo. Senza dimenticare che, con Giacomo Camisassa, suo braccio destro, darà il via a “La Consolata” (oggi “Missioni Consolata”): un modesto bollettino che, dalle notizie sul santuario mariano raccontate all’inizio della sua storia diventerà, in seguito, la voce delle missioni in Africa e delle attività dei missionari.

Attraverso il ministero della confessione, ma soprattutto nei quotidiani incontri con persone di ogni ceto e condizione, tasta il polso della città, si lascia ferire dalle pene di cui viene a conoscenza, avverte il dramma di troppi che vivono in miseria, sfruttati o dimenticati da chi gestisce il potere pubblico anche se intriso, allora, di appassionato socialismo… respirando, insomma, quello che oggi chiameremmo “il disagio” di una città in crescita.

Elevare l’ambiente

Questa attenzione del nostro fondatore alla società, alla gente, alle singole persone continua nello stile di evangelizzazione dei suoi missionari, fin dall’inizio. Arrivati in un Paese sconosciuto, così diverso per tradizioni culturali, valori e struttura sociale, vengono da lui sollecitati a “osservare e annotare” ciò che vedevano per poi “elevare l’ambiente” (oggi parleremmo di trasformazione sociale) e rendere questi nuovi popoli “più felici su questa terra”, attraverso – diremmo sempre oggi – la “promozione umana”.

Questi obiettivi, i suoi missionari tentano di realizzarli nel contatto quotidiano e diretto con la gente, attraverso soprattutto la “visita ai villaggi”. Fu questo un mezzo apostolico duro e faticoso, spesso carico di delusioni. Ma l’Allamano ci teneva troppo, avendo constatato quanto fossero importanti e insisteva continuamente perché i suoi missionari vi rimanessero fedeli quando la stanchezza spingeva a diminuirle. Indicava loro il metodo delle visite, che non dovevano ridursi a semplici passeggiate, ma a degli autentici incontri, dove i villaggi più bisognosi e gli ammalati avessero la precedenza. Le visite ai villaggi costituiranno, nel metodo missionario dell’Allamano, “gli occhi e il cuore” per leggere, capire e cambiare la realtà. Tanto che nella relazione presentata a Propaganda Fide, il 24 settembre 1908, scriveva: “Come conseguenza delle quotidiane visite ai villaggi, si notò una crescente trasformazione dell’ambiente pagano”.

Una vera immersione tra i poveri, nella quale si suscitava fiducia e con la fiducia si creava la disponibilità ad accogliere non solo il messaggio del Vangelo, ma anche la spinta per una vita migliore, più umana, più degna dei figli di Dio.

Una vera immersione tra i poveri, nella quale si suscitava fiducia e con la fiducia si creava la disponibilità ad accogliere non solo il messaggio del Vangelo, ma anche la spinta per una vita migliore, più umana, più degna dei figli di Dio.

Qualche anno fa, a Torino, in preparazione alla festa del beato Allamano, furono organizzate tre serate originali, dal titolo “Dialoghi con la città”. L’iniziativa era partita dalla constatazione che l’Allamano, Rettore della Consolata e fondatore di missionari, era stato un prete molto coinvolto nella realtà socio-ecclesiale della sua città, tanto da arrivare perfino a introdurre, nella formazione dei giovani sacerdoti freschi di ordinazione, lezioni sul lavoro e i problemi sociali.

Tra i vari relatori, c’era anche p. Ugo Pozzoli, attuale consigliere generale dei Missionari della Consolata, che volle presentare all’uditorio questo prete, aperto a tutti i problemi della gente di Torino del primo ’900, così: “Egli aveva l’occhio aperto per vedere, capire ed agire. Si impegnò per promuovere, incoraggiare, sostenere nuove forme, anche ardite, di presenza nel contesto della città. Oggi lui non c’è più, ma ci sono i missionari e le missionarie della Consolata con le loro comunità, dove questo spirito dell’Allamano ancora vive”.

Oggi lui non c’è più, ma ci sono i missionari e le missionarie della Consolata con le loro comunità, dove questo spirito dell’Allamano ancora vive”.

 P. GIACOMO MAZZOTTI, IMC, Postulatore generale
della causa di Canonizzazione del Beato Allamano

questo articolo è stato pubblicato su “Andare alle Genti
per informazioni o abbonamenti della rivista, clicca qui

Share

Forza e dolcezza

Lo stile educativo del Beato Giuseppe Allamano

Il Fondatore di Missionari e della Missionarie della Consolata passò praticamente tutta la vita coinvolto nell’educazione di se stesso e di altri…
  1. Introduzione

In questa breve riflessione vorremmo rivisitare lo stile allamaniano-consolatino di approccio alla persona. Ovviamente, non si pretende di esaurire qui la tematica, ma solo di riprendere una riflessione, già iniziata in diverse sedi, ma che meriterebbe di essere rilanciata, ampliata e approfondita.

Ci fermeremo a considerare brevemente alcune caratteristiche dello stile educativo dell’Allamano.

  1. L’Allamano: una vita come educatore

Il Fondatore di Missionari e della Missionarie della Consolata passò praticamente tutta la vita coinvolto nell’educazione di se stesso e di altri: come studente in formazione (1856-1877), come formatore in seminario (1873-1880), come professore (1882-1884), come Direttore del Convitto ecclesiastico per due anni e formatore del clero diocesano (1882-1926), pastore o “pedagogo spirituale” (1880-1926), formatore iniziale e permanente di missionari (1901-1926), formatore iniziale e permanente di missionarie (1910-1926). Insomma, una vita a contatto con le problematiche, le sfide e la bellezza del compito educativo. L’Allamano ha senz’altro qualcosa da dirci.

3. Gli ideali proposti

L’Allamano non ha mai fatto sconti sugli ideali: li ha proposti sempre, in modo chiaro ed inequivocabile. L’ideale missionario è per lui e per chi da lui fu formato il “denominatore unificante di tutta la formazione e di tutti gli aspetti della vita” che “pervade tutto, caratterizza e qualifica lo studio, gli interessi, le letture, le celebrazioni, gli esercizi della vita spirituale”: “Noi dovremmo avere per voto di servire le missioni anche a costo della vita”.

[…]la proposta chiara e inequivocabile di ideali/valori non negoziabili è un punto fondamentale dell’educazione, e non solo dell’educazione prettamente vocazionale, ma umana e cristiana in generale.
Non fare sconti sugli ideali oggi (ma anche ieri) può non essere così facile né immediato. Eppure, la proposta chiara e inequivocabile di ideali/valori non negoziabili è un punto fondamentale dell’educazione, e non solo dell’educazione prettamente vocazionale, ma umana e cristiana in generale. Basti pensare a che cosa può capitare ad un bambino che si trova a crescere con educatori che non sanno dire chiari sì e chiari no in base a qualche criterio oggettivo, ma si barcamenano cercando di accondiscendere, di volta in volta, ai propri bisogni o ai bisogni dell’infante, o a qualche compromesso tra i due. Un terreno educativo di questo tipo si presta con facilità a coltivare squilibri di personalità, più che uno sviluppo di un sé sano e maturo.

L’Allamano si rivolgeva ad aspiranti missionari, per cui l’ideale proposto assumeva i colori e modalità espressive adatte a chi aveva già fatto una scelta vocazionale precisa. Ma l’ideale missionario racchiude dentro di sé ed esplicita in modo singolare il seme dell’ideale di vocazione umana e cristiana che può essere proposto a tutti, qualsiasi sia il cammino di vita scelto. Si tratta della chiamata ad uscire da sé, a muoversi dalla propria posizione nel cosmo/universo per dilatare la visione, la comprensione, la capacità di amare e di fare. Questo ideale, mi pare, può e deve essere proposto anche oggi, in ogni cammino educativo cristiano, senza sconti.

[L’educatore] sa sfidare senza scoraggiare, perché il suo intervento non parte solo da un sentire emotivo, ma da un contatto più profondo e pieno con il vissuto altrui, il proprio e i valori che vive e propone[…]
  1. Presenza e assenza

Quanto appena detto ci rimanda ad una caratteristica peculiare dell’Allamano, ma anche dei suoi figli e figlie nell’approccio alla persona e ai popoli: la “presenza”. Non una qualsiasi presenza, ma una presenza, appunto, pedagogica, che sa cogliere e rispettare i ritmi di crescita dell’altro e sa “esserci” o scomparire a seconda dello stadio in cui l’altro si trova. Una presenza di chi non pretende di proporsi come salvatore dell’altro, nell’intento di risolvergli tutti i problemi, ma che nemmeno lo abbandona a se stesso con la scusa di un malinteso “rispetto”. Ciò implica una sufficiente ed esperiente conoscenza dell’umano e dello spirituale, che porta l’educatore ad una capacità di vera vicinanza ed intimità ed insieme di distanza e di riguardo per lo spazio dell’altro. In altre parole, una cosa è essere vicini, un’altra è ficcare il naso nelle faccende altrui. Una cosa è “esserci” per aiutare l’altro laddove ha bisogno e anche per imparare da lui, un’altra è aver bisogno di essere per forza utili all’altro. Una cosa è porsi accanto ed accompagnare, accettando di essere anche noi dei cercatori, un’altra è pretendere di sostituirsi all’altro o di avere tutte le soluzioni alle sue domande.

Nell’Allamano, questo andirivieni tra vicinanza e distanza, presenza e assenza, tra sì e no, si manifesta anche nel suo tratto assieme soave e forte, caratteristica spesso riportata dai testimoni:

“Come Fondatore e Superiore nostro, era impareggiabile, forte e soave nello stesso tempo. Si interessava di tutto e di tutti: scendeva anche ai più minuti particolari, e nello stesso tempo non era né pesante, né assoluto. Lasciava libera l’iniziativa delle Superiore subalterne…”

“Il suo tratto [appare] sempre buono e paterno, ma riservato e contenuto”

L’ascolto sottintende la capacità di silenzio per far spazio alle voci che sussurrano (o gridano) dentro e fuori di sé, poter distinguere la provenienza di tali voci e giudicare la validità delle loro proposte in ordine ad una decisione sul percorso da intraprendere.

La presenza dell’Allamano potrebbe essere qualificata, in termini attuali, come “empatica”: egli possiede la capacità di sentire con l’altro, di intenerirsi, commuoversi, identificarsi con la persona; allo stesso tempo, possiede la capacità di distanziarsi dall’altro per coglierlo in modo più pieno e rispettoso della sua totalità. In questo modo, sa sfidare senza scoraggiare, perché il suo intervento non parte solo da un sentire emotivo, ma da un contatto più profondo e pieno con il vissuto altrui, il proprio e i valori che vive e propone, il tutto unificato nell’esperienza viva della relazione con Dio che gli dilata gli orizzonti dello spirito, del cuore e della mente, portandolo ad una sempre più articolata comprensione dell’umano e dello spirituale, perciò ad interventi educativi illuminati e sentiti come una benefica sfida alla speranza.

“Nel correggere aveva molto tatto e bontà, e nello stesso tempo era forte e soave. Diceva poche parole, ma chiare e decise. Soprattutto non era mai scoraggiante, pur combattendo energicamente il difetto”

Una missionaria racconta di un fatto che risale alla prima guerra mondiale, quando il nutrimento era scarso e il pane razionato:

“due postulanti, entrate appena da qualche giorno, passando in panetteria, mi chiesero il pane varie volte dicendo che avevano fame. Per un po’ di volte mi prese compassione e gliene diedi, ma passando per caso il nostro venerato Padre dalla panetteria, gli raccontai la cosa chiedendogli come dovevo fare.

Allora mi disse […]: «continua pure e darglielo, quando lo domandano, per un po’ di giorni, ma, adagio adagio, farai loro capire che non si può; ma non mortificarle; aumenterai però la porzione a tavola, perché non voglio che soffrano»”

Raggiungere l’altro laddove egli si trova è premessa irrinunciabile per accompagnarlo. Premessa che può realizzarsi solo nell’ascolto attento della persona.

Quello che la pedagogia di oggi identifica come il “principio di gradualità” è bellamente espresso in questo atteggiamento educativo dell’Allamano, il quale possiede una particolare capacità di

“essere fermo nei principi (fortier) e di adeguarli alla situazione concreta delle persone (suaviter), immedesimandosi nella loro situazione fisica (debolezze, necessità di salute), ma anche al carattere, e alle capacità di ognuno. Per questa comprensione, ammette che uno riesce a fare tanto e non di più, ad arrivare fino ad un certo punto e basta, oppure è in un momento in cui bisogna saper aspettare. Quindi, l’Allamano sa distinguere fra gli ideali e le mete da raggiungere e la capacità concreta di coloro che li devono raggiungere; e porta avanti gli obiettivi con pazienza e rispetto. Egli ha una straordinaria capacità di equilibrio tra proposte forti e comprensione delle capacità e della debolezza umana. Propone ideali altissimi, fino alle vette dell’eroismo, ma sa che non tutti possono arrivarci. Considera le persone come sono, sapendo attendere i tempi di maturazione che sono diversi. E quindi sa anche superare la regola, senza venir meno a ciò che è veramente importante e irrinunciabile.”

Uno degli atteggiamenti necessari allo sviluppo della capacità di presenza empatica è l’accettazione della parte femminile della propria personalità. L’Allamano aveva fatti suoi atteggiamenti femminili e materni, assorbiti certamente nel contatto con la madre e sviluppati nel rapporto continuo e profondo con la Consolata, considerata come fondatrice e posta a modello sia dei missionari sia delle missionarie.

“ La sua carità era di una squisitezza e finezza più che materne sapeva impreziosirla con tante delicatezze”.

  1. Ascolto e attenzione

Sono atteggiamenti intrinseci alla capacità di presenza empatica. Il Documento dell’Incontro di AMV – Pedagogia Allamaniana di America parla espressamente di “metodologia Allamaniana dell’ascolto”.  L’Allamano e i suoi figli e figlie pongono l’ascolto e l’attenzione alla realtà come pietra miliare del loro essere missionari. L’Allamano ha sempre valorizzato l’obbedienza, che implica proprio queste due qualità, applicate alla relazione con Dio, con gli altri, con se stessi, col cosmo.

La creazione di un rapporto di fiducia tra educatore e educando è basilare per realizzare un cammino educativo, ma essa non è pensabile senza il presupposto dell’affidabilità, dell’attendibilità e rettitudine.

L’ascolto sottintende la capacità di silenzio per far spazio alle voci che sussurrano (o gridano) dentro e fuori di sé, poter distinguere la provenienza di tali voci e giudicare la validità delle loro proposte in ordine ad una decisione sul percorso da intraprendere. Se vogliamo, possiamo rifarci qui all’ignaziano discernimento degli spiriti nell’ascolto delle mozioni interiori.

“La sua direzione si estendeva a tutte ed era per tutte, in modo che ciascuna portava l’impressione di essere l’oggetto della sua particolare attenzione”

“«Teneva l’occhio e l’orecchio attenti e vigili a quanto accadeva al di fuori…» (A. Cantono); «Ha sempre avuto una intuizione precisa dei bisogni del tempo», «Non conobbe vecchiezza» (Pinardi), proprio per questo suo «occhio vigile e penetrante»”

Nei confronti di se stessi, la capacità di ascolto attento è elemento necessario di una vita in discernimento. Nei confronti dell’altro, tale capacità diviene fondamentale per creare un ambiente pedagogico in senso lato. La possibilità di crescita, di cambio, di apertura (o ri-apertura) di percorsi spesso rallentati o bloccati da disavventure in campo relazionale, diviene reale proprio in una matrice relazionale sufficientemente attenta alla persona e al suo stadio di sviluppo umano e spirituale. Raggiungere l’altro laddove egli si trova è premessa irrinunciabile per accompagnarlo. Premessa che può realizzarsi solo nell’ascolto attento della persona. Nei riguardi del mondo, la capacità di ascolto attento è essenziale per cogliere i “segni dei tempi” e i semi di vita sparsi largamente nella natura, nella cultura, negli avvenimenti, dentro le pieghe della storia con le sue ombre e luci.

Le persone che si affidavano all’Allamano (ed erano tante e diverse!) potevano contare su questa certezza: egli mai le avrebbe tradite, strumentalizzate, utilizzate in qualche modo, anche “a buon fine”.
  1. Affidabilità, attendibilità, rettitudine

Dimostrava intolleranza per ogni doppiezza e persino per le restrizioni mentali. Parlando di queste diceva: ‘Non va bene. E’ un difetto delle comunità. Voglio in comunità spirito lindo netto chiaro; il vostro parlare sia come dice il Vangelo: Sì, sì, no, no… La spia non la voglio; non ho mai interrogato uno per sapere di un altro’”

Questa testimonianza basta ad illuminare un atteggiamento personale che si rivela sostanziale per qualsiasi processo pedagogico. La creazione di un rapporto di fiducia tra educatore e educando è basilare per realizzare un cammino educativo, ma essa non è pensabile senza il presupposto dell’affidabilità, dell’attendibilità e rettitudine.

Le persone che si affidavano all’Allamano (ed erano tante e diverse!) potevano contare su questa certezza: egli mai le avrebbe tradite, strumentalizzate, utilizzate in qualche modo, anche “a buon fine”. Egli era come roccia affidabile e sicura: pronto ad accogliere sempre, onesto e diretto nel confrontare e sfidare, scevro dalla ricerca di popolarità, plauso ed ammirazione, uomo di speranza e del nunc coepi contro ogni disfattismo, pessimismo o vittimismo rinunciatario.

  1. Energia e mitezza

E’ un altro binomio caratteristico dell’Allamano e dei suoi figli e figlie. Il nunc coepi ne è forse l’espressione più limpida. Ricominciare implica sia energia che mitezza/umiltà.

Chi non è sufficientemente energico, rimane a terra dopo una caduta. Ma rimane a terra anche chi non è sufficientemente umile da accettare le proprie ferite, eventualmente cercare qualche aiuto e rialzarsi per continuare il cammino.

Chi non è sufficientemente energico non accetta di assumersi responsabilità. Ma non le accetta nemmeno chi non è abbastanza mite /umile da caricarsi sulle spalle i propri (e spesso altrui) pesi.

Chi non è sufficientemente energico, rimane a terra dopo una caduta. Ma rimane a terra anche chi non è sufficientemente umile da accettare le proprie ferite, eventualmente cercare qualche aiuto e rialzarsi per continuare il cammino.

Chi non è sufficientemente energico non s’impegna nella collaborazione. Ma non vi si impegna nemmeno chi non è abbastanza mite / umile da accettare punti di vista differenti dai propri, da “perdere” qualche privilegio personale per fare spazio ad altri, da lasciare che altri gli insegnino qualcosa.

Chi non è sufficientemente energico non è intraprendente e creativo. Ma non lo è nemmeno chi non è abbastanza mite/umile da correre il rischio di sbagliare e fare “brutta figura”, di tirarsi addosso eventualmente la critica, la disapprovazione e l’incomprensione altrui.

E la lista potrebbe continuare.

Con Don Borio, l’Allamano lamentava:

“In casa nostra c’è più timore che amore, stanno lì come automi, senza iniziativa propria e con paura di parlare o fare per tema di sbagliare”

Non era questo lo stile che l’Allamano voleva, ma scioltezza, semplicità, schiettezza: “Sempre paternamente comprensivo delle debolezze che ognuno porta in sé, l’Allamano non sopportava l’apatia, l’indifferenza. Non vuole gente fiacca, lamentosa, apatica, mediocre”, forse perché sa bene che questi atteggiamenti sono tra i più deleteri alla crescita della persona e della comunità.

L’Istituto è una famiglia perché i vincoli che legano i membri non si esauriscono puramente in rapporti di “lavoro”, ma si fondano nella condivisione di un unico carisma, ed in ultima analisi nell’essere uno in Cristo.
  1. Spirito di famiglia

Che l’Allamano vedesse e sentisse l’istituto come famiglia, è fatto noto. Il clima familiare è una delle caratteristiche e premesse irrinunciabili del suo metodo formativo/educativo. Lo spirito di famiglia si materializza per lui nell’unione:

“formiamo un solo corpo morale e dovremmo avere tra noi l’unione che c’è tra le membra del corpo”; “ma unione fra tutti: uno per tutti e tutti per uno. Questo in una comunità è il più necessario. Dove non c’è questa unione è la rovina. Costi quel che costi, bisogna fare in modo che ci sia l’unione”

L’Allamano formava all’unione, alla collaborazione attiva e partecipe di tutti alla crescita verso il comune ideale. Tale collaborazione e unione richiede, ovviamente, una capacità sufficientemente matura di relazioni interpersonali vere che non si limita al “vogliamoci tutti bene” o all’esaltazione dello spirito di cameratismo, bensì si concretizza nella capacità di lavorare assieme in “unità d’intenti”, di condividere la vita. Credo che questo punto meriti una particolare considerazione, oggi. Proporre un’educazione improntata allo spirito di famiglia richiede un’approfondita riflessione sul significato che ad esso attribuiamo.

[…]formare allo e nello spirito di famiglia adulta implica per gli educatori una particolare sensibilità alla qualità delle relazioni e la consapevolezza che quello relazionale è il terreno in cui si gioca di fatto l’educazione: non si educa se non in relazione.
In primo luogo, nell’immaginario delle persone, il termine famiglia può evocare diverse esperienze, non sempre assimilabili e non sempre del tutto positive per la crescita. Chi ha qualche esperienza pedagogica sa bene quali conseguenze può avere sulle persone (e sul loro modo di relazionare) il vissuto di dinamiche familiari eccessivamente invischiate o, al contrario, segnate da disgregazione. Occorre chiarire allora, spesso attraverso cammini lunghi e pazienti con le persone che si accostano alle nostre congregazioni, che l’immagine di famiglia proposta dall’Istituto non si sovrappone e non deve sovrapporsi necessariamente all’immagine che la persona porta dentro.  L’Istituto è una famiglia perché i vincoli che legano i membri non si esauriscono puramente in rapporti di “lavoro”, ma si fondano nella condivisione di un unico carisma, ed in ultima analisi nell’essere uno in Cristo. Questo conferisce una qualità particolare ai rapporti fra i membri, che vivono un senso d’appartenenza carismatica. Tale tipo di familiarità sfida e confronta certi modelli familiari (accennati sopra negli estremi della famiglia invischiata e di quella disgregata) che gli individui possono portarsi dietro: la famiglia proposta è una famiglia di persone adulte e corresponsabili pur nella diversità di compiti e servizi, non da padri/madri e figli/figlie, né da nonni/e e nipoti, né da individui che in comune abbiano solo, o quasi, il domicilio.

In secondo luogo, formare allo e nello spirito di famiglia adulta implica per gli educatori una particolare sensibilità alla qualità delle relazioni e la consapevolezza che quello relazionale è il terreno in cui si gioca di fatto l’educazione: non si educa se non in relazione. Questo dovrebbe dirci qualcosa rispetto alla preparazione degli educatori a tutti i livelli: il sapere, anche il sapere teologico, si può imparare dai libri. La vita, a tutti i livelli, si sviluppa solo in una matrice relazionale.

Sr. Simona Brambilla, MC

Share