Vivaci, gioiosi, ricchi di energia

Suor Florence ci racconta come sono i giovani tanzaniani

Lavorando con i giovani della diocesi di Iringa, Tanzania, non si può fare a meno di constatare la forza delle parole di Papa Francesco contenute nel suo messaggio per la Giornata Mondiale Diocesana della Gioventù, laddove egli dice ai giovani che la Chiesa e la società hanno bisogno del loro coraggio, dei loro sogni e ideali. Per questo motivo la Chiesa cattolica del Tanzania considera i giovani come la Chiesa di oggi in processo di crescita e un segno di speranza per il futuro.

Attraverso il mio apostolato con i giovani, che consiste in un dare e ricevere scambievole e gioioso, posso testimoniare che il mondo dei giovani è pieno di sogni, di speranze, di rischi e di sfide ai quali solo la fede in Dio può dare la migliore risposta. Con questa consapevolezza, la Chiesa cattolica ha dato vita ad una organizzazione che si prende cura dei giovani nelle parrocchie, nelle scuole primarie e secondarie e nelle Università. A tutti questi livelli si può trovare del materiale adatto per l’insegnamento. Così, ad Iringa, noi stiamo lavorando come team nell’Ufficio diocesano per tutti gli studenti delle scuole secondarie e delle Università, dando priorità alla loro formazione umana e spirituale.

 

Incontriamo i giovani a scuola durante l’insegnamento della religione, durante le vacanze organizziamo incontri per loro e per il restante tempo essi sono coinvolti nei gruppi giovanili delle loro parrocchie. I giovani rispondono numerosi agli incontri organizzati per loro, con l’obiettivo di divenire ambasciatori di Cristo verso i loro coetanei. Oltre ad ascoltare conferenze su argomenti scelti molto accuratamente per loro, i giovani hanno un tempo in cui possono condividere la loro fede, così come loro la intendono.

Tutto ciò è molto interessante, perché i giovani fanno uso della Bibbia, citano il catechismo della Chiesa cattolica e, quando non raggiungono una risposta comune alle loro domande, interpellano i loro istruttori.

Una qualità che mi colpisce in loro è la pazienza. È davvero ammirevole il constatare come essi sanno attendere pazientemente quando qualcosa che desiderano non è disponibile al momento. In particolare quando il cibo non è pronto, essi si affacciano alla cucina per dire “pole”, cioè “mi dispiace che accada questo”. Questa bella attitudine è comune e molto presente in loro anche in altre circostanze.

Un’altra bella caratteristica è la generosità di quelli che tra di loro sono più abbienti, i quali percepiscono come una chiamata quella di aiutare i loro compagni che possiedono di meno.

In una scuola secondaria femminile, le ragazze si misero d’accordo con i proprietari del piccolo bar-ristorante, perché vendessero alle loro compagne più povere gli alimenti ad un prezzo abbordabile. I proprietari accettarono, vedendo il buon cuore e l’interessamento delle giovani per le loro compagne più bisognose.

I nostri giovani sono inoltre i primi a promuovere vocazioni religiose a scuola e sul lavoro. A questo scopo formano dei gruppi vocazionali, dove si prega per tutti i religiosi e, in particolare, si incoraggiano i giovani a fare questa scelta di vita.

I giovani incontrano, anche, sul loro cammino varie sfide. Quella più grande è l’instabilità dovuta alle molte attrazioni che il mondo della globalizzazione offre loro, per cui perdono molto del loro tempo dedicandosi a internet, ai vari chatting e radunandosi in club. Quelli che abitano nei villaggi invece si danno all’alcool, facendo divenire la Chiesa la seconda opzione.

I media influenzano molto i giovani nel loro modo di vestire ed in altre abitudini che non coincidono con la loro cultura, cosicché quando si ricordano loro i valori della fede, della morale, delle virtù cristiane e quelle della loro stessa cultura, alcuni non si lasciano convincere, temendo di essere considerati un po’ arretrati rispetto alle mode vigenti.

Riguardo la liturgia, essi pongono molta energia e interessamento nel cercare di introdurre i loro riti tradizionali in essa, ma ciò va a volte a scapito della serietà della liturgia stessa o è frutto di ignoranza. Ci sono altre credenze che interferiscono con la vita dei giovani e, per timore di andare contro le loro tradizioni culturali, essi finiscono per esserne condizionati. Alcuni sanno ciò che è giusto e ciò che invece è sbagliato, ma restano influenzati da credenze locali come stregonerie, maledizioni e rituali che non sono secondo la fede cristiana. Pochi di loro hanno il coraggio di trascurare queste credenze e affrontare le sfide della fede cristiana.

Un altro motivo di frustrazione per i giovani è la difficoltà, per alcuni, di non poter pagare le rette scolastiche oppure di non trovare un lavoro, al termine dei loro studi. Questo li tiene lontani dalla vita di società e anche dalla partecipazione a gruppi di giovani della loro età.

Per concludere, voglio sottolineare che i giovani tanzaniani sono generalmente vivaci, felici, con energie positive che fanno amare loro le danze e i canti ogni volta che si raggruppano tra di loro. Non importa il numero, la loro presenza si fa sempre sentire. È molto incoraggiante e motivante trovarsi insieme a loro. Essi irradiano pace e speranza per la Chiesa di domani. In questo mondo tecnologico, pur non possedendo gli strumenti moderni più sofisticati, i giovani non indietreggiano nel tentativo di costruire una società migliore e di crescere nella loro fede.

La mia presenza di consolazione in mezzo a loro costituisce per me una grande gioia, soprattutto nello scoprire le loro capacità e potenzialità, nel camminare con loro, volendo loro bene, ascoltando le loro esperienze di vita, prendendomi cura della loro formazione umana e spirituale, infondendo in essi una profonda confidenza in Dio.

sr Florence Wanjico Njagi, mc

questo articolo è stato pubblicato su Andare alle Genti

per maggiori informazioni o abbonamenti sulla rivista, clicca qui

 

Share

Quattro chiacchiere con… suor Florence

Suor Florence, missionaria della Consolata keniana che vive in Tanzania, ci racconta la sua esperienza con i giovani

Suor Florence, cosa significa per te essere una Missionaria della Consolata?

Secondo me, essere una Suora Missionaria è una testimonianza e un’ esperienza della consolazione di Cristo: vissuta in prima persona e condivisa con gli altri, anche con persone di diverse religioni, come musulmani, protestanti e altri. La nostra presenza e interazione con il popolo tanzaniano, a partire dalla sua ricca cultura, offre un altro aspetto della consolazione. Uno riconosce la bellezza di questo paese e della sua gente già solo dal linguaggio, colmo di parole gentili che non possono essere tradotte senza perdere il loro significato. Un esempio è la parola “pole”, che significa “mi dispiace”, ma profondamente. Non c’è differenza di religione, a tutti esce spontaneamente. Questa mia esperienza quotidiana rafforza il mio proprio carisma e riempie di gioia il mio essere missionaria tra questo popolo amato e sostenuto da Dio.

E come hai conosciuto le Missionarie della Consolata?

E’ interessante ritornare a circa 20 anni fa, e chiedermi perché ho scelto di essere una Suora Missionaria della Consolata. Nella mia parrocchia di origine non c’erano suore, e solo incontravo religiose nella scuola che frequentavo, ed erano salesiane di don Bosco. Da ragazza ho ascoltato da un padre missionario della Consolata che c’erano delle donne forti e coraggiose che proclamavano la Buona Notizia di Cristo a chi ancora non la conosceva e non l’aveva ricevuta. E aggiunse a noi ragazzi: il Cristo che avete ricevuto non deve rimanere solo per voi, è da condividere agli altri…  Nel mio profondo ho sentito la gioia di poter essere come queste donne che io non conoscevo… Ho iniziato a cercarle e fortunatamente ho incontrato nella mia scuola suor Jo Marie, la prima missionaria della Consolata che ho conosciuto. Le ho fatto tante domande e lei pazientemente mi ha risposto.   Poi ho partecipato a incontri e ritiri dove le sorelle condividevano il loro carisma e la loro missione, e mi sono sentita sempre più motivata a diventare una di loro.  Mi piaceva la loro spiritualità, che ci trasmettevno in un modo molto semplice durante i ritiri, ed ero attratta dal fatto che lavoravano con ogni tipo di persona: bambini, giovani, anziani…. Se dovessi scegliere oggi di essere una missionaria della Consolata, certamente ripeterei la stessa scelta!

In questo momento, che lavoro stai facendo in Tanzania?

Adesso sto lavorando con i giovani che appartengono al movimento dei Giovani Studenti Cattolici del Tanzania, nella diocesi di Iringa. E’ un gruppo che riunisce giovani delle Scuole Superiori che hanno come obiettivo di far entrare Cristo nella loro vita di studenti. Vedo in essi una Chiesa giovane che dà speranza alla Chiesa del futuro. Sono organizzati a tre livelli: come scuola, come gruppo di cinque o sei scuole, e come gruppo diocesano, dove si celebra l’Eucaristia e si fanno altre attività. Lavoriamo in un team, siamo due suore e un sacerdote a livello di Diocesi, in collaborazione  con gli animatori (insegnanti e parroci) e con gli studenti leaders nei tre livelli menzionati.

Come sono i giovani tanzaniani?

I giovani studenti hanno una grande capacità, molta energia e grande entusiasmo. Sono fortemente impressionata per la loro organizzazione, la loro generosità e buona volontà di apprendere e condividere la loro esperienza con Dio.

Non si preoccupano di esprimere i loro talenti e di usarli. Ho osservato anche la loro apertura a farsi aiutare per crescere e per riconoscere le loro potenzialità. Ogni sabato visitiamo circa 600 studenti! Questo team è composto da due o tre studenti leaders, un sacerdote e una suora. Ogni membro del team condivide un tema che aiuti a sviluppare certe capacità da leadership e incoraggi la scoperta dei propri talenti.

I giovani si confrontano anche su temi che riguardano la società e sul contributo che possono dare al suo sviluppo. Il tema del 2017 è la cura della Madre Terra. Si impegnano a creare consapevolezza tra i loro compagni con iniziative pratiche come piantare alberi, fiori, pulire le strade e la loro stessa scuola. L’uso responsabile dell’acqua e dell’elettricità, solo per ricordarne alcune.

Le sfide che si presentano nel lavoro con i giovani sono varie, per esempio il fatto che la loro energia e curiosità per imparare molte cose li spinge a cercare nei mezzi di comunicazione le risposte. Sappiamo che la teconologia è importante, ma vediamo che questi mezzi sono diventati i loro insegnanti,  e molto volte i giovani perdono il loro tempo in queste cose invece di impiegarlo per lo studio.

Abbiamo anche notato che la liturgia da molti non è capita, a causa dei loro genitori che – super impegnati, non li ha mai portati alla Chiesa e non ha loro insegnato niente circa la fede e la preghiera. Cerchiamo quindi di introdurli a questa dimensione ecclesiale.  Gli studenti sono vincolati alla cultura, anche se a volte non ne fanno caso: per esempio la paura di andare contro le decisioni degli adulti e è molto forte, anche se queste non sono corrette. Quante volte non vengono alla Messa semplicemente perché i genitori glielo hanno proibito, o li fanno lavorare la domenica. Preferiscono essere puniti nella scuola piuttosto di mettersi in discussione con gli adulti di casa.

Qual é la gioia più grande che ti ha dato la missione?

La missione di Cristo porta gioia e riempe di senso, quando scopriamo che Cristo è il centro di tutto quello che facciamo. Sono felice si stare con i giovani, ho sperimentato la presenza di Dio in mezzo a loro, soprattutto quando desiderano sapere sempre di più su di Lui. Mi colpisce vedere come gli studenti sentono di appartenere alla Chiesa e che loro stessi sono la Chiesa. Come i giovani diventano missionari nelle loro scuole: individuano compagni bisognosi e cercano di aiutarli ogni mese, in una scuola li ho visti prendersi cura di compagni ciechi e sordi… Tutti questi esempi sono semi di fede che possono rompere muri di indifferenza.

L’apostolato con i giovani mi ha aiutato a godere la bellezza, l’amore, la semplicità e la creatività. Con la frase: “Prega per me ed io prego per te” abbiamo creato un legame di fiducia in Dio e tra di noi, e ce lo ripetiamo in ogni occasione che ci incontriamo.

 

Share

I’m albino

La condizione degli albini in Tanzania è stata, negli ultimi anni, estremamente allarmante. Era il 2008 quando è iniziata la vera e propria “mattanza” e io ero in Tanzania. Dal nord, dalle regioni più povere al confine con il lago Vittoria, si diffuse la credenza messa in scena da guaritori locali, che l’avere un amuleto di pelle o di organi di albino potesse portare fortuna e benessere per tutta la vita. Purtroppo questa credenza si diffuse in tutto il Paese tanto da provocare aggressioni agli albini e ai villaggi dove questi vivevano. James mi racconta: “Ero in giro per le strade di Dar es Salaam, mi hanno bloccato in tre e hanno provato a tagliarmi un dito del piede, ho ancora la cicatrice… meno male è arrivata una donna che si è messa a gridare”. Inizialmente si pensava che i guaritori avessero convinto di tale credenza la popolazione più ingenua, ma in realtà sembra che non fosse solo una convinzione di minatori e pescatori: una giornalista tanzaniana, corrispondente della BBC, per un suo articolo sul presunto coinvolgimento di importanti uomini della politica e della società civile sulla questione, e sull’enorme costo degli amuleti, fu minacciata pesantemente.

Anticamente gli albini venivano discriminati in quanto bianchi, ma chi vive in Tanzania da più di qualche decennio, ha visto come gli albini sono integrati nella società. Si sposano non necessariamente tra di loro, anzi raramente. Hanno figli bellissimi. Se hanno la possibilità, studiano e lavorano ricoprendo anche posti importanti. Ma la loro pelle si scioglie come neve al sole. Devono coprirsi, cospargersi di creme specifiche che il più delle volte non hanno e il problema è che sono ancor più poveri degli altri. L’albinismo provoca la parziale o mancata pigmentazione di melanina nella pelle, nei capelli e negli occhi, sviluppa tumori alla pelle che li deforma e una fortissima miopia che li porta, negli anni, alla cecità. L’unico ospedale per la cura del cancro in Tanzania è l’“Ocean Road” a Dar es Salaam, qui troviamo una sede dell’Associazione Nazionale degli albini che si occupa di sostegno e sensibilizzazione. Il Tanzania è lo Stato con la più alta percentuale di albini rispetto agli altri Stati africani: dei quasi cinquanta milioni di abitanti, gli albini supererebbero i trecentomila. Negli ultimi anni la questione degli albini ammazzati e scuoiati è diventata un fenomeno di giornalismo di massa, creando tour di “reporter e giornalisti” che arrivano in Tanzania senza alcuna conoscenza della cultura e del popolo, con il solo fine di cercare, scovare e documentare la violenza sugli albini. Sono nate migliaia di associazioni in ogni parte del mondo che raccolgono fondi per aiutare gli albini. Ma noi giornalisti abbiamo il dovere di raccontare anche quanti passi sono stati fatti dal Governo, dall’Associazione tanzaniana degli albini e dalla società civile dal 2008, per superare e fermare questo dramma: dalla sensibilizzazione nelle scuole e nei villaggi per smentire queste credenze all’aiuto medico-sanitario e alla solidarietà gratuita e straordinaria di cui solo i Tanzaniani sono capaci tra di loro e con il prossimo. Il mio reportage “I’m Albino” è nato per raccontare anche questo: come nonostante tutto gli albini rispondessero con un sorriso sperando in un futuro migliore perché in quanto Tanzaniani conoscevano la loro gente. Purtroppo ci sono ancora casi di aggressione ad albini, come ci sono casi di violenza sulle donne in Europa ogni giorno. Gli albini, grazie al grande aiuto delle migliaia di associazioni “salva-albini”, nascono e crescono amati dalle famiglie e vivono sereni, compatibilmente con la povertà della propria realtà.

Ho conosciuto Mariamu, una bellissima bambina albina di dodici anni, attraverso Erick, il mio amico responsabile degli albini dell’Udzungwa (nel sud del Tanzania). Mariamu, abbandonata alla nascita dalla madre, vive con la nonna che ha un grave tumore alla tiroide, sulle montagne di Ilamba. Sono andata nel suo villaggio con suor Ida Luisa Costamagna, Missionaria della Consolata ed Erik che voleva che conoscessimo la sua storia per aiutarla. Una timidezza e una dolcezza disarmanti. Due occhi curiosi e spaventati mi fissavano dal buco di una kanga (telo di cotone) con la quale si copriva il viso. È stato amore a prima vista. Ci sono våoluti mesi prima di arrivare a un sorriso liberatorio, spontaneo, e farle superare la rigida educazione tanzaniana quando si è in presenza di un adulto. Non aveva paura di noi, ma della nostra diversità ed era intimidita, come qualsiasi altro bambino. Mariamu è una bambina serena che come i suoi coetanei va a scuola, gioca e divide tutto con i suoi cugini e amici. Non mi chiede e non mi ha mai chiesto nulla, né lei, né sua nonna. Non mi racconta della sua quotidianità perché per lei è una cosa normale, come considera normale i bulli che ogni tanto la prendono in giro, perché lo fanno con tutte le bambine, mi dice.

L’anno scorso ero a Ilamba, da due settimane. La stagione delle piogge era arrivata dritta sparata senza sconti e senza pause. Mi svegliavo sotto secchiate d’acqua e andavo a letto sotto le stesse secchiate. La strada era una poltiglia di fango e si scivolava come su una lastra di sapone. A stento ero riuscita ad arrivare alla scuola materna delle suore per salutare i bambini che ormai mi conoscono da anni ma, nonostante volessi andare al villaggio vicino per salutare Mariamu, era impossibile. Un pomeriggio suor Ida mi telefona dicendomi di andare a casa loro. Arrivo armata di ombrello e k-way contro la pioggia e mi trovo davanti al sorriso di Mariamu, in una pozzanghera d’acqua, tanto era inzuppata. Aveva saputo che ero tornata ed era venuta a salutarmi. Inevitabilmente dopo un mega abbraccio l’ho inondata di domande: se avesse bisogno di qualcosa, se stava bene… e lei mi ha risposto che voleva solo salutarmi e sapere come stavo!

Romina Remigio

questo articolo è stato pubblicato sulla rivista Andare alle Genti

per maggiori informazioni o abbonamenti, clicca qui

Share

Una Stella per i giovani

tz_zita2pic

Il Centro ”Stella del Mattino” (Nyota ya asubuhi) accoglie giovani , ragazzi e ragazze dai 15 ai 25 anni , che nella loro breve vita hanno gia’ vissuto esperienze dolorose che hanno segnato la loro giovane personalita’ ancora in formazione. Le giornate scorrono tra lavoro e studio. Sono sereni, perche’ qui sentono di essere amati: sanno che li abbiamo accolti  per dare loro una formazione solida e un’educazione scolastico/professionale che li possa rendere fra qualche anno capaci di uscire dal circolo di grande poverta’ in cui sono nati e cresciuti.

Ci sono momenti però in cui le sofferenze passate riaffiorano  e questi giovani, una volta acquistata confidenza in noi Suore ed Insegnanti, sentono il bisogno di dare sfogo al loro profondo dolore circa le esperienze vissute, ai loro dubbi circa il futuro…..

tz_zita6Qualche giorno fa Andrea  è entrato in ufficio con un po’ di titubanza per parlarmi del problema di un suo compagno… ma, trovata l’atmosfera adatta ha cominciato a raccontarmi la sua storia. E’ nato in una famiglia abbastanza benestante e i primissimi anni della sua fanciullezza sono trascorsi nella pace. Il padre aveva un lavoro ben retribuito., la mamma coltivava i campi. Erano 4 fratelli di cui lui e’ il maggiore. Putroppo questa situazione ha cominciato a cambiare quando il padre si e’ lasciato coinvolgere da un compagno di lavoro in un affare losco, si e’ dato all’alcool e alle donne. Tornava a casa solo piu’ per portare qualche soldo per i figli… Un giorno il datore di lavoro scopri’ di essere stato derubato da lui e i suoi compagni; lo porto’ in un luogo di stregoneria ed egli ritorno’ a casa irriconoscibile. Andrea  piange quando spiega lo shock che ha avuto nel vedere suo padre cosi’ cambiato: urlava, batteva sua mamma e  suoi fratelli. Lui, piu’ grande scappo’ dalla paura e ando’ dalla nonna.  Il padre afferro’ il figlio piu’ piccolo, di circa 5 anni, lo batte’  e lo trascino’ nel bosco. Camminarono per lunghe ore. Il padre sempre piu’ furioso entro’ in una casa di un villaggio lontano: comincio’ ad imprecare dicendo  che voleva le sue mucche e capre… Gli abitanti della casa spaventati presero bastoni per difendersi e lo malmenarono fino a rompergli le gambe. Poi lo lasciarono nel bosco. Il bambino vago’ per un po’, e poi cadde sfinito nel bosco lontano dal padre.

tz_zita5Qualche passante  riconobbe il padre e porto’ la notizia alla famiglia che lo venne a prendere e riportare a casa. Quando lo videro, la mamma e i fratelli disperati gli chiesero dove  aveva lasciato il piccolo. Egli, ritornato in se’, indico’il luogo. Andrea  e la mamma si misero di corsa in cerca del piccolo…

A questo punto del racconto Andrea fa grande fatica a continuare: e’ sopraffatto dal dolore… descrive suo fratellino con tanto amore: era bello, sano, allegro e intelligente….Lo abbiamo trovato rovesciato a terra, morto … le formiche nere (viaggiatrici) ne avevano divorato l’intestino.

Andrea  dice con forza: “sista, quel giorno  ho cominciato a odiare mio padre: per me lui era solo piu’ un animale della terra, di quelli che mangiano animali sotto terra….La mamma ha dovuto vendere tutti i  nostri beni per pagare i debiti di mio padre. Siamo rimasti perfino senza casa…. Mi sono ammalato e mi hanno portato nell’ospedale della citta’. Li’ il Signore mi aspettava per salvarmi. Una missionaria della Consolata che visitava gli ammalati mi ha visto in pericolo di  morte e mi ha battezzato….Io sono sicuro che la GRAZIA di Gesu’ mi ha conquistato…tornato a casa ho cominiciato a pregare e…pian piano ho trovato la forza di perdonare mio padre e di insegnarli la Parola di Dio….Poi dopo alcuni anni, finite le elementari desideravo tanto proseguire gli studi ma mia madre,  molto ammalata,  non poteva pagare le spese. Sono andato in citta’ a cercare  lavoro e qui un’altra missionaria della Consolata e’ stato lo strumento di Dio per darmi consolazione e speranza. Ella mi ha offerto di venire in questo Centro dove oggi godo perche’ qui c’e’ pace, bonta’, lo studio mi apre un mondo che non conoscevo…Ho anche la possibilita’ di aiutare con la preghiera e il consiglio i miei compagni provati come me da esperienze tristi…”.

tz_zita4Nel Centro Andrea  e’ davvero una presenza buona, positiva e anche coraggiosa. E’ forte con i compagni che non fanno bene, li accompagna e se vede che le fanno troppo grosse ce li indica perche’ noi possiamo prendere i provvedimenti necessari per aiutarli a cambiare. Ne ha gia’salvati alcuni da comportamenti che avrebbero potuto portare serie conseguenze alla loro giovane vita.

Mi dice anche che sovente pensa con preoccupazione alla mamma, molto ammalata, che si trascina nel campo per coltivare un po’ di granoturco e verdure per tirare avanti e nutrire il padre  disabile e i due figli che frequentano ancora la scuola. Andrea, quando trova un po’ di tempo libero dagli impegni del Centro, coltiva un campicello e ne vende il raccolto per pagare le spese di studio del fratello che frequenta le secondarie.

suor Zita Amalia, MC

Share

Misericordia verso tutti

tz

L’autrice dell’articolo, già missionaria in Somalia, si trova da vari anni in Tanzania, dove ha svolto per lungo tempo la sua missione come infermiera. Attualmente non esercita più la sua professione, ma è ugualmente vicina a chi è nel bisogno, particolarmente ai malati, andando a visitarli in ospedale ogni giorno.

L’umanità di oggi è in gran parte poverissima di amore, di un amore vero che si dona e cerca il bene del fratello, si china su di lui e lo consola. Credo che ciascuno di noi, sul proprio cammino di ogni giorno, abbia incontrato più di un fratello o una sorella bisognosi di consolazione. Allora è necessario fermarsi, ascoltare senza fretta ciò che questa persona ti dice. A volte si tratta di una o più ferite profonde che richiedono tempo e pazienza per guarire, ma in ogni caso si percepisce viva la presenza misericordiosa del buon Dio che si china sulla sua creatura, la consola e la guarisce.

TZ-misericordiaDa parte mia, ogni giorno, coadiuvata da alcuni laici, vado a far visita ai malati dell’Ospedale governativo di Iringa, ove scopro in ciascuno di loro una fede semplice e viva, che aiuta queste care persone ad accettare e vivere con grande serenità la loro sofferenza.

Appena entro, passo subito nei reparti, saluto i malati ad uno ad uno, leggo un breve versetto della Parola di Dio, concludendo con una preghiera. Fra di loro vi sono: seguaci delle religioni tradizionali, musulmani e cristiani di diverse denominazioni, ma, ad eccezione di qualche caso sporadico, tutti ringraziano e mi dicono: “Torna ancora sister!”.

Se vi è qualche ammalato povero e bisognoso cerco di aiutarlo, procurandogli soprattutto cibo, medicinali e un po’ di denaro per i viaggi. Sovente la malattia è un’occasione per il ritorno a Dio o per completare un cammino di fede, già intrapreso. A volte assisto a casi davvero commoventi, come quello di Zaveria, una cara nonnina, la quale qualche giorno fa mi ha espresso il desiderio di essere battezzata. La sua malattia non era per nulla grave e avrebbe potuto attendere anche il giorno dopo, ma, visto che era preparata, ho voluto accontentarla e le ho detto: “Bene, Zaveria, ti battezzo adesso”.

TZ-misericordia2Dopo che le ebbi amministrato il Battesimo, abbiamo fatto una breve preghiera insieme e la nonnina era raggiante. Il giorno seguente sono andata nel reparto dove era ricoverata ed ho subito notato che il suo letto era vuoto. Le malate vicine, vista la mia sorpresa, mi hanno detto: “Sister, Zaveria ci ha lasciato; non ce lo saremmo aspettato, perché non era grave e neanche tanto anziana, ma il Signore l’attendeva qui per colmarla della sua Grazia e portarla con sé in Paradiso”. Sempre aiutata da alcuni laici, offro il mio servizio anche fra i carcerati, condividendo con loro la Parola di Dio, portatrice di speranza e consolazione e capace di toccare il cuore di questi nostri fratelli fino a farli tornare sulla “retta via”. Anche questi nostri fratelli e sorelle, cerco di aiutarli con medicine e buon vitto ogni volta che ne hanno bisogno, facendo sì che il tempo trascorso in carcere dia loro la possibilità di migliorare le loro condizioni di vita al loro rientro nella società. Per questo motivo ho dato inizio anche ad una scuola di alfabetizzazione e di cucito, nella certezza che queste semplici attività saranno loro di aiuto per essere, in futuro, in grado di autosostenersi. Sempre ringrazio il buon Dio per la sua bontà infinita verso ogni sua creatura e sono molto grata a tutti coloro che con la preghiera e i loro sacrifici fanno sì che tante persone riprendano a sorridere e a sperare nella vita.

suor Stefanella Zavattaro, MC

Questo articolo è stato pubblicato sulla rivista “Andare alle Genti

Per maggiori informazioni sulla rivista, clicca qui

Share

I nostri Santi nella formazione dei giovani tanzaniani

tz_02

I nostri Santi entrano nella vita dei giovani, e la trasformano.  

La nostra missione di Ilamba sorge in una regione povera del Tanzania, dove centinaia di giovani, terminate le Scuole elementari  non trovano sbocco alle scuola secondaria, data la poverta’ di mezzi. Anche l’evangelizzazione di questa zona e’ ancora debole: molti cristiani battezzati ricorrono ancora alle pratiche di stregoneria per ottenere guarigioni del corpo,  soluzioni a problemi familiari e  aiuto finanziario. La vita sacramentale  e’ debolissima  anche a causa della grande scarsita’  di sacerdoti nella zona.

Noi, Missionarie della Consolata, da circa 16 anni abbiamo aperto questa missione per dare una risposta a queste due esigenze. Gestiamo un  Centro-Scuola  dove accogliamo circa 250 giovani dai 15 ai 20 anni. Il nostro scopo e’ duplice: dare loro una formazione umano-cristiana e l’Istruzione secondaria – professionale.

tz_03
giovani con il Beato Giuseppe Allamano

La maggioranza di loro vive nel Centro. Il processo formativo si avvale di brevi momenti di preghiera giornaliera al mattino e alla sera, durante I quali si legge la Parola di Dio. Ci si sofferma sul messaggio principale che conduce ad un proposito per la giornata, e alla sera, ad un momento di esame sulla giornata scorsa. Quotidianamente  recitano l’invocazione alla SS. Consolata e la preghiera per ottenere l’intercessione di padre Fondatore. Vi sono inoltre 2 ore settimanali di formazione alla conoscenza di se’, e circa le sfide dell’eta’ giovanile, insegnamenti del nostro beato Fondatore, della Beata Sr. Irene,  detti di altri santi,  ecc. Questa formazione  viene offerta loro da noi missionarie, con la collaborazione di insegnanti laici impegnati nella vita cristiana, di cui alcuni sono Laici missionari della Consolata Tanzaniani.

Voglio condividere la mia esperienza circa l’influenza che la conoscenza e l’intercessione dei nostri Santi hanno sulla formazione dei nostri giovani.

Durante l’anno le occasioni per momenti di particolari celebrazioni sono molte e le cogliamo con molto impegno per presentare ai giovani  figure signifcative della storia della Chiesa missionaria e soprattutto dei “nostri Santi” .

In Africa le celebrazioni di novene e feste sono sempre all’insegna del canto, della danza, della poesia e delle rappresentazioni. Il nostro popolo infatti ha un dono speciale per tradurre quello che impara, in manifestazioni di gioia e di sapienza. Dopo anni di esperienza di vita con loro non mi stanco mai di meravigliarmi sul come sappiano afferrare  i vari aspetti della vita e santita’ di un santo o di una particolare persona e descriverla attraverso rappresentazioni molto belle e significative.

Una di quelle che mi colpisce maggiormente e‘ la celebrazione delle feste del nostro beato Giuseppe Allamano.

tz_01
con la Beata Irene Stefani

Ogni anno preparano una rappresentazione molto bella: padre Fondatore, che loro chiamano: Baba Allamano, e’ rappresentato da un ragazzino calmo, sereno, dall’aspetto pensieroso, scelto da loro quasi avessero conosciuto l’ Allamano.

Padre Fondatore si incontra con I suoi primi missionari : Padri, Fratelli coadiutori e Suore, vestiti ciascuno con la divisa missionaria.

Padre  parla loro della gioia di poterli inviare in Africa ad evangelizzare, consolare, fare felice la gente,  a costruire, a curare gli ammalati, ad assistere le donne e mamme. Raccomanda loro di pregare, di essere buoni e pazienti.

Poi gli  attori  gli si avvicinano ad uno ad uno, a Padre Fondatore, si inginocchiano  ed egli consegna loro il crocifisso e li benedice.

Nella rappresentazione di quest’anno, ad ogni bozzetto hanno cantato canti diversi, tutti incentrati sulla personalita’ e la spiritualita’ dell’Allamano e tutti composti da loro nelle parole e nella musica, aiutati da un insegnante, anch’egli un ex-giovane del Centro.

Dopo la scena del mandato del Fondatore ai suoi missionari, segue la scena dell’inizio dell’ apostolato in Africa.

In un angolo del palco ci sono 2 suore che accolgono le mamme con i bimbi ammalati, in un altro i Fratelli Coadiutori che insegnano un mestiere agli africani, in un altro un Padre  che confessa…..

Le parti che i giovani svolgono sono state scritte da loro e rivelano come la personalita’ dell’Allamano, presentata loro durante la formazione,  li abbia colpiti e cosi’ la bellezza del suo carisma.

tz_04Nella nostra missione gestiamo anche una Scuola materna e anche i piccoli recitano queste parti durante le feste. Nel 2015 abbiamo avuto le celebrazioni della beatificazione dei Sr. Irene Stefani. Guidati dalle loro insegnanti, fecero  rappresentazioni molto belle: una piccola di 4 anni,  vestita da sr. Irene va a visitare gli ammalati con la sua borsetta del pronto soccorso. Ad ogni incontro, dopo aver dato la medicina, in risposta al grazie dell’ammalato, dice: Tutto per Gesu’.

Oltre ai momenti celebrativi c’e’ l’approccio singolo con i giovani quando emergono problemi famigliari, personali e di salute, e  la tentazione e’ ancora quella di cercare vie non cristiane per trovare soluzioni. Parecchie volte ci mettiamo insieme a pregare  per ottenere l’aiuto della SS. Consolata, del Beato Allamano, e della Beata Sr. Irene.  Ho notato molte volte che la serenita’ ritorna. Alcuni giovani vengono a chiedere l’immaginetta e la medaglietta del Fondatore e della Consolata e poi le intronano sul letto nel dormitorio comune.

Sono piccole esperienze ma cosi’ vive che ci danno speranza: questi nostri santi che hanno tanto amato gli africani,  avranno senz’altro una bella influenza sulla vita cristiana dei nostri giovani.

Sr Zita Amanzia Danzero, mc

 

Share

Tanzania è la mia casa

Quando la missione è trovare la propria casa

gabriellina

Suor Gabriellina Morselli è una missionaria doc che ha raggiunto il notevole record di 60 anni di missione in Tanzania. Nell’estate 2015 è venuta in Italia per un breve periodo di riposo. Dopo aver trascorso alcuni giorni con i suoi familiari, godendo in modo particolare della presenza delle sue due sorelle, non ha esitato a ritornare nella sua amata missione alla “fresca” età di 93 anni. Grazie, suor Gabriellina, del tuo straordinario esempio!

 

Ringrazio il Signore e le mie superiore che mi hanno dato la possibilità, l’anno scorso, di potermi incontrare ancora una volta con le mie tre sorelle, e di stare un po’ assieme anche con mio nipote vedovo e suo figlio.

La nostra sorella Salesiana, la più anziana di noi tre, compirà prossimamente 95 anni e la più giovane è vedova da tanti anni e malata di cuore. Il poterci incontrare ancora una volta è stata una gioia grande per tutte noi.

In Tanzania ho lavorato per 20 anni in un dispensario della diocesi di Iringa, dove gli ammalati erano molto numerosi e venivano a piedi anche da molto lontano con febbroni che mi facevano pena e mi sentivo stringere il cuore al vederli in quello stato. Quanto godevo poi quando li vedevo ripartire che stavano meglio, anche se non ancora guariti del tutto! In seguito sono stata sostituita al dispensario e trasferita a Tosamaganga come superiora e infermiera. La comunità era composta da sorelle anziane e ammalate, da sorelle insegnanti e da altre impegnate in varie attività. In seguito per 7 anni ho sostituito qua e là in varie missioni: Dar Es Salaam, Kilimahewa, Nyabula. Infine sono stata trasferita a Mafinga nel Seminario dei Missionari della Consolata, dove sono rimasta per 18 anni assieme a suor Isabel Guaycochea. Lei insegnava nel seminario e io curavo i giovani  che si ammalavano.

Nella zona attorno al seminario moriva tanta gente di AIDS e tante nonne rimanevano sole con i nipotini orfani e spesso anche denutriti. Questa sofferenza non mi lasciò indifferente e così iniziai ad occuparmi di questi bambini, procurando loro, con l’aiuto di tanti benefattori, cibo, vestiti, medicine, e a mandarli a scuola dalla materna fino alle superiori, frequentando anche scuole professionali. Era una vera gioia per me il vederli crescere felici e buoni! A dicembre dello scorso anno uno di loro, Giovanni Longo, ha ricevuto il diaconato e nel corso di quest’anno sarà ordinato sacerdote. Altri si sono laureati o hanno trovato una professione e un lavoro dignitoso che permette loro di essere indipendenti.

gabriellina2Il Tanzania per me è sempre stato un Paese pacifico, e la gente molto accogliente e rispettosa, capace di condividere, pur nella povertà, con chi è nel bisogno, specialmente all’interno della famiglia allargata.

Ho trascorso 60 anni in questo Paese; con questo popolo mi sono sentita sempre a casa e sempre felice di ritornare tra loro dopo la mia vacanza in patria.

Di tutto ringrazio il Signore. L’anno scorso, dopo la vacanza, non desideravo altro che ritornare alla mia missione, rivedere la mia gente, i bambini e i giovani che hanno ancora da terminare gli studi ed anche i bambini di strada. Per questi ultimi abbiamo avviato un progetto, insieme a suor Elvina Antonaci, la quale con tanta bontà e pazienza cerca di dare loro una formazione, tenerli lontani dai pericoli della strada e invogliarli ad andare a scuola.

Sono ritornata alla missione con tanta gioia. Mio grande desiderio era di tornare in Tanzania, dalle mie sorelle, nella mia comunità e continuare a fare la volontà di Dio.

La mia vita è consacrata alla missione e sono felice di trovarmi ancora in terra di missione, dove cerco di aiutare le persone più bisognose con la preghiera e stando loro vicina con tanto amore. Ringrazio anche i tanti benefattori che continuano a sostenermi nelle opere che porto avanti a favore dei più poveri.

suor Gabriellina Morselli, mc

Share