L’ECO UMANO DELLO SPIRITO

Vorremmo iniziare questo nuovo sessennio tornando all’icona della Visitazione, da cui tutto è partito, per gustarne il dinamismo missionario e riassaporarne la valenza carismatica, oggi.

Le Suore Missionarie della Consolata hanno celebrato il loro XI Capitolo generale in maggio-giugno 2017. Rileggendo il sessennio appena concluso e guardando al nuovo sessennio che si apre, Suor Simona Brambilla, Superiora generale, rivisita l’icona evangelica della Visitazione.

Due donne, Maria e Elisabetta, sono state le nostre sapienti guide lungo il sessennio appena conclusosi, dal X Capitolo generale del maggio 2011 all’XI Capitolo generale del maggio 2017. Esse ci hanno accompagnato in un percorso di rivisitazione delle radici della preziosa vigna che è l’Istituto, al fine di promuoverne la crescita e la fecondità, in vista della qualità delle uve pregiate, stillanti il buon vino della Consolazione per tutti i popoli e in modo specifico per coloro che non conoscono il Cristo. Davvero il Buon Vignaiolo si è fatto presente, curando la Sua vigna con tenerezza e sollecitudine; la vite ha fremuto di commozione accogliendo le attenzioni di Colui/Colei che quando passa sussurra nella brezza leggera Parole che arrivano al cuore e lo risvegliano, lo rinvigoriscono, lo fanno sussultare. Vorremmo iniziare questo nuovo sessennio tornando all’icona della Visitazione, da cui tutto è partito, per gustarne il dinamismo missionario e riassaporarne la valenza carismatica, oggi.

«In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta.  Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: “Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto”.

Allora Maria disse: 

“L’anima mia magnifica il Signore

e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,

perché ha guardato l’umiltà della sua serva.

D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.

Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente

e Santo è il suo nome;

di generazione in generazione la sua misericordia

per quelli che lo temono.

Ha spiegato la potenza del suo braccio,

ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;

ha rovesciato i potenti dai troni,

ha innalzato gli umili;

ha ricolmato di beni gli affamati,

ha rimandato i ricchi a mani vuote.

Ha soccorso Israele, suo servo,

ricordandosi della sua misericordia,

come aveva detto ai nostri padri,

per Abramo e la sua discendenza, per sempre”.

Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua».

(Lc 1,39-56)

Maria ed Elisabetta sperimentano la gioia profondissima di un incontro che coinvolge non solo le due donne, ma anche i figli della promessa, frutto delle loro viscere e di una Parola che, discesa dal Cielo si incarna, in modi del tutto diversi, nel tessuto umano di vite ordinarie segnate e trasfigurate dalla straordinarietà dell’avvento del Signore.

Il primo effetto della maternità di Maria è dunque il muoversi, l’andare, l’uscire da Nazaret per condividere la Gioia.

Maria si alza e va: divenuta sposa e madre, sospinta dallo Spirito che la riempie di Sé, Maria non trattiene la gioia, la consolazione! Adombrata da Dio, avvolta dalla sua tenerezza, eccola correre verso Elisabetta per condividere con lei l’Ombra benefica che la protegge, l’Abbraccio caldo che la sostiene, la Nube luminosa in cui è immersa. Sì, Maria stende il suo manto, la sua capulana, la sua kanga, il suo kitenge, dal suo aguayo, il suo sarong1 su sua sorella, moltiplicando la gioia, la pace, la shalom!

Il primo effetto della maternità di Maria è dunque il muoversi, l’andare, l’uscire da Nazaret per condividere la Gioia.

Arrivata alla casa di Elisabetta, vi entra. Che bello questo primissimo passo di avvicinamento all’altra! Maria, colma di Gioia, entra nella casa dell’altra, nel suo mondo, nella sua vita, bussando delicatamente alla porta e attendendo il permesso per accedere. Entra, Maria, non chiama fuori Elisabetta ma entra in casa sua e vi rimane, divenendo parte della famiglia, lasciando che le consuetudini, il linguaggio, le tradizioni, i sapori, i colori, gli aromi, i segreti di Elisabetta e Zaccaria penetrino nel suo animo, arricchiscano il suo bagaglio interiore mentre lei condivide la Pienezza! Sì, perché la Gioia che la riempie non esclude nessuno e non vanta autosufficienza, anzi, dilata il cuore di Maria agli spazi infiniti dell’accoglienza di Dio, alla Sua umile e appassionata sete dell’altro!

Shalom! È la prima parola che Maria pronuncia. Semplice, densissimo e sconvolgente, shalom è l’annuncio che fa sussultare la creatura nel grembo di Elisabetta, e non solo. Con Giovanni sussulta ogni germe di vita nel cosmo, abbandonandosi all’ebbrezza della danza, trascinato dalla melodia che fluisce dal nucleo densissimo di quella parola: Shalom! «Il Verbo immenso che distende i cieli, a cui le stelle rispondono per nome e regge nella mano l’Universo»2 si lascia mediare dalla voce dolce e cristallina della Madre: Il saluto di Maria è somma benedizione, balsamo di vita, risveglio del desiderio assopito, consolazione per ogni cuore, invito alla danza della comunione!

La Pienezza è inarrestabile, la Gioia è contagiosa, lo Spirito è incontenibile: Elisabetta, travolta dall’esperienza del sussulto, diviene – lei pure – voce. Voce benedicente, voce della benedizione che tutto il creato eleva alla Madre e al Creatore che in Lei ama racchiudersi, accoccolarsi, nascondersi, rivelarsi: Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! Il saluto di Maria innesca la polifonia benedicente del creato, riattiva in Elisabetta i canali attraverso cui tale polifonia scorre, prende carne e voce, si manifesta in parola e canto.

Elisabetta è l’eco umano dello Spirito, che ripete con voce di donna, sorella, madre, amica quanto Maria aveva sentito all’Annunciazione. Che bella questa reciprocità del dono!

In Elisabetta trova espressione lo stupore attonito dell’universo intero: A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Maria, uscita da Nazaret e entrata in casa di Elisabetta per condividere la Gioia, riceve da lei il dono del riconoscimento, della conferma. Elisabetta è l’eco umano dello Spirito, che ripete con voce di donna, sorella, madre, amica quanto Maria aveva sentito all’Annunciazione. Che bella questa reciprocità del dono! Annuncio suscita annuncio, gioia suscita gioia, vita suscita vita, in un interscambio fecondo, lietissimo, tutto umano e tutto divino!

E allora prorompe il Magnificat come canto di Maria per Dio ma anche come canto di Dio in Maria, perché il cuore divenuto dimora della Tenerezza non può fare altro che cantarLa. E allora, docile e ardente, il Verbo si lascia ancora una volta mediare dalla voce della Madre, il Soffio dal suo respiro, il Gemito inesprimibile dalla melodia: Magnificat! E allora, Maria diviene Porta di Misericordia, di Tenerezza, attraverso cui Dio consola la sua creatura con amore di madre.

L’icona della Visitazione si offre ancora a noi come icona missionaria e consolatina per eccellenza, che può felicemente accompagnare la nostra famiglia sui sentieri dell’ad gentes! Quanti elementi preziosi emergono e quanti ne emergerebbero ancora da una contemplazione più profonda di queste parole e immagini sacre!

Quanto Maria e Elisabetta hanno ancora da offrire a noi, Missionarie della Consolata, nel cammino di inesauribile scoperta della ricchezza del dono carismatico consegnato da Maria Consolata al Fondatore e in lui a ciascuna di noi!

Lasciamoci ancora guidare da loro, nella dinamica fecondissima e gioiosa dell’incontro, affinché questo sessennio possa essere occasione privilegiata di rinascita nei valori fondanti e di ritorno al Centro, quel Centro infuocato da cui tutto è cominciato e a cui tutto è chiamato a tornare, quel Centro densissimo che è comunione di Persone, vita che sempre sgorga e sempre rifluisce, quale Onda lieta, trasparentissima, incandescente, riconducendo tutto e tutti nel quieto mare del Suo stesso Amore!3 Amen!

sr. Simona Brambilla MC

1 La capulana, la kanga e il kitenge sono teli colorati usati soprattutto dalle donne in molte zone dell’Africa. Servono a… tutto! Come indumenti, come marsupio per portare il bimbo, come lenzuolo, come drappo, come tovaglia, come riparo dal sole e dal freddo, come fagotto in cui avvolgere le cose più svariate ecc. L’aguayo è un panno colorato che le donne indigene, soprattutto in Bolivia, Argentina e Perù, usano nei modi più svariati, similmente alla capulana. In varie zone dell’Asia e del Pacifico, ma anche del Corno d’Africa, il sarong riveste la stessa funzione.

2 Inno Mariano “Acqua di fonte cristallina”.

3 Cfr. Monastero Trappiste di Vitorchiano, Inno: “O Trinità Infinita”.

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Il primo assassino

Iniziare a diffidare di Dio porta a non riconoscere più il fratello come fratello.

I primi tre capitoli della Genesi presentano l’immagine dell’uomo così come è pensata dai saggi religiosi di Israele. In questa presentazione spesso si taglia fuori il quarto capitolo, che pure è come una conseguenza.

L’essere umano era nella piena comunione con Dio, ne ha diffidato e ha iniziato a diffidare innanzi tutto della donna, “osso delle mie ossa” che gli era accanto. Ma le conseguenze della sfiducia non finiscono lì, hanno portato alla frattura tra Dio e la natura (Gen 3,17) e conducono alla stessa sfiducia tra fratelli, che sfocerà nel primo omicidio. Iniziare a diffidare di Dio porta a non riconoscere più il fratello come fratello.

Ma quel capitolo, come spesso succede, è ancora più ricco e profondo di quanto non sembri.

Antefatto

L’Israele che scrive la Genesi è un popolo sedentario, che però continua a rimpiangere i tempi antichi in cui era pastore e nomade. Quindi, quando parla dei nomadi, pastori, raccoglitori e cacciatori, li guarda con una certa simpatia, mentre se pensa ai costruttori di città, artigiani e coltivatori, li sente più infidi.

Questo serve a dire che già nella presentazione dei personaggi, ci si aspetta che Caino sia il cattivo. La sensazione (sbagliata) che il racconto sia “ingenuo” come i vecchi western prosegue nei versetti 3-5: Dio “gradisce” l’offerta di Abele e non quella di Caino: perché?

Il lettore moderno si chiede perché Dio sia così ingiusto. Ma in realtà è una domanda che si fa anche il lettore antico, è un interrogativo che il narratore vuole che ci facciamo, per scomodarci, per costringerci a prendere posizione. Un po’ come, nel vangelo di Luca, la parabola del padre buono (o del figliol prodigo: Lc 15,11-32), dove è l’ultima parte a non finire, a dare fastidio e a essere il cuore della parabola: che cosa farà il fratello maggiore? È il lettore a doverlo decidere, e la parabola vuole proprio rivolgersi ai “fratelli maggiori” della chiesa, sicuramente buoni e a posto ma chiamati a porsi con Dio in un rapporto non di schiavitù.

In fondo, ancora una volta la colpa di Caino è in prima battuta di sfiducia: non si fida di Dio, non crede che l’attenzione di Dio per l’offerta di Abele possa unirsi a una simile (ma diversa) attenzione di Dio verso di lui.

Anche qui, la domanda passa al lettore, che in fondo si può identificare con Caino: perché Dio dovrebbe accettare un’offerta e non l’altra? Verrebbe addirittura da dire che è colpa di Dio se Caino ha ucciso Abele. A leggere in profondità, si può però notare quanto di questo capitolo sia giocato sui dialoghi. Solo un personaggio non parla, ed è Abele; e Dio parla solo a Caino. Insomma, il racconto pare dire che Dio privilegia l’offerta di qualcuno, ma ad un altro parla. I due fratelli sono diversi, ma non significa che Dio non abbia un rapporto particolare con ognuno di loro. Occorre coglierlo, al di là dei preconcetti (qui il preconcetto è che Dio si esprima solo in un rapporto liturgico, solo nel culto, nella preghiera. E magari è un preconcetto che abbiamo anche noi).

In fondo, ancora una volta la colpa di Caino è in prima battuta di sfiducia: non si fida di Dio, non crede che l’attenzione di Dio per l’offerta di Abele possa unirsi a una simile (ma diversa) attenzione di Dio verso di lui.

Avviso

Dio parla a Caino prima della colpa: “Perché sei abbattuto? Se ti comporti bene, rialzerai” (v. 7). Il testo non chiarisce se Caino rialzerebbe il volto (cioè si rallegrerebbe), o se stesso… o anche l’offerta, che si “innalzava” al cielo.

“Se non ti comporti bene, il peccato è alla tua porta come un robez in agguato”. Questa strana parola ebraica non significa soltanto “accovacciato”, anzi converrebbe pensare a un tarlo… è un “rosicchiatore” in agguato alla porta, è chi consuma, lavora, erode lasciando la sensazione di poter essere trascurato perché non opera danni travolgenti.

Il peccato non può essere eliminato. Resta come un tarlo alla porta, resta presente. Ma deve essere dominato, dall’alto verso il basso.

“Verso di te è il suo desiderio, ma tu dominalo”. Sono le stesse parole di Gen 3,16, dove il desiderio/passione era un bene, perché era teso verso un pari, verso un altro essere umano. Qui il desiderio/passione è di chi è inferiore all’uomo, diverso… e infatti questo deve essere dominato (come faceva l’uomo con la donna, ma là si trattava di un errore).

Il peccato non può essere eliminato. Resta come un tarlo alla porta, resta presente. Ma deve essere dominato, dall’alto verso il basso. Occorre esserne consapevoli e gestirlo. E Dio è lì a consigliare, a raccomandare. Non fa il lavoro al posto dell’uomo, ma neppure se ne sta alla finestra a guardare. È coinvolto, pur non agendo al posto dell’uomo.

Fatto

Anche Caino parla ad Abele (anzi, a “suo fratello” Abele: si insiste moltissimo sulla fratellanza). Ma la sua parola non è un appello di comunicazione, è invece un invito a seguirlo per porre termine per sempre alla comunicazione. Ha qualcosa del bacio traditore di Giuda: ciò che dice solitamente l’affetto, diceva lì il desiderio di morte.

“E nei campi si alzò Caino verso suo fratello Abele”. Caino aveva tentato di far salire l’offerta. Dio gli aveva detto che avrebbe potuto sollevarla se avesse sollevato il volto, o se stesso. Caino preferisce sollevarsi sì, ma contro il fratello. Sono sempre gli stessi elementi della vita giocati contro o a favore della vita stessa, della comunione con il fratello e quindi con Dio.

Sì, ogni fratello è custode del fratello. Tutto in questo brano dice non solo come vanno le cose, ma anche come invece dovrebbero andare.

Sembra quasi dirci che una vita buona o cattiva non sono qualcosa di radicalmente diverso: la vita è questa, giocata più o meno negli stessi elementi, ma disponendoli nell’ordine e nei rapporti giusti.

Conseguenze

Anche Dio riparla a Caino, con (sostanzialmente) la domanda che aveva già fatto ad Adamo: “Dove?” “Dove è tuo fratello?”. Non è una semplice richiesta di informazioni. È un appello alla responsabilità. E la risposta di Caino suona come una condanna: “Sono forse il custode di mio fratello?”. Sì, ogni fratello è custode del fratello. Tutto in questo brano dice non solo come vanno le cose, ma anche come invece dovrebbero andare.

“La voce del sangue di tuo fratello grida a me dalla terra” (v. 10): un altro appello, un’altra parola, anche se questa è muta. È una voce che non può più parlare. E questo suo mutismo è un appello e un’accusa.

Maledizione ma non rottura

Anche qui, come in Gen 3, c’è una maledizione come conseguenza del male. Ma è una maledizione ancora una volta sorprendente: è la terra (v. 11) a maledire Caino. Se in 3,17 Dio si separava dalla terra in conseguenza del peccato di Adamo, qui è l’uomo stesso, in conseguenza della propria colpa, a separarsi dalla terra. Non è una vera e propria maledizione dell’uomo: Dio non lo maledice. Dio non si separa dall’uomo, neanche dall’uomo assassino. È la terra a essere irrimediabilmente separata da Dio, se l’uomo non si riconcilierà con il proprio simile. La responsabilità umana nei confronti del creato diventa ancora più pesante. Se nell’immediato la conseguenza della frattura sembra ricadere su Caino (senza più radici nella terra, senza più frutti: v. 12; e forse per questo autore di una civiltà che la Genesi coglie come lontana dalla natura, dal bene: città v. 17, accampamenti v. 20, musicisti v. 21, forgiatori v. 22), più in profondità è un danno per la creazione. Responsabilità dell’uomo sarà di far rientrare ancora la creazione nell’armonia con Dio, vivendo nell’armonia con gli altri esseri umani.

Responsabilità dell’uomo sarà di far rientrare ancora la creazione nell’armonia con Dio, vivendo nell’armonia con gli altri esseri umani.

Di fronte al pessimismo di Caino (vv. 13-14), Dio ribadisce che anche la vita dell’assassino gli sta a cuore (v. 15). Non perché l’assassino sia buono, ma perché Dio è dalla parte della vita dell’uomo a prescindere. Disposto persino a separarsi in modo apparentemente definitivo dalla natura, per non dividersi dall’uomo.

Possiamo anche essere assassini fratricidi, ma Dio, pur senza giustificare o approvare il nostro gesto, non si separa da noi.

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L’ARTE DI STARE INSIEME

Ubuntu, un’espressione in lingua bantu che può essere tradotta come “benevolenza verso il prossimo”; una regola di vita, basata sulla compassione, il rispetto degli altri…

Una persona che viaggia attraverso il nostro Paese e si ferma in un villaggio, non ha bisogno di chiedere cibo o acqua: subito la gente le offre del cibo, la intrattiene. Ecco, questo è un aspetto di Ubuntu, ma ce ne sono altri. Ubuntu significa porsi la domanda: voglio aiutare la comunità, che mi sta intorno a migliorare? (Nelson Mandela)

Ubuntu, un’espressione in lingua bantu che può essere tradotta come “benevolenza verso il prossimo”; una regola di vita, basata sulla compassione, il rispetto degli altri, che esorta a sostenersi e ad aiutarsi reciprocamente, a prendere coscienza non solo dei propri diritti, ma anche dei propri doveri verso l’umanità intera, è desiderio di pace.

Ubuntu, è l’arte di stare insieme con i piedi per terra, lo sguardo verso il cielo, gli orizzonti, la visione e la prospettiva, il senso della vita, che ci fa sentire appartenenti al medesimo destino: stare semplicemente insieme in piedi, senza cedimenti né tentennamenti.

Scrive  Jean-Pierre Sourou Piessou:Per raggiungere in profondità le persone, noi stessi, gli spazi e il tempo, l’Ubuntu si serve della musica, dell’arte, della parola, della scrittura, del canto, del colore, del suono, ma anche del vento che soffia, dell’acqua che scorre, della terra che respira e della voce di coloro che sono senza voce. Grazie a Nelson Mandela, uomo delle intuizioni forti e delle ispirazioni profonde ho compreso che l’Ubuntu è un’energia naturale e vitale. Riesco a capire, soprattutto, il suo valore e la sua importanza nella vita e nell’esistenza di ogni persona e della natura, che la incarna nei diversi suoi aspetti”.

In campo politico, l’Ubuntu crea unione e condivisione, nel momento in cui si devono prendere decisioni delicate e importanti.

“Grazie a Nelson Mandela, uomo delle intuizioni forti e delle ispirazioni profonde ho compreso che l’Ubuntu è un’energia naturale e vitale.”

Nell’ambito giuridico, l’Ubuntu agisce diffondendo la fratellanza. Per esempio: dopo che un uomo ha ucciso un altro uomo, mentre l’assassino sconta la sua pena, la famiglia del colpevole instaura un legame con quella della vittima, per accordarsi e risarcire i danni.

Nella sfera religiosa, l’Ubuntu è il legame universale che unisce tutta l’umanità, attraverso l’uguaglianza e il rispetto degli antenati.

Nel settore economico, l’Ubuntu diventa progettazione che coinvolge molti volontari per sviluppare la solidarietà economica.

Nel sociale, l’Ubuntu riguarda le molteplici relazioni tra gli individui: l’ospitalità, il rispetto per gli anziani e per i diversi ruoli sociali, l’accoglienza degli orfani come propri figli.

Ubuntu, parola-bussola, che ha guidato molte popolazione africane nel cammino dell’indipendenza senza lasciarsi travolgere dalla violenza.

Ubuntu, non è solo un vocabolo della lingua dei popoli Zulu e Xhosa, ma un concetto, una filosofia, dalla forte valenza sociale. In Italiano, non c’è il sinonimo di questa parola, ma può essere tradotta con frasi che sottolineano la centralità delle relazioni umane: “Io sono perché tu sei”. “Una persona diventa umana attraverso altre persone”. “Io sono in quanto gli altri sono”, “Io sono quel che sono, per mezzo dell’umanità” e così via… È più facile vivere l’Ubuntu che spiegarlo!

Ubuntu, non è solo un vocabolo della lingua dei popoli Zulu e Xhosa, ma un concetto, una filosofia, dalla forte valenza sociale. In Italiano, non c’è il sinonimo di questa parola, ma può essere tradotta con frasi che sottolineano la centralità delle relazioni umane: “Io sono perché tu sei”.

Un episodio accaduto ad un antropologo che aveva svolto un’intensa ricerca sul tema dell’Ubuntu, in Sudafrica, può aiutare a comprendere quanto sia forte la dimensione relazionale, all’interno delle culture di ceppo bantu. L’antropologo un giorno decise di mettere un cesto pieno di frutta vicino ad un albero, dicendo poi, ad un gruppo di bambini, che chi tra loro fosse arrivato per primo avrebbe avuto in dono tutti i frutti che il cesto conteneva. Al segnale del via, tutti i bambini si presero per mano e corsero e insieme raggiunsero il cesto di frutta, poi si misero in cerchio per godere comunitariamente del premio promesso. Successivamente, l’antropologo chiese il motivo per cui avevano evitato la competizione, e tutti risposero insieme: Ubuntu!

Ubuntu, espressione di una saggezza antichissima, a cui il mondo occidentale dovrebbe guardare con rispetto e ammirazione, cercando di coglierne il senso e la verità incancellabile: Sono, perché noi siamo”: questo è il significato pieno della vita.

suor Maria Luisa Casiraghi

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DUE DONNE E IL PANE

È ancora la ricerca del pane che spinge a mettersi in cammino…

Il libro di Rut è il racconto di una vita che ha per protagoniste principali due donne… e il pane che diventa l’elemento attorno al quale si snoda tutta la vicenda delle due donne e il futuro della generazione, fino a Davide, fino a Gesù. Il pane elemento essenziale per la vita e che in Gesù diventerà Pane di vita!

Il testo, infatti, inizia con una carestia: è la mancanza di cibo che coinvolge Betlemme a portare Elimelech alla decisione di mettersi in viaggio, con la moglie Noemi e i due figli maschi, in cerca di condizioni migliori, verso un paese straniero: Moab.

La ricerca del pane spinge Elimelech a portare la sua famiglia fuori dalla terra di Dio, verso la terra dei pagani, quando invece ogni israelita sa che è solo un’illusione pensare di poter trovare la felicità lontano dalla terra promessa.

In quella terra straniera, dopo la morte di Elimelech, i due figli si sposano con due donne moabite: Orpa, e Rut. Ma non c’è gioia in terra straniera se si è lontani da Dio e anche Maclon e Chilion, dopo dieci anni muoiono, lasciando le loro mogli senza figli e la loro madre, sola.

Nel colmo della sua sofferenza (1,6) Noemi decide di tornare nella terra dei Padri perché “il Signore aveva visitato il suo popolo, dandogli pane”.

Anche Gesù domanderà ai suoi discepoli fedeltà diverse, perché ad alcuni dirà “seguimi”, mentre ad altri comanderà di tornare a casa e di restare nelle loro quotidianità.

È ancora la ricerca del pane che spinge a mettersi in cammino, e anche se amareggiata e insicura su ciò che l’aspetta, Noemi ha la forza di additare un futuro alle proprie nuore: “Andate, tornate ciascuna alla casa di vostra madre” (1,8).

Pur nel pianto, Orpa ascolta la suocera e torna indietro. Spesso Orpa è considerata colei che non ha coraggio ed abbandona, essa invece manifesta un altro tipo di amore: quello di chi si sente dire “vai” ed è capace di lasciare, di andare, pur nella sofferenza e nell’incertezza. Orpa è capace di guardare oltre, verso un futuro che le si prospetta nuovo, anche se nell’incertezza. Anche Gesù domanderà ai suoi discepoli fedeltà diverse, perché ad alcuni dirà “seguimi”, mentre ad altri comanderà di tornare a casa e di restare nelle loro quotidianità. Orpa, Rut e Noemi ci rivelano modi diversi di declinare l’amore e la fedeltà nella loro sapienza femminile.

La risposta di Rut è diversa: sulla strada del ritorno Noemi non sarà sola perché una delle sue nuore ha scelto di camminare con lei. “Dove andrai tu, andrò anch’io, e dove ti fermerai, mi fermerò; il tuo popolo sarà il mio popolo e il tuo Dio sarà il mio Dio” (1,16). Rut rischia sulla possibilità di scoprire la vera natura di quel Dio che Noemi percepisce come colui che si accanisce su di lei.

Nella vita di ciascuno ci sono situazioni in cui si espone al pericolo di perdere la fiducia in Dio. Noemi come Giobbe, fa questa esperienza. La sua fede è ferita dalle sofferenze passate; la vita l’ha aggredita togliendole il marito e i due figli, e lasciandole il bruciore del dubbio sul coinvolgimento di Dio nel male subito. Noemi però non affronterà il suo futuro da sola. Rut, le rimane accanto, come una figlia, nonostante tutto, nonostante il lutto che avrebbe potuto spezzare il legame, nonostante ‘l’assenza’ di Dio, nonostante il fatto che se per Noemi quel viaggio è un ritorno, per lei è ‘un esodo’, un’uscita dalla sua terra, dal suo popolo – come già fu per Abramo e Sara – per entrare nella terra d’Israele.

C’è solo l’affiatamento che nasce fra due donne, un affetto che salva, che lenisce il dolore, fascia i cuori spezzati ed è balsamo per le ferite.

Il libro di Rut è stato scritto in un contesto che assomiglia al nostro: un’epoca di crisi in cui non appaiono né angeli, né visioni e non ci sono profeti ad aiutare nel discernere il cammino. C’è solo l’affiatamento che nasce fra due donne, un affetto che salva, che lenisce il dolore, fascia i cuori spezzati ed è balsamo per le ferite.

Noemi e Rut arrivano a Betlemme “quando si cominciava a mietere l’orzo” (1,22), quando la messe è matura, e così Rut andò a spigolare e vi rimase “fino alla fine” (2,23) cioè circa tre mesi.

Rut accetta la fatica, lo scorrere monotono e pesante del tempo; esercita con tenacia la sua volontà di rimanere, nello sforzo, fedele agli impegni e alle scelte, mentre il tempo che trascorre fa sì che le persone, le cose e le situazioni maturino. Rimane accanto a Noemi, condividendo con lei il cibo e la casa. L’esperienza di questa fedeltà che salva, permette a Noemi di desiderare per Rut la felicità di una nuova unione, di una nuova vita e a Rut di fidarsi dei consigli della suocera ed aprirsi a un futuro nuovo con Booz.

Rut aveva scommesso sul Dio di Noemi: “il tuo Dio sarà il mio Dio”, un Dio che ha imparato a conoscere negli avvenimenti della sua vita, leggendo il suo ‘visitare il popolo’ nelle lunghe giornate di silenzio, piegata nello spigolare. Rimanendo ferma nella sua lealtà, ha sperimentato la fedeltà di Dio che accompagna nel riconoscere il Dio dell’abbondanza, il Dio della comunione e dello ‘stare accanto’, e il Dio della vita.

Leggendo Deut. 4,18-22 si dice che Davide discende da Peres: Peres generò Chesron, Chesron generò Ram, Ram generò Amminadab, Amminadab generò Nacson, Nacson generò Salmon, Salmon generò Booz, Booz generò Obed da Rut la Mohabita, Obed generò Iesse e Iesse generò Davide da cui discende Gesù.

Rut ha rotto il cerchio della legge del Deuteronomio, ha spezzato il giogo del precetto. Rut è entrata nella comunità del Signore, ha offerto a Noemi il pane guadagnato con la fatica e con il sudore, dopo aver fatto il suo ‘esodo’ e grazie al frutto del suo ventre, Israele avrà il re Davide e Gesù il Salvatore.

Rimanendo ferma nella sua lealtà, ha sperimentato la fedeltà di Dio che accompagna nel riconoscere il Dio dell’abbondanza, il Dio della comunione e dello ‘stare accanto’, e il Dio della vita.

Dio continua a visitare il suo popolo anche attraverso il volto, la vita, la tenacia e la fedeltà e di una donna straniera, basta avere il coraggio di tornare, di mettersi in cammino fino a Betlemme, la casa del pane.

Rut aveva fatto del Dio di Noemi la sua dimora e Dio ha dimorato in lei e, attraverso di lei, nelle generazioni seguenti fino a incarnarsi per dimorare con l’umanità e diventare Pane di vita. Attraverso la storia di Rut e di Noemi, il Dio-onnipotente si trasforma nel Dio-amico che interviene nella realtà dell’umanità vedova e senza figli, per farla diventare di nuovo sposa e finalmente madre1.

sr. Renata Conti MC

1 Cfr., Donatella Mottin.

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IL POZZO NELL’ANIMA

Desiderio e resistenza – verso una cultura dell’incontro

Papa Francesco non cessa di stimolare la chiesa e l’umanità a coltivare, promuovere, creare una cultura dell’incontro,

all’insegna della edificazione instancabile di ponti e non di muri. In questa riflessione vorrei provare ad esplorare due movimenti che coesistono nella costruzione “artigianale” di ponti relazionali che consentano a persone, popoli, esperienze, sapienze diverse, di incontrarsi. Si tratta di movimenti presenti in ogni paziente lavoro di tessitura delle relazioni, a cominciare dalla vita in comunità, pilastro centrale della vita religiosa missionaria ma anche di ogni vita cristiana: il movimento del desiderio e quello della resistenza.

Ci faremo aiutare da una immagine biblica: il pozzo di Giacobbe (Gv 4,1-42).

1. AL POZZO DI GIACOBBE

La storia la conosciamo bene.

«Giunse pertanto ad una città della Samaria chiamata Sicàr, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era il pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, stanco del viaggio, sedeva presso il pozzo. Era verso mezzogiorno. Arrivò intanto una donna di Samaria ad attingere acqua. Le disse Gesù: “Dammi da bere”» (Gv 4, 5-7)

Una donna e la sua brocca vuota.

Una donna vuota.

Meglio, una donna svuotata dalla vita, da relazioni che sembravano anche riempirla momentaneamente, lasciandola poi più assetata di prima, il cuore riarso, lo sguardo spento, la speranza ormai usurata.

Quella brocca, sotto il sole di mezzogiorno, è la sua vita: in perenne ricerca di acqua e abituata a guadagnarsela, l’acqua, attraverso tanti mezzi: un secchio, una fune, e la forza per tirare su. Il rifornimento d’acqua si paga. Il pozzo ha il suo prezzo. Nessuno ti da niente per niente. Così dice la brocca vuota.

Una voce.

Non è quella della brocca.

E’ diversa.

Chiede a me da bere.

A una brocca vuota, quella voce chiede da bere.

Mette in dubbio la mia aridità.

Guarda a questa brocca come sorgente.

Non mi avevano mai guardata così.

Questa voce è acqua.

Questa voce mi inonda, diventa grande in me…

è Giudeo…è Signore… è profeta…è Messia?

E’ Acqua!

Si espande in me e io rinasco.

Mi riempie.

Tra me e la brocca vuota non c’è più nulla in comune.

La lascio.

Mi basta Lui

Lui è diventato grande in me, la mia brocca è piena di Lui.

Venite a vedere!”

E la Vita straripa.

Sì, eccola di nuovo, la samaritana, a risvegliare in coloro che incontra il desiderio dell’acqua viva

Dal Congresso della Vita Consacrata del 2004 la samaritana è diventata nostra fedele compagna di viaggio1. Il Sinodo sulla Nuova Evangelizzazione, nel Messaggio al Popolo di Dio, ci ripropose la samaritana al pozzo2. Sì, eccola di nuovo, la samaritana, a risvegliare in coloro che incontra il desiderio dell’acqua viva, a fare da spola dal pozzo al villaggio, fino a quando riesce a rendersi inutile: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo» (Gv 4,42), diranno i suoi compaesani.

Tutto cominciò, o meglio, ri-cominciò per lei attorno a un pozzo, sotto il sole di mezzogiorno. Una brocca vuota, presso il pozzo, si incontra con un Giudeo stanco del viaggio: due fatiche a confronto. La fatica di una brocca inaridita dalle vicende della vita e la fatica di un Dio liberamente svuotato di sé. Il pozzo rappresenta per entrambi una fonte di ristoro: per il giudeo assetato, che chiede da bere, e per la brocca inaridita, che chiede di essere riempita, per l’ennesima volta, dopo essere stata per l’ennesima volta svuotata. Il pozzo è li, silenzioso, a testimoniare lo sviluppo del dialogo tra Gesù e la donna. Gesù non berrà della sua acqua, la brocca non si riempirà della sua acqua. Il pozzo si offre semplicemente come luogo, come occasione, come opportunità all’espressione e allo sviluppo del desiderio, di una sete che gradualmente svelerà il suo oggetto. Niente di più e niente di meno. Non sembra averne male, il pozzo. Ha compiuto la sua missione, ha indicato alla donna la Sorgente vera e ha appagato il desiderio di Dio, di autocomunicarsi.

Il Sinodo sulla Nuova Evangelizzazione ci ricordava: «Non c’è uomo o donna che, nella sua vita, non si ritrovi, come la donna di Samaria, accanto a un pozzo con un’anfora vuota, nella speranza di ritrovare l’esaudimento del desiderio più profondo del cuore, quello che solo può dare significato pieno all’esistenza»3 .

«Occorre dare forma a comunità accoglienti, in cui tutti gli emarginati trovino la loro casa (…). Sta a noi oggi rendere concretamente accessibili esperienze di chiesa, moltiplicare i pozzi a cui invitare gli uomini e le donne assetati e li far loro incontrare Gesù, offrire oasi nei deserti della vita».4

Come possiamo moltiplicare i pozzi? Le nostre comunità sono di fatto questi pozzi presso cui il Cristo Viandante trova riposo e l’umanità incontra l’Acqua viva? Le nostre comunità intendono offrirsi come umili luoghi di incontro tra il Signore e la persona?

E se le nostre comunità non sono questi cenacoli o questi pozzi, che cosa sono? Come aiutarci a costruire comunità che siano pozzi di Giacobbe?

2. COSTRUIRE POZZI

Un pozzo non si improvvisa. E’ anzitutto frutto di un dono – l’acqua che corre nelle profondità della terra – poi di un paziente percorso di ricerca e di un tenace lavoro di scavo. Proviamo a considerare alcuni elementi della costruzione di una comunità-pozzo.

La sete: La costruzione del pozzo è un affare impegnativo. Nessuno si mette a scavare un pozzo se non è motivato dall’acqua che troverà. Prima del lavoro di scavo c’è la sete che mi spinge a cercare l’acqua. L’acqua è un bene vitale, l’acqua è vita, si scava alla ricerca della Vita. Il pozzo è un tunnel verso la vita. Il pozzo è un canale vuoto destinato a riempirsi di vita. La Vita che scorre, ecco il desiderio fondamentale che mette in moto il lavoro di costruzione di una comunità-pozzo. Quando percepisco in qualche modo l’irresistibile Presenza dell’Acqua viva, tutte le mie energie si dirigono lì. La somma delle nostre seti diventa una forza, la confessione della nostra assoluta dipendenza dall’Acqua diviene energia che spinge, che muove, che scava, che rimuove le pietre, che sa trovare modi per raggiungere la vita, che sa tendere l’orecchio per ascoltare il gorgoglio delle profondità, che sa allertare tutti i sensi per scoprire il passaggio sotterraneo del flusso vitale. Non si costruisce comunità senza questa tensione alla Vita. La vita che gorgoglia nell’altro, la vita che gorgoglia tra noi. Ho bisogno che i miei sensi siano ben affinati per percepirla, la vita: udirla, scorgerla, toccarla, gustarla, aspirarne il profumo. Purificare i sensi significa poi proprio questo: renderli sempre più fini, sempre più sensibili a cogliere il minimo segnale di vita! Come stanno i miei sensi? Che ne faccio? Cosa ascolto? Cosa vedo? Cosa gusto? Cosa tocco? Cosa fiuto? Il risultato dei sensi in allerta è la vigilanza. La vigilanza sulla vita. Il massimo del risveglio dei sensi è l’avvento: vegliare sulla vita che viene, che nasce. La finalità del pozzo non è un buco nel terreno, magari per nascondersi lì. E’ intercettare la vita. E’ accogliere in sé la vita. E’ divenire pieni di vita. Gravidi di Vita. E’ dare alla luce la vita, in me e nell’altro. Il desiderio appassionato della vita, la sete ardente della Vita: questo è l’inizio della costruzione della comunità-pozzo, grembo, culla, nido di vita.

Un pozzo non si improvvisa. E’ anzitutto frutto di un dono – l’acqua che corre nelle profondità della terra – poi di un paziente percorso di ricerca e di un tenace lavoro di scavo.

La terra. Questa benedetta terra che sta tra me e l’acqua che scorre là sotto. Questa terra che sta tra il mio desiderio e l’acqua della vita. Questa terra che custodisce l’acqua. Com’è questa terra? Occorre conoscerla, comprenderne la composizione per usare gli strumenti e le tecniche adatte allo scavo. La costruzione della comunità-pozzo ha bisogno di un po’ di geologia. La nostra terra umana, quella con cui il Signore ci ha plasmati, la nostra terra umana nelle viscere della quale scorre l’alito di vita (Cfr. Genesi 2,7)! La terra va scavata, il fuoco del desiderio apre in essa il canale del parto affinché la Vita venga alla luce. In me, nell’altro, tra noi, nelle nostre relazioni. Il dolore. Il dolore del travaglio. Il dolore della terra che si apre. Occorre rispettare i ritmi della terra, ogni tanto fermarsi e lasciarla rassodare un po’ prima di procedere ancora verso le profondità. A volte occorre bagnarla, la terra. Le lacrime, il sudore della fedeltà. La terra delle nostre relazioni umane, che si modellano, si trasformano in funzione di una fenditura che si approfondisce, relazioni che divengono rete di sostegno, parete conduttrice per l’emergere dell’acqua, contenitore sicuro della vita, strada verso la luce! Sì, la nostra terra lavorata diviene strada per la vita. La tenuta di un pozzo è data dalla solidità delle sue pareti, capaci di custodire uno spazio riempito di acqua. Il crollo delle relazioni, il collasso dei legami che reggono le pareti, significa la morte del pozzo. La tenuta delle pareti è preludio al zampillare della vita, al vagito dell’acqua che finalmente respira la luce.

La cura delle relazioni, la trasformazione evangelica dei legami, l’arte di lasciare che il desiderio di Dio modelli la nostra terra umana fino a renderla canale di acqua viva, costituiscono il percorso ascetico della fraternità/sororità.

Le pietre: qualcosa di duro ed impermeabile. Un blocco. Non si passa. Non c’è pervietà. Ostruzione. Occlusione del canale della vita. I normali mezzi di scavo non bastano più. Occorre fermarsi, conoscere le dimensioni, la consistenza, la posizione della pietra. La pietra forse è lì da millenni. Si è fatta un alloggio nella terra, la terra si è adattata alla presenza di questa struttura dura sviluppando formazioni geologiche particolari, l’ha incorporata. Vanno sondate, queste formazioni, vanno conosciute, va ricostruita la storia tra la terra e la pietra. Poi, si interviene. Le si scava attorno, la si circonda, la si estrae, magari diviene utile per rafforzare la parete o per costruire il bordo della bocca del pozzo. Non buttare via le pietre, solo assicurati che non divengano ostruzioni. Attenzione: non tutte le pietre vanno fatte saltare con la dinamite: il rischio è di far crollare le pareti del pozzo. Non avventarti contro le pietre, non pretenderle di eliminarle con la bacchetta magica! Lavorale, usale! Ma prima identificale e non cadere nella trappola di identificarti con qualcuna di esse!

Vediamo alcune possibili pietre d’inciampo nella costruzione del pozzo della comunità:

  1. La pietra dell’autosufficienza dice: «Non ho bisogno di nessuno, me la cavo da sola. Non mi abbasso a chiedere». Poi però diventa malata così tutte vanno a servirla. Ovviamente non è che lei ha bisogno, è che il Signore che le ha mandato la malattia, per cui non è colpa sua se necessita di attenzioni speciali, della stufetta particolare in camera, del cibo dietetico, del materasso anatomico, del golf di lana d’angora, del dentifricio per denti sensibili …

  2. La pietra della autoadorazione dice: «A me l’onore, la gloria e la ammirazione nei secoli dei secoli, amen”. Ha bisogno del piedistallo perché tutti vedano le sue opere buone, danza sul suo piedistallo perché tutti possano contemplare la sua grazia, fino a che un giorno distrattamente cade giù e si rompe in mille pezzi.

  3. La pietra della svalutazione dice: «Faccio io, faccio io… perché se lo fa qualcun altro non sono sicura che lo faccia bene quanto me». Poi si lamenta perché fa tutto lei e le altre fanno nulla. E parla sempre dell’importanza della fiducia (sì, quella che gli altri hanno il dovere di riporre in lei, ma che lei non sa donare agli altri).

  4. La pietra del vittimismo dice: «Poveretta me, a me capita sempre il peggio, eccomi, sono l’incarnazione della legge di Murphy!» (Se qualcosa può andar male, lo farà). Ha smesso di lavorare su di sé, perché tanto non c’è più speranza… si sente umiliata, predica l’umiltà e sembra che accetti i suoi limiti: ma questo non è vero perché non perde nessuna occasione per ricordare alle altre la sua situazione penosa, tutto il male che deve sopportare, le esperienze difficili e dure che ha subito… E, dopotutto, non è mica colpa sua, perché sono gli altri che l’hanno messa in tutte queste situazioni difficili, e gli altri non la capiscono, non si rendono conto della sua eroicità, del fatto che stanno vivendo con una martire che sopporta tutte queste persecuzioni…

  5. La pietra gemellata dice: «Solo tu mi puoi capire!» Ha una forte tendenza verso una relazione speciale con qualcuno della comunità o di fuori, una amicizia esclusiva. Vuole una amicizia a tempo pieno, e in questa amicizia gli altri non possono entrare. Lei e la sua amica diventano gemelle, perché solo la gemella può capire la profonda spiritualità dell’altra e le sue intuizioni profetiche…

  6. La pietra onnipotente dice: «Stai dalla mia parte e ti proteggerò!». Spesso combatte contro l’autorità, è molto influente in comunità, può essere apertamente aggressiva o sottilmente manipolatrice. A volte trova delle compagne, allora formano un gruppo di pietre onnipotenti che costruiscono muri massicci.

  7. La pietra del gossip dice: «Venite a me e vi svelerò i segreti della congregazione!» A volte segue il gruppo delle potenti in comunità. Negli incontri comunitari sta zitta, ma poi in corridoio e in camera… si trasforma in un social network efficacissimo nel trasmettere notizie di prima mano alle sorelle negli altri continenti. Normalmente cerca, e quasi sempre trova, altre come lei, allora fa alleanza con loro e si crea una rete mondiale di trasmissione che precede inesorabilmente anche il più tempestivo ufficio comunicazioni della congregazione. Quando arriva il bollettino interno, le notizie sono ormai tutte vecchie, già presentate su Facebook, Twitter, Instagram ecc. con i relativi approfondimenti e commenti.

    Purificare i sensi significa poi proprio questo: renderli sempre più fini, sempre più sensibili a cogliere il minimo segnale di vita! Come stanno i miei sensi?
  8. La pietra isola dice: «Niente ti turbi, niente ti spaventi, solo l’io basta»: per lei, la comunità è superficiale, immatura, infantile. Così, decide di vivere nel suo mondo, cercando di trovare un suo modo di crescere, di migliorare, di diventare santa. Questo modo può essere trovato nello studio, nel lavoro, nell’attività pastorale, dove può esprimersi pienamente, dove può usare tutte le energie che potrebbe invece spendere nelle relazioni con le altre. Esalta la preparazione, la cultura accademica, il ruolo professionale: la comunità deve rispondere ai bisogni del singolo. Spesso si chiude in camera e passa un mucchio di tempo lì dentro. E’ più una tecnica che una apostola.

  9. La pietra dell’osservanza dice: «Si è sempre fatto così». Ha fatto la scelta di stare dalla parte di qualsiasi tipo di autorità e di tradizione, sempre e comunque. Sente il bisogno di approvazione della autorità, e lotta e si sforza per ottenerla, anche in modi eroici. E’ molto corretta, rispettosa, responsabile, obbediente. E’ pronta a dare la vita… per essere accettata dalla superiora e dalla comunità. Può non dare nessun problema alle superiore, ma lo dà alle altre a causa della sua rigidità, del perfezionismo in cui non c’è spazio per le differenze e per la novità…

  10. La pietra di oro falso dice: «Guardate a me e sarete raggianti». Capita che sia la preferita dalle superiore: è brillante, intelligente, fa tante cose bene, sembra avere una ottima relazione con chi è in autorità, è affidabile, obbediente, responsabile, è matura… e piano piano diventa la consigliera della superiora, la messaggera della superiora, l’amica della superiora… la superiora della superiora. Sotto tutta questa bella apparenza, può vivere un conflitto profondo, segretamente convinta di appartenere ad una specie superiore e che le altre non possono capirla perché lei si trova ad un altro livello in quanto capacità, intelligenza, intuizione, spiritualità, carisma. E’ una creatura che non sa veramente cosa sia l’amore, perché non si è mai data il permesso di coinvolgersi nei sentimenti: in realtà, non li ha mai affrontati in modo vero e realistico. Si tiene alla larga da ogni possibilità di fallimento: non riesce ad affrontarlo, e ha sviluppato un sacco di trucchi intelligenti per evitare qualsiasi tracollo. Il fallimento, l’insuccesso la terrorizzano: DEVE rimanere la pietra angolare.

Scavare: cioè passare attraverso la terra umana procedendo verso la profondità che custodisce l’acqua della vita. Quando si lavora agli scavi, si diventa del colore della terra! Ci si immerge nella terra, ci si seppellisce nella sua profondità, si va verso il buio. Esperienza di tomba. Di fossa, di morte! Discesa, assoluta discesa agli inferi. I miei inferi, quelli di colei che scava con me, i nostri inferi. Passaggio obbligato, quello degli inferi, nella strada verso l’acqua! Lo sa la samaritana, condotta a fare verità in sé, presso quel pozzo. E’ dura la discesa. Vorremmo fuggire. La terra accumulata in superficie comincia a scivolarci addosso, sensazione di crollo, di sepoltura. Vorrei saltar fuori dal pozzo, vorrei tornare da mia madre! Cercavo la vita, questa è una tomba. Passaggio obbligato, quello della tomba. La vita che cerchi è oltre la tomba. Accogli il tuo fango e quello altrui: se scavi è inevitabile che tu lo muova e che sporchi la tua immagine, quella che hai costruito con tanta fatica. Quel fango non è nulla di nuovo: è sempre stato lì sotto, ma prima non te ne accorgevi e adesso sì. Nel fango, impari la solidarietà, impari che sei povera, impari che non sei migliore degli altri. Nella tomba, cominci a imparare a vivere. Sì, il fango si rivela terapeutico. La logica del chicco di grano. La logica della pasqua. La costruzione della comunità-pozzo è un evento pasquale.

Rischiamo allora, in nome dell’ordine e della religiosa serenità, di abbracciare una dinamica dominante in molte società contemporanee: quella della eliminazione del povero, della rimozione, dell’allontanamento di chi ci inquieta.

Zampillo: ti coglie lì, in mezzo al fango. Laggiù, nel profondo della fossa. Proprio al vertice negativo del movimento di discesa, qualcosa comincia a salire, da là sotto, dal fondo della voragine. Inaspettatamente, la vita zampilla e viene su. Ma non è subito limpida, pulita, si mischia alla nostra terra, la rende fango. Continua a scavare, e l’acqua della vita zampillerà con più forza, la dinamica della discesa si compirà nell’erompere del nuovo getto di vita. Ecco, la vita era la sotto, oltre il fango. Ecco, la terra dà alla luce la vita nascosta nel suo grembo.

***

Il pozzo è frutto di un dono – l’acqua – e di un lavoro, lo scavo. E’ frutto di una paziente e perseverante ricerca dell’elemento della vita. E’ frutto di mani che scavano in profondità, guidate dallo stesso gorgoglio dell’acqua. E’ passaggio attraverso la terra, è toccarla, è immergersi nella terra umana certi della vita che vi gorgoglia dentro. E’ affrontare le pietre del percorso e inventare strategie per utilizzarle al meglio o per farle saltare. E’ insomma disporsi a lasciare che il Vangelo penetri e trasformi gli stati più profondi del nostro cuore e trasfiguri i legami che ci uniscono, rendendoli effettivamente cristiani. Il pozzo comunitario è frutto di un Dono e di un paziente e tenace lavoro affinché il dono venga alla luce e possa essere offerto al viandante. Il pozzo diviene luogo in cui al movimento discendente dello scavo risponde il movimento ascendente dell’acqua, allo svuotamento (kenosi) paziente del canale risponde lo zampillo dell’acqua che rigenera il cuore umano.

Una comunità-pozzo allora è una comunità di persone evangelizzate e disponibili a un continuo processo di evangelizzazione, che:

  • Hanno sete

  • si sintonizzano verso il flusso dell’Acqua /Spirito

  • scavano pazientemente e tenacemente la strada verso l’acqua

  • identificano le pietre e le lavorano

  • sanno sporcarsi le mani col fango proprio e altrui

  • si stringono e si sostengono attorno a uno spazio sacro, vuoto di loro stesse e riempito dal flusso dell’acqua rigeneratrice (decentramento da se stessi e trasformazione evangelica delle relazioni)

La terra delle nostre relazioni umane, che si modellano, si trasformano in funzione di una fenditura che si approfondisce, relazioni che divengono rete di sostegno, parete conduttrice per l’emergere dell’acqua, contenitore sicuro della vita, strada verso la luce!

Allora la comunità diviene apertura che dà alla luce l’acqua, luogo di rigenerazione, oasi nel deserto della vita, pozzo presso il quale il Cristo ama sedersi per donare l’acqua viva al cuore umano assetato.

3. LA CURA DEL POZZO

Un pozzo va curato, pulito, mantenuto in buone condizioni affinché continui a essere canale di contatto tra l’acqua e la luce. Altrimenti un pozzo può ammalarsi. Varie possono essere le malattie che affliggono il pozzo comunitario. Vorrei solo segnalare, qui, quella della degenerazione o riduzione del desiderio, ossia della sete patologica. Avviene quando il desiderio, la sete dell’Acqua viva si ammala e così la comunità invece di cercare l’acqua viva laddove scorre, la cerca dove non scorre, imbattendosi anche in falde inquinate. Geremia ammoniva Israele:

«essi hanno abbandonato me, sorgente di acqua viva, per scavarsi cisterne, cisterne screpolate, che non tengono l’acqua» (Ger 2,13).

Può capitare cioè che la comunità, anche senza rendersene del tutto conto, cominci a seguire come criterio del suo stare assieme non il Vangelo di Gesù ma le esigenze del gruppo, che vengono da dinamiche non evangelizzate. I legami allora, invece di avere una qualità evangelica, divengono funzionali alla soddisfazione delle varie “seti” delle persone che compongono la comunità, o almeno di quelle che hanno in essa maggiore influenza. Segnalo solo cinque tipi di sete patologica che possono trasformare il pozzo comunitario in cisterna screpolata5.

  • La sete del campo di battaglia: qui la dinamica sottostante è quella del fuggi/combatti (flight/fight), che dà origine a un gruppo guerriero. In questo gruppo siamo tutte assieme contro qualche tipo di nemico: il nemico può essere fuori dal gruppo, e noi ci sentiamo così unite perché abbiamo un nemico in comune. Qui il leader ha il compito di trovare un nemico da combattere. Se il leader non riesce a trovare un nemico fuori, i membri del gruppo “aiutano” il capo a trovarlo, anche dentro il gruppo: una volta che si è finalmente trovato un nemico, il gruppo trova coesione ed è pronto alla guerra…

  • La sete del biberon: che da origine a un gruppo tipo asilo infantile. Qui abbiamo lo scopo più o meno conscio di soddisfarci, gratificarci reciprocamente. Io sono qui per soddisfare i miei bisogni, e tu sei qui per lo stesso motivo. Può darsi che i nostri bisogni siano complementari, così ci troviamo molto bene assieme. Spesso la dinamica può prendere forma di una relazione mamma-bebè: qualcuna entra nel ruolo della mamma, altre nel ruolo della figlia. E’ proibito uscire da questi ruoli, altrimenti si tradiscono le aspettative del gruppo…

  • La sete della corte della regina: genera la dinamica servi/padroni, che implica la formazione di sottogruppi di gente potente che manipola più o meno inconsciamente gli altri. Gli altri devono obbedirli. Può darsi che la superiora ufficiale si trovi nel gruppo degli obbedienti, perché un’altra superiora, meno ufficiale, è stata “eletta” più o meno consciamente dal gruppo dei potenti. Questa nuova superiora, la “regina”, ha il compito di gratificare i bisogni dei potenti che l’hanno incoronata: se non ci riesce, viene buttata giù dal trono e rimpiazzata con un’altra.

  • La sete del gregge: qui c’è un leader tuttofare “eletto”, più o meno consciamente, dalla maggioranza. Questa maggioranza delega al leader il compito di mantenere i contatti con il mondo esterno, di prendersi le responsabilità, di curare e interessarsi di ciascuno dei membri, di essere sempre disponibile ad ascoltarli, di prendere le decisioni scomode. Intanto, ognuno nel gruppo può vivere pacificamente, fare le sue cose, organizzarsi la sua vita, la sua attività apostolica, curarsi di se stessa, della sua bellezza, della salute, dei parenti…

  • La sete della casa di riposo. Qui l’obiettivo principale è vivere in pace, serenità e tranquillità. E’ vietato “disturbare” gli altri. I membri sono molto preoccupati di sostenersi a vicenda, aiutarsi a vivere tranquilli. Il problema principale da risolvere è come evitare la solitudine e come ottenere incoraggiamento. I membri qui sono molto passivi, è assolutamente vietato sfidare l’altro, confrontarsi, correggersi. Il ritornello dell’inno ufficiale di questo gruppo suona così: «tu sei OK, tu sei brava, sei veramente in gamba, vai avanti così… e lasciami vivere a modo mio, ognuno viva come gli va, lei it be, let it be…» . Si può battezzare questa dinamica con la affascinante versione del “rispettare lo spazio sacro dell’altra, e anche il mio”.

Nel fango, impari la solidarietà, impari che sei povera, impari che non sei migliore degli altri. Nella tomba, cominci a imparare a vivere.

La relazione è luogo e spazio di vita: la nostra libertà ha la possibilità di accogliere questo dono e farlo fruttificare, oppure possiamo ridurre il desiderio alla ricerca di surrogati che non riusciranno a colmare la nostra sete e trasformeranno il pozzo delle nostre comunità in cisterna screpolata.

4. I POZZI DELLA NUOVA EVANGELIZZAZIONE

Il Sinodo sulla nuova evangelizzazione, celebrato nell’ottobre 2012, ci invitava a porre attenzione a due espressioni della vita di fede particolarmente rilevanti nella nuova evangelizzazione: la contemplazione del Mistero e la vicinanza ai poveri.

Anche qui il pozzo di Giacobbe ci fa da Maestro. Proprio lì, presso il pozzo, viene rivelato alla samaritana il Mistero del Figlio di Dio, attraverso un processo graduale: è Giudeo, è Signore, è Messia…

Urge recuperare la dimensione contemplativa della nostra missione come persone consacrate, in quanto «solo da uno sguardo adorante sul mistero di Dio Padre, Figlio e Spirito Santo, solo dalla profondità di un silenzio che si pone come grembo che accoglie l’unica Parola che salva, può scaturire una testimonianza credibile per il mondo»6. Vi è ancora una certa tendenza a considerare la dimensione orante e contemplativa come qualcosa di diverso dalla missione. Si registra ancora una certa fatica nel considerare di fatto la preghiera, la contemplazione come dimensioni della missione, come vie della missione. Tale contemplazione si traduce necessariamente in apertura alla gente. Abbiamo bisogno di «luoghi dell’anima, ma anche del territorio, che richiamino a Dio; santuari interiori e templi di pietra, che siano incroci obbligati per il flusso di esperienze in cui rischiamo di confonderci. Spazi in cui tutti si possano sentire accolti, anche chi non sa bene ancora che cosa e chi cercare»7.

  • Riconosciamo le nostre comunità come questi «luoghi dell’anima e del territorio»?

Il pozzo è frutto di un dono – l’acqua – e di un lavoro, lo scavo. E’ frutto di una paziente e perseverante ricerca dell’elemento della vita.

L’altro segno di autenticità della nuova evangelizzazione ha il volto del povero. Non solo il povero “lontano”, quello “là fuori”, certamente degno di essere servito con la massima qualità evangelica, ma anche il povero “dentro”, quello vicino. Quale?

  • Il povero che è in noi, ciò che nella nostra persona ha bisogno di perdono, di aiuto, di guarigione; le nostre brocche vuote, insomma;

  • il povero che è la nostra Sorella che ci vive accanto e che sentiamo forse come un “peso”, un “ostacolo”, un “limite” al cammino personale e comunitario;

  • infine, il povero a cui abbiamo aperto il pozzo della nostra comunità, che abbiamo accolto nella nostra casa e non solo servito “là fuori”, il povero a cui abbiamo offerto un po’ di ombra nel cammino assolato nel deserto, il povero con cui siamo state capaci di condividere tempi, spazi e beni .

Questo povero, quello “dentro”, spesso ci disturba: sì, la nostra personale fragilità, il nostro fango ci disturba; ci disturba chi, vivendoci accanto, ci “obbliga” a “rallentare” il passo o a camminare in modo diverso da quello che prevedevamo; ci disturba il povero che accogliamo in casa, perché “turba” il ritmo dei nostri programmi, e spesso scuote le sicurezze umane su cui ci appoggiamo. Rischiamo allora, in nome dell’ordine e della religiosa serenità, di abbracciare una dinamica dominante in molte società contemporanee: quella della eliminazione del povero, della rimozione, dell’allontanamento di chi ci inquieta. Così, rimuoviamo da noi la benedizione, perché il povero è una benedizione:

«Ai poveri va riconosciuto un posto privilegiato nelle nostre comunità, un posto che non esclude nessuno, ma vuole essere un riflesso di come Gesù si è legato a loro. La presenza del povero nelle nostre comunità è misteriosamente potente: cambia le persone più di un discorso, insegna fedeltà, fa capire la fragilità della vita, domanda preghiera; insomma, porta a Cristo»8.

Sì, il povero ci benedice, ci evangelizza e ci rivela la misura autentica della nostra fede.

  • Che posto trova l’accoglienza del povero in noi e nelle nostre comunità?

Vi è ancora una certa tendenza a considerare la dimensione orante e contemplativa come qualcosa di diverso dalla missione. Si registra ancora una certa fatica nel considerare di fatto la preghiera, la contemplazione come dimensioni della missione, come vie della missione.

Lasciamo che la Samaritana stimoli ancora in ciascuna di noi consacrate e nelle nostre comunità il desiderio dell’Acqua Viva che si traduce in movimento, in cammino, in dialogo, in incontro rinnovato col Cristo che ci attende, sempre, al pozzo dell’oggi, per rilanciarci povere di noi stesse e ricche di Lui, verso il cuore umano assetato del Suo Amore!

Sr Simona Brambilla, MC

1 Cfr. AA.VV, Passione per Cristo passione per l’umanità, Congresso Internazionale della Vita Consacrata Roma 23-27 novembre 2004, Edizioni Paoline, Milano 2005.

2 Cfr. XIII Assemblea Generale del Sinodo dei Vescovi su “La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana”, Messaggio al Popolo di Dio, Roma, 26 ottobre 2012, n. 1.

3 XIII Assemblea Generale del Sinodo dei Vescovi su “La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana”, Messaggio al Popolo di Dio, Roma, 26 ottobre 2012, n. 1.

4 Idem, n. 3.

5Ci ispiriamo qui in qualche modo agli “Assunti di Base” (attacco-fuga, accoppiamento, dipendenza) studiati da W. R. Bion. Cfr. per esempio TURQUET, P.M., Leadership: the individual and the group. In GIBBARD G.S., HARTMANN J.J., MANN R.D. Analysis of Groups, San Francisco, Jossey Bass, 1974, pp. 305-327.

6 XIII Assemblea Generale del Sinodo dei Vescovi su “La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana”, Messaggio al Popolo di Dio, Roma, 26 ottobre 2012, n. 12.

7 Ibidem.

8 Ibidem.

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Il sabotatore dei funerali

Il calau è un uccello quasi uguale all’ uccello Nampeya, ha una cresta sulla testa simile a una tomba.

Ephomopo nvusa, àhávitha amay’aye vamuru vaya.

L’uccello ephomopo/calau è sabotatore dei funerali, ha sotterrato sua madre nella sua testa.

Introduzione

Visitando le comunità, la prima cosa da fare è sedersi sotto la tettoia e scambiarsi le novità. All’ospite è richiesto che racconti le sue novità dall’ospitante, e questo a sua volta comunica le sue. Il saluto e lo scambio di notizie non è mai collettivo, ma è individuale, i pochi o i molti ospitanti tutti aspettano il proprio turno per formulare il saluto. E’ in questo momento che si arriva a conoscere non solo le buone notizie ma anche e soprattutto quelle negative, drammatiche come malattie che finiscono con la morte.

Ricordo una volta che un animatore mi ha impressionato nel vederlo triste, magro, senza la sua abituale buona disposizione e cordialità. Parlava piangendo della morte imprevista di sua madre. Ho cercato di consolarlo come già lo avevano fatto i suoi amici, ma le parole si vedeva che cadevano invano, non incontravano eco positiva di adesione. Più tardi un animatore mi ha spiegato la gravità della situazione, perché il parente del defunto non voleva più mangiare e neanche parlare, viveva una vita asociale e solitaria.

Alla fine mi ha invitato a dire qualche parola di conforto concludendo: “Le parli, Padre, perché lui sta diventando come l’uccello ephomopo che cammina con la tomba di sua madre sepolta nella testa”.

In quel momento non ho capito il senso dell’allusione all’uccello ephomopo. Ho segnato sul mio quaderno il nome, arrivato in casa, ho parlato con i ricercatori del Centro Xirima che subito mi hanno presentato il seguente aforisma che completa il suggerimento dell’animatore, perché lui

L’uccello ephomopo è sabotatore delle sepolture, ha seppellito sua madre nella sua testa

1. Ephomoko: descrizione biologica

Ephomopo/calau é un grande uccello, dal becco lungo, robusto e pungente, è di colore nero, dalla testa enorme e con piume, dal collo nudo dagli occhi rossi, è simile al nampeya, è sporadico, vola piangendo e lamentandosi, dal volo alto, abita sull’alto albero Khatxere, vive in colonie solo, è discriminatore.

I calau vanno insieme fino ad arrivare al mondo invisibile del Dio Namuli.

Il calau non si nutre di erba, ma di insetti, dei frutti del Khatxere, è mangiato essendo di carne buona.

Il calau non dorme per terra, ma si ferma nelle piante alte.

è simile al nampeya, è sporadico, vola piangendo e lamentandosi, dal volo alto, abita sull’alto albero Khatxere, vive in colonie solo, è discriminatore.

Il calau è simile all’uccello nampeya quando cova, la femmina si toglie le penne, si chiude lasciando un piccolo buco per far passare il becco e il cibo che il ephomopo maschio porta, alimentando così la sposa e gli uccellini; le piume del ephomopo femmina vanno crescendo con gli uccellini.

La testa del calau è simile alla tomba della persona.

Non ridere del becco del calau, perchè Dio è distributore, si, Dio distribuisce tutto a sua somiglianza.

Dove fanno il bagno i calau non manca il rumore.

Il calau è un uccello quasi uguale all’ uccello Nampeya, ha una cresta sulla testa simile a una tomba.

Il calau non cammina bene perchè ha un carico/cresta enorme sulla testa.

2- Ephomopo: Metafora

a. Ephomopo: l’uso del cappello

La prima applicazione o interpretazione della fisionomia del calau consiste nell’uso del cappello. Il maestro dell’iniziazione chiede agli iniziati chi è stato che ha portato l’uso del turbante, affinché loro sappiano che tale uso ha la sua origine teologica e la sua motivazione e giustificazione antropologica.

Chi ha portato l’uso del turbante? E’ stato il calau, non c’è creatura di Dio che non segue i consigli del Dio Namulico.

b. Ephomopo: metafora delle coppie

La seconda applicazione è vista nel comportamento speciale della coppia calau: Da una parte il calau maschio durante il periodo dell’incubazione delle uova e dopo il dischiudersi rimane fuori e solo per portare cibo alla sposa chiusa dentro la tana (nido) del tronco insieme con gli uccellini fino a che crescano e riescono a uscire fuori con la madre. Il comportamento del calau maschio rileva metaforicamente una delle principali attività (lavoro) del marito/padre nella famiglia: Oltre a fecondare, vestire e seppellire, lui deve essere capace di alimentare la sua sposa e tutti i figli che con lei genera.

In verità la morte ancora oggi è l’ evento degli eventi, al quale nessuno si sottrae: Si interrompe tutto e si lascia tutto e tutti, anche se questo costa e implica perdite consistenti.

Dall’altra parte, la calau femmina si chiude nella tana (nido) solo lasciando un buco per ricevere il cibo da parte del marito, si toglie le penne completamente e così assomiglia perfino fisicamente in tutto ai suoi uccellini, accompagnandoli nella crescita fino ad arrivare ad aprire l’apertura del nido e uscire con gli uccellini già adulti. Questo comportamento della femmina proclama comparativamente l’accentuata maternità nella biosofia e biosfera xirima, la madre arriva persino a identificarsi fisicamente con i figli in tutto e per tutto.

Il calau maschio alimenta la sua sposa e i suoi figli. Le coppie devono lavorare per alimentare i loro figli. Gli antenati dicono: alimentare è sposarsi.

c. Ephomopo nvusa: calau sabotatore delle sepolture

La terza applicazione del calau come metafora parte dalla sua cresta, vista come mini-tomba che porta sulla testa in conseguenza del suo comportamento di sabotatore delle sepolture. Nella iniziazione soprattutto dei giovani si insiste fortemente nel dovere di mai mancare ai funerali dei vicini, del villaggio, dei parenti lontani. In verità la morte ancora oggi è l’ evento degli eventi, al quale nessuno si sottrae: Si interrompe tutto e si lascia tutto e tutti, anche se questo costa e implica perdite consistenti. Nonostante questa norma è la forte insistenza durante l’iniziazione, ha però sempre chi incontra scuse per non appoggiare e aiutare nelle sepolture: A questo punto non mancherà chi gli ricorderà la storia del calau che, per essere sabotatore delle sepolture, quando gli muore la madre, non sapendo come seppellirla, finisce per metterla nella sua testa e così diventa un cimitero ambulante e cronico durante tutta la sua vita.

I ricercatori così come i maestri dell’iniziazione fanno emergere le conseguenze nefaste di tale comportamento negativo non solo dal punto di vista della solidarietà sociale, ma anche dal punto di vista psicologico e teologico.

In primo luogo dal punto di vista della solidarietà mancare sistematicamente alle sepolture è il gradino estremo di asocialità.

In secondo luogo, il calau per non slegarsi dalla tomba della madre, psicologicamente è un feto o un embrione ancora non nato, è un bambino cronico che mai si slega dall’utero e dalla dipendenza dalla madre, senza tagliare il cordone ombelicale non inizia il suo proprio cammino di maturità.

Infine, impedendo alla madre il grande viaggio di ritorno all’utero del Dio namulico, il calau vuole diventare lui stesso Namuli definitivo della madre, un sostituto del Dio namulico, la sua empietà è estrema.

Il calau è pertanto un invertitore totale del sistema delle coordinate della biosofia biosfera xirima: – cimitero ambulante e cronico, in quanto che il cimitero normalmente non cammina, al limite è visitato nelle dovute opportunità;

  • sabota i funerali e disprezza la morte come se non esistesse, ma allo stesso tempo con la tomba della madre sulla testa fa vedere cronicamente l’esistenza concreta della morte;

  • ama la madre ma non si slega da lei neanche la lascia ritornare alla terra namulica, alla patria di tutti;

  • vive ma vuole convivere cronicamente con il cadavere della madre, celebra la vita e allo stesso tempo la morte cadaverica.

Il calau non conosce la morte, ha perso la fede nel Dio Namuli, perché ha sepolto la madre nella testa,

in verità il suo cimitero è sulla testa, il suo enorme becco è la pala del cimitero.

I ricercatori così come i maestri dell’iniziazione fanno emergere le conseguenze nefaste di tale comportamento negativo non solo dal punto di vista della solidarietà sociale, ma anche dal punto di vista psicologico e teologico.

Piangendo il calau invita al funerale della madre, lamentandosi per come seppellirla. Dato che non voleva aiutare nelle sepolture, quando è morta la madre la gente lo hanno lasciato solo a realizzare il seppellimento. Ora non sapendo come si seppellisce una persona, finisce per avvolgere la madre in una stuoia la carica e la seppellisce sulla sua testa, camminando con lei e piangendo la sua sofferenza, fino al tempo in che non sa deporre quel carico. Questo per gli antenati significa che sabotare le sepolture è male, perché si perde molte cose nelle sepolture, le braccia devono scavare, si sente dolore, ma all’alba si recupera subito, perché Dio restituisce tutto.

Il calau cammina con il cadavere della madre, non lascia la sua madre morta, cammina con lei e piange con il suo cadavere sulla testa, è sempre in lutto e senza cimitero, proibendo a sua madre di ritornare alla casa namulica.

Il nome del calau è: se io vengo, devo prenderle. Il denaro non scava la tomba, partecipare ai funerali è sofferenza, il defunto non si lascia agli altri.

La persona non cammina con la tomba come il calau. I cimiteri non camminano, ma sono visitati.

d. Ephomopo/calau: metáfora iniciática

Se viene il calau con la testa enorme non ridere di lui, perché porta la tomba di sua madre.

Gli antenati educano così gli iniziandi: dovete aiutarvi, non imitate il comportamento del calau, non produce amore neppure parentela, per piacere non sabotate i funerali, ma aiutatevi nei funerali.

Per i nostri antenati il calau è un uccello senza ragione, si comporta come un non iniziato, vagabondo, senza pietà, parziale e egoista, diventa un orfano/solitario, perchè ha giurato di non mai più sabotare i funerali, ma continua a sabotare.

Il calau sabotatore di funerali, è la persona che non segue i consigli, ha lasciato di aver fiducia nel Dio Namuli, è disobbediente, il suo comportamento non merita essere seguito.

Dove vive il calau, c’è anche un cattivo comportamento, perché cammina solo, stende la makeya da solo, è come un re che non educa bene, è come un regno dove non c’è coordinamento.

Il calau è come la persona che non ha religione, quando muore non si fa la preghiera, è simile anche alla persona che non visita e sabota la malattia: chi sabota, sabota se stesso.

Boicottare I funerali è uccidersi, è rinunciare di sapere, è disconoscere il futuro, è uccidere la tradizione degli antenati, porta discriminazione e discordia nella famiglia, diminuisce la parentela.

La ribellione o boicotaggio del calau è un problema grave circa la morte: non capisce che la morte esiste ed è inevitabile, rifiuta che la morte è il viaggio verso Dio Namuli, seppellendo il morto nella sua testa, nega e fa ritardare al defunto il grande viaggio attraverso l’ultima porta e così ritorni a casa, si, all’utero materno del Dio Namuli.

Morire è come la bibita dolce:

non c’é nessuno che la faccia.

La morte è la rete di Dio.

La morte è grande pioggia.

La morte è cammino di Dio.

La morte non si rinuncia.

La morte non rimane lontano dalle persone.

La morte sta nelle mani.

La morte è ortaggio di Dio.

La morte è l’ultima porta di Dio.

Morire è l’ultimo consiglio della persona.

Morire non da vergogna.

Morire è uscire dal mondo.

Morire è viaggiare.

Nel cimitero non si girano le spalle.

La ribellione o sabotaggio del calau

è un problema grave circa la vita anche:

il corpo mai è la casa della morte/tomba,

ma è la casa della vita,

è necessario che non marcisca con il cadavere,

perché la vita sta in una pentola,

è ricchezza che cade subito,

è come acqua: se cade, non si raccoglie;

è come sull’albero: non si dorme là a proprio agio,

è come una scorza del fiume: non si ha molto fiducia in essa.

Per i nostri antenati il calau è un uccello che insegna alla gente questa grande cosa: visitarsi e aiutarsi è garantire una sepoltura.

La tartaruga ha un cuore buono, visita, il calau ha un cuore cattivo, non visita. La tartaruga cammina con la sua casa e il calau anda con la tomba di sua madre. La tartaruga è esperta e il calau è insensato. Le cose degli antenati sono come la tartaruga, quelle di satana sono come il calau. La tartaruga è la testa di Dio, il calau è presa in giro di Dio.

Per i nostri antenati il calau è un uccello che insegna alla gente questa grande cosa: visitarsi e aiutarsi è garantire una sepoltura.

Per camminare sempre con la tomba della madre sulla testa il calau non vuole lasciar partire la madre perchè ritorni alla casa del Namuli, non vuole separarsi da lei, nonostante sia sabotatore di funerali, ringrazia Dio per vedere sempre la sua madre.

La ribellione del calau provoca la morte. La sua testa è come un cimitero, la sua morte non si comunica.

Boicottare la tomba è male, la casa grande è il cimitero.

Il sabotatore è educato quando stà in lutto, al sabotatore gli marcisce il cadavere, il sabotatore è la talpa.

3. Il calau e Dio

Boicottare i funerali oltre ad essere un atto che infrange il principio della solidarietà, è anche un atto di empietà, di mancanza di fede nel Dio Namulico che fa uscire tutto dal suo utero materno provvisoriamente per dopo chiamare tutto a ritornare al suo utero matriarcale. Impedendo alla madre il grande viaggio di ritorno all’utero namulico, il calau si torna lui stesso un namuli definitivo della madre, un sostituto del Dio Namuli, la sua empietà è estrema, perché lui si comporta come un sabotatore e un oppositore a tutto il sistema delle coordinate della biosofia e biosfera xirima.

Tuttavia, tipico della biosofia e biosfera xirima, il calau per essere stato generato dal Dio namulico con le peculiarità analizzate, ha il suo posto nel sillabario della vita xirima, non è stato generato così inutilmente. Dio gli ha affidato una missione, lo ha fatto maestro con l’impegno di insegnare e ricordare all’uomo il contrario di ciò che lui è e fa. Come nello stato liminale dell’iniziazione dove tutto è permesso purché non sia fatto nel tempo normale, anche il calau celebra nella liminalità cronica della sua esistenza i non valori che devono essere categoricamente evitati nella vita dell’uomo. La morte esiste, negare la morte sarebbe negare lo stesso Dio, l’origine e il ritorno verso là. Se la biosofia e la biosfera danno tanto rilievo ai funerali, è perché, prima di essere la morte un imperativo categorico, è un indicativo categorico al servizio della vita.

Il sabotaggio dei funerali è una cosa molto cattiva agli occhi dell’uomo ma sopratutto agli occhi di Dio.

Dio cresce per mezzo delle sepolture reciproche: i suoi figli ritornano a casa, all’utero matriarcale namulico.

Il calau è un uccello che cammina con il cadavere nella testa, rigetta il grande viaggio di ritorno a Dio.

Dio sa misurare tutto bene, conosce tutto quello che è stato generato da lui, condividendo in tutte le parti la sua immagine. Essendo lui grande maestro dell’iniziazione, intanto non dobbiamo ridere del comportamento del calau perché è stato Dio che gli ha fatto crescere la testa perché sia la tomba di sua madre, è Dio stesso che gli ha dato di sabotare le sepolture e camminare con il cadavere nella testa, perché rimanessimo ben iniziati, non assumessimo l’esempio del calau, non boicottassimo i funerali, ma ci aiutassimo e ci seppelissimo mutuamente e così non ci ritardassimo qui in questa terra nell’ultimo viaggio, ma ritornassimo alla sua dimora Namuli, nell’altra riva, senza ritardi e in pace.

Se il tuo compagno ha la testa grande, non ridere di lui: è Dio che gliel’ha data come il calau.

La tomba della madre del calau nella sua testa è come la testa di Gesù coronata di spine.

4. Il calau e la Fede cristiana

Il calau come metafora inserita nel contesto cristiano, oltre ad essere anche per il cristiano un paradigma liminale di valori importanti nella vita sociale, diventa un archetipo cristiano, o prototipo trascendente che trasfigura e sublima il tipo categoriale.

Gesù

Gesù non è stato sabotatore,perchè ha visitato Maria e Marta, quando erano in lutto del loro fratello Lazzaro.

Simone di Cirene non è stao sabotatore come il calau, perchè ha aiutato Gesù a caricare la croce.

Il peso nella testa del calau è pesantissimo, mentre Gesù disse: “Venite a me, voi tutti caricati di pesi eccessivi, perchè il mio peso è lieve”.

Gesù è il calau del NT, ha caricato sulla sua testa, si, nel suo corpo, la morte di tutti, superando e vincendo tutta la morte per sempre.

Il calau si lamenta per la morte della madre. Andando a Gerusalemme, Gesù si è lamentato per l’incredulità di Gerusalemme.

La tomba della madre del calau nella sua testa è come la testa di Gesù coronata di spine.

Fede cristiana e Chiesa

I calao mai si separano, vivono in colonia. Con questo ci insegnano la comunione parentesca che è come una cicatrice che non si compra. Gesù stando sulla croce ha detto a sua madre: “Madre, questo è il tuo figlio”, e al suo discepolo: “Questa è la tua madre”.

Caricare la tomba, nel cristianesimo significa caricare ognuno la sua propria croce.

Nel cristianesimo il calau intende criticare le persone senza religione, che contraddicono le parole di Dio, non offrono la decima, vogliono però essere aiutate.

Il cristiano non può essere un sabotatore di sepolture, deve sentire pena, visitare e aiutare, senza parzialità nel suo cuore, deve essere obbediente ai comandamenti di Dio e della Chiesa, pagare la decima annuale e mensile.

Il calau è come il cristiano che ha perso la fede e non frequenta la chiesa.

Sàtana è il sabotatore per antonomasia.

Il cristiano non può essere un sabotatore di sepolture, deve sentire pena, visitare e aiutare, senza parzialità nel suo cuore, deve essere obbediente ai comandamenti di Dio e della Chiesa, pagare la decima annuale e mensile.

Valutazione

L’ aforisma circa l’uccello ephomopo così come tutto il suo orizzonte biologico ha rivelato tutta la sua ricchezza simbolica e metaforica. Il calau è veramente una metafora feconda, può essere considerata il negativo fotografico del sistema delle coordinate della biosofia e biosfera xirima: è metafora del matrimonio dove la paternità e la maternità sono portati agli estremi della donazione e dedicazione per i figli; è metafora della solidarietà sociale, soprattutto nei momenti drammatici e tragici della malattia e della morte che attingono la famiglia sia ristretta che allargata; è metafora della maturità dell’uomo slegato e autonomo dalla madre, formula pertanto una critica latente al matriarcato quando si reduce al matriarcalismo; è metafora del Dio Namuli, vera matriarca e definitiva, non provvisoria e transitoria: del Namuli si esce momentaneamente per ritornare là definitivamente; è una testimonianza unica della centralità della morte come evento degli eventi antropologici e cosmici che mai si può manipolare, marginalizzare, tornare insignificante; è anche nell’orizzonte cristiano un paradigma molto originale della cristologia e dell’etica Cristiana.

p. Giuseppe Frizzi

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Il male in mezzo a noi

Il problema non è tanto la disubbidienza, quanto la sfiducia. L’uomo smette di fidarsi di Dio.

Forse nella storia della Chiesa non esiste un capitolo biblico dalle conseguenze più pesanti che il terzo della Genesi. E non sempre, nell’usarlo, si è rispettato il testo di partenza. Può valere la pena di riprenderlo.

E questo da dove esce?

Ricapitoliamo la situazione: i primi capitoli della Genesi presentano l’umanità nelle sue caratteristiche di fondo, e all’inizio abbiamo l’uomo e la donna che vivono in un giardino, nella piena comunione con Dio e nell’armonia tra di loro («Entrambi erano nudi, ma non ne provavano vergogna»: Gen 2,25). In questa situazione qualcosa interviene a rompere l’idillio.

«È forse vero…? Ma non è che in verità…?». La formulazione della domanda dice tanto. Infatti il serpente, nella sua prima domanda, in realtà sbaglia, in quanto ipotizza che Dio abbia vietato di cibarsi di tutti gli alberi, e la donna lo corregge. Ma il serpente suggerisce che il motivo vero della proibizione non sia il bene dell’uomo, ma il mantenere l’uomo distante da Dio. Là dove tutto sembra parlare della bontà di Dio, il serpente lascia intendere che sotto ci sia l’inganno.

Il problema non è tanto la disubbidienza, quanto la sfiducia. L’uomo smette di fidarsi di Dio.

La Genesi lascia intendere che questa sia la “colpa” di fondo dell’uomo. Non tanto qualche peccato (che semmai ne sarà la conseguenza), quanto il diffidare. “Se Dio mi dice così, è perché ha un suo interesse, che non coincide con il mio. In realtà Dio mi vuole fregare”.

Lo sguardo di un cristiano può amaramente sorridere di questa sfiducia di fondo, ricordando che ciò che in Gesù si promette all’uomo è esattamente di diventare come Dio, non però come frutto di un furto, ma di un dono ricevuto.

Che fa Dio? La maledizione

Di fronte alla sfiducia, che faremmo noi? Romperemmo la relazione. È ciò che Dio esprime parlando di “maledizione”. Maledire qualcuno, per Dio, significa esprimere il suo rifiuto di rapportarsi con lui.

La maledizione contro il simbolo del sospetto, infatti, dice che Dio con il male, con la sfiducia, non ha intenzione di entrare in rapporto.

E, come ci potremmo attendere, Dio rompe i rapporti. Dapprima con il serpente, il quale non è chiamato per nome e si presenta più come un simbolo che come un individuo. È il simbolo del male, della sfiducia, del sospetto. Rispetto al serpente, Dio in tutta severità esprime la sua maledizione.

A pensarci bene, però, non si tratta di una cattiva notizia. La maledizione contro il simbolo del sospetto, infatti, dice che Dio con il male, con la sfiducia, non ha intenzione di entrare in rapporto. Non importa che Dio sia stato sfiduciato, lui non risponde con la sfiducia.

Ma la riflessione della Genesi va oltre: «Porrò inimicizia tra la tua stirpe e la stirpe della donna». Chi ha scritto queste pagine ha appena detto che crede che l’uomo, comunque, sia nemico del serpente. L’uomo non è fatto per la sfiducia, per il male, neppure oggi, neppure nella storia che viene dopo Genesi 3. E l’uomo non solo resta nemico del male: «Questa (la donna? la stirpe della donna? in fondo, comunque, entrambe) ti premerà la testa, e tu le premerai il calcagno» (Gen 3,15). C’è lotta e non si dice chi vincerà, ma non si può negare che la posizione del serpente sia peggiore: meglio rischiare un morso al piede, che di sentirsi schiacciare la testa.

Insomma, non solo l’uomo rimane buono e nemico del male, e probabilmente vincerà.

Una donna adulta

Poi Dio passa a sgridare la donna. Ma, sorpresa, non si parla di maledizione! Dio si rifiuta di rompere il suo rapporto con la donna, nonostante la sfiducia che si è visto riservare.

L’uomo non è fatto per la sfiducia, per il male, neppure oggi, neppure nella storia che viene dopo Genesi 3.

E la prima delle due parole che Dio rivolge alla donna, poi, è particolare: «Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai figli» (Gen 3,16). A prima vista, si parla solo di punizione e di sofferenza. Solo che…

Solo che gli scritti non nascono mai fuori da un contesto culturale, che fa loro da sfondo e dà loro senso. Nel contesto culturale di chi ha scritto la Genesi, la donna non aveva autonomia, era proprietà del padre prima e del marito poi, e guadagnava dignità e affetto solo quando metteva al mondo un figlio maschio. “Condannare” la donna ad avere figli, insomma, non suonava affatto come una condanna, anzi come la sua realizzazione (se ho molti figli, con tutta probabilità ce ne saranno anche di maschi…). Certo, si dice il male, perché il dolore del parto non è un bene. Solo che in tutta la Bibbia si cita il parto come l’esempio di un dolore che serve, che è utile, addirittura che si dimentica, siccome il bene cui dà origine è così grande.

Insomma, sembra proprio che Dio abbia in qualche modo stimolato la donna a diventare adulta, ad uscire dall’ingenuità dell’infanzia e a scoprire che nel mondo al bene è mescolato il male. Ma anche a credere che il male ha la peggio, è meno importante, passa in secondo piano.

E poi Dio continua a parlare: «Verso il tuo uomo sarà il tuo desiderio, ma lui ti dominerà» (Gen 3,16). Viene da interpretare questa frase secondo lo stesso schema: il desiderio della donna verso l’uomo è buono, è bello. Il problema è che l’uomo risponde con il dominio e non con il desiderio. Ma, sul modello della prima parola, quella sulle gravidanze, viene da pensare che comunque anche questo male non avrà la meglio sul bene.

L’ascolto della parola detta ad Adamo confermerà questa ipotesi.

Anche l’uomo, nel suo piccolo…

Anche l’uomo ha mangiato del frutto, ha diffidato di Dio. Anche a lui Dio si rivolge, e stavolta torna la parola di maledizione: «Maledetto il suolo per causa tua» (Gen 3,17). Non viene maledetto l’uomo, ma il suolo. Dio rompe i rapporti con la terra, e se l’uomo vorrà porre la terra in relazione con Dio, dovrà fare da intermediario. Ma, di nuovo, Dio si rifiuta di interrompere il suo rapporto con l’uomo. E, sul modello della prima parola alla donna, lo condanna a ottenere con sudore il suo pane dalla terra. Ma qualunque essere umano, in tutta la storia, ha sempre ritenuto che riuscire ad ottenere dalla terra il pane, sia pure con fatica, sia proprio un successo. Certo, sarebbe bello non faticare, ma il male vero sarebbe non avere il pane.

Insomma, sembra proprio che Dio abbia in qualche modo stimolato la donna a diventare adulta, ad uscire dall’ingenuità dell’infanzia e a scoprire che nel mondo al bene è mescolato il male.

Ancora una volta, insomma, Dio ammette che da adesso in poi, siccome l’uomo non si è fidato, ci sarà il male, ma che questo male resta secondario, destinato a non vincere.

Le tre dimensioni dell’uomo

Può essere interessante notare che le tre parole di Dio si occupano esattamente delle tre dimensioni che Genesi 2 aveva colto come fondamentali per l’uomo: verso il basso, ossia verso la creazione (la parola ad Adamo), alla pari (la seconda parola alla donna) e verso l’alto. Qui abbiamo una sorpresa, perché la Genesi a questo riguardo cita il rapporto tra le generazioni umane (qualcosa che effettivamente mi trascende, perché io condiziono chi mi viene prima e chi mi viene dopo, ma in ultimo ne vengo superato). Poteva sembrare scontato inserire, nella dimensione verso l’alto, il rapporto con Dio. E invece no. Quasi con un accenno laico, la Genesi qui non parla di Dio.

L’attenzione è preziosa: ciò che ha detto sulle tre dimensioni dell’uomo (verso l’alto, alla pari, verso il basso), che saranno condizionate da un male che comunque sarà presente ma che non avrà la meglio, non vale solo per il credente, ma per tutti gli esseri umani, anche se vorranno vivere senza Dio. La Genesi, e Genesi, è molto ottimista sull’umanità tutta, non solo su quella credente.

Dio ammette che da adesso in poi, siccome l’uomo non si è fidato, ci sarà il male, ma che questo male resta secondario, destinato a non vincere.

E può essere curioso notare che una cultura maschilista come quella che dà alla luce questo testo pensi che Dio abbia affidato alla donna due delle tre parole, mentre all’uomo consegna solo quella sul rapporto con il creato.

Un Dio incoerente

Il racconto è quasi alla fine, ma riserva un’ultima sorpresa. Dio deve mettere l’uomo e la donna fuori dal giardino. Quella fiducia che era scontata, immediata, infantile, non esiste più. L’uomo e la donna dovranno ricominciare a fidarsi di Dio, decidere di affidarsi a lui. È come se fossero diventati adulti. Sanno che nel mondo c’è anche il male, ma devono credere alla promessa che non vincerà.

Ma nel mandarli fuori, Dio si preoccupa ancora di loro. Quando tutto andava bene e si fidavano di Dio, si fidavano anche l’uno dell’altra e non avevano bisogno di nascondersi («Erano entrambi nudi, ma non ne provavano vergogna»: Gen 2,25). Dopo aver smesso di fidarsi di Dio, iniziano a diffidare anche del compagno e decidono di porre qualche filtro, di non offrirsi più totalmente, senza nascondersi, e si coprono con foglie di fico (Gen 3,7). Ma quale protezione possono offrire delle foglie? Dio si preoccupa di dotare la prima coppia di tuniche di pelli.

La Genesi, e Genesi, è molto ottimista sull’umanità tutta, non solo su quella credente.

La natura, però, finora era stata completamente aliena da qualunque forma di violenza: persino gli animali che poi sarebbero stati carnivori, nella prima creazione erano tutti vegetariani (cfr. Gen 1,29-30). Il primo a uccidere è Dio…! E lo fa per l’uomo, che ha appena smesso di fidarsi di lui! Piuttosto che rompere il suo rapporto con l’uomo, Dio è disposto a mostrarsi incoerente e rompere la propria stessa legge!

 

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Tra coraggio e paura

Questo libro ha la caratteristica particolare di avere, nel testo greco, due bellissime preghiere, l’una posta sulle labbra di Ester e l’altra di Mardocheo, suo cugino.

Ester è la protagonista del libro che porta il suo stesso nome e che insieme a quello di Tobia e di Giuditta costituiscono una trilogia inserita ubicata dopo i libri storici. Questo libro ha la caratteristica particolare di avere, nel testo greco, due bellissime preghiere, l’una posta sulle labbra di Ester e l’altra di Mardocheo, suo cugino.

Ester, una giovane donna ebrea, deportata da Gerusalemme durante l’invasione di Nabucodonosor re di Babilonia, orfana di padre e di madre è adottata dal cugino Mardocheo che “l’aveva presa come propria figlia” (2,7). Essi vivono a Susa, città di Babilonia, dove il re persiano usa trascorrere il tempo invernale. Ed è proprio nel corso di uno di questi soggiorni che sono collocati gli avvenimenti che sconvolgono la tranquilla vita di Ester.

Il re Assuero, Serse I per la storia, era un re persiano “che regnava dall’India fino all’Etiopia sopra centoventisette province” (1,1), vuole scegliere una moglie tra le ragazze del suo regno. Vengono quindi radunate tutte le vergini nel palazzo di Susa e tra queste anche Ester di cui è segreta la sua provenienza ebrea. Al momento della presentazione delle giovani il re Assuero è colpito da Ester “ragazza di presenza bellissima e di aspetto affascinante”, la scelse tra le altre giovani donne… “le pose in testa la corona regale e la fece regina” (2,7.17).

Ester non ha mai ambito la ricchezza di corte a cui è costretta, come lei stessa confessa al Signore “detesto l’emblema della mia fastosa posizione che cinge il mio capo nei giorni in cui devo fare comparsa..” (4,17v) e ha sempre conservato il suo cuore integro per il Signore “la tua serva non ha gioito di nulla se non di Te, Signore, Dio di Abramo” (4,17y). Ester è una giovane dal cuore semplice, chiamata a una missione più grande di lei.

Ester non ha mai ambito la ricchezza di corte a cui è costretta, come lei stessa confessa al Signore “detesto l’emblema della mia fastosa posizione che cinge il mio capo nei giorni in cui devo fare comparsa..” (4,17v)

Presto, però, la scena muta. Il nuovo ministro del re, Amàn esige che ognuno pieghi il ginocchio e si prostri dinanzi a lui che si considerava, dopo il Re il più grande dignitario. Mardocheo rifiuta perché “un Giudeo” si genuflette solo davanti a Dio Signore del cielo e della terra il cui nome è Signore dei Signori. Il ministro diviene furioso e convince il re ad emettere un editto reale con l’ordine di sterminare gli ebrei da eseguire in un giorno e in un mese che verrà definito dalle “sorti”, ossia dai “dadi”. È la fine per questo popolo già prostrato in una situazione di schiavitù. Ed è in questo momento che viene chiamata in soccorso Ester. Ella, la regina, deve intervenire presso il re per cambiarne il cuore informandolo sulla situazione di tradimento che si tramava alle sue spalle e che avrebbe, tra l’altro, portato alla distruzione del popolo ebreo.

La sua prima reazione, quale della donna saggia e prudente che conosce bene le regole stabilite dalla casa reale che proibiscono a tutti di presentarsi al re senza essere chiamati, pena la morte, è quella di angoscia: sa che è un’impresa quasi impossibile. L’invito si fa pressante ed ella allora comprende di essere stata scelta quale strumento del Signore per salvare il suo popolo dall’eccidio e obbedisce. Nell’umile verità di se stessa sa di non essere all’altezza di una simile impresa per questo si affida al braccio potente del Signore. Chiede a tutti i giudei di unirsi a lei nel digiuno e nella penitenza per tre giorni mentre il suo cuore si apre alla supplica verso il suo Dio, il Dio dei suoi padri “che ha scelto Israele da tutte le nazioni” per farne il suo popolo.

È la drammatica preghiera del disperato la cui fiducia è unicamente posta in Dio. Un’invocazione che scaturisce da un cuore credente e angosciato e che si fa voce di tutti i perseguitati e oppressi. E’ la preghiera di una donna afflitta, in preda al timore, ma allo stesso tempo, convinta del sostegno divino. È un inno alla potenza e all’amore misericordioso di Dio che ascolta sempre coloro che in Lui si rifugiano:

È la drammatica preghiera del disperato la cui fiducia è unicamente posta in Dio.

Mio Signore, nostro Re, tu sei l’Unico! Vieni in aiuto a me che sono sola e che non ho altro soccorso se non Te, perché un grande pericolo mi sovrasta. Io ho sentito fin dalla nascita, nel seno della mia famiglia che Tu, Signore, hai scelto Israele da tutte le nazioni come Tua eterna eredità. Ricordati, Signore, manifestati nel giorno del nostro dolore e dammi coraggio! Metti sulle mie labbra parole ben calibrate di fronte al leone e volgi il suo cuore contro verso chi ci combatte. Salvaci con la Tua mano e vieni in mio aiuto perché sono sola e non ho altri che Te, Signore!…Dio che domini tutti per la Tua potenza, ascolta la preghiera dei disperati, liberaci dalla mano degli empi e libera me dalla mia angoscia! (Dal capitolo IV del testo greco).

In questa preghiera Ester si confonde con il suo popolo e passa dal singolare al plurale perché la sua voce si trasforma in quella di tutti i suoi fratelli oppressi. Alla base di questa invocazione c’è la certezza dell’invincibilità dell’amore divino il quale interverrà operando un vero e proprio ribaltamento, come quello annunziato dai profeti per il ‘giorno del Signore’, l’empio che si era esaltato sarà umiliato, il perseguitato sarà intronizzato e glorificato, alla morte subentra la vita, allo sterminio la salvezza.

Anche noi, a volte, siamo sollecitati a farci carico della sofferenza e dell’angoscia dei nostri popoli, delle nostre società e di coloro che soffrono, senza sostegno o appoggio…

Anche noi, a volte, siamo sollecitati a farci carico della sofferenza e dell’angoscia dei nostri popoli, delle nostre società e di coloro che soffrono, senza sostegno o appoggio… Oggi la Chiesa ed ogni cristiano siamo chiamati a farci carico del dolore e della sofferenza degli uomini e le donne del nostro tempo…. Siamo chiamati a assumere, la fatica e il dolore dei più poveri, anche a rischio della nostra vita… Come Gesù che non ha rifiutato di prendere su di sé il peccato dell’umanità e ha donato la sua stessa vita… in riscatto per molti (cfr. Mt. 20,28).

Dopo aver invocato il “Dio che veglia su tutti e li salva” (5,1a), Ester si spoglia delle vesti della penitenza per ricoprirsi “di tutto il fasto del suo rango” e parte per la sua missione. “Il suo viso era gioioso, come pervaso d’amore” (5,1b), ma sotto tanta bellezza c’era il cuore di una donna, umile e semplice, impegnata in una impresa più grande di lei, “stretto dalla paura” (5,1b). La regina, attraversate l’una dopo l’altra, tutte le porte, si trova alla presenza del re. Egli è seduto sul trono regale con un aspetto molto terribile. Alza il viso e guarda in un accesso di collera colei che entra alla sua presenza senza esserne invitata. La regina si sente svenire… e poggia la testa sull’ancella che l’accompagnava, ma Dio volge a dolcezza lo spirito del re ed egli, fattosi ansioso balza dal trono, la prende tra le braccia, sostenendola finché non si riprende” (5,1d-e) Con alcune pennellate di grande maestria, l’autore biblico dipinge questo quadro in cui si alternano momenti di tenebre e di luce, sentimenti di coraggio e di paura, atteggiamenti di potere e slanci d’ amore. Tutto è illuminato dall’intervento del Signore che trasforma i cuori degli uomini e li apre all’amore. Il re, colpito dal gesto coraggioso della sua regina, si impegna a realizzare ogni suo desiderio ed ella chiede la vita per sé e per il suo popolo, mentre rivela al re il piano perverso del suo ministro Amman, che voleva distruggere e sterminare il popolo per perseguire il suo piano prevaricante nei confronti del re a cui si opponeva Mardocheo, ebreo e cugino di Ester. La storia termina con il trionfo del bene sul male, il “prepotente” è stato impiccato sull’albero preparato per la persona “onesta”.

Tutto è illuminato dall’intervento del Signore che trasforma i cuori degli uomini e li apre all’amore.

Ed è proprio Ester all’origine di questo ribaltamento delle sorti. Modello di fede in Dio e di amore per il suo popolo, ella era disposta a donare la vita per esso e grazie a questo suo amore, pronto al sacrificio fino in fondo, la verità ha trionfato e il bene ha vinto il male.

Per celebrare questo ribaltamento in Israele, fino ad oggi, è stata stabilita una festa detta purim, “ribaltamento”, fissata per il 15 Adar (cade più o meno nel mese si febbraio), dura un giorno ed è preceduta dal giorno di digiuno (digiuno di Ester). Il senso vero della festa è ricordare che Dio salva il suo popolo.

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Creati 3D

[…] la Genesi ci sta dicendo che sulla terra non c’era la vita per due motivi: perché mancava la pioggia, dono di Dio, ma anche perché mancava un coltivatore.
Chi legge di seguito i primi due capitoli della Bibbia (affrontandola come se fosse un romanzo), resta probabilmente sconcertato e stupito. Nella prima pagina ha trovato un mondo completamente allagato, in cui le prime fatiche di Dio consistono nel dividere le acque dalle acque e di porre loro un limite; nella seconda, la terra è arida e riarsa. Nella prima pagina Dio fa tutto dal nulla, nella seconda si trova un mondo già quasi completo, che manca però del capolavoro. Nella prima pagina Dio parla e tutto succede, nella seconda si mette a impastare, prova, si accorge degli errori, li corregge… È molto probabile che siano state persone diverse a scriverle, ma è chiaro che chi le ha messe insieme pensava di poterlo fare. Evidentemente non immaginava che avremmo letto queste righe come una cronaca dell’inizio del mondo, ma come una spiegazione delle sue “coordinate di fondo”, di come funziona il mondo e l’uomo, o meglio di come dovrebbe funzionare per non guastarsi.

E da questo punto di vista il secondo capitolo della Genesi completa il discorso già iniziato.

C’è da creare un mondo

C’è dunque una terra arida e morta. Perché? Sorpresa! «Perché Dio non aveva fatto piovere sulla terra e non c’era uomo che lavorasse il suolo» (Gen 2,5). Magari non ci accorgiamo subito di quanto ciò sia strano, ma, se rileggiamo bene, la Genesi ci sta dicendo che sulla terra non c’era la vita per due motivi: perché mancava la pioggia, dono di Dio, ma anche perché mancava un coltivatore. Ossia, ci potrà essere la vita solo quando i due, uomo e Dio, collaboreranno nella creazione. L’uomo crea insieme a Dio.

[…] come Dio è creatore, cioè è anche responsabile che questa creazione continui a vivere, la medesima responsabilità è condivisa dall’uomo, che è chiamato a prendersi cura di questa creazione, perché continui a vivere.
Se ci mettessimo a fare i filosofi, d’altronde, sembrerebbe quasi una conseguenza logica del primo capitolo: se l’uomo è stato creato a immagine e somiglianza di Dio (Gen 1,26), ciò che Dio ha fatto finora è stato semplicemente di creare, dunque anche l’uomo è creatore.

Potremmo andare avanti, e affermare che, secondo la Genesi, come Dio è creatore, cioè è anche responsabile che questa creazione continui a vivere, la medesima responsabilità è condivisa dall’uomo, che è chiamato a prendersi cura di questa creazione, perché continui a vivere. Il mondo non si perfeziona senza l’opera dell’uomo. E se l’uomo non collabora, semplicemente è meno uomo.

Certo, la differenza tra Dio e l’uomo è che è ancora Dio a creare anche l’uomo (Gen 2,7). Ma una volta che l’uomo è creato, i due collaborano per tutto il resto.

Primi problemi

A questo punto, però, quando tutto sembra a posto, per la prima volta nella Bibbia si dice che qualcosa non va. E può stupire che a dirlo sia Dio. Ma come? Ha fatto tutto lui, come può esserci qualcosa che non funziona?

È come se gli autori biblici ci dicessero che persino Dio non può creare tutto in un attimo, con uno schiocco di dita. Anche lui ha bisogno di provare, di valutare, di accorgersi dei problemi, di correggerli, procedere… La cosiddetta “imperfezione” del nostro vivere non è qualcosa che ci allontani da Dio, anzi lui stesso l’ha condivisa.

La cosiddetta “imperfezione” del nostro vivere non è qualcosa che ci allontani da Dio, anzi lui stesso l’ha condivisa.

L’importante è accorgersi dei problemi. E qual è il problema che Dio vede? «Non è bene che l’uomo sia solo» (Gen 2,18). Ma come? Non è solo! Ha Dio! Per secoli i mistici di tutte le religioni ci hanno detto che per l’uomo l’essenziale è parlare con Dio, ci siamo fatti sedurre dall’idea che i mistici siano i credenti perfetti, e la Genesi ci dice che quell’uomo che ha solo Dio con cui parlare (per cui non si farà neppure distrarre…) è da solo?

Sembra davvero strano, ma per capire meglio dobbiamo fare un passo fuori dal discorso, per ricordare come pensava quella cultura che ha scritto queste pagine. Il nostro mondo dice che tutti gli uomini hanno la stessa dignità e importanza, esalta molto la dimensione orizzontale, che può poi comportare dei problemi, come vedremo tra poco, ma che almeno sui rapporti umani è conquista importante. La cultura che ha prodotto tra l’altro anche la Genesi pensava invece che tutte le relazioni del mondo fossero gerarchiche: io sono più importante di alcuni e meno di altri, e la domanda implicita che mi pongo incontrando uno sconosciuto è chi dei due ha più dignità.

Ecco perché il secondo capitolo di Genesi deve arrivare a parlare delle tre dimensioni di fondo dell’uomo prendendola un po’ alla larga…

Un aiuto come in faccia a lui

Dio prende l’iniziativa di risolvere il problema presentando all’uomo tutti gli esseri viventi. Lo scopo è di trovare all’uomo «un aiuto come in faccia a lui» (o «che gli corrisponda», come traduce oggi, con più eleganza, la CEI: Gen 2,18). Ma l’uomo, davanti a tutti gli animali che gli sono posti davanti, non trova ciò che cerca. Dà loro il nome, cioè entra in relazione, ma entra in relazione come chi è più importante. È il genitore a dare il nome al figlio, non viceversa. E in tanti contesti umani che vogliono sottolineare che non sei più in relazione e dipendenza con tuo padre, ti viene cambiato il nome. Adamo è signore del creato, cioè è più importante e quindi chiamato a prendersene cura, ma questo non imposta una relazione alla pari.

Il nostro mondo dice che tutti gli uomini hanno la stessa dignità e importanza, esalta molto la dimensione orizzontale, che può poi comportare dei problemi, come vedremo tra poco, ma che almeno sui rapporti umani è conquista importante.

Ecco che cosa aveva intuito Dio. Ottimo che Adamo sia in rapporto con Dio stesso, che però non è alla pari: questa è una relazione che Adamo mantiene con l’alto, con ciò che lo supera. E ottimo anche che Adamo sia in relazione con il creato, con ciò che gli rimane inferiore. Ma queste due relazioni, che per l’antichità erano chiare, non sono tutto. L’uomo ha bisogno anche di una relazione alla pari. Senza le tre dimensioni, l’uomo è incompleto, e la sua situazione “non è buona”.

Il nostro mondo, la nostra cultura, valorizza molto il rapporto alla pari, ed è bene. Ma non è sufficiente. È questo il motivo per cui, quando ci rapportiamo con la natura, o non ci ricordiamo che esista o la trattiamo come se ci trovassimo davanti a esseri umani (cioè, non la consideriamo come qualcosa di inferiore a noi, di cui dobbiamo prenderci cura) e non sappiamo parlare del rapporto con ciò che ci supera, con la trascendenza, che siano le generazioni prima e dopo la nostra o che sia Dio stesso.

Finalmente, questa volta…!

Dio, dunque, ha visto un problema, ha provato a risolverlo e ancora una volta ha fallito. Ma non si scoraggia. Il problema rimane, quindi va risolto. Addormenta Adamo. Ciò che succede adesso non dipende dall’uomo, che non è padrone di ciò che succede mentre è nel sonno. Dio gli estrae una costola e intorno a quella impasta la donna.

Dicono i rabbini medioevali, che spesso hanno il coraggio di mettersi a valutare l’operato di Dio come se fosse uno studente volenteroso ma a volte incapace, che qui Dio ha fatto davvero bene!

Dicono i rabbini medioevali, che spesso hanno il coraggio di mettersi a valutare l’operato di Dio come se fosse uno studente volenteroso ma a volte incapace, che qui Dio ha fatto davvero bene! Perché se avesse preso un osso del piede di Adamo, questi avrebbe potuto considerarsi superiore alla donna. Se lo avesse preso dalla testa, sarebbe stata la donna a potersi ritenere più importante. L’ha preso dal fianco, però, perché è vero che la donna è un aiuto come in faccia all’uomo, ma non proprio in faccia. Se infatti avesse preso dallo sterno, i due avrebbero potuto guardarsi alla pari, ma avrebbero solo potuto contemplarsi, il che sarebbe già stato buono ma non sufficiente. Ha preso dal fianco, perché i due siano alla pari ma, insieme, sostenendosi, camminino insieme in avanti, non si accontentino di ciò che sono.

Quando comunque Adamo si sveglia, pur ignorando ciò che i rabbini medioevali avrebbero detto di lui, ammette che finalmente, questa volta, Dio ce l’ha fatta! Questa donna è come l’uomo, «osso delle mie ossa, carne della mia carne. La si chiamerà donna (isshà, in ebraico) perché dall’uomo (ish) è stata tratta» (Gen 2,23). Non è più Adamo a darle il nome (non le è superiore) ma ammette che “sarà chiamata”, vale a dire da Dio. Anche lei è in rapporto dal basso verso l’alto con Dio, ma alla pari con l’uomo.

Una carne sola

L’annotazione finale di Adamo è culturalmente sorprendente. Non dobbiamo dimenticarci che questi scritti nascono in un contesto preciso, per il quale parlano. Restano preziosi anche per noi, a secoli di distanza, ma non sono scritti in primo luogo per noi. Il mondo al quale scrivono in primo luogo è un mondo in cui la donna non è autonoma, ma proprietà prima del padre e poi del marito. È il clan familiare il luogo in cui si cresce, ed è per questo che è preferibile che nascano dei maschi, perché restano nel clan, mentre le donne andranno ad arricchirne altri, dando loro dei figli.

Dire quindi che «per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre» (Gen 2,24) è affermare ciò che non succedeva. Ma chi scrive capisce che questo legame assolutamente alla pari è l’ideale per l’uomo…

Dire quindi che «per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre» (Gen 2,24) è affermare ciò che non succedeva. Ma chi scrive capisce che questo legame assolutamente alla pari è l’ideale per l’uomo, al punto da mettere in discussione tutti gli altri legami umani. Al punto di dire che sarà l’uomo a trasferirsi in casa della donna…

E poi sostiene che i due «saranno un’unica carne». Per il mondo ebraico l’uomo non è composto da anima e corpo, ma è un tutt’uno (ciò che dicono anche le nostre scienze umane contemporanee), anche se in questa unità si possono distinguere aspetti diversi. Solitamente il mondo ebraico identifica, tra questi aspetti, lo spirito (è la razionalità, i sentimenti e la capacità di progettare e decidere, che anche gli animali possiedono), l’anima (è il rapporto con il trascendente, con Dio, e secondo il mondo biblico solo l’uomo lo possiede) e la carne. Questa è la dimensione di maggiore fragilità dell’uomo, è ciò che lo costringe a doversi cibare, dissetare, dormire, che lo sottomette alle incomprensioni, alle malattie, alla morte. Ebbene, dei due non si dice che costituiranno un’unica anima (potranno anche avere rapporti diversi con il trascendente, restano autonomi…), né un unico spirito (potranno anche nutrire progetti e relazioni diverse…) ma un’unica carne: nei due che si rapportano alla pari, a diventare unica è la fragilità, la sofferenza, il limite. Mantengo i miei sogni, i miei progetti, ma la tua fatica è anche la mia fatica.

[…]nei due che si rapportano alla pari, a diventare unica è la fragilità, la sofferenza, il limite.
Questo significa anche, però, che secondo la Genesi il nucleo più autentico dell’uomo non è il suo rapporto con Dio (per quanto ciò sia sorprendente, in un testo religioso!) né i suoi progetti o realizzazioni, ma la sua fragilità. L’uomo è profondamente se stesso quando si mette di fronte al proprio limite.

Per il cristiano, ciò significa anche che se Dio vuole essere come noi, deve assumere fino in fondo la nostra fragilità, la carne dell’uomo.

Angelo Fracchia

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La schiava salvata da Dio

Storia attualissima di una donna che, in condizioni di inferiorità sociale assoluta, era infatti schiava, senza alcun diritto, ha saputo difendere la propria dignità e il proprio figlio.

La storia di AGAR, la schiava egiziana, si inserisce in quella di Sara e di Abramo. Ma è anche una storia a sé, colmata di dolore, di fierezza e insieme di speranza. Storia attualissima di una donna che, in condizioni di inferiorità sociale assoluta, era infatti schiava, senza alcun diritto, ha saputo difendere la propria dignità e il proprio figlio.

Possibilmente bruna, con i riflessi blu dei lineamenti degli egiziani originari, altera nel fisico anche se umiliata dalla condizione di schiavitù, Agar fa da contrappunto drammatico a Sara, la “principessa”1, la padrona assoluta che potrebbe disporre della sua vita, come farà a un certo punto.

Per molti anni, sotto la ricca tenda di Abramo, il dramma pende positivamente dalla parte di Agar e negativamente dalla parte di Sara. Agar, giovane, bella e piena di vita; Sara, pure bella, ma ormai sfiorita e sterile. Agar dopo aver giaciuto con Abramo ed essere rimasta incinta e prima ancora che Ismaele fosse nato (Gen. 16:1-4), diventa orgogliosa di sé, sente d’aver finalmente raggiunto la tappa più inverosimile della propria vita di schiava: quella di contare di più della padrona per il solo fatto d’essere, a differenza di lei, feconda e madre.

Il Primo Testamento, come in tutte le storie dei popoli antichi, è pieno di questi casi di schiave che insuperbiscono e finiscono col dominare le padrone, ma occorre tener conto che questa umana e sgradevole storia è inserita nel libro di Dio, e dietro fatti non sempre edificanti, Dio, all’insaputa degli stessi protagonisti, tesse la salvezza dell’umanità secondo il proprio amore e la propria sapienza.

Dio, all’insaputa degli stessi protagonisti, tesse la salvezza dell’umanità secondo il proprio amore e la propria sapienza.

Proviamo anche noi a fare una rilettura della nostra vita, una vita segnata, a volte, da eventi e/o situazioni difficili da collocare nel marco della nostra esistenza senza uno sguardo di fede… Certe situazioni lasciano segni indelebili a volte… come le cicatrici dei chiodi del Cristo Crocifisso che però alla luce dell’amore del Padre diventano i segni della risurrezione…

Ma torniamo alla tenda di Abramo. Sara si lamenta immediatamente col marito dell’impudenza provocatoria della schiava: «Tu mi fai torto; io ti ho messo fra le braccia la mia schiava, ed essa, accorgendosi d’aver concepito, mi disprezza: il Signore giudichi fra me e te» (Gen. 16: 5). Sara si diminuisce al livello di Agar: eccole ambedue gelose l’una dell’altra, tese ormai a escludersi a qualunque costo. La gelosia chiude la possibilità di giudicare con rettitudine e impedisce un valutazione retta dei fatti. Quante volte le persone si trovano in situazioni simili e non sanno gestire gli eventi, non sanno dare un nome ai sentimenti e preferiscono tagliare corto, rompere il rapporto o addirittura spezzare una relazione di amicizia e familiarità: Non sappiamo dare un il nome vero ai nostri sentimenti per questo siamo testimoni di tante tragedie nella nostra società!

La gelosia chiude la possibilità di giudicare con rettitudine e impedisce un valutazione retta dei fatti.

Ora, in una situazione del genere è concepibile che il peggio toccasse alla schiava, a colei che, anche per legge, era priva di ogni diritto. Abramo amava Sara; inoltre non poteva difendere giuridicamente Agar, nel contesto del diritto e delle usanze del tempo. Con docile remissività, accetta le scelte di Sara nei riguardi di Agar. Risponde: «Ecco, la tua schiava è in tuo potere, fa di lei quello che ti piace».

Non sappiamo cosa abbia fatto la “principessa” alla schiava umiliata, si sa, semplicemente, che “la maltrattò tanto che quella si allontanò”. Soltanto il fermo intervento dell’Angelo del Signore e la di lui promessa: «Io moltiplicherò grandemente la tua posterità che, da quanto sarà numerosa, non potrà essere contata», con la precisazione “Ecco, tu concepirai e partorirai un figlio al quale porrai nome Ismaele, perché il Signore ha ascoltato la tua afflizione. Egli sarà come un onagro: le sue mani contro le mani di tutti, e le mani di tutti contro le mani di lui: egli abiterà in faccia a tutti i suoi fratelli», convinceranno Agar al ritorno alla tenda di Abramo (Gen. 16: 6-18). Purtroppo, e lo costatiamo tutti i giorni, la risposta alle situazioni difficili è la violenza. Ci sembrerebbe che la violenza (quella di Sara) o la ribellione (quella di Agar) siano la risposta logica al male subito. Eppure Gesù ci ha insegnato un modo diverso di risponde al male ed è quello del perdono, della mansuetudine, della non-violenza. Questo non è debolezza, ma al contrario è la forza dell’amore che trova in se l’energia per guardare l’altro con gli occhi e il cuore colmo di compassione. Se tutti facessimo così il nostro pianeta sarebbe un Paradiso anticipato!

Purtroppo, e lo costatiamo tutti i giorni, la risposta alle situazioni difficili è la violenza. Ci sembrerebbe che la violenza (quella di Sara) o la ribellione (quella di Agar) siano la risposta logica al male subito. Eppure Gesù ci ha insegnato un modo diverso di risponde al male.

Ma nonostante la promessa dell’Angelo, l’illusione e la speranza durano poco. Appena nasce Isacco, il figlio legittimo, il sereno scompare. L’incidente si verifica il giorno stesso in cui il piccolo Isacco viene svezzato: Abramo, per festeggiare il divezzamento, ha indetto un grande convito. Davanti a tutta la gente, però, Ismaele, più grande e già «feroce», come l’angelo l’aveva definito prima ancora che nascesse, si mette a prendere in giro il fratello più piccolo e debole. Sara scatta e chiede ad Abramo di allontanare la schiava e suo figlio, perché il figlio della schiava non deve essere erede come il figlio Isacco».

A queste parole Abramo sente dispiacere. Lui ama ambedue i suoi figli, ma Sara non deflette, e Dio gli rivela che dove la durezza semina ingiustizia, Egli saprà seminare il riscatto e la consolazione. Allora Abramo si piega a cuore stretto.

Ecco Agar di nuovo nel deserto, sola con il suo ragazzo. Il pane e l’acqua dell’otre finiscono presto. Il bambino ha fame e sete, forse morirà. Agar si dispera, però Dio non si dimentica di lei e interviene: “E Dio fu con il fanciullo che crebbe ed abitò nel deserto e divenne un tiratore d’arco. Ismaele abitò nel deserto del Páran e sua madre gli prese una moglie del paese d’Egitto” (Gen. 21: 8-21). Ismaele sarebbe diventato il capostipite del popolo del deserto.

Dio gli rivela che dove la durezza semina ingiustizia, Egli saprà seminare il riscatto e la consolazione.

Come la sua padrona Sara, anche Agar ha sofferto. Il suo destino di schiava si è riscattato e compiuto nella vocazione del figlio. Così anche lei, come Sara sarà la matriarca di un popolo.

sr. Renata Conti MC

1 L’accezione del nome ‘Sara’ significa Principessa.

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