La decisione di Giuseppe

Giuseppe vive il dramma della fiducia in Maria e della fedeltà alla legge. La deliberazione a cui arriva Giuseppe è una non soluzione: separarsi segretamente da Maria.

Mt. 1,18-25

All’alba del NT abbiamo un complesso e profondo insegnamento sul discernimento, inteso come ricerca della volontà di Dio, nella vicenda che ha per protagonista Giuseppe, lo sposo di Maria.

“Giuseppe, che era giusto, non volendo esporla al pubblico ludibrio, decise di rimandarla in segreto” (Mt 1,19).

Con l’annunciazione ha inizio una prova tremenda per Giuseppe e Maria. Quando la gravidanza di Lei diventa visibile, Giuseppe entra in una grande ansietà, dalla quale potrà uscirne solo grazie alla sua capacità di discernimento. Non c’è dubbio che sia stato Dio a illuminarlo, mediante il ministero angelico, ma Dio non avrebbe potuto chiarire questo mistero, senza il verificarsi delle condizioni personali che cercheremo di precisare in questa lectio.

Contesto di questo evento:

Per cogliere il cammino di Discernimento percorso da Giuseppe dobbiamo avvicinarci al suo dramma umano e lasciarci guidare come Lui nella scoperta di ciò che stava avvenendo così come Matteo lo presenta:

Giuseppe si trova di fronte a un evento inatteso: accade qualcosa che sconvolge la vita di Giuseppe. Maria, già legata a lui da una promessa pubblica di matrimonio, è stata scoperta incinta. Il riferimento che nel testo Biblico Matteo fa allo Spirito Santo è un dato non conosciuto da Giuseppe ma anticipato per noi dall’evangelista. L’informazione giungerà a Giuseppe in un secondo momento, come risulta da una lettura attenta del testo.

Giuseppe si sveglia,“egerqeij = risorge” dalla sua tenebra e sceglie, sceglie di aderire a quel Figlio non suo, sceglie di accogliere un progetto nuovo di Dio sulla sua vita.

E’ coinvolto in un dramma personale: Giuseppe è presentato come un uomo giusto. Che cosa significa questo? Nel linguaggio biblico il giusto è colui che osserva la Torah, la legge, il cammino educativo che Dio ha dato al suo popolo (cf. Sal 1). La sofferenza di Giuseppe è dunque legata a ciò che la Torah richiedeva ad un uomo nella sua situazione: leggiamo il testo di Dt 22,22ss. L’obbedienza alla legge obbligava Giuseppe a denunciare Maria e a scagliare contro di lei la prima pietra per iniziare la lapidazione pubblica. Giuseppe vive il dramma della fiducia in Maria e della fedeltà alla legge. La deliberazione a cui arriva Giuseppe è una non soluzione: separarsi segretamente da Maria.

Nel buio del suo dramma ecco che avviene la rivelazione di Dio

La rivelazione dall’alto: nel sonno Dio rivela la sua volontà a Giuseppe attraverso un cammino di comprensione della Scrittura (cf. Emmaus) che gli indica come Dio stia, in questo fatto, compiendo una cosa nuova che gli permette di continuare a manifestarsi come il Dio con noi.

Dio rivela l‘identità di colui che doveva nascere: Dio rivela a Giuseppe chi è Colui che Maria porta nel grembo: E’ figlio di Davide, è il Messia “erede” di colui al quale è stata promessa una discendenza eterna. E Lui, Giuseppe è chiamato a imporre il nome al Figlio di Dio per donargli un posto nella storia. Così Giuseppe è condotto per mano a scoprire la presenza di Dio nella sua vita attraverso un cammino di fede in cui rischia tutto.

Non si può parlare di discernimento se si prescinde dall’approccio alla Scrittura; nessuno è in grado di discernere, se non colei che ha il cuore abitato dalla Parola.

Giuseppe si sveglia,“egerqeij = risorge” dalla sua tenebra e sceglie, sceglie di aderire a quel Figlio non suo, sceglie di accogliere un progetto nuovo di Dio sulla sua vita. Lascia che Dio sia Dio nella sua vita, imprevedibile, libero, a volte misterioso e aderisce a Lui.

Alla luce di questo dramma che ha posto Giuseppe di fronte a un piano di Dio a Lui sconosciuto cercheremo di individuare alcuni elementi utili al discernimento e che schematizzeremo in due passi:

Primo passo: di fronte alla visibile e inspiegabile maternità di Maria, Giuseppe si volge all’autorità della Scrittura per conoscere la volontà di Dio sulla sua situazione specifica. Nel processo di discernimento, necessario alla ricerca della volontà di Dio, Giuseppe compie il primo e insostituibile passo quello di meditare la Parola di Dio. Non si può parlare di discernimento se si prescinde dall’approccio alla Scrittura; nessuno è in grado di discernere, se non colei che ha il cuore abitato dalla Parola.

Dopo che la coscienza della persona ha acquisito i dati e i principi dell’agire, desumendoli dalla Parola di Dio, deve pregare e attendere una illuminazione interiore, nella quale Dio gli mostrerà come quel principio generale dell’agire debba essere applicato in quella situazione particolare.

La conoscenza delle Scritture è dunque il primo passo del discernimento, ma non l’unico. Sempre nel medesimo versetto possiamo dedurre che Giuseppe ha consultato la legge mosaica là dove si parla della possibilità del divorzio, “Se un uomo prende una donna e la sposa, e questa non trova più favore ai suoi occhi, perché egli ha trovato in essa qualcosa di sconveniente, le scriverà un atto di divorzio… e la rinvierà a casa sua” (Dt 24,1). La legge mosaica, come abbiamo indicato sopra, autorizzava Giuseppe a rimandare Maria, ma compiendo l’atto ufficiale di divorzio, avrebbe esposto la Vergine al giudizio impietoso della gente. Se poi avesse scritto che la motivazione dello scioglimento del matrimonio era l’adulterio, allora la conseguenza sarebbe stata la lapidazione.

Le Scritture hanno così fornito a Giuseppe un principio orientativo dell’agire, un principio generale. Giuseppe si rende conto che ciò non basta, perché la legge ha bisogno di essere applicata adeguatamente alla situazione particolare. Ed ecco che questo uomo giusto passa dal primo al secondo momento del discernimento della volontà di Dio.

Secondo passo: Questo secondo momento ha come obiettivo la responsabilità individuale. Dopo che la coscienza della persona ha acquisito i dati e i principi dell’agire, desumendoli dalla Parola di Dio, deve pregare e attendere una illuminazione interiore, nella quale Dio gli mostrerà come quel principio generale dell’agire debba essere applicato in quella situazione particolare.

Dio ha fatto luce nei pensieri di Giuseppe a tempo opportuno, e Lui rinuncia ai suoi propositi personali, mostrando così grande libertà interiore e di giudizio, e una buona elasticità mentale, caratteristica delle persone di grande virtù.

Nel caso di Giuseppe, la luce interiore gli viene data quando lui aveva già preso la risoluzione del ripudio in forma segreta (cfr. Mt 1,19-20). Ciò significa che, talvolta, la luce della conoscenza della volontà di Dio, potrebbe arrivare nel momento più estremo della nostra ricerca quando sembra che tutto ormai è concluso.

Dio ha fatto luce nei pensieri di Giuseppe a tempo opportuno, e Lui rinuncia ai suoi propositi personali, mostrando così grande libertà interiore e di giudizio, e una buona elasticità mentale, caratteristica delle persone di grande virtù. Così Giuseppe farà per la fuga in Egitto (cfr. Mt 2,13-15) e per il ritorno (cfr. Mt 2,19-23): non si opporrà mai alla volontà di Dio.

Chiediamoci:

  • Il mio cuore è abitato dalla Parola?
  • So attendere, con fiducia, i segni che Dio mi vorrà inviare per scoprire la sua Volontà?
  • Mi dispongo ad accogliere il progetto di Dio su di me, sulla mia comunità e sull’Istituto?

Leggere Mt. 2,19-23;  Mt 2,13-15

sr. Renata Conti MC

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TESSUTI “PARLANTI”

Un tempo, i tessuti servivano anche come moneta di scambio, erano portatori di messaggi, ma soprattutto rappresentavano, per via delle decorazioni che li arricchivano, una sorta di documento dove si poteva trovare impressa l’identità sociale e religiosa del proprietario…

Nel Continente africano camminando per le vie delle città, come nei viottoli che solcano villaggi e paesini s’incrociano uomini, bambini, donne, quest’ultime in particolare, vestite di “colori”. Stoffe sgargianti fregiate da disegni, arricchite da volti, che narrano eventi politici, sociali, religiosi… o da frasi, tra le più svariate, che esprimono i sentimenti di chi le indossa. Perché, l’abbigliamento in Africa, allo stesso modo del cibo, narra del luogo e della cultura alla quale i singoli appartengono ed è considerato una vera e propria manifestazione di significati profondi che vanno al di là della sua funzione concreta, quella di coprire e adornare un corpo.

I tessuti in Africa, in qualsiasi epoca, anche oggi, sono un mezzo di comunicazione importante. A seconda della zona geografica, del periodo storico e del contesto sociale, il modo di vestire cambia di pari passo con la cultura del popolo a cui appartiene.

Un tempo, i tessuti servivano anche come moneta di scambio, erano portatori di messaggi, ma soprattutto rappresentavano, per via delle decorazioni che li arricchivano, una sorta di documento dove si poteva trovare impressa l’identità sociale e religiosa del proprietario, raccontavano la sua storia, specialmente, se era una persona in vista nella società.

Queste decorazioni non erano create dal nulla, ma facevano riferimento alle antiche tradizioni, quelle che si esprimevano attraverso racconti, leggende e ricordavano gli avvenimenti “storici” che avevano marcato la vita della famiglia, del clan, o del sovrano.

Ogni regione, ogni località, ogni piccolo Stato, aveva elaborato delle decorazioni diverse, spesso geometriche e l’abito funzionava come uno “stemma araldico”, a volte, era lo stesso regnante che creava il disegno e sceglieva i colori del suo “casato”, oppure attribuiva ai suoi dignitari alcuni colori particolari in modo da poterli distinguere individuandone le funzioni a corte.

In Ghana, per esempio, gli Ashanti, uno fra i più importanti gruppi del Paese che formò un Impero che si estese dal Ghana centrale fino al Togo e alla Costa d’Avorio odierni (la monarchia Ashanti continua ad esistere insieme ad altre unità sotto-statali tradizionali riconosciute dalla costituzione, all’interno dell’odierna Repubblica del Ghana), producevano grandi tessuti in seta, chiamati “kente”, con disegni geometrici molto colorati che differivano da una famiglia all’altra. Queste decorazioni non erano create dal nulla, ma facevano riferimento alle antiche tradizioni, quelle che si esprimevano attraverso racconti, leggende e ricordavano gli avvenimenti “storici” che avevano marcato la vita della famiglia, del clan, o del sovrano.

Altri “segni” grafici utilizzati in diversi Paesi africani, per decorare tessuti, stuoie, pareti domestiche, statue di antenati e maschere svolgono un ruolo pedagogico. Si tratta di segni che “parlano”, citano proverbi e detti popolari, interrogano e propongono rebus, fanno memoria dei miti e, in questo modo, “insegnano” ed “educano” chi li guarda. Sono segni che tramandano un “sapere”, che ricordano i valori della tradizione, e invitano a rispettarli.

Si tratta di segni che “parlano”, citano proverbi e detti popolari, interrogano e propongono rebus, fanno memoria dei miti e, in questo modo, “insegnano” ed “educano” chi li guarda.

Anche oggi, in Africa, nella vita quotidiana, la simbologia nascosta tra i colori, i disegni, i fregi, i volti di un semplice indumento è molto ricca. La piramide, ad esempio, indica la consapevolezza di una gerarchia sociale: alcuni per ricchezza, fama, saggezza, potere… si elevano sopra gli altri e illuminano la strada da percorrere; la chioccia con i pulcini, invece, rappresenta il ruolo fondamentale di una madre all’interno della famiglia, sia in termini di coesione tra i vari membri che in termini di protezione verso i piccoli da accudire.

Oltre ai simboli tradizionali, ne sono subentrati dei nuovi come le lettere dell’alfabeto, per indicare la scolarizzazione dell’individuo che indossa il tessuto, oppure elementi di modernità come l’automobile, la televisione, il cellulare. Esibire un vestito con dollari variopinti, poi, è simbolo di affermazione economica, e le spighe di mais confermano la ricchezza e l’abbondanza.

A volte, le donne usano i tessuti come alleati per trasmettere i propri messaggi, e comunicare emozioni, desideri, successi… perciò, l’abito non viene scelto in base alla fantasia dei colori, oppure al tipo di cotone, ma piuttosto per la “frase” che si trova impressa sul telo.

Durante le campagne elettorali, è molto facile riscontrare volti di leader politici sui capi d’abbigliamento. A Yaoundé, in Camerun, per esempio, è consuetudine stampare il viso del Presidente sugli abiti. I candidati distribuiscono alla gente il tessuto gratuitamente, allo stesso modo con cui, in altri Paesi del mondo, regalano ai loro sostenitori le proprie spille elettorali, T-shirt… Non mancano, poi, le stoffe “religiose” dove l’immagine più popolare è quella di Gesù Bambino. Anche il volto del Papa in cima al Vaticano, o i volti di Santi, sono soggetti molto usati e solitamente vengono abbinati alla scritta: “Pregate per noi”.

A volte, le donne usano i tessuti come alleati per trasmettere i propri messaggi, e comunicare emozioni, desideri, successi… perciò, l’abito non viene scelto in base alla fantasia dei colori, oppure al tipo di cotone, ma piuttosto per la “frase” che si trova impressa sul telo. Una ragazza tanzaniana o kenyota che desidera riappacificarsi con un amico può indossare una “kanga” con la scritta “Nilijua yatawakera sana”, che significa “Ho saputo che sei molto arrabbiato con me”, oppure più semplicemente “Penzi haina shirika”, “L’amore non ha limiti”. È una questione di stile, ma non solo: mentre in Europa e in America s’inviano messaggi d’amore cifrati, via sms, col proprio cellulare, in Africa esiste un canale in più, per esprimere i propri sentimenti e gli stati d’animo: le stoffe multicolori con frasi adatte cucite addosso e indossate senza vergogna.

suor Maria Luisa Casiraghi

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Verità o profezia?

Il testo di Isaia è l’invito a una fiducia in Dio che non pretende di capire tutto, di tenere tutto sotto controllo, e neppure di vedere segni prodigiosi. È qualcosa di estremamente vicino allo spirito del vangelo.

Capita, a volte, che diamo a un episodio della nostra vita, a un brano letto, a una persona incontrata, un significato che poi, col passare del tempo, dobbiamo correggere con un altro sentito più appropriato. Può succedere, però, che a quel primo significato fosse stato legato un grande valore. Può accadere anche a brani biblici, e qui può diventare più difficile decidere come comportarsi riguardo ai due sensi possibili del testo, magari anche molto lontani tra di loro.

Tra gli episodi del genere, spicca nella storia dell’interpretazione biblica cristiana un passo del profeta Isaia.

Un re angosciato

Anche se gli elementi storici e le datazioni possono essere discusse, pare che nel capitolo 7 del libro di Isaia ci si ponga nei primissimi anni, forse mesi, del regno di Acaz, che vive certamente in un contesto storico difficile. Appena salito al trono, infatti, si trovò probabilmente in un gioco internazionale più grande di lui. Dal nord minacciava di scendere l’esercito assiro, tremendo e irresistibile. I re di Samaria e di Damasco, vicini di Giuda, cercano di fare fronte comune per provare a resistere con le armi, ma il giovane re non sembra convinto a lanciarsi in una guerra contro gli invincibili nemici di Mesopotamia. Il calcolo politico era probabilmente giusto, ma i vicini premevano e decisero di invadere la Giudea per sostituire il re con qualcuno disposto a collaborare.

Che fare? Cedere a Samaria e Damasco significava condannarsi a una probabile pessima fine militare (cosa che in effetti accadrà ai due vicini), ma resistere comportava di dover affrontare due vicini più forti di Giuda.

È in questo contesto che arriva il profeta a parlare al re, invitandolo sostanzialmente a confidare nella vicinanza divina.

Una promessa sfuggente

Il profeta è tanto sicuro dell’appoggio di Dio da spingersi a offrirne un segno al re. Questi, così, si trova ancora più vincolato nelle sue decisioni. Se chiede a Dio un segno e questo giunge, sarà costretto a seguire le indicazioni del profeta. Ma come potrebbe rifiutarsi? Se arriva un aiuto e non lo si accetta, l’esito è di rompere anche con chi quell’aiuto aveva offerto.

Ma è un segno in sintonia con ciò che Dio fa in tutta la Bibbia, nella quale non ama mai presentarsi in modo schiacciante, senza lasciare spazio alla libertà dell’uomo.

Acaz tenta di sottrarsi a questa stretta in un modo elegante: «Non chiederò un segno a Dio, non voglio tentarlo» (Is 7,12). Si tratta di un’espressione di fede, di per sé, per evitare di costringere Dio a esprimersi. Ma siccome Dio aveva già dichiarato la propria disponibilità, rifiutarne il segno implica di voler fare senza Dio, e si comprende l’ira del profeta, il quale, però, non se ne va sdegnato, ma offre lo stesso al re un segno: «Siccome non chiedi un segno, te lo darà Dio stesso: la almà concepirà e partorirà un figlio» (Is 7,14).

Chi è la almà? La parola, in ebraico, indicava una donna dalla sua prima mestruazione al suo primo parto. Si pensa che questa donna fosse la giovanissima regina del giovane re. La nascita di un erede avrebbe potuto essere il segno che Dio non abbandonava il regno, che garantiva una continuità alla dinastia. Certo, si trattava di un segno fragile, debole, perché il neonato avrebbe dovuto diventare grande, prima di poter essere utile. Ma è un segno in sintonia con ciò che Dio fa in tutta la Bibbia, nella quale non ama mai presentarsi in modo schiacciante, senza lasciare spazio alla libertà dell’uomo. Insomma, pare proprio che quel tipo di promessa sia in accordo con il carattere di Dio in tutta la sua storia con il popolo d’Israele. È un segno, non la sicurezza o la garanzia di salvezza, un semplice segno che può indicare che di Dio ci si può fidare.

Tempi e traduzioni…

Molti secoli dopo gli ebrei decidono di tradurre in greco il loro testo sacro, che ormai non è comprensibile a troppi credenti. Il lavoro è lungo e complicato, e comporta anche alcuni scogli particolarmente difficili. Ad esempio, come tradurre almà? Il greco (come peraltro l’italiano) non ha una parola che indichi esattamente la stessa cosa. I traduttori scelsero quindi di privilegiare la parola che sembrava più vicina, ossia parthenos, “vergine”.

L’esito non è però lo stesso: annunciare che la giovane donna avrebbe concepito e partorito un figlio maschio, se l’annuncio era rivolto alla regina, era una promessa non scontata ma relativamente facile da adempiere. Promettere che a concepire e partorire sarebbe stata una vergine implica di spostare l’accento dal non scontato al miracoloso. D’altronde, l’esistenza di Acaz e le minacce assire erano ormai lontane nel tempo, non significative per i lettori greci.

L’intervento divino, così, si sposta dal piano della storia a quello (apparentemente) della fine del mondo, di un darsi di Dio assolutamente straordinario e prodigioso. I lettori degli ultimi secoli prima di Cristo pensavano probabilmente che si trattasse di una promessa che non poteva compiersi nella storia, ma solo in paradiso o poco prima.

Ma quando i cristiani iniziano ad annunciare il vangelo, e insistono sul fatto che Giuseppe non sia il vero padre di Gesù, quel testo di Isaia torna a parlare in modo straordinario, come una profezia precisa di ciò che era accaduto nella nascita del Signore.

Chi ha ragione?

Per generazioni si dimenticò la prima interpretazione del testo di Isaia, che però ritornò in auge quando, negli ultimi secoli, si riprese a leggere i testi biblici con più attenzione alla storia e al modo antico di narrarla. Per i nostri tempi, però, la questione diventa spinosa.

Isaia 7,14 ci invita a confidare in Dio nonostante i segni fragili della sua presenza, ma insieme anche a restare aperti a un suo donarsi straordinario, miracoloso, che non entra in contraddizione con il suo stile più consueto ma piuttosto lo compie.

Non c’è dubbio che il primo modo di interpretare il testo di Isaia sia quello storicamente più probabile, in qualche modo quello vero. Ma non si può neppure dimenticare che tantissimi credenti di moltissime generazioni hanno creduto di vedere in quel brano un anticipo della nascita reale di Gesù: dobbiamo dire che si siano semplicemente sbagliati?

Conviene piuttosto ammettere che, come in un’opera d’arte, i testi biblici sopportano, e a volte addirittura pretendono, una lettura molteplice, a più livelli. Il testo di Isaia è l’invito a una fiducia in Dio che non pretende di capire tutto, di tenere tutto sotto controllo, e neppure di vedere segni prodigiosi. È qualcosa di estremamente vicino allo spirito del vangelo.

Nello stesso tempo, la maggior parte delle generazioni credenti che ci hanno preceduti hanno visto in quel testo la previsione straordinariamente precisa e prodigiosa della nascita di Gesù. Non si può negare che anche loro si pongano in piena sintonia con il vangelo, che in effetti, per bocca di Matteo e Luca, narra un concepimento straordinario di Gesù, non ad opera di Giuseppe.

C’è da scegliere? Forse no. Come in una poesia che ci parla della eleganza raffinata ma effimera di una rosa, ma nel contempo allude anche alla bellezza mondana che svanisce, così Is 7,14 ci invita a confidare in Dio nonostante i segni fragili della sua presenza, ma insieme anche a restare aperti a un suo donarsi straordinario, miracoloso, che non entra in contraddizione con il suo stile più consueto ma piuttosto lo compie.

Così resteremo aperti anche noi al darsi di Dio nella nostra vita in modalità in gran parte già suggerite, ma nello stesso tempo non prescritte in modo definitivo. Dio, come l’essere vivente che lui è, può sempre sorprenderci.

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La piccolezza di Dio

… proviamo a chiederci anche se qualcuno di noi sceglierebbe di divenire piccolo quanto Dio. Cioè, di scendere, di svuotarsi, di annientarsi per amore.

L’incredibile capacità di Dio di farsi piccolo: forse è ciò che riesce a stupirci di più, ad affascinarci, ad intenerirci e catturarci – tra stupore e incredulità – incantati davanti al presepe.

Tempo fa rimasi particolarmente colpita da una riflessione che il Vescovo di Civita Castellana, diocesi di appartenenza della nostra Casa Generalizia, ci offrì in occasione del pellegrinaggio della statua di San Michele Arcangelo alla parrocchia di Nepi. Partendo dal significato del nome Michele – “chi è come Dio” – Mons. Rossi si inoltrò nel mistero della grandezza di Dio, ma anche della sua piccolezza. Ci è piuttosto facile pensare che, certo, nessuno è come Dio perché Dio è grande, è infinito, mentre le creature sono piccole, finite.

Benedetta piccolezza di Dio, che scende in mezzo a noi! Benedetta piccolezza di Dio, che si fa bimbo per noi! Benedetta piccolezza di Dio che si fa pane e vino, cibo e bevanda per noi!

Dio è onnipotente, onnisciente, onni… mentre sarebbe assai presuntuoso applicare il prefisso “onni” a una creatura. E’ quindi evidente che nessuno è come Dio perché nessuno è grande quanto Lui. Però, ci aiutò a riflettere il Vescovo, proviamo a chiederci anche se qualcuno di noi sceglierebbe di divenire piccolo quanto Dio. Cioè, di scendere, di svuotarsi, di annientarsi per amore. Di farsi piccolo, piccolissimo, Lui, l’Infinito, di nascere in una grotta, di vivere in un minuscolo villaggio lavorando come falegname, essendo Dio. E di farsi Servo per amore, Colui che lava i piedi, Colui che perdona gli insulti e le offese, Colui che dona tutto se stesso e si consegna alla morte, e alla morte di croce. Chi è come Dio nella sua piccolezza?

Benedetta piccolezza di Dio, che scende in mezzo a noi! Benedetta piccolezza di Dio, che si fa bimbo per noi! Benedetta piccolezza di Dio che si fa pane e vino, cibo e bevanda per noi!

Vieni, Signore Gesù nella nostra piccolezza e rendila Tua. Tu, Infinito che sai raccoglierti  in un frammento di pane, feconda di Eterno ogni frammento della nostra esistenza! Tu, Verbo che ti congiungi alla carne, rendi la nostra umanità trasparenza dell’Invisibile! Tu, Creatore che dimori nella creatura, donaci un cuore puro che ti sappia vedere in ogni cosa! Tu, Onnipotente che gioisci per i tuoi piccoli, donaci la letizia dei piccoli che sanno gioire di Te!

Maranatha, vieni Signore Gesù!

Sr Simona Brambilla, MC

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La prima donna profetessa.

Diventata adulta, Maria fu una donna notevole. La sua personalità si formò in seno alla sua famiglia dove la fede era una realtà quotidiana. I suoi genitori, armati di coraggio, d’amore e d’immaginazione s’opposero agli ordini di un tiranno e salvarono la vita al loro ultimogenito.
Esodo 15:19 – 20, Numeri 12:1- 15 , Numeri 20:1

Maria, ragazza intelligente, si vide affidare una missione molto importante dalla madre: in gioco era la vita di suo fratello minore. Compì questa missione con coraggio e con tatto, mettendo in contatto sua madre, una donna ebrea, con una principessa egiziana. Così suo fratello venne salvato, con un beneficio per la famiglia e per il popolo di Dio. Il bambino, Mosè, divenne il mediatore dell’antico patto, il profeta che parlava faccia a faccia con Dio. Diventata adulta, Maria fu una donna notevole. La sua personalità si formò in seno alla sua famiglia dove la fede era una realtà quotidiana. I suoi genitori, armati di coraggio, d’amore e d’immaginazione s’opposero agli ordini di un tiranno e salvarono la vita al loro ultimogenito. Dalla famiglia di Amram uscirono tre grandi capi: Mosè, Aaronne e Maria, che hanno servito la nazione nello stesso periodo. Più tardi, attraverso Michea, Dio dichiarò: “Sono Io infatti che ti ho condotto fuori dal paese d’Egitto, ti ho liberato dalla casa di schiavitù, ho mandato davanti a te Mosè, Aaronne e Maria.”  (Michea 6:4)

Quando Mosè condusse il suo popolo turbolente fuori dal paese d’Egitto, fu assistito da suo fratello Aaronne, il sommo sacerdote, e da sua sorella Maria, la profetessa. Più di una semplice sorella, fu una collaboratrice per Mosè ed assunse responsabilità di leader. Maria, nubile, venne chiamata da Dio a compiere un incarico straordinario. Ha avuto il privilegio di essere la prima donna profetessa.

In parole e in opere, proclamò la grandezza di Dio. La sua vita fu totalmente centrata sul suo amore per Dio e per il popolo. I suoi doni e la sua personalità furono troppo grandi per essere messi semplicemente al servizio della sua famiglia. Ci furono molte madri e molte mogli in Israele, ma una sola Maria. Dio le affidò una posizione elevata. Una nazione intera dipendeva anche da lei. L’incarico al quale si consacrò completamente le procurò grandi soddisfazioni. Aveva vissutoil passaggio del Mar Rosso. L’acqua che salvò il popolo di Dio vide l’annientamento dei suoi nemici. «Cantate al Signore, perché è sommamente glorioso, esclamò Mosè dopo l’avvenimento, ha precipitato in mare cavallo e cavaliere».  Gli uomini cominciarono ad intonare gioiosamente questo canto al quale le donne unirono le loro voci. Da quel giorno, tutte le vittorie eccezionali d’Israele furono celebrate attraverso il canto, seguendo l’esempio di Maria. E’ lei che lanciò l’usanza. Energica e dal carattere giovanile, con il timpano in mano, riprese il canto di Mosè. Incoraggiò le donne a danzare in onore di Dio, cantando con gioia: “Cantate al Signore, perché è sommamente glorioso”.

Maria aveva un temperamento da leader e le donne la seguivano volentieri. Queste ultime non potevano prevedere che i loro canti sarebbero diventati una sorgente inesauribile di conforto per loro durante il lungo viaggio nel deserto. Il cammino è più facile e la strada meno faticosa quando si canta. Quante volte ci vuole la spinta e tener presente la fedeltà di Dio. Il viaggio fu interminabile a causa della disobbedienza del popolo. Ma ognuno riprese coraggio cantando: “ha precipitato in mare cavallo e cavaliere”.

2. Maria, nubile, venne chiamata da Dio a compiere un incarico straordinario. Ha avuto il privilegio di essere la prima donna profetessa. In parole e in opere, proclamò la grandezza di Dio. La sua vita fu totalmente centrata sul suo amore per Dio e per il popolo.

Purtroppo la presunzione si insinuò in Maria. Il carattere forte divenne il suo punto debole. Le circostanze svelanola persona. L’avvenimento che avrebbe posto di manifesto quest’aspetto del carattere di Maria fu il secondo matrimonio di Mosè con una donna etiope. Tra l’altro i Cusiti non erano un popolo con cui fosse proibito sposarsi (Cfr. Esodo 34:11, 16).

E’ comprensibile che per Maria fosse stato difficile accettare la decisione di Mosè, uomo di Dio, di prendere in moglie una donna straniera. O forse Maria si è irritata semplicemente per la presenza di una nuova donna nella vita di Mosè… .Maria si sdegno grandemente nel veder suo fratello contrarre un’alleanza con una straniera, quando c’erano tante donne israelite disponibili. Vedeva forse la nuova moglie del fratello come una minaccia al suo ruolo femminile preminente nella conduzione d’Israele? La Scrittura ci lascia alcune domande senza risposta.

Mosè, il capo supremo e la guida degli Israeliti, era il fratello minore di Maria e lei fu contrariata dal suo comportamento. Maria s’inquietò per gli effetti che questa unione avrebbe avuto sul popolo, visto che in quel periodo della storia, la parentela aveva voce importante nella scelta del matrimonio. Da questo punto di vista, il suo malcontento potrebbe sembrare una reazione ragionevole e giusta da parte di una donna matura. Ma era ingannevole. Maria venne elevata da Dio, contemporaneamente ai suoi fratelli, al posto più alto mai occupato da una donna nel popolo, ma superò i limiti. Maria sopravvaluta la sua posizione e si considera uguale a Mosè scalzando la sua autorità. Pensò: E’ veramente Mosè il capo tra noi tre? Io e Aaronne non siamo forse suoi pari?

Questo atteggiamento di non accogienza dell’autorità stabilita è molto comune oggi, sia a livello sociale che nelle comunità religiose. Dio sceglie chi vuole e lo prepone alla comunità, lo nomina suo rappresentante, coordinatore/trice dei propri fratelli e sorelle e lo fa non per le virtù o le qualità umane di colore che sceglie ma per realizzare il suo piano di salvezza nei confronti di tutti.

A volte queste scelte non sono conformi ai desideri di coloro che sono sottoposti all’autorità delle persone scelte e da qui possono nascere diverse attitudini: o si accoglie la presone preposta con umiltà a senso di collaborazione o succede, come a Maria ed Aronne, che si critica e si crea il mal contento nella comunità. Infatti il movente di Maria non era l’interesse del popolo o quello di Mosè ma il considerare i loro ruoli come autorità definitiva. Aaronne, il più tranquillo dei tre, cedette al carattere dominante della sorella. Maria e Aaronne cercarono di soppiantare l’autorità di Mosè considerandola un’autorità semplicemente umana. Scalzando, in certo modo, il piano di Dio. Agendo così, misero in pericolo l’unità e l’avvenire della nazione, tentarono di opporsi alla rivelazione diretta di Dio e invece di pensare al benessere delle persone coinvolte, pensarono solo a loro stessi, e ciò fu loro fatale.

3. Questo atteggiamento di non accogienza dell’autorità stabilita è molto comune oggi, sia a livello sociale che nelle comunità religiose. Dio sceglie chi vuole e lo prepone alla comunità, lo nomina suo rappresentante, coordinatore/trice dei propri fratelli e sorelle e lo fa non per le virtù o le qualità umane di colore che sceglie ma per realizzare il suo piano di salvezza nei confronti di tutti.

Maria e Aaronne andando contro un uomo scelto da Dio rifiutano il progetto di Dio stesso!

Convocati a comparire davanti alla sua giustizia e la sua autorità per rendere conto, non ebbero alcuna scusa. Mosè il mediatore nominato da Dio, rappresenta il Salvatore che doveva venire, CristoGesù. Il rifiuto di Mosè rappresenta rifiutare il Messia; ecco il perché della gravità della situazione.

Quando Dio si rivolse a loro, nella sua collera, Maria venne colpita dalla lebbra. Era la malattia più temuta perché colpisce la vita tutta riducendolo la persona allo stato di morto vivente. Ed ecco che Maria è colpita da Dio con la maledizione della lebbra.

La donna che durante il corso degli anni aveva trascinato la folla esortandola a cantare le lodi di Dio, si trova evitata da tutti e decade dal suo ruolo di leader. La sua voce, al posto di lodare Dio si trova a dover gridare: “Impura, impura” a chiunque la incontrasse. Avrebbe finito la sua vita deforme a causa della malattia e in solitudine.

Maria si rese conto, con dolore, della dimensione del suo peccato agli occhi di Dio e si dispose a subire il castigo per poter essere ancora abilitata agli occhi del popolo.

Aaronne è stato il primo a reagire e a dimostrare di accettare il castigo. Aaronne disse a Mosè: “Ti prego, mio signore”, con il termine “signore” al posto di quello di “fratello” Aronne riconosce la autorità di Mosè, non farci portare la pena di un peccato che abbiamo stoltamente commesso e di cui siamo colpevoli.  Mosè, allora supplica Dio in favore della sorella.

4. Maria si trovava in alto nella scala sociale, occupava una posizione eccezionale per una donna con l’impegno che Dio le aveva affidato. Per tanto tempo in quella posizione onorò Dio; diede esempio di una vocazione fuori dal comune. Chi si comporta così è al riparo dall’errore. Purtroppo, Maria lasciò nel corso degli anni sempre meno il controllo della sua vita nelle mani di Dio, fino a voler prenderla completamente in mano.

Mosè si astiene da approvare il giudizio di Dio, e non accusa neppure i colpevoli, prega semplicemente il Signore, di liberare Maria dal suo male ed ottenne la sua liberazione, il tormento della sorella che doveva durare tutta la vita, fu ridotto a 7 giorni.

La condotta di Maria non fu solo un errore per se stessa, ma anche per il suo popolo. Il loro viaggio fu ritardato a causa del suo peccato. La nazione intera non poteva avanzare fino a quando Maria non fu ammessa. I 7 giorni di esilio furono sicuramente di grande riflessione. Si comprese, allora, che Dio nomina e dà autorità a coloro che Lui ha scelto. La Bibbia non riporta altri atti di ribellione da parte di Maria. Riporta solo il fatto che Maria morì prima dell’entrata del popolo nella terra promessa.

Maria si trovava in alto nella scala sociale, occupava una posizione eccezionale per una donna con l’impegno che Dio le aveva affidato. Per tanto tempo in quella posizione onorò Dio; diede esempio di una vocazione fuori dal comune. Chi si comporta così è al riparo dall’errore. Purtroppo, Maria lasciò nel corso degli anni sempre meno il controllo della sua vita nelle mani di Dio, fino a voler prenderla completamente in mano. Senza dubbio questo cambiamento avvenne in modo sottile che Maria non se ne rese conto. Un esame di coscienza onesto ed opportuno avrebbe potuto permetterle di non subire il giudizio di Dio e di non oltrepassare i limiti con un’opinione di sé troppo alta.

sr. Renata Conti MC

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Il principio e l’umano

Gesù si presentava spesso come colui che sembrava svendere la legge di Mosè, relativizzandola, attenuandola…

Rispetto a ciò che potremmo immaginare, Gesù prende raramente posizione riguardo al matrimonio; quando lo fa, è perché è chiamato in ballo dai suoi avversari.

Che in un caso sembrerebbero davvero aver architettato (o essersi trovato tra mano…) un inganno fantastico.

Una trappola astuta

All’inizio del capitolo 8 del vangelo secondo Giovanni veniamo a sapere che scribi e farisei, volendo evidentemente mettere ancora alla prova Gesù, gli portano un caso scottante. Una donna adultera, sorpresa sul fatto.

In tutti i tempi ci sono persone che, molto spesso in assoluta buona fede, intendono difendere i principi e si vedono per questo costretti a punire le persone. La ragione è evidente: se è vero che una legge è buona e giusta, va fatta rispettare. La si può motivare, si può invitare ed esortare a rispettarla, ma se poi viene violata, occorrono le pene. Altrimenti, ritengono, tutto viene messo sullo stesso piano, relativizzato, ossia svenduto.

Gesù si presentava spesso come colui che sembrava svendere la legge di Mosè, relativizzandola, attenuandola… Può darsi che i suoi avversari pensassero che così facendo si comportava da “populista”, che si faceva vedere buono soltanto perché non aveva responsabilità. E gli servono un piatto avvelenato.

Perché l’adulterio non era solo un peccato tra tanti: le violazioni contro il matrimonio, simbolo dell’amore di Dio per l’uomo, erano trattate in modo particolare duro. Chi veniva colto sul fatto doveva essere lapidato, la legge era chiara.

Quindi Gesù si trova di fronte a una scelta complicata: o condanna la donna, rispettando la legge ma giocandosi (così pensano) il favore della gente, oppure si mette contro Mosè, contro il volere di Dio. Chissà se è per questo che Gesù subito non risponde, mettendosi invece a scrivere per terra (da quando è stata scritta questa pagina, generazioni di commentatori si sono chiesti perché o che cosa scrivesse, e ancora ce lo chiediamo).

Gesù è vincitore: non si è spinto a dire che la legge di Mosè è inutile o dannosa, si è limitato a richiedere perfezione per chi giudica.

Una risposta altrettanto astuta

Di fronte all’insistenza dei suoi avversari, che forse pensavano di averlo messo all’angolo, Gesù finalmente alza la testa e reagisce con una delle risposte più fulminanti dei vangeli: «Chi è senza peccato, scagli la prima pietra» (Gv 8,7).

Parla solo della prima pietra, non è necessario che siano tutti perfetti. Ma sembra ricordare che l’umanità è soggetta all’inciampo, e chi ha bisogno di misericordia non può che invocare misericordia non solo per sé.

E mentre Gesù abbassa di nuovo la testa e riprende a scrivere sulla sabbia (l’unica volta nei vangeli in cui si dica che Gesù scrive: non poteva utilizzare un materiale più duraturo?), uno alla volta tutti se ne vanno, incominciando dai più anziani, ossia da coloro che, si poteva immaginare, avevano avuto più tempo per perfezionarsi, per arrivare alla pienezza di una vita senza peccato; ma anche coloro che, dall’alto della loro esperienza, sapevano che non si sarebbe trovato nessuno in grado di lanciare quel primo sasso.

Il giudizio del perfetto

Dopo un po’ sulla scena restano soltanto Gesù e la donna. Gesù è vincitore: non si è spinto a dire che la legge di Mosè è inutile o dannosa, si è limitato a richiedere perfezione per chi giudica. A ben vedere, gli avversari di Gesù avrebbero potuto accusarlo di non essere del tutto onesto: si può benissimo non essere perfetti pur sapendo che cosa sarebbe la perfezione, e non si può nascondere che il peso dei peccati è diverso, l’adulterio è un peccato ben grave. Ma intanto i suoi avversari sono spariti. In piazza, solo una donna colta in adulterio e Gesù. Il quale finalmente si alza in piedi, magari la guarda negli occhi: «Donna, e gli altri? Dove sono finiti? Nessuno ti ha condannata?». «Nessuno, Signore». Certo, nessuno può dirsi perfetto, non ci voleva molto a capirlo. Anche la donna, di sicuro, quando ha sentito quella condizione, poteva essersi sentita salva. A meno che…

Il principio non solo è salvo, ma è salvaguardato con ancora più decisione e durezza. Ma, nello stesso tempo, la persona è più importante, la sua vita sovrana, il suo animo in grado di decidersi per il bene in qualunque momento.

In realtà, a ben pensare, e i lettori del vangelo lo sanno bene, in quella piazza una persona senza peccato c’era. Fin dall’inizio. E adesso è ancora lì, davanti alla donna. Se Gesù volesse, la prima pietra è sua. «Neanch’io ti condanno».

Sembra di sentirli, tutti i tutori dell’ordine, che si scagliano contro tanto lassismo, relativismo, leggerezza: «In questo modo si viola la legge di Dio, che non viene più rispettata. Dispiace essere duri, ma è la condizione per salvaguardare il principio della fedeltà nel matrimonio. Se si inizia a perdonarne una, come si potrà poi difendere la legge buona?»

«Neanch’io ti condanno. Va’ e d’ora in poi non peccare più» (Gv 8,11). Ecco il secondo colpo di genio, che quasi non si nota, come nei fuoriclasse. Non peccare più. Con due frasi Gesù è riuscito a dire, insieme, che l’adulterio è peccato, che non è una leggerezza, che non è bene. Il principio non solo è salvo, ma è salvaguardato con ancora più decisione e durezza. Ma, nello stesso tempo, la persona è più importante, la sua vita sovrana, il suo animo in grado di decidersi per il bene in qualunque momento. Tu hai peccato, donna, non hai fatto il tuo bene, non è bene ciò che hai compiuto. Ma io non ti condanno. Solo, non peccare più, vivi nella pienezza, e sappi di essere stata accolta e perdonata comunque.

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Insieme, nella stessa barca, verso l’altra riva

Fine dell’Istituto è la nostra santificazione e l’annuncio di Cristo ai non cristiani come partecipazione alla missione di Dio.

L’Istituto delle Suore Missionarie della Consolata, fondato a Torino (Italia) il 29 gennaio 1910 dal sacerdote Giuseppe Allamano, è una Congregazione religiosa missionaria di diritto pontificio.

L’Allamano, immerso nella contemplazione del mistero di Gesù, Figlio missionario del Padre, sperimenta nell’energia dello Spirito Santo e nella tenerezza di Maria Consolata la gioia della salvezza. In questa grazia di consolazione sente l’urgenza di annunciare Cristo ai non cristiani. Dà inizio al nostro Istituto perché la salvezza, in Cristo Gesù, raggiunga i confini della terra.

Chiamate dallo Spirito Santo a partecipare al Carisma, dono di Dio a Padre Fondatore, noi missionarie della Consolata offriamo la vita per sempre a Cristo, nella missione ad gentes, ossia ai non cristiani, per l’annuncio di salvezza e consolazione.

Fine dell’Istituto è la nostra santificazione e l’annuncio di Cristo ai non cristiani come partecipazione alla missione di Dio.

Attente a cogliere le nuove sfide missionarie, cerchiamo di individuare e rispondere con coraggio e umiltà alle situazioni dei tempi nelle modalità definite dai Capitoli generali.

L’XI Capitolo generale delle Suore Missionarie della Consolata si è svolto dal 2 maggio al 7 giugno 2017 in Casa generalizia a Nepi (VT, Italia). Il 1 maggio il Card. João Braz de Aviz, Prefetto della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, celebrava la solenne Eucarestia di apertura nella cappella di Casa generalizia. L’Eucarestia conclusiva, celebrata da P. Alberto Trevisiol, IMC, nostro confratello e Rettore Magnifico della Pontificia Università Urbaniana il 7 giugno, ben esprimeva la gratitudine, la meraviglia, la commozione per il percorso vissuto assieme, come famiglia in unità di intenti.

Il percorso di rinascita mira a un rinnovamento, a una rivitalizzazione della Congregazione, paragonata a una vite umile e fruttuosa che ha compiuto cento anni e, come ogni vite, necessita delle cure tenere e forti del vignaiolo, che si esprimono anche in sane e appropriate potature.

L’XI Capitolo generale è stato da noi chiamato il Capitolo della rinascita; il tema era racchiuso infatti in un solo verbo: Rinascere!

Il Capitolo raccoglieva, celebrava e continuava il percorso di rinascita inaugurato durante la preparazione al centenario di fondazione dell’Istituto, celebratosi nel 2010, e rilanciato dal X Capitolo generale nel 2011. Il percorso di rinascita mira a un rinnovamento, a una rivitalizzazione della Congregazione, paragonata a una vite umile e fruttuosa che ha compiuto cento anni e, come ogni vite, necessita delle cure tenere e forti del vignaiolo, che si esprimono anche in sane e appropriate potature. Siamo attualmente 580 professe, di 15 diverse nazionalità, presenti in 17 Paesi in Africa, America, Asia e Europa. Il X Capitolo generale del 2011 aveva affidato alla Direzione generale due importanti mandati: la Rielaborazione delle Costituzioni e il Ridisegnare le Presenze (Ristrutturazione). Questi due processi hanno coinvolto tutto l’Istituto in questi ultimi sei anni. Le Sorelle hanno partecipato con impegno a questi percorsi di Famiglia che hanno richiesto il coinvolgimento di tutte e sono divenuti occasione di preghiera, riflessione, condivisione e trasformazione a livello personale, comunitario, di Circoscrizione, di Istituto. Nel 2014, il I Capitolo Straordinario ha approvato il testo aggiornato delle Costituzioni e ha lanciato la rielaborazione di altri tre documenti del Diritto proprio: il Direttorio generale, il Regolamento amministrativo e il Piano generale di formazione (Ratio formationis), che l’XI Capitolo generale ha riveduto e approvato dopo un cammino che ha coinvolto di nuovo tutto l’Istituto, a diversi livelli, in stile veramente sinodale. Il processo del Ridisegnare le nostre Presenze ha trovato nel I Capitolo Straordinario del 2014 una tappa fondamentale, che ha indicato strade e aperto prospettive. L’XI Capitolo generale ha valutato i passi realizzati e ha progettato quelli futuri. In particolare, l’ultimo Capitolo ha confermato i cammini tracciati dal Capitolo straordinario del 2014, che prevedevano l’accorpamento delle Circoscrizioni in Africa in un’unica Regione, l’accorpamento delle Circoscrizioni in America in una unica Regione, il ridimensionamento deciso e coraggioso delle nostre presenze e attività specialmente in Africa e America e il rafforzamento delle presenze in Asia, in fedeltà al nostro fine specifico: l’evangelizzazione dei non cristiani.

Dopo il Capitolo straordinario del 2014, sia in Africa sia in America si erano realizzati passi intermedi, con la unificazione di alcune Circoscrizioni. Il Capitolo della Rinascita ha valutato positivamente questi passi e offerto orientamenti per continuare il processo iniziato. La diminuzione numerica e di forze è stata per l’Istituto una… energia positiva in quanto ha risvegliato in noi il bisogno di “tornare al Centro”, ossia all’essenziale della nostra vocazione, al primato di Dio e al fine per cui siamo state fondate. Abbiamo così sentito il bisogno di percorsi di rinnovamento e ridisegnamento non soltanto perché stiamo numericamente diminuendo ma soprattutto perché l’Istituto mantenga e sviluppi nell’oggi la fedeltà al carisma originario, perché la vite centenaria continui a generare grappoli succosi e produrre vino buono. Oltre all’immagine della vite e del vignaiolo, un simbolo che ha accompagnato lo svolgersi del nostro Capitolo della Rinascita è stato quello della barca.

Abbiamo così sentito il bisogno di percorsi di rinnovamento e ridisegnamento non soltanto perché stiamo numericamente diminuendo ma soprattutto perché l’Istituto mantenga e sviluppi nell’oggi la fedeltà al carisma originario, perché la vite centenaria continui a generare grappoli succosi e produrre vino buono.

Raccogliendo il percorso di questi anni, così intenso, partecipato, comunionale, il Capitolo ha sentito il bisogno di onorare il contributo originale di ogni Sorella nelle diverse circostanze concrete in cui vive la missione, caratterizzate da gioie e dolori, speranze e fatiche, luci e ombre che si intrecciano a formare il meraviglioso capolavoro della vita di ciascuna e della vita della nostra Famiglia religiosa missionaria. Il Capitolo ha riconosciuto, con gratitudine e meraviglia, affermato e celebrato il Bene, la Benedizione che percorre, come Onda viva e vivificante, forte e soave, la nostra famiglia e la sospinge al largo, piccola e fragile barca affidata al vento dello Spirito, per «passare all’altra riva» (cfr. Mc 4,35-41).

Questa barca, che è l’Istituto, è la nostra casa, è la casa di tutte noi. È una casa in movimento, proprio perché è una barca e… nessuna barca è costruita per rimanere ancorata in un porto sicuro, bensì per solcare le acque! È la barca donataci da Dio per navigare il tempo e lo spazio, staccandosi da rive conosciute, sempre protesa verso rive “altre”, che il fluire dell’Onda e il soffio dello Spirito di volta in volta ci indicano e ispirano. La vela è Maria Consolata, nostra Madre tenerissima. È Lei, ieri come oggi, a intercettare il vento dello Spirito, a gonfiarsi del Suo sospiro e sospingerci verso altri lidi. Al timone c’è, come sempre, Padre Fondatore, uomo dallo sguardo acuto e penetrante, e dall’udito finissimo, capace di captare i gemiti e i sussurri delle acque e del vento, di riconoscere i segni delle stelle e di avvistare da lontano nuovi lidi verso cui dirigere la barca. Nella barca ci siamo tutte noi Sorelle, ma c’è anche e soprattutto il Dio-con-noi, il vero e unico Inviato nel quale, e solo nel Quale, anche noi siamo inviate. C’è Lui, il Signore delle acque e del vento, l’umile Pellegrino che ama viaggiare con noi e come noi, proprio sulla nostra fragile barca di legno, in pieno sole, al chiar di luna o nelle notti senza stelle, identificandosi con noi, con le nostre gioie e dolori, speranze e fatiche, luci e ombre, veglie e torpori, coi nostri gesti, le nostre parole, i nostri sogni, la nostra umanità consacrata, il nostro impasto vivo e vibrante di terra e cielo!

Siamo consapevoli di non essere inviate ad annunciare noi stesse, la nostra potenza, la nostra grandezza, bensì a manifestare in fragili vasi di argilla (cfr. 2 Cor 4,7) la potenza umile, la forza debole, la grazia vulnerabile dell’Amore che è una Persona.

Conosciamo la fragilità della barca, le venature e i nodi del suo legno, le crepe e anche le falle da cui filtra acqua e che abbisognano di essere riparate. No, non ci spaventa questa fragilità, anzi! Siamo certe che proprio quando siamo deboli, è allora che siamo forti, non di noi stesse ma di Colui che è la nostra forza (cfr. 2 Cor 12, 9-10), la nostra gioia, la nostra vita! Siamo consapevoli di non essere inviate ad annunciare noi stesse, la nostra potenza, la nostra grandezza, bensì a manifestare in fragili vasi di argilla (cfr. 2 Cor 4,7) la potenza umile, la forza debole, la grazia vulnerabile dell’Amore che è una Persona. Egli ci avvolge e ci riveste di Sé senza annullare la nostra fragilità, ci rende sempre più Sue e, attirandoci sempre più profondamente in Lui, ci immerge in modo sempre più effettivo nei solchi dell’umanità, nelle ferite del cosmo, della storia e del cuore umano, nel contatto vero – umanissimo e divino – con «la carne di Cristo»1, con «le piaghe di Cristo»2 in noi stesse e nei fratelli e sorelle che incontriamo, per sprigionare dai nostri fragili vasi la fragranza del Suo Profumo, per liberare dalle crepe della nostra creta l’olio della Sua Consolazione!

La barca del nostro Istituto da più di cento anni naviga gli oceani, si stacca da tante rive conosciute e cerca «le isole lontane» (cfr. Is 66,19) seguendo la rotta indicata dalla Stella.

Questa barca umile e fragile, abitata dal Signore, è la casa di tutte noi. Sì, nella barca dell’Istituto dimoriamo e cresciamo, da lei usciamo di buon mattino per incontrare l’altro, per raccogliere il grano maturo dell’esperienza di Dio tra i popoli e per seminare il kerigma. In lei rientriamo la sera per ritrovarci insieme, per il dialogo intimo con Lui, per continuare la navigazione e raggiungere altre rive. In lei, nella barca dell’Istituto, ci incontriamo e riconosciamo Sorelle attorno a Colui che la abita, attorno alla vela della Consolata, attorno al Padre timoniere.

Conosciamo la fragilità della barca, ma conosciamo anche la forza misteriosa della Stella! La barca del nostro Istituto da più di cento anni naviga gli oceani, si stacca da tante rive conosciute e cerca «le isole lontane» (cfr. Is 66,19) seguendo la rotta indicata dalla Stella. Il nostro esperto timoniere è un Padre dallo sguardo sempre puntato all’orizzonte, sì, ma anche rivolto in alto, lassù, per individuare i segnali misteriosi che dalle profondità del Cielo indicano la via. La Stella apparsa oltre cento anni fa non ci ha mai abbandonato. A volte, la notte buia e caliginosa ha cercato di nascondercela, ma Lei è sempre riapparsa, trapassando con la Sua Luce fedele le nebbie più fitte. Come i Magi, anche noi sussultiamo di gioia al vederla! È la Stella del Carisma, capace di far trasalire di esultanza la nostra anima! Quante volte, nella nostra umile barca, immerse nel mare del tempo e dello spazio, sospinte dall’Onda e dal Vento, abbiamo sentito il nostro cuore vibrare di commozione alla Luce della Stella, al percepire ciò che risponde pienamente a quanto iscritto nel «codice genetico» del nostro spirito, ciò che ci identifica come Missionarie della Consolata, ciò che risveglia in noi le migliori energie, ciò che ci rilancia in uscita!

Sì, la Stella del Carisma brilla su di noi e ci conduce, fa risplendere la nostra piccola barca della Sua luce, ci rende sempre più belle, più vere, più donne, più sorelle, più spose e più madri, aprendo la nostra umanità alla fecondità inaudita dello Spirito…

Quante volte nelle visite, negli incontri, nei Capitoli, in questo Capitolo generale abbiamo sentito posarsi su di noi, passare tra noi, infiammare il nostro cuore il raggio caldo, inconfondibile, della Stella del Carisma! Allora, come per incanto, i nostri cuori si sono uniti, le nostre differenze sono diventate passi di danza di una melodia condivisa, le nostre voci hanno cantato la polifonia della comunione! Lungo il viaggio, l’equipaggio della nostra barca diventa sempre più “uno” e nei cuori cresce un senso del “noi” sempre più solido. Non c’è più posto per il “voi” e il “loro” all’interno di un equipaggio affiatato. I membri sono uniti dal desiderio dell’unica meta, e dalla stessa barca che abitano, di cui tutti sono responsabili; la Stella che seguono intreccia la vita di donne consacrate di diversa età, formazione, cultura, origine, esperienza e personalità nella tela viva, colorata, preziosissima della comunione. È il miracolo della Stella! Sì, la Stella del Carisma brilla su di noi e ci conduce, fa risplendere la nostra piccola barca della Sua luce, ci rende sempre più belle, più vere, più donne, più sorelle, più spose e più madri, aprendo la nostra umanità alla fecondità inaudita dello Spirito:

«Àlzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce,

la gloria del Signore brilla sopra di te.

Poiché, ecco, la tenebra ricopre la terra,

nebbia fitta avvolge i popoli;

ma su di te risplende il Signore,

la sua gloria appare su di te. (…)

Alza gli occhi intorno e guarda:

tutti costoro si sono radunati, vengono a te.

I tuoi figli vengono da lontano,

le tue figlie sono portate in braccio.

Allora guarderai e sarai raggiante,

palpiterà e si dilaterà il tuo cuore,

perché l’abbondanza del mare si riverserà su di te,

verrà a te la ricchezza delle genti».

(Is 60, 1-2.4-5)

Sr Simona Brambilla, MC

1 Cfr. Papa Francesco, Veglia di Pentecoste con i movimenti, le nuove comunità, le associazioni e le aggregazioni laicali, Roma, 18 maggio 2013.

2 Cfr. Papa Francesco, Meditazione mattutina nella cappella della Domus Sanctae Marthae, Roma, 3 luglio 2013: «Dobbiamo toccare le piaghe di Gesù, dobbiamo accarezzare le piaghe di Gesù. Dobbiamo curare le piaghe di Gesù con tenerezza. Dobbiamo letteralmente baciare le piaghe di Gesù». La vita di san Francesco, ha ricordato il Papa, è cambiata quando ha abbracciato il lebbroso perché «ha toccato il Dio vivo e ha vissuto in adorazione». «Quello che Gesù ci chiede di fare con le nostre opere di misericordia — ha concluso il Pontefice — è quello che Tommaso aveva chiesto: entrare nelle piaghe».

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La vicenda della figlia di Iefte (Giudici 11,29-40)

Il Vangelo ci invita al perdono, alla mitezza, alla pace, l’Antico Testamento, molto spesso, ci parla di guerre, di vendette, di condanne a morte, quindi è abbastanza diffusa la tendenza ad escluderlo dalla riflessione religiosa.

La vicenda della figlia di Iefte si colloca in un momento preciso della vita del popolo di Israele, tra l’uscita dall’Egitto e la prima Monarchia: il tempo del nomadismo. Si tratta di circa duecento anni in cui le dodici tribù di Israele si organizzarono con efficacia; ogni gruppo/tribù si dotò di un apparato militare e un gruppo di saggi, ed elesse una figura carismatica, il Giudice, che radunava in sé il potere legislativo, giudiziario ed esecutivo. Si trattava di un vero leader chiamato a guidare la propria tribù: in tempo di pace era una figura di garanzia fra le parti, ma in tempo di guerra diventava capo supremo dell’esercito.

Tra i molti giudici delle dodici tribù di Israele ne emerse uno, un uomo d’armi; il suo nome era Iefte; Iefte, da guerriero esperto attraversò Gàlaad e Manàsse, passò a Mizpa di Gàlaad e da Mizpa di Gàlaad raggiunse gli Ammoniti. Iefte fece voto al Signore e disse: «Se tu mi metti nelle mani gli Ammoniti, la persona che uscirà per prima dalle porte di casa mia per venirmi incontro, quando tornerò vittorioso dagli Ammoniti, sarà per il Signore e io l’offrirò in olocausto». Quindi Iefte raggiunse gli Ammoniti per combatterli e il Signore glieli mise nelle mani. Egli li sconfisse da Aroer fin verso Minnit, prendendo loro venti città, e fino ad Abel-Cheramin. Così gli Ammoniti furono umiliati davanti agli Israeliti.

Poi Iefte tornò a Mizpa, verso casa sua; ed ecco uscirgli incontro la figlia, con timpani e danze. Era l’unica figlia: non aveva altri figli, né altre figlie. Appena la vide, si stracciò le vesti e disse: «Figlia mia, tu mi hai rovinato! Anche tu sei con quelli che mi hanno reso infelice! Io ho dato la mia parola al Signore e non posso ritirarmi». Essa gli disse: «Padre mio, se hai dato parola al Signore, fa’ di me secondo quanto è uscito dalla tua bocca, perché il Signore ti ha concesso vendetta sugli Ammoniti, tuoi nemici». Quindi, la giovane disse al padre: «Mi sia concesso questo: lasciami libera, per due mesi, perché io vada errando per i monti a piangere la mia verginità, con le mie compagne». Egli le rispose: «Va’!», e la lasciò andare per due mesi. Essa se ne andò con le compagne e pianse sui monti la sua verginità. Alla fine dei due mesi tornò dal padre ed egli fece di lei quello che aveva promesso con voto. Essa non aveva conosciuto uomo; di qui venne in Israele questa usanza: ogni anno le fanciulle d’Israele vanno a piangere la figlia di Iefte, per quattro giorni.

Le Sacre Scritture parlano al nostro cuore e alla nostra volontà; ma, mentre le parole di Gesù ci appaiono, con immediata evidenza, buone e degne di essere accettate, spesso le parole dell’Antico Testamento suonano al nostro orecchio: forti, dure e lontane. Il Vangelo ci invita al perdono, alla mitezza, alla pace, l’Antico Testamento, molto spesso, ci parla di guerre, di vendette, di condanne a morte, quindi è abbastanza diffusa la tendenza ad escluderlo dalla riflessione religiosa. Salvo poi che nella nostra condotta pratica ci comportiamo come Iefte che, ignorante sulla volontà di Dio, immolò la sua unica figlia.

Là dove l’uomo si fa un’immagine di ‘dio’ secondo il proprio pensiero e i propri interessi, si predispongono le prime tracce del fondamentalismo, e, come conseguenza immediata, si giunge all’assassinio.

Abbiamo il dovere di confrontarci con tutta la parola di Dio, comprese le pagine più dure. La lettura di Iefte, come dice il biblista Paolo De Benedetti, fa da ”contravveleno a una concezione intimistico-spiritualista di Dio”.

Ci sconvolge l’episodio della figlia di Iefte, sacrificata dal padre per il voto fatto a Dio di offrirgli in sacrificio chi fosse uscito da casa sua al ritorno dalla vittoria sugli Ammoniti.

Nel sacrificio di Isacco è Dio che chiede il sacrificio che alla fine non si compie, mentre nel caso della sfortunata figlia di Iefte il sacrificio si compie e viene proposto da Iefte stesso.

Iefte, nella sua ignoranza, che proviene, possibilmente, da una vita intera dedicata alla guerra, si rivolge ad un dio che non è quello dell’Alleanza ma ad un dio fatto ad immagine e somiglianza dell’uomo, un dio che, secondo Iefte, avrebbe accettato lo scambio tra la vittoria ed una vita umana.

Là dove l’uomo si fa un’immagine di ‘dio’ secondo il proprio pensiero e i propri interessi, si predispongono le prime tracce del fondamentalismo, e, come conseguenza immediata, si giunge all’assassinio. E quale assassinio: la stessa figlia! Nel nome di questo dio inferiore, che assomiglia molto all’uomo, non si può esitare nemmeno nella distruzione del proprio popolo, della propria gente, dei propri stessi cari… .

I fatti di cronaca di tutti i giorni parlano di questi fatti, dove il braccio armato del terrorismo internazionale immola i suoi stessi figli, raccontano la stessa drammatica vicenda. C’è un piccolo uomo con una coscienza piccola ed un dio assetato di sangue.

Il fatto è che questi ‘dei’ prodotti dall’uomo sono potentissimi; parlano e convincono le menti al successo e alla prevaricazione, alla violenza e al potere. Sono i frutti della estensione della coscienza malata dell’uomo. Mi pare di vedere molta attualità nella vicenda religiosa di Iefte, uomo che non sa niente di Dio, del suo amore, della sua misericordia, della sua tenerezza ma lo immagina così come è fatto lui: un dio grande, che può tutto, sta sopra gli uomini, vede, scruta, un dio esigente.

Iefte non ha conosciuto una vera esperienza di fede e di apertura al trascendente, ma una semplice esperienza religiosa verso un dio frutto della sua coscienza: si tratta di una esperienza religiosa bugiarda eppure tanto comune oggi nella nostra società.

L’ignoranza su Dio crea divinità mostruose assetate di sangue. L’ignoranza su Dio uccide la propria discendenza. L’ignoranza su Dio arma la propria mano contro il fratello, l’ignoranza su Dio è discriminante ed egoista.

La dove un uomo o una donna totalmente dediti al lavoro, al successo alla scalata sociale, dove un uomo e una donna, spezzano il proprio tempo al guadagno e ai soldi, inevitabilmente il loro Dio diventa un dio inferiore ed è di lui che parleranno ai loro figli…

Oggi, dove la comunicazione è efficace e velocissima, dove un’infarinatura generale sulle “cose della religione” è facilmente fruibile dalla T.V. dai libri e da internet, rischiamo di essere come Iefte, certo non assassini cruenti ma mortificatori delle speranze delle persone e in particolare dei giovani.

La dove un uomo o una donna totalmente dediti al lavoro, al successo alla scalata sociale, dove un uomo e una donna, spezzano il proprio tempo al guadagno e ai soldi, inevitabilmente il loro Dio diventa un dio inferiore ed è di lui che parleranno ai loro figli: un ‘dio’ piccolo, peggio se di carta come il denaro. C’è una forma di “omicidio” incruento della gioventù oggi, quando ad essi viene consegnato un dio identificato con cianfrusaglie: telefonini, computer, cose, cose, cose. Una caricatura del divino che non riempie il cuore e la vita…

Preghiamo il salmo 115

L’unico vero Dio

O Dio Tu sei l’unico Dio!

Gli idoli delle genti sono argento e oro, opera delle mani dell’uomo.

Hanno bocca e non parlano, hanno occhi e non vedono, hanno orecchi e non odono, hanno narici e non odorano.

Hanno mani e non palpano, hanno piedi e non camminano;

dalla gola non emettono suoni. Sia come loro chi li fabbrica e chiunque in essi confida. Israele confida nel Signore: egli è loro aiuto e loro scudo.

Confida nel Signore, chiunque lo teme: egli è loro aiuto e loro scudo. Vi renda fecondi il Signore, voi e i vostri figli. Noi, i viventi, benediciamo il Signore ora e sempre. Amen

sr. Renata Conti MC

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Il latte delle genti

La visione della vita, della persona, del cosmo, i modelli di pensiero, le configurazioni relazionali, il mondo affettivo-simbolico, insomma ciò che costituisce l’anima del popolo e che ne struttura l’esistenza trova il suo centro nella esperienza del sacro.

«Alza gli occhi intorno e guarda: tutti costoro si sono radunati, vengono a te.

I tuoi figli vengono da lontano, le tue figlie sono portate in braccio.

5Allora guarderai e sarai raggiante, palpiterà e si dilaterà il tuo cuore,

perché l’abbondanza del mare si riverserà su di te, verrà a te la ricchezza delle genti.

6Uno stuolo di cammelli ti invaderà, dromedari di Madian e di Efa,
tutti verranno da Saba, portando oro e incenso e proclamando le glorie del Signore. […]

16Tu succhierai il latte delle genti, succhierai le ricchezze dei re.

Saprai che io sono il Signore, il tuo salvatore e il tuo redentore, il Potente di Giacobbe».

(Isaia 60,4-6.16)

L’esperienza di convivenza coi diversi popoli, di contatto con diverse esperienze del sacro, ha sicuramente allargato e approfondito in noi Missionarie della Consolata la comprensione del carisma ad gentes, che si traduce in una particolare visione di missione. Parlo di contatto con le diverse esperienze del sacro perché proprio l’esperienza del sacro costituisce il nucleo di ogni edificio culturale. La visione della vita, della persona, del cosmo, i modelli di pensiero, le configurazioni relazionali, il mondo affettivo-simbolico, insomma ciò che costituisce l’anima del popolo e che ne struttura l’esistenza trova il suo centro nella esperienza del sacro. L’accesso a questi livelli profondi della cultura, ossia il contatto con l’anima del popolo, è condizione imprescindibile per una evangelizzazione che possa chiamarsi tale: «Occorre evangelizzare – non in maniera decorativa, a somiglianza di vernice superficiale, ma in modo vitale, in profondità e fino alle radici – la cultura e le culture dell’uomo, […] partendo sempre dalla persona e tornando sempre ai rapporti delle persone tra loro e con Dio»1, ci avverte Paolo VI nella Evangelii Nuntiandi. Allora l’impegno di inculturazione è in definitiva un impegno di contatto spirituale col popolo, con la persona. Ma nel contatto spirituale la comunicazione non avviene a senso unico. Piuttosto, si tratta di uno scambio di doni, di una trasformazione reciproca, dell’arte di lasciare che lo Spirito costruisca ponti su cui le sapienze e le esperienze possano transitare ed incontrarsi. Si tratta in effetti di imparare a ricevere oltre che a dare, di imparare a succhiare, gustare, assaporare con gioia e gratitudine il latte delle genti!

…il nostro Istituto dagli anni ‘80 si è decisamente orientato ad una formazione interculturale, ossia in grado di promuovere la interazione tra sorelle di provenienze e culture differenti.

Se tutto questo è vero per l’evangelizzazione inculturata, lo è allo stesso modo per la grazia della interculturalità all’interno del nostro Istituto, grazia di trasformazione, grazia che ci nutre e ci fa crescere.

  1. Per una inculturazione e interculturalità nel carisma

Vorrei condividere qui sei punti che, nella nostra esperienza di Missionarie della Consolata, risultano importanti per un cammino di inculturazione e interculturalità carismatica:

  1. Crescere insieme

  2. Curare il linguaggio

  3. Imparare a ricevere

  4. Scendere al cuore

  5. Scoprire la saggezza dell’ignoranza

  6. Mangiare alla stessa pentola

  1. Crescere insieme

L’amicizia sincera che nasce tra due sorelle di culture diverse costituisce il miglior antidoto al pregiudizio e al razzismo, che purtroppo può insinuarsi anche nei nostri ambienti.

Percorrere un cammino assieme, superarne le difficoltà e goderne assieme le gioie, ci rende “compagne”, ci rende più sorelle. La formazione iniziale vissuta in gruppi interculturali si rivela per noi come una delle maggiori occasioni di apertura all’altro, al diverso, perché questo diverso diventi “mio”: la mia sorella mi appartiene. E’ anche una occasione preziosissima di “raccolta”, di mietitura delle risonanze carismatiche riflesse e rielaborate a seconda delle diverse esperienze culturali e di rapporto col sacro. In questo senso, il nostro Istituto dagli anni ‘80 si è decisamente orientato ad una formazione interculturale, ossia in grado di promuovere la interazione tra sorelle di provenienze e culture differenti.

  1. Curare il linguaggio

Crescere assieme significa anche avere occasioni concrete per abbattere i pregiudizi. L’amicizia sincera che nasce tra due sorelle di culture diverse costituisce il miglior antidoto al pregiudizio e al razzismo, che purtroppo può insinuarsi anche nei nostri ambienti. Antidoto molto più efficace di molte conferenze sul tema. Se tua sorella, che ami, è cinese e tu non lo sei, difficilmente sarai disposta ad accettare pregiudizi sui cinesi. Imparerai anche a curare il linguaggio, troppo spesso succube di stereotipi e rivelatore di un pensare e sentire ancora colonizzato dal pregiudizio. Quando si parla di “noi” e “voi” e quindi di “loro”, si accende la spia di un problema. Che cosa differenzia i “loro” dai “noi”? Chi sono i “loro”? E i “noi” chi siamo? Che cosa o chi qualifica l’appartenenza?

L’accesso al cuore della persona significa anche l’accesso al suo cuore culturale. E se desideriamo davvero raggiungere gli strati più profondi della persona e del popolo, un atteggiamento imprescindibile è l’ascolto e la disposizione ad imparare.
  1. Imparare a ricevere

Coltivare quella squisita espressione di amore che è la recettività, l’accoglienza. Che poi è una prerogativa tutta femminile. Credo che la cura della femminilità consacrata e della dimensione femminile della missione sia uno dei fattori di inculturazione carismatica più potente2. Non per niente l’Incarnazione avviene in una donna. Il carisma lo vivo se diviene “mio”, se si fa carne in me. L’altro lo accolgo davvero se diviene “mio”, del mio sangue, appartenente davvero alla mia stessa famiglia. Allora sì, me ne prendo cura. E lascio che si prenda cura di me.

  1. Scendere al cuore

Se il carisma non scende al cuore, non diventa parte integrante del sistema che motiva la persona, che ne struttura l’esistenza… se il carisma non diviene in qualche modo la metafora che sostiene la vita della persona, allora la persona non lo ha interiorizzato. Non basta studiare il carisma, i documenti del Fondatore. Occorre che il carisma scenda al cuore, diventi il cuore della persona. Allora la persona lo inculturerà, perché dal tesoro del cuore della persona il carisma saprà trarre cose antiche e nuove e dare ad esse una luce inedita. Ovviamente, perché questo avvenga il cuore deve essere sufficientemente aperto e capace di lasciarsi trasformare nel senso della vita. L’accesso al cuore della persona significa anche l’accesso al suo cuore culturale. E se desideriamo davvero raggiungere gli strati più profondi della persona e del popolo, un atteggiamento imprescindibile è l’ascolto e la disposizione ad imparare. In un clima di ascolto vero, empatico, il cuore della persona e del popolo può aprirsi e fare emergere dal suo scrigno desideri, sogni, esperienze che interagiscono col carisma, arricchendolo di nuove espressioni e suggestioni e nel contempo guadagnando, nel contatto con esso, nuovo splendore.

Colui che viene da fuori, per il fatto stesso della sua diversità o estraneità, ha il potere di fare o suscitare domande che, altrimenti, rimarrebbero inesplorate.
  1. Scoprire la saggezza dell’ignoranza

L’ignoranza può giocare una parte fondamentale nel cammino di inculturazione e di multiculturalità carismatica. L’ignorare il mondo dell’altro (persona o popolo), la sua cultura, le metafore che sostengono la sua vita significa privarsi del contatto con il suo animo, e quindi precludersi la possibilità di una relazione significativa in senso evangelico e carismatico. D’altra parte, la propria ignoranza riconosciuta può essere posta felicemente al servizio di relazioni evangeliche che possono umilmente mediare il passaggio della grazia carismatica. L’ignorante, colui/colei che viene da fuori e non sa niente della cultura del luogo, ha infatti un vantaggio: quello di poter porre domande che chi è del luogo non farebbe mai, perché “ovvie” o sconvenienti. All’ignorante però queste domande sono concesse perché “viene da fuori” e lo si scusa. Colui che viene da fuori, per il fatto stesso della sua diversità o estraneità, ha il potere di fare o suscitare domande che, altrimenti, rimarrebbero inesplorate. A volte le domande apparentemente più semplici sono quelle che aprono strade nuove perché portano la persona (o l’Istituzione) a considerare ciò che, ritenuto “ovvio” o scontato, e assodato, non costituiva più, o non aveva mai costituito, oggetto di riflessione. Quanto abbiamo bisogno di chi “viene da fuori” per allargare la tenda personale, comunitaria e carismatica!

Il dialogo tra carisma e culture non è solo una necessità: è un’opportunità e un dono, un’occasione per scoprire le ricchezze originali che Dio ha posto in ogni popolo, riceverle nella pentola carismatica e condividerle col resto dell’umanità.
  1. Mangiare alla stessa pentola

Felicemente contaminata dal pensare Bantu-Macua, mi piace immaginare le nostre congregazioni come una cucina: tutte noi sedute attorno all’unica pentola, ognuno apportando qualche ingrediente di vita per cucinare una buona polenta che poi nutrirà tutti. Recita un proverbio Macua: «La pentola della polenta è una, le porzioni di polenta sono diverse». Per la cosmovisione bantu-africana, tutti veniamo dalla stessa «pentola», siamo composti della stessa «pasta», ci nutriamo della stessa vita. In una famiglia, non è pensabile cucinare la polenta in tante pentole diverse: la pentola a cui attingere è una, la farina la stessa, pur distribuendosi in porzioni distinte. La Chiesa, che si nutre dello stesso ed unico Pane di Vita, non può non riconoscersi in questa immagine, ed è chiamata a renderla sempre più reale e visibile, non solo a livello liturgico e celebrativo, ma anche a livello di strutture, di economia, di prassi pastorale, di stili di vita e di relazione. Ma questo vale anche per la nostra congregazione. L’inculturazione e la interculturalità carismatica sono una esigenza inderogabile se si vuole accogliere l’invito a mangiare alla stessa pentola. Il dialogo tra carisma e culture non è solo una necessità: è un’opportunità e un dono, un’occasione per scoprire le ricchezze originali che Dio ha posto in ogni popolo, riceverle nella pentola carismatica e condividerle col resto dell’umanità. Perdere l’occasione di entrare in contatto con l’esperienza umana e spirituale di un popolo, significa anche perdere l’occasione di entrare in contatto con un’esperienza di Dio unica e originale, data a quel popolo per essere condivisa ed arricchire, aumentare, trasformare la Vita di tutti coloro che sono disposti a «mangiare dalla stessa pentola». Qual è l’ingrediente proprio e originale che questo popolo può apportare alla congregazione? La sua esperienza di cammino con Dio, quale luce nuova getta sulla comprensione del carisma? Che cosa abbiamo ricevuto da questo popolo? Come questo popolo ci ha evangelizzato? Come ha contribuito alla vitalità del carisma?

  1. Seguendo la tartaruga

Un proverbio macua scirima dice: «La tartaruga viaggia con la sua casa». La gente scirima applica spesso questo proverbio a Dio e tutto ciò che gli appartiene: Dio ha la vita in se stesso, proprio per questo non ha fissa dimora, va ovunque e dorme dove si trova: la sua casa è dappertutto, e ovunque e con tutti si trova “a casa”. Una bella icona dell’inculturazione carismatica! Un carisma vivo non ha fissa dimora, e là dove arriva è a casa sua.

Un carisma che non sia esposto alle provocazioni delle diverse culture, che non sappia “imparare la lingua” di altri mondi impazzisce, come al tartaruga a cui vien imposto di reprimere la sua natura di essere camminante.

Il rapporto tra consacrato (o Istituto) e il popolo da cui viene accolto è di reciprocità: il carisma “passa” dal consacrato/Istituto al popolo ma il popolo restituisce una elaborazione carismatica originale, che reca l’impronta del «genio» del popolo stesso3. La tartaruga mangia la verdura del luogo in cui si trova e questa verdura la nutre e la fa crescere. L’inculturazione carismatica diviene allora vera fonte di rinnovamento: lo stimolo dato dal contatto con esperienze altre, i diversi modi di ricevere e restituire il patrimonio carismatico contribuiscono ad arricchirlo. Nelle parole di Cencini: «E’ questo scambio, questa comunione di viandanti che rende ricca la vita consacrata, impedisce il ristagno del suo sangue e apre i suoi polmoni all’aria pura, favorendo la circolazione della sua energia vitale»4. Un carisma che non sa inculturarsi è morto o sta per morire, malato di arresto cardio-circolatorio, asfittico, come una tartaruga a cui venga impedito di affacciarsi fuori dal suo guscio. Un carisma che non sia esposto alle provocazioni delle diverse culture, che non sappia “imparare la lingua” di altri mondi impazzisce, come al tartaruga a cui vien imposto di reprimere la sua natura di essere camminante. Sì, perché la natura di un carisma, essendo ecclesiale, è in sé missionaria, e chiede di muoversi, di pellegrinare, di incontrarsi con altre espressioni dello Spirito che danza nel mondo. Da questi incontri, il carisma ne esce rigenerato, rafforzato, cresciuto, moltiplicato, fecondo, variopinto, e sempre più se stesso, vigoroso, raffinato, purificato, in grado di restituire alla congregazione nuova vita e nuove prospettive.

Sr Simona Brambilla, MC

1 Paolo VI, Esortazione apostolica Evangelii Nuntiandi, Roma 1975, n. 20.

2 Per approfondire il tema della dimensione femminile della missione, cfr. Brambilla, S., “La dimensione femminile della missione”, in: L’interculturalità: nuovo paradigma della missione. Atti del Convegno IMC sull’interculturalità – Roma, 4-7 dicembre 2009, Roma 2010, pp. 45-57.

3 Cfr. Giovanni Paolo II, Esortazione apostolica Vita Consecrata, Roma 1996, n. 80.

4 Cencini, A., «Com’è bello stare insieme…» La vita fraterna nella stagione della nuova evangelizzazione, Milano 1996, 85-86.

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Come in principio

Proprio il rimando di Gesù al “principio” è illuminante. Gesù non ragiona in termini di legge, non si chiede se una cosa sia lecita o no. Vede invece nel progetto iniziale di Dio la sua intenzione più limpida e chiara.

Secondo i vangeli Gesù rimanda esplicitamente ai primi capitoli di Genesi quando lo vengono ad interrogare riguardo a una questione che era discussa tra i rabbini del suo tempo: in quali casi è lecito ripudiare la propria moglie (Mt 19, 3-9)?

Contesto

Il vangelo dice che dei farisei si avvicinano a Gesù “per metterlo alla prova”. Non è detto che l’intenzione fosse del tutto cattiva. Di fatto, il modo con cui entrano nel discorso assomiglia moltissimo a come i rabbini impostavano i loro confronti. L’abitudine non era di porre direttamente la domanda, ma di arrivarci da lontano: la persona colta avrebbe già capito dove portava il discorso e sarebbe arrivata direttamente al dunque. Insomma, provano a vedere se Gesù può ragionare con un dottore della legge alla pari.

Può anche darsi che l’intenzione fosse invece più cattiva: Gesù si era presentato in veste molto misericordiosa, guarendo molti (Mt 19,1-2), e forse vogliono costringerlo a prendere una posizione su una questione controversa, mettendosi così inevitabilmente contro qualcuno, qualunque cosa dica.

La questione

Il tema era effettivamente dibattuto. Secondo la legge ebraica, qualora il marito trovasse nella moglie qualche motivo di lamentela, poteva ripudiarla e la donna avrebbe dovuto tornare alla casa di suo padre, a patto che questi la riaccogliesse. (Non era però una possibilità concessa alla donna). Si discuteva su quale motivo fosse sufficiente per il ripudio.

Piuttosto, negando il ripudio Gesù prende le difese della parte che in quel legame, con quelle norme, era la più debole, ossia la donna.

Gesù, che aveva la fama di essere molto lassista nell’applicazione della legge, per una volta la rende più dura: in principio quella legge non c’era, Dio ha deciso di unire l’uomo e la donna per sempre, ed è solo la cattiveria dell’uomo ad aver spinto Mosè a introdurre quella norma. Il matrimonio è per sempre, e un secondo matrimonio è quindi un adulterio.

Il principio

Proprio il rimando di Gesù al “principio” è illuminante. Gesù non ragiona in termini di legge, non si chiede se una cosa sia lecita o no. Vede invece nel progetto iniziale di Dio la sua intenzione più limpida e chiara. Dio ha fatto le cose bene, per far vivere bene l’uomo, e se l’uomo ha modificato le indicazioni di Dio non può che vivere male. Per migliorare la propria condizione l’uomo deve semplicemente tornare a comportarsi secondo ciò che Dio ha progettato all’inizio. A essere importante non è innanzi tutto rispettare Dio e la sua volontà, ma vivere bene, e questo è possibile se si segue ciò che Dio ha sognato per l’uomo fin dall’inizio.

Non è difficile vedere che, negando la possibilità di un divorzio, Gesù non ha voluto imporre un’altra legge dura e intollerabile (altrimenti anche lui si sarebbe esposto alla critica che muove ai dottori della legge: «Caricate gli uomini di pesi insopportabili, e quei pesi voi non li toccate nemmeno con un dito!»: Lc 11,46). Quando Gesù si trova di fronte a persone che non sono state capaci di vivere all’altezza della legge, non le condanna, pur richiamandole a vivere secondo la legge, perché fa vivere bene (basti pensare all’adultera che salva dalla lapidazione: Gv 8,3-11). Piuttosto, negando il ripudio Gesù prende le difese della parte che in quel legame, con quelle norme, era la più debole, ossia la donna.

Il regno di Dio

Ma l’episodio in realtà non è finito. I discepoli di Gesù, infatti, iniziano a scuotere la testa: «Se questa è la situazione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi» (Mt 19,10). Certo, se penso che con il matrimonio acquisto uno strumento per la gestione della casa, e scopro di non potermene liberare quando inizia a guastarsi, non mi conviene fare quella spesa. Ma Gesù invita esattamente a guardare al matrimonio non come a un contratto conveniente, ma come a un legame personale, a una condivisione profonda e totale della propria vita, che può anche vedersi complicata da malattie, situazioni faticose, incidenti di vita, ma non può essere cancellata.

Gesù invita esattamente a guardare al matrimonio non come a un contratto conveniente, ma come a un legame personale, a una condivisione profonda e totale della propria vita, che può anche vedersi complicata da malattie, situazioni faticose, incidenti di vita, ma non può essere cancellata.

E infatti Gesù, rispondendo ai discepoli, ammette che si poteva trattare di qualcosa di difficile da capire. In quel mondo, in quella cultura, la donna non aveva autonomia, ed è comprensibile che si fatichi a capire che invece quell’autonomia ce l’ha, la deve avere, deve essere incontrata come persona.

E per provare a farsi capire ricorre a un esempio che forse anche nella storia della nostra chiesa, nell’intenzione di allargarne il senso, è stato un po’ stravolto: «Vi sono eunuchi che sono nati così dal grembo della madre, e ve ne sono altri che sono stati resi tali dagli uomini, e ve ne sono altri ancora che si sono resi tali per il regno dei cieli» (Mt 19,12). Oggi ci è normale pensare che questa frase parli di coloro che non si sposano, ma sarebbe un’idea abbastanza strana, dal momento che Gesù sta cercando di chiarire la sua idea di matrimonio.

È evidente che Gesù vuole dire altro. Chi è eunuco non può unirsi a una donna. E questo può succedere per limiti congeniti o provocati dagli uomini. Oppure anche per altri motivi, per “il regno dei cieli”. Questo regno dei cieli è il mondo, la vita, così come l’ha sognata Dio, come l’ha progettata lui. È la vita ideale per gli uomini, che da Dio sono stati creati. Magari una vita non spontanea, non proprio come ci verrebbe naturalmente, ma la migliore vita possibile per l’uomo.

Non si tratta, dice Gesù, di una prigione, di una punizione, di un impoverimento, ma di vivere secondo il regno di Dio, di condurre l’esistenza progettata da Dio per gli esseri umani, di vivere nella gioia piena per la quale siamo stati creati.

Chi è libero può guardare le donne intorno a sé, può fare loro la corte e cercare di conquistarle (il punto di vista è del maschio, ma potremmo serenamente completarlo, oggi, applicandolo anche alle donne). Una volta che sia sposato, però, dovrebbe diventare come eunuco per le altre donne, non le può più cercare. Non si tratta, dice Gesù, di una prigione, di una punizione, di un impoverimento, ma di vivere secondo il regno di Dio, di condurre l’esistenza progettata da Dio per gli esseri umani, di vivere nella gioia piena per la quale siamo stati creati.

Non è da tutti capirlo, ammette Gesù. Ma chi lo capisce, vive già in un anticipo di paradiso.

Angelo Fracchia

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