Il principio e l’umano

Gesù si presentava spesso come colui che sembrava svendere la legge di Mosè, relativizzandola, attenuandola…

Rispetto a ciò che potremmo immaginare, Gesù prende raramente posizione riguardo al matrimonio; quando lo fa, è perché è chiamato in ballo dai suoi avversari.

Che in un caso sembrerebbero davvero aver architettato (o essersi trovato tra mano…) un inganno fantastico.

Una trappola astuta

All’inizio del capitolo 8 del vangelo secondo Giovanni veniamo a sapere che scribi e farisei, volendo evidentemente mettere ancora alla prova Gesù, gli portano un caso scottante. Una donna adultera, sorpresa sul fatto.

In tutti i tempi ci sono persone che, molto spesso in assoluta buona fede, intendono difendere i principi e si vedono per questo costretti a punire le persone. La ragione è evidente: se è vero che una legge è buona e giusta, va fatta rispettare. La si può motivare, si può invitare ed esortare a rispettarla, ma se poi viene violata, occorrono le pene. Altrimenti, ritengono, tutto viene messo sullo stesso piano, relativizzato, ossia svenduto.

Gesù si presentava spesso come colui che sembrava svendere la legge di Mosè, relativizzandola, attenuandola… Può darsi che i suoi avversari pensassero che così facendo si comportava da “populista”, che si faceva vedere buono soltanto perché non aveva responsabilità. E gli servono un piatto avvelenato.

Perché l’adulterio non era solo un peccato tra tanti: le violazioni contro il matrimonio, simbolo dell’amore di Dio per l’uomo, erano trattate in modo particolare duro. Chi veniva colto sul fatto doveva essere lapidato, la legge era chiara.

Quindi Gesù si trova di fronte a una scelta complicata: o condanna la donna, rispettando la legge ma giocandosi (così pensano) il favore della gente, oppure si mette contro Mosè, contro il volere di Dio. Chissà se è per questo che Gesù subito non risponde, mettendosi invece a scrivere per terra (da quando è stata scritta questa pagina, generazioni di commentatori si sono chiesti perché o che cosa scrivesse, e ancora ce lo chiediamo).

Gesù è vincitore: non si è spinto a dire che la legge di Mosè è inutile o dannosa, si è limitato a richiedere perfezione per chi giudica.

Una risposta altrettanto astuta

Di fronte all’insistenza dei suoi avversari, che forse pensavano di averlo messo all’angolo, Gesù finalmente alza la testa e reagisce con una delle risposte più fulminanti dei vangeli: «Chi è senza peccato, scagli la prima pietra» (Gv 8,7).

Parla solo della prima pietra, non è necessario che siano tutti perfetti. Ma sembra ricordare che l’umanità è soggetta all’inciampo, e chi ha bisogno di misericordia non può che invocare misericordia non solo per sé.

E mentre Gesù abbassa di nuovo la testa e riprende a scrivere sulla sabbia (l’unica volta nei vangeli in cui si dica che Gesù scrive: non poteva utilizzare un materiale più duraturo?), uno alla volta tutti se ne vanno, incominciando dai più anziani, ossia da coloro che, si poteva immaginare, avevano avuto più tempo per perfezionarsi, per arrivare alla pienezza di una vita senza peccato; ma anche coloro che, dall’alto della loro esperienza, sapevano che non si sarebbe trovato nessuno in grado di lanciare quel primo sasso.

Il giudizio del perfetto

Dopo un po’ sulla scena restano soltanto Gesù e la donna. Gesù è vincitore: non si è spinto a dire che la legge di Mosè è inutile o dannosa, si è limitato a richiedere perfezione per chi giudica. A ben vedere, gli avversari di Gesù avrebbero potuto accusarlo di non essere del tutto onesto: si può benissimo non essere perfetti pur sapendo che cosa sarebbe la perfezione, e non si può nascondere che il peso dei peccati è diverso, l’adulterio è un peccato ben grave. Ma intanto i suoi avversari sono spariti. In piazza, solo una donna colta in adulterio e Gesù. Il quale finalmente si alza in piedi, magari la guarda negli occhi: «Donna, e gli altri? Dove sono finiti? Nessuno ti ha condannata?». «Nessuno, Signore». Certo, nessuno può dirsi perfetto, non ci voleva molto a capirlo. Anche la donna, di sicuro, quando ha sentito quella condizione, poteva essersi sentita salva. A meno che…

Il principio non solo è salvo, ma è salvaguardato con ancora più decisione e durezza. Ma, nello stesso tempo, la persona è più importante, la sua vita sovrana, il suo animo in grado di decidersi per il bene in qualunque momento.

In realtà, a ben pensare, e i lettori del vangelo lo sanno bene, in quella piazza una persona senza peccato c’era. Fin dall’inizio. E adesso è ancora lì, davanti alla donna. Se Gesù volesse, la prima pietra è sua. «Neanch’io ti condanno».

Sembra di sentirli, tutti i tutori dell’ordine, che si scagliano contro tanto lassismo, relativismo, leggerezza: «In questo modo si viola la legge di Dio, che non viene più rispettata. Dispiace essere duri, ma è la condizione per salvaguardare il principio della fedeltà nel matrimonio. Se si inizia a perdonarne una, come si potrà poi difendere la legge buona?»

«Neanch’io ti condanno. Va’ e d’ora in poi non peccare più» (Gv 8,11). Ecco il secondo colpo di genio, che quasi non si nota, come nei fuoriclasse. Non peccare più. Con due frasi Gesù è riuscito a dire, insieme, che l’adulterio è peccato, che non è una leggerezza, che non è bene. Il principio non solo è salvo, ma è salvaguardato con ancora più decisione e durezza. Ma, nello stesso tempo, la persona è più importante, la sua vita sovrana, il suo animo in grado di decidersi per il bene in qualunque momento. Tu hai peccato, donna, non hai fatto il tuo bene, non è bene ciò che hai compiuto. Ma io non ti condanno. Solo, non peccare più, vivi nella pienezza, e sappi di essere stata accolta e perdonata comunque.

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Insieme, nella stessa barca, verso l’altra riva

Fine dell’Istituto è la nostra santificazione e l’annuncio di Cristo ai non cristiani come partecipazione alla missione di Dio.

L’Istituto delle Suore Missionarie della Consolata, fondato a Torino (Italia) il 29 gennaio 1910 dal sacerdote Giuseppe Allamano, è una Congregazione religiosa missionaria di diritto pontificio.

L’Allamano, immerso nella contemplazione del mistero di Gesù, Figlio missionario del Padre, sperimenta nell’energia dello Spirito Santo e nella tenerezza di Maria Consolata la gioia della salvezza. In questa grazia di consolazione sente l’urgenza di annunciare Cristo ai non cristiani. Dà inizio al nostro Istituto perché la salvezza, in Cristo Gesù, raggiunga i confini della terra.

Chiamate dallo Spirito Santo a partecipare al Carisma, dono di Dio a Padre Fondatore, noi missionarie della Consolata offriamo la vita per sempre a Cristo, nella missione ad gentes, ossia ai non cristiani, per l’annuncio di salvezza e consolazione.

Fine dell’Istituto è la nostra santificazione e l’annuncio di Cristo ai non cristiani come partecipazione alla missione di Dio.

Attente a cogliere le nuove sfide missionarie, cerchiamo di individuare e rispondere con coraggio e umiltà alle situazioni dei tempi nelle modalità definite dai Capitoli generali.

L’XI Capitolo generale delle Suore Missionarie della Consolata si è svolto dal 2 maggio al 7 giugno 2017 in Casa generalizia a Nepi (VT, Italia). Il 1 maggio il Card. João Braz de Aviz, Prefetto della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, celebrava la solenne Eucarestia di apertura nella cappella di Casa generalizia. L’Eucarestia conclusiva, celebrata da P. Alberto Trevisiol, IMC, nostro confratello e Rettore Magnifico della Pontificia Università Urbaniana il 7 giugno, ben esprimeva la gratitudine, la meraviglia, la commozione per il percorso vissuto assieme, come famiglia in unità di intenti.

Il percorso di rinascita mira a un rinnovamento, a una rivitalizzazione della Congregazione, paragonata a una vite umile e fruttuosa che ha compiuto cento anni e, come ogni vite, necessita delle cure tenere e forti del vignaiolo, che si esprimono anche in sane e appropriate potature.

L’XI Capitolo generale è stato da noi chiamato il Capitolo della rinascita; il tema era racchiuso infatti in un solo verbo: Rinascere!

Il Capitolo raccoglieva, celebrava e continuava il percorso di rinascita inaugurato durante la preparazione al centenario di fondazione dell’Istituto, celebratosi nel 2010, e rilanciato dal X Capitolo generale nel 2011. Il percorso di rinascita mira a un rinnovamento, a una rivitalizzazione della Congregazione, paragonata a una vite umile e fruttuosa che ha compiuto cento anni e, come ogni vite, necessita delle cure tenere e forti del vignaiolo, che si esprimono anche in sane e appropriate potature. Siamo attualmente 580 professe, di 15 diverse nazionalità, presenti in 17 Paesi in Africa, America, Asia e Europa. Il X Capitolo generale del 2011 aveva affidato alla Direzione generale due importanti mandati: la Rielaborazione delle Costituzioni e il Ridisegnare le Presenze (Ristrutturazione). Questi due processi hanno coinvolto tutto l’Istituto in questi ultimi sei anni. Le Sorelle hanno partecipato con impegno a questi percorsi di Famiglia che hanno richiesto il coinvolgimento di tutte e sono divenuti occasione di preghiera, riflessione, condivisione e trasformazione a livello personale, comunitario, di Circoscrizione, di Istituto. Nel 2014, il I Capitolo Straordinario ha approvato il testo aggiornato delle Costituzioni e ha lanciato la rielaborazione di altri tre documenti del Diritto proprio: il Direttorio generale, il Regolamento amministrativo e il Piano generale di formazione (Ratio formationis), che l’XI Capitolo generale ha riveduto e approvato dopo un cammino che ha coinvolto di nuovo tutto l’Istituto, a diversi livelli, in stile veramente sinodale. Il processo del Ridisegnare le nostre Presenze ha trovato nel I Capitolo Straordinario del 2014 una tappa fondamentale, che ha indicato strade e aperto prospettive. L’XI Capitolo generale ha valutato i passi realizzati e ha progettato quelli futuri. In particolare, l’ultimo Capitolo ha confermato i cammini tracciati dal Capitolo straordinario del 2014, che prevedevano l’accorpamento delle Circoscrizioni in Africa in un’unica Regione, l’accorpamento delle Circoscrizioni in America in una unica Regione, il ridimensionamento deciso e coraggioso delle nostre presenze e attività specialmente in Africa e America e il rafforzamento delle presenze in Asia, in fedeltà al nostro fine specifico: l’evangelizzazione dei non cristiani.

Dopo il Capitolo straordinario del 2014, sia in Africa sia in America si erano realizzati passi intermedi, con la unificazione di alcune Circoscrizioni. Il Capitolo della Rinascita ha valutato positivamente questi passi e offerto orientamenti per continuare il processo iniziato. La diminuzione numerica e di forze è stata per l’Istituto una… energia positiva in quanto ha risvegliato in noi il bisogno di “tornare al Centro”, ossia all’essenziale della nostra vocazione, al primato di Dio e al fine per cui siamo state fondate. Abbiamo così sentito il bisogno di percorsi di rinnovamento e ridisegnamento non soltanto perché stiamo numericamente diminuendo ma soprattutto perché l’Istituto mantenga e sviluppi nell’oggi la fedeltà al carisma originario, perché la vite centenaria continui a generare grappoli succosi e produrre vino buono. Oltre all’immagine della vite e del vignaiolo, un simbolo che ha accompagnato lo svolgersi del nostro Capitolo della Rinascita è stato quello della barca.

Abbiamo così sentito il bisogno di percorsi di rinnovamento e ridisegnamento non soltanto perché stiamo numericamente diminuendo ma soprattutto perché l’Istituto mantenga e sviluppi nell’oggi la fedeltà al carisma originario, perché la vite centenaria continui a generare grappoli succosi e produrre vino buono.

Raccogliendo il percorso di questi anni, così intenso, partecipato, comunionale, il Capitolo ha sentito il bisogno di onorare il contributo originale di ogni Sorella nelle diverse circostanze concrete in cui vive la missione, caratterizzate da gioie e dolori, speranze e fatiche, luci e ombre che si intrecciano a formare il meraviglioso capolavoro della vita di ciascuna e della vita della nostra Famiglia religiosa missionaria. Il Capitolo ha riconosciuto, con gratitudine e meraviglia, affermato e celebrato il Bene, la Benedizione che percorre, come Onda viva e vivificante, forte e soave, la nostra famiglia e la sospinge al largo, piccola e fragile barca affidata al vento dello Spirito, per «passare all’altra riva» (cfr. Mc 4,35-41).

Questa barca, che è l’Istituto, è la nostra casa, è la casa di tutte noi. È una casa in movimento, proprio perché è una barca e… nessuna barca è costruita per rimanere ancorata in un porto sicuro, bensì per solcare le acque! È la barca donataci da Dio per navigare il tempo e lo spazio, staccandosi da rive conosciute, sempre protesa verso rive “altre”, che il fluire dell’Onda e il soffio dello Spirito di volta in volta ci indicano e ispirano. La vela è Maria Consolata, nostra Madre tenerissima. È Lei, ieri come oggi, a intercettare il vento dello Spirito, a gonfiarsi del Suo sospiro e sospingerci verso altri lidi. Al timone c’è, come sempre, Padre Fondatore, uomo dallo sguardo acuto e penetrante, e dall’udito finissimo, capace di captare i gemiti e i sussurri delle acque e del vento, di riconoscere i segni delle stelle e di avvistare da lontano nuovi lidi verso cui dirigere la barca. Nella barca ci siamo tutte noi Sorelle, ma c’è anche e soprattutto il Dio-con-noi, il vero e unico Inviato nel quale, e solo nel Quale, anche noi siamo inviate. C’è Lui, il Signore delle acque e del vento, l’umile Pellegrino che ama viaggiare con noi e come noi, proprio sulla nostra fragile barca di legno, in pieno sole, al chiar di luna o nelle notti senza stelle, identificandosi con noi, con le nostre gioie e dolori, speranze e fatiche, luci e ombre, veglie e torpori, coi nostri gesti, le nostre parole, i nostri sogni, la nostra umanità consacrata, il nostro impasto vivo e vibrante di terra e cielo!

Siamo consapevoli di non essere inviate ad annunciare noi stesse, la nostra potenza, la nostra grandezza, bensì a manifestare in fragili vasi di argilla (cfr. 2 Cor 4,7) la potenza umile, la forza debole, la grazia vulnerabile dell’Amore che è una Persona.

Conosciamo la fragilità della barca, le venature e i nodi del suo legno, le crepe e anche le falle da cui filtra acqua e che abbisognano di essere riparate. No, non ci spaventa questa fragilità, anzi! Siamo certe che proprio quando siamo deboli, è allora che siamo forti, non di noi stesse ma di Colui che è la nostra forza (cfr. 2 Cor 12, 9-10), la nostra gioia, la nostra vita! Siamo consapevoli di non essere inviate ad annunciare noi stesse, la nostra potenza, la nostra grandezza, bensì a manifestare in fragili vasi di argilla (cfr. 2 Cor 4,7) la potenza umile, la forza debole, la grazia vulnerabile dell’Amore che è una Persona. Egli ci avvolge e ci riveste di Sé senza annullare la nostra fragilità, ci rende sempre più Sue e, attirandoci sempre più profondamente in Lui, ci immerge in modo sempre più effettivo nei solchi dell’umanità, nelle ferite del cosmo, della storia e del cuore umano, nel contatto vero – umanissimo e divino – con «la carne di Cristo»1, con «le piaghe di Cristo»2 in noi stesse e nei fratelli e sorelle che incontriamo, per sprigionare dai nostri fragili vasi la fragranza del Suo Profumo, per liberare dalle crepe della nostra creta l’olio della Sua Consolazione!

La barca del nostro Istituto da più di cento anni naviga gli oceani, si stacca da tante rive conosciute e cerca «le isole lontane» (cfr. Is 66,19) seguendo la rotta indicata dalla Stella.

Questa barca umile e fragile, abitata dal Signore, è la casa di tutte noi. Sì, nella barca dell’Istituto dimoriamo e cresciamo, da lei usciamo di buon mattino per incontrare l’altro, per raccogliere il grano maturo dell’esperienza di Dio tra i popoli e per seminare il kerigma. In lei rientriamo la sera per ritrovarci insieme, per il dialogo intimo con Lui, per continuare la navigazione e raggiungere altre rive. In lei, nella barca dell’Istituto, ci incontriamo e riconosciamo Sorelle attorno a Colui che la abita, attorno alla vela della Consolata, attorno al Padre timoniere.

Conosciamo la fragilità della barca, ma conosciamo anche la forza misteriosa della Stella! La barca del nostro Istituto da più di cento anni naviga gli oceani, si stacca da tante rive conosciute e cerca «le isole lontane» (cfr. Is 66,19) seguendo la rotta indicata dalla Stella. Il nostro esperto timoniere è un Padre dallo sguardo sempre puntato all’orizzonte, sì, ma anche rivolto in alto, lassù, per individuare i segnali misteriosi che dalle profondità del Cielo indicano la via. La Stella apparsa oltre cento anni fa non ci ha mai abbandonato. A volte, la notte buia e caliginosa ha cercato di nascondercela, ma Lei è sempre riapparsa, trapassando con la Sua Luce fedele le nebbie più fitte. Come i Magi, anche noi sussultiamo di gioia al vederla! È la Stella del Carisma, capace di far trasalire di esultanza la nostra anima! Quante volte, nella nostra umile barca, immerse nel mare del tempo e dello spazio, sospinte dall’Onda e dal Vento, abbiamo sentito il nostro cuore vibrare di commozione alla Luce della Stella, al percepire ciò che risponde pienamente a quanto iscritto nel «codice genetico» del nostro spirito, ciò che ci identifica come Missionarie della Consolata, ciò che risveglia in noi le migliori energie, ciò che ci rilancia in uscita!

Sì, la Stella del Carisma brilla su di noi e ci conduce, fa risplendere la nostra piccola barca della Sua luce, ci rende sempre più belle, più vere, più donne, più sorelle, più spose e più madri, aprendo la nostra umanità alla fecondità inaudita dello Spirito…

Quante volte nelle visite, negli incontri, nei Capitoli, in questo Capitolo generale abbiamo sentito posarsi su di noi, passare tra noi, infiammare il nostro cuore il raggio caldo, inconfondibile, della Stella del Carisma! Allora, come per incanto, i nostri cuori si sono uniti, le nostre differenze sono diventate passi di danza di una melodia condivisa, le nostre voci hanno cantato la polifonia della comunione! Lungo il viaggio, l’equipaggio della nostra barca diventa sempre più “uno” e nei cuori cresce un senso del “noi” sempre più solido. Non c’è più posto per il “voi” e il “loro” all’interno di un equipaggio affiatato. I membri sono uniti dal desiderio dell’unica meta, e dalla stessa barca che abitano, di cui tutti sono responsabili; la Stella che seguono intreccia la vita di donne consacrate di diversa età, formazione, cultura, origine, esperienza e personalità nella tela viva, colorata, preziosissima della comunione. È il miracolo della Stella! Sì, la Stella del Carisma brilla su di noi e ci conduce, fa risplendere la nostra piccola barca della Sua luce, ci rende sempre più belle, più vere, più donne, più sorelle, più spose e più madri, aprendo la nostra umanità alla fecondità inaudita dello Spirito:

«Àlzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce,

la gloria del Signore brilla sopra di te.

Poiché, ecco, la tenebra ricopre la terra,

nebbia fitta avvolge i popoli;

ma su di te risplende il Signore,

la sua gloria appare su di te. (…)

Alza gli occhi intorno e guarda:

tutti costoro si sono radunati, vengono a te.

I tuoi figli vengono da lontano,

le tue figlie sono portate in braccio.

Allora guarderai e sarai raggiante,

palpiterà e si dilaterà il tuo cuore,

perché l’abbondanza del mare si riverserà su di te,

verrà a te la ricchezza delle genti».

(Is 60, 1-2.4-5)

Sr Simona Brambilla, MC

1 Cfr. Papa Francesco, Veglia di Pentecoste con i movimenti, le nuove comunità, le associazioni e le aggregazioni laicali, Roma, 18 maggio 2013.

2 Cfr. Papa Francesco, Meditazione mattutina nella cappella della Domus Sanctae Marthae, Roma, 3 luglio 2013: «Dobbiamo toccare le piaghe di Gesù, dobbiamo accarezzare le piaghe di Gesù. Dobbiamo curare le piaghe di Gesù con tenerezza. Dobbiamo letteralmente baciare le piaghe di Gesù». La vita di san Francesco, ha ricordato il Papa, è cambiata quando ha abbracciato il lebbroso perché «ha toccato il Dio vivo e ha vissuto in adorazione». «Quello che Gesù ci chiede di fare con le nostre opere di misericordia — ha concluso il Pontefice — è quello che Tommaso aveva chiesto: entrare nelle piaghe».

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La vicenda della figlia di Iefte (Giudici 11,29-40)

Il Vangelo ci invita al perdono, alla mitezza, alla pace, l’Antico Testamento, molto spesso, ci parla di guerre, di vendette, di condanne a morte, quindi è abbastanza diffusa la tendenza ad escluderlo dalla riflessione religiosa.

La vicenda della figlia di Iefte si colloca in un momento preciso della vita del popolo di Israele, tra l’uscita dall’Egitto e la prima Monarchia: il tempo del nomadismo. Si tratta di circa duecento anni in cui le dodici tribù di Israele si organizzarono con efficacia; ogni gruppo/tribù si dotò di un apparato militare e un gruppo di saggi, ed elesse una figura carismatica, il Giudice, che radunava in sé il potere legislativo, giudiziario ed esecutivo. Si trattava di un vero leader chiamato a guidare la propria tribù: in tempo di pace era una figura di garanzia fra le parti, ma in tempo di guerra diventava capo supremo dell’esercito.

Tra i molti giudici delle dodici tribù di Israele ne emerse uno, un uomo d’armi; il suo nome era Iefte; Iefte, da guerriero esperto attraversò Gàlaad e Manàsse, passò a Mizpa di Gàlaad e da Mizpa di Gàlaad raggiunse gli Ammoniti. Iefte fece voto al Signore e disse: «Se tu mi metti nelle mani gli Ammoniti, la persona che uscirà per prima dalle porte di casa mia per venirmi incontro, quando tornerò vittorioso dagli Ammoniti, sarà per il Signore e io l’offrirò in olocausto». Quindi Iefte raggiunse gli Ammoniti per combatterli e il Signore glieli mise nelle mani. Egli li sconfisse da Aroer fin verso Minnit, prendendo loro venti città, e fino ad Abel-Cheramin. Così gli Ammoniti furono umiliati davanti agli Israeliti.

Poi Iefte tornò a Mizpa, verso casa sua; ed ecco uscirgli incontro la figlia, con timpani e danze. Era l’unica figlia: non aveva altri figli, né altre figlie. Appena la vide, si stracciò le vesti e disse: «Figlia mia, tu mi hai rovinato! Anche tu sei con quelli che mi hanno reso infelice! Io ho dato la mia parola al Signore e non posso ritirarmi». Essa gli disse: «Padre mio, se hai dato parola al Signore, fa’ di me secondo quanto è uscito dalla tua bocca, perché il Signore ti ha concesso vendetta sugli Ammoniti, tuoi nemici». Quindi, la giovane disse al padre: «Mi sia concesso questo: lasciami libera, per due mesi, perché io vada errando per i monti a piangere la mia verginità, con le mie compagne». Egli le rispose: «Va’!», e la lasciò andare per due mesi. Essa se ne andò con le compagne e pianse sui monti la sua verginità. Alla fine dei due mesi tornò dal padre ed egli fece di lei quello che aveva promesso con voto. Essa non aveva conosciuto uomo; di qui venne in Israele questa usanza: ogni anno le fanciulle d’Israele vanno a piangere la figlia di Iefte, per quattro giorni.

Le Sacre Scritture parlano al nostro cuore e alla nostra volontà; ma, mentre le parole di Gesù ci appaiono, con immediata evidenza, buone e degne di essere accettate, spesso le parole dell’Antico Testamento suonano al nostro orecchio: forti, dure e lontane. Il Vangelo ci invita al perdono, alla mitezza, alla pace, l’Antico Testamento, molto spesso, ci parla di guerre, di vendette, di condanne a morte, quindi è abbastanza diffusa la tendenza ad escluderlo dalla riflessione religiosa. Salvo poi che nella nostra condotta pratica ci comportiamo come Iefte che, ignorante sulla volontà di Dio, immolò la sua unica figlia.

Là dove l’uomo si fa un’immagine di ‘dio’ secondo il proprio pensiero e i propri interessi, si predispongono le prime tracce del fondamentalismo, e, come conseguenza immediata, si giunge all’assassinio.

Abbiamo il dovere di confrontarci con tutta la parola di Dio, comprese le pagine più dure. La lettura di Iefte, come dice il biblista Paolo De Benedetti, fa da ”contravveleno a una concezione intimistico-spiritualista di Dio”.

Ci sconvolge l’episodio della figlia di Iefte, sacrificata dal padre per il voto fatto a Dio di offrirgli in sacrificio chi fosse uscito da casa sua al ritorno dalla vittoria sugli Ammoniti.

Nel sacrificio di Isacco è Dio che chiede il sacrificio che alla fine non si compie, mentre nel caso della sfortunata figlia di Iefte il sacrificio si compie e viene proposto da Iefte stesso.

Iefte, nella sua ignoranza, che proviene, possibilmente, da una vita intera dedicata alla guerra, si rivolge ad un dio che non è quello dell’Alleanza ma ad un dio fatto ad immagine e somiglianza dell’uomo, un dio che, secondo Iefte, avrebbe accettato lo scambio tra la vittoria ed una vita umana.

Là dove l’uomo si fa un’immagine di ‘dio’ secondo il proprio pensiero e i propri interessi, si predispongono le prime tracce del fondamentalismo, e, come conseguenza immediata, si giunge all’assassinio. E quale assassinio: la stessa figlia! Nel nome di questo dio inferiore, che assomiglia molto all’uomo, non si può esitare nemmeno nella distruzione del proprio popolo, della propria gente, dei propri stessi cari… .

I fatti di cronaca di tutti i giorni parlano di questi fatti, dove il braccio armato del terrorismo internazionale immola i suoi stessi figli, raccontano la stessa drammatica vicenda. C’è un piccolo uomo con una coscienza piccola ed un dio assetato di sangue.

Il fatto è che questi ‘dei’ prodotti dall’uomo sono potentissimi; parlano e convincono le menti al successo e alla prevaricazione, alla violenza e al potere. Sono i frutti della estensione della coscienza malata dell’uomo. Mi pare di vedere molta attualità nella vicenda religiosa di Iefte, uomo che non sa niente di Dio, del suo amore, della sua misericordia, della sua tenerezza ma lo immagina così come è fatto lui: un dio grande, che può tutto, sta sopra gli uomini, vede, scruta, un dio esigente.

Iefte non ha conosciuto una vera esperienza di fede e di apertura al trascendente, ma una semplice esperienza religiosa verso un dio frutto della sua coscienza: si tratta di una esperienza religiosa bugiarda eppure tanto comune oggi nella nostra società.

L’ignoranza su Dio crea divinità mostruose assetate di sangue. L’ignoranza su Dio uccide la propria discendenza. L’ignoranza su Dio arma la propria mano contro il fratello, l’ignoranza su Dio è discriminante ed egoista.

La dove un uomo o una donna totalmente dediti al lavoro, al successo alla scalata sociale, dove un uomo e una donna, spezzano il proprio tempo al guadagno e ai soldi, inevitabilmente il loro Dio diventa un dio inferiore ed è di lui che parleranno ai loro figli…

Oggi, dove la comunicazione è efficace e velocissima, dove un’infarinatura generale sulle “cose della religione” è facilmente fruibile dalla T.V. dai libri e da internet, rischiamo di essere come Iefte, certo non assassini cruenti ma mortificatori delle speranze delle persone e in particolare dei giovani.

La dove un uomo o una donna totalmente dediti al lavoro, al successo alla scalata sociale, dove un uomo e una donna, spezzano il proprio tempo al guadagno e ai soldi, inevitabilmente il loro Dio diventa un dio inferiore ed è di lui che parleranno ai loro figli: un ‘dio’ piccolo, peggio se di carta come il denaro. C’è una forma di “omicidio” incruento della gioventù oggi, quando ad essi viene consegnato un dio identificato con cianfrusaglie: telefonini, computer, cose, cose, cose. Una caricatura del divino che non riempie il cuore e la vita…

Preghiamo il salmo 115

L’unico vero Dio

O Dio Tu sei l’unico Dio!

Gli idoli delle genti sono argento e oro, opera delle mani dell’uomo.

Hanno bocca e non parlano, hanno occhi e non vedono, hanno orecchi e non odono, hanno narici e non odorano.

Hanno mani e non palpano, hanno piedi e non camminano;

dalla gola non emettono suoni. Sia come loro chi li fabbrica e chiunque in essi confida. Israele confida nel Signore: egli è loro aiuto e loro scudo.

Confida nel Signore, chiunque lo teme: egli è loro aiuto e loro scudo. Vi renda fecondi il Signore, voi e i vostri figli. Noi, i viventi, benediciamo il Signore ora e sempre. Amen

sr. Renata Conti MC

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Il latte delle genti

La visione della vita, della persona, del cosmo, i modelli di pensiero, le configurazioni relazionali, il mondo affettivo-simbolico, insomma ciò che costituisce l’anima del popolo e che ne struttura l’esistenza trova il suo centro nella esperienza del sacro.

«Alza gli occhi intorno e guarda: tutti costoro si sono radunati, vengono a te.

I tuoi figli vengono da lontano, le tue figlie sono portate in braccio.

5Allora guarderai e sarai raggiante, palpiterà e si dilaterà il tuo cuore,

perché l’abbondanza del mare si riverserà su di te, verrà a te la ricchezza delle genti.

6Uno stuolo di cammelli ti invaderà, dromedari di Madian e di Efa,
tutti verranno da Saba, portando oro e incenso e proclamando le glorie del Signore. […]

16Tu succhierai il latte delle genti, succhierai le ricchezze dei re.

Saprai che io sono il Signore, il tuo salvatore e il tuo redentore, il Potente di Giacobbe».

(Isaia 60,4-6.16)

L’esperienza di convivenza coi diversi popoli, di contatto con diverse esperienze del sacro, ha sicuramente allargato e approfondito in noi Missionarie della Consolata la comprensione del carisma ad gentes, che si traduce in una particolare visione di missione. Parlo di contatto con le diverse esperienze del sacro perché proprio l’esperienza del sacro costituisce il nucleo di ogni edificio culturale. La visione della vita, della persona, del cosmo, i modelli di pensiero, le configurazioni relazionali, il mondo affettivo-simbolico, insomma ciò che costituisce l’anima del popolo e che ne struttura l’esistenza trova il suo centro nella esperienza del sacro. L’accesso a questi livelli profondi della cultura, ossia il contatto con l’anima del popolo, è condizione imprescindibile per una evangelizzazione che possa chiamarsi tale: «Occorre evangelizzare – non in maniera decorativa, a somiglianza di vernice superficiale, ma in modo vitale, in profondità e fino alle radici – la cultura e le culture dell’uomo, […] partendo sempre dalla persona e tornando sempre ai rapporti delle persone tra loro e con Dio»1, ci avverte Paolo VI nella Evangelii Nuntiandi. Allora l’impegno di inculturazione è in definitiva un impegno di contatto spirituale col popolo, con la persona. Ma nel contatto spirituale la comunicazione non avviene a senso unico. Piuttosto, si tratta di uno scambio di doni, di una trasformazione reciproca, dell’arte di lasciare che lo Spirito costruisca ponti su cui le sapienze e le esperienze possano transitare ed incontrarsi. Si tratta in effetti di imparare a ricevere oltre che a dare, di imparare a succhiare, gustare, assaporare con gioia e gratitudine il latte delle genti!

…il nostro Istituto dagli anni ‘80 si è decisamente orientato ad una formazione interculturale, ossia in grado di promuovere la interazione tra sorelle di provenienze e culture differenti.

Se tutto questo è vero per l’evangelizzazione inculturata, lo è allo stesso modo per la grazia della interculturalità all’interno del nostro Istituto, grazia di trasformazione, grazia che ci nutre e ci fa crescere.

  1. Per una inculturazione e interculturalità nel carisma

Vorrei condividere qui sei punti che, nella nostra esperienza di Missionarie della Consolata, risultano importanti per un cammino di inculturazione e interculturalità carismatica:

  1. Crescere insieme

  2. Curare il linguaggio

  3. Imparare a ricevere

  4. Scendere al cuore

  5. Scoprire la saggezza dell’ignoranza

  6. Mangiare alla stessa pentola

  1. Crescere insieme

L’amicizia sincera che nasce tra due sorelle di culture diverse costituisce il miglior antidoto al pregiudizio e al razzismo, che purtroppo può insinuarsi anche nei nostri ambienti.

Percorrere un cammino assieme, superarne le difficoltà e goderne assieme le gioie, ci rende “compagne”, ci rende più sorelle. La formazione iniziale vissuta in gruppi interculturali si rivela per noi come una delle maggiori occasioni di apertura all’altro, al diverso, perché questo diverso diventi “mio”: la mia sorella mi appartiene. E’ anche una occasione preziosissima di “raccolta”, di mietitura delle risonanze carismatiche riflesse e rielaborate a seconda delle diverse esperienze culturali e di rapporto col sacro. In questo senso, il nostro Istituto dagli anni ‘80 si è decisamente orientato ad una formazione interculturale, ossia in grado di promuovere la interazione tra sorelle di provenienze e culture differenti.

  1. Curare il linguaggio

Crescere assieme significa anche avere occasioni concrete per abbattere i pregiudizi. L’amicizia sincera che nasce tra due sorelle di culture diverse costituisce il miglior antidoto al pregiudizio e al razzismo, che purtroppo può insinuarsi anche nei nostri ambienti. Antidoto molto più efficace di molte conferenze sul tema. Se tua sorella, che ami, è cinese e tu non lo sei, difficilmente sarai disposta ad accettare pregiudizi sui cinesi. Imparerai anche a curare il linguaggio, troppo spesso succube di stereotipi e rivelatore di un pensare e sentire ancora colonizzato dal pregiudizio. Quando si parla di “noi” e “voi” e quindi di “loro”, si accende la spia di un problema. Che cosa differenzia i “loro” dai “noi”? Chi sono i “loro”? E i “noi” chi siamo? Che cosa o chi qualifica l’appartenenza?

L’accesso al cuore della persona significa anche l’accesso al suo cuore culturale. E se desideriamo davvero raggiungere gli strati più profondi della persona e del popolo, un atteggiamento imprescindibile è l’ascolto e la disposizione ad imparare.
  1. Imparare a ricevere

Coltivare quella squisita espressione di amore che è la recettività, l’accoglienza. Che poi è una prerogativa tutta femminile. Credo che la cura della femminilità consacrata e della dimensione femminile della missione sia uno dei fattori di inculturazione carismatica più potente2. Non per niente l’Incarnazione avviene in una donna. Il carisma lo vivo se diviene “mio”, se si fa carne in me. L’altro lo accolgo davvero se diviene “mio”, del mio sangue, appartenente davvero alla mia stessa famiglia. Allora sì, me ne prendo cura. E lascio che si prenda cura di me.

  1. Scendere al cuore

Se il carisma non scende al cuore, non diventa parte integrante del sistema che motiva la persona, che ne struttura l’esistenza… se il carisma non diviene in qualche modo la metafora che sostiene la vita della persona, allora la persona non lo ha interiorizzato. Non basta studiare il carisma, i documenti del Fondatore. Occorre che il carisma scenda al cuore, diventi il cuore della persona. Allora la persona lo inculturerà, perché dal tesoro del cuore della persona il carisma saprà trarre cose antiche e nuove e dare ad esse una luce inedita. Ovviamente, perché questo avvenga il cuore deve essere sufficientemente aperto e capace di lasciarsi trasformare nel senso della vita. L’accesso al cuore della persona significa anche l’accesso al suo cuore culturale. E se desideriamo davvero raggiungere gli strati più profondi della persona e del popolo, un atteggiamento imprescindibile è l’ascolto e la disposizione ad imparare. In un clima di ascolto vero, empatico, il cuore della persona e del popolo può aprirsi e fare emergere dal suo scrigno desideri, sogni, esperienze che interagiscono col carisma, arricchendolo di nuove espressioni e suggestioni e nel contempo guadagnando, nel contatto con esso, nuovo splendore.

Colui che viene da fuori, per il fatto stesso della sua diversità o estraneità, ha il potere di fare o suscitare domande che, altrimenti, rimarrebbero inesplorate.
  1. Scoprire la saggezza dell’ignoranza

L’ignoranza può giocare una parte fondamentale nel cammino di inculturazione e di multiculturalità carismatica. L’ignorare il mondo dell’altro (persona o popolo), la sua cultura, le metafore che sostengono la sua vita significa privarsi del contatto con il suo animo, e quindi precludersi la possibilità di una relazione significativa in senso evangelico e carismatico. D’altra parte, la propria ignoranza riconosciuta può essere posta felicemente al servizio di relazioni evangeliche che possono umilmente mediare il passaggio della grazia carismatica. L’ignorante, colui/colei che viene da fuori e non sa niente della cultura del luogo, ha infatti un vantaggio: quello di poter porre domande che chi è del luogo non farebbe mai, perché “ovvie” o sconvenienti. All’ignorante però queste domande sono concesse perché “viene da fuori” e lo si scusa. Colui che viene da fuori, per il fatto stesso della sua diversità o estraneità, ha il potere di fare o suscitare domande che, altrimenti, rimarrebbero inesplorate. A volte le domande apparentemente più semplici sono quelle che aprono strade nuove perché portano la persona (o l’Istituzione) a considerare ciò che, ritenuto “ovvio” o scontato, e assodato, non costituiva più, o non aveva mai costituito, oggetto di riflessione. Quanto abbiamo bisogno di chi “viene da fuori” per allargare la tenda personale, comunitaria e carismatica!

Il dialogo tra carisma e culture non è solo una necessità: è un’opportunità e un dono, un’occasione per scoprire le ricchezze originali che Dio ha posto in ogni popolo, riceverle nella pentola carismatica e condividerle col resto dell’umanità.
  1. Mangiare alla stessa pentola

Felicemente contaminata dal pensare Bantu-Macua, mi piace immaginare le nostre congregazioni come una cucina: tutte noi sedute attorno all’unica pentola, ognuno apportando qualche ingrediente di vita per cucinare una buona polenta che poi nutrirà tutti. Recita un proverbio Macua: «La pentola della polenta è una, le porzioni di polenta sono diverse». Per la cosmovisione bantu-africana, tutti veniamo dalla stessa «pentola», siamo composti della stessa «pasta», ci nutriamo della stessa vita. In una famiglia, non è pensabile cucinare la polenta in tante pentole diverse: la pentola a cui attingere è una, la farina la stessa, pur distribuendosi in porzioni distinte. La Chiesa, che si nutre dello stesso ed unico Pane di Vita, non può non riconoscersi in questa immagine, ed è chiamata a renderla sempre più reale e visibile, non solo a livello liturgico e celebrativo, ma anche a livello di strutture, di economia, di prassi pastorale, di stili di vita e di relazione. Ma questo vale anche per la nostra congregazione. L’inculturazione e la interculturalità carismatica sono una esigenza inderogabile se si vuole accogliere l’invito a mangiare alla stessa pentola. Il dialogo tra carisma e culture non è solo una necessità: è un’opportunità e un dono, un’occasione per scoprire le ricchezze originali che Dio ha posto in ogni popolo, riceverle nella pentola carismatica e condividerle col resto dell’umanità. Perdere l’occasione di entrare in contatto con l’esperienza umana e spirituale di un popolo, significa anche perdere l’occasione di entrare in contatto con un’esperienza di Dio unica e originale, data a quel popolo per essere condivisa ed arricchire, aumentare, trasformare la Vita di tutti coloro che sono disposti a «mangiare dalla stessa pentola». Qual è l’ingrediente proprio e originale che questo popolo può apportare alla congregazione? La sua esperienza di cammino con Dio, quale luce nuova getta sulla comprensione del carisma? Che cosa abbiamo ricevuto da questo popolo? Come questo popolo ci ha evangelizzato? Come ha contribuito alla vitalità del carisma?

  1. Seguendo la tartaruga

Un proverbio macua scirima dice: «La tartaruga viaggia con la sua casa». La gente scirima applica spesso questo proverbio a Dio e tutto ciò che gli appartiene: Dio ha la vita in se stesso, proprio per questo non ha fissa dimora, va ovunque e dorme dove si trova: la sua casa è dappertutto, e ovunque e con tutti si trova “a casa”. Una bella icona dell’inculturazione carismatica! Un carisma vivo non ha fissa dimora, e là dove arriva è a casa sua.

Un carisma che non sia esposto alle provocazioni delle diverse culture, che non sappia “imparare la lingua” di altri mondi impazzisce, come al tartaruga a cui vien imposto di reprimere la sua natura di essere camminante.

Il rapporto tra consacrato (o Istituto) e il popolo da cui viene accolto è di reciprocità: il carisma “passa” dal consacrato/Istituto al popolo ma il popolo restituisce una elaborazione carismatica originale, che reca l’impronta del «genio» del popolo stesso3. La tartaruga mangia la verdura del luogo in cui si trova e questa verdura la nutre e la fa crescere. L’inculturazione carismatica diviene allora vera fonte di rinnovamento: lo stimolo dato dal contatto con esperienze altre, i diversi modi di ricevere e restituire il patrimonio carismatico contribuiscono ad arricchirlo. Nelle parole di Cencini: «E’ questo scambio, questa comunione di viandanti che rende ricca la vita consacrata, impedisce il ristagno del suo sangue e apre i suoi polmoni all’aria pura, favorendo la circolazione della sua energia vitale»4. Un carisma che non sa inculturarsi è morto o sta per morire, malato di arresto cardio-circolatorio, asfittico, come una tartaruga a cui venga impedito di affacciarsi fuori dal suo guscio. Un carisma che non sia esposto alle provocazioni delle diverse culture, che non sappia “imparare la lingua” di altri mondi impazzisce, come al tartaruga a cui vien imposto di reprimere la sua natura di essere camminante. Sì, perché la natura di un carisma, essendo ecclesiale, è in sé missionaria, e chiede di muoversi, di pellegrinare, di incontrarsi con altre espressioni dello Spirito che danza nel mondo. Da questi incontri, il carisma ne esce rigenerato, rafforzato, cresciuto, moltiplicato, fecondo, variopinto, e sempre più se stesso, vigoroso, raffinato, purificato, in grado di restituire alla congregazione nuova vita e nuove prospettive.

Sr Simona Brambilla, MC

1 Paolo VI, Esortazione apostolica Evangelii Nuntiandi, Roma 1975, n. 20.

2 Per approfondire il tema della dimensione femminile della missione, cfr. Brambilla, S., “La dimensione femminile della missione”, in: L’interculturalità: nuovo paradigma della missione. Atti del Convegno IMC sull’interculturalità – Roma, 4-7 dicembre 2009, Roma 2010, pp. 45-57.

3 Cfr. Giovanni Paolo II, Esortazione apostolica Vita Consecrata, Roma 1996, n. 80.

4 Cencini, A., «Com’è bello stare insieme…» La vita fraterna nella stagione della nuova evangelizzazione, Milano 1996, 85-86.

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Come in principio

Proprio il rimando di Gesù al “principio” è illuminante. Gesù non ragiona in termini di legge, non si chiede se una cosa sia lecita o no. Vede invece nel progetto iniziale di Dio la sua intenzione più limpida e chiara.

Secondo i vangeli Gesù rimanda esplicitamente ai primi capitoli di Genesi quando lo vengono ad interrogare riguardo a una questione che era discussa tra i rabbini del suo tempo: in quali casi è lecito ripudiare la propria moglie (Mt 19, 3-9)?

Contesto

Il vangelo dice che dei farisei si avvicinano a Gesù “per metterlo alla prova”. Non è detto che l’intenzione fosse del tutto cattiva. Di fatto, il modo con cui entrano nel discorso assomiglia moltissimo a come i rabbini impostavano i loro confronti. L’abitudine non era di porre direttamente la domanda, ma di arrivarci da lontano: la persona colta avrebbe già capito dove portava il discorso e sarebbe arrivata direttamente al dunque. Insomma, provano a vedere se Gesù può ragionare con un dottore della legge alla pari.

Può anche darsi che l’intenzione fosse invece più cattiva: Gesù si era presentato in veste molto misericordiosa, guarendo molti (Mt 19,1-2), e forse vogliono costringerlo a prendere una posizione su una questione controversa, mettendosi così inevitabilmente contro qualcuno, qualunque cosa dica.

La questione

Il tema era effettivamente dibattuto. Secondo la legge ebraica, qualora il marito trovasse nella moglie qualche motivo di lamentela, poteva ripudiarla e la donna avrebbe dovuto tornare alla casa di suo padre, a patto che questi la riaccogliesse. (Non era però una possibilità concessa alla donna). Si discuteva su quale motivo fosse sufficiente per il ripudio.

Piuttosto, negando il ripudio Gesù prende le difese della parte che in quel legame, con quelle norme, era la più debole, ossia la donna.

Gesù, che aveva la fama di essere molto lassista nell’applicazione della legge, per una volta la rende più dura: in principio quella legge non c’era, Dio ha deciso di unire l’uomo e la donna per sempre, ed è solo la cattiveria dell’uomo ad aver spinto Mosè a introdurre quella norma. Il matrimonio è per sempre, e un secondo matrimonio è quindi un adulterio.

Il principio

Proprio il rimando di Gesù al “principio” è illuminante. Gesù non ragiona in termini di legge, non si chiede se una cosa sia lecita o no. Vede invece nel progetto iniziale di Dio la sua intenzione più limpida e chiara. Dio ha fatto le cose bene, per far vivere bene l’uomo, e se l’uomo ha modificato le indicazioni di Dio non può che vivere male. Per migliorare la propria condizione l’uomo deve semplicemente tornare a comportarsi secondo ciò che Dio ha progettato all’inizio. A essere importante non è innanzi tutto rispettare Dio e la sua volontà, ma vivere bene, e questo è possibile se si segue ciò che Dio ha sognato per l’uomo fin dall’inizio.

Non è difficile vedere che, negando la possibilità di un divorzio, Gesù non ha voluto imporre un’altra legge dura e intollerabile (altrimenti anche lui si sarebbe esposto alla critica che muove ai dottori della legge: «Caricate gli uomini di pesi insopportabili, e quei pesi voi non li toccate nemmeno con un dito!»: Lc 11,46). Quando Gesù si trova di fronte a persone che non sono state capaci di vivere all’altezza della legge, non le condanna, pur richiamandole a vivere secondo la legge, perché fa vivere bene (basti pensare all’adultera che salva dalla lapidazione: Gv 8,3-11). Piuttosto, negando il ripudio Gesù prende le difese della parte che in quel legame, con quelle norme, era la più debole, ossia la donna.

Il regno di Dio

Ma l’episodio in realtà non è finito. I discepoli di Gesù, infatti, iniziano a scuotere la testa: «Se questa è la situazione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi» (Mt 19,10). Certo, se penso che con il matrimonio acquisto uno strumento per la gestione della casa, e scopro di non potermene liberare quando inizia a guastarsi, non mi conviene fare quella spesa. Ma Gesù invita esattamente a guardare al matrimonio non come a un contratto conveniente, ma come a un legame personale, a una condivisione profonda e totale della propria vita, che può anche vedersi complicata da malattie, situazioni faticose, incidenti di vita, ma non può essere cancellata.

Gesù invita esattamente a guardare al matrimonio non come a un contratto conveniente, ma come a un legame personale, a una condivisione profonda e totale della propria vita, che può anche vedersi complicata da malattie, situazioni faticose, incidenti di vita, ma non può essere cancellata.

E infatti Gesù, rispondendo ai discepoli, ammette che si poteva trattare di qualcosa di difficile da capire. In quel mondo, in quella cultura, la donna non aveva autonomia, ed è comprensibile che si fatichi a capire che invece quell’autonomia ce l’ha, la deve avere, deve essere incontrata come persona.

E per provare a farsi capire ricorre a un esempio che forse anche nella storia della nostra chiesa, nell’intenzione di allargarne il senso, è stato un po’ stravolto: «Vi sono eunuchi che sono nati così dal grembo della madre, e ve ne sono altri che sono stati resi tali dagli uomini, e ve ne sono altri ancora che si sono resi tali per il regno dei cieli» (Mt 19,12). Oggi ci è normale pensare che questa frase parli di coloro che non si sposano, ma sarebbe un’idea abbastanza strana, dal momento che Gesù sta cercando di chiarire la sua idea di matrimonio.

È evidente che Gesù vuole dire altro. Chi è eunuco non può unirsi a una donna. E questo può succedere per limiti congeniti o provocati dagli uomini. Oppure anche per altri motivi, per “il regno dei cieli”. Questo regno dei cieli è il mondo, la vita, così come l’ha sognata Dio, come l’ha progettata lui. È la vita ideale per gli uomini, che da Dio sono stati creati. Magari una vita non spontanea, non proprio come ci verrebbe naturalmente, ma la migliore vita possibile per l’uomo.

Non si tratta, dice Gesù, di una prigione, di una punizione, di un impoverimento, ma di vivere secondo il regno di Dio, di condurre l’esistenza progettata da Dio per gli esseri umani, di vivere nella gioia piena per la quale siamo stati creati.

Chi è libero può guardare le donne intorno a sé, può fare loro la corte e cercare di conquistarle (il punto di vista è del maschio, ma potremmo serenamente completarlo, oggi, applicandolo anche alle donne). Una volta che sia sposato, però, dovrebbe diventare come eunuco per le altre donne, non le può più cercare. Non si tratta, dice Gesù, di una prigione, di una punizione, di un impoverimento, ma di vivere secondo il regno di Dio, di condurre l’esistenza progettata da Dio per gli esseri umani, di vivere nella gioia piena per la quale siamo stati creati.

Non è da tutti capirlo, ammette Gesù. Ma chi lo capisce, vive già in un anticipo di paradiso.

Angelo Fracchia

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Amore e Missione

Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze. Questi precetti che oggi ti do, ti stiano fissi nel cuore…te li legherai alla mano come un segno…

“Mettimi come sigillo sul tuo cuore, Come sigillo sul tuo braccio; Perché forte come la morte è l’amore.” Cantico dei cantici 8, 6

Premessa:

Vorrei invitarvi a contemplare il quadretto che ci offre il Cantico dei Cantici 8,6 per scorgervi alcuni tratti caratteristici della nostra consacrazione per la Missione.

Il testo è un poema nuziale che canta la bellezza dell’amore donato e ricevuto, un amore che trova il suo compimento nel dono totale di sé fino alla morte. È un Cantico inclusivo di tutta la persona perché l’amore vero coinvolge tutto l’essere: corpo, sentimenti, intimità, anima e lo proietta verso l’infinito, nella ricerca dell’assoluto, del Dio solo.

Scopriamo il testo

Il versetto 6 del cap. 8 del Cantico dei Cantici si riferisce allo Shemà Israel, al comandamento più importante della legge di Israele. In Deuteronomio 6,6-8a leggiamo:

“Ascolta Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze. Questi precetti che oggi ti do, ti stiano fissi nel cuore…te li legherai alla mano come un segno…”.

Ed anche in Proverbi (3,3): “Bontà e fedeltà non ti abbandonino; legale attorno al tuo collo, scrivile sulla tavola del tuo cuore….

La Sposa del Cantico dei Cantici chiede allo Sposo di metterla come sigillo sul suo cuore (il sigillo è un marchio indelebile che aderisce e non si cancella più). Chiede di farla partecipe della sua intimità, di confermarla nella fedeltà, di immergerla nella sua volontà, di renderla una cosa sola con Lui; implora di legarla al suo braccio perché possa tenerla sempre davanti agli occhi come sempre deve essere presente lo Shemà a Israele “… ti saranno come un pendaglio tra i tuoi occhi e li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte” (Dt. 6,8b).

La Sposa domanda allo Sposo di renderla partecipe del suo mistero, di identificarla con il suo progetto e di sostenerla nella sua fedeltà.

In nessuna parte il Cantico aveva ancora definito l’amore con termini tanto intensi e belli come lo fa in questo versetto (8,6) in cui descrive la sua forza incontenibile, il suo carattere ineluttabile, il suo valore senza pari.

Rileggendo questo testo alla luce della nostra realtà di Donne consacrate per la missione con “un dono di intima amicizia e di comunione feconda, nella partecipazione al suo amore per il Padre e per l’umanità” (ET 13-15) possiamo capire la portata, la profondità e la carica di amore che ci è richiesta e alla quale abbiamo aderito con il nostro si incondizionato nella consacrazione religiosa missionaria.

Questo è l’Amore a cui siamo chiamate, un amore la cui misura è non aver misura alcuna! Amore sulla misura di quello di Gesù, il Figlio, che non si lascia scoraggiare dall’indifferenza, né vincere dalla meschinità o dal tradimento.

Guardando a Gesù percepiamo che il suo cuore ha un solo battito: il Padre e in Lui il suo Regno per questo ha scelto un amore che tutto sa perdere nella donazione di se stesso, poiché sceglie di prendere su di sé le tenebre del mondo e di sommergerle nell’oceano infinito della sua Tenerezza, nel fuoco della sua Passione per salvare ciò che era perduto e donare la Vita vera facendola scaturire dalla stessa morte.

Questo è l’Amore a cui siamo chiamate, un amore la cui misura è non aver misura alcuna! Amore sulla misura di quello di Gesù, il Figlio, che non si lascia scoraggiare dall’indifferenza, né vincere dalla meschinità o dal tradimento.

Siamo chiamate a un amore che è collaudato nel sacrificio, nella sofferenza, nella dimenticanza di sé, un amore che supera la tentazione della facilità, dello scansare gli ostacoli, dell’evitare le scelte difficili e impegnative, anche dolorose.

È un amore che non cede alla tentazione di adagiarsi, un amore che sa di aver bisogno sempre di purificazione per de-centralizzarsi, evitando pretese ed esigenze o l’egoistica ricerca di sé, il “possedere” l’altro/a come proprio… È un amore che lascia da parte “calcoli prudenti”, un amore che è fuoco e dono di noi stesse.

È la croce che assicura la fecondità dell’amore, non dimentichiamolo! E allora nasce la gioia, quella vera.

Un amore che dà tutto e chiede tutto, come quello di Gesù che a Cana celebra quella Vita che sul Calvario è donata senza riserve, fino all’ultima goccia di sangue. Fedele, fino alla fine. “Li amò sino alla fine” ci dice Giovanni (13,1). Gesù diminuisce, diventa debolezza senza limiti nel suo annientamento, ma nessun tradimento gli impedisce d’amare. Si mette nelle nostre mani. Spinge la fedeltà dell’amore fino alla fine, fino alla follia della Croce, alla follia dell’amore che si consegna senza misure…. Potremo noi cercare altri mezzi per vivere la Missione?

È la croce che assicura la fecondità dell’amore, non dimentichiamolo! E allora nasce la gioia, quella vera.

Anche Maria, la Madre del dolore, ritta ai piedi della croce, non tenta di dissuadere Gesù affinché si allontani dal cammino del calvario e non fugge impaurita, Lei, la Discepola che guardava ogni cosa nel suo cuore (Lc.2,51) che rimane fedele ai piedi del Crocifisso e che assume la stessa Passione del Servo sofferente, ci insegni la fedeltà fino alla fine, rimanendo vicino al Suo Figlio e a coloro che anche oggi sono crocifissi; ci insegni a riconoscere il Suo volto nei tanti volti sfigurati, superando nell’amore lo scandalo della Croce e la tentazione di cercare altre strade, diverse da quelle che Gesù ha scelto.

Abbiamo il coraggio di fare quello che Lui ci dirà? (cfr.Gv.2,5) O siamo troppo “nell’ordinario”? Se amiamo chi ci ama, che cosa facciamo di straordinario? (Mt.5, 46). Siamo segni di un modo diverso di vivere e di essere o siamo diventate innocue e tiepide, e il nostro fuoco riscalda poco? La nostra presenza pone domande, inquieta, oppure…non dà fastidio a nessuno?

Anche noi, come la Sposa del Cantico, con la consacrazione per la missione, abbiamo voluto immergerci nel cuore di Cristo, in quel cuore che ci è stato rivelato sulla croce: “Venuti poi da Gesù, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati gli colpì il fianco con la lancia e subito ne uscì sangue e acqua” (Gv. 19,33).

Anche noi abbiamo assunto di partecipare alla sua passione d’amore per l’umanità, un amore che è forte come la morte.

La fedeltà a questo impegno richiede una risposta di amore intenso, incondizionato, richiede in noi lo sviluppo di energie capaci di donazione totale, di amore fino al martirio, fino al dono di tutte noi stesse a Gesù e alla Missione.

La fedeltà è una dimensione propria del cuore femminile, che sa stare accanto allo Sposo fin sotto la Croce, come Maria che ai piedi del Cristo Crocifisso genera l’umanità nuova ed accoglie nel suo cuore di Donna e di Madre il pianto e le angosce delle donne e degli uomini di tutti i tempi.

La fedeltà è una dimensione propria del cuore femminile, che sa stare accanto allo Sposo fin sotto la Croce, come Maria che ai piedi del Cristo Crocifisso genera l’umanità nuova ed accoglie nel suo cuore di Donna e di Madre il pianto e le angosce delle donne e degli uomini di tutti i tempi.

L’amore sponsale, in questo testo, ha la dimensione del dono di sé, del sacrificio della propria vita come sigillo di un amore che coinvolge tutte le energie umane e spirituali dell’essere. Assomiglia al dono di Gesù sulla Croce che offre tutto se stesso per l’umanità che ha redenta con il suo proprio sangue.

L’amore è forte come la morte: cosa suscita in me quest’affermazione?

Essere poste come sigillo sul Cuore del Figlio Crocifisso Risorto significa essere donne appassionate, protese verso un unico amore; significa essere donne vigilanti, in attesa del giorno nuovo nella certezza che il mistero si compie; significa partecipare pienamente dell’itinerario pasquale di Gesù: “Nel giorno dopo il sabato, Maria di Magdala si recò al sepolcro, di buon mattino, quand’era ancora buio (…) Gesù le disse: Maria essa allora voltatasi verso di Lui disse in ebraico Rabbunì che significa Maestro!, Gesù le disse: “…va dai miei fratelli e dì loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro (Gv. 20,17)”. Maria, come la sposa del Cantico, ha intuito l’essenza del mistero sponsale racchiuso nel suo nome pronunciato dal Risorto, mistero sponsale che la coinvolge nella missione stessa di Cristo: “…va dai miei fratelli e dì loro…”

La Missione diventa così per Maria l’impegno di prolungare nel suo essere sposa la vita di Gesù, annunciare il “…mistero nascosto dai secoli in Dio” (1Col. 1,26), e partecipare al suo progetto di salvezza.

Anche noi come la sposa del Cantico abbiamo sigillato un patto di amore con la nostra consacrazione a Dio per la Missione. La sponsalità a cui ci chiama la nostra consacrazione vissuta “con cuore indiviso”, ci radica nel nostro dono di vita perché “…ci rende libere, capaci di fare nostre le speranze e le tristezze dei fratelli e di spenderci generosamente perché essi trovino in Dio la pienezza di vita ” (GS,1; Doc. Aparecida). La Missione diventa così, anche per noi, espressione della nostra sponsalità, della nostra fecondità, della nostra fedeltà. La nostra vita diventa prolungamento di quella di Gesù fino al dono totale, fino all’ultimo sì che ci introdurrà alla gioia dell’incontro: “(…) Arrivò lo Sposo e le Vergini che erano pronte entrarono con Lui alle nozze…” (Mt. 25,10).

La Missione diventa così per Maria l’impegno di prolungare nel suo essere sposa la vita di Gesù, annunciare il “…mistero nascosto dai secoli in Dio” (1Col. 1,26), e partecipare al suo progetto di salvezza.

Spunti di riflessione

Quando ripenso a queste realtà quali energie sento palpitare in me? Cosa significa per me essere posta come sigillo sul cuore di Cristo Sposo?

Oggi si parla di tempo di martirio, di tempo in cui è richiesta una presa di posizione di fronte al dilagare di una mentalità di disimpegno e di temporaneità, cosa mi dicono le parole: sponsalità, fedeltà, sigillo, amore forte come la morte?

Rivisito il mio dono sponsale, cosa sento in me?

So trovare spazi di intimità, di adorazione, di preghiera?

Cosa palpita in me?

Sr. Renata Conti MC

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L’ECO UMANO DELLO SPIRITO

Vorremmo iniziare questo nuovo sessennio tornando all’icona della Visitazione, da cui tutto è partito, per gustarne il dinamismo missionario e riassaporarne la valenza carismatica, oggi.

Le Suore Missionarie della Consolata hanno celebrato il loro XI Capitolo generale in maggio-giugno 2017. Rileggendo il sessennio appena concluso e guardando al nuovo sessennio che si apre, Suor Simona Brambilla, Superiora generale, rivisita l’icona evangelica della Visitazione.

Due donne, Maria e Elisabetta, sono state le nostre sapienti guide lungo il sessennio appena conclusosi, dal X Capitolo generale del maggio 2011 all’XI Capitolo generale del maggio 2017. Esse ci hanno accompagnato in un percorso di rivisitazione delle radici della preziosa vigna che è l’Istituto, al fine di promuoverne la crescita e la fecondità, in vista della qualità delle uve pregiate, stillanti il buon vino della Consolazione per tutti i popoli e in modo specifico per coloro che non conoscono il Cristo. Davvero il Buon Vignaiolo si è fatto presente, curando la Sua vigna con tenerezza e sollecitudine; la vite ha fremuto di commozione accogliendo le attenzioni di Colui/Colei che quando passa sussurra nella brezza leggera Parole che arrivano al cuore e lo risvegliano, lo rinvigoriscono, lo fanno sussultare. Vorremmo iniziare questo nuovo sessennio tornando all’icona della Visitazione, da cui tutto è partito, per gustarne il dinamismo missionario e riassaporarne la valenza carismatica, oggi.

«In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta.  Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: “Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto”.

Allora Maria disse: 

“L’anima mia magnifica il Signore

e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,

perché ha guardato l’umiltà della sua serva.

D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.

Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente

e Santo è il suo nome;

di generazione in generazione la sua misericordia

per quelli che lo temono.

Ha spiegato la potenza del suo braccio,

ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;

ha rovesciato i potenti dai troni,

ha innalzato gli umili;

ha ricolmato di beni gli affamati,

ha rimandato i ricchi a mani vuote.

Ha soccorso Israele, suo servo,

ricordandosi della sua misericordia,

come aveva detto ai nostri padri,

per Abramo e la sua discendenza, per sempre”.

Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua».

(Lc 1,39-56)

Maria ed Elisabetta sperimentano la gioia profondissima di un incontro che coinvolge non solo le due donne, ma anche i figli della promessa, frutto delle loro viscere e di una Parola che, discesa dal Cielo si incarna, in modi del tutto diversi, nel tessuto umano di vite ordinarie segnate e trasfigurate dalla straordinarietà dell’avvento del Signore.

Il primo effetto della maternità di Maria è dunque il muoversi, l’andare, l’uscire da Nazaret per condividere la Gioia.

Maria si alza e va: divenuta sposa e madre, sospinta dallo Spirito che la riempie di Sé, Maria non trattiene la gioia, la consolazione! Adombrata da Dio, avvolta dalla sua tenerezza, eccola correre verso Elisabetta per condividere con lei l’Ombra benefica che la protegge, l’Abbraccio caldo che la sostiene, la Nube luminosa in cui è immersa. Sì, Maria stende il suo manto, la sua capulana, la sua kanga, il suo kitenge, dal suo aguayo, il suo sarong1 su sua sorella, moltiplicando la gioia, la pace, la shalom!

Il primo effetto della maternità di Maria è dunque il muoversi, l’andare, l’uscire da Nazaret per condividere la Gioia.

Arrivata alla casa di Elisabetta, vi entra. Che bello questo primissimo passo di avvicinamento all’altra! Maria, colma di Gioia, entra nella casa dell’altra, nel suo mondo, nella sua vita, bussando delicatamente alla porta e attendendo il permesso per accedere. Entra, Maria, non chiama fuori Elisabetta ma entra in casa sua e vi rimane, divenendo parte della famiglia, lasciando che le consuetudini, il linguaggio, le tradizioni, i sapori, i colori, gli aromi, i segreti di Elisabetta e Zaccaria penetrino nel suo animo, arricchiscano il suo bagaglio interiore mentre lei condivide la Pienezza! Sì, perché la Gioia che la riempie non esclude nessuno e non vanta autosufficienza, anzi, dilata il cuore di Maria agli spazi infiniti dell’accoglienza di Dio, alla Sua umile e appassionata sete dell’altro!

Shalom! È la prima parola che Maria pronuncia. Semplice, densissimo e sconvolgente, shalom è l’annuncio che fa sussultare la creatura nel grembo di Elisabetta, e non solo. Con Giovanni sussulta ogni germe di vita nel cosmo, abbandonandosi all’ebbrezza della danza, trascinato dalla melodia che fluisce dal nucleo densissimo di quella parola: Shalom! «Il Verbo immenso che distende i cieli, a cui le stelle rispondono per nome e regge nella mano l’Universo»2 si lascia mediare dalla voce dolce e cristallina della Madre: Il saluto di Maria è somma benedizione, balsamo di vita, risveglio del desiderio assopito, consolazione per ogni cuore, invito alla danza della comunione!

La Pienezza è inarrestabile, la Gioia è contagiosa, lo Spirito è incontenibile: Elisabetta, travolta dall’esperienza del sussulto, diviene – lei pure – voce. Voce benedicente, voce della benedizione che tutto il creato eleva alla Madre e al Creatore che in Lei ama racchiudersi, accoccolarsi, nascondersi, rivelarsi: Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! Il saluto di Maria innesca la polifonia benedicente del creato, riattiva in Elisabetta i canali attraverso cui tale polifonia scorre, prende carne e voce, si manifesta in parola e canto.

Elisabetta è l’eco umano dello Spirito, che ripete con voce di donna, sorella, madre, amica quanto Maria aveva sentito all’Annunciazione. Che bella questa reciprocità del dono!

In Elisabetta trova espressione lo stupore attonito dell’universo intero: A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Maria, uscita da Nazaret e entrata in casa di Elisabetta per condividere la Gioia, riceve da lei il dono del riconoscimento, della conferma. Elisabetta è l’eco umano dello Spirito, che ripete con voce di donna, sorella, madre, amica quanto Maria aveva sentito all’Annunciazione. Che bella questa reciprocità del dono! Annuncio suscita annuncio, gioia suscita gioia, vita suscita vita, in un interscambio fecondo, lietissimo, tutto umano e tutto divino!

E allora prorompe il Magnificat come canto di Maria per Dio ma anche come canto di Dio in Maria, perché il cuore divenuto dimora della Tenerezza non può fare altro che cantarLa. E allora, docile e ardente, il Verbo si lascia ancora una volta mediare dalla voce della Madre, il Soffio dal suo respiro, il Gemito inesprimibile dalla melodia: Magnificat! E allora, Maria diviene Porta di Misericordia, di Tenerezza, attraverso cui Dio consola la sua creatura con amore di madre.

L’icona della Visitazione si offre ancora a noi come icona missionaria e consolatina per eccellenza, che può felicemente accompagnare la nostra famiglia sui sentieri dell’ad gentes! Quanti elementi preziosi emergono e quanti ne emergerebbero ancora da una contemplazione più profonda di queste parole e immagini sacre!

Quanto Maria e Elisabetta hanno ancora da offrire a noi, Missionarie della Consolata, nel cammino di inesauribile scoperta della ricchezza del dono carismatico consegnato da Maria Consolata al Fondatore e in lui a ciascuna di noi!

Lasciamoci ancora guidare da loro, nella dinamica fecondissima e gioiosa dell’incontro, affinché questo sessennio possa essere occasione privilegiata di rinascita nei valori fondanti e di ritorno al Centro, quel Centro infuocato da cui tutto è cominciato e a cui tutto è chiamato a tornare, quel Centro densissimo che è comunione di Persone, vita che sempre sgorga e sempre rifluisce, quale Onda lieta, trasparentissima, incandescente, riconducendo tutto e tutti nel quieto mare del Suo stesso Amore!3 Amen!

sr. Simona Brambilla MC

1 La capulana, la kanga e il kitenge sono teli colorati usati soprattutto dalle donne in molte zone dell’Africa. Servono a… tutto! Come indumenti, come marsupio per portare il bimbo, come lenzuolo, come drappo, come tovaglia, come riparo dal sole e dal freddo, come fagotto in cui avvolgere le cose più svariate ecc. L’aguayo è un panno colorato che le donne indigene, soprattutto in Bolivia, Argentina e Perù, usano nei modi più svariati, similmente alla capulana. In varie zone dell’Asia e del Pacifico, ma anche del Corno d’Africa, il sarong riveste la stessa funzione.

2 Inno Mariano “Acqua di fonte cristallina”.

3 Cfr. Monastero Trappiste di Vitorchiano, Inno: “O Trinità Infinita”.

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Il primo assassino

Iniziare a diffidare di Dio porta a non riconoscere più il fratello come fratello.

I primi tre capitoli della Genesi presentano l’immagine dell’uomo così come è pensata dai saggi religiosi di Israele. In questa presentazione spesso si taglia fuori il quarto capitolo, che pure è come una conseguenza.

L’essere umano era nella piena comunione con Dio, ne ha diffidato e ha iniziato a diffidare innanzi tutto della donna, “osso delle mie ossa” che gli era accanto. Ma le conseguenze della sfiducia non finiscono lì, hanno portato alla frattura tra Dio e la natura (Gen 3,17) e conducono alla stessa sfiducia tra fratelli, che sfocerà nel primo omicidio. Iniziare a diffidare di Dio porta a non riconoscere più il fratello come fratello.

Ma quel capitolo, come spesso succede, è ancora più ricco e profondo di quanto non sembri.

Antefatto

L’Israele che scrive la Genesi è un popolo sedentario, che però continua a rimpiangere i tempi antichi in cui era pastore e nomade. Quindi, quando parla dei nomadi, pastori, raccoglitori e cacciatori, li guarda con una certa simpatia, mentre se pensa ai costruttori di città, artigiani e coltivatori, li sente più infidi.

Questo serve a dire che già nella presentazione dei personaggi, ci si aspetta che Caino sia il cattivo. La sensazione (sbagliata) che il racconto sia “ingenuo” come i vecchi western prosegue nei versetti 3-5: Dio “gradisce” l’offerta di Abele e non quella di Caino: perché?

Il lettore moderno si chiede perché Dio sia così ingiusto. Ma in realtà è una domanda che si fa anche il lettore antico, è un interrogativo che il narratore vuole che ci facciamo, per scomodarci, per costringerci a prendere posizione. Un po’ come, nel vangelo di Luca, la parabola del padre buono (o del figliol prodigo: Lc 15,11-32), dove è l’ultima parte a non finire, a dare fastidio e a essere il cuore della parabola: che cosa farà il fratello maggiore? È il lettore a doverlo decidere, e la parabola vuole proprio rivolgersi ai “fratelli maggiori” della chiesa, sicuramente buoni e a posto ma chiamati a porsi con Dio in un rapporto non di schiavitù.

In fondo, ancora una volta la colpa di Caino è in prima battuta di sfiducia: non si fida di Dio, non crede che l’attenzione di Dio per l’offerta di Abele possa unirsi a una simile (ma diversa) attenzione di Dio verso di lui.

Anche qui, la domanda passa al lettore, che in fondo si può identificare con Caino: perché Dio dovrebbe accettare un’offerta e non l’altra? Verrebbe addirittura da dire che è colpa di Dio se Caino ha ucciso Abele. A leggere in profondità, si può però notare quanto di questo capitolo sia giocato sui dialoghi. Solo un personaggio non parla, ed è Abele; e Dio parla solo a Caino. Insomma, il racconto pare dire che Dio privilegia l’offerta di qualcuno, ma ad un altro parla. I due fratelli sono diversi, ma non significa che Dio non abbia un rapporto particolare con ognuno di loro. Occorre coglierlo, al di là dei preconcetti (qui il preconcetto è che Dio si esprima solo in un rapporto liturgico, solo nel culto, nella preghiera. E magari è un preconcetto che abbiamo anche noi).

In fondo, ancora una volta la colpa di Caino è in prima battuta di sfiducia: non si fida di Dio, non crede che l’attenzione di Dio per l’offerta di Abele possa unirsi a una simile (ma diversa) attenzione di Dio verso di lui.

Avviso

Dio parla a Caino prima della colpa: “Perché sei abbattuto? Se ti comporti bene, rialzerai” (v. 7). Il testo non chiarisce se Caino rialzerebbe il volto (cioè si rallegrerebbe), o se stesso… o anche l’offerta, che si “innalzava” al cielo.

“Se non ti comporti bene, il peccato è alla tua porta come un robez in agguato”. Questa strana parola ebraica non significa soltanto “accovacciato”, anzi converrebbe pensare a un tarlo… è un “rosicchiatore” in agguato alla porta, è chi consuma, lavora, erode lasciando la sensazione di poter essere trascurato perché non opera danni travolgenti.

Il peccato non può essere eliminato. Resta come un tarlo alla porta, resta presente. Ma deve essere dominato, dall’alto verso il basso.

“Verso di te è il suo desiderio, ma tu dominalo”. Sono le stesse parole di Gen 3,16, dove il desiderio/passione era un bene, perché era teso verso un pari, verso un altro essere umano. Qui il desiderio/passione è di chi è inferiore all’uomo, diverso… e infatti questo deve essere dominato (come faceva l’uomo con la donna, ma là si trattava di un errore).

Il peccato non può essere eliminato. Resta come un tarlo alla porta, resta presente. Ma deve essere dominato, dall’alto verso il basso. Occorre esserne consapevoli e gestirlo. E Dio è lì a consigliare, a raccomandare. Non fa il lavoro al posto dell’uomo, ma neppure se ne sta alla finestra a guardare. È coinvolto, pur non agendo al posto dell’uomo.

Fatto

Anche Caino parla ad Abele (anzi, a “suo fratello” Abele: si insiste moltissimo sulla fratellanza). Ma la sua parola non è un appello di comunicazione, è invece un invito a seguirlo per porre termine per sempre alla comunicazione. Ha qualcosa del bacio traditore di Giuda: ciò che dice solitamente l’affetto, diceva lì il desiderio di morte.

“E nei campi si alzò Caino verso suo fratello Abele”. Caino aveva tentato di far salire l’offerta. Dio gli aveva detto che avrebbe potuto sollevarla se avesse sollevato il volto, o se stesso. Caino preferisce sollevarsi sì, ma contro il fratello. Sono sempre gli stessi elementi della vita giocati contro o a favore della vita stessa, della comunione con il fratello e quindi con Dio.

Sì, ogni fratello è custode del fratello. Tutto in questo brano dice non solo come vanno le cose, ma anche come invece dovrebbero andare.

Sembra quasi dirci che una vita buona o cattiva non sono qualcosa di radicalmente diverso: la vita è questa, giocata più o meno negli stessi elementi, ma disponendoli nell’ordine e nei rapporti giusti.

Conseguenze

Anche Dio riparla a Caino, con (sostanzialmente) la domanda che aveva già fatto ad Adamo: “Dove?” “Dove è tuo fratello?”. Non è una semplice richiesta di informazioni. È un appello alla responsabilità. E la risposta di Caino suona come una condanna: “Sono forse il custode di mio fratello?”. Sì, ogni fratello è custode del fratello. Tutto in questo brano dice non solo come vanno le cose, ma anche come invece dovrebbero andare.

“La voce del sangue di tuo fratello grida a me dalla terra” (v. 10): un altro appello, un’altra parola, anche se questa è muta. È una voce che non può più parlare. E questo suo mutismo è un appello e un’accusa.

Maledizione ma non rottura

Anche qui, come in Gen 3, c’è una maledizione come conseguenza del male. Ma è una maledizione ancora una volta sorprendente: è la terra (v. 11) a maledire Caino. Se in 3,17 Dio si separava dalla terra in conseguenza del peccato di Adamo, qui è l’uomo stesso, in conseguenza della propria colpa, a separarsi dalla terra. Non è una vera e propria maledizione dell’uomo: Dio non lo maledice. Dio non si separa dall’uomo, neanche dall’uomo assassino. È la terra a essere irrimediabilmente separata da Dio, se l’uomo non si riconcilierà con il proprio simile. La responsabilità umana nei confronti del creato diventa ancora più pesante. Se nell’immediato la conseguenza della frattura sembra ricadere su Caino (senza più radici nella terra, senza più frutti: v. 12; e forse per questo autore di una civiltà che la Genesi coglie come lontana dalla natura, dal bene: città v. 17, accampamenti v. 20, musicisti v. 21, forgiatori v. 22), più in profondità è un danno per la creazione. Responsabilità dell’uomo sarà di far rientrare ancora la creazione nell’armonia con Dio, vivendo nell’armonia con gli altri esseri umani.

Responsabilità dell’uomo sarà di far rientrare ancora la creazione nell’armonia con Dio, vivendo nell’armonia con gli altri esseri umani.

Di fronte al pessimismo di Caino (vv. 13-14), Dio ribadisce che anche la vita dell’assassino gli sta a cuore (v. 15). Non perché l’assassino sia buono, ma perché Dio è dalla parte della vita dell’uomo a prescindere. Disposto persino a separarsi in modo apparentemente definitivo dalla natura, per non dividersi dall’uomo.

Possiamo anche essere assassini fratricidi, ma Dio, pur senza giustificare o approvare il nostro gesto, non si separa da noi.

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L’ARTE DI STARE INSIEME

Ubuntu, un’espressione in lingua bantu che può essere tradotta come “benevolenza verso il prossimo”; una regola di vita, basata sulla compassione, il rispetto degli altri…

Una persona che viaggia attraverso il nostro Paese e si ferma in un villaggio, non ha bisogno di chiedere cibo o acqua: subito la gente le offre del cibo, la intrattiene. Ecco, questo è un aspetto di Ubuntu, ma ce ne sono altri. Ubuntu significa porsi la domanda: voglio aiutare la comunità, che mi sta intorno a migliorare? (Nelson Mandela)

Ubuntu, un’espressione in lingua bantu che può essere tradotta come “benevolenza verso il prossimo”; una regola di vita, basata sulla compassione, il rispetto degli altri, che esorta a sostenersi e ad aiutarsi reciprocamente, a prendere coscienza non solo dei propri diritti, ma anche dei propri doveri verso l’umanità intera, è desiderio di pace.

Ubuntu, è l’arte di stare insieme con i piedi per terra, lo sguardo verso il cielo, gli orizzonti, la visione e la prospettiva, il senso della vita, che ci fa sentire appartenenti al medesimo destino: stare semplicemente insieme in piedi, senza cedimenti né tentennamenti.

Scrive  Jean-Pierre Sourou Piessou:Per raggiungere in profondità le persone, noi stessi, gli spazi e il tempo, l’Ubuntu si serve della musica, dell’arte, della parola, della scrittura, del canto, del colore, del suono, ma anche del vento che soffia, dell’acqua che scorre, della terra che respira e della voce di coloro che sono senza voce. Grazie a Nelson Mandela, uomo delle intuizioni forti e delle ispirazioni profonde ho compreso che l’Ubuntu è un’energia naturale e vitale. Riesco a capire, soprattutto, il suo valore e la sua importanza nella vita e nell’esistenza di ogni persona e della natura, che la incarna nei diversi suoi aspetti”.

In campo politico, l’Ubuntu crea unione e condivisione, nel momento in cui si devono prendere decisioni delicate e importanti.

“Grazie a Nelson Mandela, uomo delle intuizioni forti e delle ispirazioni profonde ho compreso che l’Ubuntu è un’energia naturale e vitale.”

Nell’ambito giuridico, l’Ubuntu agisce diffondendo la fratellanza. Per esempio: dopo che un uomo ha ucciso un altro uomo, mentre l’assassino sconta la sua pena, la famiglia del colpevole instaura un legame con quella della vittima, per accordarsi e risarcire i danni.

Nella sfera religiosa, l’Ubuntu è il legame universale che unisce tutta l’umanità, attraverso l’uguaglianza e il rispetto degli antenati.

Nel settore economico, l’Ubuntu diventa progettazione che coinvolge molti volontari per sviluppare la solidarietà economica.

Nel sociale, l’Ubuntu riguarda le molteplici relazioni tra gli individui: l’ospitalità, il rispetto per gli anziani e per i diversi ruoli sociali, l’accoglienza degli orfani come propri figli.

Ubuntu, parola-bussola, che ha guidato molte popolazione africane nel cammino dell’indipendenza senza lasciarsi travolgere dalla violenza.

Ubuntu, non è solo un vocabolo della lingua dei popoli Zulu e Xhosa, ma un concetto, una filosofia, dalla forte valenza sociale. In Italiano, non c’è il sinonimo di questa parola, ma può essere tradotta con frasi che sottolineano la centralità delle relazioni umane: “Io sono perché tu sei”. “Una persona diventa umana attraverso altre persone”. “Io sono in quanto gli altri sono”, “Io sono quel che sono, per mezzo dell’umanità” e così via… È più facile vivere l’Ubuntu che spiegarlo!

Ubuntu, non è solo un vocabolo della lingua dei popoli Zulu e Xhosa, ma un concetto, una filosofia, dalla forte valenza sociale. In Italiano, non c’è il sinonimo di questa parola, ma può essere tradotta con frasi che sottolineano la centralità delle relazioni umane: “Io sono perché tu sei”.

Un episodio accaduto ad un antropologo che aveva svolto un’intensa ricerca sul tema dell’Ubuntu, in Sudafrica, può aiutare a comprendere quanto sia forte la dimensione relazionale, all’interno delle culture di ceppo bantu. L’antropologo un giorno decise di mettere un cesto pieno di frutta vicino ad un albero, dicendo poi, ad un gruppo di bambini, che chi tra loro fosse arrivato per primo avrebbe avuto in dono tutti i frutti che il cesto conteneva. Al segnale del via, tutti i bambini si presero per mano e corsero e insieme raggiunsero il cesto di frutta, poi si misero in cerchio per godere comunitariamente del premio promesso. Successivamente, l’antropologo chiese il motivo per cui avevano evitato la competizione, e tutti risposero insieme: Ubuntu!

Ubuntu, espressione di una saggezza antichissima, a cui il mondo occidentale dovrebbe guardare con rispetto e ammirazione, cercando di coglierne il senso e la verità incancellabile: Sono, perché noi siamo”: questo è il significato pieno della vita.

suor Maria Luisa Casiraghi

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DUE DONNE E IL PANE

È ancora la ricerca del pane che spinge a mettersi in cammino…

Il libro di Rut è il racconto di una vita che ha per protagoniste principali due donne… e il pane che diventa l’elemento attorno al quale si snoda tutta la vicenda delle due donne e il futuro della generazione, fino a Davide, fino a Gesù. Il pane elemento essenziale per la vita e che in Gesù diventerà Pane di vita!

Il testo, infatti, inizia con una carestia: è la mancanza di cibo che coinvolge Betlemme a portare Elimelech alla decisione di mettersi in viaggio, con la moglie Noemi e i due figli maschi, in cerca di condizioni migliori, verso un paese straniero: Moab.

La ricerca del pane spinge Elimelech a portare la sua famiglia fuori dalla terra di Dio, verso la terra dei pagani, quando invece ogni israelita sa che è solo un’illusione pensare di poter trovare la felicità lontano dalla terra promessa.

In quella terra straniera, dopo la morte di Elimelech, i due figli si sposano con due donne moabite: Orpa, e Rut. Ma non c’è gioia in terra straniera se si è lontani da Dio e anche Maclon e Chilion, dopo dieci anni muoiono, lasciando le loro mogli senza figli e la loro madre, sola.

Nel colmo della sua sofferenza (1,6) Noemi decide di tornare nella terra dei Padri perché “il Signore aveva visitato il suo popolo, dandogli pane”.

Anche Gesù domanderà ai suoi discepoli fedeltà diverse, perché ad alcuni dirà “seguimi”, mentre ad altri comanderà di tornare a casa e di restare nelle loro quotidianità.

È ancora la ricerca del pane che spinge a mettersi in cammino, e anche se amareggiata e insicura su ciò che l’aspetta, Noemi ha la forza di additare un futuro alle proprie nuore: “Andate, tornate ciascuna alla casa di vostra madre” (1,8).

Pur nel pianto, Orpa ascolta la suocera e torna indietro. Spesso Orpa è considerata colei che non ha coraggio ed abbandona, essa invece manifesta un altro tipo di amore: quello di chi si sente dire “vai” ed è capace di lasciare, di andare, pur nella sofferenza e nell’incertezza. Orpa è capace di guardare oltre, verso un futuro che le si prospetta nuovo, anche se nell’incertezza. Anche Gesù domanderà ai suoi discepoli fedeltà diverse, perché ad alcuni dirà “seguimi”, mentre ad altri comanderà di tornare a casa e di restare nelle loro quotidianità. Orpa, Rut e Noemi ci rivelano modi diversi di declinare l’amore e la fedeltà nella loro sapienza femminile.

La risposta di Rut è diversa: sulla strada del ritorno Noemi non sarà sola perché una delle sue nuore ha scelto di camminare con lei. “Dove andrai tu, andrò anch’io, e dove ti fermerai, mi fermerò; il tuo popolo sarà il mio popolo e il tuo Dio sarà il mio Dio” (1,16). Rut rischia sulla possibilità di scoprire la vera natura di quel Dio che Noemi percepisce come colui che si accanisce su di lei.

Nella vita di ciascuno ci sono situazioni in cui si espone al pericolo di perdere la fiducia in Dio. Noemi come Giobbe, fa questa esperienza. La sua fede è ferita dalle sofferenze passate; la vita l’ha aggredita togliendole il marito e i due figli, e lasciandole il bruciore del dubbio sul coinvolgimento di Dio nel male subito. Noemi però non affronterà il suo futuro da sola. Rut, le rimane accanto, come una figlia, nonostante tutto, nonostante il lutto che avrebbe potuto spezzare il legame, nonostante ‘l’assenza’ di Dio, nonostante il fatto che se per Noemi quel viaggio è un ritorno, per lei è ‘un esodo’, un’uscita dalla sua terra, dal suo popolo – come già fu per Abramo e Sara – per entrare nella terra d’Israele.

C’è solo l’affiatamento che nasce fra due donne, un affetto che salva, che lenisce il dolore, fascia i cuori spezzati ed è balsamo per le ferite.

Il libro di Rut è stato scritto in un contesto che assomiglia al nostro: un’epoca di crisi in cui non appaiono né angeli, né visioni e non ci sono profeti ad aiutare nel discernere il cammino. C’è solo l’affiatamento che nasce fra due donne, un affetto che salva, che lenisce il dolore, fascia i cuori spezzati ed è balsamo per le ferite.

Noemi e Rut arrivano a Betlemme “quando si cominciava a mietere l’orzo” (1,22), quando la messe è matura, e così Rut andò a spigolare e vi rimase “fino alla fine” (2,23) cioè circa tre mesi.

Rut accetta la fatica, lo scorrere monotono e pesante del tempo; esercita con tenacia la sua volontà di rimanere, nello sforzo, fedele agli impegni e alle scelte, mentre il tempo che trascorre fa sì che le persone, le cose e le situazioni maturino. Rimane accanto a Noemi, condividendo con lei il cibo e la casa. L’esperienza di questa fedeltà che salva, permette a Noemi di desiderare per Rut la felicità di una nuova unione, di una nuova vita e a Rut di fidarsi dei consigli della suocera ed aprirsi a un futuro nuovo con Booz.

Rut aveva scommesso sul Dio di Noemi: “il tuo Dio sarà il mio Dio”, un Dio che ha imparato a conoscere negli avvenimenti della sua vita, leggendo il suo ‘visitare il popolo’ nelle lunghe giornate di silenzio, piegata nello spigolare. Rimanendo ferma nella sua lealtà, ha sperimentato la fedeltà di Dio che accompagna nel riconoscere il Dio dell’abbondanza, il Dio della comunione e dello ‘stare accanto’, e il Dio della vita.

Leggendo Deut. 4,18-22 si dice che Davide discende da Peres: Peres generò Chesron, Chesron generò Ram, Ram generò Amminadab, Amminadab generò Nacson, Nacson generò Salmon, Salmon generò Booz, Booz generò Obed da Rut la Mohabita, Obed generò Iesse e Iesse generò Davide da cui discende Gesù.

Rut ha rotto il cerchio della legge del Deuteronomio, ha spezzato il giogo del precetto. Rut è entrata nella comunità del Signore, ha offerto a Noemi il pane guadagnato con la fatica e con il sudore, dopo aver fatto il suo ‘esodo’ e grazie al frutto del suo ventre, Israele avrà il re Davide e Gesù il Salvatore.

Rimanendo ferma nella sua lealtà, ha sperimentato la fedeltà di Dio che accompagna nel riconoscere il Dio dell’abbondanza, il Dio della comunione e dello ‘stare accanto’, e il Dio della vita.

Dio continua a visitare il suo popolo anche attraverso il volto, la vita, la tenacia e la fedeltà e di una donna straniera, basta avere il coraggio di tornare, di mettersi in cammino fino a Betlemme, la casa del pane.

Rut aveva fatto del Dio di Noemi la sua dimora e Dio ha dimorato in lei e, attraverso di lei, nelle generazioni seguenti fino a incarnarsi per dimorare con l’umanità e diventare Pane di vita. Attraverso la storia di Rut e di Noemi, il Dio-onnipotente si trasforma nel Dio-amico che interviene nella realtà dell’umanità vedova e senza figli, per farla diventare di nuovo sposa e finalmente madre1.

sr. Renata Conti MC

1 Cfr., Donatella Mottin.

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