La trasparenza di chi crede

Zula Amanda ricevette il battesimo 9 anni fa. È mamma e nonna, lavora nel suo piccolo negozio di abbigliamento e il tempo libero lo dedica alla Chiesa e ad aiutare chi è nel bisogno. Ci condivide il suo cammino di fede e la gioia di sentire sempre la vicinanza di Dio.

Prima di conoscere Gesù, io ero una persona come tutte, semplice e rispettosa degli altri, che cercava di vivere seguendo gli insegnamenti dei genitori, un bene grande che mi guida ancora. Forse a quel tempo mi arrabbiavo un po’, può darsi che a volte fossi un po’ orgogliosa, ma dopo, come tutti, ci ripensavo e dicevo a me stessa: “Questo forse lo potevo fare diversamente”.

Avevo sentito parlare di Gesù dalla gente, e mi colpì quando mi parlò di Lui una persona che ritenevo molto buona. Ciò nonostante non accolsi Gesù nella mia vita e dicevo tra me: “Queste sono solo chiacchiere”. Passò il tempo e la mia vita d’improvviso cominciò a sgretolarsi: la mia famiglia, il mio matrimonio, il mio lavoro, tutto si frantumava. Mi chiedevo il perché, che cosa avrei fatto ora della mia vita, verso dove stavo andando? Fu in quel tempo che, al sentir parlare nuovamente di Gesù, lo accolsi in me e mi diede la forza e serenità di cui avevo bisogno. La persona che mi parlò era un giovane, membro di una Chiesa protestante e mi invitò a frequentare i loro raduni. Mi piacevano molto le loro omelie e raramente mancavo alla preghiera.

Col tempo, a causa del tanto lavoro – a quel tempo avevo bambini piccoli -, pian piano mi allontanai da quella Chiesa protestante così che alla fine ho smesso di andarvi. Per quasi tre anni non frequentai nessuna chiesa, finché andando a vivere in un altro posto sentii che Dio mi chiamava a ritornare da Lui. Cominciai a cercare una Chiesa cristiana e tutti mi riferivano lo stesso luogo, la “cappellina di Niseh” dove allora lavoravano i missionari cattolici. Cercando degli aiuti mi avvicinai anche alla casa delle suore Missionarie della Carità e anche loro mi indirizzarono verso quella cappellina. Allora una domenica vi andai e partecipai ad una Messa e, anche se non capivo che cosa era, mi piacque molto.

Presto ci spiegarono le verità principali della Chiesa, cosa che per me fu facile, perché conoscevo già un po’ la persona di Gesù. Non conoscevo invece che cosa era la “Messa” e mi colpì molto quando mi spiegarono che l’Eucarestia è il Corpo di Cristo. Questo era un mistero molto grande che non si trovava nelle altre Chiese cristiane. Mi meravigliava anche conoscere i missionari, preti e suore che lasciavano tutto per Gesù. Dopo che mi spiegarono queste cose, io sentii che dovevo rimanere nella Chiesa Cattolica e così chiesi d’iniziare la preparazione per il battesimo.

Adesso guardando indietro penso alla mia vita e a tutto quello che mi è capitato sin d’allora. La fede è bella ma vivere la vita di fede alle volte è difficile. Ci sono momenti in cui si deve lottare con se stessi, si vorrebbe fare alcune cose ma poiché siamo cristiani non dobbiamo, soprattutto perché la gente sa che noi siamo credenti e ci guarda. La vita del cristiano deve essere trasparente, è in questo senso che la vita di fede è difficile. Allo stesso tempo vivere da credenti è molto bello, il credente è una persona autentica, non ha due facce, seguire Gesù ti porta a quello. E così alcune cose diventano più facili perché si guarda il mondo in un modo diverso, dentro il cuore si sperimenta una forza più grande, si è più tranquilli, più pazienti, così mi sento io. E nelle difficoltà una non si sente più sola, Gesù sempre cammina accanto a te, allora uno non dispera e può guardarsi attorno per decidere qual è la via migliore. Uno acquista la capacità di pensare le cose serenamente. In un certo senso, uno si sente più forte e si è felici, perché la vita è una vita più piena.

Nel mio cammino di fede, Gesù è diventato il mio più caro amico, Lui è diverso da qualunque buon amico umano. Non importa il male che io abbia fatto, Lui non mi nasconde il suo volto, mi accoglie sempre con amore e non mi abbandona mai! Perciò è Lui il mio unico vero amico.

Come discepola di Gesù, so che la fede è prima di tutto, ma ho scoperto che è essenziale allo stesso modo essere persone profondamente umane, essere accoglienti, comprensive, pensare agli altri, essere oneste, ossia cercare in tutti i modi di essere come Gesù; in questo modo chi crede ha sempre qualcosa in più e soprattutto ha la sicurezza di un Dio che è compagno di cammino. Oggi per me la gioia più grande è il poter relazionarmi con Lui ogni momento, quando esco di casa, mentre sono al lavoro o quando sono nella paura… Sento sempre che Gesù è con me!

Zula Amanda

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Il più sublime dei ministeri

Enkh-Joseph è il primo sacerdote cattolico della Mongolia. È stato ordinato nella cattedrale dei Santi Pietro e Paolo il 28 agosto 2016, alla presenza di quasi tutti i fedeli cattolici del Paese, oltre che di molti ospiti stranieri. La Chiesa Cattolica in Mongolia conta poco più di 1500 battezzati ed ha accolto con gioia questo evento storico.

La storia vocazionale di Enkh inizia in famiglia, quando le sue sorelle maggiori si avvicinano alla Chiesa e ricevono il battesimo. Nel giro di poco tempo si interessa anche lui della loro vicenda e comincia a frequentare la neo-istituita parrocchia della cattedrale di Ulaanbaatar. Quando l’abbiamo conosciuto noi era un ragazzino timido e gentile, che cominciava a porsi delle domande importanti. Suo papà era morto quando lui era piccolo e la mamma, quando sente del suo desiderio di entrare in seminario, rimane un po’ titubante; così Enkh accetta il suo consiglio di concludere prima l’università e si iscrive a un college di Ulaanbaatar. Il diploma arriva presto e a questo punto la mamma non oppone più resistenza. È pronto per il seminario: ma quale, visto che in Mongolia non ce ne sono? La diocesi coreana di Daejeon è in ottimi rapporti con la Prefettura Apostolica di Ulaanbaatar e così Enkh inizia il cammino di formazione presso quel seminario, reso più impegnativo a motivo della lingua diversa che il neo-seminarista doveva imparare; anche se adesso parla meglio di un Coreano, dicono. Più di sette anni di studio e finalmente il grande giorno.

L’evento – di portata storica – è stato preparato per mesi da un’apposita commissione. Visto che la capienza della cattedrale è di 600 posti, si è dovuto allestire uno spazio all’esterno e nella vicina palestra dei Salesiani, per consentire alla gente di seguire da vicino la liturgia. Erano presenti, oltre al vescovo locale mons. Wenceslao Padilla, il nunzio apostolico in Corea e Mongolia mons. Osvaldo Padilla e il vescovo della diocesi coreana di Daejeon, mons. Lazzaro You, insieme ad alcune autorità civili e religiose. Durante la cerimonia è stato molto toccante il momento in cui l’abate buddhista Choijamts, figura autorevole e ben nota del Buddhismo mongolo, ha voluto salutare il novello sacerdote e fargli scendere dal collo lungo le spalle una sciarpa azzura in segno di rispetto. Un gesto molto simbolico che parla al cuore della gente e dice dignità, riconoscimento, onore. Al termine della celebrazione è arrivato anche il sacerdote ortodosso della chiesa della Santissima Trinità di Ulaanbaatar, non lontana dalla cattedrale cattolica. Un altro gesto di grande significato, questa volta ecumenico: padre Alexey ha omaggiato don Enkh di un bassorilievo a icona, che rappresenta S. Nicola, venerato tanto dagli Ortodossi quanto dai Cattolici.

 

Il giorno seguente ha avuto luogo la prima Messa presieduta da don Enkh. Il clima era più raccolto, molta meno gente e più spazio ai sentimenti. Nell’omelia don Enkh ha voluto soffermarsi sul versetto biblico scelto per l’occasione: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua” (Lc 9,23). Oltre a sentirsi chiamato come il giovane Samuele (il brano tratto da 1Sam 3 era la prima lettura del giorno prima), Enkh ha ricordato il momento in cui ha sentito in maniera nuova la forza della croce: “Era il lunedì dell’Angelo dell’anno scorso; tutto avrebbe dovuto essere in festa, ma io non riuscivo a percepire la gioia della risurrezione. Riflettendo capii il motivo: non avevo voluto partecipare alla croce del Signore; ecco perché adesso non potevo provare l’immensa gioia della sua risurrezione…”. E si augurava di saper seguire il Signore sempre e comunque, per poter irradiare la Sua vita nel ministero sacerdotale.

Dalla piccola comunità di Arvaiheer erano in 15 e tutti hanno partecipato con molta commozione alla S. Messa del novello sacerdote. Chi, come Perliimaa-Rita, è arrivata alla fede ormai avanti negli anni, era ancora più felice nel vedere un giovane mongolo diventare prete; era convinta, come tutti del resto, che saprà raggiungere il cuore delle persone e contribuire in maniera decisiva al processo di inculturazione della fede in Mongolia. C’è anche un senso di soddisfazione nel constatare che “uno dei nostri ce l’ha fatta”: è la promessa di future vocazioni; altri, vedendo il suo esempio, ne seguiranno le orme. Per loro il momento forse più emozionante è stato quando il giorno della prima Messa don Enkh ha speso più di mezz’ora per imporre le mani su ognuno dei convenuti. “Vedere un sacerdote mongolo benedire la gente è stato molto commovente – confida Diimaa-Elizabeth – un gesto che fino ad ora avevamo visto compiere solo dai missionari ora lo compie un nostro giovane. È bello pensare che don Enkh sia diventato canale della benedizione divina”.

È quello che auguriamo anche noi a don Enkh: vivere il sacerdozio come lo visse il Beato Allamano, sempre docile allo Spirito che lo volle usare come conca dove la Grazia si posava e come canale che la lasciava scorrere sulla gente.

Comunità IMC e MC di Mongolia

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Vivere il Natale in Mongolia

Il Natale è un’opportunità perché gli altri domandino: che grande festa celebrate voi Cristiani?

Sono già 5 i Natali che vivo e celebro in Mongolia. E’ una grane gioia avere l’opportunità di camminare con popolo che solo da 25 anni ha aperto le sue porte al messaggio di Cristo.

Nella capitale Ulaanbaatar in questi giorni, continuando una tradizione iniziata quando il paese era parte dell’Unione Sovietica, si adorna di grandi alberi addobbati di luci e regali. Non sono per celebrare il Natale, il paese infatti non è cristiano, ma con queste decorazioni si celebra l’Anno. Però per noi cristiani è un modo nascosto di proclamare una grande notizia: le luci parlano di Colui che la Luce; i pini sempre verdi dicono la vita senza fine di Colui che è la Vita, e i regali parlano del gran dono che Dio ci ha dato, facendosi uno di noi. Sono il simbolo di qualcosa di nuovo che sta arrivando… molti vedendo la città illuminata si possono domandare: perché tanta bellezza? Perché queste feste? Perché tanta gioia? Natale è e sarà per tutti un’opportunità per incontrarsi con Dio che si ha fatto uno con noi, e chissà se domani, facendosi domande, qualcuno senta il desiderio di conoscere, amare e seguire Gesù… speriamo di sì!

Il Natale qui non è un giorno di festa, è un giorno lavorativo, però la piccola Chiesa lo celebra con grande adesione personale, nella preghiera incessante, nella celebrazione Eucaristica animata e nella festa gioiosa come comunità cattolica. Nelle sei parrocchie missionarie esistenti in Mongolia, si celebrano le Messe del 24 dicembre di notte e del 25 dicembre, con grande partecipazione dei fedeli, insieme ad alcuni simpatizzanti non cristiani.

La celebrazione del Natale come famiglia quasi non si conosce in Mongolia, perché le famiglie cristiane sono giovani e poche. Così la celebrazione del Natale si fa nelle comunità parrocchiali. Con frequenza sono giovani e bambini i principali animatori delle celebrazioni, sia con canti, sia realizzando rappresentazioni ispirate alla storia del Natale, che è un modo anche di far conoscere alla gente comune, soprattutto a chi celebra per la prima volta la storia di Gesù e il gran Mistero dell’Incarnazione. Il Natale per questo è per noi anche un’opportunità di evangelizzazione dei non credenti. La celebrazione comunitaria ci fa sentire che non siamo soli in questo nuovo modo di vivere la vita: Gesù ci accoglie tutti e formiamo e formiamo una nuova famiglia. Questo è un sentimento che ci dà grande forza per vivere la fede nella quotidianità dando testimonianza che “Dio si è fatto uomo affinché l’uomo si faccia Dio”.

Chamia, una giovane cristiana mongola, commenta emozionata che per lei il Natale è “la Buona Notizia che nasce per tutta l’umanità. Per noi, che siamo pochi e alle volte gli unici nella famiglia che crediamo, è importante celebrarlo in Parrocchia, dove abbiamo cominciato a vivere il Vangelo. Al principio ci chiamava l’attenzione il Presepe , gli addobbi, i canti… Ora, grazie ai missionari che sono venuti a condividerci la loro fede, abbiamo compreso il significato profondo di questa celebrazione: Dio si fa uomo per stare con noi”.

Hna Esperanza Becerra Medina, mc

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Interculturalità presso il lago Titicaca

il gruppo MC con la comunità aymara di Ispaya Tocoli

Un incontro per incontrarsi, come suore che viviamo la missione nel Continente America, e per incontrare la sapienza dei popoli originari.

Un gruppo di noi, missionarie della Consolata provenienti dall’Argentina, dalla Cololmbia, dal Brasile, dagli Stati Uniti e dal Mozambico, fummo invitate a partecipare ad una esperienza interculturale indimenticabile sulle rive del grandioso lago Titicaca in Bolivia. Convocate da suor Gabriella Bono e accompagnate da suor Carmelita Semeraro, alla fine di settembre ci trovammo insieme nei locali dell’ISEAT (Istituto Superiore Ecumenico Andino) che si trova a La Paz. La salita per raggiungere queste altitudini (quattromila metri) è empre causa di malesseri ai visitatori, perciò, noi, ‘padrone di casa’, con più esperienza, ci provvedemmo del necessario al fine di evitarli per quanto possibile. Felicemente  tutti furono promossi per vivere su quelle altitudini!

Il giorno 28 settembre iniziammo il nostro pellegrinaggio al santuario di Nostra Signora di Copacabana, Patrona della Bolivia. Il signor Calixto ci guidò attraverso i luoghi sacri in cui, come in ogni città e villaggio, si intrecciano leggende e miti delle origini incaiche con la storia dell’epoca coloniale riflessa nelle case e chiese di quel tempo. Su questo altopiano gigantesco e arido dove l’esistenza dell’uomo è difficile, vive parte della popolazione aymara a cui appartiene il signor Calixto, gente intelligente e combattiva, forte come il vento dello stesso altopiano.

 

Diacono e Yatiri
Il signor Calixto è un diacono permanente della chiesa cattolica, ministero che esercita assieme al ruolo di guida spirituale aymara,”Yatiri”, secondo i riti ancestrali.

Ci racconta lui stesso che “la chiamata” ad essere yatiri, fu riconosciuta quando le  sue gambe affette da infezioni guarirono senza intervento alcuno di persona nè di medicina”. L’elezione del Yatiri è caratterizzata da una forza sovrumana, considerata un segno di elezione. Da allora, il signor Calixto si pose al servizio della sua comunità per “restaurare” attraverso i riti, quanto in essa viene spezzato: guarisce gli ammalati, riconcilia gli sposi e le famiglie, chiede alla “Pachamama”, la madre terra, il permesso per seminare, le chiede perdono per gli abusi che si commettono contro di essa, ristabilisce l’ordine tra la natura e l’uomo. I risultati dipendono dalla fede della persona bisognosa.

 Ispaya Tocoli

Dopo aver conosciuto la famosa Isola del Sole, nel lago Titicaca, ci dirigemmo a Ispaya Tocoli, un piccolo villaggio situato sulle rive del lago. Qui era ad attenderci “Zia Encarna”, sposa di Calixto, con una appetitosa minestra preparata per la cena.

Il Centro ecumenico, chiamato “Nido di Pace” situato ai margini del lago, comprende due costruzioni con tre stanze, una cucina e un bagno. Ideato dal signor Calixto per essere un luogo di incontri interculturali, è appena all’inizio della sua costruzione. Tutto è molto semplice e senza mobili. Ci accomodammo prendendo posto nelle stanze con le nostre borse con il necessario per dormire.

Estasiate di fronte alla stupenda natura che ci circondava cominciammo l’avventura per addentrarci nella cultura aymara.

Il signor Calixto ci spiega che nella concezione andina è di vitale importanza rimanere in dialogo permanente con la terra, la Pachamama, perché essa è sacra, è vita che genera vita e non un semplice oggetto. Lo stesso avviene con le creature vegetali e animali del creato. “Non sono oggetti, – egli afferma – ma soggetti con i quali parliamo e ci relazioniamo. Ciò c’impone il dovere di rispettare tutti e non sfruttare oltremisura la terra”.

La spiritualità aymara si propone di “restaurare” la convivenza cosmica, al di là della richiesta  di beni materiali.

 

Incontro con la comunità di Ispaya Tocoli

danzando con la comunità

Fin dal primo giorno del nostro arrivo, il signor Calixto ci propose un incontro con la comunità di Ispaya Tocoli per entrare in contatto diretto con la popolazione e i suoi usi e costumi.

Nel cortile della scuola ci attendevano le autorità, uomini vestiti con il tipico ‘poncho’ e le donne con gli ‘aguayos’, preparati anche per noi, adornati con fiori naturali e rami di alberi del luogo. Dopo il saluto personale ad ognuno dei presenti, le donne incaricate ci posero gli aguayo sulle spalle e ci invitarono a ballare al suono dei tipici strumenti del luogo suonati dai musicisti. Siccome era il tempo della semina, i membri della comunità presenti erano alquanto ridotti.

Stesi gli aguayos sull’erba, collocarono i piatti preparati per gli invitati: chuño (patate disidratate), pesci del lago e ‘mote’ (grani di mais bolliti). Il cibo, benché molto semplice, era un modo di dire “Benvenuti!” agli invitati. Condividemmo in questo modo una mattinata diversa dal solito, durante la quale  sperimentammo con commozione l’umile accoglienza di questi nostri fratelli di Ispaya.

Ad Ancoraimes, capitale del municipio, partecipammo alla Messa domenicale in una chiesa di stile coloniale; qui la comunità con i suoi canti e le letture in lingua aymara ci ricordava il luogo santo in

cui ci trovavamo.

 Incontro con Padre Frizzi

Due giorni prima di terminare il nostro incontro, Padre Giuseppe Frizzi, IMC, missionario in Mozambico, che ha condiviso con noi l’esperienza, ci ha donato la sua testimonianza del miracolo di suor Irene, avvenuto a Nipepe durante la guerra in Mozambico: la moltiplicazione dell’acqua e la protezione accordata ai catechisti sfuggiti alla guerriglia e ritornati illlesi.

Ci diceva Padre Frizzi: “Leggevo ‘Gli scarponi della gloria’ (la biografia di suor Irene Stefani) e, a mano a mano che procedevo nella lettura, intuivo che la sua metodologia era comprensibile, fattibile e imitabile”.

La traduzione in kikuyu che suor Irene faceva del Vangelo della Messa domenicale, lo incoraggiò alla traduzione dei testi liturgici in macùa.

“Probabilmente Irene ci invita ad attualizzare per l’oggi” il  documento ‘Muranga 2’, affermava Padre Frizzi ricordando la Conferenza di Muranga che, all’inizio della nostra storia missionaria in Kenya, definì il nostro metodo di missione assunto dai primi missionari/e e da suor Irene e da essi attuato in modo eroico.

Una sfida per la nostra famiglia consolatina …  ne abbiamo il coraggio?

 

Rito della makeya

Sul monte “dove riposa il sole” e dove anticamente gli Incas avevano eretto un altare per Inti, (il Dio Sole), celebrammo la ‘Makeya’, una un rito agli antenati secondo la spiritualità macua xirima.

Da quella cima rocciosa potevamo osservare l’immensità del lago azzurro e un villaggio vicino a Tocoli. In quel luogo stupendo abbiamo così ringraziato Dio per tutto quello che abbiamo ricevuto nel corso dei giorni vissuti a contatto con la sua bellezza rispecchiata nella creazione e per la gioia della fraternità come famiglia consolatina aperta ad altre culture.

Suor Marisa Soy, MC

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La misericordia nell’Islam

Don Augusto Negri, direttore del Centro studi Peirone, di Torino, ci offre una esposizione molto interessante del tema della misericordia di Dio nell’islam. I numeri tra parentesi si riferiscono alla sura e ai versetti del Corano.

La misericordia è un tema comune delle due religioni, cristianesimo e islam, una parola “ponte” come si dice.

Il Corano, la fonte principale della dottrina e dell’etica islamiche, abbonda di citazioni della rahma, parola che traduciamo spesso con “misericordia”. Ad esempio, 113 delle 114 sure coraniche iniziano con la basmala (l’invocazione bismi-llā al-Rahmān al-rahīm, tradotta in diversi modi nelle edizioni italiane: “Nel nome di Dio il Clemente, il Compassionevole” oppure “il Compassionevole, il Misericordioso”, evidenziando la difficoltà di esprimere fedelmente la semantica della rahma). Il musulmano devoto recita la basmala 5 volte nelle preghiere rituali giornaliere e in molte altre occasioni. Rahma deriva dalla radice araba RHM, la stessa nella lingua ebraica, e nell’Antico Testamento la parola rahamīm significa le viscere materne di Dio, pieno di misericordia, tenerezza e compassione.

Dio è Rahmān per i benefici che dispensa all’uomo: è il Provvidente. Tali benefici si manifestano nella creazione (vedi l’intera sura 55) e nell’invio di profeti ai popoli, alcuni recanti una Scrittura.

Che significano Rahmān e rahīm? Al-Rahmān nel Corano è riferito soltanto a Dio, in un certo periodo della predicazione coranica, accanto al nome Allāh: “Invocatelo con il nome di Dio (Allāh), oppure invocatelo con il nome di Clemente (al-Rahmān)” (17, 110). Dio è Rahmān per i benefici che dispensa all’uomo: è il Provvidente. Tali benefici si manifestano nella creazione (vedi l’intera sura 55) e nell’invio di profeti ai popoli, alcuni recanti una Scrittura. Di Muhammad il Corano afferma “Noi ti abbiano inviato solo come misericordia per i mondi” (2, 107), come anche del “profeta” Gesù (19, 21-22).

Ma il Clemente non investe totalmente il campo semantico del Misericordioso cristiano, il Padre, l’Amore. Ad esempio nell’islam la misericordia divina non previene la conversione del peccatore, Allāh ama piuttosto quelli che adempiono la legge. In Lui coesistono misericordia e ira: “In quel giorno il regno vero sarà del Clemente (Rahmān), un giorno terribile per chi non crede”. E nei confronti della “gente del Libro”, i giudei e i cristiani, si dice: “Voi che credete non prendete come alleati gli ebrei e i cristiani […] quelli che dicono: ‘Dio è il terzo di tre’” (5, 51.72).

La misericordia di Dio, in senso islamico, si comprende alla luce della teologia coranica, per la quale amore e tenerezza sono attitudini creaturali di debolezza che non si addicono alla divinità, impassibile, onnipotente e trascendente e che, predicate di Dio, Lo renderebbero vulnerabile come la creatura. Pertanto il termine rahma esprime piuttosto l’idea di dono, di atto gratuito di bontà e benevolenza di Dio, Creatore generoso e Sovrano assoluto, a favore dell’uomo e del creato.

La misericordia di Dio, in senso islamico, si comprende alla luce della teologia coranica, per la quale amore e tenerezza sono attitudini creaturali di debolezza che non si addicono alla divinità, impassibile, onnipotente e trascendente e che, predicate di Dio, Lo renderebbero vulnerabile come la creatura.

Rahīm è un aggettivo che qualifica l’agire sia di Dio sia degli uomini. L’azione di Dio è selettiva, abbraccia i veri credenti, i musulmani, “quelli che hanno creduto e agito bene (19, 96), “chi ha timore di Lui” (3, 76), “coloro che confidano in Lui” (3, 159). Per loro è il perdono e il paradiso: “Dio ha promesso perdono ed enorme ricompensa a quelli che credono e compiono azioni pure, mentre quelli che non credono e accusano di menzogna i Nostri segni sono i compagni della Geenna” (5, 9-10). Il Suo agire resta libero e arbitrario: “Egli perdona chi vuole e punisce chi vuole” (3, 129).

Dio non perdona mai l’“associazionismo” (associare a Dio altre divinità, non solo gli idolatri ma anche i cristiani che adorano la Trinità, compresa come tre-divinità), e nemmeno perdona l’apostasia dall’islam: “Quanto a quelli che avranno abbandonato la loro fede… tutte le loro azioni in questo mondo e nell’aldilà saranno vanificate, ecco quelli del fuoco, dove resteranno in eterno” (2, 217).

Il Clemente, il Misericordioso coranico non è il buon Pastore del Vangelo, che va in cerca del peccatore, il Corano non distingue fra “peccato” e “peccatore”. Manca, inoltre, nell’islam, la dottrina del purgatorio, cioè di un tempo suppletivo di purificazione.

Rahīm, dicevamo, connota anche l’azione misericordiosa dell’uomo, più volte sollecitata nel Corano ed espressa in modo esemplare ed esauriente in un hadīth qudsī (cioè un “detto del Profeta” che trasmette le parole di Dio stesso).

Il Dio coranico non si “mescola” con la creatura, poiché l’islam respinge la dottrina dell’incarnazione divina, e in quanto l’hadīth non ha un significato universale.

Da Abū Hurayra (Allāh sia soddisfatto di lui) che disse: “L’Inviato di Allāh (la Grazia e la Pace divine siano su di lui) ha detto: “Allāh il Giorno della Resurrezione dirà: ‘O figlio di Adamo, ero ammalato e non Mi hai visitato’; l’uomo dirà: ‘O Signore, e come avrei potuto visitarTi quando Tu sei il Signore delle creature?’ Egli dirà: ‘Non sapevi che il tale Mio servo era ammalato e non l’hai visitato? Non sapevi che se tu l’avessi visitato Mi avresti trovato presso di lui? O figlio di Adamo: ti ho chiesto da mangiare e non Mi hai dato da mangiare’; l’uomo dirà: ‘O Signore, e come avrei potuto darTi da mangiare quando Tu sei il Signore delle creature?’ Egli dirà: ‘Non sapevi che il tale Mio servo ti ha chiesto da mangiare, e non gli hai dato da mangiare? Non sapevi che se tu gli avessi dato da mangiare avresti trovato che ciò era per Me?’”.

Mentre è evidente la contaminazione evangelica del hadīth, risaltano al contempo le differenze laddove il Dio coranico non si “mescola” con la creatura, poiché l’islam respinge la dottrina dell’incarnazione divina, e in quanto l’hadīth non ha un significato universale. Infatti, beneficiari dell’azione misericordiosa del musulmano non sono il “prossimo”, ma i “vicini”, cioè i parenti o gli appartenenti alla propria comunità di fede. Sappiamo però che lo Spirito soffia ovunque e che i cristiani, testimoniando la misericordia, seminano misericordia. Come non ricordare allora quei musulmani che hanno perso la vita contrapponendosi alle violenze dei mujaheddìn dell’Isis, per salvare amici e vicini cristiani?

don Augusto Negri

Questo articolo è stato pubblicato nella rivista Andare alle Genti, Luglio – Agosto

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Le 24 ore per il Signore

il Santuario della Consolata

Nella sua bolla di indizione del Giubileo straordinario della Misericordia, Papa Francesco indicava un primo momento particolarmente importante per vivere bene questo Anno Santo: la Quaresima, momento forte per celebrare e sperimentare la Misericordia di Dio, partendo dalla sua Parola detta dai profeti che invitano alla preghiera, al digiuno, alla carità.

E subito dopo sottolineava l’iniziativa che egli stesso aveva lanciato già nel 2014 con queste parole: “‘L’iniziativa 24 ore per il Signore’, da celebrarsi nel venerdì e sabato che precedono la IV domenica di Quaresima, è da incrementare nelle Diocesi. Tante persone si stanno riavvicinando al sacramento della riconciliazione e tra questi molti giovani, che in tale esperienza ritrovano spesso il cammino per ritornare al Signore, per vivere un momento di intensa preghiera e riscoprire il senso della propria vita. Poniamo ancora al centro con convinzione il Sacramento della Riconciliazione perché permette di toccare con mano la grandezza della misericordia. Sarà per ogni credente fonte di vera pace interiore”.

Nel proporla nel 2014, Papa Francesco offriva a tante persone che hanno sete di spiritualità un momento di prolungato, tranquillo e sereno incontro con se stessi e con Dio, riscoprendo parallelamente il sacramento della Riconciliazione. Aveva di mira prevalentemente il coinvolgimento dei giovani, più propensi a qualche momento di silenzio, meditazione e preghiera che consenta un approfondimento del rapporto personale con il Signore, la possibilità di un tranquillo, non affrettato momento di riconciliazione con Lui celebrando il Sacramento della Confessione.

E invitava Diocesi e Parrocchie a organizzarsi per offrire un simile momento ai fedeli, giovani o adulti o anziani.

Il santuario della Consolata, invitato dal Vescovo, ha organizzato così questo momento: la Chiesa ininterrottamente aperta dalle ore 17 del venerdì 4 alle 17 del sabato 5 marzo. Sacerdoti a disposizione nei confessionali, in numero adeguato agli orari più o meno frequentati. Un servizio d’ordine, di custodia e di sicurezza da parte dei volontari e con una presenza discreta all’esterno delle forze dell’ordine. Alcuni sussidi-guida a disposizione come aiuto alla riflessione e preghiera.

Come si è svolta l’iniziativa? In clima sereno e tranquillo, con frequenza numerosa di fedeli negli orari serali del 4 marzo, meno nelle prime ore della notte (ore 24 – 2), pochi fino alle 5,30, ripresa dalle 5 in poi e via via più numerosi nella mattinata e nel pomeriggio.

Quanto sia risultato interiormente coinvolgente o ricco lo sa il Signore.

Don Michele Olivero, rettore del Santuario della Consolata

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I nostri Santi nella formazione dei giovani tanzaniani

I nostri Santi entrano nella vita dei giovani, e la trasformano.  

La nostra missione di Ilamba sorge in una regione povera del Tanzania, dove centinaia di giovani, terminate le Scuole elementari  non trovano sbocco alle scuola secondaria, data la poverta’ di mezzi. Anche l’evangelizzazione di questa zona e’ ancora debole: molti cristiani battezzati ricorrono ancora alle pratiche di stregoneria per ottenere guarigioni del corpo,  soluzioni a problemi familiari e  aiuto finanziario. La vita sacramentale  e’ debolissima  anche a causa della grande scarsita’  di sacerdoti nella zona.

Noi, Missionarie della Consolata, da circa 16 anni abbiamo aperto questa missione per dare una risposta a queste due esigenze. Gestiamo un  Centro-Scuola  dove accogliamo circa 250 giovani dai 15 ai 20 anni. Il nostro scopo e’ duplice: dare loro una formazione umano-cristiana e l’Istruzione secondaria – professionale.

giovani con il Beato Giuseppe Allamano

La maggioranza di loro vive nel Centro. Il processo formativo si avvale di brevi momenti di preghiera giornaliera al mattino e alla sera, durante I quali si legge la Parola di Dio. Ci si sofferma sul messaggio principale che conduce ad un proposito per la giornata, e alla sera, ad un momento di esame sulla giornata scorsa. Quotidianamente  recitano l’invocazione alla SS. Consolata e la preghiera per ottenere l’intercessione di padre Fondatore. Vi sono inoltre 2 ore settimanali di formazione alla conoscenza di se’, e circa le sfide dell’eta’ giovanile, insegnamenti del nostro beato Fondatore, della Beata Sr. Irene,  detti di altri santi,  ecc. Questa formazione  viene offerta loro da noi missionarie, con la collaborazione di insegnanti laici impegnati nella vita cristiana, di cui alcuni sono Laici missionari della Consolata Tanzaniani.

Voglio condividere la mia esperienza circa l’influenza che la conoscenza e l’intercessione dei nostri Santi hanno sulla formazione dei nostri giovani.

Durante l’anno le occasioni per momenti di particolari celebrazioni sono molte e le cogliamo con molto impegno per presentare ai giovani  figure signifcative della storia della Chiesa missionaria e soprattutto dei “nostri Santi” .

In Africa le celebrazioni di novene e feste sono sempre all’insegna del canto, della danza, della poesia e delle rappresentazioni. Il nostro popolo infatti ha un dono speciale per tradurre quello che impara, in manifestazioni di gioia e di sapienza. Dopo anni di esperienza di vita con loro non mi stanco mai di meravigliarmi sul come sappiano afferrare  i vari aspetti della vita e santita’ di un santo o di una particolare persona e descriverla attraverso rappresentazioni molto belle e significative.

Una di quelle che mi colpisce maggiormente e‘ la celebrazione delle feste del nostro beato Giuseppe Allamano.

con la Beata Irene Stefani

Ogni anno preparano una rappresentazione molto bella: padre Fondatore, che loro chiamano: Baba Allamano, e’ rappresentato da un ragazzino calmo, sereno, dall’aspetto pensieroso, scelto da loro quasi avessero conosciuto l’ Allamano.

Padre Fondatore si incontra con I suoi primi missionari : Padri, Fratelli coadiutori e Suore, vestiti ciascuno con la divisa missionaria.

Padre  parla loro della gioia di poterli inviare in Africa ad evangelizzare, consolare, fare felice la gente,  a costruire, a curare gli ammalati, ad assistere le donne e mamme. Raccomanda loro di pregare, di essere buoni e pazienti.

Poi gli  attori  gli si avvicinano ad uno ad uno, a Padre Fondatore, si inginocchiano  ed egli consegna loro il crocifisso e li benedice.

Nella rappresentazione di quest’anno, ad ogni bozzetto hanno cantato canti diversi, tutti incentrati sulla personalita’ e la spiritualita’ dell’Allamano e tutti composti da loro nelle parole e nella musica, aiutati da un insegnante, anch’egli un ex-giovane del Centro.

Dopo la scena del mandato del Fondatore ai suoi missionari, segue la scena dell’inizio dell’ apostolato in Africa.

In un angolo del palco ci sono 2 suore che accolgono le mamme con i bimbi ammalati, in un altro i Fratelli Coadiutori che insegnano un mestiere agli africani, in un altro un Padre  che confessa…..

Le parti che i giovani svolgono sono state scritte da loro e rivelano come la personalita’ dell’Allamano, presentata loro durante la formazione,  li abbia colpiti e cosi’ la bellezza del suo carisma.

Nella nostra missione gestiamo anche una Scuola materna e anche i piccoli recitano queste parti durante le feste. Nel 2015 abbiamo avuto le celebrazioni della beatificazione dei Sr. Irene Stefani. Guidati dalle loro insegnanti, fecero  rappresentazioni molto belle: una piccola di 4 anni,  vestita da sr. Irene va a visitare gli ammalati con la sua borsetta del pronto soccorso. Ad ogni incontro, dopo aver dato la medicina, in risposta al grazie dell’ammalato, dice: Tutto per Gesu’.

Oltre ai momenti celebrativi c’e’ l’approccio singolo con i giovani quando emergono problemi famigliari, personali e di salute, e  la tentazione e’ ancora quella di cercare vie non cristiane per trovare soluzioni. Parecchie volte ci mettiamo insieme a pregare  per ottenere l’aiuto della SS. Consolata, del Beato Allamano, e della Beata Sr. Irene.  Ho notato molte volte che la serenita’ ritorna. Alcuni giovani vengono a chiedere l’immaginetta e la medaglietta del Fondatore e della Consolata e poi le intronano sul letto nel dormitorio comune.

Sono piccole esperienze ma cosi’ vive che ci danno speranza: questi nostri santi che hanno tanto amato gli africani,  avranno senz’altro una bella influenza sulla vita cristiana dei nostri giovani.

Sr Zita Amanzia Danzero, mc

 

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Una presenza di consolazione nell’isola Tierra Bomba

La vita missionaria in Bocachica e i passi di una comunità che cresce

 

“Io sono la vera vite, il Padre mio pota i tralci perché diano più frutto” (Gv 15, 1-2)

Questo ha fatto il Signore in questo villaggio di Bocachica, dato dalla Chiesa di Cartagena al lavoro pastorale di padri e suore missionari della Consolata per più di 20 anni.

Un’evangelizzazione fatta a “piedi scalzi” e molto vicina ai fedeli come il buon Pastore alle sue pecore: oggi ringraziamo per il “bene fatto bene”, così come lo voleva il nostro Fondatore Giuseppe Allamano.

Ecco la nostra storia:

leadears di comunità

La Parrocchia della Bahia, come era chiamata a quel tempo, aveva la sede centrale in Pasacaballos, alla periferia della città di Cartagena de Indias, e comprendeva i villaggi delle isole Barú, Tierra Bomba y Del Rosario.

I missionari della Consolata lasciarono questa missione a metà dell’anno 2000, consegnandola alla direzione dei sacerdoti diocesani di Cartagena, mentre noi suore siamo rimaste lavorando nell’isola Tierra Bomba, nella parrocchia “Madonna del Rosario di Bocachica”.

Con oltre 20 anni di presenza missionaria in questa terra, oggi si contano gruppi apostolici impegnati nell’evangelizzazione: ministri della comunione, catechisti, animatori della musica e della liturgia. E’ da sottolineare l’importanza della presenza delle donne, in una cultura marcatamente maschilista: tutti questi gruppi sono formati e diretti da donne: grazie a loro la comunità di Bocachica ha potuto mantenersi salda nella fede. Con gli anni si è potuto sviluppare un forte senso di appartenenza alla Chiesa, e grazie a questo, ogni volta che manca il sacerdote, sono loro stesse ad animare le celebrazioni, che la stessa comunità apprezza e stima.

Fin dall’inizio, la presenza delle sorelle è stata molto apprezzata dalla gente, per la testimonianza di altruismo, missionarietà e apostolicità che ciascuna missionaria della Consolata ha dimostrato. Oggi possiamo godere dei frutti di tutti questi anni di semina paziente, e ci prepariamo ora a una nuova missione: quella di consolidare una Chiesa locale, missionaria, diocesana.

l’offerta dei peccati a Gesù

Missione Bocachica: “tempo di rivitalizzazione”

Vogliamo ora condividere con voi alcune esperienze vissute in quest’anno, in particolare il tempo firte della Settimana Santa e della Pasqua.

Una Settimana Santa dai colori Afro

Quest’anno abbiamo voluto preparare, insieme ad alcuni parrocchiani, una Via Crucis nella quale non solo si è commemorata la Passione di Gesù, ma anche si sono presentati i peccati che rendono schiava la nostra comunità:  una vera e propria Via Crucis penitenziale.

E’ stata un’esperienza indimenticabile! Percorrendo le strade principali del villaggio, la gente si univa per accompagnare Gesù nella sua passione. Dopo ogni scena, veniva una donna della comunità presentando un peccato comunitario a Gesù, il quale simbolicamente lo riceveva e lo faceva appendere alla croce, che portava verso il Calvario. Furono 10 i peccati che Gesù  ha portato fino alla sua morte, mentre la gente ripeteva in coro:  “Prendi, Signore, ti diamo la nostra colpa, portala con te, carica il nostro delitto. Con la tua morte in questa croce redimirai i nostri peccati. Signore, perdonaci e abbi misericordia di noi”.

la Chiesa vestita a festa per la Pentecoste

Dopo 40 giorni dalla Pasqua, festa che celebra la vittoria sulla morte in Cristo, arriva la Pentecoste: un evento che come la Via Crucis, ha convocato e riunito la gente anche degli altri villaggi dell’isola. Una notte meravigliosa, colma di musica e preghiera, nel quale tutti abbiamo sentito e palpato la presenza di Dio in mezzo a noi, soprattutto in due momenti particolari: essendo alle porte dell’inverno, il cielo minacciava pioggia torrenziale, però grazie a Dio solo una leggera pioggerella per poco tempo. Ad un certo punto c’è stato un corto circuito e tutta l’assemblea è rimasta al buio. Gli animatori cominciarono ad applaudire e la preghiera continuò, fino a che ritornò la luce, al grido unanime di tutti: “Gloria al Signore!”.

Quindici giorni dopo, si è organizzato un incontro dal titolo: “Vita nello Spirito”, diretto dal Rinnovamento dello Spirito di Cartagena, nel quale la comunità, nella preghiera e nel raccoglimento, ha ricevuto i doni e la grazia dello Spirito Santo.

Per tutto questo, ringraziamo Dio! A lui siano date le lodi per tutto quello che fa in noi e attraverso di noi, spingendoci a continuare senza fermarsi, ad essere sempre ciò che siamo: missionarie che non conoscono limiti e frontiere.

Suor Gloria Ospina e Suor Celina Otálvaro

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Il Signore chiama in tanti modi

Missionari e Missionarie della Consolata in Mongolia, in visita a un tempio buddista

L’attrazione verso il Sacro ed una chiamata ad essere missionaria ad gentes

Guardare in dietro per rivisitare la propria storia può essere un esperienza salutare e rinnovante. Cercare di trovare in qualche modo un filo conduttore, una sigla, una luce che dia un po’ di senso al proprio presente, doni prospettiva alle difficoltà del momento e ci confermi nella speranza che c’è un bene futuro che ci aspetta, ci può donare tanta pace e fiducia.

Certamente alla soglia dei cinquanta se si guarda indietro ci si accorge che si ha percorso un bel po’ di strada. Alcuni pezzi già non si vedono più, altri si son dimenticati, si ricorda qualche collina e qualche valle attraversati, ci sembra di risentire i fiumi rumorosi che ci hanno sfidato e quelli quieti che ci hanno dissetati.  Rimane però come testimone del lungo viaggio la polvere nelle scarpe e il vento amico che ogni tanto ritorna a soffiare, tal volte più freddo, tal volte più soave, ma che è sempre lo stesso.

Pretendere allora di raccontare la propria storia intesa come vocazione dicendo tutti i perché, come e quando, va al di là delle capacità di qualunque meticoloso narratore, che inoltre io non sono.  Riconosco d’altra parte che c’è ancora tanto di mistero per me.  Perciò ho pensato di condividere con voi alcuni ricordi della mia infanzia che continuano a riscaldare il mio cuore e danno qualche luce al mio essere quest’oggi Missionaria della Consolata.

Sr Sandra con sr Giovanna Maria in Mongolia

Un carissimo ricordo della mia infanzia non è collegato a un evento ma a un periodo. A quel tempo vivevo in un piccolo paesino di montagna dove c’era una cappellina che aveva come parroco un vecchio Frate Francescano.  La catechesi allora era solo in vista alla preparazione sacramentale e i bambini che avevano ricevuto il sacramento pian piano perdevano l’abitudine di andare in chiesa.  Un gruppetto di noi però, dopo aver ricevuto la Prima Comunione, sotto l’attenta e affettuosa guida del vecchio Frate, impariamo a fare i chierichetti. Così che cominciamo a partecipare quasi quotidianamente alla Santa Messa.

Il mio primo impegno fu suonare le campane la domenica.  Ricordo come se fosse adesso come ero attaccata a quella corda tirando giù forte perché suonasse chiaro e contando bene quante volte per non inviare il messaggio sbagliato.  Dopo ho imparato a servire la Messa, compito proprio dei chierichetti e finalmente il lavoro in sacrestia per preparare l’altare. Per me le Messe più belle erano quelle feriali perché oltre ad essere brevi quasi sempre c’erano effettivamente solo bambini. Per chiamare a queste Messe, anche se durante la settimana, si suonavano le campane.  Noi bambini che giocavamo nei giardini delle nostre case all’ascolto del loro suono correvamo verso la cappellina. Eravamo un bel gruppetto e cercavamo di sederci tutti nelle prime due panche, i più piccoli ancora con le gambe pendolanti, mentre in vano tentavamo di metterci in silenzio per ascoltare la Messa.  Sentivamo che la cappellina era tutta nostra ed eravamo contenti di stare lì con il Signore che si faceva presente solo per noi.  Mi ricordo ancora con quale compenetrazione partecipavo allo svolgersi dell’Eucarestia perché sapevo che lì c’era Gesù.

Fuori dall’ambito della chiesa avevo un altro gruppo di amici molto vario.  Alcuni erano piccoli, altri erano più grandi, alcuni più vivaci, altri più creativi, alcuni specialisti in combinare pasticci e altri allenati in rimediarli. Non so come sia adesso, ma in quel tempo nel mio paese i bambini, soprattutto nei caldi pomeriggi dell’estate quando erano in vacanza dalla scuola, perché incapaci di riposare dovevano trovarsi da soli il modo di sconfiggere la noia senza disturbare gli adulti che dormivano la “siesta”. Mi ricordo che durante uno di quei giorni dopo pranzo, quando ero già un pochettino più grande, mi trovavo a leggere qualche storiella nel cortile di casa mia. All’improvviso, due dei miei fratelli arrivarono con una curiosa novità: due dei nostri amici si volevano “sposare.” Fino ad oggi non son riuscita a sapere se loro si volevano sposare o se li volevano sposare. Comunque, chiamata in causa e data la mia “vasta” conoscenza delle celebrazioni liturgiche, mi sono offerta a risolvere questa situazione.  E così, cercando di fare poco rumore, tutto il gruppo è venuto nel cortile di casa nostra e abbiamo preparato e celebrato questo matrimonio.  Due anelli di carta, una vecchia cassetta per altare, una sedia (non per sedersi ma per me perché chi celebra doveva essere alto), due testimoni e gli amici degli sposi.  La cerimonia è andata molto bene: solenne, puntuale e breve nonostante ci sia stata una piccola predica.  Finita la celebrazione e fatte le dovute congratulazioni tutti sono partiti per le loro rispettive famiglie.  Non era passata ancora un’ora che vedo ritornare i miei fratelli con un’altra inaspettata richiesta: gli sposini vogliono che io disfi il loro matrimonio. Dopo qualche secondo per riprendermi da questo imprevisto cambio di desiderio ho dato loro la mia risposta con molta serietà: “Il matrimonio non si può disfare, rimarranno sposati per il resto della loro vita.”  Mi fu poi riferito che la sposina non prese tanto bene la notizia e che il suo pianto fu così disperato che la sua mamma dovette intervenire.  Non so come l’abbia consolata.  Il certo è che quello è stato il primo e l’ultimo matrimonio che io ho celebrato.  Quando ci ripenso ancora mi fa sorridere!

Penso che l’amore e il gusto che oggi provo per il sacro e la liturgia hanno in qualche modo la sua radice nei vissuti della mia infanzia. Ancora oggi mi sento attratta dal mistero di Dio presente nei sacramenti, in speciale l’Eucarestia.  Crescendo però ho perso un po’ di quella freschezza e spontaneità e in cambio ho guadagnato in profondità e consapevolezza. In realtà è tanto il passato a illuminare il presente quanto il presente ha illuminare il passato. E’ tanto vero che gli echi della  infanzia mi aiutano ad approfondire le strade della missione oggi quanto la vita missionaria mi aiuta a rivalorizzare l’amore per l’Eucarestia appresso appresso da piccola. Infatti è stata la missione, specialmente quella in Mongolia, attraverso la quale il Signore mi ha donato una conoscenza maggiore del suo mistero.  Sono sempre più convinta che la esperienza di Dio e l’annuncio del suo Regno devono passare necessariamente attraverso la liturgia.  I sacramenti non solo nascondono ma anche rivelano il mistero di Dio.

Come si può spiegare chi è Dio a chi non lo conosce? Non si può. Si può raccontare che cosa ha fatto Dio e secondo quel che ha fatto possiamo dire chi pensiamo che Lui sia.  Ma spiegare chi è Dio, no.

Quando abbiamo cominciato la missione di Arvaiheer in Mongolia abbiamo deciso che fin dall’inizio avremo accolto tutti i simpatizzanti alla celebrazione Eucaristica.  E’ lì che ho visto nascere la fede.  All’inizio chi non conosce si sente perso e fa fatica a seguire il rito.  Ma pian piano cominciano a percepire la presenza di qualcuno in mezzo a loro. Man mano che sono istruiti nella fede e aprono il loro cuore si accorgono che questa presenza li guarisce e li trasforma.  Un giorno, senza sapere bene come, riconoscono Dio nella loro vita.  Dio che si chiama Gesù, e che c’era già in mezzo a loro ma, come loro stessi dicono, non sapevano perché nessuno gliel’aveva mai detto. Quante volte ci hanno detto “come siete fortunati di aver conosciuto Gesù fin da piccoli, se anche noi l’avessimo conosciuto la nostra vita oggi sarebbe molto diversa.”  E così cresce in loro, giorno dopo giorno, il bisogno di andare a Messa e non solo le domeniche.  Anche oggi ad Arvaiheer, benché non ci sia una campana che chiama, ci sono quelli che imparano a sentirsi chiamati.  Hanno anche loro conosciuto che Dio c’è, che si chiama Gesù e li aspetta nell’Eucarestia.

Tornando al mio racconto, crescendo ho avuto l’opportunità di conoscere altre realtà, scoprire nuovi orizzonti, cambiai e i miei interessi diventarono più complessi.  La società, la famiglia e gli amici mi fecero capire che la mia ricchezza più grande era Gesù perché dava significato e valore alla mia vita.  E ho pensato che Dio allo stesso modo poteva dare senso e gioia alla vita di tutti e che purtroppo alcuni ancora non sapevano che c’era un Dio che si chiama Gesù perché probabilmente nessuno glielo aveva mai detto.  E mi sentì chiamata in un modo nuovo.  Poi si capisce come è andata a finire la mia storia.  Oggi ringrazio tanto il Signore per avermi chiamato a fare parte della famiglia Missionaria della Consolata.

Suor Sandra Garay, mc

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Paramito e Santa Helena: condividendo il Pane della compassione-misericordia

Il racconto di una Settimana Santa molto speciale, all’insegna della misericordia

 

Abbiamo vissuto la Grande Settimana con la gente di due comunità contadine di Barichara (Santander, considerata monumento nazionale di Colombia): Paramito e Santa Helena.   C’erano 20 giovani universitari e professionali, venuti da varie parti del paese, con loro il P. Alonso, missionario della Consolata, e io, suor Ines: ci siamo divisi nelle due comunità,  Paramito è rimasto il punto di incontro del gruppo, che ogni giorno aveva i suoi momenti formativi, spirituali e pastorali.

Siamo stati ospitati nelle case delle famiglie, gente che lavora la terra, alleva galline, mucche, molti vivono della raccolta del caffè, dei mandarini e delle arance. Coltivano la mandioca che portano al mercato nel fine settimana, quando vanno alla città di Barichara.

Nonostante manchi la pioggia e l’acqua sia scarsa, ci sono persone generose come un signore che raccoglie l’acqua per condividerla con le famiglie che non ce l’hanno.

Durante questa Settimana Grande, molti giovani che studiano e lavorano nella città di Bucaramanga arrivano nelle due comunità, per passare in famiglia questo tempo speciale. La gente si è organizzata in gruppi per offrire i pasti ai missionari, ma non solo: condividevano con noi il proprio tempo e l’ospitalità. Abbiamo ammirato la loro semplicità e accoglienza, che ha creato un legame forte di amicizia con la gente.
Durante la settimana sono state realizzate varie attività: visite alle famiglie, processioni, attività comunitarie, esperienze spirituali, formazione, giochi pedagogici. Nell’Anno della Misercordia abbiamo portato avanti iniziative con i bambini, i giovani e gli adulti sul tema delle opere della Misericordia. Si è svolto una festa creativa/operativa/interattiva tra le due comunità, che ha favorito molto la buona relazione tra le due.

Uno dei simboli usati durante questa settimana è stato il pane spezzato, sull’inda del tema della misericordia, poiché “condividere è dare con il cuore quello che la misericordia fa in te e di te”: questo tempo forte e significativo, vissuto nella fede, fa sì che nella tua piccolezza tu possa, con gratuità e generosità, farti pane buono per l’altro, compagno di cammino che condivide le gioie, le angosce, i dolori e i sogni, sapendo che questo atteggiamento ci mette sulla scia di Gesù, rispettando e avendo cura della vita.

suor Inés

In questo incontro, nella celebrazione, la preghiera, la costruzione personale e comunitaria, impregnati dallo Spirito di Dio, abbiamo ricreato e trasformato gesti di perdono, riconciliazione, bontà, collaborazione e tenerezza, mettendo il cuore nelle nostre miserie affinché nella luce di Cristo Risuscitato siamo strumenti visibili e credibili del suo amor e della compassione, irradiando la Buona Notizia della Consolazione di Gesù Cristo.

L’esperienza della risurrezione non finisce mai, perché Egli è vivo e cammino tra noi, forgiandoci come missionari e discepoli, e ricreandoci nella novità del quotidiano, aprendoci al servizio che ci rivitalizza, umanizza nell’abbondanza del pane condiviso.

Terminiano la nostra esperienza con la gente di Paramito e Santa Helena con la celebrazione dell’Eucaristia pasquale, raggiungendo un pianoro sulla montagna, e lì aspettando il sole, per ricevere i suoi raggi di pace, gioia, e un nuovo impulso per la missione.

 

Suor Inés Arciniegas Tasco

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