Preghiera al porto

In questo periodo estivo, l’impegno particolare per i migranti e rifugiati è all’Hot Spot al porto di Taranto.

Sr. Vitalma lungo l’anno si recava già al porto di Taranto per la visita a bordo delle navi mercantili e  per  un momento di preghiera con l’equipaggio.

Da vari mesi l’impegno si è concentrato all’Hot Spot con i rifugiati. Anch’io mi sono aggiunta a queste visite all’Hot Spot ed è commovente incontrare questi nostri fratelli e sorelle provenienti da varie parti del mondo, ma soprattutto dall’Africa.

A noi è dato un permesso speciale per incontrare i cristiani. E’ molto bello vedere la loro fede viva, sentirli pregare e anche cantare. Tanti hanno molta nostalgia delle loro famiglie e della loro Terra, la preghiera dona loro consolazione e speranza!

Non possiamo fare molto: Ascoltiamo (in particolare la DONNA), preghiamo insieme e doniamo loro quel poco possibile come un’immagine della Madonna e una corona del Rosario. Il più è quello che riceviamo, il dono della loro fede viva  e della loro condivisione!

Portiamo nel cuore e nelle orecchie quelle preghiere in tante lingue diverse: inglese, francese, kiswahli, tigrino (Eritrea)… Oggi c’era un giovanotto dell’Eritrea che nella sua lingua (tigrino), cercava in tutti i modi di cantare e raccontarci la bellezza della liturgia cristiana della sua Terra! Era dispiaciuto che non sapevamo la sua lingua ma l’abbiamo incoraggiato dicendogli che avrebbe fatto prima lui cosi giovane ad apprendere la nostra!

Il più delle volte quando ritorniamo all’Hot Spot non troviamo più gli stessi volti perché sono già partiti per altri luoghi d’Italia o d’Europa, ma tutti hanno in sé una carica di speranza e di vita!!!

suor Maria Marangi, mc

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Le 24 ore per il Signore

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il Santuario della Consolata

Nella sua bolla di indizione del Giubileo straordinario della Misericordia, Papa Francesco indicava un primo momento particolarmente importante per vivere bene questo Anno Santo: la Quaresima, momento forte per celebrare e sperimentare la Misericordia di Dio, partendo dalla sua Parola detta dai profeti che invitano alla preghiera, al digiuno, alla carità.

E subito dopo sottolineava l’iniziativa che egli stesso aveva lanciato già nel 2014 con queste parole: “‘L’iniziativa 24 ore per il Signore’, da celebrarsi nel venerdì e sabato che precedono la IV domenica di Quaresima, è da incrementare nelle Diocesi. Tante persone si stanno riavvicinando al sacramento della riconciliazione e tra questi molti giovani, che in tale esperienza ritrovano spesso il cammino per ritornare al Signore, per vivere un momento di intensa preghiera e riscoprire il senso della propria vita. Poniamo ancora al centro con convinzione il Sacramento della Riconciliazione perché permette di toccare con mano la grandezza della misericordia. Sarà per ogni credente fonte di vera pace interiore”.

24ore_02Nel proporla nel 2014, Papa Francesco offriva a tante persone che hanno sete di spiritualità un momento di prolungato, tranquillo e sereno incontro con se stessi e con Dio, riscoprendo parallelamente il sacramento della Riconciliazione. Aveva di mira prevalentemente il coinvolgimento dei giovani, più propensi a qualche momento di silenzio, meditazione e preghiera che consenta un approfondimento del rapporto personale con il Signore, la possibilità di un tranquillo, non affrettato momento di riconciliazione con Lui celebrando il Sacramento della Confessione.

E invitava Diocesi e Parrocchie a organizzarsi per offrire un simile momento ai fedeli, giovani o adulti o anziani.

Il santuario della Consolata, invitato dal Vescovo, ha organizzato così questo momento: la Chiesa ininterrottamente aperta dalle ore 17 del venerdì 4 alle 17 del sabato 5 marzo. Sacerdoti a disposizione nei confessionali, in numero adeguato agli orari più o meno frequentati. Un servizio d’ordine, di custodia e di sicurezza da parte dei volontari e con una presenza discreta all’esterno delle forze dell’ordine. Alcuni sussidi-guida a disposizione come aiuto alla riflessione e preghiera.

Come si è svolta l’iniziativa? In clima sereno e tranquillo, con frequenza numerosa di fedeli negli orari serali del 4 marzo, meno nelle prime ore della notte (ore 24 – 2), pochi fino alle 5,30, ripresa dalle 5 in poi e via via più numerosi nella mattinata e nel pomeriggio.

Quanto sia risultato interiormente coinvolgente o ricco lo sa il Signore.

Don Michele Olivero, rettore del Santuario della Consolata

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Porta Santa a Muliquela

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L’esperienza della Misericordia nella missione di Muliquela, in Mozambico
Una caratteristica di questo Anno Santo della Misericordia è che esso si può realizzare non solo a Roma, ma anche nelle varie diocesi locali, nelle cattedrali, concattedrali ed anche nei santuari, “mete – dice il Papa nella sua Bolla di Indizione del Giubileo – di tanti pellegrini, che in questi luoghi sacri spesso sono toccati nel cuore dalla grazia e trovano la via della conversione”. Nel seguente articolo suor Dalmazia Colombo ci descrive l’apertura della Porta Santa in un santuario del Mozambico.

Quando, alla fine di gennaio di quest’anno, ci venne comunicato che il 21 febbraio il nostro vescovo mons. Francisco Lerma sarebbe venuto nella nostra parrocchia-santuario della Madonna di Fatima di Muliquela, abbiamo sentito in cuore gioia e sgomento: gioia per l’onore e la grazia di avere la Porta Santa della Misericordia in questa missione dove ci troviamo da poco; sgomento perché il santuario, splendido nella sua struttura, porta i segni di quarant’anni di “vandalizzazione”, dovuti alla persecuzione religiosa, alla guerra e, infine, all’abbandono. Mons. Lerma, Missionario della Consolata, ci disse che nel 2010, quando divenne il pastore della diocesi, Muliquela era stata cancellata dall’elenco delle parrocchie!!!

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mons. Lerma con la gente

La stessa chiesa, pur essendo maestosa, era inaccessibile, sommersa dalle erbacce, circondata da costruzioni in rovina. Solo la passione missionaria e la collaborazione dei cristiani e di altre persone coraggiose, riuscirono a liberare il terreno, restaurare qualche caseggiato, ridare, insomma, vita e speranza alla parrocchia-santuario, realizzando nel 2012 un grande pellegrinaggio diocesano.

Le Missionarie della Consolata, nel 2014, accolsero la sfida di far rinascere la “Bella Signora di Fatima”, superando non poche difficoltà, compresa l’alluvione del gennaio 2015 che le isolò dal “mondo” per la caduta dei ponti sui fiumi dell’unica arteria stradale di cui la zona disponeva. Senza perdersi d’animo, le suore fecero sì che la vita riprendesse, riattivando la pastorale missionaria che abbraccia: visite alle famiglie e alle comunità del villaggio, animazione e formazione dei leader di comunità e catechisti, sostegno ai movimenti ecclesiali, promozione della donna, doposcuola, animazione di ragazzi e giovani, sostegno ai malnutriti. La comunità cristiana corrispose bene alle iniziative, collaborando anche nella gestione del territorio della missione, liberandolo dalle erbacce, tassandosi per rifare i banchi della chiesa, per sostenere le spese ordinarie del culto, sperando di arrivare piano piano a restaurare porte e finestre – tante – e, chissà, a tinteggiare la grande chiesa, che non è una cattedrale nel deserto, ma una chiesa viva. Un sogno! Per questo la notizia della Porta Santa della Misericordia ci ha fatto, nello stesso tempo, esultare e impensierire. Neppure disponendo di aiuti finanziari sarebbe stato possibile restaurare una delle grandi porte della facciata principale.

Ci volle il genio di suor Janete Vieira de Paiva per scoprire che le misure delle porte della sacrestia erano uguali a quelle della porta principale della chiesa, e una di queste era “restaurabile”. Fu la salvezza. Senza frapporre indugio, si scardinò quella che ebbe l’onere, grazie al lavoro professionale del falegname del villaggio, di aprirsi ad accogliere i fedeli desiderosi di Misericordia. Non fu facile fare di due una sola porta e rendere presentabili le altre della facciata. Ci fu un gran correre per andare al mercato di Ile (12 km) a comperare chiodi, colla, stucco, vernice… mancava sempre qualcosa, mentre il tempo stringeva. Ad un artista di Gurue fu commissionata la pittura su parete del logo e con della calce si pensò di imbiancare l’angolo della Porta Santa, coprendo le spese con il contributo straordinario delle comunità, anche se questo arrivava a singhiozzo.

Mentre gli operai lavoravano, si mise in moto la “macchina” dei cantori, degli accoliti, quella delle danzatrici, degli incaricati dell’altare e della pulizia della chiesa, perché la Misericordia del Padre potesse diffondersi largamente su coloro che l’avessero desiderata.

L’annuncio dell’apertura della Porta Santa fu dato con il “passaparola” dai catechisti di zona per raggiungere le sessanta comunità cristiane, alcune delle quali non si possono raggiungere né con mezzi motorizzati né con il cellulare.

Santuario_Madonn_ fatimaE arrivò il giorno 21 febbraio. L’arrivo del vescovo mons. Lerma era previsto per le 8.00. Di buon mattino mi avvio verso il santuario per poter fotografare la Porta Santa, prima che fosse aperta. Mentre scatto qualche foto, si sente in lontananza l’arrivo dell’automobile del vescovo e di fretta gli si va incontro. Come descrivere a parole quanto accadde da quel momento? Difficile, inaspettato, ma molto indicativo di quanto bisogno di Misericordia ci sia nel cuore degli uomini. Come si spiega altrimenti quanto accadde? Ossia l’afflusso di migliaia di persone, alcune arrivate il giorno prima a piedi, in bicicletta o anche in moto, passando la notte all’addiaccio.

E cosa dire nel vedere la folla passare ordinata, devota per la Porta Santa, e inginocchiarsi sul pavimento liberato dai banchi, rimanendo quasi sempre così durante la celebrazione che durò almeno due ore? L’accoglienza della benedizione del Vescovo che asperse tutti i fedeli inginocchiati passando lentamente attraverso il “tappeto umano” dei fedeli? Commovente il momento in cui il Vescovo, spiegando nell’omelia che, alla Misericordia di Dio, dovevamo rispondere con le quattordici Opere di Misericordia, chiese all’assemblea se le conoscesse. Immediatamente, dalla navata a destra, femminile, partì il coro “Dar da mangiare agli affamati…”. Sorpreso, e un po’ provocatorio, mons. Lerma si rivolse agli uomini della navata sinistra perché proclamassero quelle spirituali. Ed ecco un coro possente declamare: “Consigliare i dubbiosi, insegnare…”. All’uscita, non ci fu il tradizionale vocio o peggio schiamazzo di quando si scioglie un’assemblea. Sembrava che ognuno volesse continuare a vivere l’abbraccio del Padre Misericordioso. “Muluku Okhala”, “Dio esiste”, mormorò una signora. Sì, Dio esiste, Cristo è vivo, e ancora una volta lo abbiamo sperimentato!

Suor Dalmazia Colombo, MC

Questo articolo è stato pubblicato su “Andare alle Genti

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In Oceania!

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bevendo mate e condividendo la vita

Una missione che dilata il cuore fino agli estremi confini della Terra

I progetti, i sogni fanno parte della vita di ciascuno, e anche della nostra famiglia missionaria. Ed ecco che ci ritroviamo a sognare nuovi orizzonti di missione, là dove il Signore ci chiamerà… Non importa se siamo meno sorelle, è questione di fedeltà alla chiamata che il Signore ci ha fatto mediante il nostro carisma ad gentes… Asia: l’odierno campo della prima evangelizzazione. Oceania: un continente lontano in molti sensi, e nel quale non siamo ancora arrivate… o forse si?

Mi ritrovo con le nostre sorelle “Sacramentine” per una merenda e qualche chiacchiera: durante l’Assemblea della regione Argentina Bolivia, la presenza delle nostre sorelle anziane è stata così preziosa, che mi è venuta voglia di far loro un’intervista di gruppo. Cosa significa essere “missionaria sacramentina”? Stanno portando avanti una nuova missione da qualche anno, e parlano di “apostolato mistico”. Cosa significa? Lasciamo a loro la parola!

“Siamo arrivate a questa casa che accoglie le sorelle anziane, dopo tutta una vita di missione e apostolato” inizia suor Orlanda, missionaria in Formosa e Chaco per molti anni “avremmo potuto sentire che era la morte, o l’attesa della morte…”

“In un momento in cui, per l’età, i limiti, ci hanno indicato una nuova direzione nella nostra missione, l’orizzonte si è aperto: abbiamo sentito fuoco nei nostri cuori e con una nuova speranza e con passione apostolica, con amore e generosità ci siamo disposte a una nuova missione: l’apostolato mistico”


Ma in cosa consiste questo apostolato mistico?

DSC01375“Il nostro Fondatore ci ha sempre volute “sacramentine”, che significa essere missionarie che trovano la propria energia davanti al Tabernacolo, nella relazione viva con Gesù Sacramentato. Questo vale per ogni Missionaria della Consolata. Però l’apostolato mistico è un’altra cosa, è la nostra nuova missione: come Santa Teresa di Lisieux, che non è mai uscita dal suo convento, ma è patrona delle Missioni”

“Se in tanti anni di missione che il Signore ci ha regalato, Lui fu colui che ci ha sostenute, ci ha dato tanta vita per donarlo agli altri, in Lui “Guardiamo al passato con riconoscenza” e iniziamo una nuova storia nelle mani dell’amore del Padre”.

Una nuova storia e una nuova missione che già le ha portate in Oceania!

“L’Istituto” ci condivide suor Maria dos Anjos “ sta facendo una riflessione profonda per aprire una nuova missione in Asia. Forse un giorno la nostra famiglia arriverà anche in Oceania, però noi Sacramentine siamo già lì! Infatti, con la nostra preghiera visitiamo i cinque Continenti e ogni giorno andiamo anche in Oceania. E’ un apostolato più ampio il nostro…”

Concretamente, come si svolge il giorno di una suora Sacramentina?

“Di mattina” ci racconta suor Francisca “ho il compito di leggere il giornale e prendere nota delle notizie dal mondo, delle situazioni che hanno bisogno della presenza di Dio e della sua consolazione. Le condivido con le altre sorelle e davanti a Gesù, in adorazione, le presentiamo al Signore”.

“Ognuna di noi ha quotidianamente un’ora di adorazione. Il lunedì tutta la comunità si unisce al pomeriggio nella preghiera”.

“Concretamente, viviamo la giornata con disponibilità, preghiera, offerta, tutto fatto con amore verso Cristo, affinché Egli giunga a tutta l’umanità, senza frontiere. E così, diamo il nostro sostegno e la nostra forza all’Istituto e alle nostre comunità che vivono l’apostolato diretto, annunciando e donando la consolazione lì dove Dio le vuole”.

“Un sacerdote una volta ci ha detto: il rischio che tutti possiamo correre, è quello dell’indifferenza e del dimenticare gli altri, con la scusa che non possiamo risolvere i problemi del mondo. La priorità del Cristiano e del Religioso, tanto più del Missionario, è un fuoco che dovrebbe ardere dentro di noi e che si manifesta a favore dei più bisognosi”

 

Qual è la gioia più profonda che ti dà l’essere Missionaria Sacramentina?

eucaristia_2“Quando sono andata in pensione, dopo tutta una vita dedicata all’insegnamento” condivide suor Francisca “ho sentito un vuoto molto grande, senza il contatto quotidiano con i ragazzi e le persone. Però ho appreso a pregare per le cose della gente, e questo mi ha dato una gioia grande. E’ un apostolato importante, grazie alla forza che ha la preghiera”.

“Lo stare più unita a Gesù” ci dice suor Antoniana “è fonte di grande gioia”

E suor Floranna aggiunge: “Dopo una vita di servizio e missione, l’apostolato mistico mi ha dato molta gioia, ha dato senso alla mia vita, mi fa sentire utile”.

E noi sorelle sappiamo quanto è importante la preghiera delle nostre Sacramentine, che sostengono la nostra missione!

Suor Maria dos Anjos ci condivide: “La più profonda gioia è vivere il momento presente, il momento che mi tocca vivere, con serenità, attenta alle necessità del mondo. L’incontro con il Signore è la forza della mia vita: mi ha dato gioia, entusiasmo, voglia di fare. Sempre nel mio apostolato ho accompagnato i malati, e ora continuo ad accompagnarli davanti al Tabernacolo”.

Quasi scherzando, le Sacramentine ricordano uno slogan del nostro Istituto: “Andare dove nessuno vuole andare” e lo applicano alla loro missione: certamente nessuna vorrebbe essere Sacramentina, se lo si considera come un essere anziana o malata, senza la possibilità di andare in missione. Ma loro sentono tutto questo come una nuova missione: andare dove nessuno vuole andare, però dove loro hanno trovato la loro felicità. Arrivando fino in Oceania!

a cura di Suor Stefania Raspo, MC

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I nostri Santi nella formazione dei giovani tanzaniani

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I nostri Santi entrano nella vita dei giovani, e la trasformano.  

La nostra missione di Ilamba sorge in una regione povera del Tanzania, dove centinaia di giovani, terminate le Scuole elementari  non trovano sbocco alle scuola secondaria, data la poverta’ di mezzi. Anche l’evangelizzazione di questa zona e’ ancora debole: molti cristiani battezzati ricorrono ancora alle pratiche di stregoneria per ottenere guarigioni del corpo,  soluzioni a problemi familiari e  aiuto finanziario. La vita sacramentale  e’ debolissima  anche a causa della grande scarsita’  di sacerdoti nella zona.

Noi, Missionarie della Consolata, da circa 16 anni abbiamo aperto questa missione per dare una risposta a queste due esigenze. Gestiamo un  Centro-Scuola  dove accogliamo circa 250 giovani dai 15 ai 20 anni. Il nostro scopo e’ duplice: dare loro una formazione umano-cristiana e l’Istruzione secondaria – professionale.

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giovani con il Beato Giuseppe Allamano

La maggioranza di loro vive nel Centro. Il processo formativo si avvale di brevi momenti di preghiera giornaliera al mattino e alla sera, durante I quali si legge la Parola di Dio. Ci si sofferma sul messaggio principale che conduce ad un proposito per la giornata, e alla sera, ad un momento di esame sulla giornata scorsa. Quotidianamente  recitano l’invocazione alla SS. Consolata e la preghiera per ottenere l’intercessione di padre Fondatore. Vi sono inoltre 2 ore settimanali di formazione alla conoscenza di se’, e circa le sfide dell’eta’ giovanile, insegnamenti del nostro beato Fondatore, della Beata Sr. Irene,  detti di altri santi,  ecc. Questa formazione  viene offerta loro da noi missionarie, con la collaborazione di insegnanti laici impegnati nella vita cristiana, di cui alcuni sono Laici missionari della Consolata Tanzaniani.

Voglio condividere la mia esperienza circa l’influenza che la conoscenza e l’intercessione dei nostri Santi hanno sulla formazione dei nostri giovani.

Durante l’anno le occasioni per momenti di particolari celebrazioni sono molte e le cogliamo con molto impegno per presentare ai giovani  figure signifcative della storia della Chiesa missionaria e soprattutto dei “nostri Santi” .

In Africa le celebrazioni di novene e feste sono sempre all’insegna del canto, della danza, della poesia e delle rappresentazioni. Il nostro popolo infatti ha un dono speciale per tradurre quello che impara, in manifestazioni di gioia e di sapienza. Dopo anni di esperienza di vita con loro non mi stanco mai di meravigliarmi sul come sappiano afferrare  i vari aspetti della vita e santita’ di un santo o di una particolare persona e descriverla attraverso rappresentazioni molto belle e significative.

Una di quelle che mi colpisce maggiormente e‘ la celebrazione delle feste del nostro beato Giuseppe Allamano.

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con la Beata Irene Stefani

Ogni anno preparano una rappresentazione molto bella: padre Fondatore, che loro chiamano: Baba Allamano, e’ rappresentato da un ragazzino calmo, sereno, dall’aspetto pensieroso, scelto da loro quasi avessero conosciuto l’ Allamano.

Padre Fondatore si incontra con I suoi primi missionari : Padri, Fratelli coadiutori e Suore, vestiti ciascuno con la divisa missionaria.

Padre  parla loro della gioia di poterli inviare in Africa ad evangelizzare, consolare, fare felice la gente,  a costruire, a curare gli ammalati, ad assistere le donne e mamme. Raccomanda loro di pregare, di essere buoni e pazienti.

Poi gli  attori  gli si avvicinano ad uno ad uno, a Padre Fondatore, si inginocchiano  ed egli consegna loro il crocifisso e li benedice.

Nella rappresentazione di quest’anno, ad ogni bozzetto hanno cantato canti diversi, tutti incentrati sulla personalita’ e la spiritualita’ dell’Allamano e tutti composti da loro nelle parole e nella musica, aiutati da un insegnante, anch’egli un ex-giovane del Centro.

Dopo la scena del mandato del Fondatore ai suoi missionari, segue la scena dell’inizio dell’ apostolato in Africa.

In un angolo del palco ci sono 2 suore che accolgono le mamme con i bimbi ammalati, in un altro i Fratelli Coadiutori che insegnano un mestiere agli africani, in un altro un Padre  che confessa…..

Le parti che i giovani svolgono sono state scritte da loro e rivelano come la personalita’ dell’Allamano, presentata loro durante la formazione,  li abbia colpiti e cosi’ la bellezza del suo carisma.

tz_04Nella nostra missione gestiamo anche una Scuola materna e anche i piccoli recitano queste parti durante le feste. Nel 2015 abbiamo avuto le celebrazioni della beatificazione dei Sr. Irene Stefani. Guidati dalle loro insegnanti, fecero  rappresentazioni molto belle: una piccola di 4 anni,  vestita da sr. Irene va a visitare gli ammalati con la sua borsetta del pronto soccorso. Ad ogni incontro, dopo aver dato la medicina, in risposta al grazie dell’ammalato, dice: Tutto per Gesu’.

Oltre ai momenti celebrativi c’e’ l’approccio singolo con i giovani quando emergono problemi famigliari, personali e di salute, e  la tentazione e’ ancora quella di cercare vie non cristiane per trovare soluzioni. Parecchie volte ci mettiamo insieme a pregare  per ottenere l’aiuto della SS. Consolata, del Beato Allamano, e della Beata Sr. Irene.  Ho notato molte volte che la serenita’ ritorna. Alcuni giovani vengono a chiedere l’immaginetta e la medaglietta del Fondatore e della Consolata e poi le intronano sul letto nel dormitorio comune.

Sono piccole esperienze ma cosi’ vive che ci danno speranza: questi nostri santi che hanno tanto amato gli africani,  avranno senz’altro una bella influenza sulla vita cristiana dei nostri giovani.

Sr Zita Amanzia Danzero, mc

 

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Vietato tirare la spina

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“Bene, dove mi porti? Dove andiamo?”

Sono qui seduto, lato passeggero e aspetto di partire con Te alla guida.

“Nono, che fai? Non è così che si mette la prima. Attenzione così non andiamo da nessuna parte. Dai spostati che guido io…”

Ah, quanto è difficile affidarsi. Il più delle volte non ci si riesce neanche. O almeno questo vale per me. Non solo mi viene difficile con Te, che, tutto sommato, ci può anche stare, ma anche con gli altri. Quanto trovo difficile parlare, rapportarmi e aprirmi con gli altri. Potrei davvero solo.

martino_06Una volta, quasi, la sofferenze e la tristezza hanno preso il sopravvento.

Ma poi: “Pronto, oh sei tu papà. Qui tutto bene voi, invece, che si dice lì? – Va bene, passami mamma”

Ed ancora, arriva quel messaggio che illumina lo schermo, può essere soltanto lei, ho impostato le notifiche a comparsa apposta. Magari è un messaggio vocale, che tanto odio, ma che non posso non apprezzare visto che mi fa sentire la sua voce anche se a chilometri di distanza.

“Guarda un po’ te chi mi ha scritto oggi. Mi fa proprio piacere sentirlo/a”

Detto ciò, come faccio a sentirmi solo, anche solo a pensare una cosa del genere. Probabilmente, della vita non ho capito un granché. Se io fossi davvero solo cosa dovrebbero pensare quelli che hanno perso tutto, che non hanno più nessuno che gli ami?

IO NON SONO SOLO

Quindi, sai che ti dico?  Prego, riprendi i comandi, ho sbagliato, sono stato un presuntuoso a pensare di poter fare tutto da solo.

Ora non ti chiederò neanche dove andiamo, non è importante, cioè non tanto. Portami dove mi devi portare, che sia l’Africa, l’Asia o anche nel primo locale. Portami dove non posso arrivare da solo. Fammi vedere che cosa vuol dire partire davvero.

Forse ho capito dove mi vuoi portare. No dai, “Viale mani dal Naso” è troppo scontato. Mi vuoi portare fuori città. Vedo una scritta “Via della Misericordia”, un’altra ancora “Via del Perdono” e poi “Via dell’Amore”, ma anche “Piazza della Sofferenza” e “Viale della Preghiera”.  Ecco il sentiero della vita, tortuoso e difficile, certo, ma che, attraverso tutte le strade appena percorse e con Te al mio fianco diventa improvvisamente più facile.

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Martino, autore dell’articolo

Tutto è più facile quando non si è soli. Se dovessi perdere ancora la via, se volessi riprende in mano il volante, ci sarà qualcuno che Tu manderai a riportare tutto in ordine, che sia con un messaggio, una chiamata, un sorriso o un bacio.

Un’ultima curiosità se posso, ma non potevamo prendere un’autostrada? Lì è tutto più facile, non si sono curve, pochi pericoli. Ah già, sempre queste maledette canzoni (Highway to Hell – AC/DC). La via più facile non è sempre la migliore è una cosa avrei già dovuto imparare.

E allora forza, andiamo per questo sentiero e vediamo un po’ cosa ci riserva la vita.

                                                                                                          Martino Tagliente, GEM Martina Franca

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La storia di Gunche

L’incontro con il Dio sconosciuto, eppure presente da sempre nella vita di una donna mongola. 

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Gunche nacque nella campagna del nord della Mongolia, durante il regime comunista. Quando era piccola, suo padre era solito dirle: “Quando sarai grande, dovrai rispettare Dio, perché c’è un Dio che è il Signore del cielo e della terra, e tu devi rispettarlo. In Lui solo devi credere”. Comunque, il papà di Gunche non le spiegò mai dove si trovava questo Dio, o qual era il suo nome, probabilmente nemmeno lui lo sapeva.

 

mongolia_03Dio ti proteggerà sempre

La ragazza crebbe senza conoscere altro su Dio, solo sapeva che c’era. Gunche oggi ricorda che, anche se in quel tempo la religione era proibita, ogni tanto la gente parlava di Dio: egli esisteva, ed era buono, molto buono, ma non c’era ancora in Mongolia. Un giorno, un uomo anziano, amico di famiglia, molto stimato per la sua saggezza, le disse: “Non preoccuparti: Dio ti proteggerà sempre. Un giorno troverai una persona che ti condurrà sulla strada giusta.

Ancora giovane, nel 1970, Gunche fu scelta per partecipare ad un corso di sei mesi sulla confezione di vestiti di lana, in Bulgaria. Un giorno, visitando la città dove studiava, entrò in un grande edificio e capì che si tratta di un luogo di lode: non sapeva che si trattava di una Chiesa, ma intese che era un luogo santo.

L’incontro con Dio e con sua madre

Entrando, vide una bellissima imagine di una madre con un bambino: era così toccante che pensò: questo deve essere il Dio buono di cui parla la mia gente, e Lei deve essere sua madre. Vicino alla Chiesa c’era un negozio: entrò e comprò una copia di quella immagine. Ritornando in Mongolia, soleva portare con sé l’immaginetta ovunque andava, e alle volte pregava pure al suo Dio sconosciuto.

Gunche si ammalò, a causa del lavoro che faceva, e non riuscì a guarire più. Allora si ricordò del vecchio uomo saggio , che un giorno le disse che Dio l’avrebbe protetta, e così pregò: guarì senza andare dal dottore e senza prendere medicine, sperimentando così che Dio era buono verso di lei, che egli era con lei. Ma ancora Gunche non conosceva Dio…

Qualche anno dopo, al lavoro, qualcuno le rubò l’immaginetta dalla borsa. La cosa la intristì tanto: pianse per giorni e giorni, la cercò ovunque, senza trovarla. Sentiva che aveva perso qualcosa di molto importante. Cercò in ogni dove, senza risultato, ma comunque non lasciò la ricerca: pensava che un giorno l’avrebbe ritrovata nuovamente.

Il ritorno della giovane donna

Nel 1996, quando la Mongolia era divenuta una nazione democratica, Gunche si ammalò di nuovo. Consumata dalla malattia, costretta a letto, sognò di stare sdraiata ai piedi di un albero quando una donna vestita di bianco le si avvicinò: Gunche si chiedeva come avesse fatto ad entrare nella sua camera, che era chiusa a chiave. Poi vide del fuoco che entrava dalla finestra. Il giorno dopo si svegliò, sentendosi molto bene e chiedendosi chi era quella giovane donna che aveva sognato.

Un paio di mesi dopo, alla TV stavano trasmettendo un programma che raccontava la storia di Gesù, e fu allora che Gunche capì che la ragazza che le era apparsa era Maria, e che lei l’aveva guarita. Perciò capì che l’unica cosa importante da cercare era Gesù, insieme a Maria, poiché sentiva che erano sempre insieme.

Il desiderio di conoscere Gesù

Il tempo passò, Gunche tornò a vivere nella capitale Ulaan Baatar con la sua famiglia. Doveva fare diversi lavori per mantenere gli studi di sua figlia. In segreto, continuava a coltivare il desiderio di conoscere Gesù. Nello stesso tempo sua figlia, senza che lei lo sapesse, era diventata cristiana: non glielo aveva mai detto per paura che la madre glielo proibisse.

Mongolia_02Dopo quattro anni, la figlia terminò gli studi e trovò lavoro, e così Gunche decise che era il suo momento di cercare una chiesa e conoscere Gesù. La figlia le chiese di andare nella stessa sua chiesa, e lei accettò: era la Parrocchia cattolica Santa Maria.

Arrivando nella chiesa, Gunche trovò la statua della Madonna: la stessa imagine che aveva comprato tanti anni prima, e siccome Maria vestiva una tunica, pensò che era la giovane donna del sogno durante la sua malattia. Che sorpresa! L’aveva ritrovata!

Dopo due anni di catecumenato, Gunche ricevette il Battesimo, ed ora è molto felice della sua scelta. Sa che Dio l’ha guidata in ogni momento, sa che Dio l’ha cercata in ogni istante. Come cristiana impegnata, fa servizio nell’apostolato di San Vincenzo,  “Dio ci purifica con il suo amore e per questo le nostre vite cambiano” dice con sicurezza: ha fatto esperienza della forza che il Signore dà per poter amare tutte le persone.

“Dio ci ama e ci accoglie come siamo, così noi dobbiamo dare agli altri l’amore che noi stessi abbiamo ricevuto. Questa è la cosa giusta da fare: amare gli altri con l’amore di Cristo”.

Suor Sandra Garay

Il sito della missione cattolica di Arvaikheer: clicca qui

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Tessendo la vita

La vita della donna Wichi in Comandancia  Frías, nel Chaco (Argentina), con le sue lotte quotidiane e la presenza di Dio Consolatore.

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“Animali adatti per il clima dell’Impenetrabile, il clima più duro del paese…” dice la pubblicità della radio locale, promossa da una azienda agricola che alleva tori riproduttori. Annuiamo con la testa: stiamo viaggiando nel fuoristrada, per ore e ore sul cammino sterrato, fuori il sole scalda spietatamente e mette a dura prova le ruote che saltano sul terreno rovente: sì, siamo d’accordo, l’Impenetrabile ha il clima più duro dell’Argentina, e grazie a Dio all’interno del veicolo abbiamo l’aria condizionata!

argentina2La vita delle donne WIchi
Anche i visi delle persone testimoniano la severità della vita da queste parti: sono solcati da rughe profonde, che vengono presto: ci sono donne di 40 anni che sembrano averne 60, e in realtà non ci sono molti anziani a Comandancia Frías, segno che la maggior parte della gente non arriva alla terza età.

Tutto inizia presto e finisce presto: nell’orto i semi germogliano in fretta, ma poche piante sopravvivono ai raggi del sole e all’aria calda del Vento Nord. E’ così anche per la vita delle persone: le donne – soprattutto le donne Wichi – hanno il primo figlio ai 14-16 anni, e i nipoti a 30-35. Le vedi camminare per il paesino con vestiti sgargianti, in nessun momento si muovono da sole: con una figlia, o un nipote, o una sorella, sempre silenziose, anche quando le salutiamo per la strada, ricevendo in cambio un loro sorriso.

Alle volte bussano alla nostra porta per vendere gli oggetti del loro artigianato: borse, astucci, soprammobili tessuti pazientemente con il filo che si ricava dal chaguar, una pianta grassa come l’agave, che loro stesse raccolgono, battono per ricavare le fibre e poi filano. Il lavoro artigianale delle donne Wichi dice molto della loro vita: sono necessari tempi lunghi (per confezionare una borsa di media grandezza lavorano 3-4 settimane), un lavoro fatto con pazienza e nel silenzio, la cui vendita permette loro di ricevere qualche spicciolo, che subito usano per comprare alimenti per la famiglia. Allo stesso modo, le donne Wichi vivono la loro vita nel silenzio e con la pazienza tipica delle madri, tessendo la vita della famiglia, lavorando sempre per il bene dei propri figli.

La storia di Elva
Era un sabato mattina, quando Elva bussò alla porta, e non veniva per vendere artigianato. La notte precedente c’era stato un ballo in paese, vicino a casa sua, e come spesso accade erano sorti conflitti tra i giovani Wichi e i Criollos (termine che in Comandancia Frías si usa comunemente per indicare i non aborigeni, anche se di per sé si dà questo nome ai discendenti dei figli di un bianco con un’aborigena). Ma la cosa era andata molto più in là delle solite risse tra ubriachi: qualcuno aveva sparato e due bossoli di cartuccia si erano conficcati nella parete esterna di casa sua. Elva era molto agitata, non voleva che anche questa volta tutto rimanesse nella impunità.
Due giorni dopo la accompagnammo al Giudice di Pace (unica autorità giudiziaria presente nel paese) insieme ad un poliziotto. Elva raccontava l’accaduto, il poliziotto dava la sua versione dei fatti, cercando di dissuaderla a fare una denuncia, mentre il giudice rimaneva impassibile.
Noi due sorelle cerchiamo di mediare: da un lato Elva vuole che si faccia giustizia per quegli spari che potevano uccidere lei o i suoi, dall’altra il poliziotto che inizia a parlare della cattiva condotta dei nipoti della donna. Ma non c’è verso di distinguere le due cose, che entrambe sono vere.

argentina3Il Dio Consolatore
Di solito le donne Wichi parlano poco, non si alterano e non dimostrano pubblicamente i propri sentimenti. In questa occasione, Elva al contrario non taceva, però di fronte al muro del non ascolto, iniziò a dimostrare dapprima rabbia, poi rassegnazione, quindi scoppiò in un pianto dirotto. Dio mio, quel pianto! Un grido che veniva dal profondo del suo essere, e ci straziava il cuore. Non era semplicemente quella situazione a farla piangere, questo era evidente: era il pianto di una vita ripetutamente violentata nella sua dignità, era il pianto di un popolo da secoli calpestato e disprezzato. Al culmine della disperazione, Elva iniziò a pregare nella sua lingua: invocava la presenza del Padre, di Gesù Cristo, dello Spirito Santo (le uniche parole che riuscivamo a capire), in una supplica che coinvolgeva ogni fibra del suo corpo e del suo essere. E se la preghiera era iniziata nella tensione totale, a poco a poco percepimmo la venuta di Dio, del Dio consolatore, che gradualmente calmava la donna, fino a darle una pace profonda, nonostante la tristezza. Dio si era fatto presente, si era fatto “Dio-con-noi”, “Dio-con-Elva”.

Per la cronaca, Elva fu dissuasa dalla famiglia a non insistere ulteriormente, e l’accaduto rimase così, senza soluzione e presto dimenticato, un po’ come il vento Nord che viene improvviso, alza la terra e schiaffeggia il viso, e poi se ne va, come se nulla fosse accaduto…

Suor Stefania Raspo

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