L’ importanza della Pastorale Afro nella Chiesa Cattolica

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La Chiesa al fianco degli umili

Nella Chiesa Cattolica si parla di pastorale nel senso di un’azione evangelizzatrice della Chiesa. Questa azione evangelizzatrice che chiamiamo pastorale inizia a prendere il volto proprio a seconda del bisogno di ogni gregge, per questo prende il nome a seconda delle caratteristiche di ciascun gruppo.

La Chiesa Cattolica ha scelto la pastorale afro come risposta alla necessità di accompagnare le comunità afro nel loro cammino di fede. In questo senso, se da una parte la Chiesa è stata presente in mezzo a uomini e donne negri fin dal loro arrivo come schiavi in America, dall’altra parte non sempre ha appoggiato le Comunità Tradizionali Negre nel loro progetto di libertà, dignità, terra, autonomia e partecipazione.

Nella Chiesa non solo sono sorti gesti di solidarietà umana, ma anche sono nati autentici difensori degli schiavi e indefessi lottatori contro il sistema, come nel caso dei Gesuiti.  Nel secolo XIX il Papa Gregorio con la Bolla “In supremis” (1839), in consonanza con alcuni dei suoi illustri predecessori, condanna ogni forma di schiavitù.  Nel secolo XX continua la lotta dei cristiani e della gerarchia contro ogni forma di schiavitù, una piaga della quale anconìra non si è liberata completamente l’umanità.

La pastorale afro si inserisce in questa corrente di lotta per la vita, è erede di quei laici, religiosi, religiose, sacerdoti, vescovi e papa che – fedeli al Vangelo, sono stati solidali con gli ultimi, i più abbandonati e indifesi.

colombia_afro_05La Chiesa oggi mette in pratica le parole di Cristo: “Avevo fame e mi avete dato da mangiare, ero carcerato e mi avete visitato. In verità vi dico che le volte che avete fatto queste cose a uno dei miei fratelli più piccoli, lo avete fatto a me”  (Matteo 25,31-46).

Il Vaticano II (1964) ha aperto porte e finestre della Chiesa e tra le cose che afferma ci sono i diritti umani, ha valorizzato le culture e religiosità e le religioni dei popoli. Inoltre, ha appoggiato l’inculturazione del Vangelo e fomentato la creatività nell’azione evangelizzatrice dei cristiani.

In tutto questo processo, l’elemento culturale gioca un ruolo molto importante, per promuovere la pastorale afro, è fondamentale conoscere la sua cultura, in stretto legame con la fede che professa.

Sappiamo che la cultura abbraccia tutta l’attività dell’umanità, la sua storia, la sua intelligenza, affettività, la ricerca di significato, la relazione con la natura, i suoi usi e costumi, la visione sulla vita e la morte, le risorse etiche e soprattutto la ricerca dell’essere supremo: il cuore di ogni cultura è costituito dal suo avvicinarsi al più grande dei misteri: il mistero di Dio.

Avvicinarsi alla cultura del popolo è una porta sicura per captare la sua spiritualità, la pastorale afro ci chiede quindi non solo di trattare temi che interessano gli afro, piuttosto di andare un po’ più in là e vivere afro.

Lodare Dio al suono di tamburi, guasas, maracas e marimba. In altre parole, lasciare che Dio ci parli con la sua voce incarnata in ciascuna di queste esperienze che, in molti casi, hanno molto da dirci.

colombia_afro_07Per questo il Documento di Aparecida propone che nella sua missione evangelizzatrice la Chiesa promuova l’inculturazione o “il dialogo tra cultura negra e fede cristiana e le sue lotte sociali”, ascoltando il suo grido  “ad essere considerato nella cattolicità con la propria cosmovisione, valori e identità particolari” (A 91) insieme alla liberazione integrale.

La Pastorale afro allora è un campo che vuole integrare, portare alla luce la ricchezza di una cultura al servizio del Vangelo. E’ una pastorale che si applica alle situazioni concrete. Ha la sfida di scoprire che non si possono separare cultura e fede, nemmeno si può separare la cultura dalla gente.  Lavorare a partire dalla cultura afro significa lasciarsi attraversare dalla sua realtà, operare a partire dalla sua coscienza afro e farsi partecipi nella sua ricerca di Dio attraverso il rispetto dei suoi diritti, la giustizia e equità tra tutti come figli e figlie di Dio.

In principio era la Parola, e la Parola era presso di Dio, e la Parola era Dio. Essa stava nel principio con Dio. Tutto è stato fatto per mezzo di Lei e nulla è stato fatto senza di lei di quanto esiste. In Lei era la vita, e la vita era la luce degli uomini. La luce brillò nelle tenebre, e le tenebre non l’hanno compresa” (Giovanni 1, 1-5).”

Diana Lucía Benítez Ávila

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AVVENTO: tempo di speranza

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L’angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: “Alzati, prendi il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò, perché Erode sta cercando il bambino per ucciderlo”(Mt 2,13-15)

Ancora una volta entriamo nell’Avvento, l’inizio di un nuovo anno liturgico. L’Avvento è la porta attraverso la quale ci introduciamo a celebrare i misteri cristiani, che ci donano la speranza, la rafforzano in noi, ci sostengono nel nostro modo di vivere e ci offrono il fondamento per trascorrere ogni giorno nella gioia e nella pace.

Nell’Avvento accogliamo l’invito a ravvivare anche la nostra fede, nella riscoperta festosa di un dono che ci è dato. Grazie ad esso noi crediamo che Dio ha mandato il Figlio suo per la nostra salvezza. È per questo che siamo invitati ad intensificare la nostra attesa orante in un tempo così prezioso come quello che precede il Natale.

Nell’attuale complesso panorama mondiale, in cui non è facile cogliere segnali incoraggianti, dove potremmo scoprire o che nome potremmo dare alla speranza?

Come guardare con gli occhi di Dio il fenomeno attuale degli spostamenti di intere masse umane?

Oggi, migliaia di persone lasciano le loro case, perché perseguitate per motivi di razza, di religione, di nazionalità, a causa di guerre assurde e feroci, portando con sé solo un briciolo di speranza di trovare qualcosa di meglio, una vita un po’più sicura e dignitosa. Come riconoscere nelle migliaia di rifugiati, che bussano alle nostre porte, degli autentici segni dei tempi?

Di fronte ai drammi e alle tragedie dei migranti e dei rifugiati, Papa Francesco invita a rispondere con misericordia ad una realtà che ci sfida e che non ci permette di correre il rischio fatale di lasciar passare sotto il nostro sguardo questo fenomeno nell’indifferenza e quindi nell’oblio.

Apriamo i nostri occhi per guardare le miserie del mondo, le ferite di tanti fratelli e sorelle privati della dignità, e sentiamoci provocati ad ascoltare il loro grido di aiuto. Le nostre mani stringano le loro mani, e tiriamoli a noi perché sentano il calore della nostra presenza, dell’amicizia e della fraternità. Che il loro grido diventi il nostro e insieme possiamo spezzare la barriera di indifferenza che spesso regna sovrana per nascondere l’ipocrisia e l’egoismo. ” (Misericordiae Vultus,15)

“Alzati, prendi il bambino e sua madre, fuggi in Egitto…”D’altra parte, tale fenomeno epocale ci riporta alla vita stessa di Gesù. Pochi giorni dopo la sua nascita i suoi genitori sono dovuti fuggire da Betlemme per salvargli la vita!

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barconi di migranti

Secondo il racconto di Matteo, i Magi era già ripartiti, quando Giuseppe, padre di Gesù, mentre dorme, in sogno riceve un messaggio perentorio. E’ un ordine quello dell’Angelo del Signore: gli comanda di prendere il bambino, sua madre Maria e di fuggire in Egitto.

E Giuseppe subito, senza nemmeno aspettare l’alba, prepara la fuga e, quella stessa notte, parte con la famiglia per l’Egitto. Certamente il poco tempo a sua disposizione non gli avrà permesso di dotarsi di molte risorse, oltre il minimo necessario, per affrontare il lungo viaggio e i primi giorni d’esilio. Il viaggio si prospettava senz’altro pericoloso, pieno di difficoltà e rischi, molto precario, ma tuttavia Giuseppe ha fede nella parola ricevuta da Dio, fa in fretta i preparativi e mette tutta la sua fiducia nel Signore.

La Sacra Famiglia in realtà nemmeno prova a modificare il piano dettato dal cielo. Eppure viene loro prospettato un viaggio a cui non avevano sicuramente mai pensato: l’Egitto? Non sarebbe meglio unirsi ai maghi e cercare rifugio nei loro paesi? L’Egitto? È una meta troppo lontana, non conoscono la strada, la lingua, le usanze di quella gente. In Egitto infatti non conoscono proprio nessuno! E non saranno troppi i rischi per il bambino in un paese così straniero? Come ci guadagneremo da vivere, chi ci aiuterà o ci potrà aprire una strada, in un paese dove non abbiamo né conoscenze, né amici?

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Aleppo, città martoriata dalla guerra

Ma essi, come molte persone ai giorni nostri, lasciano alle spalle tutto quello che hanno, il loro paese, le loro famiglie, le cose di loro appartenenza, tutto! Pur di salvare la loro famiglia.

Proprio come la Sacra Famiglia, anche oggi un mare di gente è in fuga dai conflitti in Siria, nel Mali, in Sudan, Nigeria, Somalia, Pakistan, Bangladesh…: una lista interminabile di luoghi di terrore, di dolore, di miseria; donne, bambini, uomini in fuga dalla violenza, dai genocidi, dalle bombe e dalle guerre che minacciano la loro vita.

I rifugiati vivono oggi un insieme di cose e di fatti vertiginosamente mutevoli, in una mescolanza confusa di esilio e di fuga, che ha il sapore e il colore di nuovi usi, nuovi costumi, nuove regole, nuove norme e tante difficoltà. Per molti di loro era già difficile la vita a casa, nel loro proprio paese d’origine. Immaginiamoci ora, in un posto nuovo, spaesati, senza contatti, quanto dovranno combattere per trovare le ragioni di una nuova speranza!

È per questo che anche noi all’inizio dell’Avvento siamo calorosamente invitati, anzi vogliamo fare nostra la richiesta, o meglio ancora l’esigenza, di spalancare i nostri cuori, di aprire le nostre porte agli immigranti. È ancora una volta lo stesso Papa Francesco a ricordarci che: “I migranti di oggi che soffrono il freddo, senza cibo e non possono entrare, non sentono l’accoglienza. A me piace tanto sentire quando vedo le nazioni, i governanti che aprono il cuore e aprono le porte! ” (Udienza Generale 16.03. 2016).

Che l’Avvento rappresenti il riaccendersi della speranza in tutti noi, perché possiamo scorgere con gratitudine la venuta di Dio nel nostro mondo e il manifestarsi della generosità di tanti uomini e donne. Allora nonostante le guerre e i conflitti, le ferite e le tragedie della vita faremo festa perché un Bambino a Betlemme ci è dato.

Un ragazzino seduto tra le macerie dopo un bombardamento presumibilmente da parte delle forze governative - Aleppo, 13 aprile 2015 (KARAM AL-MASRI/AFP/Getty Images)
Un ragazzino seduto tra le macerie dopo un bombardamento presumibilmente da parte delle forze governative

E vogliamo inoltre fare festa perché, nonostante le innegabili difficoltà e chiusure di una parte della popolazione, possiamo dire che ci sono molte mani che si aprono per fare proprie le necessità dei rifugiati che ogni giorno giungono nel nostro Paese. Tutti coloro che, direttamente o indirettamente, aiutano a sviluppare una autentica presa di coscienza di questo enorme fenomeno sociale, rappresentano una luce con cui si afferma che è possibile vivere in armonia, in una società che cessa di essere egoista e sa condividere ciò che ha con chi è nel bisogno.

E vogliamo fare festa anche per tutti gli sforzi di sensibilizzazione fatti dai nostri Istituti Religiosi e Missionari che hanno aperto le loro porte ai rifugiati, perché in questo Paese trovino non solo un tetto, ma il calore di un vero ambiente familiare.

La nostra missione trova allora davvero un significato profondo nell’Avvento, cammino verso la speranza, la gioia e la pace celebrate a Natale.

L’Avvento ora è vissuto in prima persona da ciascuno e da tanti dei nostri fratelli rifugiati. Ad ogni passo del loro esilio hanno conservato e continuano a mantenere nel profondo del loro cuore una fiammella di speranza: trovare il Re della pace. Essi sono in attesa di un ambiente accogliente e di una luce piena che solo il Bambino di Betlemme può dare loro. Preghiamo per loro e facciamo nostro il loro dolore, perché la loro realtà ci avvicina senz’altro al mistero del Natale.

Cerchiamo di essere come la Sacra Famiglia. Uomini in esilio, uomini che camminano, uomini che si fidano delle promesse di Dio, uomini e donne che non hanno perso la speranza in un domani migliore; uomini e donne in grado di attraversare i deserti, i mari della vita per raggiungere il germoglio della vera speranza che scaturisce dal Bambino Gesù. Perché Natale non è un ricordo, Natale è adesso. Apriamo i nostri cuori al mistero di Dio.

Costruiamo ponti che ci facciano sperimentare la gioia della venuta del nostro Salvatore, in armonia, pace e speranza, assieme ai nostri fratelli rifugiati.

Commissione GPIC- CIMI

P. Reynaldo Rodrigo Romàn Dìaz SVD

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Va’ nella terra che io ti indicherò…

 

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La gioia di poter essere missionaria in Gibuti

Sono arrivata a Djibouti nel 2012, piena di zelo missionario e desiderosa di mettere in pratica tutto ciò che avevo imparato nei sei anni di preparazione alla missione. Non avrei mai pensato che un giorno mi sarei trovata in un Paese quasi completamente musulmano; così le parole che Dio ha rivolto ad Abramo sono diventate mie: “Lascia la tua terra, la tua tribù, la famiglia di tuo padre e va’ nella terra che io ti indicherò” (Gn 12,1).

Ricordo che, all’arrivo, scendendo dall’aereo, ho sentito un calore intollerabile, un sole cocente mi colpiva in faccia e mi sembrava di essere proprio in un forno! Questo non era certo simile ad una carezza! Ho respirato quell’aria calda, come una bambina al primo contatto con il mondo esterno, appena uscita dal grembo della sua mamma. Mi sono subito chiesta se ce l’avrei fatta con quel caldo! Però sapevo che quando Dio chiama non dimentica di dare anche una grazia speciale per superare le sfide.

Così da quel momento mi ha donato un cestino colmo di grazie che non si è mai esaurito. L’esperienza missionaria vissuta a Djibouti mi fa affermare con certezza che anche i cactus producono fiori nel deserto. Dico questo perché, all’inizio, ho trovato molte cose diverse rispetto al mio Paese di origine, il Kenya.

Lavoro come infermiera nell’ospedale di Ali Sabieh e per me questa è una grande opportunità che il Signore mi ha donato. Ogni giorno è unico ed è l’occasione per rinnovare il mio sì all’amore che mi si rivela attraverso ogni persona e ogni avvenimento. La giornata inizia con la chiamata dei nostri fratelli musulmani per la preghiera, questo mi invita a cominciare anch’io con la preghiera personale, per caricare la batteria del mio cuore. Cinque volte al giorno mi fanno ricordare che Dio è il più grande, con la loro espressione Allah akbar, come un invito costante alla preghiera.

Normalmente comincio il mio lavoro alle sette e mezzo del mattino, stimolata dal pensiero delle donne che anche quel giorno percorreranno lunghe distanze a piedi, con i loro figli, per poter usufruire dell’assistenza medica del nostro ospedale. La presenza di pazienti e di bambini che mi aspettano è il nuovo messaggio dell’amore di Dio per me e per il suo popolo.

grace2La prima cosa che faccio è un piccolo giro nelle camere per salutare i pazienti, ascoltarli e scambiare un semplice sorriso che dà speranza e fa sperimentare loro che sono accolti e amati. Madre Teresa di Calcutta ci insegna che “Ogni volta che si offre un sorriso ad una persona è un atto d’amore, un dono a quella persona”. Oltre all’aspetto medico-sanitario, dedico particolare cura all’ascolto di coloro che vogliono condividere con me i loro problemi e le loro angosce, di qualsiasi genere siano. Mi sento come una madre che si prende cura dei propri bimbi, non importa l’età, la fede o le loro origini… Sono consapevole che il Signore mi ha messo lì per loro. Questo mi rende felice e diventa il mio modo di annunciare loro Gesù Cristo.

Mi piace medicare le ferite dei pazienti ricoverati, lavoro che a molti infermieri non piace fare. In questo modo ho creato un rapporto profondo di fiducia con i malati, fino al punto che mi hanno dato un nuovo nome: alcuni mi chiamano “Khadija”, come la prima moglie del profeta Maometto, altri mi chiamano Madre Teresa. Per me il nome non è importante, quello che conta invece è l’Amore di Dio che posso offrire loro attraverso la cura, l’ascolto e la consolazione. Ho capito che la mia missione in questa terra ha il grande valore di una testimonianza. È ciò che siamo chiamate a vivere come Missionarie della Consolata in questa terra musulmana: assicurare la presenza viva del Vangelo non solo attraverso le diverse attività realizzate nella gioia, nel rispetto e nell’amore, ma anche mediante il nostro atteggiamento di ascolto umile, di dialogo e accoglienza verso tutti. I miei colleghi mi chiedono: “Grace, perché sei così premurosa con tutti anche se questo non è il tuo Paese e questa non è la tua gente?” La mia risposta è: “Perché desidero condividere con loro l’amore e la consolazione che Dio mi ha donato”.

Ogni momento per me è un’occasione per imparare tantissime cose da questo popolo. Però per amarlo veramente bisogna conoscere il suo ambiente, rispettare la sua fede, le sue convinzioni e la sua cultura. Solo così è possibile preparare il terreno fecondo per un dialogo vero e costruttivo, intessuto di speranza, condividendo sofferenze e lotte per costruire un futuro migliore.

La mia missione qui ed ora è per me un invito alla riconoscenza e alla gratitudine, è credere che l’amore di Dio ci spinge a scoprirlo oltre i confini della nostra fede cristiana. La croce di Gesù è ciò che mi purifica, mi sostiene e mi invita a porre la mia fiducia in Lui e nella Sua opera di salvezza.

suor Grace Mugambi, MC

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Interculturalità presso il lago Titicaca

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il gruppo MC con la comunità aymara di Ispaya Tocoli

Un incontro per incontrarsi, come suore che viviamo la missione nel Continente America, e per incontrare la sapienza dei popoli originari.

Un gruppo di noi, missionarie della Consolata provenienti dall’Argentina, dalla Cololmbia, dal Brasile, dagli Stati Uniti e dal Mozambico, fummo invitate a partecipare ad una esperienza interculturale indimenticabile sulle rive del grandioso lago Titicaca in Bolivia. Convocate da suor Gabriella Bono e accompagnate da suor Carmelita Semeraro, alla fine di settembre ci trovammo insieme nei locali dell’ISEAT (Istituto Superiore Ecumenico Andino) che si trova a La Paz. La salita per raggiungere queste altitudini (quattromila metri) è empre causa di malesseri ai visitatori, perciò, noi, ‘padrone di casa’, con più esperienza, ci provvedemmo del necessario al fine di evitarli per quanto possibile. Felicemente  tutti furono promossi per vivere su quelle altitudini!

Il giorno 28 settembre iniziammo il nostro pellegrinaggio al santuario di Nostra Signora di Copacabana, Patrona della Bolivia. Il signor Calixto ci guidò attraverso i luoghi sacri in cui, come in ogni città e villaggio, si intrecciano leggende e miti delle origini incaiche con la storia dell’epoca coloniale riflessa nelle case e chiese di quel tempo. Su questo altopiano gigantesco e arido dove l’esistenza dell’uomo è difficile, vive parte della popolazione aymara a cui appartiene il signor Calixto, gente intelligente e combattiva, forte come il vento dello stesso altopiano.

 

Diacono e Yatiri
titicaca_07Il signor Calixto è un diacono permanente della chiesa cattolica, ministero che esercita assieme al ruolo di guida spirituale aymara,”Yatiri”, secondo i riti ancestrali.

Ci racconta lui stesso che “la chiamata” ad essere yatiri, fu riconosciuta quando le  sue gambe affette da infezioni guarirono senza intervento alcuno di persona nè di medicina”. L’elezione del Yatiri è caratterizzata da una forza sovrumana, considerata un segno di elezione. Da allora, il signor Calixto si pose al servizio della sua comunità per “restaurare” attraverso i riti, quanto in essa viene spezzato: guarisce gli ammalati, riconcilia gli sposi e le famiglie, chiede alla “Pachamama”, la madre terra, il permesso per seminare, le chiede perdono per gli abusi che si commettono contro di essa, ristabilisce l’ordine tra la natura e l’uomo. I risultati dipendono dalla fede della persona bisognosa.

 Ispaya Tocoli

Dopo aver conosciuto la famosa Isola del Sole, nel lago Titicaca, ci dirigemmo a Ispaya Tocoli, un piccolo villaggio situato sulle rive del lago. Qui era ad attenderci “Zia Encarna”, sposa di Calixto, con una appetitosa minestra preparata per la cena.

Il Centro ecumenico, chiamato “Nido di Pace” situato ai margini del lago, comprende due costruzioni con tre stanze, una cucina e un bagno. Ideato dal signor Calixto per essere un luogo di incontri interculturali, è appena all’inizio della sua costruzione. Tutto è molto semplice e senza mobili. Ci accomodammo prendendo posto nelle stanze con le nostre borse con il necessario per dormire.

Estasiate di fronte alla stupenda natura che ci circondava cominciammo l’avventura per addentrarci nella cultura aymara.

Il signor Calixto ci spiega che nella concezione andina è di vitale importanza rimanere in dialogo permanente con la terra, la Pachamama, perché essa è sacra, è vita che genera vita e non un semplice oggetto. Lo stesso avviene con le creature vegetali e animali del creato. “Non sono oggetti, – egli afferma – ma soggetti con i quali parliamo e ci relazioniamo. Ciò c’impone il dovere di rispettare tutti e non sfruttare oltremisura la terra”.

La spiritualità aymara si propone di “restaurare” la convivenza cosmica, al di là della richiesta  di beni materiali.

 

Incontro con la comunità di Ispaya Tocoli

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danzando con la comunità

Fin dal primo giorno del nostro arrivo, il signor Calixto ci propose un incontro con la comunità di Ispaya Tocoli per entrare in contatto diretto con la popolazione e i suoi usi e costumi.

Nel cortile della scuola ci attendevano le autorità, uomini vestiti con il tipico ‘poncho’ e le donne con gli ‘aguayos’, preparati anche per noi, adornati con fiori naturali e rami di alberi del luogo. Dopo il saluto personale ad ognuno dei presenti, le donne incaricate ci posero gli aguayo sulle spalle e ci invitarono a ballare al suono dei tipici strumenti del luogo suonati dai musicisti. Siccome era il tempo della semina, i membri della comunità presenti erano alquanto ridotti.

Stesi gli aguayos sull’erba, collocarono i piatti preparati per gli invitati: chuño (patate disidratate), pesci del lago e ‘mote’ (grani di mais bolliti). Il cibo, benché molto semplice, era un modo di dire “Benvenuti!” agli invitati. Condividemmo in questo modo una mattinata diversa dal solito, durante la quale  sperimentammo con commozione l’umile accoglienza di questi nostri fratelli di Ispaya.

Ad Ancoraimes, capitale del municipio, partecipammo alla Messa domenicale in una chiesa di stile coloniale; qui la comunità con i suoi canti e le letture in lingua aymara ci ricordava il luogo santo in

cui ci trovavamo.

 Incontro con Padre Frizzi

titicaca_12Due giorni prima di terminare il nostro incontro, Padre Giuseppe Frizzi, IMC, missionario in Mozambico, che ha condiviso con noi l’esperienza, ci ha donato la sua testimonianza del miracolo di suor Irene, avvenuto a Nipepe durante la guerra in Mozambico: la moltiplicazione dell’acqua e la protezione accordata ai catechisti sfuggiti alla guerriglia e ritornati illlesi.

Ci diceva Padre Frizzi: “Leggevo ‘Gli scarponi della gloria’ (la biografia di suor Irene Stefani) e, a mano a mano che procedevo nella lettura, intuivo che la sua metodologia era comprensibile, fattibile e imitabile”.

La traduzione in kikuyu che suor Irene faceva del Vangelo della Messa domenicale, lo incoraggiò alla traduzione dei testi liturgici in macùa.

“Probabilmente Irene ci invita ad attualizzare per l’oggi” il  documento ‘Muranga 2’, affermava Padre Frizzi ricordando la Conferenza di Muranga che, all’inizio della nostra storia missionaria in Kenya, definì il nostro metodo di missione assunto dai primi missionari/e e da suor Irene e da essi attuato in modo eroico.

Una sfida per la nostra famiglia consolatina …  ne abbiamo il coraggio?

 

Rito della makeya

Sul monte “dove riposa il sole” e dove anticamente gli Incas avevano eretto un altare per Inti, (il Dio Sole), celebrammo la ‘Makeya’, una un rito agli antenati secondo la spiritualità macua xirima.

Da quella cima rocciosa potevamo osservare l’immensità del lago azzurro e un villaggio vicino a Tocoli. In quel luogo stupendo abbiamo così ringraziato Dio per tutto quello che abbiamo ricevuto nel corso dei giorni vissuti a contatto con la sua bellezza rispecchiata nella creazione e per la gioia della fraternità come famiglia consolatina aperta ad altre culture.

Suor Marisa Soy, MC

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Dourados: missione a 360°

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suor Aurora nella riserva indigena

La missione in Dourados e l’opzione per i popoli indigeni

Il vescovo di Dourados, Mato Grosso del Sud, don Redovino Rizzardo, oggi emerito, fece, vari anni fa, un appello alla Conferenza dei Religiosi del Brasile, nell’intento di ottenere religiosi per una situazione specifica della sua diocesi: la pastorale indigenista. Dopo aver studiato la proposta ed essersi recate di persona sul posto, le Missionarie della Consolata si resero disponibili ad assumere questa sfida e, a partire dall’agosto 2007, una comunità di quattro sorelle presta il suo servizio missionario in questa area indigena.

Attualmente siamo presenti in due riserve indigene: Jaguapirù e Bororó, la cui popolazione è di 15.000 abitanti. Nel territorio si trovano 63 chiese evangeliche e soltanto una cattolica, con cento battezzati. Dopo i primi passi e le visite alle famiglie, stabilimmo delle priorità di lavoro. Le sfide sono tante, ma certamente la più preoccupante è l’aumento della violenza, che riguarda soprattutto giovani e adolescenti. La causa di tutto ciò è l’alto consumo di droga e di alcool.

Un’altra sfida è la difficoltà a dialogare con alcune chiese evangeliche, che considerano la chiesa cattolica come un nemico da combattere.

dourados2Oltre a questo, i popoli indigeni del Mato Grosso del Sud sono al centro di una grande polemica, legata all’occupazione delle terre. E, come avviene in queste circostanze, si va sempre alla ricerca dei colpevoli. Da quello che si viene a sapere attraverso i mezzi di comunicazione, sul banco degli imputati ci sono la Chiesa cattolica e il Consiglio Missionario Indigenista (CIMI). I vescovi di Dourados e di Campo Grande hanno fatto pressione sul governo federale perché prenda provvedimenti. Hanno inviato lettere ai contadini, spiegando loro la posizione della Chiesa; hanno promosso incontri e dibattiti per aiutare le parti a dialogare, ma il risultato è stato scarso e le accuse sono molte. Anche noi suore siamo state minacciate e accusate tre volte di invasione e occupazione della proprietà dove dimoriamo, che appartiene alla diocesi. Per noi questa è stata una esperienza molto dura; d’altro canto abbiamo potuto capire quanto la nostra presenza e il nostro impegno siano valorizzate dalla popolazione indigena e dai suoi capi, dalla diocesi e dalle comunità della città di Dourados.

Malgrado tutto ciò, le attività nel Centro di Formazione e Promozione umana non si sono mai fermate. In questi ultimi anni sono stati tenuti per le comunità indigene corsi di informatica e di cittadinanza e abbiamo dato inizio a lezioni di capoeira (danza tipica) e di football, grazie ad un gruppo di volontari che hanno preparato un campo di calcio e una pista di basket. Anche le lezioni di ricupero scolastico non sono state trascurate. Nel corso dell’anno abbiamo avuto un aumento significativo di volontari per il corso di taglio e cucito e lezioni di artigianato, come pure per il corso di pittura su tessuto.

Lo sviluppo dell’individuo deve riferirsi a tutta la persona, sia nell’ambito umano che spirituale, i quali devono evolversi in modo armonioso. Per questo dedichiamo un’attenzione particolare alla catechesi dei bambini e degli adulti. Un gruppo di giovani della Parrocchia del Sacro Cuore di Gesù ha portato avanti diverse attività di oratorio con bambini e adolescenti. Una psicologa e un’infermiera professionale hanno realizzato incontri di formazione con le donne, che, come sempre, vi hanno partecipato numerose. Il movimento cattolico del Rinnovamento nello Spirito, in collaborazione con quello di Boquim de Louvor, ha organizzato pomeriggi di preghiera di adorazione e di lode.

Abbiamo accompagnato la Pastorale dei Bambini con visite alle famiglie e celebrazioni della vita. Quando il tempo lo permetteva, abbiamo tenuto catechesi e celebrazioni varie nella cappella di Nostra Signora di Guadalupe.

Considerando che la messe è molta e gli operai sono pochi, provvidenzialmente arrivano sempre in nostro soccorso dei missionari da fuori. Nel dicembre 2015 giunsero tra noi da San Paolo i coniugi Laici Missionari della Consolata Luiz e Fatima Bazeggio, per una missione di 20 giorni. Essi visitarono molte famiglie, diedero lezioni di ricupero scolastico e collaborarono con altre attività nel nostro Centro. L’insegnante Vanessa, anche lei di San Paolo, rimase con noi due settimane, offrendo una grande testimonianza di donazione, altruismo e amore per i più bisognosi.

Siamo certe che tutto questo è opera di Dio, perché nei momenti di maggiore necessità, Egli ci invia le persone adatte per fare ciò che è più urgente in quel momento. La provvidenza divina non è una fantasia: per noi è una realtà concreta. La nostra gratitudine è grande, mentre allo stesso tempo sentiamo tutta la responsabilità di una missione che non è nostra, ma che ci è stata affidata da Dio.

Collaboriamo anche con il Servizio di Animazione Vocazionale Diocesano, che quest’anno è stato molto positivo. Sono state realizzate settimane di Animazione Missionaria nelle scuole, in occasione di ordinazioni sacerdotali, insieme al grande evento dal titolo “Chiamato”, che ha riunito più di duemila giovani della Diocesi.

Tutto questo ci anima e ci incoraggia a non misurare gli sforzi per il bene del nostro popolo indigeno, che, da parte sua, s’impegna molto, perché desidera occupare il suo posto nella società, come un popolo libero e amato da Dio.

Suor Aurora Cossu, MC

questo articolo è apparso su “Andare alle Genti

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Dare e ricevere: la generosità nel mondo Yanomami

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Sapienza Yanomami. La generosità come fondamento della relazione

Il popolo Yanomami abita nella foresta Amazzonica nella frontiera tra Brasile e Venezuela. E’ un gruppo seminomade, con lingua e cultura propria; vive di caccia, pesca, raccolta di frutta e agricoltura di sussistenza, estraendo dalla foresta e dal fiume il necessario per vivere.

I primi contatti con questo popolo da parte di noi suore Missionarie della Consolata sono stati nel 1953, nella città di Boa Vista. Padre Riccardo Silvestre, Missionario della Consolata, iniziò a organizzare spedizioni per conoscere popoli indigeni “sconosciuti”: alla seconda spedizione, di 21 giorni, portò nella città di Boa Vista 4 Yanomami, che le sorelle pettinarono e vestirono, per poi farli passare per le vie della città. La seconda esperienza fu nel 1970, quando suor Aquilina Fumagalli prestò servizio sanitario nella missione di Catrimani, fondatadai Missionari della Consolata cinque anni prima. Per non spaventare la gente, che aveva pochi contatti con il mondo dei “bianchi”, la suora si vestì come un missionario.

YANOMAMI_02E’ nel 1990 che le Missionarie della Consolata sono arrivate a Catrimani, mosse dallo spirito missionario, ad esempio di Gesù Cristo, il Figlio Missionario del Padre, che in terra ha avuto compassione della folla che era stanca (Matteo 9,35) e illuminate dalle parole del profeta Isaia: “Consolate, consolate il mio popolo!” (Isaia 40,1). Lì hanno posto la loro tenda, in mezzo a questo popolo che soffre per tante ragioni: la questione della terra, le epidemie, le minacce da gruppi esterni che vogliono occupare la loro terra.

Nella mia esperienza personale, la prima parola che ho imparato nella lingua Yanomami è pihio,  che significa “dammi”, “volere”, “mi piacerebbe avere”. Lo sfondo di questa espressione è l’invito ad essere generoso. Infatti, chi vuole vivere questa virtù della generosità deve imparare a chiedere quando ne ha bisogno (pihio) come anche saper dare agli altri quando chiedono qualcosa.

La generosità “xilhete” è la capacità di dare, ricevere, chiedere, ricevere. La persona è considerata Xilhete quando dà ciò che le richiedono in cambio di altro di cui ha bisogno. Il valore della generosità sta nella relazione, non dipende da quanto la persona riceve, o quanto ha richiesto, né da quando darà: l’oggetto e il tempo sono molto relativi.

YANOMAMI_01L’essere generoso, il dare non hanno un valore in sé, consistono piuttosto nella capacità della persona di privarsi di qualcosa che l’altro le chiede, anche fosse un oggetto usato, e anche se non c’è previsione di rivederlo più, come possono essere le punte delle frecce, la carne della caccia…

Quando uno muore, tutti i suoi averi sono bruciati, e terminano con lui. La generosità, infatti, è praticata tra i vivi, e le persone sono ricordate per la generosità che hanno vissuto, non per i tesori che hanno saputo raccogliere.

C’è una memoria di un uomo generoso che dice:

“Fratello mio, ti ho visto sempre lavorare.
Fratello mio, eri sempre molto generoso. 
Fratello mio, mi hai sempre dato da mangiare.
Fratello mio, sento molta nostalgia.
Fratello mio, mi hai dato da mangiare.
Fratello mio, dormiamo soddisfatti, con la pancia piena.
Fratello mio, lavoriamo con la pancia piena”.

suor Mary Agnes Njeri Mwangi, MC

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Festa dei popoli & Giubileo degli immigrati

 

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Dove la convivenza delle culture è una festa

Come di consueto, anche quest’anno, nella straordinaria cornice della Concattedrale di Taranto, si è svolta la “Festa dei Popoli” domenica 22 Maggio 2016, giunta alla 13ª edizione e promossa dall’Ufficio Migrantes dell’Arcidiocesi di Taranto. Un momento per omaggiare la grande varietà di etnie presenti nella città e nei dintorni, all’insegna della cristianità.

italia_popoliUn’esplosione di gioia, di colori, di incontri, di musica, di lode, di condivisione, di volti, di sorrisi: questa è la sintesi di un evento che da anni molti aspettano con trepidazione.

Per cominciare, alle ore 16:30 si è celebrata la Santa Messa, introdotta dal passaggio dei presenti attraverso la Porta Santa, presieduta dal vescovo di Taranto mons. Filippo Santoro e dal vescovo della diocesi di Orlu in Nigeria mons. Gregory Ochiagha, insieme a rappresentanti ecclesiastici di varie etnie: dalla Polonia alla Romania, all’Albania, che hanno colorato la celebrazione con le letture nella loro lingua nazionale.

italia_popoli7Il “Giubileo degli Immigrati” è stato abbinato alla cosiddetta “Festa dei Popoli”, tanto voluto da Sua Eccellenza “perché i nostri fratelli possano sentire forte la misericordia di Dio su di loro”.

La Santa Messa dei Popoli è stata animata dal Gruppo dei Missionari della Consolata di Martina Franca (TA) insieme al Gruppo “Akusimba” di Taranto, che hanno aggiunto canti in lingua e danze in puro stile africano, per suggellare l’unione di tutti i popoli del globo.

italia_popoli4Al termine della celebrazione, i partecipanti si sono spostati all’esterno della Concattedrale: qui alcune associazioni, insieme a tanti giovani, hanno divertito i presenti con delle esibizioni canore e danzanti, circondati da stand dove si potevano degustare piatti etnici e piatti tipici pugliesi.

Tutto questo sotto un sole che sembrava coronare il tutto.

In un periodo storico dove ci sono tante migrazioni di popoli e in cui si sentono tante notizie di cronaca che coinvolgono extra-comunitari, è importante ribadire i concetti di fratellanza e unione, ricordando che siamo tutti figli dello stesso Padre, tutti fratelli che vivono tenendosi per mano.

italia_popoli2La Festa dei Popoli è, dunque, una buona occasione per sensibilizzare la gente verso il rispetto e l’importanza della diversità, che è una ricchezza per tutti, per avvalorare il dialogo, l’ascolto e il confronto con altre etnie; oltre a confermare che ci sono già persone che vivono secondo questi principi, facendo sentire a casa propria persone che sono lontane dalla propria nazione per diverse esigenze, e nella maggior parte dei casi dalle loro famiglie di origine.

Graziano Lacatena & Valeria Abbracciavento, C.A.M. di Martina Franca

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Quanti bambini ci sono nella tua classe?

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La società multietnica, la sfida dell’integrazione e la passione di una maestra

Tempo fa in rete ho visto una vignetta in cui un padre chiedeva alla figlia: “Nella tua scuola ci sono stranieri?”, e la bimba rispondeva: “Non so, nella mia scuola ci sono solo bambini”. Questa è la domanda che più spesso mi sento fare dalle persone quando scoprono che sono un’insegnante: “Quanti stranieri hai nella tua classe?”. E io, come la bambina, spesso mi trovo a dovermi concentrare per dare una risposta, perché quando entro in classe non vedo italiani o stranieri, vedo bambini.

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la maestra Loredana, autrice dell’articolo, laica missionaria della Consolata

Ho lavorato per 15 anni in una scuola primaria (quella che un tempo veniva chiamata elementare) di Torino che oggi può essere definita “multiculturale”, “multietnica”, “ad alto flusso migratorio”; insomma, dove la realtà delle classi conta un 70% – 80% di alunni che provengono da tutte le parti del mondo, in particolare da Romania, Moldavia, Albania, Marocco, Turchia, Egitto, Nigeria, Senegal, Bangladesh, Cina, Perù, Bolivia, Brasile e altri bambini che provengono dai campi nomadi della cintura di Torino.

È evidente che una realtà così variegata porta con sé grandi ricchezze, ma anche grandi sfide legate all’inserimento, all’accoglienza, al rispetto dell’altro ed è per questo che nella scuola si cerca di lavorare per fare in modo che ogni alunno possa raggiungere non solo un significativo livello di istruzione, ma anche la capacità di rispetto e accoglienza delle diverse identità e delle diverse culture.

Lavorare in un contesto di questo tipo richiede di mettere in atto strategie e risorse per far sì che l’integrazione diventi reale, ad esempio collaborando con associazioni del territorio e servendosi dell’intervento di esperti. Così abbiamo usufruito del laboratorio “150 giochi di ieri per domani” che aveva lo scopo di far conoscere giochi del passato, dove molti bambini stranieri hanno riconosciuto giochi che facevano parte anche della loro cultura. Inoltre, in un laboratorio di multimedialità, è stato realizzato un videoclip sull’immigrazione passata e recente del nostro Paese.

La scuola diventa così una vera e propria “palestra” nella quale insegnanti, bambini, famiglie si preparano e crescono per affrontare quello che è il nuovo tipo di società che piano piano si sta formando.

Le difficoltà da affrontare sono molte: in alcuni casi sono di tipo linguistico, di apprendimento, in altri di comportamento, di difficoltà a stabilire regole comuni di convivenza e, a volte, anche difficoltà di tipo culturale. Ad esempio, le aspettative nei confronti della scuola di una famiglia marocchina sono molto diverse da quelle di una famiglia cinese o rumena. Altre volte ci sono differenze nel modo di intendere l’educazione dei figli.

Queste difficoltà, non sempre risolvibili in tempi brevi (a volte nemmeno in anni!), possono trovare una strada per essere superate innanzi tutto con un atteggiamento positivo ed accogliente da parte degli insegnanti: spesso siamo noi adulti che abbiamo più difficoltà a lasciarci coinvolgere nella conoscenza dell’altro, ma, nello stesso tempo, siamo noi che possiamo fare la differenza.

A volte dimentichiamo che i bambini ci guardano e che hanno una grande capacità di cogliere i nostri comportamenti molto più delle nostre belle parole.

È per questo che è molto importante cercare di costruire con le famiglie e con i bambini relazioni positive, stabilire regole condivise, di conoscere meglio le culture da cui provengono perché, anche se ormai le ultime generazioni sono nate qui in Italia, ci sono dei retaggi culturali molto forti che, se non si conoscono, possono portare ad incomprensioni.

È interessante però osservare come i bambini riescano a mettere in atto strategie di relazione che spesso da adulti non siamo in grado di utilizzare o di proporre.

Ho potuto sperimentare che i bambini hanno una capacità di incontro molto più libera rispetto agli adulti, perché non hanno ancora molte sovrastrutture date da pregiudizi o preconcetti. Sanno trovare soluzioni originali per risolvere conflitti, sanno collaborare mettendo a disposizione le proprie competenze e le proprie conoscenze proprio perché nell’altro non vedono lo straniero, ma vedono un bambino come loro. Molto raramente mi è capitato di vedere conflitti legati a questioni culturali, anzi, poter far conoscere un dolce, una tradizione, una canzone, un ricordo del Paese d’origine (italiano o straniero che sia) dà loro la possibilità di imparare a conoscersi meglio e ad arricchirsi non solo culturalmente ma anche personalmente.

Certo, a volte possono esserci delle chiusure, dei fraintendimenti, dei conflitti che, tuttavia, possono essere superati con il dialogo e con il rispetto.

Anche ora che lavoro in un contesto diverso, dove numericamente i bambini stranieri sono di meno, è evidente che l’incontro con l’altro passa attraverso piccoli e quotidiani gesti di accoglienza.

Forse la sfida più grande, la più difficile per noi adulti, è quella di trovare il modo giusto per accogliere il diverso senza la paura di perdere qualcosa di sé o meglio far sì che ciascuno si rafforzi nella propria identità (personale, culturale…) nell’incontro con l’altro.

Il modo di affrontarla è quello che farà la differenza in un futuro non molto lontano, quando mi sentirò chiedere: “Quanti bambini ci sono nella tua classe”?.

Loredana Mondo

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I SENTIERI MISSIONARI

“Come sono belli sui monti i piedi del messaggero di lieti annunzi che annunzia la pace, messaggero di bene che annunzia la salvezza.  (Is. 52,79)

Siamo inviate per i sentieri del mondo per camminare con i nostri fratelli e sorelle testimoniando la nostra fede in Cristo come annunciatori della sua consolazione.  I nostri piedi camminano velocemente perche il missionario, la missionaria si stanca soltanto quando non cammina.

Con queste fotografie camminiamo insieme alle Missionarie della Consolata per i sentieri della missione nel continente africano, americano, europeo e asiatico.

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