In cammino con il popolo

Testimonianza di suor Innocenzia, missionaria della Consolata in Mozambico

La mia missione in Mozambico è iniziata nell’ottobre del 1981. Attualmente sono impegnata nella catechesi presso la parrocchia Nostra Signora di Fatima, a Montepuez, nella formazione dei catechisti e nella promozione della donna a livello parrocchiale e della Diocesi di Pemba. Accompagno inoltre nel loro cammino formativo i Laici Missionari della Consolata. Insieme al parroco e ad un animatore visitiamo le 65 comunità cristiane della nostra zona, soffermandoci soprattutto presso quelle famiglie che sono più bisognose.

Quest’anno festeggiamo il 90° anniversario della nostra presenza in Mozambico, dove le nostre prime sorelle giunsero nel 1927. Grazie al loro lavoro apostolico, incontriamo ancora oggi tante persone che hanno conservato la loro fede e che continuano ad impegnarsi nella Chiesa, in vari ministeri.

Le nostre sorelle hanno lavorato molto con i Padri Monfortani nelle diocesi di Cabo Delgado e Pemba, mentre nelle diocesi di Niassa, Nampula, Inhambane e Maputo hanno collaborato con i nostri confratelli della Consolata e con altre congregazioni. Sempre i missionari e le missionarie hanno seminato e continuano a seminare la Parola di Dio, promuovendo la fede, la speranza e la gioia tra la gente, anche in situazioni molto difficili e rischiose. Si sono impegnati molto nella promozione umana, morale e spirituale del loro popolo. Molte persone che oggi ricoprono cariche di responsabilità nella società hanno studiato nelle nostre missioni.

Durante la guerra civile le sorelle non hanno lasciato il Paese, ma sono rimaste vicine alla gente. Questa guerra, durata molti anni, ha causato la morte di molte persone, portato povertà al Paese e provocato la dispersione di tante famiglie.

La Chiesa mozambicana ha camminato con il popolo, lo ha accompagnato nelle varie situazioni in cui si è venuto a trovare e lo ha aiutato ad arrivare all’Accordo di Pace tra i partiti della Frelimo e della Renamo, firmato nell’ottobre del 1992. Da quel momento la gente ha cominciato a “respirare” la pace, un tesoro che tutti desiderano che continui per sempre, anche se essa dipende dal continuo dialogo e dall’intesa tra i partiti politici e presenta sempre delle sfide.

Il Mozambico è una terra molto ricca di minerali: oro, pietre preziose, grafite, marmo e, inoltre, gas e petrolio, tuttavia il popolo soffre molto per mancanza di lavoro, che porta con sé la povertà. Quest’anno, a causa della siccità in alcune province, come Cabo Delgado, si soffrirà anche la fame e i contadini sono molto preoccupati a questo riguardo.

Come ho già accennato, rientra nel nostro impegno pastorale la visita alle famiglie, che è una caratteristica del nostro metodo missionario. Quando le incontriamo, ascoltiamo innanzitutto le loro preoccupazioni e le loro gioie, cerchiamo di consolarle e di dare loro dei buoni consigli per un cammino di speranza, valutando le possibilità di ciascuna. Alcune ci ascoltano e cambiano vita. In genere, le nostre visite sono ben accolte e arrecano molta gioia. Si parla con libertà e ci si arricchisce a vicenda, ascoltando, animando e incoraggiando. Ci sono famiglie che hanno sete di ascoltare la Parola di Dio; altre che hanno bisogno di essere consigliate e consolate; alcune che hanno dei malati in casa e si sentono scoraggiate; altre che soffrono per incomprensioni familiari. Per noi è molto bello essere vicine a tutte loro.

Mi sta soprattutto a cuore Ntele una piccola comunità cristiana, in mezzo a tanti musulmani. Grazie al “Regulo” attuale, signor Jivado Gonçalves, responsabile di quella zona, è stata accettata la richiesta di due cristiani di vendere la loro terra, per costruire una chiesetta. Infatti nel passato i cristiani dovevano recarsi la domenica in un villaggio parecchio lontano per partecipare alla S. Messa. L’anno scorso anche noi missionarie ci siamo recate in questo villaggio, per visitare le famiglie e gli ammalati.

Quanta gente bisognosa, che ci ha accolto con tanta gioia, soprattutto i bambini che ci hanno accompagnato sempre! Quando la gente è ammalata, deve fare un lungo tragitto per recarsi al piccolo dispensario oppure, quando è necessario, raggiungere l’ospedale distrettuale. Ma pochi di loro hanno il denaro sufficiente per viaggiare e recarsi all’ospedale.

Nelle nostre visite abbiamo incontrato anche un uomo che vive da solo ed è considerato un malato mentale. Lavora nel suo piccolo orto, ma le scimmie gli mangiano tutto e spesso soffre la fame. Ci ha raccontato tutta la sua storia e, quando lo abbiamo salutato per andare via, ci ha ringraziato tanto della nostra visita e del poco cibo che gli avevamo portato e ci ha detto “Dio ama anche me!”

Visitare le famiglie mi dà tanta gioia e sento che è parte della mia missione, anche se non ho da dare loro quegli aiuti materiali di cui avrebbero bisogno. Le famiglie, da parte loro, sono in generale, molto accoglienti e generose. Offrono tutto quello che hanno: mandioca, arachidi, fagioli, dipendendo da quello che raccolgono nei loro orti.

Costituire una famiglia, peraltro, non è una cosa facile. Il sacramento del matrimonio oggi è una sfida per i giovani. Le coppie si uniscono molto tardi nel sacramento. La maggior parte della gente si sposa dopo aver già creato la famiglia. Inoltre ci sono spesso problemi tra marito e moglie: questa vorrebbe accedere al sacramento, mentre il marito ha difficoltà nell’accettarlo. Ci sono pochissimi matrimoni tra i giovani; ha fatto eccezione il nostro giovane catechista che aveva detto una volta: “Io non voglio convivere prima del matrimonio”. E così è stato. Quello fu un giorno di grande gioia per tutti.

suor Innocenzia Benjamin Mzena, mc

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Il significato di una presenza

le prime MC in Mozambico sul fiume Zambesi

Novanta anni fa, sette Missionarie della Consolata, per la prima volta nella loro storia, toccavano il suolo mozambicano.

Nessuna di loro superava i 30 anni di vita; una, poi, ne aveva appena 20. Era il 3 luglio 1927. Da sette, divennero, nel corso degli anni, venti, quaranta, settanta toccando un massimo di cento presenze in contemporanea, distribuite in sei province del Mozambico. Attualmente siamo una trentina, appartenenti a sei nazioni. La nostra età va dai quaranta ai novanta anni, vantando sorelle mozambicane sparse per il nostro mondo missionario. Spontanea la domanda: che cosa ha caratterizzato la nostra presenza in questo Paese che, dal nostro arrivo ad oggi, ha conosciuto cambiamenti epocali sotto l’aspetto sociale, politico, religioso? Non so se mi sbaglio, ma una risposta mi è affiorata alla mente il 27 febbraio 2017. Nel Centro Culturale dell’Ambasciata portoghese a Maputo ci fu il lancio di due libri, scritti rispettivamente da un missionario da una missionaria della Consolata riguardanti il Niassa, territorio simbolo della presenza delle Missionarie e dei Missionari della Consolata in Mozambico: A Política Religioso-Missionária do Estado Novo em Portugal e A Evangelização no Niassa: 1926-1962, di padre Álvaro López e Passos Proféticos de Crescimento: 1963-2015, Diocese de Lichinga, della sottoscritta.

le prime sette sorelle

Nell’ambiente elegante preparato per un’ottantina di persone, si dovettero aggiungere sedie dopo sedie per far posto a centinaia di persone che continuavano ad affluire, molte delle quali dovettero rimanere in piedi. “Mai visto”, mormoravano gli organizzatori. Riempivano la sala sacerdoti e suore mozambicani; religiosi e religiose da pochi anni in Mozambico che sedevano accanto a Gesuiti, Francescani e evangelizzatori di antica data; seminaristi cattolici e anglicani; amici laici di tanti colori, tante nazionalità; etnie del nord e del sud del Mozambico. Diversificata anche l’età dei presenti e la condizione sociale al punto da sorprendere gli organizzatori, abituati a sponsorizzare autori e personaggi famosi.

Il segreto del successo? Un primo spiraglio di luce ci venne dal presentatore delle opere, padre Rafael Sapato, sacerdote diocesano di Lichinga (oggi vicerettore dell’Università Cattolica del Mozambico), il quale disse di essere nato tra le mani di una “Consolata”, educato dai figli e figlie dell’Allamano, i quali nel corso di una quasi centenaria presenza in Mozambico si erano distinti per la capacità di evangelizzare contestualizzando la missione e seguendo i cambiamenti epocali avvenuti nel Paese.

Al momento degli autografi, scoprii il segreto del “pienone”: la maggioranza dei presenti proveniva dalle missioni fondate e condotte alla maturità di Chiesa locale dai missionari e missionarie della Consolata, passate ora alle loro cure pastorali.

suor Dalmazia, autrice dell’articolo

Fu quasi come un appello ad essere aiutati a vivere insieme il momento storico che il Mozambico sta attraversando, aderendo all’appello della Conferenza Episcopale, che nell’ennesima svolta storica segnata dalla minaccia di una nuova guerra civile – dovuta al deterioramento della vita sociale, politica, economica e al nuovo apparire della violenza che semina insicurezza, povertà, lutti – propone come priorità pastorale lavorare per la pace attraverso un dialogo costruttivo con tutte le forze vive della società, seminando la speranza, coscienti che le sfide che viviamo si possono superare solo se ognuno di noi saprà fare la sua parte, superando interessi personali e di gruppo.

La risposta delle Missionarie della Consolata è: “Sì”. Siamo pronte. E lo abbiamo già dimostrato, rimanendo sul territorio, come nel passato, al passo con la Chiesa, chiamata ad essere ancora una volta profeta di speranza e di consolazione, superando paure e pessimismo.

Suor Dalmazia Colombo, mc

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Un amore donato e ricevuto

La nostra presenza di Suore Missionarie della Consolata in Mozambico, Paese dell’Africa australe che si affaccia sull’Oceano Indiano con una splendida costa lunga 2500 km, ha avuto inizio nel lontano 1927; quest’anno quindi ne vogliamo ricordare e celebrare il 90° anniversario.

Ci sarà di aiuto in questo nostro percorso il ricco volume di suor Dalmazia Colombo, pubblicato recentemente, dal titolo Fede e Missione. In esso l’autrice, missionaria della Consolata giunta in Mozambico per la prima volta nel 1964, ripercorre la storia delle nostre missioni in questo Paese, avvalendosi anche di testimonianze dirette delle sorelle che hanno svolto il loro apostolato missionario in Mozambico.

Le pioniere di questa missione sono giovani donne, tra le quali una, suor Benedetta Mattio, appena ventenne, piene di coraggio, pronte ad affrontare le difficoltà degli inizi con tanta fede ed entusiasmo, ma disponibili anche a lasciare tutto, quando “ordini” perentori chiedono loro di lasciare una missione per andare in un’altra.

Scrive suor Benedetta Mattio: “Nonostante la stanchezza per il lungo e disagiato viaggio marittimo, sui nostri volti si leggeva una gioia immensa per poter finalmente toccare il suolo mozambicano… Non immaginavamo però le avventure che ci attendevano prima di giungere alla meta”.

La meta era la missione di Miruru, situata nella valle dello Zambesi, in provincia di Tete, dove si trovavano i missionari della Consolata da due anni, essendo giunti in Mozambico alla fine del 1925. La loro collaborazione apostolica fu interrotta improvvisamente nel 1930, quando le missionarie dovettero trasferirsi per ordine del vescovo Mons. Rafael Maria da Assunçao, che era allora l’unico vescovo del Mozambico, nell’isola di Ibo, nella provincia di Cabo Delgado, dove avrebbero collaborato con i Padri Monfortani olandesi e francesi. In questo periodo la piccola comunità delle suore missionarie fu messa duramente alla prova dalla morte di una delle “pioniere”, suor Anania Tabellini, deceduta nel 1934 per tubercolosi polmonare, all’età di 30 anni.

In seguito, con l’arrivo di altre sorelle dall’Italia furono aperte le missioni di Mahate, Namuno e Nangololo. Nel 1942 la missione di Mahate venne chiusa e le sorelle si trasferirono a Montepuez, nella provincia di Porto Amelia (attuale Pemba).

Gli anni 1949-70 furono anni di intensa crescita dell’azione evangelizzatrice, caratterizzati dall’espansione crescente delle nostre comunità nelle province di Cabo Delgado, Niassa, Inhambane e Maputo (allora Lourenço Marques). Tutto ciò potè avvenire grazie a due eventi storici: la fine della seconda guerra mondiale, che favorì l’arrivo in Mozambico di nuove missionarie della Consolata, e l’applicazione piena dell’Accordo Missionario, che spianò le difficoltà tra le autorità civili portoghesi ed ecclesiastiche. Non si arrivò però “felicemente” al termine di questo periodo, perché già alla fine del 1961 ci furono le prime avvisaglie che preannunciavano la guerra di indipendenza dal Portogallo, scoppiata il 25 settembre 1965 a Cabo Delgado e terminata il 25 giugno 1975 con la creazione della Repubblica Popolare del Mozambico.

Mozambico: suor Dalmazia Colombo

Gli anni che seguirono, fino al 1992, furono per il Mozambico anni di trasformazioni e di eventi epocali: fine della guerra di liberazione, indipendenza, rivoluzione marxista-leninista, guerra civile e, finalmente, la pace siglata a Roma il 4 ottobre 1992, attraverso la mediazione della comunità di S. Egidio e della Conferenza Episcopale mozambicana.

Ecco la testimonianza di una sorella brasiliana, suor Teresa José de Osti, che ci descrive i sentimenti delle comunità all’annunzio della raggiunta indipendenza del Paese: “Noi missionarie della Consolata, in comunione con tutto il popolo mozambicano, in quei primi mesi del 1975 aspettammo i giorni dell’indipendenza con molta gioia e timore. Gioia, perché era quanto di più degno e giusto ci potesse essere. Timore perché nelle commissioni di preparazione all’evento, si diceva di voler farla finita con i colonialisti, il che sembrava riferirsi ad ogni persona di razza bianca. Noi però rimanemmo vicine al popolo in particolare nella campagna di miglioramento dell’ambiente in preparazione al grande evento: pulizie generali, apertura di strade e di fosse biologiche per costruire servizi igienici. Rivedo ancora suor Rina Carla Salsa, con fratel Agostino Lanza, scavare una fossa ed estrarre la terra con un secchio. E in tutti i lavori l’équipe missionaria era sempre la prima ad arrivare sul posto ed eseguire i lavori insieme al popolo…”. La gioia dell’indipendenza durò poco, perché un mese dopo iniziò il calvario delle nazionalizzazioni, delle proibizioni, della lotta antireligiosa.

Infatti il primo Presidente del Mozambico, Samora Machel, avendo adottato un regime marxista-leninista, combatté duramente la Chiesa: tutte le opere dei missionari, incluse le loro stesse abitazioni e chiese, furono nazionalizzate e ai missionari fu proibito di fare opera di evangelizzazione. Alcuni di essi lasciarono il Paese, ma le nostre consorelle e confratelli, malgrado due rapimenti e mesi di prigionia di alcuni di loro, rimasero accanto al popolo, condividendone timori e speranze.

Nel 1977 si ebbero le prime avvisaglie della guerra civile, capeggiata dalla Resistenza Nazionale del Mozambico (RENAMO), che si opponeva al partito vincitore, la FRELIMO, Movimento di Liberazione del Mozambico. In quello stesso anno si realizzò un evento molto importante per la Chiesa: la Prima Assemblea Nazionale di Pastorale a Beira, a cui parteciparono vescovi, sacerdoti, religiosi e religiose, catechisti e semplici cristiani, per cercare il modo migliore di operare in quel periodo di grandi sfide per la Chiesa. Il modello proposto fu di “incamminarsi verso una Chiesa ministeriale, fondata su Cristo, Inviato e Servo, nella quale ogni membro assumeva la sua responsabilità in una comunità di servizio… una Chiesa-famiglia, di servizi reciproci, una Chiesa nel cuore del popolo che egli sente come ‘sua’”. La risposta a quanto proposto nell’Assemblea di Beira fu altrettanto rapida, profonda e condivisa. Da quel momento tutti gli sforzi pastorali si concentrarono nella formazione e nella crescita delle “Piccole comunità cristiane”, che si moltiplicarono spontaneamente su tutto il territorio. In questo periodo ebbero grande importanza i tre centri catechistici che erano stati aperti nel Paese, all’indomani del Concilio Vaticano II, i quali formarono i leader delle piccole comunità. Tra questi centri si distinse dolorosamente quello di Guiúa, nella diocesi di Inhambane, per l’eccidio di 24 catechisti da parte della Renamo, avvenuto il 22 marzo 1992. Il loro esempio di fedeltà e generosità continua ad accompagnare e ad ispirare il cammino della Chiesa mozambicana.

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La Consolata nella mia vita

Da donna a donna. Da figlia a Madre: una relazione che colma di presenza la vita.

20 giugno: è la festa della Madonna Consolata! Da devozione locale per il popolo piemontese, la Consolata è oggi madre di molti figli sparsi nel mondo, che l’hanno conosciuta attraverso missionari e missionarie della Consolata, e che ora fa parte della loro vita con molta significatività.

Ecco a voi, cari Lettori, un mosaico di testimonianze di donne che hanno trovato nella Consolata una Madre, una presenza, una fonte inesauribile di consolazione.

“La mia relazione con Maria Consolata inizia circa 25 anni fa. La “Madre della consolazione”, “Consolata e Consolatrice”: queste espressioni attiravano la mia attenzione fin dal primo momento. La madre di Gesù fu consolata e oggi consola i suoi figli… non sarà che pure mi vuole consolare? Mi facevo questa domanda… e una sera di 13 anni fa, quando mi ritrovai sola in una situazione molto dolorosa, senza sapere cosa fare, ho messo la mano nella tasca, e lì si trovava lei: un’immagine della Consolata. In quel momento ho capito le parole che tanto mi toccavano: lei era la consolazione di cui avevo bisogno, lei mi accompagnava nel silenzio da molto tempo. Oggi posso dire che mi sono consacrata a lei, oggi dico con orgoglio e molto amore che sono Laica Missionaria della Consolata grazie a lei. E ringrazio Dio perché mi ha dimostrato in modo concreto il suo amore: mi ha dato una Madre Consolatrice affinché anch’io possa consolare gli altri”. (Betty Lopez, missionaria della Consolata argentina)

“La Consolata per me è quella madre attenta verso sua figlia. La sua presenza nella mia vita è reale e concreta, è più vissuta che pensata, più del cuore che della testa. Ogni Lunedì vado alla cappella più vicina di casa: la Sacra Famiglia, per la condivisione della Parola. E’ situata in una periferia urbana dove i residenti provengono per lo più dal Nord del Mozambico. Ma più che pensare nella loro origine, è da ammirare la fede e la semplicità delle loro condivisioni, una fede veramente incarnata nella realtà quotidiana. Ogni settimana ritorno a casa contenta per aver condiviso e ricevuto da questo gruppo. Mi edifica pensare che attrvaerso questi mezzi che la consolazione si espande, così è stato per Maria: nella sua vita è stata portatrice di consolazione” (Suor Julia Wambui Muya, suora missionaria in Mozambico)

“Sinceramente, non sono stata mai molto “mariana”… la mia fede è cresciuta a contatto con la Parola e nella relazione con Gesù Cristo. Alle volte mi facevo qualche scrupolo… essere missionaria della Consolata e non essere mariana… E poi, semplicemente, l’ho incontrata: mi trovavo lontana dalla mia missione tanto amata, e ne soffrivo molto. Sapevo il perché del distacco, ma il cuore piangeva. Ed ecco che, non sapendo che altro fare, le ho detto: “Maria, prendimi come tua figlia e proteggimi!”. Subito, mi sono sentita avvolta dal suo manto, mi sono sentita in braccio a lei, mi sono sentita figlia. Finalmente, e davvero, DELLA Consolata!” (Suor Stefania Raspo, missionaria della Consolata in Bolivia)

 

 

 

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Apprendista, anziché protagonista

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All’inizio del mese di ottobre, ecco una bella testimonianza sulla missione

Il giorno che aspettavo con grande entusiasmo si avvicinava e avevo solo un grande desiderio nel mio cuore, quello di arrivare alla mia missione e iniziare subito qualche attività pastorale. Sentivo di essere ben preparata e che nulla mi mancava per dare il mio contributo nelle diverse opere della missione. Al mio arrivo in Mozambico, sono stata accolta calorosamente dalle sorelle della Regione e mi sono sentita subito a casa, pronta ad inserirmi nella nuova realtà. La mia destinazione è stata la Provincia di Cabo Delgado, nell’estremo nord del Mozambico, e precisamente la comunità di Montepuez. Sentivo una grande gioia in me, e ho detto al mio cuore: “Finalmente i tuoi sogni stanno diventando realtà”. Non volevo perdere neppure un momento, ma desideravo addentrarmi al più presto nella realtà del popolo e della missione e iniziare subito il mio lavoro apostolico.

La realtà della missione in questo luogo è molto interessante. Sono venuta presto a conoscere che a Montepuez si trovano diversi gruppi etnici, la maggioranza dei quali è costituita dal popolo Macua “Emeto” e dai Makonde. Vi sono poi gruppi poco numerosi, alcuni dei quali provengono da altre parti del Mozambico, particolarmente i giovani che vengono nella nostra città per i loro studi. Montepuez è una città che si sviluppa gradualmente grazie alle sue risorse naturali, così vi si trovano anche degli stranieri, provenienti da diverse parti del mondo, che entrano nel Paese per cercare la loro fortuna nello sfruttamento delle miniere.

Ricordo bene come fosse ieri la mia prima domenica in mezzo a questo popolo, che mi ha accolto con grande gioia e con danze che mostravano la loro felicità di avermi in mezzo a loro. Lentamente ho iniziato ad osservare i loro costumi, i loro modi di agire, ad ascoltare con attenzione quando parlavano tra di loro e a conversare con loro.

p-33Nel frattempo, ho iniziato lo studio della lingua locale, facendo delle domande per comprendere più a fondo la cultura del luogo. Così ho appreso dalla gente stessa la ricchezza della loro cultura e dei loro costumi. Mentre ero impegnata in questo studio, mi è stato chiesto di dare una mano nella pastorale giovanile della parrocchia e, nello stesso tempo, di lavorare nel settore di animazione missionaria vocazionale, per potermi inserire ancora meglio nella realtà locale.

Subito mi sono chiesta da dove potevo iniziare e che cosa potevo fare. Come primo passo ho chiesto un po’ della storia del gruppo giovanile e delle attività che portavano avanti. Mi sono trovata arricchita dalla loro condivisione su quello che avevano fatto negli anni precedenti e ho capito che da parte mia dovevo solo dare continuità a queste attività. Il secondo passo è stato quello di elaborare il piano delle attività insieme con il parroco e i giovani stessi. È stata questa una bella esperienza, perché abbiamo pensato di considerare tutte le varie attività come dimensioni della crescita dei giovani, sia a livello pratico-economico (ricamo, artigianato, lotterie, preparazione del cibo, lavori manuali), sia a livello psicologico e sociale (visite alle carceri e all’ospedale, diversi dibattiti) e spirituale (giornate di ritiro, opera di evangelizzazione e formazione cristiana, studi biblici). Non sono mancate nel programma le attività fisiche e di divertimento (sport, picnic e feste nelle quali ci riuniamo per condividere i piatti locali). Nel settore dell’animazione lavoriamo come équipe per poter aiutare i giovani vocazionati (ragazze e ragazzi) a scegliere la congregazione a cui vogliono appartenere o per avviarli al sacerdozio. Sento che è bello essere chiamati a lavorare nella vigna del Signore facendo conoscere ai giovani i vari Istituti perché ciascuno segua la via che il Signore gli indica.

In questi due anni trascorsi a Montepuez, ho scoperto la gioia di lasciare che qualcun altro potesse aiutarmi nel mio cammino di scoprire la bellezza e la ricchezza della cultura locale. Oggi rendo grazie a Dio perché questo popolo mi ha insegnato come entrare nella loro realtà. Tante volte ho sentito alcuni dei giovani che mi dicevano. “Irmã, por favor, vá devagar, pois não è ainda tempo”, “Sorella, per favore, vai adagio, perché non è ancora il tempo”. Per me questo è stato l’insegnamento più bello della cultura, che ha come principio: prima osservare le cose e dopo provare ad agire quando si conosce bene la realtà locale. Così sono arrivata alla conclusione che nella vita missionaria si è sempre apprendisti e non protagonisti.

Suor Immaculate Wanja Wanderi, MC

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Porta Santa a Muliquela

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L’esperienza della Misericordia nella missione di Muliquela, in Mozambico
Una caratteristica di questo Anno Santo della Misericordia è che esso si può realizzare non solo a Roma, ma anche nelle varie diocesi locali, nelle cattedrali, concattedrali ed anche nei santuari, “mete – dice il Papa nella sua Bolla di Indizione del Giubileo – di tanti pellegrini, che in questi luoghi sacri spesso sono toccati nel cuore dalla grazia e trovano la via della conversione”. Nel seguente articolo suor Dalmazia Colombo ci descrive l’apertura della Porta Santa in un santuario del Mozambico.

Quando, alla fine di gennaio di quest’anno, ci venne comunicato che il 21 febbraio il nostro vescovo mons. Francisco Lerma sarebbe venuto nella nostra parrocchia-santuario della Madonna di Fatima di Muliquela, abbiamo sentito in cuore gioia e sgomento: gioia per l’onore e la grazia di avere la Porta Santa della Misericordia in questa missione dove ci troviamo da poco; sgomento perché il santuario, splendido nella sua struttura, porta i segni di quarant’anni di “vandalizzazione”, dovuti alla persecuzione religiosa, alla guerra e, infine, all’abbandono. Mons. Lerma, Missionario della Consolata, ci disse che nel 2010, quando divenne il pastore della diocesi, Muliquela era stata cancellata dall’elenco delle parrocchie!!!

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mons. Lerma con la gente

La stessa chiesa, pur essendo maestosa, era inaccessibile, sommersa dalle erbacce, circondata da costruzioni in rovina. Solo la passione missionaria e la collaborazione dei cristiani e di altre persone coraggiose, riuscirono a liberare il terreno, restaurare qualche caseggiato, ridare, insomma, vita e speranza alla parrocchia-santuario, realizzando nel 2012 un grande pellegrinaggio diocesano.

Le Missionarie della Consolata, nel 2014, accolsero la sfida di far rinascere la “Bella Signora di Fatima”, superando non poche difficoltà, compresa l’alluvione del gennaio 2015 che le isolò dal “mondo” per la caduta dei ponti sui fiumi dell’unica arteria stradale di cui la zona disponeva. Senza perdersi d’animo, le suore fecero sì che la vita riprendesse, riattivando la pastorale missionaria che abbraccia: visite alle famiglie e alle comunità del villaggio, animazione e formazione dei leader di comunità e catechisti, sostegno ai movimenti ecclesiali, promozione della donna, doposcuola, animazione di ragazzi e giovani, sostegno ai malnutriti. La comunità cristiana corrispose bene alle iniziative, collaborando anche nella gestione del territorio della missione, liberandolo dalle erbacce, tassandosi per rifare i banchi della chiesa, per sostenere le spese ordinarie del culto, sperando di arrivare piano piano a restaurare porte e finestre – tante – e, chissà, a tinteggiare la grande chiesa, che non è una cattedrale nel deserto, ma una chiesa viva. Un sogno! Per questo la notizia della Porta Santa della Misericordia ci ha fatto, nello stesso tempo, esultare e impensierire. Neppure disponendo di aiuti finanziari sarebbe stato possibile restaurare una delle grandi porte della facciata principale.

Ci volle il genio di suor Janete Vieira de Paiva per scoprire che le misure delle porte della sacrestia erano uguali a quelle della porta principale della chiesa, e una di queste era “restaurabile”. Fu la salvezza. Senza frapporre indugio, si scardinò quella che ebbe l’onere, grazie al lavoro professionale del falegname del villaggio, di aprirsi ad accogliere i fedeli desiderosi di Misericordia. Non fu facile fare di due una sola porta e rendere presentabili le altre della facciata. Ci fu un gran correre per andare al mercato di Ile (12 km) a comperare chiodi, colla, stucco, vernice… mancava sempre qualcosa, mentre il tempo stringeva. Ad un artista di Gurue fu commissionata la pittura su parete del logo e con della calce si pensò di imbiancare l’angolo della Porta Santa, coprendo le spese con il contributo straordinario delle comunità, anche se questo arrivava a singhiozzo.

Mentre gli operai lavoravano, si mise in moto la “macchina” dei cantori, degli accoliti, quella delle danzatrici, degli incaricati dell’altare e della pulizia della chiesa, perché la Misericordia del Padre potesse diffondersi largamente su coloro che l’avessero desiderata.

L’annuncio dell’apertura della Porta Santa fu dato con il “passaparola” dai catechisti di zona per raggiungere le sessanta comunità cristiane, alcune delle quali non si possono raggiungere né con mezzi motorizzati né con il cellulare.

Santuario_Madonn_ fatimaE arrivò il giorno 21 febbraio. L’arrivo del vescovo mons. Lerma era previsto per le 8.00. Di buon mattino mi avvio verso il santuario per poter fotografare la Porta Santa, prima che fosse aperta. Mentre scatto qualche foto, si sente in lontananza l’arrivo dell’automobile del vescovo e di fretta gli si va incontro. Come descrivere a parole quanto accadde da quel momento? Difficile, inaspettato, ma molto indicativo di quanto bisogno di Misericordia ci sia nel cuore degli uomini. Come si spiega altrimenti quanto accadde? Ossia l’afflusso di migliaia di persone, alcune arrivate il giorno prima a piedi, in bicicletta o anche in moto, passando la notte all’addiaccio.

E cosa dire nel vedere la folla passare ordinata, devota per la Porta Santa, e inginocchiarsi sul pavimento liberato dai banchi, rimanendo quasi sempre così durante la celebrazione che durò almeno due ore? L’accoglienza della benedizione del Vescovo che asperse tutti i fedeli inginocchiati passando lentamente attraverso il “tappeto umano” dei fedeli? Commovente il momento in cui il Vescovo, spiegando nell’omelia che, alla Misericordia di Dio, dovevamo rispondere con le quattordici Opere di Misericordia, chiese all’assemblea se le conoscesse. Immediatamente, dalla navata a destra, femminile, partì il coro “Dar da mangiare agli affamati…”. Sorpreso, e un po’ provocatorio, mons. Lerma si rivolse agli uomini della navata sinistra perché proclamassero quelle spirituali. Ed ecco un coro possente declamare: “Consigliare i dubbiosi, insegnare…”. All’uscita, non ci fu il tradizionale vocio o peggio schiamazzo di quando si scioglie un’assemblea. Sembrava che ognuno volesse continuare a vivere l’abbraccio del Padre Misericordioso. “Muluku Okhala”, “Dio esiste”, mormorò una signora. Sì, Dio esiste, Cristo è vivo, e ancora una volta lo abbiamo sperimentato!

Suor Dalmazia Colombo, MC

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La parola alle giovani!

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Le nostre giovani in formazione del Mozambico ci raccontano la loro vita, in cammino verso la consacrazione per la missione

Dalla fine dell’anno scorso la nostra comunità delle prenovizie (giovani in formazione che si preparano per la vita consacrata missionaria) ha sentito il bisogno di avvicinarsi alle persone più bisognose della nostra zona. E così abbiamo iniziato a visitare le famiglie che risiedono nella parte bassa del fiume Matola, vicino alle saline, per questo il quartiere è chiamato Salinas (che significa “delle saline”).

Salinas è una zona molto vulnerabile: in caso di pioggia è il primo luogo che si inonda, per questo la regione è popolata solo da famiglie nella maggioranza molto povere.

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in cammino

Visitavamo queste famiglie sporadicamente, ma nella nostra testa non avevamo ancora capito il significato di quelle visite. Il tempo passava e quando stavamo per iniziare il tempo della Quaresima, pensando a quali pratiche scegliere per vivere bene questo tempo, abbiamo deciso di programmare la visita alle famiglie di Salinas.

Un bel giorno ci incamminiamo verso questo quartiere, e ciò che troviamo è qualcosa che tocca molto il cuore: ci rendiamo conto che ci sono famiglie che non possiedono assolutamente nulla.  Case in cui erano due, tre giorni che non si metteva la pentola sul fuoco, perché non c’era nulla da cucinare. Persone malate, senza qualcuno che si prendesse cura di loro, bambini senza la possibilità di studiare, che significa un futuro senza speranza, anziane abbandonate dai propri figli, perché accusate di “stregoneria”.  E’ gente che vive in condizioni così precarie che nessuno desidererebbe vivere. Tutte queste situazioni ci toccarono profondamente, facendo sorgere in noi domande come perché? Come? Qual è il motivo? Come viviamo la nostra vita quotidiana? Cosa possiamo fare noi?  E

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la comunità formativa con Madre Simona e suor Natalina, durante la visita canonica del 2015

tante altre risuonavano nel nostro cuore… perché ci lamentiamo sempre, anche se abbiamo tutto, anche se Dio ci dà tutto, usiamo male quello che abbiamo, mentre altri stanno male… E’ stata una grande lezione di vita, che ci ha insegnato a ringraziare Dio per tutto quello che ci concede ed essere felici anche nel poco che abbiamo, perché c’è chi ha bisogno della metà delle cose che abbiamo e non le trova.

Dice il Salmo 130: “non cerco grandi cose, superiori alle mie forze”  ed è ciò che questa esperienza ci dà: ci insegna a pensare all’altro e a ricordarci che c’è tanta gente quasi dimenticata, che muore di fame e che ha bisogno del nostro aiuto: alle volte non è un aiuto materiale, è la sola preseenza al loro fianco, una semplice parola è sufficiente per sentirsi consolati, ricordati e amati.

Anacélia Watche, prenovizia MC

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