25 anni di missione in Guinea Bissau

Ricordi di 25 anni di consolazione e annuncio in Guinea Bissau, paese dell’Africa occidentale. 

Nel 1992 il nostro Istituto ebbe la gioia di aprire una nuova presenza in Africa Occidentale, e precisamente nella Guinea Bissau. Il 29 febbraio di quell’anno giunsero a Bissau le prime quattro missionarie della Consolata: suor Emma Piera Casali, italiana e reduce dal Mozambico, suor Ana Paula Foletto e suor Ortência Antunes Da Silva, brasiliane, insieme a suor Adriana Medina Medina, colombiana.

Al loro arrivo all’areoporto della capitale, furono accolte con molta cortesia e affetto dall’allora vescovo Mons. Settimio Arturo Ferrazzetta e dai suoi collaboratori. Le quattro missionarie rimasero a Bissau per alcuni mesi, impegnate nello studio della lingua e della cultura del Paese. Ebbero anche l’opportunità di visitare tutte le missioni di quella che era allora l’unica diocesi della Guinea. Il 2 aprile successivo fu posta la prima pietra della casa delle sorelle e il 4 agosto esse poterono inaugurare la nuova missione di Empada. Furono accolte con tanta gioia ed entusiasmo da tutta la popolazione: musulmani, rappresentanti dell’etnia biafada e delle religioni tradizionali, evangelici ed alcuni cattolici che si trovavano lì dal tempo della colonizzazione portoghese. Il 9 agosto Mons. Ferrazzetta, durante una solenne celebrazione, presentò ufficialmente alla gente le quattro missionarie della Consolata, le quali furono accolte da tutti, compresi i musulmani, con grande affetto e rispetto.

In un primo momento le Sorelle si dedicarono a visitare le famiglie, allo scopo di conoscere la popolazione e la realtà missionaria affidata alle loro cure pastorali. Nel 1997 furono celebrati a Empada i primi battesimi e matrimoni cristiani. Le Missionarie ringraziarono Dio e con tanta gioia accolsero questi primi frutti delle loro fatiche apostoliche. Qualche anno prima, nel 1994, esse avevano intrapreso alcune attività nel villaggio SOS di Bissau, ma attualmente non siamo più presenti in quest’opera.

Nel 2000 si verificò una nuova apertura, questa volta a Bubaque, una delle isole dell’arcipelago delle Bijagó, una missione davvero sfidante e attraente, che esige dalle Sorelle molto coraggio e determinazione per affrontare le traversate in mare con imbarcazioni molto fragili, per fare visita e portare aiuti alle popolazioni delle isole vicine.

L’anno 2006 ha segnato l’apertura dell’ultima missione, quella di Bor, alla periferia di Bissau, come sede della Delegazione e casa di accoglienza per le Sorelle provenienti dall’interno del Paese. La comunità di Bor svolge un intenso lavoro pastorale nella scuola, nella parrocchia e nell’evangelizzazione di centinaia di giovani e di bambini, che ogni giorno giungono qui per iniziare il loro cammino cristiano, attraverso il catecumenato.

splendidi giochi di luce (isole Bijagó)

Oggi, come missionarie della Consolata, cantiamo il nostro MAGNIFICAT, ringraziando e lodando il Signore per questi 25 anni della nostra presenza in Guinea. Sono state tante le persone che hanno potuto conoscere, attraverso il nostro apostolato, il nostro Redentore Gesù, la SS. Consolata e il Beato Giuseppe Allamano, nostro Fondatore, e che ora navigano con noi nella barca dell’Istituto. Sono tante le missionarie della Consolata che hanno lavorato ed ancora lavorano in questa terra di missione, provenienti da differenti Paesi e Continenti: Italia, Brasile, Colombia, Portogallo, Argentina, Mozambico, Kenya, Tanzania, Etiopia. Due di loro hanno già raggiunto la Patria celeste: suor Margarida Benedetti e suor Floralda Esteban Palencia.

Insieme a tutti gli abitanti della Guinea Bissau, le missionarie della Consolata qui presenti sognano un futuro migliore per questo popolo così sofferente e umiliato, un futuro di pace, frutto di miglioramenti nel campo dell’istruzione, della sanità e delle condizioni di vita in generale.

Le comunità cristiane cantano frequentemente un canto che nacque durante il tempo della guerra di liberazione:

“Libertà, libertà per tutto il popolo della Guinea.
Se desideriamo l’amicizia, dobbiamo unire i nostri cuori;
se cerchiamo l’unità, dobbiamo essere uniti nell’azione!
Oh, oh, Popolo della Guinea Bissau!

L’Africa è la nostra terra, terra di amore!
L’Africa è il nostro mondo, terra di valore!
L’Africa è la nostra madre, madre di amore!
L’Africa è il nostro mondo, di speranza e di ardore!”

suor Maria De Lourdes Pereira, mc

 

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“Migranti e rifugiati: uomini e donne in cerca di pace”

GIORNATA MONDIALE DELLA PACE. Messaggio di Papa Francesco

1°. Gennaio 2018

“Osservando i migranti e i rifugiati, questo sguardo saprà scoprire che essi non arrivano a mani vuote: portano un carico di coraggio, capacità, energie e aspirazioni, oltre ai tesori delle loro culture native, e in questo modo arricchiscono la vita delle nazioni che li accolgono. Saprà scorgere anche la creatività, la tenacia e lo spirito di sacrificio di innumerevoli persone, famiglie e comunità che in tutte le parti del mondo aprono la porta e il cuore a migranti e rifugiati, anche dove le risorse non sono abbondanti” (Papa Francesco)

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Auguri di buon Natale e di un felice Anno Nuovo ai nostri lettori!

E’ NATALE, Cristo è nato per noi, come non esultare insieme per celebrare questo grande mistero d’AMORE. Oggi la salvezza entra nei nostri cuori e ci rende persone nuove.  Oggi il Signore viene in ciascuno di noi, nasce in noi e ci fa rinascere.   Lasciamoci incontrare da Lui che è venuto nel mondo per abitare in noi, e per essere il nostro Salvatore. Lasciamoci trovare, toccare, accarezzare, e abbracciare dalla tenerezza che salva.

Affidiamo a Maria ogni realtà che viviamo perché come Lei ha accolto nel suo grembo il Dio che si è fatto carne possiamo anche noi accoglierlo e contemplare questo miracolo della bontà divina, che dilata i nostri orizzonti e i nostri cuori.

Il Signore vi benedica e giunga a ciascuno di voi il nostro più affettuoso augurio di BUON NATALE!

 

Madre Simona Brambilla, 

Superiora Generale,

Suore Missionarie della Consolata

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Nello spezzare il pane…

Prime impressioni di suor Mercy, giovane MC keniana che oggi cammina con la gente della missione di Vilacaya, in Bolivia.

Per me la missione è un dono in cui mi si svela la presenza amorosa di Dio e sperimento profondamente che l’essere qui, tra questo Popolo, è un compito che Lui stesso mi ha affidato.

Per raggiungere Vilacaya (Bolivia) dall’Argentina, ho dovuto fare un viaggio lungo e faticoso, che durò all’incirca due giorni. Ma la mia determinazione ed entusiasmo sono stati decisivi per superare ogni fatica! Mentre oltrepassavo la frontiera dall’Argentina alla Bolivia, ho iniziato a sentire che era proprio questa la mia missione ed ero molto felice ed emozionata di poter arrivare in questo luogo. La prima sfida che ho dovuto affrontare è stata quella dell’altitudine, e per questo ho innalzato a Dio la mia preghiera chiedendo il suo sostegno. E posso affermare che grazie ad essa sto superando tante difficoltà e paure, nella certezza che il Signore è con me. Insieme alla preghiera, m’incoraggia anche il fatto di essere in una comunità di Sorelle, che mi hanno accolta con grande amore e fraternità.

Vilacaya è un luogo circondato da colline che si intrecciano tra di loro e, anche se hanno poca vegetazione e sono sassose, secche e fredde, sono di una bellezza inaudita. La gente di Vilacaya è molto accogliente, gentile, amabile e generosa. Sfortunatamente la Bolivia, in generale, da alcuni anni soffre le conseguenze del cambio climatico che ha provocato l’attuale crisi idrica; ciò sta portando molta gente ad emigrare.

Al momento mi dedico alla visita delle comunità di Vilacaya, insieme alle mie consorelle, e sento che la gente ci riceve con tanta gioia. Quando hanno saputo che io sarei rimasta con loro, sono stati molto felici, nonostante una volta una donna mi abbia chiesto: “Perché hai deciso di rimanere in Vilacaya dove il clima è così sfidante?” Ed io le ho risposto: “Perché mi piace tantissimo la gente di Vilacaya”. Ella ha sorriso ed è stata felice. In quel momento ho sperimentato che la nostra presenza in quella zona è un segno di consolazione e speranza per la gente.

Uno tra i tanti aspetti che caratterizzano questo Popolo è appunto quello dell’accoglienza, che si manifesta particolarmente attraverso l’invito a mangiare insieme, che per loro è un mezzo che aiuta a tessere relazioni, che porta all’accettazione e alla riconciliazione. È quindi una loro prassi quella di invitare a mangiare l’ospite dopo una visita, oppure i partecipanti ad una celebrazione. È un modo per esprimere apprezzamento, ospitalità e generosità. Questo gesto riporta alla mia memoria il passo biblico dei discepoli di Emmaus che avevano camminato con il Signore come fosse uno straniero, ma invitandolo a rimanere con loro per condividere la cena, hanno potuto scoprire la sua vera identità. Il fatto di condividere insieme il cibo con la gente è di per sé un momento sacro, nel quale Cristo si rivela a noi come a quei discepoli. Perciò io gioisco pienamente ogni volta che ho l’opportunità di condividere questi momenti insieme ai Vilacayani, giacché si spezza non solo il pane, ma è l’occasione per conoscerci ed arricchirci vicendevolmente.

Ammiro la loro organizzazione in comunità, dove si lavora seriamente per l’interesse comune e si protegge e cura la vita di ogni persona, prendendo sempre attraverso il dialogo, le decisioni da realizzare per ogni situazione. Riescono inoltre ad ampliare i loro circoli per dare il benvenuto ai visitatori, per proteggerli e prendersi cura di loro. Sono stata molto edificata un giorno che la polizia era entrata nella nostra casa, per verificare dove vivevamo e per fare le pratiche dei miei documenti. Quando essi entrarono nella nostra casa, molta gente si avvicinò per proteggerci, perché avevano pensato che qualcosa di grave fosse successo, e gli stessi poliziotti uscendo si sono meravigliati nel vedere tutta quella gente! Questo è stato un segno di quanto la gente ci ama, apprezza e protegge.

L’esperienza che sto vivendo mi aiuta a capire che essere missionaria della Consolata è una scuola continua di apprendistato dove imparo ad essere consolata dal Signore per poter consolare con quella stessa consolazione che da Lui ricevo. Sto imparando tante cose sia dalle mie consorelle più esperte di missione, che dalla stessa gente, che ha una cultura tanto bella e tanto ricca.

suor Mercy Mabuti, mc

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Quattro chiacchiere con… suor Natalina

Intervista a suor Natalina Stringari, missionaria della Consolata brasiliana

Quando senti la parola missione, qual é la prima cosa che ti viene in mente? 

Quando sento la parola missione, la prima cosa che mi viene in mente è l’annuncio di Gesù, del suo amore che salva, della sua misericordia e compassione verso tutti. Ma mi  vengono in mente anche le culture, le diversità, le ricchezze, le sofferenze, le speranze, le gioie di ogni popolo… Questi popoli che anche senza saperlo sono gia stati salvati da questo Amore del Figlio Gesù, ma bisogna che qualcuno Lo renda conosciuto.

Secondo te, qual é la priorità oggi della missione? 

Secondo me, la priorità della missione oggi, è che la Chiesa, nella persona di ogni battezzato, di ogni cristiano/cristiana, sia vicina a tutte le persone e sappia testimoniare, anzitutto con le sue scelte di vita e con i suoi atteggiamenti di rispetto, il Volto misericordioso di Gesù, del Padre. Questa deve essere la missione della Chiesa, verso tutti, senza la condizione della conversione, perché è la Salvezza che diventa condizione possibile di conversione, proprio perché la persona ha fatto l’esperienza di sentirsi accolta e amata incondizionatamente. Una Chiesa che non ostenta alcun potere, ma che è vicina alle persone, in umiltà e tenerezza; la missione non va vissuta nella potenza perché Gesù stesso si è rivelato, non con potenza, ma nella piccolezza, tenerezza e umiltà di un bambino, nel segno insignificante e nascosto del pane e del vino, nello spogliamento e fallimento della croce. Nel vivere la missione ogni cristiano/a, ogni missionario/a è chiamato ad aiutare le persone a scoprire questo volto di Gesù, ma è anche chiamato a scoprire nel volto di ogni persona quello di Gesù; a scoprire i Segni del Regno gia presente nelle stesse realtà dove vive la sua chiamata.

Raccontaci un episodio della tua vita missionaria che ti ha dato tanta gioia.

Mi è difficile identificare UN episodio che mi ha dato tanta gioia perché in questi 25 anni di vita missionaria ho perso il conto degli innumerevoli momenti di gioia che hanno segnato la mia vita, anche, talvolta in mezzo alle sofferenze e le difficoltà. Ma condivido uno particolarmente interessante: quando sono arrivata in Guinea Bissau, nell’anno 2000, sono stata subito destinata alla comunità di Bubaque, nelle isole Bijagos. Andavo con una ferma convinzione: in qualunque luogo sarei andata il Signore era già là, a precedermi e accogliermi per vivere con me questa “avventura missionaria”. Quando stavo arrivando, ancora sul barcone con il quale avevamo fatto alcune ore di viaggio sull’Atlantico, ho visto due mie consorelle e un gruppo di persone della comunità che mi aspettavano, con gioia, sulla sponda. In quel momento ho fatto l’esperienza dell’accoglienza e della certezza che il Signore mi aveva preceduta e ho detto tra me: “ecco Gesù mi aspetta  e mi accoglie attraverso queste sorelle e queste persone”, perché Egli si sta manifestando concretamente. E questa certezza mi ha riempito il cuore di gioia e gratitudine e mi ha accompagnato nel cammino, fino a oggi. Quando penso che alcune di quelle persone non erano cristiane mi stupisco ancor di più perché questo è un segno per noi Missionarie della Consolata chiamate a vivere la missione tra i non cristiani.

Se oggi, dopo 25 anni di consacrazione religiosa missionaria, potessi ritornare indietro all’inizio della tua vita missionaria, cosa non faresti? E cosa invece sicuramente rifaresti? 

Forse cercherei di non fare le cose che considero di aver fatto in modo sbagliato, sebbene so che anche questo fa parte del cammino, perché dagli errori o sbagli si impara di più che non quando le cose sembrano andare in modo perfetto. Poco a poco nella mia vita religiosa-missionaria ho scoperto che non dovevo essere perfetta per vivere con autenticità, ma piuttosto vivere in semplicità, intensità e gioia con sempre più coscienza che, parafrasando le parole di nostro Fondatore Allamano, “non stavo facendo un favore a Dio ma che invece è Lui che mi ha aggraziata con il dono della vocazione religiosa e missionaria”.

Dopo questi 25 anni di consacrazione continuerei la strada percorsa con la stessa fiducia e la stessa Grazia che ho avuto momento per momento. La missione ha cambiato la mia vita, mi ha sfidata a offrire il meglio di me stessa; il contatto con sorelle di diverse provenienze e con popoli e realtà culturali molto diverse della mia, ha arricchito la mia vita in un modo sorprendente. Di tutto questo sono riconoscente a Gesù, alla Consolata e a ogni persona che ho incontrato lungo il cammino.

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Testimoniare la forza trasformatrice del Vangelo.

Papa Francesco ci invita a riflettere e pregare sulla missione al cuore della fede cristiana, dicendo che “il mondo ha essenzialmente bisogno del Vangelo di Gesù Cristo. Egli, attraverso la Chiesa, continua la sua missione di Buon Samaritano, curando le ferite sanguinanti dell’umanità, e di Buon Pastore, cercando senza sosta chi si è smarrito per sentieri contorti e senza meta. E grazie a Dio non mancano esperienze significative che testimoniano la forza trasformatrice del Vangelo”.

In occasione della giornata Missionaria Mondiale (22 ottobre, 2017) tanti cristiani nel mondo siamo in comunione gli uni gli altri, nella preghiera e nella condivisione delle esperienze missionarie, che testimoniano la gioia della fede e della vita trasformata con la forza del Vangelo.

Vediamo questa galleria fotografica delle Suore Missionarie della Consolata, in missione…risposta di fede alla chiamata di Dio.

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In cammino con il popolo

Testimonianza di suor Innocenzia, missionaria della Consolata in Mozambico

La mia missione in Mozambico è iniziata nell’ottobre del 1981. Attualmente sono impegnata nella catechesi presso la parrocchia Nostra Signora di Fatima, a Montepuez, nella formazione dei catechisti e nella promozione della donna a livello parrocchiale e della Diocesi di Pemba. Accompagno inoltre nel loro cammino formativo i Laici Missionari della Consolata. Insieme al parroco e ad un animatore visitiamo le 65 comunità cristiane della nostra zona, soffermandoci soprattutto presso quelle famiglie che sono più bisognose.

Quest’anno festeggiamo il 90° anniversario della nostra presenza in Mozambico, dove le nostre prime sorelle giunsero nel 1927. Grazie al loro lavoro apostolico, incontriamo ancora oggi tante persone che hanno conservato la loro fede e che continuano ad impegnarsi nella Chiesa, in vari ministeri.

Le nostre sorelle hanno lavorato molto con i Padri Monfortani nelle diocesi di Cabo Delgado e Pemba, mentre nelle diocesi di Niassa, Nampula, Inhambane e Maputo hanno collaborato con i nostri confratelli della Consolata e con altre congregazioni. Sempre i missionari e le missionarie hanno seminato e continuano a seminare la Parola di Dio, promuovendo la fede, la speranza e la gioia tra la gente, anche in situazioni molto difficili e rischiose. Si sono impegnati molto nella promozione umana, morale e spirituale del loro popolo. Molte persone che oggi ricoprono cariche di responsabilità nella società hanno studiato nelle nostre missioni.

Durante la guerra civile le sorelle non hanno lasciato il Paese, ma sono rimaste vicine alla gente. Questa guerra, durata molti anni, ha causato la morte di molte persone, portato povertà al Paese e provocato la dispersione di tante famiglie.

La Chiesa mozambicana ha camminato con il popolo, lo ha accompagnato nelle varie situazioni in cui si è venuto a trovare e lo ha aiutato ad arrivare all’Accordo di Pace tra i partiti della Frelimo e della Renamo, firmato nell’ottobre del 1992. Da quel momento la gente ha cominciato a “respirare” la pace, un tesoro che tutti desiderano che continui per sempre, anche se essa dipende dal continuo dialogo e dall’intesa tra i partiti politici e presenta sempre delle sfide.

Il Mozambico è una terra molto ricca di minerali: oro, pietre preziose, grafite, marmo e, inoltre, gas e petrolio, tuttavia il popolo soffre molto per mancanza di lavoro, che porta con sé la povertà. Quest’anno, a causa della siccità in alcune province, come Cabo Delgado, si soffrirà anche la fame e i contadini sono molto preoccupati a questo riguardo.

Come ho già accennato, rientra nel nostro impegno pastorale la visita alle famiglie, che è una caratteristica del nostro metodo missionario. Quando le incontriamo, ascoltiamo innanzitutto le loro preoccupazioni e le loro gioie, cerchiamo di consolarle e di dare loro dei buoni consigli per un cammino di speranza, valutando le possibilità di ciascuna. Alcune ci ascoltano e cambiano vita. In genere, le nostre visite sono ben accolte e arrecano molta gioia. Si parla con libertà e ci si arricchisce a vicenda, ascoltando, animando e incoraggiando. Ci sono famiglie che hanno sete di ascoltare la Parola di Dio; altre che hanno bisogno di essere consigliate e consolate; alcune che hanno dei malati in casa e si sentono scoraggiate; altre che soffrono per incomprensioni familiari. Per noi è molto bello essere vicine a tutte loro.

Mi sta soprattutto a cuore Ntele una piccola comunità cristiana, in mezzo a tanti musulmani. Grazie al “Regulo” attuale, signor Jivado Gonçalves, responsabile di quella zona, è stata accettata la richiesta di due cristiani di vendere la loro terra, per costruire una chiesetta. Infatti nel passato i cristiani dovevano recarsi la domenica in un villaggio parecchio lontano per partecipare alla S. Messa. L’anno scorso anche noi missionarie ci siamo recate in questo villaggio, per visitare le famiglie e gli ammalati.

Quanta gente bisognosa, che ci ha accolto con tanta gioia, soprattutto i bambini che ci hanno accompagnato sempre! Quando la gente è ammalata, deve fare un lungo tragitto per recarsi al piccolo dispensario oppure, quando è necessario, raggiungere l’ospedale distrettuale. Ma pochi di loro hanno il denaro sufficiente per viaggiare e recarsi all’ospedale.

Nelle nostre visite abbiamo incontrato anche un uomo che vive da solo ed è considerato un malato mentale. Lavora nel suo piccolo orto, ma le scimmie gli mangiano tutto e spesso soffre la fame. Ci ha raccontato tutta la sua storia e, quando lo abbiamo salutato per andare via, ci ha ringraziato tanto della nostra visita e del poco cibo che gli avevamo portato e ci ha detto “Dio ama anche me!”

Visitare le famiglie mi dà tanta gioia e sento che è parte della mia missione, anche se non ho da dare loro quegli aiuti materiali di cui avrebbero bisogno. Le famiglie, da parte loro, sono in generale, molto accoglienti e generose. Offrono tutto quello che hanno: mandioca, arachidi, fagioli, dipendendo da quello che raccolgono nei loro orti.

Costituire una famiglia, peraltro, non è una cosa facile. Il sacramento del matrimonio oggi è una sfida per i giovani. Le coppie si uniscono molto tardi nel sacramento. La maggior parte della gente si sposa dopo aver già creato la famiglia. Inoltre ci sono spesso problemi tra marito e moglie: questa vorrebbe accedere al sacramento, mentre il marito ha difficoltà nell’accettarlo. Ci sono pochissimi matrimoni tra i giovani; ha fatto eccezione il nostro giovane catechista che aveva detto una volta: “Io non voglio convivere prima del matrimonio”. E così è stato. Quello fu un giorno di grande gioia per tutti.

suor Innocenzia Benjamin Mzena, mc

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Il significato di una presenza

le prime MC in Mozambico sul fiume Zambesi

Novanta anni fa, sette Missionarie della Consolata, per la prima volta nella loro storia, toccavano il suolo mozambicano.

Nessuna di loro superava i 30 anni di vita; una, poi, ne aveva appena 20. Era il 3 luglio 1927. Da sette, divennero, nel corso degli anni, venti, quaranta, settanta toccando un massimo di cento presenze in contemporanea, distribuite in sei province del Mozambico. Attualmente siamo una trentina, appartenenti a sei nazioni. La nostra età va dai quaranta ai novanta anni, vantando sorelle mozambicane sparse per il nostro mondo missionario. Spontanea la domanda: che cosa ha caratterizzato la nostra presenza in questo Paese che, dal nostro arrivo ad oggi, ha conosciuto cambiamenti epocali sotto l’aspetto sociale, politico, religioso? Non so se mi sbaglio, ma una risposta mi è affiorata alla mente il 27 febbraio 2017. Nel Centro Culturale dell’Ambasciata portoghese a Maputo ci fu il lancio di due libri, scritti rispettivamente da un missionario da una missionaria della Consolata riguardanti il Niassa, territorio simbolo della presenza delle Missionarie e dei Missionari della Consolata in Mozambico: A Política Religioso-Missionária do Estado Novo em Portugal e A Evangelização no Niassa: 1926-1962, di padre Álvaro López e Passos Proféticos de Crescimento: 1963-2015, Diocese de Lichinga, della sottoscritta.

le prime sette sorelle

Nell’ambiente elegante preparato per un’ottantina di persone, si dovettero aggiungere sedie dopo sedie per far posto a centinaia di persone che continuavano ad affluire, molte delle quali dovettero rimanere in piedi. “Mai visto”, mormoravano gli organizzatori. Riempivano la sala sacerdoti e suore mozambicani; religiosi e religiose da pochi anni in Mozambico che sedevano accanto a Gesuiti, Francescani e evangelizzatori di antica data; seminaristi cattolici e anglicani; amici laici di tanti colori, tante nazionalità; etnie del nord e del sud del Mozambico. Diversificata anche l’età dei presenti e la condizione sociale al punto da sorprendere gli organizzatori, abituati a sponsorizzare autori e personaggi famosi.

Il segreto del successo? Un primo spiraglio di luce ci venne dal presentatore delle opere, padre Rafael Sapato, sacerdote diocesano di Lichinga (oggi vicerettore dell’Università Cattolica del Mozambico), il quale disse di essere nato tra le mani di una “Consolata”, educato dai figli e figlie dell’Allamano, i quali nel corso di una quasi centenaria presenza in Mozambico si erano distinti per la capacità di evangelizzare contestualizzando la missione e seguendo i cambiamenti epocali avvenuti nel Paese.

Al momento degli autografi, scoprii il segreto del “pienone”: la maggioranza dei presenti proveniva dalle missioni fondate e condotte alla maturità di Chiesa locale dai missionari e missionarie della Consolata, passate ora alle loro cure pastorali.

suor Dalmazia, autrice dell’articolo

Fu quasi come un appello ad essere aiutati a vivere insieme il momento storico che il Mozambico sta attraversando, aderendo all’appello della Conferenza Episcopale, che nell’ennesima svolta storica segnata dalla minaccia di una nuova guerra civile – dovuta al deterioramento della vita sociale, politica, economica e al nuovo apparire della violenza che semina insicurezza, povertà, lutti – propone come priorità pastorale lavorare per la pace attraverso un dialogo costruttivo con tutte le forze vive della società, seminando la speranza, coscienti che le sfide che viviamo si possono superare solo se ognuno di noi saprà fare la sua parte, superando interessi personali e di gruppo.

La risposta delle Missionarie della Consolata è: “Sì”. Siamo pronte. E lo abbiamo già dimostrato, rimanendo sul territorio, come nel passato, al passo con la Chiesa, chiamata ad essere ancora una volta profeta di speranza e di consolazione, superando paure e pessimismo.

Suor Dalmazia Colombo, mc

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MISSION IS POSSIBLE

È in programma, a Brescia, dal 13 al 15 ottobre, Il primo festival della missione.  Un festival, naturalmente a porte aperte che permette sperimentare la missione attraverso diversi eventi: testimonianze missionarie,  momenti di preghiera, mostre fotografiche, concerti, tavole rotonde, spettacoli…

Molti Istituti Missionaria, tra cui le Suore Missionarie della Consolata, hanno dato una risposta positiva e immediata come segno di apertura e disponibilità per collaborare, ma soprattutto per condividere il dono della missione, come parola di vita, parola di Gesù, che non si può nascondere, ma che è urgente condividere, perché “ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita…vi annunziamo” (1Gv 1,  1-3).

Lo slogan di questo festival: “Mission is possibile” ci ricorda che un nuovo annuncio del Vangelo è possibile, soprattutto innanzi alle sfide del oggi e alla necessità di condividere il dono di Dio Consolatore, in piena sintonia con la Chiesa “in uscita” sulla quale Papa Francesco molto speso ci fa allusione.

Per conoscere di più su questo grande evento missionario e per partecipare, guardare il sito www.festivaldellamissione.it

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Un amore donato e ricevuto

La nostra presenza di Suore Missionarie della Consolata in Mozambico, Paese dell’Africa australe che si affaccia sull’Oceano Indiano con una splendida costa lunga 2500 km, ha avuto inizio nel lontano 1927; quest’anno quindi ne vogliamo ricordare e celebrare il 90° anniversario.

Ci sarà di aiuto in questo nostro percorso il ricco volume di suor Dalmazia Colombo, pubblicato recentemente, dal titolo Fede e Missione. In esso l’autrice, missionaria della Consolata giunta in Mozambico per la prima volta nel 1964, ripercorre la storia delle nostre missioni in questo Paese, avvalendosi anche di testimonianze dirette delle sorelle che hanno svolto il loro apostolato missionario in Mozambico.

Le pioniere di questa missione sono giovani donne, tra le quali una, suor Benedetta Mattio, appena ventenne, piene di coraggio, pronte ad affrontare le difficoltà degli inizi con tanta fede ed entusiasmo, ma disponibili anche a lasciare tutto, quando “ordini” perentori chiedono loro di lasciare una missione per andare in un’altra.

Scrive suor Benedetta Mattio: “Nonostante la stanchezza per il lungo e disagiato viaggio marittimo, sui nostri volti si leggeva una gioia immensa per poter finalmente toccare il suolo mozambicano… Non immaginavamo però le avventure che ci attendevano prima di giungere alla meta”.

La meta era la missione di Miruru, situata nella valle dello Zambesi, in provincia di Tete, dove si trovavano i missionari della Consolata da due anni, essendo giunti in Mozambico alla fine del 1925. La loro collaborazione apostolica fu interrotta improvvisamente nel 1930, quando le missionarie dovettero trasferirsi per ordine del vescovo Mons. Rafael Maria da Assunçao, che era allora l’unico vescovo del Mozambico, nell’isola di Ibo, nella provincia di Cabo Delgado, dove avrebbero collaborato con i Padri Monfortani olandesi e francesi. In questo periodo la piccola comunità delle suore missionarie fu messa duramente alla prova dalla morte di una delle “pioniere”, suor Anania Tabellini, deceduta nel 1934 per tubercolosi polmonare, all’età di 30 anni.

In seguito, con l’arrivo di altre sorelle dall’Italia furono aperte le missioni di Mahate, Namuno e Nangololo. Nel 1942 la missione di Mahate venne chiusa e le sorelle si trasferirono a Montepuez, nella provincia di Porto Amelia (attuale Pemba).

Gli anni 1949-70 furono anni di intensa crescita dell’azione evangelizzatrice, caratterizzati dall’espansione crescente delle nostre comunità nelle province di Cabo Delgado, Niassa, Inhambane e Maputo (allora Lourenço Marques). Tutto ciò potè avvenire grazie a due eventi storici: la fine della seconda guerra mondiale, che favorì l’arrivo in Mozambico di nuove missionarie della Consolata, e l’applicazione piena dell’Accordo Missionario, che spianò le difficoltà tra le autorità civili portoghesi ed ecclesiastiche. Non si arrivò però “felicemente” al termine di questo periodo, perché già alla fine del 1961 ci furono le prime avvisaglie che preannunciavano la guerra di indipendenza dal Portogallo, scoppiata il 25 settembre 1965 a Cabo Delgado e terminata il 25 giugno 1975 con la creazione della Repubblica Popolare del Mozambico.

Mozambico: suor Dalmazia Colombo

Gli anni che seguirono, fino al 1992, furono per il Mozambico anni di trasformazioni e di eventi epocali: fine della guerra di liberazione, indipendenza, rivoluzione marxista-leninista, guerra civile e, finalmente, la pace siglata a Roma il 4 ottobre 1992, attraverso la mediazione della comunità di S. Egidio e della Conferenza Episcopale mozambicana.

Ecco la testimonianza di una sorella brasiliana, suor Teresa José de Osti, che ci descrive i sentimenti delle comunità all’annunzio della raggiunta indipendenza del Paese: “Noi missionarie della Consolata, in comunione con tutto il popolo mozambicano, in quei primi mesi del 1975 aspettammo i giorni dell’indipendenza con molta gioia e timore. Gioia, perché era quanto di più degno e giusto ci potesse essere. Timore perché nelle commissioni di preparazione all’evento, si diceva di voler farla finita con i colonialisti, il che sembrava riferirsi ad ogni persona di razza bianca. Noi però rimanemmo vicine al popolo in particolare nella campagna di miglioramento dell’ambiente in preparazione al grande evento: pulizie generali, apertura di strade e di fosse biologiche per costruire servizi igienici. Rivedo ancora suor Rina Carla Salsa, con fratel Agostino Lanza, scavare una fossa ed estrarre la terra con un secchio. E in tutti i lavori l’équipe missionaria era sempre la prima ad arrivare sul posto ed eseguire i lavori insieme al popolo…”. La gioia dell’indipendenza durò poco, perché un mese dopo iniziò il calvario delle nazionalizzazioni, delle proibizioni, della lotta antireligiosa.

Infatti il primo Presidente del Mozambico, Samora Machel, avendo adottato un regime marxista-leninista, combatté duramente la Chiesa: tutte le opere dei missionari, incluse le loro stesse abitazioni e chiese, furono nazionalizzate e ai missionari fu proibito di fare opera di evangelizzazione. Alcuni di essi lasciarono il Paese, ma le nostre consorelle e confratelli, malgrado due rapimenti e mesi di prigionia di alcuni di loro, rimasero accanto al popolo, condividendone timori e speranze.

Nel 1977 si ebbero le prime avvisaglie della guerra civile, capeggiata dalla Resistenza Nazionale del Mozambico (RENAMO), che si opponeva al partito vincitore, la FRELIMO, Movimento di Liberazione del Mozambico. In quello stesso anno si realizzò un evento molto importante per la Chiesa: la Prima Assemblea Nazionale di Pastorale a Beira, a cui parteciparono vescovi, sacerdoti, religiosi e religiose, catechisti e semplici cristiani, per cercare il modo migliore di operare in quel periodo di grandi sfide per la Chiesa. Il modello proposto fu di “incamminarsi verso una Chiesa ministeriale, fondata su Cristo, Inviato e Servo, nella quale ogni membro assumeva la sua responsabilità in una comunità di servizio… una Chiesa-famiglia, di servizi reciproci, una Chiesa nel cuore del popolo che egli sente come ‘sua’”. La risposta a quanto proposto nell’Assemblea di Beira fu altrettanto rapida, profonda e condivisa. Da quel momento tutti gli sforzi pastorali si concentrarono nella formazione e nella crescita delle “Piccole comunità cristiane”, che si moltiplicarono spontaneamente su tutto il territorio. In questo periodo ebbero grande importanza i tre centri catechistici che erano stati aperti nel Paese, all’indomani del Concilio Vaticano II, i quali formarono i leader delle piccole comunità. Tra questi centri si distinse dolorosamente quello di Guiúa, nella diocesi di Inhambane, per l’eccidio di 24 catechisti da parte della Renamo, avvenuto il 22 marzo 1992. Il loro esempio di fedeltà e generosità continua ad accompagnare e ad ispirare il cammino della Chiesa mozambicana.

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