Il significato di una presenza

le prime MC in Mozambico sul fiume Zambesi

Novanta anni fa, sette Missionarie della Consolata, per la prima volta nella loro storia, toccavano il suolo mozambicano.

Nessuna di loro superava i 30 anni di vita; una, poi, ne aveva appena 20. Era il 3 luglio 1927. Da sette, divennero, nel corso degli anni, venti, quaranta, settanta toccando un massimo di cento presenze in contemporanea, distribuite in sei province del Mozambico. Attualmente siamo una trentina, appartenenti a sei nazioni. La nostra età va dai quaranta ai novanta anni, vantando sorelle mozambicane sparse per il nostro mondo missionario. Spontanea la domanda: che cosa ha caratterizzato la nostra presenza in questo Paese che, dal nostro arrivo ad oggi, ha conosciuto cambiamenti epocali sotto l’aspetto sociale, politico, religioso? Non so se mi sbaglio, ma una risposta mi è affiorata alla mente il 27 febbraio 2017. Nel Centro Culturale dell’Ambasciata portoghese a Maputo ci fu il lancio di due libri, scritti rispettivamente da un missionario da una missionaria della Consolata riguardanti il Niassa, territorio simbolo della presenza delle Missionarie e dei Missionari della Consolata in Mozambico: A Política Religioso-Missionária do Estado Novo em Portugal e A Evangelização no Niassa: 1926-1962, di padre Álvaro López e Passos Proféticos de Crescimento: 1963-2015, Diocese de Lichinga, della sottoscritta.

le prime sette sorelle

Nell’ambiente elegante preparato per un’ottantina di persone, si dovettero aggiungere sedie dopo sedie per far posto a centinaia di persone che continuavano ad affluire, molte delle quali dovettero rimanere in piedi. “Mai visto”, mormoravano gli organizzatori. Riempivano la sala sacerdoti e suore mozambicani; religiosi e religiose da pochi anni in Mozambico che sedevano accanto a Gesuiti, Francescani e evangelizzatori di antica data; seminaristi cattolici e anglicani; amici laici di tanti colori, tante nazionalità; etnie del nord e del sud del Mozambico. Diversificata anche l’età dei presenti e la condizione sociale al punto da sorprendere gli organizzatori, abituati a sponsorizzare autori e personaggi famosi.

Il segreto del successo? Un primo spiraglio di luce ci venne dal presentatore delle opere, padre Rafael Sapato, sacerdote diocesano di Lichinga (oggi vicerettore dell’Università Cattolica del Mozambico), il quale disse di essere nato tra le mani di una “Consolata”, educato dai figli e figlie dell’Allamano, i quali nel corso di una quasi centenaria presenza in Mozambico si erano distinti per la capacità di evangelizzare contestualizzando la missione e seguendo i cambiamenti epocali avvenuti nel Paese.

Al momento degli autografi, scoprii il segreto del “pienone”: la maggioranza dei presenti proveniva dalle missioni fondate e condotte alla maturità di Chiesa locale dai missionari e missionarie della Consolata, passate ora alle loro cure pastorali.

suor Dalmazia, autrice dell’articolo

Fu quasi come un appello ad essere aiutati a vivere insieme il momento storico che il Mozambico sta attraversando, aderendo all’appello della Conferenza Episcopale, che nell’ennesima svolta storica segnata dalla minaccia di una nuova guerra civile – dovuta al deterioramento della vita sociale, politica, economica e al nuovo apparire della violenza che semina insicurezza, povertà, lutti – propone come priorità pastorale lavorare per la pace attraverso un dialogo costruttivo con tutte le forze vive della società, seminando la speranza, coscienti che le sfide che viviamo si possono superare solo se ognuno di noi saprà fare la sua parte, superando interessi personali e di gruppo.

La risposta delle Missionarie della Consolata è: “Sì”. Siamo pronte. E lo abbiamo già dimostrato, rimanendo sul territorio, come nel passato, al passo con la Chiesa, chiamata ad essere ancora una volta profeta di speranza e di consolazione, superando paure e pessimismo.

Suor Dalmazia Colombo, mc

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MISSION IS POSSIBLE

È in programma, a Brescia, dal 13 al 15 ottobre, Il primo festival della missione.  Un festival, naturalmente a porte aperte che permette sperimentare la missione attraverso diversi eventi: testimonianze missionarie,  momenti di preghiera, mostre fotografiche, concerti, tavole rotonde, spettacoli…

Molti Istituti Missionaria, tra cui le Suore Missionarie della Consolata, hanno dato una risposta positiva e immediata come segno di apertura e disponibilità per collaborare, ma soprattutto per condividere il dono della missione, come parola di vita, parola di Gesù, che non si può nascondere, ma che è urgente condividere, perché “ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita…vi annunziamo” (1Gv 1,  1-3).

Lo slogan di questo festival: “Mission is possibile” ci ricorda che un nuovo annuncio del Vangelo è possibile, soprattutto innanzi alle sfide del oggi e alla necessità di condividere il dono di Dio Consolatore, in piena sintonia con la Chiesa “in uscita” sulla quale Papa Francesco molto speso ci fa allusione.

Per conoscere di più su questo grande evento missionario e per partecipare, guardare il sito www.festivaldellamissione.it

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Un amore donato e ricevuto

La nostra presenza di Suore Missionarie della Consolata in Mozambico, Paese dell’Africa australe che si affaccia sull’Oceano Indiano con una splendida costa lunga 2500 km, ha avuto inizio nel lontano 1927; quest’anno quindi ne vogliamo ricordare e celebrare il 90° anniversario.

Ci sarà di aiuto in questo nostro percorso il ricco volume di suor Dalmazia Colombo, pubblicato recentemente, dal titolo Fede e Missione. In esso l’autrice, missionaria della Consolata giunta in Mozambico per la prima volta nel 1964, ripercorre la storia delle nostre missioni in questo Paese, avvalendosi anche di testimonianze dirette delle sorelle che hanno svolto il loro apostolato missionario in Mozambico.

Le pioniere di questa missione sono giovani donne, tra le quali una, suor Benedetta Mattio, appena ventenne, piene di coraggio, pronte ad affrontare le difficoltà degli inizi con tanta fede ed entusiasmo, ma disponibili anche a lasciare tutto, quando “ordini” perentori chiedono loro di lasciare una missione per andare in un’altra.

Scrive suor Benedetta Mattio: “Nonostante la stanchezza per il lungo e disagiato viaggio marittimo, sui nostri volti si leggeva una gioia immensa per poter finalmente toccare il suolo mozambicano… Non immaginavamo però le avventure che ci attendevano prima di giungere alla meta”.

La meta era la missione di Miruru, situata nella valle dello Zambesi, in provincia di Tete, dove si trovavano i missionari della Consolata da due anni, essendo giunti in Mozambico alla fine del 1925. La loro collaborazione apostolica fu interrotta improvvisamente nel 1930, quando le missionarie dovettero trasferirsi per ordine del vescovo Mons. Rafael Maria da Assunçao, che era allora l’unico vescovo del Mozambico, nell’isola di Ibo, nella provincia di Cabo Delgado, dove avrebbero collaborato con i Padri Monfortani olandesi e francesi. In questo periodo la piccola comunità delle suore missionarie fu messa duramente alla prova dalla morte di una delle “pioniere”, suor Anania Tabellini, deceduta nel 1934 per tubercolosi polmonare, all’età di 30 anni.

In seguito, con l’arrivo di altre sorelle dall’Italia furono aperte le missioni di Mahate, Namuno e Nangololo. Nel 1942 la missione di Mahate venne chiusa e le sorelle si trasferirono a Montepuez, nella provincia di Porto Amelia (attuale Pemba).

Gli anni 1949-70 furono anni di intensa crescita dell’azione evangelizzatrice, caratterizzati dall’espansione crescente delle nostre comunità nelle province di Cabo Delgado, Niassa, Inhambane e Maputo (allora Lourenço Marques). Tutto ciò potè avvenire grazie a due eventi storici: la fine della seconda guerra mondiale, che favorì l’arrivo in Mozambico di nuove missionarie della Consolata, e l’applicazione piena dell’Accordo Missionario, che spianò le difficoltà tra le autorità civili portoghesi ed ecclesiastiche. Non si arrivò però “felicemente” al termine di questo periodo, perché già alla fine del 1961 ci furono le prime avvisaglie che preannunciavano la guerra di indipendenza dal Portogallo, scoppiata il 25 settembre 1965 a Cabo Delgado e terminata il 25 giugno 1975 con la creazione della Repubblica Popolare del Mozambico.

Mozambico: suor Dalmazia Colombo

Gli anni che seguirono, fino al 1992, furono per il Mozambico anni di trasformazioni e di eventi epocali: fine della guerra di liberazione, indipendenza, rivoluzione marxista-leninista, guerra civile e, finalmente, la pace siglata a Roma il 4 ottobre 1992, attraverso la mediazione della comunità di S. Egidio e della Conferenza Episcopale mozambicana.

Ecco la testimonianza di una sorella brasiliana, suor Teresa José de Osti, che ci descrive i sentimenti delle comunità all’annunzio della raggiunta indipendenza del Paese: “Noi missionarie della Consolata, in comunione con tutto il popolo mozambicano, in quei primi mesi del 1975 aspettammo i giorni dell’indipendenza con molta gioia e timore. Gioia, perché era quanto di più degno e giusto ci potesse essere. Timore perché nelle commissioni di preparazione all’evento, si diceva di voler farla finita con i colonialisti, il che sembrava riferirsi ad ogni persona di razza bianca. Noi però rimanemmo vicine al popolo in particolare nella campagna di miglioramento dell’ambiente in preparazione al grande evento: pulizie generali, apertura di strade e di fosse biologiche per costruire servizi igienici. Rivedo ancora suor Rina Carla Salsa, con fratel Agostino Lanza, scavare una fossa ed estrarre la terra con un secchio. E in tutti i lavori l’équipe missionaria era sempre la prima ad arrivare sul posto ed eseguire i lavori insieme al popolo…”. La gioia dell’indipendenza durò poco, perché un mese dopo iniziò il calvario delle nazionalizzazioni, delle proibizioni, della lotta antireligiosa.

Infatti il primo Presidente del Mozambico, Samora Machel, avendo adottato un regime marxista-leninista, combatté duramente la Chiesa: tutte le opere dei missionari, incluse le loro stesse abitazioni e chiese, furono nazionalizzate e ai missionari fu proibito di fare opera di evangelizzazione. Alcuni di essi lasciarono il Paese, ma le nostre consorelle e confratelli, malgrado due rapimenti e mesi di prigionia di alcuni di loro, rimasero accanto al popolo, condividendone timori e speranze.

Nel 1977 si ebbero le prime avvisaglie della guerra civile, capeggiata dalla Resistenza Nazionale del Mozambico (RENAMO), che si opponeva al partito vincitore, la FRELIMO, Movimento di Liberazione del Mozambico. In quello stesso anno si realizzò un evento molto importante per la Chiesa: la Prima Assemblea Nazionale di Pastorale a Beira, a cui parteciparono vescovi, sacerdoti, religiosi e religiose, catechisti e semplici cristiani, per cercare il modo migliore di operare in quel periodo di grandi sfide per la Chiesa. Il modello proposto fu di “incamminarsi verso una Chiesa ministeriale, fondata su Cristo, Inviato e Servo, nella quale ogni membro assumeva la sua responsabilità in una comunità di servizio… una Chiesa-famiglia, di servizi reciproci, una Chiesa nel cuore del popolo che egli sente come ‘sua’”. La risposta a quanto proposto nell’Assemblea di Beira fu altrettanto rapida, profonda e condivisa. Da quel momento tutti gli sforzi pastorali si concentrarono nella formazione e nella crescita delle “Piccole comunità cristiane”, che si moltiplicarono spontaneamente su tutto il territorio. In questo periodo ebbero grande importanza i tre centri catechistici che erano stati aperti nel Paese, all’indomani del Concilio Vaticano II, i quali formarono i leader delle piccole comunità. Tra questi centri si distinse dolorosamente quello di Guiúa, nella diocesi di Inhambane, per l’eccidio di 24 catechisti da parte della Renamo, avvenuto il 22 marzo 1992. Il loro esempio di fedeltà e generosità continua ad accompagnare e ad ispirare il cammino della Chiesa mozambicana.

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Va’ in missione e campi cent’anni

suor Riccarda con suor Seraphine e suor Restituta

Quest’anno il nostro Istituto ha vissuto un fenomeno credo unico in tutta la sua storia: due Missionarie della Consolata hanno compiuto cent’anni, si tratta di suor Norberta Simoncelli, trentina, missionaria in Argentina, e suor Riccarda Gallo, piemontese, missionaria in Colombia.

Di queste vite longeve, più della metà è stata vissuta nella terra di missione: Suor Norberta è arrivata in Argentina con il secondo gruppo di sorelle, agli inizi della nostra presenza lì: era il 1951. Suor Riccarda è arrivata in Colombia nel 1950: quasi settant’anni fa.

Festeggiare i loro cento anni è stato non solo ringraziare Dio per il dono che è la loro vita, ma anche celebrare la nostra storia in questo Continente. Gli inizi, si sa, sono sempre impegnativi, le risorse sono misurate e allora… c’è bisogno di gente che non ha paura di rimboccarsi le maniche e mettere tutta se stessa perché il sogno di missione si realizzi. E così è stato: suor Norberta ha fondato la presenza nel Nord dell’Argentina. Quando le sorelle sono arrivate, dopo giorni di viaggio con la barca e con il treno, la gente le ha accolte con grande gioia. Dopo una festa organizzata da tutti, ecco che… vedono che le sedie che c’erano nella loro casa vengono portate via… e si trovano con alcune casse di legno multiuso, che servono da sedia e da tavolo a seconda del bisogno! Nonostante il clima caldo umido, suor Norberta e le sue compagne d’avventura hanno sempre dimostrato una grande passione per l’incontro e l’annuncio, visitando villaggi sperduti. Anni più tardi, fu la protagonista della leggendaria “equipe itinerante”: insieme ad un’altra sorella visitava le varie frazioni disperse della campagna, fermandosi due settimane. Lei come infermiera dava corsi basici di pronto soccorso, l’altra sorella insegnava alle donne taglio e cucito, il tutto unito alla catechesi per i bambini e gli adulti. Quando il gruppo era pronto, veniva il sacerdote e celebrava i Sacramenti. Bisogna ricordare che una costante della pastorale in America consiste in enormi spazi da percorrere e visitare e pochi agenti pastorali che si impegnano per arrivare a tutti, alle volte senza poterlo fare.

Suor Riccarda invece ha dato il meglio di sé nell’educazione: dopo sedici giorni di viaggio in nave, e due viaggi in aereo, la missionaria non ha perso tempo: degna figlia del Beato Allamano, dopo pochi giorni ha fondato l’istituzione educativa che oggi è il Collegio Consolata in Bogotá. Nei suoi anni di missione, suor Riccarda ha formato vari gruppi di giovani che si preparavano alla vita religiosa, ed ha persino accompagnato gli inizi di una congregazione colombiana: le suore di Nostra Signora della Pace.

I pionieri segnano una direzione e uno stile, passo dopo passo, goccia a goccia suor Norberta, suor Riccarda e le altre sorelle che ora vivono nell’abbraccio di Dio hanno tracciato una cammino. Ed oggi che potrebbero meritarsi giorni da pensionate… non ci pensano nemmeno: suor Riccarda continua a servire la sua comunità con il suo turno in portineria e suor Norberta è la prima a cantare per lodare Dio in ogni momento. Perché l’amore non va mai in pensione!

Celebrare i loro cento anni è dire grazie per questo lavoro umile, silenzioso del seminatore, e gioire del raccolto abbondante che oggi possiamo godere. E’ vedere incarnato cosa significa il PER SEMPRE che ciascuna di noi ha professato un giorno. GRAZIE, CENTENARIE!

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Ragazzi missionari… in tutti i sensi!

Perchè la missione non ha età!

“Ragazzi missionari … in tutti i sensi”: è questo lo slogan della XVI edizione della festa missionaria dei ragazzi, organizzata dall’Arcidiocesi di Taranto che si è tenuta Sabato 29 Aprile presso il centro sportivo Palafiom. Tema centrale dell’incontro è stato l’espressione della fede attraverso i cinque sensi. Le suore missionarie della Consolata di Martina Franca con il loro impegno sono riuscite a coinvolgere dieci parrocchie della nostra diocesi, che ne conta 80.

Un gruppo variegato composto da bambini e ragazzi accompagnati alcuni da genitori e nonni, in un appuntamento in cui si è potuto condividere insieme a catechisti ed educatori un pomeriggio di gioia. Furono invitate anche le altre Diocesi di Puglia, per questo c’era anche una rappresentanza della Diocesi di Molfetta. Tutti i partecipanti, divisi in cinque gruppi, provenienti dalle varie parrocchie rappresentavano i cinque continenti e per ogni continente era stato assegnato uno dei cinque sensi per poter “trasmettere la fede”.  Il nostro gruppo di Martina Franca rappresentava l’Oceania e come senso avevamo il tatto. Guidati dalla citazione di Raoul Follerau  “Dio non ha mani, ha soltanto le nostre mani per fare il suo lavoro”,  abbiamo impreziosito la festa con cartelloni, striscioni, abiti tipici e una rappresentazione musicale.

Presente il nostro vescovo, che fece un discorso incentrato sull’importanza che i nostri sensi hanno nel trasmettere l’amore di Cristo, amore che si manifesta nello scambio di uno sguardo o di una semplice stretta di mano con chi abbiamo davanti. Il valore formativo che questi eventi, oltre la classica catechesi hanno per i giovani è fondamentale per arricchire la loro vita da cristiani e il nostro cammino di educatori e l’entusiasmo che si accende nei loro occhi è l’espressione viva di una fede che deve essere sempre più condivisa.

Un grazie di cuore a tutti coloro che hanno permesso la realizzazione di questo consueto appuntamento e un arrivederci al prossimo anno sperando davvero in una partecipazione sempre più numerosa.

Luigetta Terruli

 

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IL FRUTTO DELLA VERA EDUCAZIONE….

Educare è come seminare: il frutto non è garantito e non è immediato, ma se non si semina è certo che non ci sarà raccolto (Carlo Maria Martini).

È una convinzione che l’educazione, contribuisce a costruire ponti e a trovare nuove risposte alle molte sfide del nostro tempo; allo stesso tempo  l’educazione, nella sua dinamica genera vita, “una vita tesa alla ricerca del bello, del buono, del vero e della comunione con gli altri per una crescita comune” (Papa Francesco).

Noi Suore Missionarie della Consolata sappiamo che  questa vita che si manifesta in un desiderio soprattutto dei più giovani, si trova anche nei frutti di un popolo educato. Sin dall’inizio abbiamo contribuito alla missione della chiesa, offerto nell’ambito educativo, orientato sempre al servizio della crescita alla piena maturità umana della persona camminando con loro nelle varie tappe di crescita.

Vediamo questa galleria fotografica che mostra il lavoro di educazione e formazione nei diversi contesti missionari.

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Quattro chiacchiere con… suor Florence

Suor Florence, missionaria della Consolata keniana che vive in Tanzania, ci racconta la sua esperienza con i giovani

Suor Florence, cosa significa per te essere una Missionaria della Consolata?

Secondo me, essere una Suora Missionaria è una testimonianza e un’ esperienza della consolazione di Cristo: vissuta in prima persona e condivisa con gli altri, anche con persone di diverse religioni, come musulmani, protestanti e altri. La nostra presenza e interazione con il popolo tanzaniano, a partire dalla sua ricca cultura, offre un altro aspetto della consolazione. Uno riconosce la bellezza di questo paese e della sua gente già solo dal linguaggio, colmo di parole gentili che non possono essere tradotte senza perdere il loro significato. Un esempio è la parola “pole”, che significa “mi dispiace”, ma profondamente. Non c’è differenza di religione, a tutti esce spontaneamente. Questa mia esperienza quotidiana rafforza il mio proprio carisma e riempie di gioia il mio essere missionaria tra questo popolo amato e sostenuto da Dio.

E come hai conosciuto le Missionarie della Consolata?

E’ interessante ritornare a circa 20 anni fa, e chiedermi perché ho scelto di essere una Suora Missionaria della Consolata. Nella mia parrocchia di origine non c’erano suore, e solo incontravo religiose nella scuola che frequentavo, ed erano salesiane di don Bosco. Da ragazza ho ascoltato da un padre missionario della Consolata che c’erano delle donne forti e coraggiose che proclamavano la Buona Notizia di Cristo a chi ancora non la conosceva e non l’aveva ricevuta. E aggiunse a noi ragazzi: il Cristo che avete ricevuto non deve rimanere solo per voi, è da condividere agli altri…  Nel mio profondo ho sentito la gioia di poter essere come queste donne che io non conoscevo… Ho iniziato a cercarle e fortunatamente ho incontrato nella mia scuola suor Jo Marie, la prima missionaria della Consolata che ho conosciuto. Le ho fatto tante domande e lei pazientemente mi ha risposto.   Poi ho partecipato a incontri e ritiri dove le sorelle condividevano il loro carisma e la loro missione, e mi sono sentita sempre più motivata a diventare una di loro.  Mi piaceva la loro spiritualità, che ci trasmettevno in un modo molto semplice durante i ritiri, ed ero attratta dal fatto che lavoravano con ogni tipo di persona: bambini, giovani, anziani…. Se dovessi scegliere oggi di essere una missionaria della Consolata, certamente ripeterei la stessa scelta!

In questo momento, che lavoro stai facendo in Tanzania?

Adesso sto lavorando con i giovani che appartengono al movimento dei Giovani Studenti Cattolici del Tanzania, nella diocesi di Iringa. E’ un gruppo che riunisce giovani delle Scuole Superiori che hanno come obiettivo di far entrare Cristo nella loro vita di studenti. Vedo in essi una Chiesa giovane che dà speranza alla Chiesa del futuro. Sono organizzati a tre livelli: come scuola, come gruppo di cinque o sei scuole, e come gruppo diocesano, dove si celebra l’Eucaristia e si fanno altre attività. Lavoriamo in un team, siamo due suore e un sacerdote a livello di Diocesi, in collaborazione  con gli animatori (insegnanti e parroci) e con gli studenti leaders nei tre livelli menzionati.

Come sono i giovani tanzaniani?

I giovani studenti hanno una grande capacità, molta energia e grande entusiasmo. Sono fortemente impressionata per la loro organizzazione, la loro generosità e buona volontà di apprendere e condividere la loro esperienza con Dio.

Non si preoccupano di esprimere i loro talenti e di usarli. Ho osservato anche la loro apertura a farsi aiutare per crescere e per riconoscere le loro potenzialità. Ogni sabato visitiamo circa 600 studenti! Questo team è composto da due o tre studenti leaders, un sacerdote e una suora. Ogni membro del team condivide un tema che aiuti a sviluppare certe capacità da leadership e incoraggi la scoperta dei propri talenti.

I giovani si confrontano anche su temi che riguardano la società e sul contributo che possono dare al suo sviluppo. Il tema del 2017 è la cura della Madre Terra. Si impegnano a creare consapevolezza tra i loro compagni con iniziative pratiche come piantare alberi, fiori, pulire le strade e la loro stessa scuola. L’uso responsabile dell’acqua e dell’elettricità, solo per ricordarne alcune.

Le sfide che si presentano nel lavoro con i giovani sono varie, per esempio il fatto che la loro energia e curiosità per imparare molte cose li spinge a cercare nei mezzi di comunicazione le risposte. Sappiamo che la teconologia è importante, ma vediamo che questi mezzi sono diventati i loro insegnanti,  e molto volte i giovani perdono il loro tempo in queste cose invece di impiegarlo per lo studio.

Abbiamo anche notato che la liturgia da molti non è capita, a causa dei loro genitori che – super impegnati, non li ha mai portati alla Chiesa e non ha loro insegnato niente circa la fede e la preghiera. Cerchiamo quindi di introdurli a questa dimensione ecclesiale.  Gli studenti sono vincolati alla cultura, anche se a volte non ne fanno caso: per esempio la paura di andare contro le decisioni degli adulti e è molto forte, anche se queste non sono corrette. Quante volte non vengono alla Messa semplicemente perché i genitori glielo hanno proibito, o li fanno lavorare la domenica. Preferiscono essere puniti nella scuola piuttosto di mettersi in discussione con gli adulti di casa.

Qual é la gioia più grande che ti ha dato la missione?

La missione di Cristo porta gioia e riempe di senso, quando scopriamo che Cristo è il centro di tutto quello che facciamo. Sono felice si stare con i giovani, ho sperimentato la presenza di Dio in mezzo a loro, soprattutto quando desiderano sapere sempre di più su di Lui. Mi colpisce vedere come gli studenti sentono di appartenere alla Chiesa e che loro stessi sono la Chiesa. Come i giovani diventano missionari nelle loro scuole: individuano compagni bisognosi e cercano di aiutarli ogni mese, in una scuola li ho visti prendersi cura di compagni ciechi e sordi… Tutti questi esempi sono semi di fede che possono rompere muri di indifferenza.

L’apostolato con i giovani mi ha aiutato a godere la bellezza, l’amore, la semplicità e la creatività. Con la frase: “Prega per me ed io prego per te” abbiamo creato un legame di fiducia in Dio e tra di noi, e ce lo ripetiamo in ogni occasione che ci incontriamo.

 

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Nuova Direzione Generale

L’Istituto delle Suore Missionarie della Consolata ha la sua nuova Direzione Generale! 

Il Capitolo Generale che si sta volgendo in Nepi (VT) ha eletto la Superiora Generale e le quattro Consigliere che guideranno l’Istituto nel prossimo sessennio. Conosciamo adesso un po’ più da vicino le cinque Missionarie che fanno parte della Nuova Direzione Generale.

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Suor Simona Brambilla

Già Superiora Generale del sessennio che finisce, Suor Simona, italiana, ha vissuto la sua missione in Mozambico, tra il popolo Macua Xirima. Per il Dottorato in Psicologia ha scritto una tesi su questa cultura. Ha già prestato il suo servizio nella Direzione Generale come Consigliera dal 2005 al 2011.

Suor Lucia Bortolomasi

Suor Lucia, italiana, appartiene alla missione di Mongolia, che ha raggiunto con il primo gruppo nel 2003.

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Suor Cecilia Pedroza Saavedra

Suor Cecilia, colombiana, faceva parte della Direzione Generale uscente. Ha lavorato molti anni nella formazione iniziale e ha vissuto la sua missione in Kenya negli anni Novanta.

Suor Generosa Joan Iruma Ireri

Suor Generosa, keniota, era attualmente maestra delle Novizie nel Noviziato Internazionale in Italia. Ha vissuto la sua missione in Colombia e ha prestato il suo servizio come formatrice in Kenya e Italia.

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Suor Maria Conceição Nascimento da Silva

Suor Conceição, brasiliana, ha svolto il suo servizio nella formazione iniziale fino ad oggi. Attualmente lavorava in Brasile come formatrice.

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Occhi per vedere

“Io credo che se l’Allamano tornasse fisicamente e dovesse dirci qual è la prima cosa che dobbiamo fare, continuerebbe a dirci: ‘Abbiate cura della gente, abbiate a cuore la gente’”. (Dario Berruto, già Rettore del Santuario della Consolata)

 

Si è concluso da poco l’Anno Santo della misericordia nel quale, come ci ha ricordato papa Francesco, abbiamo potuto fare “l’esperienza di aprire il cuore a quanti vivono nelle più disparate periferie esistenziali, che spesso il mondo moderno crea in maniera drammatica… La Chiesa è chiamata a curare le ferite impresse nella carne di tanti, a lenirle con l’olio della consolazione, a fasciarle con la misericordia e curarle con la solidarietà e l’attenzione dovuta”.

Le ultime parole mi hanno colpito, attirando proprio la “mia attenzione”. La misericordia della chiesa e la sua solidarietà verso “le periferie esistenziali” – sembra dire il Papa – scattano quando con occhio attento si guarda il mondo e le persone che lo abitano. Occhi non distratti o colpiti solo dall’apparenza, ma capaci di leggere dentro, di discernere la realtà e di comprenderne meccanismi e complicazioni che essa nasconde.

Occhi per vedere/capire, ma poi intervenire per “sanare” e cambiare le cose, la società, le persone.

Nella Chiesa, coloro che hanno avuto questi occhi e cuore aperto in modo superlativo vengono talvolta identificati col nome di “santi sociali”, cioè cristiani sul serio che, guardando la realtà con gli occhi di Dio, assumono la causa degli ultimi, degli “scarti” e si danno da fare per promuovere “la vita in abbondanza”, sognata e promessa da Gesù.

La città di Torino è particolarmente famosa per la lunga lista di questi “santi sociali” che, tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo, si diedero anima e corpo a combattere le piaghe sociali dell’epoca, difendere i diritti dei più fragili e far nascere opere che continuassero l’attenzione agli ultimi della società: torinese o italiana, ma anche più lontano, addirittura fino ai confini della terra.

I loro nomi sono noti, anzi notissimi, come san Giuseppe Cafasso, don Bosco, Cottolengo e Murialdo, la marchesa di Barolo, Faà di Bruno. Ed è una felice sorpresa vedere come la “bibbia” moderna dell’informazione on line, cioè Wikipedia, inserisca nella lista dei santi sociali pure il nostro beato Giuseppe Allamano, anche se con un rapido flash: “fondatore dei missionari della Consolata a favore dei più sfortunati nel mondo”.

Un santo, dunque, che ha spinto il suo sguardo attento non soltanto alla città in cui ha trascorso la vita, ma molto più in là, arrivando fino in Africa e, con la fondazione di due Istituti Missionari, è riuscito a proiettarsi oltre il suo tempo, raggiungendo altri popoli e continenti.

Occhi per vedere/capire, ma poi intervenire per “sanare” e cambiare le cose, la società, le persone.

Un mare di gente

Il periodo storico in cui l’Allamano vive e opera è quello che vede il lungo e complicato travaglio di nascita della nuova nazione, l’Italia, ma anche lo sviluppo convulso dell’industrializzazione che trasforma il volto di Torino con la migrazione in massa dalle campagne verso la città, la nascita del mondo operaio e gli annessi, infiniti problemi, inerenti all’organizzazione sociale del lavoro e dei lavoratori.

Rettore del Santuario della Consolata, ha la fortuna di vivere immerso “in un mare di gente” che ogni giorno frequenta questo tempio, così caro ai Torinesi. Attraverso il ministero della confessione, ma soprattutto nei quotidiani incontri con persone di ogni ceto e condizione, tasta il polso della città, si lascia ferire dalle pene di cui viene a conoscenza, avverte il dramma di troppi che vivono in miseria, sfruttati o dimenticati da chi gestisce il potere pubblico anche se intriso, allora, di appassionato socialismo… respirando, insomma, quello che oggi chiameremmo “il disagio” di una città in crescita.

Non si accontenta, però, di ascoltare, consolare con belle parole o vuoti sermoncini. Si dà da fare, invece, per intervenire concretamente e ostinatamente con la sua saggezza, le sue intuizioni, la sua esperienza e anche… i suoi soldi, favorendo e sostenendo una miriade di “microprogetti” (si direbbe, oggi) di sviluppo e solidarietà: con le operaie della manifattura Tabacchi del Regio Parco, le tessitrici del cotonificio Poma o della fabbrica Brass, le erbivendole di Borgo Dora, persino le sarte (queste ultime, nella Torino del tempo, erano circa 20.000, spesso sottopagate o costrette a orari disumani).

Importante è l’interesse e il sostegno dell’Allamano per la stampa cattolica, prezioso strumento di formazione per la gente e i suoi dirigenti. Anche su questo piano, lui non è “generico”, ma precisa i confini della sua attività, sempre orientata alla promozione umana e cristiana. Testimonierà il suo immediato successore al santuario: “L’Allamano si può definire un pioniere della stampa cattolica perché, quando il giornale L’unità Cattolica venne trasportato a Firenze, egli intervenne subito e disse: L’Unità Cattolica va a Firenze per morirvi. Se l’Arcivescovo mi dà l’autorizzazione, in pochi giorni raccoglierò i fondi necessari per fondare un nuovo giornale!”. Raccoglie, infatti, circa centomila lire e viene fondato il nuovo giornale, L’Italia Reale.

È anche uno dei protagonisti nella fondazione de La Croix, il più famoso giornale cattolico europeo. Senza dimenticare che, con Giacomo Camisassa, suo braccio destro, darà il via a “La Consolata” (oggi “Missioni Consolata”): un modesto bollettino che, dalle notizie sul santuario mariano raccontate all’inizio della sua storia diventerà, in seguito, la voce delle missioni in Africa e delle attività dei missionari.

Attraverso il ministero della confessione, ma soprattutto nei quotidiani incontri con persone di ogni ceto e condizione, tasta il polso della città, si lascia ferire dalle pene di cui viene a conoscenza, avverte il dramma di troppi che vivono in miseria, sfruttati o dimenticati da chi gestisce il potere pubblico anche se intriso, allora, di appassionato socialismo… respirando, insomma, quello che oggi chiameremmo “il disagio” di una città in crescita.

Elevare l’ambiente

Questa attenzione del nostro fondatore alla società, alla gente, alle singole persone continua nello stile di evangelizzazione dei suoi missionari, fin dall’inizio. Arrivati in un Paese sconosciuto, così diverso per tradizioni culturali, valori e struttura sociale, vengono da lui sollecitati a “osservare e annotare” ciò che vedevano per poi “elevare l’ambiente” (oggi parleremmo di trasformazione sociale) e rendere questi nuovi popoli “più felici su questa terra”, attraverso – diremmo sempre oggi – la “promozione umana”.

Questi obiettivi, i suoi missionari tentano di realizzarli nel contatto quotidiano e diretto con la gente, attraverso soprattutto la “visita ai villaggi”. Fu questo un mezzo apostolico duro e faticoso, spesso carico di delusioni. Ma l’Allamano ci teneva troppo, avendo constatato quanto fossero importanti e insisteva continuamente perché i suoi missionari vi rimanessero fedeli quando la stanchezza spingeva a diminuirle. Indicava loro il metodo delle visite, che non dovevano ridursi a semplici passeggiate, ma a degli autentici incontri, dove i villaggi più bisognosi e gli ammalati avessero la precedenza. Le visite ai villaggi costituiranno, nel metodo missionario dell’Allamano, “gli occhi e il cuore” per leggere, capire e cambiare la realtà. Tanto che nella relazione presentata a Propaganda Fide, il 24 settembre 1908, scriveva: “Come conseguenza delle quotidiane visite ai villaggi, si notò una crescente trasformazione dell’ambiente pagano”.

Una vera immersione tra i poveri, nella quale si suscitava fiducia e con la fiducia si creava la disponibilità ad accogliere non solo il messaggio del Vangelo, ma anche la spinta per una vita migliore, più umana, più degna dei figli di Dio.

Una vera immersione tra i poveri, nella quale si suscitava fiducia e con la fiducia si creava la disponibilità ad accogliere non solo il messaggio del Vangelo, ma anche la spinta per una vita migliore, più umana, più degna dei figli di Dio.

Qualche anno fa, a Torino, in preparazione alla festa del beato Allamano, furono organizzate tre serate originali, dal titolo “Dialoghi con la città”. L’iniziativa era partita dalla constatazione che l’Allamano, Rettore della Consolata e fondatore di missionari, era stato un prete molto coinvolto nella realtà socio-ecclesiale della sua città, tanto da arrivare perfino a introdurre, nella formazione dei giovani sacerdoti freschi di ordinazione, lezioni sul lavoro e i problemi sociali.

Tra i vari relatori, c’era anche p. Ugo Pozzoli, attuale consigliere generale dei Missionari della Consolata, che volle presentare all’uditorio questo prete, aperto a tutti i problemi della gente di Torino del primo ’900, così: “Egli aveva l’occhio aperto per vedere, capire ed agire. Si impegnò per promuovere, incoraggiare, sostenere nuove forme, anche ardite, di presenza nel contesto della città. Oggi lui non c’è più, ma ci sono i missionari e le missionarie della Consolata con le loro comunità, dove questo spirito dell’Allamano ancora vive”.

Oggi lui non c’è più, ma ci sono i missionari e le missionarie della Consolata con le loro comunità, dove questo spirito dell’Allamano ancora vive”.

 P. GIACOMO MAZZOTTI, IMC, Postulatore generale
della causa di Canonizzazione del Beato Allamano

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Il sogno di poter annunciare Gesù

Mons. Padilla con un gruppo di cristiani

Venticinque anni fa, nel 1992, arrivavano in Mongolia i primi tre missionari cattolici per condividere la Buona Notizia di Gesù, dando così inizio alla Chiesa Cattolica più giovane del mondo. Uno dei tre sacerdoti è l’attuale vescovo della Mongolia, S. E. Wenceslao Padilla, (ma chiamato da tutti semplicemente Vescovo Wens), dalle Filippine. Riportiamo una breve intervista in cui il Vescovo ci racconta gli inizi della Chiesa in Mongolia, le sfide e i suoi sogni per il prossimo futuro.

A quale realtà avete dovuto far fronte al vostro arrivo in Mongolia?

Già il nostro viaggio ebbe qualche avventura. Arrivati a Pechino, avemmo la sorpresa che i voli per la Mongolia a quel tempo erano solo una volta alla settimana, allora si dovettero risolvere diverse difficoltà per poter restare per alcuni giorni a Pechino finché ci fosse l’aereo. Finalmente, dopo tante peripezie, riuscimmo a comprare i biglietti e raggiungere la Mongolia.

Arrivati nella capitale, la prima impressione fu quella di essere in un piccolo paesino di campagna, nonostante Ulaanbaatar avesse già un buon numero di abitanti. I palazzi, costruiti dai Sovietici, erano spogli, circolavano pochissime macchine per le strade e la piazza principale, che oggi è la più importante di tutta la Mongolia, era circondata da alcuni arbusti ed era il luogo dove la gente portava gli animali a pascolare. Le mucche, le capre, le pecore e i cavalli erano tutti lì a pascere tranquillamente. Faceva impressione perché sapevamo di essere nella capitale del Paese ma ci sentivamo come in mezzo ad un campo. Ci alloggiammo allora per alcuni giorni in un hotel finché il nostro appartamento fu pronto. Le nostre prime Messe le celebrammo in una stanza e i primi partecipanti furono alcuni stranieri che già vivevano qui. Erano negozianti o membri di alcune ambasciate o di organizzazioni che venivano ad aiutare in Mongolia in diversi campi. Così iniziammo ad avere i nostri primi contatti, sia con le autorità del Paese sia con altre organizzazioni internazionali. Quando finimmo la nostra sistemazione tutti e tre iniziammo lo studio della lingua.

Qual è la cosa più sorprendente che si ricorda dell’inizio della Chiesa in Mongolia?

Gli inizi furono molto semplici, in questo senso non c’è stato niente di sorprendente, iniziammo tutto da zero. Quello che mi stupiva era che i Mongoli incominciavano ad avvicinarsi alla Chiesa senza che noi avessimo intrapreso ancora nessuna attività di evangelizzazione. Fu così che organizzammo un programma che chiamammo “Vieni e vedi”, dove loro potevano iniziare a conoscerci partecipando ad alcune nostre attività. Erano portati dagli stranieri che erano cattolici mentre venivano alla Messa o in visita. Non si iniziò subito nessun lavoro pastorale, dovevamo essere molto attenti perché la Mongolia si era appena liberata dal comunismo e noi eravamo molto consapevoli di questo. Quello che facevamo era guardarci intorno e cercare di identificare delle possibilità per poter iniziare poi delle attività in relazione con la Chiesa. Fondamentalmente cercavamo di instaurare dei rapporti con tutti.

L’evangelizzazione vera e propria quando cominciò?

Non abbiamo dovuto aspettare molto. Quando i Mongoli che ci frequentavano cominciarono ad essere un po’ numerosi iniziammo a spiegare chi eravamo noi, cosa era la Chiesa e a rispondere alle diverse domande che ci facevano. Dovevamo adattarci alle dimensioni dell’assemblea affittando dei saloni sempre più grandi per poter ricevere più gente; cambiammo posto per sette volte finché venne costruito questo edificio dove oggi ha sede la Prefettura Apostolica. Gli inizi furono difficili, dovevamo discernere tutto da soli senza avere la controparte mongola per un confronto.

Quali erano le vostre maggiori paure?

Certamente, quello che ci spaventava di più era la lingua. Inoltre non conoscevamo la cultura, le tradizioni, né il posto. Nelle Filippine quando si parlava della Mongolia si diceva che erano gente feroce e dalla cartina si vedeva che era un Paese grande tra Cina e Russia. Avevamo paura del clima che nell’inverno è molto rigido, soprattutto perché venivamo da Paesi di clima tropicale. A me personalmente aiutò l’esperienza di freddo che avevo già avuto in Taiwan, un freddo che si sentiva tanto perché umido, e quindi sapere cosa fare nell’inverno.

Quali furono le vostre prime attività?

In quegli anni, dopo la caduta del comunismo, c’era tanta povertà e c’erano molti bambini che vivevano per la strada. Allora cominciammo a visitare la gente che viveva nei tombini del riscaldamento della città e portavamo loro da mangiare o qualcosa di caldo da bere. In seguito, con l’aiuto della Croce Rossa e il Ministero degli Affari Esteri, venimmo a conoscere le diverse situazioni di bisogno per poi intraprendere un’opera nostra, anche se allora non si poteva parlare di iniziare attività come “Chiesa Cattolica”. E comunque il nostro grande sogno era quello di portare la Buona Notizia e costruire la Chiesa.

Dopo 25 anni, che cammino ha fatto la Chiesa?

Poco per volta cominciarono ad arrivare altri gruppi di missionari e ciò ci diede tanta gioia. Nel 1995 arrivarono le Missionarie dell’Immacolato Cuore di Maria (ICM), nel 1996 le suore di San Paolo de Chartres (SPC), nel 1997 le Missionarie della Carità (MC) e un sacerdote Fidei Donum dalla Corea del Sud. Poi arrivarono i Padri Salesiani nel 2001 e i Missionari e le Missionarie della Consolata nel 2003. Con questi nuovi arrivi ci sentivamo più fiduciosi poiché ogni comunità arricchiva la missione con il suo carisma. La missione veramente cominciò a espandersi. Noi della Congregazione dell’Immacolato Cuore di Maria, che siamo più orientati al lavoro sociale, iniziammo un orfanotrofio per i bambini della strada, le suore SPC, orientate all’educazione, iniziarono scuole materne, le MC lavoravano con i più poveri e così via, la Chiesa si arricchì di opere in diversi ambiti sociali e in questo modo, cresceva e si consolidava. Oggi abbiamo 5 parrocchie con oltre mille battezzati. I missionari sono 72, provenienti da 22 nazionalità, inclusi i missionari laici. Siamo presenti non solo nella capitale Ulaanbaatar, ma anche in altre città come Darkhan e Erdenet nel nord, Zuunmod nel Centro e Arvaiheer nel Centro Sud.

Quale può essere la sfida più grande oggi per la Chiesa Cattolica in Mongolia?

Mantenere il lavoro che abbiamo iniziato e avere il diritto di continuare. Mi spiego, la legge in Mongolia impone tante regole che risultano per noi restrittive su tanti aspetti: ad esempio è difficile ottenere i permessi necessari per poter svolgere le nostre attività, e avere del personale qualificato per il lavoro che svolgiamo. Ad esempio, il Rainbow Centre, un progetto che serve bambini disabili, non può contare su personale specializzato; non essendoci permesso di far entrare più personale straniero, abbiamo solo lavoratori mongoli che sono maestri della scuola comune e che non hanno ricevuto la formazione in questo campo, perché in Mongolia non esistono ancora queste competenze. Sento che come Chiesa dobbiamo prepararci a rispondere ai bisogni della gente, specialmente dei più poveri. Per questo, per celebrare i 25 anni della Chiesa in Mongolia faremo un’Assemblea Generale per chiederci ancora una volta: “Quali sono i veri bisogni della gente?”.

Come vorrebbe vedere la Chiesa nei prossimi 25 anni?

Vorrei vederla cresciuta, non tanto nei numeri ma nella qualità, specialmente nella qualità di coloro che si convertono al Cattolicesimo. Oggi osserviamo che non pochi dei nuovi battezzati attratti dal fascino della società consumista e materialista rimangono credenti superficiali, mai riuscendo a conoscere che cosa significa essere cristiani fino in fondo. Anche tra quelli battezzati agli inizi ci sono tanti che si sono allontanati. Perciò il nostro lavoro è aiutare, specialmente coloro che sono già battezzati, ad approfondire la propria fede. E riguardo ai non ancora battezzati dobbiamo aiutarli a interiorizzare la fede nel profondo del loro cuore, perché comprendano realmente che cosa è la nostra religione: cosa significa avere fede in Dio e negli altri, cos’è la misericordia, il perdono, l’amore, e tutto quello che fa parte della nostra fede. Bisogna non solo che sia capito ma deve anche essere sentito e praticato. Non penso ad una Chiesa trionfalistica della quale tutti i Mongoli faranno parte, è sufficiente avere un po’ di lievito che aiuti a fermentare la pasta, che aiuti la società ad avere un’etica morale, che abbia rispetto per la vita umana e onori Dio. Sogno una Chiesa che si diffonda nel più profondo della nostra società.

suor Sandra Garay, MC

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