Quattro chiacchiere con… suor Natalina

Intervista a suor Natalina Stringari, missionaria della Consolata brasiliana

Quando senti la parola missione, qual é la prima cosa che ti viene in mente? 

Quando sento la parola missione, la prima cosa che mi viene in mente è l’annuncio di Gesù, del suo amore che salva, della sua misericordia e compassione verso tutti. Ma mi  vengono in mente anche le culture, le diversità, le ricchezze, le sofferenze, le speranze, le gioie di ogni popolo… Questi popoli che anche senza saperlo sono gia stati salvati da questo Amore del Figlio Gesù, ma bisogna che qualcuno Lo renda conosciuto.

Secondo te, qual é la priorità oggi della missione? 

Secondo me, la priorità della missione oggi, è che la Chiesa, nella persona di ogni battezzato, di ogni cristiano/cristiana, sia vicina a tutte le persone e sappia testimoniare, anzitutto con le sue scelte di vita e con i suoi atteggiamenti di rispetto, il Volto misericordioso di Gesù, del Padre. Questa deve essere la missione della Chiesa, verso tutti, senza la condizione della conversione, perché è la Salvezza che diventa condizione possibile di conversione, proprio perché la persona ha fatto l’esperienza di sentirsi accolta e amata incondizionatamente. Una Chiesa che non ostenta alcun potere, ma che è vicina alle persone, in umiltà e tenerezza; la missione non va vissuta nella potenza perché Gesù stesso si è rivelato, non con potenza, ma nella piccolezza, tenerezza e umiltà di un bambino, nel segno insignificante e nascosto del pane e del vino, nello spogliamento e fallimento della croce. Nel vivere la missione ogni cristiano/a, ogni missionario/a è chiamato ad aiutare le persone a scoprire questo volto di Gesù, ma è anche chiamato a scoprire nel volto di ogni persona quello di Gesù; a scoprire i Segni del Regno gia presente nelle stesse realtà dove vive la sua chiamata.

Raccontaci un episodio della tua vita missionaria che ti ha dato tanta gioia.

Mi è difficile identificare UN episodio che mi ha dato tanta gioia perché in questi 25 anni di vita missionaria ho perso il conto degli innumerevoli momenti di gioia che hanno segnato la mia vita, anche, talvolta in mezzo alle sofferenze e le difficoltà. Ma condivido uno particolarmente interessante: quando sono arrivata in Guinea Bissau, nell’anno 2000, sono stata subito destinata alla comunità di Bubaque, nelle isole Bijagos. Andavo con una ferma convinzione: in qualunque luogo sarei andata il Signore era già là, a precedermi e accogliermi per vivere con me questa “avventura missionaria”. Quando stavo arrivando, ancora sul barcone con il quale avevamo fatto alcune ore di viaggio sull’Atlantico, ho visto due mie consorelle e un gruppo di persone della comunità che mi aspettavano, con gioia, sulla sponda. In quel momento ho fatto l’esperienza dell’accoglienza e della certezza che il Signore mi aveva preceduta e ho detto tra me: “ecco Gesù mi aspetta  e mi accoglie attraverso queste sorelle e queste persone”, perché Egli si sta manifestando concretamente. E questa certezza mi ha riempito il cuore di gioia e gratitudine e mi ha accompagnato nel cammino, fino a oggi. Quando penso che alcune di quelle persone non erano cristiane mi stupisco ancor di più perché questo è un segno per noi Missionarie della Consolata chiamate a vivere la missione tra i non cristiani.

Se oggi, dopo 25 anni di consacrazione religiosa missionaria, potessi ritornare indietro all’inizio della tua vita missionaria, cosa non faresti? E cosa invece sicuramente rifaresti? 

Forse cercherei di non fare le cose che considero di aver fatto in modo sbagliato, sebbene so che anche questo fa parte del cammino, perché dagli errori o sbagli si impara di più che non quando le cose sembrano andare in modo perfetto. Poco a poco nella mia vita religiosa-missionaria ho scoperto che non dovevo essere perfetta per vivere con autenticità, ma piuttosto vivere in semplicità, intensità e gioia con sempre più coscienza che, parafrasando le parole di nostro Fondatore Allamano, “non stavo facendo un favore a Dio ma che invece è Lui che mi ha aggraziata con il dono della vocazione religiosa e missionaria”.

Dopo questi 25 anni di consacrazione continuerei la strada percorsa con la stessa fiducia e la stessa Grazia che ho avuto momento per momento. La missione ha cambiato la mia vita, mi ha sfidata a offrire il meglio di me stessa; il contatto con sorelle di diverse provenienze e con popoli e realtà culturali molto diverse della mia, ha arricchito la mia vita in un modo sorprendente. Di tutto questo sono riconoscente a Gesù, alla Consolata e a ogni persona che ho incontrato lungo il cammino.

Share

La donna Bijagò

Il popolo Bijagò della Guinea Bissau e il ruolo della donna nella società tradizionale

bijagò

Piccolo paese dell’Africa occidentale, la Guinea-Bissau è immensa nella sua diversità e ricchezza culturale. Affacciata sull’oceano Atlantico, è composta da una parte continentale e una insulare (l’Arcipelago delle Bijagós, con circa 80 isole, di cui solo 23 abitate): della superficie totale del Paese, solo 28.000 km² sono costituiti da terre permanentemente emerse, il resto del territorio è coperto ciclicamente dalle maree.

Con appena un milione e mezzo di abitanti la GB è un mosaico di etnie (ne conta 28), nonostante le principali siano una decina: sono gruppi umani che per quanto significativi nelle loro aree culturali si collocano indubbiamente ai margini delle correnti principali dell’umanità.

Noi Missionarie della Consolata siamo arrivate in Guinea Bissau nel 1992, dando inizio ad una comunità nel sud del Paese, a Empada, presenza tutt’ora viva. Nel 2000 viene dato il via alla comunità di Bubaque, l’isola principale dell’arcipelago, anche se non la maggiore, distante dalle 4 alle 5 ore di traversata dalla capitale Bissau.

bijagòStoricamente le isole Bijagós sono sempre state evitate dalle navi per le frequenti secche, i fondali fangosi, le correnti infide e le consistenti maree. Tale incontaminato isolamento ha certo contribuito a renderle un Eden naturale, con lunghe spiagge deserte, boschetti di palme, frutti tropicali, paludi di mangrovie, un mare tra i più pescosi e una fauna peculiare che annovera un centinaio di specie di uccelli migratori che la scelgono per nidificare, vari tipi di tartarughe marine e i rarissimi esemplari di coccodrilli e ippopotami di acqua salata.

‘MINDJER’, LA DONNA
La donna bijagó con il suo lavoro è il fulcro dell’economia familiare e globale del popolo. Raccolta e spremitura del kajù, preparazione del succo che poi si trasformerà in vino, confezione di stuoie, raccolta di acqua e legna, ricerca di molluschi, coltivazione di verdure in semplici orti, semina, trapianto e raccolta del riso, lavorazione del tcheben, il frutto della palma che attraverso un lungo e faticoso processo dà il siti, ricco olio usato per cucinare, e poi ancora lavare, pulire, vendere… Con i soldi  ottenuti dalla commercializzazione dei prodotti del loro lavoro le donne contribuiscono in maniera spesso preponderante al sostentamento della famiglia e soprattutto dei figli. La solidarietà continua ad essere un valore fondamentale nell’organizzazione del lavoro: molte delle attività sono svolte in gruppo, che vede riunite non solo le donne dello stesso nucleo familiare ma anche vicine e amiche. Le leggi che regolano le interazioni sono fissate tradizionalmente e regolano i rapporti in modo da evitare problemi in seno al gruppo stesso. Le donne bijagó, d’altro canto, detengono diritti fondamentali quali la realizzazione di cerimonie proprie, e in alcuni casi, l’iniziativa del matrimonio e del divorzio e della costruzione della casa.

Suor Alessandra Pulina 

Share