Preghiera al porto

In questo periodo estivo, l’impegno particolare per i migranti e rifugiati è all’Hot Spot al porto di Taranto.

Sr. Vitalma lungo l’anno si recava già al porto di Taranto per la visita a bordo delle navi mercantili e  per  un momento di preghiera con l’equipaggio.

Da vari mesi l’impegno si è concentrato all’Hot Spot con i rifugiati. Anch’io mi sono aggiunta a queste visite all’Hot Spot ed è commovente incontrare questi nostri fratelli e sorelle provenienti da varie parti del mondo, ma soprattutto dall’Africa.

A noi è dato un permesso speciale per incontrare i cristiani. E’ molto bello vedere la loro fede viva, sentirli pregare e anche cantare. Tanti hanno molta nostalgia delle loro famiglie e della loro Terra, la preghiera dona loro consolazione e speranza!

Non possiamo fare molto: Ascoltiamo (in particolare la DONNA), preghiamo insieme e doniamo loro quel poco possibile come un’immagine della Madonna e una corona del Rosario. Il più è quello che riceviamo, il dono della loro fede viva  e della loro condivisione!

Portiamo nel cuore e nelle orecchie quelle preghiere in tante lingue diverse: inglese, francese, kiswahli, tigrino (Eritrea)… Oggi c’era un giovanotto dell’Eritrea che nella sua lingua (tigrino), cercava in tutti i modi di cantare e raccontarci la bellezza della liturgia cristiana della sua Terra! Era dispiaciuto che non sapevamo la sua lingua ma l’abbiamo incoraggiato dicendogli che avrebbe fatto prima lui cosi giovane ad apprendere la nostra!

Il più delle volte quando ritorniamo all’Hot Spot non troviamo più gli stessi volti perché sono già partiti per altri luoghi d’Italia o d’Europa, ma tutti hanno in sé una carica di speranza e di vita!!!

suor Maria Marangi, mc

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O tutti o nessuno!


L’11 giugno 2016, nell’ambito delle iniziative per il Giubileo degli ammalati e disabili, il Settore per la catechesi dei disabili dell’Ufficio catechistico nazionale (UCN) ha promosso un Convegno dall’eloquente titolo: “… E tu mangerai sempre alla mia tavola! (2Sam 9,1-13)”.

Scopo del Convegno, organizzato per celebrare il 25° anno di istituzione del Settore, era di offrire, oltre ad una panoramica della realtà dei disabili in Italia, linee guida, spunti e materiale per promuoverne l’accoglienza e l’inclusione pastorale nelle parrocchie, associazioni e movimenti ecclesiali.

Il Papa, ricevendo in udienza i partecipanti: persone disabili, familiari, accompagnatori, volontari, anziché leggere il discorso preparato per l’occasione, ha preferito rispondere a braccio alle domande che gli venivano rivolte, creando immediatamente un clima di spontaneità e semplicità. E a chi gli ha chiesto quale consiglio volesse dare a un Parroco che si rifiuti di accogliere ed escluda dalla catechesi e dai Sacramenti i portatori di qualche diversità o disabilità, Papa Francesco ha risposto con foga: “Ma che consiglio può dare il Papa? Chiudi la porta della chiesa, per favore! O tutti o nessuno”.

Il Pontefice non ha negato che l’inclusione dei portatori di disabilità necessiti di accorgimenti particolari e richieda sensibilità e competenze non scontate da parte di sacerdoti, catechisti ed educatori, ma ha ribadito che non si deve perdere di vista, innanzi tutto, che “tutti abbiamo la stessa possibilità di crescere, di andare avanti, di amare il Signore, di fare cose buone, di capire la dottrina cristiana, e tutti abbiamo la stessa possibilità di ricevere i Sacramenti”. A questo proposito ha citato come modello l’esempio di Papa Pio X che, agli inizi del secolo scorso, stabilendo che fosse data la Comunione ai bambini, – decisione che fu giudicata scandalosa, perché andava contro la prassi pastorale di quel tempo – intuì che la diversa comprensione del Sacramento da parte del bambino non deve essere causa di rinvio o esclusione ma di una catechesi e di un accompagnamento particolari e fece “di una diversità un’uguaglianza”.

Al tema dell’educabilità alla fede e dell’ammissione ai Sacramenti delle persone disabili, Papa Francesco ha dedicato un’ampia riflessione nel suo discorso (reperibile sul sito del Vaticano), affermando che “spesso si giustifica il rifiuto dicendo: ‘tanto non capisce’, oppure: ‘non ne ha bisogno’. In realtà, con tale atteggiamento, si mostra di non aver compreso veramente il senso dei Sacramenti stessi, e di fatto si nega alle persone disabili l’esercizio della loro figliolanza divina e la piena partecipazione alla comunità ecclesiale”. Per superare questo atteggiamento occorre crescere nella consapevolezza che “il Sacramento è un dono e la liturgia è vita”, che chiede pertanto di essere vissuta, prima ancora che capita, e che è compito di ogni comunità cristiana accompagnare i disabili perché possano fare esperienza dell’amore del Padre e di Cristo nei Sacramenti.

Un altro tema su cui il Papa si è soffermato nel suo discorso è quello del ruolo apostolico e missionario dei disabili, che devono essere valorizzati come protagonisti e non solo come destinatari della pastorale e dell’evangelizzazione; ciò presuppone, innanzi tutto, il riconoscimento del valore della loro presenza “come membra vive del Corpo ecclesiale e la consapevolezza che nella debolezza e nella fragilità si nascondono tesori capaci di rinnovare le nostre comunità cristiane”.

La Messa, dedicata ad ammalati e disabili, presieduta dal Papa in Piazza San Pietro, il 12 giugno, ha offerto un bellissimo esempio di celebrazione “inclusiva”: la presenza di bimbi con sindrome di down tra i ministranti, le letture tradotte da persone sorde nella lingua internazionale dei segni e, ancor più, il Vangelo messo in scena da persone con disabilità intellettiva, sono stati esempi di una liturgia celebrata non solo “per” ma “con” i disabili.

Gli eventi legati alla celebrazione del Giubileo degli ammalati e disabili, e in particolar modo il Convegno, hanno costituito anche una sorta di bilancio del cammino intrapreso dalla Chiesa, soprattutto a partire dagli anni del post-Concilio, per superare pregiudizi e stereotipi nei confronti della disabilità. La responsabile del Settore CEI per la catechesi dei disabili, Suor Veronica Donatello, ha ricordato, nel discorso di apertura del Convegno, il lungo lavoro di sensibilizzazione del tessuto ecclesiale nei riguardi dei disabili, anche intellettivi, l’impegno di sostegno delle famiglie e di accompagnamento dei cambiamenti sociali a partire dall’integrazione negli ambiti della scuola e del lavoro; ma ha indicato, come vero e proprio punto di svolta, la presa di consapevolezza dei disabili come soggetti attivi nella comunità ecclesiale  (ben sottolineata da Papa Francesco), che ha trovato piena formulazione nei documenti dell’UCN L’iniziazione cristiana alle persone disabili. Orientamenti e proposte (2004) e Incontriamo Gesù. Orientamenti per l’annuncio e la catechesi in Italia (2014).

Si tratta di una svolta recente che è stata però preparata da intuizioni e iniziative profetiche di quanti, nella Chiesa, hanno saputo dare risposte ai bisogni più profondi di malati e disabili: penso in particolare alla figura di mons. Luigi Novarese (1914-1984), un sacerdote piemontese beatificato nel 2013.
Colpito, all’età di nove anni, da tubercolosi ossea, sperimentò che il superamento della malattia comporta un processo complesso che coinvolge non solo la dimensione fisica ma anche quella spirituale della persona e affinò una particolare sensibilità per la cura spirituale dei malati. Divenuto sacerdote, dedicò il proprio ministero a lottare contro l’emarginazione di malati e disabili: nonostante le forti opposizioni che incontrò nella Chiesa e nella società civile, fondò Associazioni per la valorizzazione e la promozione integrale della persona sofferente (come i Silenziosi Operai della Croce e il Centro Volontari della Sofferenza) e avviò corsi professionali per disabili; ma soprattutto, nel 1952, organizzò il primo corso di Esercizi spirituali per ammalati e disabili. Il successo di questa iniziativa e le richieste dei suoi malati di poter pregare in un ambiente idoneo lo indussero ad un’impresa per quei tempi pionieristica: la costruzione di una casa priva di barriere architettoniche (la Casa “Cuore Immacolato di Maria” a Re – Verbania, inaugurata nel 1960).

Papa Francesco ricevendo, il 17 maggio 2014, 5000 membri delle Associazioni da lui fondate, ha ricordato il suo motto programmatico: “Gli ammalati devono sentirsi autori del proprio apostolato”.

Paola Lamalfa

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Fatti di pace… ricostruire il tessuto sociale

L’esperienza di pace nell’educazione della Ciudadela Amazónica del Caguán 

La Colombia vive un momento storico unico per la costruire e consolidazione graduale della pace e la convivenza con possibilità e opportunità produttive e umanitarie che rispondano alla diversità e particolarità delle differenti regioni del paese in interazione e cooperazione con altri paesi del mondo.

L’educazione e formazione fondata su valori umani, potenziare tutte le dimensioni della persona e la preparazione di qualità occupa uno spazio centrale nella costruzione di nuove condizioni per una società rinnovata e una pace reale.

In questo contesto, nasce la Cittadella Giovanile Amazzonica Don Bosco, un’opera educativa del Vicariato apostolico di San Vicente del Caguán, fondata nel 1994 da Mons. Luis Augusto Castro Quiroga, oggi arcivescovo di Tunga, e dal padre salesiano Carlos Julio Aponte. Si trova proprio al cuore della regione del Caguán (la regione amazzonica colombiana) e la sua finalità è la formazione dei contadini affinché diventino agenti di cambio, come leaders nel lavoro e nella crescita umana e spirituale.

Radio Echi del Caguán

Se si può contare su un sostegno finanziario, è fattibile raggiungere la popolazione con potenzialità e situazioni particolari che adeguatamente guidata, costituisce la base di una nuova società in questo tempo di post conflitto e costruzione della Pace.

Come istituzione educativa, la Cittadella Amazzonica conta sul riconoscimento a livello municipale e dipartamentale nell’area della teconologia, convertendosi in una esperienza educativa innovatrice, che coniuga la formazione accademica normale e la educazione non formale e informale, preparando tecnici capaci di trasformare la realtà sociale e le relazioni agroindustriali e agroforestali per uno sviluppo sostenibile delle loro regioni, con un senso umano e solidale.

Il Progetto Educativo della Cittadella offre una preparazione per Tecnico in trasformazione di Alimenti, e si tratta di uno spazio dove si forma a livello intellettuale, culturale, tecnico e umano i giovani affinché siano loro stessi a guidare, organizzare e fortificare i loro progetti di vita come lavoratori agricoli.

Dalle necessità dell’oggi è nato un altro programma di studi che si orienta all’informatica, per permettere ai giovani di usare le potenzialità dell’informatica ed essere così più competitivi nella produzione agricola e nell’allevamento.

Questa istituzione educativa giovanile, nei suoi processi di formazione, cerca di ricostruire il tessuto sociale attraverso l’accompagnamento psico-sociale delle famiglie degli studenti , attraverso incontri ludici e pedagogici che fortifichino l’aspetto educativo integrale, in una regione tanto colpita dalle conseguenze di una situazione sociale difficile.

 

Mezzi importanti per concretizzare tutto questo sono stati la “Azione Culturale Popolare” e le “Scuole digitali contadine”. Queste ultime hanno permesso di concretizzare corsi di alfabetizzazione digitale, leadership, associazione e impresa, ecologia, pace e postconflitto, adattamento al mondo climatico e convivenza pacifica. Gli studenti stessi realizzano processi di formazione e accompagnamento delle famiglie e comunità, arrivando2016, all’incirca 2000 persone.

Circa al lavoro missionario, è evidente la dimensione di consolazione, caratteristica del nostro carisma di Missionarie della Consolata, in quanto ci troviamo in un luogo che esige un’azione costante e un accompagnamento ai giovani e alle loro famiglie, con la possibilità di coinvolgere altri enti e persone in progetti di solidarietà e cooperazione missionaria.

Sr. Rubiela Orozco Gómez, MC

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Rohingya, i “boat people” dimenticati dell’Asia

Non appaiono mai sui quotidiani, nessuna tv si occupa di loro, niente soccorsi in mare, nulla di nulla. Eppure anche loro stanno vivendo da anni uno dei drammi umanitari più pesanti del nostro tempo.

Sono i Rohingya, una minoranza etnica di origine indo-ariana di 900.000 unità, non riconosciuta dal governo, di religione musulmana ed originaria della Regione del Rakhine (dove sono circa un quarto della popolazione), sino agli anni Ottanta nota come Arakan, in Birmania, stretta fra il Golfo del Bengala ed il Bangladesh a nord: la loro presenza risalirebbe addirittura all’VIII secolo ed alcuni ritengono che siano gli antichi discendenti dei mercanti musulmani che si stabilirono nel Paese oltre mille anni fa.

Secondo le Nazioni Unite, ci sono altri ceppi di origine Rohingya anche in Arabia Saudita e Pakistan, oltre che in Bangladesh, ma è soprattutto in Birmania che rappresentano una delle minoranze più perseguitate al mondo.

Se, infatti, sino al XIX secolo avevano convissuto pacificamente con le popolazioni locali, dopo l’invasione dell’Arkan da parte dei Birmani e i successivi contrasti all’interno dell’ex Impero britannico, la situazione è andata peggiorando sino a quando, nel 1948, al momento della dichiarazione di Indipendenza, ai Rohingya non venne concesso il riconoscimento come “gruppo nazionale”. Un colpo durissimo a cui fece seguito, nel 1982, il diniego alla cittadinanza birmana, essendo considerati di origine… bangla!

Privati dei propri diritti fondamentali, secondo l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), oggi i Rohingya non hanno libertà di movimento all’interno della Birmania, non possono andare a scuola o curarsi negli ospedali del Paese, sono obbligati a non avere più di due figli e, come se non bastasse, non hanno diritto alla proprietà privata di terreni o abitazioni.

A peggiorare, se possibile, la situazione, nel giugno del 2012 la tensione è esplosa, dopo alcuni episodi di micro-criminalità che hanno coinvolto persone di etnia rohingya: la scintilla ha provocato i primi scontri fra i Rohingya e la maggioranza di religione buddista, che si è tradotta in ripetute violenze, provocate da veri e propri squadroni della morte che hanno portato a centinaia di vittime fra la minoranza.

Dopo che il governo birmano ha dichiarato lo stato d’emergenza, senza però di fatto intervenire in modo energico per far terminare le brutalità, i Rohingya hanno iniziato una vera e propria fuga di massa, cercando di abbandonare lo Stato di Rakhine per sottrarsi alle persecuzioni ed evitare di finire nelle mani di trafficanti e organizzazioni criminali.

Dietro il mancato intervento del governo di Naypyidaw, secondo quanto riportano diverse associazioni che operano in loco, ci sarebbe l’intenzione di sfruttare il nazionalismo della popolazione locale a maggioranza buddista per scacciare i Rohingya dalla regione: una vera e propria pulizia etnica strisciante e passata sotto silenzio, secondo l’organizzazione non governativa “Human Rights Watch” che si occupa della difesa dei diritti umani.

Navi Pillay, Alto Commissario ONU per i diritti umani, è intervenuta più volte per domandare una “indagine rapida, imparziale ed esaustiva” sulla condizione del popolo rohingya, per fare chiarezza sulle violenze e sui trasferimenti forzati, ma ottenendo scarso seguito da parte del governo birmano.

Ad oggi sarebbero non meno di 300.000 i Rohingya già fuggiti dalla Birmania verso i precari e sovraffollati campi profughi sorti in Bangladesh o lungo il confine con la Thailandia, mentre almeno altri 100.000, ai quali vien impedito di lasciare il Paese, vivrebbero stipati in campi controllati dalle autorità birmane: il più grande è alle porte di Sittwe, capitale della regione del Rakhine, dove migliaia di persone, per lo più donne e bambini, vivono nell’indigenza, potendo contare solo sugli aiuti dell’ONU e delle ONG.

E da qui è nata, nel 2015, l’emergenza rappresentata dai nuovi “boat people” che, pur di fuggire, divengono preda dei trafficanti che li caricano su imbarcazioni che a mala pena tengono il mare e li trainano verso le coste di Malesia e Indonesia, che, ovviamente, li respingono: le Nazioni Unite li quantificano in non meno di 150.000 persone, senza contare le centinaia già morte affogate durante i viaggi e di cui non vi è traccia…

Da anni, uno dei maggiori punti di approdo dei migranti, la Malesia, è preoccupata dell’impatto che una crisi umanitaria legata all’immigrazione potrebbe avere sul settore del commercio e del turismo. Secondo i dati forniti dal governo di Kuala Lumpur, il Paese ospiterebbe già 150.000 migranti stranieri, di cui 45.000 di etnia Rohingya, ma secondo molti si tratterebbe di dati sottostimati.

Anche l’Indonesia è uno dei Paesi di arrivo dei profughi e se, in passato, Giacarta aveva avuto una politica di apertura nei confronti dei migranti, ora il nuovo governo del presidente Joko Widodo ha rafforzato i controlli, temendo un esodo umanitario come quello verificatosi in Vietnam negli anni Settanta. Immediata conseguenza è stato il fatto che i trafficanti, pur di evitare l’arresto, hanno iniziato ad abbandonare alla deriva in mare le imbarcazioni stracolme di Rohingya, lasciandole alla mercé delle tempeste tropicali…

In mezzo, la Thailandia: da sempre uno dei poli della tratta di esseri umani nel sudest asiatico ed i trafficanti hanno spesso utilizzato gli immensi territori inospitali dell’interno come veri e propri “parcheggi” per i profughi, in attesa di smistarli in Malesia e Indonesia o altrove.

E il tutto mentre le violenze e le sopraffazioni sui profughi in fuga si moltiplicano: sfruttamento come lavoratori nelle piantagioni, stupri, omicidi di massa da parte di esponenti della criminalità locale che restano per lo più impuniti.

Ad aggravare la situazione, se mai ce ne fosse bisogno, anche il silenzio assordante della leader dell’opposizione birmana e premio Nobel per la Pace nel 1991 Aung San Suu Kyi, il cui partito ha vinto le elezioni del novembre 2015.

Non una parola, non un intervento in favore della comunità musulmana, nonostante sia stata a sua volta prigioniera politica della giunta militare: in un Paese dove gli equilibri politici e sociali sono ancora delicatissimi, prendere posizione a favore di una minoranza odiata dalla gran parte della popolazione potrebbe essere troppo rischioso ed impopolare?

Fabrizio Gaudio

 

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Chiesa colombiana, prima mediatrice di pace

La Chiesa si trova in prima linea nel processo di pace e di riconciliazione in Colombia

La Chiesa si trova in prima linea nel processo di pace e di riconciliazione in Colombia, soprattutto grazie al fatto di essere riconosciuta come “Istituzione credibile”. Ciò nonostante, essa ha dovuto pagare un caro prezzo lungo tutti questi anni di violenza. Difatti tra le numerose vittime, furono uccisi anche due Vescovi: mons. Jesús Emilio Jaramillo, Vescovo della Diocesi di Arauca, nel 1989 e mons. Isaías Duarte Cancino, Arcivescovo di Cali, nel 2002, noto per la sua opposizione ad ogni forma di violenza e la sua dedizione alla promozione sociale. A questi si aggiungono numerosi sacerdoti, religiosi, religiose e semplici fedeli, uccisi per il solo motivo di trovarsi in una chiesa, come accaduto il 5 maggio 2002, quando una bomba lanciata vicino alla chiesa di Bojayá fece più di 100 morti, tra cui almeno una trentina di bambini. Spesso i Parroci sono stati minacciati dai gruppi criminali che governavano nelle zone di periferia.

La presenza della Chiesa colombiana ha un ruolo essenziale in ogni parte del Paese. La maggioranza delle parrocchie svolge un lavoro minuzioso per rendere possibile l’aiuto delle classi sociali ricche verso quelle più povere. In particolare promuove innumerevoli iniziative per portare avanti il prezioso e urgente ministero del perdono e della riconciliazione. Lungo questi anni sono sorti diversi progetti per questo scopo, alcuni tra i tanti sono: i Laboratori di pace, nati in collaborazione tra la diocesi del Magdalena Medio e la Compagnia di Gesù nel 1995, il cui obiettivo principale è quello di raggiungere uno sviluppo umano sostenibile, fatto di partecipazione ed equità per tutti e la costruzione di una cultura civica, in cui i diritti e i doveri siano garantiti e rispettati equamente.

Le Scuole di Pace e Riconciliazione, ES.PE.RE, fondate dal padre Leonel Narvaez Gómez, Missionario della Consolata, sono dei laboratori in cui si affrontano, in gruppo o comunità, le diverse situazioni di violenza e si cerca di far sì che ogni persona guarendo le ferite provocate da questa, faccia il passaggio da essere vittima a essere costruttrice del proprio benessere e della pace interiore, attraverso il perdono e la riconciliazione.

Il Circolo infantile di lettori, iniziato da suor Reina Amparo Restrepo, Missionaria della Consolata, con l’obiettivo di incoraggiare la popolazione infantile alla lettura di libri che formano, ricreano e pacificano, favorendo così un intrattenimento alternativo ai giochi bellici, particolarmente nelle zone più colpite dalla guerra come lo è San Vicente del Caguán (Caquetà).

In Colombia la gente ha fiducia nei leader ecclesiali, sia perché si mettono dalla parte dei poveri e degli ultimi, sia perché sono contrari alla corruzione. Da tutte le parti viene richiesto alla Chiesa l’indispensabile ruolo di mediatrice. Questa fiducia ha permesso di iniziare nel 2000 il dialogo con la guerriglia e di poter avere sempre un Vescovo che partecipasse ai dialoghi di pace. Negli ultimi anni è stato mons. Luis Augusto Castro, ritenuto un vero missionario di pace, ad accompagnare i dialoghi realizzati all’Avana, nonché il processo di selezione delle vittime che hanno partecipato alle trattative di pace. Queste ultime sono state molto accompagnate dalle istituzioni, ma come afferma lo stesso Mons. Castro: “in modo particolare dalla Chiesa, che ha avviato percorsi di perdono e riconciliazione, perché le persone sopravvissute al conflitto possano iniziare una storia nuova” (Agenzia Dire, www.dire.it).

Mons. Luis Augusto Castro, presidente dei vescovi di Colombia

Nei giorni successivi al referendum, i Vescovi colombiani hanno tenuto una riunione straordinaria, alla fine della quale hanno inviato un messaggio invitando i cittadini a considerare la situazione attuale del Paese come un “tempo di responsabilità e di speranza”. In questo messaggio i Vescovi hanno assicurato che: “La Chiesa Cattolica non smetterà mai di annunciare la pace e di lavorare per essa” (Messaggio della Conferenza Episcopale di Colombia CEC, al popolo colombiano, 14.10.2016). L’episcopato ribadisce inoltre che: “La Chiesa, lontana da ogni legame di partito, continuerà a lavorare per il bene comune” ed invita il Presidente della Repubblica, Juan Manuel Santos, e le istituzioni dello Stato ad “accogliere le proposte provenienti da diversi settori della società per realizzare un ‘progetto di unità nazionale’ che dia delle risposte concrete ai molteplici problemi del Paese”. Tra le preoccupazioni principali, i Vescovi pongono: “la difesa della vita e della famiglia, l’educazione, la partecipazione politica, la solidità della democrazia e delle istituzioni, la lotta al narcotraffico, alla corruzione, l’impegno a superare le crisi del sistema sanitario, del sistema giudiziario, l’iniquità sociale e l’ideologia di genere”.

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Un processo che non finisce di stupire

Monsignor Luis Augusto Castro Quiroga, Missionario della Consolata, colombiano, è Arcivescovo di Tunja e Presidente della Conferenza Episcopale Colombiana. È inoltre uno tra i pochi Vescovi che ha sempre sostenuto con convinzione il processo di pace in Colombia, appoggiando il dialogo con la guerriglia e partecipandovi direttamente. Ci presenta brevemente i punti dell’Accordo di Pace.

Quattro anni fa, nell’Isola di Cuba, iniziò il dialogo tra il governo nazionale della Colombia, rappresentato da una delegazione numerosa, e la guerriglia delle Farc. Si definirono i seguenti punti:

  1. La politica agraria: in Colombia lo 0.6% dei Colombiani possiede il 60% della terra. Perciò il primo punto dell’accordo finale comprende la creazione del “Fondo di Terre” di carattere permanente da consegnare gratuitamente ai contadini senza terra o con disponibilità insufficiente.
  2. Partecipazione politica: si definirebbero i diritti e le garanzie per l’esercizio della opposizione politica in generale e in particolare per i nuovi movimenti che sorgeranno dopo la firma dell’accordo finale.
  3. Porre fine al conflitto: questo punto si riferisce alle componenti procedurali del cessate il fuoco e delle ostilità bilaterali (di ambedue le parti, governo e Farc) e definitivo, insieme alla consegna delle armi.
  4. Lotta al traffico di droga. Si è fatto notare che le coltivazioni della coca esistono per ragioni di povertà rurale, marginalità, mancanza di presenza dello Stato in quei territori e scarsità di servizi fondamentali, che garantiscano i diritti basici per i più poveri, tra gli altri aspetti. Ma la decisione delle due parti è quella di lottare per sradicare il narcotraffico.
  5. I diritti delle vittime nel contesto del processo di pace: l’accordo dell’Avana incorpora due insiemi di misure. Il primo insieme di accordi stabilisce un sistema integrale di verità, giustizia, riparazione e non ripetizione, composto da meccanismi giudiziari che avranno la funzione di ricerca e sanzione (giurisdizione speciale per la pace); inoltre meccanismi extragiudiziari complementari, come la “Commissione della verità”, che devono contribuire a stabilire le responsabilità, la ricerca delle persone scomparse e la riparazione dei danni causati. Ho avuto l’opportunità di accompagnare le vittime all’Avana diverse volte per dialogare con il tavolo delle negoziazioni e fui anche moderatore di questi dialoghi.
  6. Il monitoraggio del mantenimento degli impegni presi: dallo svolgimento di questa parte si vedrà se si è in presenza di un processo con effetti politici, economici, sociali e culturali trasformatori o di un semplice assorbimento sistematico della ribellione armata oppure di un avvenimento in più della storia nazionale senza nessun significato.

Per quattro anni si dialogò su questi sei punti e si giunse ad accordi importanti. Ciò agevolò il fatto che il governo e le Farc potessero firmare l’accordo di pace e di cessazione definitivo bilaterale del fuoco. La cerimonia ufficiale si realizzò il 26 settembre 2016 nella città di Cartagena, alla presenza dei Capi di Stato di alcune nazioni e altre autorità significative come il Segretario di Stato Vaticano, rappresentante del Papa. Avvenimento che ebbe grande ripercussione nel Paese perché ridusse immediatamente il numero dei morti, vittime della guerra.

Il Presidente colombiano Juan Manuel Santos e il capo della guerriglia FARC Timoleon Jimenez con il Presidente cubano Raul Castro

Forse sarebbe stato meglio che questa cerimonia fosse stata realizzata dopo il referendum. Effettivamente, il 2 ottobre si sono realizzate le votazioni dei Colombiani, i quali dovevano rispondere ad una sola domanda: “È d’accordo con il processo di pace disegnato per una pace stabile e duratura?”. Dopo tanti anni di guerra, tutti ci aspettavamo che la risposta fosse “Sì”, invece anche se per una minima differenza, la risposta della maggioranza è stata “No”. Questo vuol dire che si è rifiutato il processo che era stato tracciato.

Bisogna capire che quel “No” non significa un rifiuto della pace, ma soltanto il rigetto di quel cammino disegnato per raggiungere definitivamente la pace. Le ragioni del rifiuto dell’accordo sono di diverso genere, alcune vere, altre false ma presentate come vere.

Che cosa non è piaciuto a quanti hanno votato “No”? Forse, quello che rifiutavano di più queste persone è stata la giustizia transizionale, che era vista come un’impunità. Esse sono state vittime di un inganno, perché la giustizia transizionale, che è servita a risolvere molti conflitti armati nel mondo, è una vera giustizia. Per questo motivo si è stabilito negli accordi la creazione di tribunali per applicare la giustizia. Coloro che diranno la verità, saranno trattati con una misura più benevola, da 6 a 8 anni di detenzione, invece coloro che mentiranno potranno essere condannati fino a 20 anni di carcere.

Nel mondo cattolico ci sono state anche delle persone confuse. A queste era stato detto di votare no, perché l’accordo tracciato sosteneva l’ideologia del gender, affermazione che non era affatto vera. “Ciò che si era approvato era la ‘prospettiva’ del gender, che fu introdotta dalle donne, essendo loro la maggioranza delle vittime; accanto ad esse s’incorporò il rispetto per coloro che per ragioni di gender, sono state vittime della pulizia sociale” (F. De Roux).

L’intervento positivo del Presidente della Repubblica ha chiaramente espresso che la cessazione bilaterale del fuoco continua e che egli inviterà al dialogo tutte le forze politiche per trovare strade per la pace, nello stesso modo il Capo delle Farc intervenne per assicurare che anche loro continueranno nell’impegno per conseguire la pace e fare una politica del dialogo, senza le armi. Interventi che aiutarono a creare un clima di serenità tra i Colombiani.

Come presidente della Conferenza Episcopale e a nome di tutti i Vescovi, ho inviato a tutto il Paese un messaggio nel quale ho esortato: “Facciamo di questo momento una magnifica opportunità per lavorare insieme per la riconciliazione e la concordia dei Colombiani… Rinnoviamo il nostro proposito per ascoltare la voce di Dio e chiediamo la sua grazia per assumere le sfide di questa ora della storia”.

Successivamente il presidente Santos formò un team per avviare con i ribelli il lavoro di modifica dell’accordo.

Monsignor Luis Augusto Castro Quiroga

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AVVENTO: tempo di speranza

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L’angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: “Alzati, prendi il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò, perché Erode sta cercando il bambino per ucciderlo”(Mt 2,13-15)

Ancora una volta entriamo nell’Avvento, l’inizio di un nuovo anno liturgico. L’Avvento è la porta attraverso la quale ci introduciamo a celebrare i misteri cristiani, che ci donano la speranza, la rafforzano in noi, ci sostengono nel nostro modo di vivere e ci offrono il fondamento per trascorrere ogni giorno nella gioia e nella pace.

Nell’Avvento accogliamo l’invito a ravvivare anche la nostra fede, nella riscoperta festosa di un dono che ci è dato. Grazie ad esso noi crediamo che Dio ha mandato il Figlio suo per la nostra salvezza. È per questo che siamo invitati ad intensificare la nostra attesa orante in un tempo così prezioso come quello che precede il Natale.

Nell’attuale complesso panorama mondiale, in cui non è facile cogliere segnali incoraggianti, dove potremmo scoprire o che nome potremmo dare alla speranza?

Come guardare con gli occhi di Dio il fenomeno attuale degli spostamenti di intere masse umane?

Oggi, migliaia di persone lasciano le loro case, perché perseguitate per motivi di razza, di religione, di nazionalità, a causa di guerre assurde e feroci, portando con sé solo un briciolo di speranza di trovare qualcosa di meglio, una vita un po’più sicura e dignitosa. Come riconoscere nelle migliaia di rifugiati, che bussano alle nostre porte, degli autentici segni dei tempi?

Di fronte ai drammi e alle tragedie dei migranti e dei rifugiati, Papa Francesco invita a rispondere con misericordia ad una realtà che ci sfida e che non ci permette di correre il rischio fatale di lasciar passare sotto il nostro sguardo questo fenomeno nell’indifferenza e quindi nell’oblio.

Apriamo i nostri occhi per guardare le miserie del mondo, le ferite di tanti fratelli e sorelle privati della dignità, e sentiamoci provocati ad ascoltare il loro grido di aiuto. Le nostre mani stringano le loro mani, e tiriamoli a noi perché sentano il calore della nostra presenza, dell’amicizia e della fraternità. Che il loro grido diventi il nostro e insieme possiamo spezzare la barriera di indifferenza che spesso regna sovrana per nascondere l’ipocrisia e l’egoismo. ” (Misericordiae Vultus,15)

“Alzati, prendi il bambino e sua madre, fuggi in Egitto…”D’altra parte, tale fenomeno epocale ci riporta alla vita stessa di Gesù. Pochi giorni dopo la sua nascita i suoi genitori sono dovuti fuggire da Betlemme per salvargli la vita!

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barconi di migranti

Secondo il racconto di Matteo, i Magi era già ripartiti, quando Giuseppe, padre di Gesù, mentre dorme, in sogno riceve un messaggio perentorio. E’ un ordine quello dell’Angelo del Signore: gli comanda di prendere il bambino, sua madre Maria e di fuggire in Egitto.

E Giuseppe subito, senza nemmeno aspettare l’alba, prepara la fuga e, quella stessa notte, parte con la famiglia per l’Egitto. Certamente il poco tempo a sua disposizione non gli avrà permesso di dotarsi di molte risorse, oltre il minimo necessario, per affrontare il lungo viaggio e i primi giorni d’esilio. Il viaggio si prospettava senz’altro pericoloso, pieno di difficoltà e rischi, molto precario, ma tuttavia Giuseppe ha fede nella parola ricevuta da Dio, fa in fretta i preparativi e mette tutta la sua fiducia nel Signore.

La Sacra Famiglia in realtà nemmeno prova a modificare il piano dettato dal cielo. Eppure viene loro prospettato un viaggio a cui non avevano sicuramente mai pensato: l’Egitto? Non sarebbe meglio unirsi ai maghi e cercare rifugio nei loro paesi? L’Egitto? È una meta troppo lontana, non conoscono la strada, la lingua, le usanze di quella gente. In Egitto infatti non conoscono proprio nessuno! E non saranno troppi i rischi per il bambino in un paese così straniero? Come ci guadagneremo da vivere, chi ci aiuterà o ci potrà aprire una strada, in un paese dove non abbiamo né conoscenze, né amici?

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Aleppo, città martoriata dalla guerra

Ma essi, come molte persone ai giorni nostri, lasciano alle spalle tutto quello che hanno, il loro paese, le loro famiglie, le cose di loro appartenenza, tutto! Pur di salvare la loro famiglia.

Proprio come la Sacra Famiglia, anche oggi un mare di gente è in fuga dai conflitti in Siria, nel Mali, in Sudan, Nigeria, Somalia, Pakistan, Bangladesh…: una lista interminabile di luoghi di terrore, di dolore, di miseria; donne, bambini, uomini in fuga dalla violenza, dai genocidi, dalle bombe e dalle guerre che minacciano la loro vita.

I rifugiati vivono oggi un insieme di cose e di fatti vertiginosamente mutevoli, in una mescolanza confusa di esilio e di fuga, che ha il sapore e il colore di nuovi usi, nuovi costumi, nuove regole, nuove norme e tante difficoltà. Per molti di loro era già difficile la vita a casa, nel loro proprio paese d’origine. Immaginiamoci ora, in un posto nuovo, spaesati, senza contatti, quanto dovranno combattere per trovare le ragioni di una nuova speranza!

È per questo che anche noi all’inizio dell’Avvento siamo calorosamente invitati, anzi vogliamo fare nostra la richiesta, o meglio ancora l’esigenza, di spalancare i nostri cuori, di aprire le nostre porte agli immigranti. È ancora una volta lo stesso Papa Francesco a ricordarci che: “I migranti di oggi che soffrono il freddo, senza cibo e non possono entrare, non sentono l’accoglienza. A me piace tanto sentire quando vedo le nazioni, i governanti che aprono il cuore e aprono le porte! ” (Udienza Generale 16.03. 2016).

Che l’Avvento rappresenti il riaccendersi della speranza in tutti noi, perché possiamo scorgere con gratitudine la venuta di Dio nel nostro mondo e il manifestarsi della generosità di tanti uomini e donne. Allora nonostante le guerre e i conflitti, le ferite e le tragedie della vita faremo festa perché un Bambino a Betlemme ci è dato.

Un ragazzino seduto tra le macerie dopo un bombardamento presumibilmente da parte delle forze governative - Aleppo, 13 aprile 2015 (KARAM AL-MASRI/AFP/Getty Images)
Un ragazzino seduto tra le macerie dopo un bombardamento presumibilmente da parte delle forze governative

E vogliamo inoltre fare festa perché, nonostante le innegabili difficoltà e chiusure di una parte della popolazione, possiamo dire che ci sono molte mani che si aprono per fare proprie le necessità dei rifugiati che ogni giorno giungono nel nostro Paese. Tutti coloro che, direttamente o indirettamente, aiutano a sviluppare una autentica presa di coscienza di questo enorme fenomeno sociale, rappresentano una luce con cui si afferma che è possibile vivere in armonia, in una società che cessa di essere egoista e sa condividere ciò che ha con chi è nel bisogno.

E vogliamo fare festa anche per tutti gli sforzi di sensibilizzazione fatti dai nostri Istituti Religiosi e Missionari che hanno aperto le loro porte ai rifugiati, perché in questo Paese trovino non solo un tetto, ma il calore di un vero ambiente familiare.

La nostra missione trova allora davvero un significato profondo nell’Avvento, cammino verso la speranza, la gioia e la pace celebrate a Natale.

L’Avvento ora è vissuto in prima persona da ciascuno e da tanti dei nostri fratelli rifugiati. Ad ogni passo del loro esilio hanno conservato e continuano a mantenere nel profondo del loro cuore una fiammella di speranza: trovare il Re della pace. Essi sono in attesa di un ambiente accogliente e di una luce piena che solo il Bambino di Betlemme può dare loro. Preghiamo per loro e facciamo nostro il loro dolore, perché la loro realtà ci avvicina senz’altro al mistero del Natale.

Cerchiamo di essere come la Sacra Famiglia. Uomini in esilio, uomini che camminano, uomini che si fidano delle promesse di Dio, uomini e donne che non hanno perso la speranza in un domani migliore; uomini e donne in grado di attraversare i deserti, i mari della vita per raggiungere il germoglio della vera speranza che scaturisce dal Bambino Gesù. Perché Natale non è un ricordo, Natale è adesso. Apriamo i nostri cuori al mistero di Dio.

Costruiamo ponti che ci facciano sperimentare la gioia della venuta del nostro Salvatore, in armonia, pace e speranza, assieme ai nostri fratelli rifugiati.

Commissione GPIC- CIMI

P. Reynaldo Rodrigo Romàn Dìaz SVD

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Una rabbia trasformata in Nobel

L’incredibile storia di un uomo che nel 2014 vince il Nobel per la Pace, iniziando da un’arrabbiatura

Si trovava nel suo caotico ufficio, nella trafficatissima Nuova Delhi, quando apprese su Twitter di aver vinto il Nobel per la Pace 2014 insieme alla giovane pakistana Malala Yousafzai, paladina della lotta per il diritto all’istruzione femminile. Pochi minuti dopo, Kailash Satyarthi, sessantenne hindu, avrebbe ricevuto la telefonata ufficiale del Comitato del prestigioso premio. Niente di improvvisato: la sua storia di attivista comincia da molto lontano… “Quando avevo 11 anni, vedendo alcuni amici lasciare la scuola perché i loro genitori non potevano permettersi di pagare i libri di testo, mi sono molto arrabbiato. La maggior parte delle mie idee migliori è scaturita da situazioni di rabbia”. Nato nello Stato di Madhya Pradesh (India) nel 1954, da una famiglia di casta medio-alta, sin dall’infanzia Kailash Satyarthi è grande ammiratore del Mahatma Gandhi e della sua lotta non violenta per la libertà e l’uguaglianza, divenendone poi autentico interprete, come riconosciuto dallo stesso Comitato del Nobel, per aver dimostrato “grande coraggio personale, mantenendo la tradizione di Gandhi, guidando varie forme di protesta e dimostrazione, tutte pacifiche, contro il grave sfruttamento dei bambini a scopi finanziari”. “La rabbia dei miei 11 anni si è trasformata nell’idea di raccogliere libri usati e aiutare i bambini più poveri. Ho creato così una banca del libro, chiedendo ai miei compagni di scuola di raccogliere libri di testo e risparmi per offrire alle famiglie svantaggiate la possibilità di far studiare i propri figli. Non mi sono fermato. In seguito, ho co-fondato la più grande campagna al mondo promossa dalla società civile per l’educazione, ovvero la ‘Global Campaign for Education’. Essa ha contribuito a cambiare la mentalità nei confronti dell’istruzione, da una modalità caritativa a una modalità fondata sui diritti umani; inoltre, ha concretamente aiutato, negli ultimi 15 anni, a ridurre di metà il numero di bambini che non frequentano la scuola”.

kailash-satyarthi-pti_650x400_61439042267Nato Kailash Sharma, a 15 anni, in seguito ad un avvenimento che lo segna profondamente, sceglie di cambiare il cognome di famiglia: “Sono rimasto molto colpito nel sentire i leader della mia città parlare in maniera molto forte contro il sistema delle caste e l’‘intoccabilità’. Ispirato da questo, ho pensato che si doveva dare un esempio concreto e ho invitato questi leader a mangiare cibo cucinato e servito dalla comunità degli ‘intoccabili’. Ero così entusiasta, addirittura galvanizzato nel vedere che tutti accettavano di venire. Tutti gli ‘intoccabili’, tre donne e due uomini, avevano accettato di partecipare. Hanno indossato i loro abiti migliori e hanno portato nuovi utensili. Erano le 22 e nessuno dei leader si era presentato. Questo mi ha fatto di nuovo molto arrabbiare. Ero abbattuto ed esausto. Ho cercato di controllare le mie emozioni. Ma quando ho preso il primo boccone, sono scoppiato in lacrime. Improvvisamente ho sentito una mano sulla mia spalla. Era il tocco materno e consolante di una donna ‘intoccabile’. Mi ha detto: ‘Kailash, perché piangi? Hai fatto la tua parte. Hai mangiato il cibo cucinato da noi, cosa che non è mai accaduta a nostra memoria’. E ha aggiunto: ‘Oggi tu hai vinto’. E aveva ragione. Tornato a casa, poco dopo la mezzanotte, ho visto mia madre e alcune donne anziane piangere e supplicare perché avevano minacciato di sbattere fuori casta tutta la mia famiglia. Ma io ho deciso che l’intero sistema doveva diventare senza caste. Questo sarebbe stato possibile cominciando con il cambiare il cognome, perché in India la maggior parte dei nomi di famiglia sono nomi di casta. Così ho deciso di abbandonare il mio e mi sono chiamato Satyarthi, che significa, ‘cercatore di verità’. Quello è stato l’inizio della mia rabbia trasformativa”.

kailash_satyarthiNel 1980 Satyarthi fonda la BBA (“Bachpan Bachao Andolan”, che significa “Movimento per salvare i bambini”), prima organizzazione in India ad occuparsi della grave piaga del lavoro minorile e ad impegnarsi per il riscatto dei bambini sfruttati in vari tipi di industrie. Lui e i suoi collaboratori organizzano incursioni nelle fabbriche di mattoni e nei laboratori di tappeti dove i bambini, a volte con i loro genitori indebitati, sono spesso forzati a lavorare anche per decenni per restituire piccoli prestiti. Sovente accade che i debiti restino insoluti per i magri guadagni ottenuti e le persone condannate ad una vera e propria schiavitù senza fine. “Ogni volta che libero un bambino, un bambino che ha perso ogni speranza di tornare da sua madre, e vedo sul suo volto il primo sorriso della libertà; ogni volta che una madre che ha perso ogni speranza di rivedere il figlio o la figlia lo abbraccia di nuovo, e vedo la prima lacrima di gioia scendere sulla sua guancia… allora in tutto ciò intuisco uno scorcio di Dio. E questa è la mia più grande ispirazione”.

La BBA continua a lavorare senza posa per la difesa dei diritti dei bambini e fino ad oggi ne ha liberati 83.000 in 144 Paesi! Recentemente ha lanciato anche piani di riscatto per le ragazze vendute e forzate al matrimonio. Ha sempre accompagnato la liberazione dalla schiavitù con un indispensabile processo di reintegrazione sociale e con i suoi collaboratori ha creato centri di formazione in centinaia di villaggi, dove alle giovani vittime ormai libere è possibile esercitarsi in varie abilità e corsi di base.

Kailash Satyarthi vive a Nuova Delhi, con sua moglie, due figli e un numero imprecisato di bambini che la sua associazione ha tratto in salvo dalla schiavitù. Aveva appena 26 anni quando abbandonò la sua professione per occuparsi a tempo pieno della “sua causa”. “Per secoli ci hanno insegnato che la rabbia è un male, a controllarla e reprimerla. Ma mi chiedo perché. Rabbia è potere ed energia. Come può essere tradotta e sfruttata per creare un mondo più bello e migliore, più giusto ed equo? Se rimaniamo rinchiusi negli stretti confini del nostro egoismo, allora la rabbia si trasforma in odio, violenza, vendetta, distruzione. Ma se siamo capaci di rompere questi cerchi, la rabbia può trasformarsi in idea e azione. Possiamo infrangere questi confini, utilizzando la nostra compassione e sintonizzandoci, grazie a essa, con il mondo per renderlo migliore. Mi chiedo: perché non possiamo convertire la nostra rabbia in un bene più grande che riguardi tutta la società? Perché non usare la nostra rabbia per sfidare e cambiare i mali del mondo? È quello che ho cercato di fare”.

Alessandra Pulina, MC

Questo articolo è stato pubblicato su Andare alle Genti

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Allah non dorme!

Il racconto di un incontro. Quando l’ Altro ci insegna che cos’è la vera fede

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il porto di Pozzallo, il secondo dopo Lampedusa, dove sbarcano gli immigrati

Era una notte fredda e una insistente pioggerella batteva, beffarda,la finestra della mia stanza; la tentazione di rimanere a casa, al caldo, dopo una intensa giornata di lavoro s’insinuò lusinghiera dentro di me. Ma il mio pensiero si spostò subito verso quei fratelli e sorelle che quella notte, come tante altre notti, avrebbero dormito all’aperto, al freddo, non avendo altre possibilità, altre scelte! Loro sono il popolo della notte, il popolo della strada, che ogni sera cercano rifugio nella stazione di Milano Centrale e nei sui dintorni.
Nonostante il brutto tempo, o forse proprio per quello, quella sera eravamo più numerosi del solito, eravamo in cinquantadue! Giovani e adulti che dopo un intenso momento di preghiera, fatto nella hall della stazione, in gruppi di tre, andiamo incontro a quei fratelli e sorelle, per di più stranieri, che in qualche modo ci aspettano. Non portiamo loro né soldi, né cibo, nulla di materiale. Ma diamo a loro quello che abbiamo: il nostro tempo, la nostra vicinanza, il nostro ascolto, umile e rispettoso, perche profondamente convinti che non c’è dolore più grande che soffrire da soli, sentendo che “nobody cares”, nessuno ha cura di me.

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la stazione di Milano Centrale

Quella sera incontrammo Shaban. Era seduto sui gradini, e quando ci avvicinammo, benché non ci conoscesse si alzò in piedi e ci salutò affabilmente, come se ci attendesse da lungo tempo. Quindi, dopo aver scarsamente detto i nostri nomi, seduti vicino a lui ascoltammo la sua vicenda.
Shaban ha quarantadue anni, viene da una zona molto povera dell’Egitto, quindi è uno dei cosiddetti migranti economici, cioè quelli che secondo la politica migratoria Europea, avrebbero meno diritti di migrare! Ma, Shaban ha una famiglia a cui pensare, ed è proprio per loro, ci dice, che lui ha deciso di emigrare, nella speranza di poter dare ai suoi tre figli un futuro.
S’è indebitato fino all’inverosimile per poter partire, ha guardato la morte in faccia, non solo durante la traversata, ma tante altre volte. Shaban sa di essere un clandestino glielo dicono non solo la mancanza di documenti, ma anche gli sguardi diffidenti della gente quando chiede aiuto o un lavoro; glielo ha fatto sentire lo sfruttamento subito e le condizioni disumane in cui dovette vivere insieme ad altri compagni disperati che, come lui, avevano rischiato tutto pur di arrivare in Europa. Per loro, spiega, rimanere nel proprio paese sarebbe stato morte sicura, partire morte probabile, perciò s’aggrapparono a quel filo di speranza e sfidarono il mare.

Da quando arrivò in Italia, Shaban no disdegnò nessun tipo di lavoro, in Sicilia, Puglia e Milano, pur di guadagnare qualcosa per i suoi figli. Recentemente è stato barbaramente pestato e derubato di tutti i suoi soldi, quei soldi che, privandosi anche del necessario, era riuscito a mettere da parte per inviare alla sua famiglia. Non impreca né si lamenta, ma è addolorato giacché i suoi cari non avranno niente per celebrare la Festa del Montone, festa assai importante per la comunità islamica. Ma “Allah non dorme, Lui si prenderà cura di loro, così come si prende cura di me!” Afferma con fede incrollabile, con testarda convinzione. Commossa recito per lui le parole del Salmo 120: Il mio aiuto viene dal Signore che ha fatto cielo e terra. Non si addormenta,non prende sonno il Custode d’Israele. Egli è come ombra che ti copre e sta alla tua destra(…). Il Signore ti proteggerà da ogni male, Egli proteggerà la tua vita. Il Signore veglierà su di te, quando esci e quando entri, da ora e per sempre!

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l’equipe intercongregazionale che lavora a Noto (sullo sfondo la Cattedrale) con i migrantes: da sinistra P. Michelangelo Piovano, segretario CIMI, Sr Giovanna Minardi PIME, P. Vittorio Bonfanti Missionario d’Africa, Sr Raquel Soria MC e P. Gianni Treglia imc

Shaban ha parlato per più di un’ora condividendo con noi un pezzetto della sua vita, le sue difficoltà, le sue speranze, la sua fede, arricchendoci col dono di se stesso. Ci ha colpito profondamente , quella sua capacità di resistere, di rimanere in piedi di fronte alle prove, alle ingiustizie, alle sofferenze, quella capacità di accogliere il dolore e viverlo a testa alta, eroicamente, dignitosamente!
Quando scesi dalla metro piovigginava ancora. Col cuore gonfio ringraziai il Signore per il dono di quell’ incontro e per tutti i Shaban, roveti ardenti, che nonostante l’indicibili sofferenze ed umiliazioni non si consumano, e dai quali il Signore, l’Io Sono, oggi, continua a parlarci, chiamarci, inviarci (Es 3.2-10).
E’ passato più di un anno da quando incontrai Shaban, ma ancora porto in cuore le grandi lezioni imparate da quel fratello musulmano. Ora sono in Sicilia, dove insieme ad altri tre missionari abbiamo avviato una comunità inter-congregazionale per un servizio ai migranti; un progetto della Conferenza degli Istituti Missionari Italiani (CIMI), la quale sentendosi provocata ad ascoltare il loro grido di aiuto vuole impegnarsi concretamente affinché “il loro grido diventi il nostro e insieme possiamo spezzare la barriera di indifferenza che speso regna sovrana per nascondere l’ipocrisia e l’egoismo (MV 15).”

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Diario di una vittoria

Suor Noelí racconta, passo a passo, la vittoria della sua gente, nella periferia di Ananindeua, in Pará – Brasile 

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11 gennaio

icui2Oggi, 11 gennaio, sento di dover complimentare gli abitanti della Via Barcelar, in Icuì, per la manifestazione che hanno fatto nella strada: la gente è stufa di vivere nel fango.
La settimana scorsa è passato il caterpillar, oi ha piovuto: e adesso gli abitanti non riescono a passare per la strada, senza contare le case che si sono allagate.

Non è una cosa che so per sentito dire: io stessa ci sono andata, e l’acqua mi arrivava al ginocchio. Sicuramente nessuna delle nostre autorità ha mai vissuto – o vuole vivere – in queste condizioni, e per questo non capisce la lotta e la sofferenza del popolo che grida per i suoi diritti.

Purtroppo, il prossimo anno i politici metteranno la loro bella faccia, verranno nelle nostre case e nelle nostre icuistrade: sarà per il tempo della campagna politica, e poi spariranno di nuovo per due anni…

E’ necessario che la gente si svegli, smetta di sognare come chi dorme in splendide culle, e venga nelle strade, a gridare e chiedere una riforma politica dove effettivamente le autorità, come stipendiati con il denaro della popolazione, garantiscano politiche pubbliche di qualità.

Questa volta non sono stata io ad organizzare la manifestazione, e mi fa piacere rendermi conto che il popolo inizia a svegliarsi: questa è vera cittadinanza! Questa lotta è nostra, è la lotta del popolo: con unione e coraggio possiamo costruire un Icuì nuovo!!!

 

5 febbraio

icui4Una grande gioia per la gente di Icuì (Ananindeua – Pará -Brasile) : la via Barcelar smette di essere la strada “scippata” per essere una strada asfaltata, dopo una lotta molto grande della popolazione, che veramente merita gli elogi per questa vittoria.

Sappiamo che ci sono opere basiche per il bene della comunità, che dovrebbero essere concretizzate dai funzionari pubblici, ma purtroppo certi diritti non arrivano nei nostri quartieri.

Altre vie dovrebbero seguire l’esempio di questi cittadini, che hanno lottato insieme, senza avere qualcuno che progettasse il tutto solo per lanciarsi come candidato politico. E’ giunta l’ora in cui il popolo deve destarsi, soprattutto in questa Quaresima in cui – come Chiesa del Brasile – siamo chiamati a riflettere su questo tema: “La Casa Comune: nostra responsabilità”.

icui5Ancora complimenti agli abitanti di Via Barcelar! Attenzione, non lasciamoci comprare per un po’ di asfalto!! Siamo nell’anno delle elezioni: la nostra coscienza di cittadini autentici e coscienti deve parlare più forte!!!

Suor Noelì Domingos Buenos

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