IL FRUTTO DELLA VERA EDUCAZIONE….

Educare è come seminare: il frutto non è garantito e non è immediato, ma se non si semina è certo che non ci sarà raccolto (Carlo Maria Martini).

È una convinzione che l’educazione, contribuisce a costruire ponti e a trovare nuove risposte alle molte sfide del nostro tempo; allo stesso tempo  l’educazione, nella sua dinamica genera vita, “una vita tesa alla ricerca del bello, del buono, del vero e della comunione con gli altri per una crescita comune” (Papa Francesco).

Noi Suore Missionarie della Consolata sappiamo che  questa vita che si manifesta in un desiderio soprattutto dei più giovani, si trova anche nei frutti di un popolo educato. Sin dall’inizio abbiamo contribuito alla missione della chiesa, offerto nell’ambito educativo, orientato sempre al servizio della crescita alla piena maturità umana della persona camminando con loro nelle varie tappe di crescita.

Vediamo questa galleria fotografica che mostra il lavoro di educazione e formazione nei diversi contesti missionari.

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Un sogno di missione


Le nostre giovani ci raccontano il loro sogno di missione. Oggi “leggiamo” Muriel e Nadia dall’Argentina

Un momento con Dio nella missione

In una conversazione gradevole tra noi, parliamo della missione che abbiamo nel cuore, e ci ritroviamo a riconoscere che furono molti i fattori che ci hanno portato a vivere una vita missionaria, tra cui ci sono: la condivisione, il bisogno e l’Altra, cosceinti che tutto questo porta all’incontro del Dio vivo.

La condivisione sboccia dal profondo del cuore, ci permette di andare oltre ai nostri stessi limiti, tralasciando quelle cose che non costruiscono, e così uscire all’incontro degli altri. Molte volte ci sentiamo sfidate ad uscire dalla nostra struttura per aprirci al piano di Dio, che ci parla e ci invita costantemente all’annuncio, ci muove alla missione e ci propone di viverlo nella sua completezza.  Per questo Dio si serve di varie risorse, però soprattutto la libertà di ciascuna per potergli rispondere. San Paolo ci dice in una delle sue lettere: “Non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me” ed è così che sperimentiamo Dio nella nostra vita.

Muriel (al centro) e Nadia con sr Stefania

Il bisogno ci parla come alla cara Madre Teresa di Calcutta, e ci propone di abbandonarci pienamente in Dio, che è datore di vita, che è colui che provvede il necessario per arrivare all’Altro e ci dà forza per seguire, perché nel volto del fratello troviamo Cristo.  Ed è con questo pensiero che ci vengono alla mente nomi di persone che hanno scosso il nostro cammino con la loro testimonianza di vita donata alla missione senza riserve. Suor Leonella ci dice:  “Perdono, perdono, perdono” amando fino all’ultimo istante e vedendo con occhi umili il bisogno. Dopodiché, non c’è bisogno di tante altre parole.

Per questo la missione per noi è la vita condivisa, donata e spesa per tutti coloro che Dio ci mette nel nostro cammino. E’ vivere il giorno dopo giorno e imparare ad abbandonarci pienamente in Dio, che ci do la forza e ci invita ogni momento a riconoscerlo nel bisogno dei nostri fratelli.

Muriel Leiva e Nadia Leitner, prenovizie MC argentine

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Giovani, voi aspirate a “prendere il volo”

“Quando Dio tocca il cuore di un giovane, di una giovane, questi diventano capaci di azioni veramente grandiose. Le “grandi cose” che l’Onnipotente ha fatto nell’esistenza di Maria ci parlano anche del nostro viaggio nella vita, che non è un vagabondare senza senso, ma un pellegrinaggio che, pur con tutte le sue incertezze e sofferenze, può trovare in Dio la sua pienezza” (Papa Francesco, giornata mondiale della gioventù 2017)

Le Missionarie della Consolata accompagnando i giovani li aiutano ad essere protagonisti della propria  storia e capaci di decidere per il loro futuro.

Queste fotografie rispecchiano alcune delle nostre presenze tra i giovani.

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Fatti di pace… ricostruire il tessuto sociale

L’esperienza di pace nell’educazione della Ciudadela Amazónica del Caguán 

La Colombia vive un momento storico unico per la costruire e consolidazione graduale della pace e la convivenza con possibilità e opportunità produttive e umanitarie che rispondano alla diversità e particolarità delle differenti regioni del paese in interazione e cooperazione con altri paesi del mondo.

L’educazione e formazione fondata su valori umani, potenziare tutte le dimensioni della persona e la preparazione di qualità occupa uno spazio centrale nella costruzione di nuove condizioni per una società rinnovata e una pace reale.

In questo contesto, nasce la Cittadella Giovanile Amazzonica Don Bosco, un’opera educativa del Vicariato apostolico di San Vicente del Caguán, fondata nel 1994 da Mons. Luis Augusto Castro Quiroga, oggi arcivescovo di Tunga, e dal padre salesiano Carlos Julio Aponte. Si trova proprio al cuore della regione del Caguán (la regione amazzonica colombiana) e la sua finalità è la formazione dei contadini affinché diventino agenti di cambio, come leaders nel lavoro e nella crescita umana e spirituale.

Radio Echi del Caguán

Se si può contare su un sostegno finanziario, è fattibile raggiungere la popolazione con potenzialità e situazioni particolari che adeguatamente guidata, costituisce la base di una nuova società in questo tempo di post conflitto e costruzione della Pace.

Come istituzione educativa, la Cittadella Amazzonica conta sul riconoscimento a livello municipale e dipartamentale nell’area della teconologia, convertendosi in una esperienza educativa innovatrice, che coniuga la formazione accademica normale e la educazione non formale e informale, preparando tecnici capaci di trasformare la realtà sociale e le relazioni agroindustriali e agroforestali per uno sviluppo sostenibile delle loro regioni, con un senso umano e solidale.

Il Progetto Educativo della Cittadella offre una preparazione per Tecnico in trasformazione di Alimenti, e si tratta di uno spazio dove si forma a livello intellettuale, culturale, tecnico e umano i giovani affinché siano loro stessi a guidare, organizzare e fortificare i loro progetti di vita come lavoratori agricoli.

Dalle necessità dell’oggi è nato un altro programma di studi che si orienta all’informatica, per permettere ai giovani di usare le potenzialità dell’informatica ed essere così più competitivi nella produzione agricola e nell’allevamento.

Questa istituzione educativa giovanile, nei suoi processi di formazione, cerca di ricostruire il tessuto sociale attraverso l’accompagnamento psico-sociale delle famiglie degli studenti , attraverso incontri ludici e pedagogici che fortifichino l’aspetto educativo integrale, in una regione tanto colpita dalle conseguenze di una situazione sociale difficile.

 

Mezzi importanti per concretizzare tutto questo sono stati la “Azione Culturale Popolare” e le “Scuole digitali contadine”. Queste ultime hanno permesso di concretizzare corsi di alfabetizzazione digitale, leadership, associazione e impresa, ecologia, pace e postconflitto, adattamento al mondo climatico e convivenza pacifica. Gli studenti stessi realizzano processi di formazione e accompagnamento delle famiglie e comunità, arrivando2016, all’incirca 2000 persone.

Circa al lavoro missionario, è evidente la dimensione di consolazione, caratteristica del nostro carisma di Missionarie della Consolata, in quanto ci troviamo in un luogo che esige un’azione costante e un accompagnamento ai giovani e alle loro famiglie, con la possibilità di coinvolgere altri enti e persone in progetti di solidarietà e cooperazione missionaria.

Sr. Rubiela Orozco Gómez, MC

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Il vostro affetto mi ha cambiato la vita

Islam con la comunità intercongregazionale di suor Raquel


La vera jihad di un giovane, nel suo cammino verso la libertà

Sei mesi fa, quando dalla Caritas cittadina mi chiesero di far parte di un’equipe per accompagnarlo più da vicino, Islam era uno di quei ragazzi che l’opinione pubblica definisce come: giovani devianti, delinquenti, bulli violenti, ragazzi difficili, e addirittura ragazzi “perduti”, cioè senza redenzione!  In poche parole, egli era considerato una minaccia, un ragazzo non solo da evitare, ma, ancor peggio, da rinchiudere in qualche struttura per i suoi comportamenti antisociali.

Certo è che nonostante la sua giovane età, Islam ha alle sue spalle un passato con delle esperienze pesanti, con diverse entrate e uscite dal carcere, di consumo e spaccio di sostanze stupefacenti, e non poche volte è stato protagonista di risse violente nella città. Comunque, a dispetto di tutto questo, io vedevo in lui un ragazzo timoroso, ferito, che, in qualche modo, tentava di soffocare dentro il dolore che, forse, lo accompagna da quando è nato; sì, io vedevo, e vedo ancora, semplicemente un ragazzo, con un enorme bisogno di sentirsi accolto e voluto bene.

Islam è di origine Tunisina, suo padre morì a seguito di un infortunio sul lavoro quando lui aveva pochi mesi. Pochi anni dopo, la madre si è risposata e ha avuto altre due figlie. Purtroppo il suo nuovo compagno era un alcolista e un violento e sia Islam sia suo fratello maggiore Billel hanno subito continui abusi fisici, verbali ed emotivi. E noi sappiamo bene quanto l’abuso emozionale (tutti i tipi di abuso sono anche emozionali) strazia l’autostima di una persona e può compromettere notevolmente lo sviluppo psicologico e l’abilità di funzionare adeguatamente nella società.

Di conseguenza, i servizi sociali collocarono Islam in comunità. Così, dai dieci ai diciotto anni lui visse in diverse comunità per minori, le cui permanenze sono state sempre molto travagliate. Privato dalla figura paterna, quasi fin dalla nascita, gli venne poi a mancare quel grembo, quello spazio vitale che chiamiamo: casa, famiglia, affetti, relazioni, il quale è assolutamente necessario per lo sviluppo e la crescita della propria identità, dell’auto stima e del rispetto di sé. Come non capire allora, Islam e le sue continue fughe da se stesso, e la sua incessante ricerca di “qualcosa” o “qualcuno” che possano, in qualche modo, colmare quel vuoto che la solitudine e il non amore gli hanno scavato dentro?

Sei qualcuno se vesti in un determinato modo, se hai soldi (e non importa come li ottieni), o se frequenti certi ambienti. Cosi, tanti giovani, che come Islam, portano nel cuore quella tremenda voglia di gridare al mondo il loro esserci, son disposti a far di tutto pur di sentirsi accolti, accettati, inclusi; si sentono obbligati a conformarsi in tutto, in un mondo dove, purtroppo, la norma è il consumo e dove si vive circondati più da oggetti che da persone. Un mondo dove, ancora una volta, si sentono, traditi, abbandonati, soli! Abbandonati a se stessi, quindi, sconfinano in comportamenti antisociali e diventano violenti spesso per disperazione.

A proposito di ragazzi violenti e trasgressivi, San Giovanni Paolo II affermava che non esistono persone che sono delinquenti per natura né bambini che nascono con tendenze criminali. Anzi, assicurava, la delinquenza giovanile è, piuttosto, una risposta al mondo che ha dimenticato il suo dovere di prendersi cura di loro.

Nel mio servizio missionario tra i ragazzi di strada e i carcerati ho imparato che un ragazzo può perdere la bussola, ma può anche riprendere la strada verso casa, se qualcuno lo aspetta, lo sa accogliere, se qualcuno gli corre incontro con gesti autentici, concreti di prossimità. Quando, invece, un ragazzo, nonostante tutti i suoi sforzi, non incontra volti amici, tutto si fa più difficile. Magari torna in libertà, ma lo aspettano solo i problemi che aveva lasciato. Inoltre, lo stigma di essere un ex-carcerato lo fa ancora più vulnerabile e scuote la sua ormai fragile autostima e rispetto di sé.

Ed è proprio questo che succedeva a Islam, perciò, con Christian, responsabile del Centro di ascolto della Caritas cittadina e Salvo, assistente sociale della Casa don Puglisi, dove ospitavano la mamma di Islam e le sue sorelle – ora sono in semiautonomia – decidemmo di scommettere su Islam, sulle sue risorse e potenzialità di bene. Cercando, inoltre, di creare una rete di persone che diventassero per lui dei punti fermi, sui quali lui potesse contare sempre, e divenendo noi stessi suoi compagni di strada, anzi i suoi fratelli e sorella maggiori!

Nel suo ritorno a casa il figlio minore (Lc. 15, 11-32) ha trovato sì un Padre Misericordioso, ma non ha trovato un fratello, dice don Claudio Burgio, cappellano dell’Istituto Penale Minorile Cesare Beccaria di Milano. Capita anche oggi. Per ragazzi decisi veramente a cambiare non è facile, usciti dal carcere, trovare nuovi fratelli maggiori. E l’esperienza ci insegna che si cambia e si è spinti a uscire dal vortice della criminalità e dell’esclusione se ci si sente attratti da un progetto, se sul cammino trovi persone disposte a sostenere con te nuovi passi.

E in questi mesi, posso attestare, Islam è, davvero, cambiato tantissimo! O meglio, sta diventando sempre più se stesso, sta divenendo, cioè, sempre più Figlio di Chi non ha mai smesso di essergli Padre! Non è stato però un cambio fulmineo, miracoloso, anzi, è stato, ed è tuttora, un percorso faticoso, in salita, è la “vera Jihad” come lui ben definisce, questa sua lotta per restare sulla via della nuova vita! Però, lui sa di non essere più da solo; sa che ora ci sono dei “Mosè”, ossia persone che pregano e fanno il tifo per lui, ma sopratutto sa di poter incondizionatamente contare su due fratelli maggiori che, con infinita pazienza, fermezza e gentilezza, camminano al suo fianco, al suo ritmo; sostenendolo quando zoppica, aspettandolo quando rimane indietro, cercandolo quando fugge, per farlo sentire, sempre, e indipendentemente della sua condotta, voluto bene!

Qualche giorno fa abbiamo celebrato il suo ventitreesimo compleanno. La mamma, con gli occhi perlati di lacrime, diceva che era la prima volta che qualcuno faceva festa per lui. Prima del taglio della torta abbiamo chiesto a Islam di fare un discorso, e lui, visibilmente commosso, disse: Grazie per il vostro affetto, mi avete cambiato la vita!

La strada è ancora lunga. Ci sono ancora tante ferite da rimarginare. Islam deve, pertanto, continuare col suo percorso per imparare ad accettare fino in fondo la propria storia, per riconciliarsi con essa, con la famiglia, con se stesso e con Dio. Ma io sono fiduciosa, credo che ormai Islam abbia compreso che anche se il viaggio della libertà è assai impegnativo, è, comunque, altrettanto appassionante se si ha il coraggio di rientrare in se stessi, di scoprirsi “figlio” e di “tornare a casa”: c’é un Padre che lo aspetta da sempre!

suor Raquel Soria, mc

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Bolivia: perché si?

Un’estate diversa, alla scoperta di un mondo diverso

Questa mattina ho aperto gli occhi accompagnata dal ticchettio regolare delle gocce di pioggia sul vetro della mia finestra. “Ci mancava solo la pioggia” è la prima frase che sento dire da chi accoglie il mio buongiorno rispondendo con una lamentela. Un tempo avrei pensato anche io la stessa cosa.

Oggi, invece, mi alzo con allegria. La Bolivia mi ha insegnato anche questo: confidare nel nuovo giorno che nasce e gioire quando il cielo ci regala acqua. Ci sono luoghi della terra che soffrono per mancanza di risorse primarie e forse è anche un po’ colpa nostra, di questa porzione di mondo che con leggerezza spreca e spesso toglie  vita a chi sta dall’altra parte, e non ha abbastanza voce per farsi ascoltare.

È passato ormai quasi un mese dal mio ultimo giorno nella missione di Vilacaya: anche la mattina che sono partita per tornare in Italia il cielo era tenebroso ed è scesa qualche goccia. E’ stata una sorta di benedizione, una preghiera di fiducia in un ritorno.

Il mio viaggio aveva origine da un desiderio scavato nel profondo, un tarlo che tormenta, un battito di tamburo che scandisce il tempo. La necessità di esplorare una parte di mondo che non mi apparteneva, che mi avrebbe messa alla prova e fatto scoprire altri valori, non mi hanno mai abbandonata in questi anni. Non so definire esattamente cosa mi abbia fatto dire “Bolivia”: ci sono luoghi che chiamano, e percepisci a pelle una certa compatibilità. Un po’ come con le persone. Poi mi affascinavano i colori, i suoni, la cultura Quechua e la storia millenaria. Così il 28 luglio ho lasciato il mio orizzonte incorniciato dal Monviso e mi sono ritrovata a Vilacaya: 4000 metri di altitudine e terra arida, un cielo azzurro intenso che ti si appiccica agli occhi, e distanze troppo vaste da attraversare per le sole gambe di un uomo.

Il corso missionario che ho frequentato in preparazione al viaggio porta il titolo “giovani in missione: perché no?” Oggi, alla luce dei due mesi condivisi a Vilacaya con tre sorelle straordinarie, posso dire di aver trovato i miei “perché sì”.

perché sentirsi stranieri insegna umiltà, accettazione dei propri limiti, apertura a rimettere in discussione quelle che si consideravano “certezze”.

perché relativizza le abitudini e rimescola le priorità.

perché incontrare e conoscere l’Altro in situazioni di pace aiuta a creare ponti e abbatte i muri e le paure del “diverso”, arricchisce di umanità.

perché vivere in povertà significa realizzare prima di avere troppo e poi di avere abbastanza, imparare a condividere il poco che si ha con chi non ha niente, tornare all’essenziale.

perché riappropriarsi di spazio e tempo è un’azione che mette ordine alla propria vita, impone scelte, ti mette a nudo.

perché  si impara ad essere liberi: dall’ignoranza di chi giudica per “sentito dire” e crea leggende inesistenti, dai vizi della ripetizione passiva che rende schiavi.

perché la rabbia che da impotenza dice quanto siamo fragili e infinitamente umani, e insegna non a salvare ma a camminare insieme, l’uno accanto all’altro.

perché si scopre che il fallimento può essere un’occasione per ripartire, che si può amare o odiare solo attraverso gli occhi, che il silenzio può avere un suono, che gioia e disperazione non sono incompatibili, che la creatività vince la monotonia.

perché il viaggio non finisce sull’aereo di ritorno ma entra nella vita di ogni giorno e la trasforma, come sta succedendo a me. Ed è una sensazione strana e bellissima: tenere per mano due terre così lontane e diverse e farle avvicinare, accorciarne la distanza.

 

Giulia Maccagno

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Una rabbia trasformata in Nobel

L’incredibile storia di un uomo che nel 2014 vince il Nobel per la Pace, iniziando da un’arrabbiatura

Si trovava nel suo caotico ufficio, nella trafficatissima Nuova Delhi, quando apprese su Twitter di aver vinto il Nobel per la Pace 2014 insieme alla giovane pakistana Malala Yousafzai, paladina della lotta per il diritto all’istruzione femminile. Pochi minuti dopo, Kailash Satyarthi, sessantenne hindu, avrebbe ricevuto la telefonata ufficiale del Comitato del prestigioso premio. Niente di improvvisato: la sua storia di attivista comincia da molto lontano… “Quando avevo 11 anni, vedendo alcuni amici lasciare la scuola perché i loro genitori non potevano permettersi di pagare i libri di testo, mi sono molto arrabbiato. La maggior parte delle mie idee migliori è scaturita da situazioni di rabbia”. Nato nello Stato di Madhya Pradesh (India) nel 1954, da una famiglia di casta medio-alta, sin dall’infanzia Kailash Satyarthi è grande ammiratore del Mahatma Gandhi e della sua lotta non violenta per la libertà e l’uguaglianza, divenendone poi autentico interprete, come riconosciuto dallo stesso Comitato del Nobel, per aver dimostrato “grande coraggio personale, mantenendo la tradizione di Gandhi, guidando varie forme di protesta e dimostrazione, tutte pacifiche, contro il grave sfruttamento dei bambini a scopi finanziari”. “La rabbia dei miei 11 anni si è trasformata nell’idea di raccogliere libri usati e aiutare i bambini più poveri. Ho creato così una banca del libro, chiedendo ai miei compagni di scuola di raccogliere libri di testo e risparmi per offrire alle famiglie svantaggiate la possibilità di far studiare i propri figli. Non mi sono fermato. In seguito, ho co-fondato la più grande campagna al mondo promossa dalla società civile per l’educazione, ovvero la ‘Global Campaign for Education’. Essa ha contribuito a cambiare la mentalità nei confronti dell’istruzione, da una modalità caritativa a una modalità fondata sui diritti umani; inoltre, ha concretamente aiutato, negli ultimi 15 anni, a ridurre di metà il numero di bambini che non frequentano la scuola”.

Nato Kailash Sharma, a 15 anni, in seguito ad un avvenimento che lo segna profondamente, sceglie di cambiare il cognome di famiglia: “Sono rimasto molto colpito nel sentire i leader della mia città parlare in maniera molto forte contro il sistema delle caste e l’‘intoccabilità’. Ispirato da questo, ho pensato che si doveva dare un esempio concreto e ho invitato questi leader a mangiare cibo cucinato e servito dalla comunità degli ‘intoccabili’. Ero così entusiasta, addirittura galvanizzato nel vedere che tutti accettavano di venire. Tutti gli ‘intoccabili’, tre donne e due uomini, avevano accettato di partecipare. Hanno indossato i loro abiti migliori e hanno portato nuovi utensili. Erano le 22 e nessuno dei leader si era presentato. Questo mi ha fatto di nuovo molto arrabbiare. Ero abbattuto ed esausto. Ho cercato di controllare le mie emozioni. Ma quando ho preso il primo boccone, sono scoppiato in lacrime. Improvvisamente ho sentito una mano sulla mia spalla. Era il tocco materno e consolante di una donna ‘intoccabile’. Mi ha detto: ‘Kailash, perché piangi? Hai fatto la tua parte. Hai mangiato il cibo cucinato da noi, cosa che non è mai accaduta a nostra memoria’. E ha aggiunto: ‘Oggi tu hai vinto’. E aveva ragione. Tornato a casa, poco dopo la mezzanotte, ho visto mia madre e alcune donne anziane piangere e supplicare perché avevano minacciato di sbattere fuori casta tutta la mia famiglia. Ma io ho deciso che l’intero sistema doveva diventare senza caste. Questo sarebbe stato possibile cominciando con il cambiare il cognome, perché in India la maggior parte dei nomi di famiglia sono nomi di casta. Così ho deciso di abbandonare il mio e mi sono chiamato Satyarthi, che significa, ‘cercatore di verità’. Quello è stato l’inizio della mia rabbia trasformativa”.

Nel 1980 Satyarthi fonda la BBA (“Bachpan Bachao Andolan”, che significa “Movimento per salvare i bambini”), prima organizzazione in India ad occuparsi della grave piaga del lavoro minorile e ad impegnarsi per il riscatto dei bambini sfruttati in vari tipi di industrie. Lui e i suoi collaboratori organizzano incursioni nelle fabbriche di mattoni e nei laboratori di tappeti dove i bambini, a volte con i loro genitori indebitati, sono spesso forzati a lavorare anche per decenni per restituire piccoli prestiti. Sovente accade che i debiti restino insoluti per i magri guadagni ottenuti e le persone condannate ad una vera e propria schiavitù senza fine. “Ogni volta che libero un bambino, un bambino che ha perso ogni speranza di tornare da sua madre, e vedo sul suo volto il primo sorriso della libertà; ogni volta che una madre che ha perso ogni speranza di rivedere il figlio o la figlia lo abbraccia di nuovo, e vedo la prima lacrima di gioia scendere sulla sua guancia… allora in tutto ciò intuisco uno scorcio di Dio. E questa è la mia più grande ispirazione”.

La BBA continua a lavorare senza posa per la difesa dei diritti dei bambini e fino ad oggi ne ha liberati 83.000 in 144 Paesi! Recentemente ha lanciato anche piani di riscatto per le ragazze vendute e forzate al matrimonio. Ha sempre accompagnato la liberazione dalla schiavitù con un indispensabile processo di reintegrazione sociale e con i suoi collaboratori ha creato centri di formazione in centinaia di villaggi, dove alle giovani vittime ormai libere è possibile esercitarsi in varie abilità e corsi di base.

Kailash Satyarthi vive a Nuova Delhi, con sua moglie, due figli e un numero imprecisato di bambini che la sua associazione ha tratto in salvo dalla schiavitù. Aveva appena 26 anni quando abbandonò la sua professione per occuparsi a tempo pieno della “sua causa”. “Per secoli ci hanno insegnato che la rabbia è un male, a controllarla e reprimerla. Ma mi chiedo perché. Rabbia è potere ed energia. Come può essere tradotta e sfruttata per creare un mondo più bello e migliore, più giusto ed equo? Se rimaniamo rinchiusi negli stretti confini del nostro egoismo, allora la rabbia si trasforma in odio, violenza, vendetta, distruzione. Ma se siamo capaci di rompere questi cerchi, la rabbia può trasformarsi in idea e azione. Possiamo infrangere questi confini, utilizzando la nostra compassione e sintonizzandoci, grazie a essa, con il mondo per renderlo migliore. Mi chiedo: perché non possiamo convertire la nostra rabbia in un bene più grande che riguardi tutta la società? Perché non usare la nostra rabbia per sfidare e cambiare i mali del mondo? È quello che ho cercato di fare”.

Alessandra Pulina, MC

Questo articolo è stato pubblicato su Andare alle Genti

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Jesus connection: altrimenti non c’è campo

Il gruppo GEM di Martina Franca

“Cosa significa compiere un cammino dal cuore alle mani? Con il cuore nuovo, guarito da Gesù, posso compiere le opere di Misericordia mediante le mani, cercando di aiutare i tanti che hanno bisogno. La Misericordia è un cammino che parte dal cuore e arriva alle mani.”

Con queste parole pronunciate da Papa Francesco nel corso dell’udienza generale di mercoledì 10 agosto è iniziato il campo estivo del gruppo GeM (Giovani e Missioni) di Martina Franca (Ta), un’esperienza di servizio tenutasi a Roma dal 10 ala 14 agosto. La Misericordia e il servizio verso l’altro ci hanno accompagnati in questi  quattro giorni alla ricerca del volto di Cristo e di conseguenza di una connessione con il prossimo e il mondo che ci circonda. Questo si è realizzato, concretamente, attraverso attività di servizio che abbiamo svolto presso il Centro Astalli, sede italiana del servizio dei Gesuiti per i rifugiati. La fondazione, nata nel 2000, ha come obiettivo principale quello di contribuire a promuovere una cultura dell’accoglienza e della solidarietà, ponendo particolare attenzione alla salvaguardia dei diritti dell’uomo.

Alessia, autrice dell’articolo

Proprio al centro Astalli di Roma Papa Francesco si è recato nella sua seconda visita ufficiale dopo Lampedusa, e qui ha pronunciato un discorso che ha rappresentato per noi un impareggiabile fonte di riflessione. Il Papa ha evidenziato tre verbi, gli stessi utilizzati da Padre Pedro Arrupe, gesuita fondatore del servizio internazionale per i rifugiati: SERVIRE, ACCOMPAGNARE, DIFENDERE.

Servire per chinarsi su chi ha bisogno, lavorando al fianco dei più bisognosi per stabilire con loro prima di tutto relazioni umane. Accompagnare per insegnare a camminare con le proprie gambe perché la vera misericordia chiede che il povero trovi la strada per non essere più tale. Difendere per mettersi dalla parte di chi è più debole dando voce a chi ha sofferto e soffre. Tre verbi semplici, quasi all’apparenza scontati ma che invece devono suonare come imperativi nella vita di ogni cristiano,della Chiesa in uscita, dell’uomo misericordioso come il Padre. Di colui che custodisce in se “ il fuoco dello Spirito Santo, presenza viva e operante in noi dal giorno del nostro Battesimo,forza creatrice che purifica e rinnova, brucia ogni umana miseria, egoismo, peccato per rigenerarci e renderci capaci di amare. “ (Angelus  14 agosto).

Che questa esperienza possa risuonare in noi nella nostra quotidianità perché ognuno di noi possa vivere e testimoniare che amare è sinonimo di servire e che servire è sinonimo di misericordia.

                                                                                                                                   Alessia Ruggieri

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Una Stella per i giovani

Il Centro ”Stella del Mattino” (Nyota ya asubuhi) accoglie giovani , ragazzi e ragazze dai 15 ai 25 anni , che nella loro breve vita hanno gia’ vissuto esperienze dolorose che hanno segnato la loro giovane personalita’ ancora in formazione. Le giornate scorrono tra lavoro e studio. Sono sereni, perche’ qui sentono di essere amati: sanno che li abbiamo accolti  per dare loro una formazione solida e un’educazione scolastico/professionale che li possa rendere fra qualche anno capaci di uscire dal circolo di grande poverta’ in cui sono nati e cresciuti.

Ci sono momenti però in cui le sofferenze passate riaffiorano  e questi giovani, una volta acquistata confidenza in noi Suore ed Insegnanti, sentono il bisogno di dare sfogo al loro profondo dolore circa le esperienze vissute, ai loro dubbi circa il futuro…..

Qualche giorno fa Andrea  è entrato in ufficio con un po’ di titubanza per parlarmi del problema di un suo compagno… ma, trovata l’atmosfera adatta ha cominciato a raccontarmi la sua storia. E’ nato in una famiglia abbastanza benestante e i primissimi anni della sua fanciullezza sono trascorsi nella pace. Il padre aveva un lavoro ben retribuito., la mamma coltivava i campi. Erano 4 fratelli di cui lui e’ il maggiore. Putroppo questa situazione ha cominciato a cambiare quando il padre si e’ lasciato coinvolgere da un compagno di lavoro in un affare losco, si e’ dato all’alcool e alle donne. Tornava a casa solo piu’ per portare qualche soldo per i figli… Un giorno il datore di lavoro scopri’ di essere stato derubato da lui e i suoi compagni; lo porto’ in un luogo di stregoneria ed egli ritorno’ a casa irriconoscibile. Andrea  piange quando spiega lo shock che ha avuto nel vedere suo padre cosi’ cambiato: urlava, batteva sua mamma e  suoi fratelli. Lui, piu’ grande scappo’ dalla paura e ando’ dalla nonna.  Il padre afferro’ il figlio piu’ piccolo, di circa 5 anni, lo batte’  e lo trascino’ nel bosco. Camminarono per lunghe ore. Il padre sempre piu’ furioso entro’ in una casa di un villaggio lontano: comincio’ ad imprecare dicendo  che voleva le sue mucche e capre… Gli abitanti della casa spaventati presero bastoni per difendersi e lo malmenarono fino a rompergli le gambe. Poi lo lasciarono nel bosco. Il bambino vago’ per un po’, e poi cadde sfinito nel bosco lontano dal padre.

Qualche passante  riconobbe il padre e porto’ la notizia alla famiglia che lo venne a prendere e riportare a casa. Quando lo videro, la mamma e i fratelli disperati gli chiesero dove  aveva lasciato il piccolo. Egli, ritornato in se’, indico’il luogo. Andrea  e la mamma si misero di corsa in cerca del piccolo…

A questo punto del racconto Andrea fa grande fatica a continuare: e’ sopraffatto dal dolore… descrive suo fratellino con tanto amore: era bello, sano, allegro e intelligente….Lo abbiamo trovato rovesciato a terra, morto … le formiche nere (viaggiatrici) ne avevano divorato l’intestino.

Andrea  dice con forza: “sista, quel giorno  ho cominciato a odiare mio padre: per me lui era solo piu’ un animale della terra, di quelli che mangiano animali sotto terra….La mamma ha dovuto vendere tutti i  nostri beni per pagare i debiti di mio padre. Siamo rimasti perfino senza casa…. Mi sono ammalato e mi hanno portato nell’ospedale della citta’. Li’ il Signore mi aspettava per salvarmi. Una missionaria della Consolata che visitava gli ammalati mi ha visto in pericolo di  morte e mi ha battezzato….Io sono sicuro che la GRAZIA di Gesu’ mi ha conquistato…tornato a casa ho cominiciato a pregare e…pian piano ho trovato la forza di perdonare mio padre e di insegnarli la Parola di Dio….Poi dopo alcuni anni, finite le elementari desideravo tanto proseguire gli studi ma mia madre,  molto ammalata,  non poteva pagare le spese. Sono andato in citta’ a cercare  lavoro e qui un’altra missionaria della Consolata e’ stato lo strumento di Dio per darmi consolazione e speranza. Ella mi ha offerto di venire in questo Centro dove oggi godo perche’ qui c’e’ pace, bonta’, lo studio mi apre un mondo che non conoscevo…Ho anche la possibilita’ di aiutare con la preghiera e il consiglio i miei compagni provati come me da esperienze tristi…”.

Nel Centro Andrea  e’ davvero una presenza buona, positiva e anche coraggiosa. E’ forte con i compagni che non fanno bene, li accompagna e se vede che le fanno troppo grosse ce li indica perche’ noi possiamo prendere i provvedimenti necessari per aiutarli a cambiare. Ne ha gia’salvati alcuni da comportamenti che avrebbero potuto portare serie conseguenze alla loro giovane vita.

Mi dice anche che sovente pensa con preoccupazione alla mamma, molto ammalata, che si trascina nel campo per coltivare un po’ di granoturco e verdure per tirare avanti e nutrire il padre  disabile e i due figli che frequentano ancora la scuola. Andrea, quando trova un po’ di tempo libero dagli impegni del Centro, coltiva un campicello e ne vende il raccolto per pagare le spese di studio del fratello che frequenta le secondarie.

suor Zita Amalia, MC

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