Il mio cammino con la Consolata

Testimonianza di una giovane keniana, in cammino con la Consolata

Sono cresciuta  in un villaggio sperduto nel cuore dell’Africa, rinchiuso tra campi e  colline e lo ritengo una benedizione. Lì ci eravamo solo noi, la natura e gli animali domestici e selvatici, e si  viveva  felici. Già presto al mattino sentivi un chiaccherio di chi si avviava   salutando; il fumo si alzava  in armonia da diverse case;  mamma si svegliava  presto per iniziare la sua giornata.

Io mi affrettavo a correre in chiesa per servire la Messa. Ero innocente. Mi ero unita ai chierichetti  a undici anni col solo pensiero di aiutare il Sacerdote quando si lavava le mani e per essere a sua disposizione se aveva bisogno di qualche cosa sull’altare o dalla sacrestia.

Mi piaceva stare in chiesa specialmente con i miei cugini e miei amici dell’Infanzia Missionaria  e di un altro gruppo. Nel fine settimana spendevamo tutto il giorno nei locali della parrocchia e naturalmente ci passavamo alla sera dopo la scuola. Che cosa ci attirava? Non lo sapevamo e non ce lo chiedevamo neanche, ma eravamo sempre in parrocchia ogni sabato per pregare il rosario con gli animatori dell’Infanzia Missionaria. Non conscevamo l’Australia o l’Asia ma pregavamo per tutti i continenti.

Sono cresciuta conoscendo che Maria è la madre di Gesù e che ogni volta che pregavamo il rosario era contenta di noi e avrebbe chiesto a Dio di rispondere alle nostre preghiere. Amavo la Madonna tanto tanto. I suoi occhi misericordiosi, la tenerezza del suo volto mi attiravano.

Anche in casa, mia mamma aveva praticamente fatto diventare un santuario della Madonna la stanza di soggiorno, con le varie immagini della Madonna che vi erano appese. Qualche volta seduta sul sofà me ne stavo lì a gurdarle. Sapevo che era presente e ci proteggeva, intercedeva per noi. Provavo una gioia interiore ogni volta che pregavo il rosario.

Ero interessata a conoscere di più chi fosse la Madonna e il mio interesse divenne realtà quando nel 2008 entrai nella scuola secondaria  a Wamba tenuta dalle suore Misisonarie della Consolata. Là è dove ho posto le mie radici spirituali. Ho imparato tanto dalle tre suore che dirigevano la scuola nelle diverse attività: Suor Carletta Bondi, suor Anna Lucia Piredda e Suor Cesarina Mauri.  Lavoravano insieme senza sosta per il ben di ciascuna di noi e sapevano pregare.

Vedevo spesso suor Anna Lucia pregare il rosario mentre camminava su e giù per i corridoi o nel territorio della scuola. Lei era convinta del potere che il rosario aveva presso Dio. Negli incontri di Azione Cattolica, insisteva perché fossimo oneste e facessimo sempre il bene. Io la incontravo personalmente nel suo ufficio per essere da lei guidata. Mi ha aiutata a crescere nel bene, a sperare e a vedere il bene in tutti. Era come una mamma per me. Mi parlava molto della Consolata come Madre e il mio amore per la Madonna Consolata si approfondiva. Gradualmente venni a capire il vero significato del nome  Consolata.

Nel mio tempo libero visitavo la cappella e mi siedevo a guardare mia Madre e lei si rivelava a me nel silenzio. Pensavo alle misionarie presenti e passate e ai sacrifici che avevno fatto per portarci la buona notizia di consolazione fino ai più remoti angoli della brughiera, rispondendo ad  una chiamata, e mi chiedevo: “Se queste misisonarie non fossero venute avrei io potuto conoscere Gesù? Saprei il significato di consolazione?”  A volte mi veniva da piangere ripensando a suor Leonella Sgorbati, morta perché voleva consolare e confortare la gente così come Maria e Gesù. Pensavo anche a tanta gente sulla terra che sta soffrendo. Persone  oppresse, senza speranza, nelle tenebre. Allora desideravo di poterle raggiugere e parlare loro della Consolata, nostra madre. Dire loro che c’è Consolazione, che qualcuno pensa a loro e li ascolta. Volevo uscire dalla cappella e e raggiungere le terre più lontane per parlare della Consolazione.

Così dissi a suor Anna Lucia: “Io voglio farmi suora”. Lei, guardandomi fissa negli occhi,  mi rispose con un sorriso: “Per adesso impegnati a studiare. Dio si prende cura del resto fino a che arrivi il tuo tempo” .

Incominciai a frequentare le giornate di ritiro al centro di Spiritualità di Gitoro. Nel silenzio scoprii che c’è più gioia nel dare che nel ricevere; che portare Gesù Vera Consolazione richiede sacrificio. L’esempio di Maria che accettò la chiamata a portare la Consolazione al mondo e si fidò completamente di Dio, mi fu di aiuto a decidere che cosa volevo per la  mia vita. Incominciai a vedere che cosa ero disposta a lasciare per poter fare ciò che davvero desideravo.

Quando lasciai la scuola ero una persona che aveva ricevuto molto per la  mia vita. Posso affermare che nelle difficoltà, nelle sfide, nei dolori ho sempre saputo come affrontarli e consolare me stessa e gli altri attorno a me. Io ero sicura che mia Madre Maria era sempre presente per aiutarmi.

Era mio desiderio trovare il modo di far sentire a molta gente  l’amore di Dio e attraverso il mio talento musicale potevo raggiungere la gente attraverso le mie esecuzioni, ma non ero soddisfatta. Sentivo il bisogno di fare di più per confortare la gente, di essere più vicina a loro.
Oggi sono felice mentre, passo dopo passo, sto entrando a far parte della famiglia della Consolata per portare luce e consolazione al nostro mondo. Gli esempi di suor Anna Lucia che mi è stata maestra di preghiera e guardando a Maria come alla nostra consolatrice e tenera madre che sempre ascolta i suoi figli, a suor Leonella che mi ha insegnato ad amare il vangelo e ad esser pronta a donare la vita come ha fatto Gesù, alla Beata Irene che ha piantato in me i semi dell’umiltà e della carità, e a tutte le suore missionarie della Consolata che  hanno seminato in me i semi della speranza, del coraggio e del sacrificio sento che sono luce sul mio cammino.

Per me “Consolazione” è una chiamata ad amare e a servire  perchè ho sperimentato l’abbondanza dell’amore di Dio nel mio cuore. Il servizio è conseguenza dell’amore. Accettare le diversità, vede-re del buono in ognuno, prendersi cura di chi ha bisogno, dare il meglio di noi stesse perché la gran-dezza è misurata dal modo con cui trattiamo gli altri, è questo che definisce “consolazione” per me.

Winnie Joan Naanyu, Ex Studente di: St. Teresa Girls Secondary School, Wamba, Kenya

 

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Giovani coreani, studiosi e amanti della bellezza

Uno sguardo alle nuove generazioni della Corea del Sud

Di quali giovani parlare? Qui le cose cambiano rapidamente: chissà che tipo di giovani avremo fra 10 anni! Chi ha più di 50 anni, quando era giovane, ha dato tutto per il “miracolo economico” della Corea. I 40enni sono gli eroi della lotta contro la dittatura militare. I 30enni hanno avuto la vita più facile: la nazione era diventata ricca e le famiglie molto piccole. I 20enni hanno avuto la vita ancora più comoda ma adesso fanno fatica a trovare un lavoro e spesso rimandano matrimonio e figli perché l’economia non tira più come prima. Chi ha meno di 20 anni è sicuramente cresciuto con un telefonino in tasca e il computer davanti al naso.

Però, c’è un’esperienza che li accomuna tutti, e per quanto ne so, lo stesso capita per i Paesi di cultura confuciana (Cina, Giappone, Taiwan, Singapore, Hong Kong): la scuola!

Fino all’asilo i bambini possono fare quello che vogliono, nessuno li rimprovera. Ma dalla prima elementare vengono “intruppati” nel sistema e da quel momento è solo studiare, studiare e studiare. E fare tutto il possibile per essere ai primi posti. Qui l’educazione è intesa così: “L’allievo è un contenitore vuoto che deve essere riempito dal maestro!”. E la scuola normale non basta. Appena finito si va alle cosiddette “Accademie” per approfondire Inglese, Matematica, Piano, ed altro. È normale per uno studente coreano uscire di casa al mattino alle 7 e ritornare alla sera alle 10 o alle 11.

Molti anni fa, durante le mie prime esperienze di confessione in coreano, avevo capito che quando mi parlavano in modo comprensibile erano peccati normali, quando invece parlavano difficile con molti vocaboli di origine cinese erano cose grosse. Un giorno venne una ragazza e mi disse: “Io sono ko sam!”. Per stare sul sicuro le dissi: “Quella roba lì non farla mai più”! Che errore! Anche il più sprovveduto dei Coreani sa benissimo che ko sam vuol semplicemente dire: “Sto frequentando il terzo anno delle superiori e mi preparo all’esame di entrata all’università per cui non esco di casa, non vado con gli amici, non vado a Messa, e dal mattino alla sera solo studio!!!”. Dal mattino alla sera è un eufemismo: sulle pareti di molte scuole c’è questa scritta: “Più di 4 e non ce la fai!” Cioè: “se dormi più di 4 ore per notte quando prepari questo esame non ce la farai a passarlo!”.

Questo esame determina tutta la tua vita futura, chi sarai, quanto guadagnerai, che amici avrai. Accedere a una università di prestigio è come entrare in un club esclusivo, e indipendentemente dai risultati e dalle materie scelte, i membri della stessa università si aiutano tra loro, ti assumono nella loro ditta, ti aiutano a far carriera.

Tutta questa pressione e competitività, a cui si è aggiunto di recente il fenomeno del bullismo, è spesso causa di un grande numero di suicidi tra i giovani.

Ma non dimenticate che i giovani che escono da queste scuole saranno poi i dirigenti della Samsung, LG, Kia, Hyundai. E che questi giovani così legati alla loro terra e cultura diventeranno quegli imprenditori che non esitano un attimo a trapiantare la loro piccola azienda, se qui non è più competitiva, in Cina, Indonesia o America Latina.

 

Vincenzo, missionario oblato di Maria Immacolata, italiano, che lavora molto nel sociale, mi parlava dell’emergenza nascosta di almeno 200.000 ragazzi scappati di casa e mi descriveva la tipologia delle varie epoche. Un tempo c’era la generazione del “doposcuola”: ragazzi poveri che avevano bisogno di essere aiutati con lo studio per uscire dalla povertà. Quando la società si è arricchita, è arrivata la generazione del “rifugio”: ragazzini che magari scappavano di casa per conflitti familiari, ma ancora capaci di ascoltare l’autorità e di farsi aiutare, solo cercavano un rifugio (shelter) dove poter stare. Adesso c’è la generazione del “telefonino”: per loro è importante solo il momento presente. Perché studiare o sforzarsi di migliorare? Adesso vivo e il mio orizzonte è quello che posso godere in questo momento! Sì, questa è l’emergenza, ma non è lontanissima dal sentire del giovane medio.

I giovani coreani amano lo sport, e il baseball, che è lo sport più popolare, riempie gli stadi. Sono molto popolari le bands di teenagers che cantano e ballano, per non parlare delle telenovelas e dei film locali. Questi cantanti e attori sono popolarissimi anche nel resto dell’Asia, tanto che è stata coniata una nuova parola: Hallyu, cioè l’onda culturale coreana che si spande per l’Asia. E non dimentichiamo il Karaoke (qui si chiama Norepang!), uno dei divertimenti più popolari in Corea. E, in questo momento, quello che corrisponde alle nostre pizzerie sono i ristorantini di pollo fritto e birra, sempre pieni di giovani universitari.

In Italia tutti sono orgogliosi di sfoggiare la tintarella. Le ragazze coreane invece no. La sfida è essere più bianche delle altre. E allora quando splende il sole tutte in giro con l’ombrellino o un cappello a larghissime tese. E poi creme sbiancanti e creme antisolari. La bellezza qua è un valore importante, quindi le vedrete sempre truccate in modo impeccabile. Dal resto dell’Asia vengono in Corea per fare shopping di cosmetici locali che sono molto rinomati. E non parliamo della chirurgia plastica: molte volte il regalo dei 18 anni o per aver passato l’esame di ammissione all’università è proprio un ritocchino al naso, al mento o agli occhi!

E in Chiesa? Purtroppo adesso sembra di essere in Europa: i giovani sono molto rari. Fino al 2000 non era così. Ma poi, va’ a sapere, la denatalità (che è peggiore di quella italiana), il benessere o forse “la notte della cultura occidentale” è arrivata anche qui. Sta di fatto che dal 2000 le vocazioni religiose, una volta abbondanti, sono crollate drammaticamente, e anche quelle per il sacerdozio diocesano stanno mostrando segni di crisi.

Ma mai disperare, i Coreani possono essere tutto e il contrario di tutto, questo popolo ha fatto stupire il mondo in più di una circostanza, e sono sicuro che i nostri giovani sicuramente ci stupiranno!

P. Giampaolo Lamberto, IMC

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Vivaci, gioiosi, ricchi di energia

Suor Florence ci racconta come sono i giovani tanzaniani

Lavorando con i giovani della diocesi di Iringa, Tanzania, non si può fare a meno di constatare la forza delle parole di Papa Francesco contenute nel suo messaggio per la Giornata Mondiale Diocesana della Gioventù, laddove egli dice ai giovani che la Chiesa e la società hanno bisogno del loro coraggio, dei loro sogni e ideali. Per questo motivo la Chiesa cattolica del Tanzania considera i giovani come la Chiesa di oggi in processo di crescita e un segno di speranza per il futuro.

Attraverso il mio apostolato con i giovani, che consiste in un dare e ricevere scambievole e gioioso, posso testimoniare che il mondo dei giovani è pieno di sogni, di speranze, di rischi e di sfide ai quali solo la fede in Dio può dare la migliore risposta. Con questa consapevolezza, la Chiesa cattolica ha dato vita ad una organizzazione che si prende cura dei giovani nelle parrocchie, nelle scuole primarie e secondarie e nelle Università. A tutti questi livelli si può trovare del materiale adatto per l’insegnamento. Così, ad Iringa, noi stiamo lavorando come team nell’Ufficio diocesano per tutti gli studenti delle scuole secondarie e delle Università, dando priorità alla loro formazione umana e spirituale.

 

Incontriamo i giovani a scuola durante l’insegnamento della religione, durante le vacanze organizziamo incontri per loro e per il restante tempo essi sono coinvolti nei gruppi giovanili delle loro parrocchie. I giovani rispondono numerosi agli incontri organizzati per loro, con l’obiettivo di divenire ambasciatori di Cristo verso i loro coetanei. Oltre ad ascoltare conferenze su argomenti scelti molto accuratamente per loro, i giovani hanno un tempo in cui possono condividere la loro fede, così come loro la intendono.

Tutto ciò è molto interessante, perché i giovani fanno uso della Bibbia, citano il catechismo della Chiesa cattolica e, quando non raggiungono una risposta comune alle loro domande, interpellano i loro istruttori.

Una qualità che mi colpisce in loro è la pazienza. È davvero ammirevole il constatare come essi sanno attendere pazientemente quando qualcosa che desiderano non è disponibile al momento. In particolare quando il cibo non è pronto, essi si affacciano alla cucina per dire “pole”, cioè “mi dispiace che accada questo”. Questa bella attitudine è comune e molto presente in loro anche in altre circostanze.

Un’altra bella caratteristica è la generosità di quelli che tra di loro sono più abbienti, i quali percepiscono come una chiamata quella di aiutare i loro compagni che possiedono di meno.

In una scuola secondaria femminile, le ragazze si misero d’accordo con i proprietari del piccolo bar-ristorante, perché vendessero alle loro compagne più povere gli alimenti ad un prezzo abbordabile. I proprietari accettarono, vedendo il buon cuore e l’interessamento delle giovani per le loro compagne più bisognose.

I nostri giovani sono inoltre i primi a promuovere vocazioni religiose a scuola e sul lavoro. A questo scopo formano dei gruppi vocazionali, dove si prega per tutti i religiosi e, in particolare, si incoraggiano i giovani a fare questa scelta di vita.

I giovani incontrano, anche, sul loro cammino varie sfide. Quella più grande è l’instabilità dovuta alle molte attrazioni che il mondo della globalizzazione offre loro, per cui perdono molto del loro tempo dedicandosi a internet, ai vari chatting e radunandosi in club. Quelli che abitano nei villaggi invece si danno all’alcool, facendo divenire la Chiesa la seconda opzione.

I media influenzano molto i giovani nel loro modo di vestire ed in altre abitudini che non coincidono con la loro cultura, cosicché quando si ricordano loro i valori della fede, della morale, delle virtù cristiane e quelle della loro stessa cultura, alcuni non si lasciano convincere, temendo di essere considerati un po’ arretrati rispetto alle mode vigenti.

Riguardo la liturgia, essi pongono molta energia e interessamento nel cercare di introdurre i loro riti tradizionali in essa, ma ciò va a volte a scapito della serietà della liturgia stessa o è frutto di ignoranza. Ci sono altre credenze che interferiscono con la vita dei giovani e, per timore di andare contro le loro tradizioni culturali, essi finiscono per esserne condizionati. Alcuni sanno ciò che è giusto e ciò che invece è sbagliato, ma restano influenzati da credenze locali come stregonerie, maledizioni e rituali che non sono secondo la fede cristiana. Pochi di loro hanno il coraggio di trascurare queste credenze e affrontare le sfide della fede cristiana.

Un altro motivo di frustrazione per i giovani è la difficoltà, per alcuni, di non poter pagare le rette scolastiche oppure di non trovare un lavoro, al termine dei loro studi. Questo li tiene lontani dalla vita di società e anche dalla partecipazione a gruppi di giovani della loro età.

Per concludere, voglio sottolineare che i giovani tanzaniani sono generalmente vivaci, felici, con energie positive che fanno amare loro le danze e i canti ogni volta che si raggruppano tra di loro. Non importa il numero, la loro presenza si fa sempre sentire. È molto incoraggiante e motivante trovarsi insieme a loro. Essi irradiano pace e speranza per la Chiesa di domani. In questo mondo tecnologico, pur non possedendo gli strumenti moderni più sofisticati, i giovani non indietreggiano nel tentativo di costruire una società migliore e di crescere nella loro fede.

La mia presenza di consolazione in mezzo a loro costituisce per me una grande gioia, soprattutto nello scoprire le loro capacità e potenzialità, nel camminare con loro, volendo loro bene, ascoltando le loro esperienze di vita, prendendomi cura della loro formazione umana e spirituale, infondendo in essi una profonda confidenza in Dio.

sr Florence Wanjico Njagi, mc

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IL FRUTTO DELLA VERA EDUCAZIONE….

Educare è come seminare: il frutto non è garantito e non è immediato, ma se non si semina è certo che non ci sarà raccolto (Carlo Maria Martini).

È una convinzione che l’educazione, contribuisce a costruire ponti e a trovare nuove risposte alle molte sfide del nostro tempo; allo stesso tempo  l’educazione, nella sua dinamica genera vita, “una vita tesa alla ricerca del bello, del buono, del vero e della comunione con gli altri per una crescita comune” (Papa Francesco).

Noi Suore Missionarie della Consolata sappiamo che  questa vita che si manifesta in un desiderio soprattutto dei più giovani, si trova anche nei frutti di un popolo educato. Sin dall’inizio abbiamo contribuito alla missione della chiesa, offerto nell’ambito educativo, orientato sempre al servizio della crescita alla piena maturità umana della persona camminando con loro nelle varie tappe di crescita.

Vediamo questa galleria fotografica che mostra il lavoro di educazione e formazione nei diversi contesti missionari.

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Un sogno di missione


Le nostre giovani ci raccontano il loro sogno di missione. Oggi “leggiamo” Muriel e Nadia dall’Argentina

Un momento con Dio nella missione

In una conversazione gradevole tra noi, parliamo della missione che abbiamo nel cuore, e ci ritroviamo a riconoscere che furono molti i fattori che ci hanno portato a vivere una vita missionaria, tra cui ci sono: la condivisione, il bisogno e l’Altra, cosceinti che tutto questo porta all’incontro del Dio vivo.

La condivisione sboccia dal profondo del cuore, ci permette di andare oltre ai nostri stessi limiti, tralasciando quelle cose che non costruiscono, e così uscire all’incontro degli altri. Molte volte ci sentiamo sfidate ad uscire dalla nostra struttura per aprirci al piano di Dio, che ci parla e ci invita costantemente all’annuncio, ci muove alla missione e ci propone di viverlo nella sua completezza.  Per questo Dio si serve di varie risorse, però soprattutto la libertà di ciascuna per potergli rispondere. San Paolo ci dice in una delle sue lettere: “Non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me” ed è così che sperimentiamo Dio nella nostra vita.

Muriel (al centro) e Nadia con sr Stefania

Il bisogno ci parla come alla cara Madre Teresa di Calcutta, e ci propone di abbandonarci pienamente in Dio, che è datore di vita, che è colui che provvede il necessario per arrivare all’Altro e ci dà forza per seguire, perché nel volto del fratello troviamo Cristo.  Ed è con questo pensiero che ci vengono alla mente nomi di persone che hanno scosso il nostro cammino con la loro testimonianza di vita donata alla missione senza riserve. Suor Leonella ci dice:  “Perdono, perdono, perdono” amando fino all’ultimo istante e vedendo con occhi umili il bisogno. Dopodiché, non c’è bisogno di tante altre parole.

Per questo la missione per noi è la vita condivisa, donata e spesa per tutti coloro che Dio ci mette nel nostro cammino. E’ vivere il giorno dopo giorno e imparare ad abbandonarci pienamente in Dio, che ci do la forza e ci invita ogni momento a riconoscerlo nel bisogno dei nostri fratelli.

Muriel Leiva e Nadia Leitner, prenovizie MC argentine

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Giovani, voi aspirate a “prendere il volo”

“Quando Dio tocca il cuore di un giovane, di una giovane, questi diventano capaci di azioni veramente grandiose. Le “grandi cose” che l’Onnipotente ha fatto nell’esistenza di Maria ci parlano anche del nostro viaggio nella vita, che non è un vagabondare senza senso, ma un pellegrinaggio che, pur con tutte le sue incertezze e sofferenze, può trovare in Dio la sua pienezza” (Papa Francesco, giornata mondiale della gioventù 2017)

Le Missionarie della Consolata accompagnando i giovani li aiutano ad essere protagonisti della propria  storia e capaci di decidere per il loro futuro.

Queste fotografie rispecchiano alcune delle nostre presenze tra i giovani.

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Fatti di pace… ricostruire il tessuto sociale

L’esperienza di pace nell’educazione della Ciudadela Amazónica del Caguán 

La Colombia vive un momento storico unico per la costruire e consolidazione graduale della pace e la convivenza con possibilità e opportunità produttive e umanitarie che rispondano alla diversità e particolarità delle differenti regioni del paese in interazione e cooperazione con altri paesi del mondo.

L’educazione e formazione fondata su valori umani, potenziare tutte le dimensioni della persona e la preparazione di qualità occupa uno spazio centrale nella costruzione di nuove condizioni per una società rinnovata e una pace reale.

In questo contesto, nasce la Cittadella Giovanile Amazzonica Don Bosco, un’opera educativa del Vicariato apostolico di San Vicente del Caguán, fondata nel 1994 da Mons. Luis Augusto Castro Quiroga, oggi arcivescovo di Tunga, e dal padre salesiano Carlos Julio Aponte. Si trova proprio al cuore della regione del Caguán (la regione amazzonica colombiana) e la sua finalità è la formazione dei contadini affinché diventino agenti di cambio, come leaders nel lavoro e nella crescita umana e spirituale.

Radio Echi del Caguán

Se si può contare su un sostegno finanziario, è fattibile raggiungere la popolazione con potenzialità e situazioni particolari che adeguatamente guidata, costituisce la base di una nuova società in questo tempo di post conflitto e costruzione della Pace.

Come istituzione educativa, la Cittadella Amazzonica conta sul riconoscimento a livello municipale e dipartamentale nell’area della teconologia, convertendosi in una esperienza educativa innovatrice, che coniuga la formazione accademica normale e la educazione non formale e informale, preparando tecnici capaci di trasformare la realtà sociale e le relazioni agroindustriali e agroforestali per uno sviluppo sostenibile delle loro regioni, con un senso umano e solidale.

Il Progetto Educativo della Cittadella offre una preparazione per Tecnico in trasformazione di Alimenti, e si tratta di uno spazio dove si forma a livello intellettuale, culturale, tecnico e umano i giovani affinché siano loro stessi a guidare, organizzare e fortificare i loro progetti di vita come lavoratori agricoli.

Dalle necessità dell’oggi è nato un altro programma di studi che si orienta all’informatica, per permettere ai giovani di usare le potenzialità dell’informatica ed essere così più competitivi nella produzione agricola e nell’allevamento.

Questa istituzione educativa giovanile, nei suoi processi di formazione, cerca di ricostruire il tessuto sociale attraverso l’accompagnamento psico-sociale delle famiglie degli studenti , attraverso incontri ludici e pedagogici che fortifichino l’aspetto educativo integrale, in una regione tanto colpita dalle conseguenze di una situazione sociale difficile.

 

Mezzi importanti per concretizzare tutto questo sono stati la “Azione Culturale Popolare” e le “Scuole digitali contadine”. Queste ultime hanno permesso di concretizzare corsi di alfabetizzazione digitale, leadership, associazione e impresa, ecologia, pace e postconflitto, adattamento al mondo climatico e convivenza pacifica. Gli studenti stessi realizzano processi di formazione e accompagnamento delle famiglie e comunità, arrivando2016, all’incirca 2000 persone.

Circa al lavoro missionario, è evidente la dimensione di consolazione, caratteristica del nostro carisma di Missionarie della Consolata, in quanto ci troviamo in un luogo che esige un’azione costante e un accompagnamento ai giovani e alle loro famiglie, con la possibilità di coinvolgere altri enti e persone in progetti di solidarietà e cooperazione missionaria.

Sr. Rubiela Orozco Gómez, MC

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Il vostro affetto mi ha cambiato la vita

Islam con la comunità intercongregazionale di suor Raquel


La vera jihad di un giovane, nel suo cammino verso la libertà

Sei mesi fa, quando dalla Caritas cittadina mi chiesero di far parte di un’equipe per accompagnarlo più da vicino, Islam era uno di quei ragazzi che l’opinione pubblica definisce come: giovani devianti, delinquenti, bulli violenti, ragazzi difficili, e addirittura ragazzi “perduti”, cioè senza redenzione!  In poche parole, egli era considerato una minaccia, un ragazzo non solo da evitare, ma, ancor peggio, da rinchiudere in qualche struttura per i suoi comportamenti antisociali.

Certo è che nonostante la sua giovane età, Islam ha alle sue spalle un passato con delle esperienze pesanti, con diverse entrate e uscite dal carcere, di consumo e spaccio di sostanze stupefacenti, e non poche volte è stato protagonista di risse violente nella città. Comunque, a dispetto di tutto questo, io vedevo in lui un ragazzo timoroso, ferito, che, in qualche modo, tentava di soffocare dentro il dolore che, forse, lo accompagna da quando è nato; sì, io vedevo, e vedo ancora, semplicemente un ragazzo, con un enorme bisogno di sentirsi accolto e voluto bene.

Islam è di origine Tunisina, suo padre morì a seguito di un infortunio sul lavoro quando lui aveva pochi mesi. Pochi anni dopo, la madre si è risposata e ha avuto altre due figlie. Purtroppo il suo nuovo compagno era un alcolista e un violento e sia Islam sia suo fratello maggiore Billel hanno subito continui abusi fisici, verbali ed emotivi. E noi sappiamo bene quanto l’abuso emozionale (tutti i tipi di abuso sono anche emozionali) strazia l’autostima di una persona e può compromettere notevolmente lo sviluppo psicologico e l’abilità di funzionare adeguatamente nella società.

Di conseguenza, i servizi sociali collocarono Islam in comunità. Così, dai dieci ai diciotto anni lui visse in diverse comunità per minori, le cui permanenze sono state sempre molto travagliate. Privato dalla figura paterna, quasi fin dalla nascita, gli venne poi a mancare quel grembo, quello spazio vitale che chiamiamo: casa, famiglia, affetti, relazioni, il quale è assolutamente necessario per lo sviluppo e la crescita della propria identità, dell’auto stima e del rispetto di sé. Come non capire allora, Islam e le sue continue fughe da se stesso, e la sua incessante ricerca di “qualcosa” o “qualcuno” che possano, in qualche modo, colmare quel vuoto che la solitudine e il non amore gli hanno scavato dentro?

Sei qualcuno se vesti in un determinato modo, se hai soldi (e non importa come li ottieni), o se frequenti certi ambienti. Cosi, tanti giovani, che come Islam, portano nel cuore quella tremenda voglia di gridare al mondo il loro esserci, son disposti a far di tutto pur di sentirsi accolti, accettati, inclusi; si sentono obbligati a conformarsi in tutto, in un mondo dove, purtroppo, la norma è il consumo e dove si vive circondati più da oggetti che da persone. Un mondo dove, ancora una volta, si sentono, traditi, abbandonati, soli! Abbandonati a se stessi, quindi, sconfinano in comportamenti antisociali e diventano violenti spesso per disperazione.

A proposito di ragazzi violenti e trasgressivi, San Giovanni Paolo II affermava che non esistono persone che sono delinquenti per natura né bambini che nascono con tendenze criminali. Anzi, assicurava, la delinquenza giovanile è, piuttosto, una risposta al mondo che ha dimenticato il suo dovere di prendersi cura di loro.

Nel mio servizio missionario tra i ragazzi di strada e i carcerati ho imparato che un ragazzo può perdere la bussola, ma può anche riprendere la strada verso casa, se qualcuno lo aspetta, lo sa accogliere, se qualcuno gli corre incontro con gesti autentici, concreti di prossimità. Quando, invece, un ragazzo, nonostante tutti i suoi sforzi, non incontra volti amici, tutto si fa più difficile. Magari torna in libertà, ma lo aspettano solo i problemi che aveva lasciato. Inoltre, lo stigma di essere un ex-carcerato lo fa ancora più vulnerabile e scuote la sua ormai fragile autostima e rispetto di sé.

Ed è proprio questo che succedeva a Islam, perciò, con Christian, responsabile del Centro di ascolto della Caritas cittadina e Salvo, assistente sociale della Casa don Puglisi, dove ospitavano la mamma di Islam e le sue sorelle – ora sono in semiautonomia – decidemmo di scommettere su Islam, sulle sue risorse e potenzialità di bene. Cercando, inoltre, di creare una rete di persone che diventassero per lui dei punti fermi, sui quali lui potesse contare sempre, e divenendo noi stessi suoi compagni di strada, anzi i suoi fratelli e sorella maggiori!

Nel suo ritorno a casa il figlio minore (Lc. 15, 11-32) ha trovato sì un Padre Misericordioso, ma non ha trovato un fratello, dice don Claudio Burgio, cappellano dell’Istituto Penale Minorile Cesare Beccaria di Milano. Capita anche oggi. Per ragazzi decisi veramente a cambiare non è facile, usciti dal carcere, trovare nuovi fratelli maggiori. E l’esperienza ci insegna che si cambia e si è spinti a uscire dal vortice della criminalità e dell’esclusione se ci si sente attratti da un progetto, se sul cammino trovi persone disposte a sostenere con te nuovi passi.

E in questi mesi, posso attestare, Islam è, davvero, cambiato tantissimo! O meglio, sta diventando sempre più se stesso, sta divenendo, cioè, sempre più Figlio di Chi non ha mai smesso di essergli Padre! Non è stato però un cambio fulmineo, miracoloso, anzi, è stato, ed è tuttora, un percorso faticoso, in salita, è la “vera Jihad” come lui ben definisce, questa sua lotta per restare sulla via della nuova vita! Però, lui sa di non essere più da solo; sa che ora ci sono dei “Mosè”, ossia persone che pregano e fanno il tifo per lui, ma sopratutto sa di poter incondizionatamente contare su due fratelli maggiori che, con infinita pazienza, fermezza e gentilezza, camminano al suo fianco, al suo ritmo; sostenendolo quando zoppica, aspettandolo quando rimane indietro, cercandolo quando fugge, per farlo sentire, sempre, e indipendentemente della sua condotta, voluto bene!

Qualche giorno fa abbiamo celebrato il suo ventitreesimo compleanno. La mamma, con gli occhi perlati di lacrime, diceva che era la prima volta che qualcuno faceva festa per lui. Prima del taglio della torta abbiamo chiesto a Islam di fare un discorso, e lui, visibilmente commosso, disse: Grazie per il vostro affetto, mi avete cambiato la vita!

La strada è ancora lunga. Ci sono ancora tante ferite da rimarginare. Islam deve, pertanto, continuare col suo percorso per imparare ad accettare fino in fondo la propria storia, per riconciliarsi con essa, con la famiglia, con se stesso e con Dio. Ma io sono fiduciosa, credo che ormai Islam abbia compreso che anche se il viaggio della libertà è assai impegnativo, è, comunque, altrettanto appassionante se si ha il coraggio di rientrare in se stessi, di scoprirsi “figlio” e di “tornare a casa”: c’é un Padre che lo aspetta da sempre!

suor Raquel Soria, mc

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Bolivia: perché si?

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Un’estate diversa, alla scoperta di un mondo diverso

Questa mattina ho aperto gli occhi accompagnata dal ticchettio regolare delle gocce di pioggia sul vetro della mia finestra. “Ci mancava solo la pioggia” è la prima frase che sento dire da chi accoglie il mio buongiorno rispondendo con una lamentela. Un tempo avrei pensato anche io la stessa cosa.

Oggi, invece, mi alzo con allegria. La Bolivia mi ha insegnato anche questo: confidare nel nuovo giorno che nasce e gioire quando il cielo ci regala acqua. Ci sono luoghi della terra che soffrono per mancanza di risorse primarie e forse è anche un po’ colpa nostra, di questa porzione di mondo che con leggerezza spreca e spesso toglie  vita a chi sta dall’altra parte, e non ha abbastanza voce per farsi ascoltare.

giulia_01È passato ormai quasi un mese dal mio ultimo giorno nella missione di Vilacaya: anche la mattina che sono partita per tornare in Italia il cielo era tenebroso ed è scesa qualche goccia. E’ stata una sorta di benedizione, una preghiera di fiducia in un ritorno.

Il mio viaggio aveva origine da un desiderio scavato nel profondo, un tarlo che tormenta, un battito di tamburo che scandisce il tempo. La necessità di esplorare una parte di mondo che non mi apparteneva, che mi avrebbe messa alla prova e fatto scoprire altri valori, non mi hanno mai abbandonata in questi anni. Non so definire esattamente cosa mi abbia fatto dire “Bolivia”: ci sono luoghi che chiamano, e percepisci a pelle una certa compatibilità. Un po’ come con le persone. Poi mi affascinavano i colori, i suoni, la cultura Quechua e la storia millenaria. Così il 28 luglio ho lasciato il mio orizzonte incorniciato dal Monviso e mi sono ritrovata a Vilacaya: 4000 metri di altitudine e terra arida, un cielo azzurro intenso che ti si appiccica agli occhi, e distanze troppo vaste da attraversare per le sole gambe di un uomo.

Il corso missionario che ho frequentato in preparazione al viaggio porta il titolo “giovani in missione: perché no?” Oggi, alla luce dei due mesi condivisi a Vilacaya con tre sorelle straordinarie, posso dire di aver trovato i miei “perché sì”.

giulia_03 perché sentirsi stranieri insegna umiltà, accettazione dei propri limiti, apertura a rimettere in discussione quelle che si consideravano “certezze”.

perché relativizza le abitudini e rimescola le priorità.

perché incontrare e conoscere l’Altro in situazioni di pace aiuta a creare ponti e abbatte i muri e le paure del “diverso”, arricchisce di umanità.

perché vivere in povertà significa realizzare prima di avere troppo e poi di avere abbastanza, imparare a condividere il poco che si ha con chi non ha niente, tornare all’essenziale.

perché riappropriarsi di spazio e tempo è un’azione che mette ordine alla propria vita, impone scelte, ti mette a nudo.

perché  si impara ad essere liberi: dall’ignoranza di chi giudica per “sentito dire” e crea leggende inesistenti, dai vizi della ripetizione passiva che rende schiavi.

perché la rabbia che da impotenza dice quanto siamo fragili e infinitamente umani, e insegna non a salvare ma a camminare insieme, l’uno accanto all’altro.

perché si scopre che il fallimento può essere un’occasione per ripartire, che si può amare o odiare solo attraverso gli occhi, che il silenzio può avere un suono, che gioia e disperazione non sono incompatibili, che la creatività vince la monotonia.

perché il viaggio non finisce sull’aereo di ritorno ma entra nella vita di ogni giorno e la trasforma, come sta succedendo a me. Ed è una sensazione strana e bellissima: tenere per mano due terre così lontane e diverse e farle avvicinare, accorciarne la distanza.

 

Giulia Maccagno

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Una rabbia trasformata in Nobel

L’incredibile storia di un uomo che nel 2014 vince il Nobel per la Pace, iniziando da un’arrabbiatura

Si trovava nel suo caotico ufficio, nella trafficatissima Nuova Delhi, quando apprese su Twitter di aver vinto il Nobel per la Pace 2014 insieme alla giovane pakistana Malala Yousafzai, paladina della lotta per il diritto all’istruzione femminile. Pochi minuti dopo, Kailash Satyarthi, sessantenne hindu, avrebbe ricevuto la telefonata ufficiale del Comitato del prestigioso premio. Niente di improvvisato: la sua storia di attivista comincia da molto lontano… “Quando avevo 11 anni, vedendo alcuni amici lasciare la scuola perché i loro genitori non potevano permettersi di pagare i libri di testo, mi sono molto arrabbiato. La maggior parte delle mie idee migliori è scaturita da situazioni di rabbia”. Nato nello Stato di Madhya Pradesh (India) nel 1954, da una famiglia di casta medio-alta, sin dall’infanzia Kailash Satyarthi è grande ammiratore del Mahatma Gandhi e della sua lotta non violenta per la libertà e l’uguaglianza, divenendone poi autentico interprete, come riconosciuto dallo stesso Comitato del Nobel, per aver dimostrato “grande coraggio personale, mantenendo la tradizione di Gandhi, guidando varie forme di protesta e dimostrazione, tutte pacifiche, contro il grave sfruttamento dei bambini a scopi finanziari”. “La rabbia dei miei 11 anni si è trasformata nell’idea di raccogliere libri usati e aiutare i bambini più poveri. Ho creato così una banca del libro, chiedendo ai miei compagni di scuola di raccogliere libri di testo e risparmi per offrire alle famiglie svantaggiate la possibilità di far studiare i propri figli. Non mi sono fermato. In seguito, ho co-fondato la più grande campagna al mondo promossa dalla società civile per l’educazione, ovvero la ‘Global Campaign for Education’. Essa ha contribuito a cambiare la mentalità nei confronti dell’istruzione, da una modalità caritativa a una modalità fondata sui diritti umani; inoltre, ha concretamente aiutato, negli ultimi 15 anni, a ridurre di metà il numero di bambini che non frequentano la scuola”.

kailash-satyarthi-pti_650x400_61439042267Nato Kailash Sharma, a 15 anni, in seguito ad un avvenimento che lo segna profondamente, sceglie di cambiare il cognome di famiglia: “Sono rimasto molto colpito nel sentire i leader della mia città parlare in maniera molto forte contro il sistema delle caste e l’‘intoccabilità’. Ispirato da questo, ho pensato che si doveva dare un esempio concreto e ho invitato questi leader a mangiare cibo cucinato e servito dalla comunità degli ‘intoccabili’. Ero così entusiasta, addirittura galvanizzato nel vedere che tutti accettavano di venire. Tutti gli ‘intoccabili’, tre donne e due uomini, avevano accettato di partecipare. Hanno indossato i loro abiti migliori e hanno portato nuovi utensili. Erano le 22 e nessuno dei leader si era presentato. Questo mi ha fatto di nuovo molto arrabbiare. Ero abbattuto ed esausto. Ho cercato di controllare le mie emozioni. Ma quando ho preso il primo boccone, sono scoppiato in lacrime. Improvvisamente ho sentito una mano sulla mia spalla. Era il tocco materno e consolante di una donna ‘intoccabile’. Mi ha detto: ‘Kailash, perché piangi? Hai fatto la tua parte. Hai mangiato il cibo cucinato da noi, cosa che non è mai accaduta a nostra memoria’. E ha aggiunto: ‘Oggi tu hai vinto’. E aveva ragione. Tornato a casa, poco dopo la mezzanotte, ho visto mia madre e alcune donne anziane piangere e supplicare perché avevano minacciato di sbattere fuori casta tutta la mia famiglia. Ma io ho deciso che l’intero sistema doveva diventare senza caste. Questo sarebbe stato possibile cominciando con il cambiare il cognome, perché in India la maggior parte dei nomi di famiglia sono nomi di casta. Così ho deciso di abbandonare il mio e mi sono chiamato Satyarthi, che significa, ‘cercatore di verità’. Quello è stato l’inizio della mia rabbia trasformativa”.

kailash_satyarthiNel 1980 Satyarthi fonda la BBA (“Bachpan Bachao Andolan”, che significa “Movimento per salvare i bambini”), prima organizzazione in India ad occuparsi della grave piaga del lavoro minorile e ad impegnarsi per il riscatto dei bambini sfruttati in vari tipi di industrie. Lui e i suoi collaboratori organizzano incursioni nelle fabbriche di mattoni e nei laboratori di tappeti dove i bambini, a volte con i loro genitori indebitati, sono spesso forzati a lavorare anche per decenni per restituire piccoli prestiti. Sovente accade che i debiti restino insoluti per i magri guadagni ottenuti e le persone condannate ad una vera e propria schiavitù senza fine. “Ogni volta che libero un bambino, un bambino che ha perso ogni speranza di tornare da sua madre, e vedo sul suo volto il primo sorriso della libertà; ogni volta che una madre che ha perso ogni speranza di rivedere il figlio o la figlia lo abbraccia di nuovo, e vedo la prima lacrima di gioia scendere sulla sua guancia… allora in tutto ciò intuisco uno scorcio di Dio. E questa è la mia più grande ispirazione”.

La BBA continua a lavorare senza posa per la difesa dei diritti dei bambini e fino ad oggi ne ha liberati 83.000 in 144 Paesi! Recentemente ha lanciato anche piani di riscatto per le ragazze vendute e forzate al matrimonio. Ha sempre accompagnato la liberazione dalla schiavitù con un indispensabile processo di reintegrazione sociale e con i suoi collaboratori ha creato centri di formazione in centinaia di villaggi, dove alle giovani vittime ormai libere è possibile esercitarsi in varie abilità e corsi di base.

Kailash Satyarthi vive a Nuova Delhi, con sua moglie, due figli e un numero imprecisato di bambini che la sua associazione ha tratto in salvo dalla schiavitù. Aveva appena 26 anni quando abbandonò la sua professione per occuparsi a tempo pieno della “sua causa”. “Per secoli ci hanno insegnato che la rabbia è un male, a controllarla e reprimerla. Ma mi chiedo perché. Rabbia è potere ed energia. Come può essere tradotta e sfruttata per creare un mondo più bello e migliore, più giusto ed equo? Se rimaniamo rinchiusi negli stretti confini del nostro egoismo, allora la rabbia si trasforma in odio, violenza, vendetta, distruzione. Ma se siamo capaci di rompere questi cerchi, la rabbia può trasformarsi in idea e azione. Possiamo infrangere questi confini, utilizzando la nostra compassione e sintonizzandoci, grazie a essa, con il mondo per renderlo migliore. Mi chiedo: perché non possiamo convertire la nostra rabbia in un bene più grande che riguardi tutta la società? Perché non usare la nostra rabbia per sfidare e cambiare i mali del mondo? È quello che ho cercato di fare”.

Alessandra Pulina, MC

Questo articolo è stato pubblicato su Andare alle Genti

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