Quattro chiacchiere con… Suor Regina

Missionaria… al gusto di Dio! 

Ecco in queste righe la testimonianza di suor Regina Pozzebon, missionaria della Consolata che, per gravi motivi di salute, non è mai potuta andare in terre lontane, tuttavia, pur essendo immobilizzata su una sedia rotelle, è ugualmente riuscita a vivere in pienezza la sua vocazione missionaria.

Suor Regina, raccontaci un po’ di te e della tua vocazione.

Sono suor Regina Pozzebon e da 48 anni (quasi), sono Missionaria della Consolata. Sono di origine veneta, nata a Istrana (TV) nel dicembre del 1945. Sono entrata nell’Istituto delle Missionarie della Consolata nel 1967 e nel 1969 ho emesso la mia professione religiosa.

Sono entrata in questo Istituto missionario proprio perché ha la peculiarità di essere missionario ad gentes, cioè la missione di portare Gesù a coloro che ancora non lo conoscono.

Dentro di me c’era e c’è questo “fuoco”, questo pungente desiderio di far “conoscere Gesù” perché in Lui è nascosta la vera gioia, il senso della vita, il sentirsi amati per quello che si è. E sapere che nel mondo milioni di persone non conoscono ancora questo “Dio che ha tanto amato il mondo da dare il Suo Figlio” e questo Gesù che “mi ha amato e ha dato se stesso per me…!” perché la mia gioia sia piena, rimane per me un “tormento”, un pungolo, un desiderio bruciante. Ma le vie di Dio non sono sempre le nostre… e, per motivi gravi di salute, non sono mai potuta partire per “la missione”. Almeno in questo assomiglio al Beato Allamano, Padre e Fondatore della congregazione di cui faccio parte.

Dato che non sei mai partita per la missione “ad gentes”, come vivi la tua missionarietà in patria?

 La mia vocazione religiosa e la mia chiamata missionaria sono un tutt’uno, sono un’unica realtà avendo la loro origine nella chiamata di Dio, è Lui che mi ha scelta, è Lui che mi ha chiamata, amata, inviata. Ed è in questa relazione profonda con Gesù, relazione di “innamorati”, che si fa unità. La missione non è il mio “fare”, ma è una partecipazione alla missione stessa di Gesù: rivelare l’Amore del Padre per ogni creatura, che significa rivelare il mistero della salvezza: Dio vuole che tutti gli uomini siano salvi…, siano felici perché amati e salvati. E questa salvezza Gesù l’ha pagata a caro prezzo con la sua Incarnazione, vita, passione, morte e risurrezione.

È alla Luce della Croce di Cristo che vivo la mia missionarietà, ed è in questa luce, in questo Amore che anche il dolore, la malattia, l’essere in carrozzina da 22 anni trova senso, trova forza, trova “consolazione”, trova anche gioia profonda e indicibile nella fede e nell’amore. La malattia ridimensiona molte cose e, nella fede, la puoi scoprire come opportunità per crescere in una relazione d’Amore che ti riempie la vita. Dice s. Agostino: “Nessuno è felice come Dio e nessuno fa felice come Dio”.

Certo, la malattia provoca lacrime, fatica, angoscia, paura, solitudine, momenti di lotta e di ribellione, ma piano piano, guardando il Crocifisso, nella fede e nella fiducia nel Signore, scopri che quanto più si è scavati dal dolore tanto più si diventa contenitori della tenerezza e dell’Amore del Signore.

Per me la malattia è stata ed è uno strumento di grazia: io non sono la mia malattia, il mio limite, la mia fragilità. Tutto questo è strumento nelle mie mani e, nella fede, posso dire con san Paolo: “Mi vanterò ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo” (2Cor 12,9-10). La malattia non è diventata ostacolo alla mia vocazione missionaria, ma un modo diverso di partecipare alla missione di Cristo. Mi sento missionaria “al gusto di Dio”, come lui mi ha voluta… ed è la mia felicità! Nella mia condizione, raggiungo il mondo intero, l’umanità intera, ogni creatura.

Quali sono le tue attività di missionaria “a rotelle”?

 Quella principale che mi viene molto richiesta è l’ascolto delle persone. Ultimamente ho fatto “scuola di preghiera” per i “Giullari di Dio”; l’anno scorso ho seguito il musical “Chi sei tu” di circa 50 giovani che si sono impegnati nel realizzarlo lanciando il messaggio della misericordia e interpretando la parabola del “Figlio prodigo” in chiave moderna. Sono stati bravissimi!

Seguo il gruppo “Gente alla mano” formato da ex-allievi della “Scuola G.Allamano” (e non) che lavorano con varie iniziative per sostenere dei progetti missionari in Africa. Tra queste iniziative c’è il Presepe Vivente che vede un centinaio di figuranti e che ormai si “celebra” da 7 anni con l’intento di aiutare e far rivivere il mistero della Natività del Signore e nello stesso tempo raccogliere dei fondi per i progetti missionari. Seguo poi i Laici Missionari della Consolata nel Veneto (ci sono anche qui a Grugliasco, persone che condividono il nostro carisma nella vita quotidiana e nelle loro scelte).

Hai qualche desiderio?

 L’unico mio desiderio è quello di aiutare le persone a scoprire quanto sono amate, quanto sono preziose per Dio, quanto sono cercate per quello che sono… perché tesoro unico e dono per l’umanità. Come vorrei farle sentire amate perché senza amore non c’è vita, non si può vivere!

di Cristina Menghini

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Ragazzi missionari… in tutti i sensi!

Perchè la missione non ha età!

“Ragazzi missionari … in tutti i sensi”: è questo lo slogan della XVI edizione della festa missionaria dei ragazzi, organizzata dall’Arcidiocesi di Taranto che si è tenuta Sabato 29 Aprile presso il centro sportivo Palafiom. Tema centrale dell’incontro è stato l’espressione della fede attraverso i cinque sensi. Le suore missionarie della Consolata di Martina Franca con il loro impegno sono riuscite a coinvolgere dieci parrocchie della nostra diocesi, che ne conta 80.

Un gruppo variegato composto da bambini e ragazzi accompagnati alcuni da genitori e nonni, in un appuntamento in cui si è potuto condividere insieme a catechisti ed educatori un pomeriggio di gioia. Furono invitate anche le altre Diocesi di Puglia, per questo c’era anche una rappresentanza della Diocesi di Molfetta. Tutti i partecipanti, divisi in cinque gruppi, provenienti dalle varie parrocchie rappresentavano i cinque continenti e per ogni continente era stato assegnato uno dei cinque sensi per poter “trasmettere la fede”.  Il nostro gruppo di Martina Franca rappresentava l’Oceania e come senso avevamo il tatto. Guidati dalla citazione di Raoul Follerau  “Dio non ha mani, ha soltanto le nostre mani per fare il suo lavoro”,  abbiamo impreziosito la festa con cartelloni, striscioni, abiti tipici e una rappresentazione musicale.

Presente il nostro vescovo, che fece un discorso incentrato sull’importanza che i nostri sensi hanno nel trasmettere l’amore di Cristo, amore che si manifesta nello scambio di uno sguardo o di una semplice stretta di mano con chi abbiamo davanti. Il valore formativo che questi eventi, oltre la classica catechesi hanno per i giovani è fondamentale per arricchire la loro vita da cristiani e il nostro cammino di educatori e l’entusiasmo che si accende nei loro occhi è l’espressione viva di una fede che deve essere sempre più condivisa.

Un grazie di cuore a tutti coloro che hanno permesso la realizzazione di questo consueto appuntamento e un arrivederci al prossimo anno sperando davvero in una partecipazione sempre più numerosa.

Luigetta Terruli

 

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IL FRUTTO DELLA VERA EDUCAZIONE….

Educare è come seminare: il frutto non è garantito e non è immediato, ma se non si semina è certo che non ci sarà raccolto (Carlo Maria Martini).

È una convinzione che l’educazione, contribuisce a costruire ponti e a trovare nuove risposte alle molte sfide del nostro tempo; allo stesso tempo  l’educazione, nella sua dinamica genera vita, “una vita tesa alla ricerca del bello, del buono, del vero e della comunione con gli altri per una crescita comune” (Papa Francesco).

Noi Suore Missionarie della Consolata sappiamo che  questa vita che si manifesta in un desiderio soprattutto dei più giovani, si trova anche nei frutti di un popolo educato. Sin dall’inizio abbiamo contribuito alla missione della chiesa, offerto nell’ambito educativo, orientato sempre al servizio della crescita alla piena maturità umana della persona camminando con loro nelle varie tappe di crescita.

Vediamo questa galleria fotografica che mostra il lavoro di educazione e formazione nei diversi contesti missionari.

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Festa dei Popoli a Taranto

Come ogni anno, Taranto festeggia la convivenza dei Popoli

Torna a Taranto la Festa dei Popoli diocesana, manifestazione che, giunta alla quattordicesima edizione, si è tenuta nel pomeriggio di domenica, 14 maggio, presso la Concattedrale “Gran Madre di Dio” di Taranto, sul cui sagrato le comunità etniche allestirono stand culturali, artigianali, gastronomici, mostre, performance e spettacoli folkloristici con canti e musiche etniche.

La Festa dei Popoli diocesana 2017 è organizzata dall’Ufficio diocesano Migrantes di Taranto in collaborazione con diversi uffici diocesani, parrocchie, scuole, scout e associazioni locali: Stella Maris, Comunità Etniche, Missionari e Missionarie della Consolata, Caritas, A.S.E.R., Ufficio Missionario, Missionari Saveriani; l’iniziativa si avvale del patrocinio del Centro Servizi Volontariato Taranto.

Momento clou è la celebrazione eucaristica della Festa dei Popoli diocesana presieduta in Concattedrale, alle ore 16.30, da S.E. Monsignor Filippo Santoro, l’Arcivescovo di Taranto con il quale concelebrerono sacerdoti di diverse etnie presenti nella diocesi; polacca, rumena, albanese, nigeriana, ucraina, eritrea, congolese e cingalese; in questa particolare celebrazione, infatti, si inviterono i presenti ad esprimere la propria fede con i loro suoni e le loro tradizioni.
In seguito i partecipanti effettuarono sul sagrato una visita agli stand culturali con la degustazione dei prodotti tipici preparati dalle varie etnie, nonché assistettero a performance con canti e musiche etniche, intercalate da testimonianze vissute.

La Festa dei Popoli diocesana quest’anno ha come tema “Da sconosciuti a fratelli” e, come ha spiegato il direttore dell’Ufficio diocesano Migrantes, Marisa Metrangolo, «rappresenta un momento molto importante per la città in tema di integrazione, multietnicità e intercultura. È un fattore di coinvolgimento e di attrazione per l’intera cittadinanza, nonché un’ottima occasione per attutire eventuali tensioni sociali». È un fattore di coinvolgimento e di attrazione per l’intera cittadinanza, nonché un’ottima occasione per attutire eventuali tensioni sociali».

«Infatti anche in questa edizione la Festa dei Popoli diocesana – ha poi detto Marisa Metrangolo – si conferma come uno spazio di dialogo tra diverse culture e tradizioni dei popoli, entra in contatto diretto e personale con la “mondialità” che è presente tra noi. Promuove la cordiale convivenza e la reciproca integrazione».

Suor Mariangela Mesina, MC

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Occhi per vedere

“Io credo che se l’Allamano tornasse fisicamente e dovesse dirci qual è la prima cosa che dobbiamo fare, continuerebbe a dirci: ‘Abbiate cura della gente, abbiate a cuore la gente’”. (Dario Berruto, già Rettore del Santuario della Consolata)

 

Si è concluso da poco l’Anno Santo della misericordia nel quale, come ci ha ricordato papa Francesco, abbiamo potuto fare “l’esperienza di aprire il cuore a quanti vivono nelle più disparate periferie esistenziali, che spesso il mondo moderno crea in maniera drammatica… La Chiesa è chiamata a curare le ferite impresse nella carne di tanti, a lenirle con l’olio della consolazione, a fasciarle con la misericordia e curarle con la solidarietà e l’attenzione dovuta”.

Le ultime parole mi hanno colpito, attirando proprio la “mia attenzione”. La misericordia della chiesa e la sua solidarietà verso “le periferie esistenziali” – sembra dire il Papa – scattano quando con occhio attento si guarda il mondo e le persone che lo abitano. Occhi non distratti o colpiti solo dall’apparenza, ma capaci di leggere dentro, di discernere la realtà e di comprenderne meccanismi e complicazioni che essa nasconde.

Occhi per vedere/capire, ma poi intervenire per “sanare” e cambiare le cose, la società, le persone.

Nella Chiesa, coloro che hanno avuto questi occhi e cuore aperto in modo superlativo vengono talvolta identificati col nome di “santi sociali”, cioè cristiani sul serio che, guardando la realtà con gli occhi di Dio, assumono la causa degli ultimi, degli “scarti” e si danno da fare per promuovere “la vita in abbondanza”, sognata e promessa da Gesù.

La città di Torino è particolarmente famosa per la lunga lista di questi “santi sociali” che, tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo, si diedero anima e corpo a combattere le piaghe sociali dell’epoca, difendere i diritti dei più fragili e far nascere opere che continuassero l’attenzione agli ultimi della società: torinese o italiana, ma anche più lontano, addirittura fino ai confini della terra.

I loro nomi sono noti, anzi notissimi, come san Giuseppe Cafasso, don Bosco, Cottolengo e Murialdo, la marchesa di Barolo, Faà di Bruno. Ed è una felice sorpresa vedere come la “bibbia” moderna dell’informazione on line, cioè Wikipedia, inserisca nella lista dei santi sociali pure il nostro beato Giuseppe Allamano, anche se con un rapido flash: “fondatore dei missionari della Consolata a favore dei più sfortunati nel mondo”.

Un santo, dunque, che ha spinto il suo sguardo attento non soltanto alla città in cui ha trascorso la vita, ma molto più in là, arrivando fino in Africa e, con la fondazione di due Istituti Missionari, è riuscito a proiettarsi oltre il suo tempo, raggiungendo altri popoli e continenti.

Occhi per vedere/capire, ma poi intervenire per “sanare” e cambiare le cose, la società, le persone.

Un mare di gente

Il periodo storico in cui l’Allamano vive e opera è quello che vede il lungo e complicato travaglio di nascita della nuova nazione, l’Italia, ma anche lo sviluppo convulso dell’industrializzazione che trasforma il volto di Torino con la migrazione in massa dalle campagne verso la città, la nascita del mondo operaio e gli annessi, infiniti problemi, inerenti all’organizzazione sociale del lavoro e dei lavoratori.

Rettore del Santuario della Consolata, ha la fortuna di vivere immerso “in un mare di gente” che ogni giorno frequenta questo tempio, così caro ai Torinesi. Attraverso il ministero della confessione, ma soprattutto nei quotidiani incontri con persone di ogni ceto e condizione, tasta il polso della città, si lascia ferire dalle pene di cui viene a conoscenza, avverte il dramma di troppi che vivono in miseria, sfruttati o dimenticati da chi gestisce il potere pubblico anche se intriso, allora, di appassionato socialismo… respirando, insomma, quello che oggi chiameremmo “il disagio” di una città in crescita.

Non si accontenta, però, di ascoltare, consolare con belle parole o vuoti sermoncini. Si dà da fare, invece, per intervenire concretamente e ostinatamente con la sua saggezza, le sue intuizioni, la sua esperienza e anche… i suoi soldi, favorendo e sostenendo una miriade di “microprogetti” (si direbbe, oggi) di sviluppo e solidarietà: con le operaie della manifattura Tabacchi del Regio Parco, le tessitrici del cotonificio Poma o della fabbrica Brass, le erbivendole di Borgo Dora, persino le sarte (queste ultime, nella Torino del tempo, erano circa 20.000, spesso sottopagate o costrette a orari disumani).

Importante è l’interesse e il sostegno dell’Allamano per la stampa cattolica, prezioso strumento di formazione per la gente e i suoi dirigenti. Anche su questo piano, lui non è “generico”, ma precisa i confini della sua attività, sempre orientata alla promozione umana e cristiana. Testimonierà il suo immediato successore al santuario: “L’Allamano si può definire un pioniere della stampa cattolica perché, quando il giornale L’unità Cattolica venne trasportato a Firenze, egli intervenne subito e disse: L’Unità Cattolica va a Firenze per morirvi. Se l’Arcivescovo mi dà l’autorizzazione, in pochi giorni raccoglierò i fondi necessari per fondare un nuovo giornale!”. Raccoglie, infatti, circa centomila lire e viene fondato il nuovo giornale, L’Italia Reale.

È anche uno dei protagonisti nella fondazione de La Croix, il più famoso giornale cattolico europeo. Senza dimenticare che, con Giacomo Camisassa, suo braccio destro, darà il via a “La Consolata” (oggi “Missioni Consolata”): un modesto bollettino che, dalle notizie sul santuario mariano raccontate all’inizio della sua storia diventerà, in seguito, la voce delle missioni in Africa e delle attività dei missionari.

Attraverso il ministero della confessione, ma soprattutto nei quotidiani incontri con persone di ogni ceto e condizione, tasta il polso della città, si lascia ferire dalle pene di cui viene a conoscenza, avverte il dramma di troppi che vivono in miseria, sfruttati o dimenticati da chi gestisce il potere pubblico anche se intriso, allora, di appassionato socialismo… respirando, insomma, quello che oggi chiameremmo “il disagio” di una città in crescita.

Elevare l’ambiente

Questa attenzione del nostro fondatore alla società, alla gente, alle singole persone continua nello stile di evangelizzazione dei suoi missionari, fin dall’inizio. Arrivati in un Paese sconosciuto, così diverso per tradizioni culturali, valori e struttura sociale, vengono da lui sollecitati a “osservare e annotare” ciò che vedevano per poi “elevare l’ambiente” (oggi parleremmo di trasformazione sociale) e rendere questi nuovi popoli “più felici su questa terra”, attraverso – diremmo sempre oggi – la “promozione umana”.

Questi obiettivi, i suoi missionari tentano di realizzarli nel contatto quotidiano e diretto con la gente, attraverso soprattutto la “visita ai villaggi”. Fu questo un mezzo apostolico duro e faticoso, spesso carico di delusioni. Ma l’Allamano ci teneva troppo, avendo constatato quanto fossero importanti e insisteva continuamente perché i suoi missionari vi rimanessero fedeli quando la stanchezza spingeva a diminuirle. Indicava loro il metodo delle visite, che non dovevano ridursi a semplici passeggiate, ma a degli autentici incontri, dove i villaggi più bisognosi e gli ammalati avessero la precedenza. Le visite ai villaggi costituiranno, nel metodo missionario dell’Allamano, “gli occhi e il cuore” per leggere, capire e cambiare la realtà. Tanto che nella relazione presentata a Propaganda Fide, il 24 settembre 1908, scriveva: “Come conseguenza delle quotidiane visite ai villaggi, si notò una crescente trasformazione dell’ambiente pagano”.

Una vera immersione tra i poveri, nella quale si suscitava fiducia e con la fiducia si creava la disponibilità ad accogliere non solo il messaggio del Vangelo, ma anche la spinta per una vita migliore, più umana, più degna dei figli di Dio.

Una vera immersione tra i poveri, nella quale si suscitava fiducia e con la fiducia si creava la disponibilità ad accogliere non solo il messaggio del Vangelo, ma anche la spinta per una vita migliore, più umana, più degna dei figli di Dio.

Qualche anno fa, a Torino, in preparazione alla festa del beato Allamano, furono organizzate tre serate originali, dal titolo “Dialoghi con la città”. L’iniziativa era partita dalla constatazione che l’Allamano, Rettore della Consolata e fondatore di missionari, era stato un prete molto coinvolto nella realtà socio-ecclesiale della sua città, tanto da arrivare perfino a introdurre, nella formazione dei giovani sacerdoti freschi di ordinazione, lezioni sul lavoro e i problemi sociali.

Tra i vari relatori, c’era anche p. Ugo Pozzoli, attuale consigliere generale dei Missionari della Consolata, che volle presentare all’uditorio questo prete, aperto a tutti i problemi della gente di Torino del primo ’900, così: “Egli aveva l’occhio aperto per vedere, capire ed agire. Si impegnò per promuovere, incoraggiare, sostenere nuove forme, anche ardite, di presenza nel contesto della città. Oggi lui non c’è più, ma ci sono i missionari e le missionarie della Consolata con le loro comunità, dove questo spirito dell’Allamano ancora vive”.

Oggi lui non c’è più, ma ci sono i missionari e le missionarie della Consolata con le loro comunità, dove questo spirito dell’Allamano ancora vive”.

 P. GIACOMO MAZZOTTI, IMC, Postulatore generale
della causa di Canonizzazione del Beato Allamano

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Giovani, voi aspirate a “prendere il volo”

“Quando Dio tocca il cuore di un giovane, di una giovane, questi diventano capaci di azioni veramente grandiose. Le “grandi cose” che l’Onnipotente ha fatto nell’esistenza di Maria ci parlano anche del nostro viaggio nella vita, che non è un vagabondare senza senso, ma un pellegrinaggio che, pur con tutte le sue incertezze e sofferenze, può trovare in Dio la sua pienezza” (Papa Francesco, giornata mondiale della gioventù 2017)

Le Missionarie della Consolata accompagnando i giovani li aiutano ad essere protagonisti della propria  storia e capaci di decidere per il loro futuro.

Queste fotografie rispecchiano alcune delle nostre presenze tra i giovani.

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Il Padre

Dialogo da figlia a Padre

Quando Dio decise di creare il padre, cominciò con una struttura piuttosto alta e robusta.

Allora un angelo che era li vicino gli chiese: “Ma che razza di padre è questo? Così grande non potrà avvicinare i piccoli e giocare con loro…”

Dio sorrise e rispose: “ E’ vero, ma se lo faccio piccolo come un bambino, i bambini non avranno nessuno su cui alzare lo sguardo”.

 

Si, si deve alzare lo sguardo , per poter contemplare questo GIGANTE che è PADRE FONDATORE,  Beato GIUSEPPE ALLAMANO.

Fisicamente lui non era un gigante, anzi era esile, con poca salute, ma nella fede e nell’amore; nella volontà e nell’impegno di santità è più che un gigante (1 Tess.4,3 : Questa è la volontà di Dio, la vostra santificazione). La volontà dell’Allamano era una forza indomita e sempre protesa alla ricerca della Volontà di Dio, così che al termine della sua vita terrena ha potuto dire: “ Ho sempre fatto la volontà di Dio”. Lui l’ha sempre ricercata e quando non vedeva chiaro aspettava, si consigliava in un processo di discernimento mai interrotto, per cogliere quello che dava maggior gloria a Dio. ( Mi sono fatto tutto a tutti, per far tutti salvi ! 1° Cor 9,22) Si perché l’ Allamano è convinto che” Dio vuole che tutti siano salvi e giungano alla conoscenza della verità”( s.Paolo: 1° Timoteo2,4).

Alzo lo sguardo al Padre…..

Fin da ragazzo vuole consacrare la sua vita a Dio e quando i suoi fratelli lo vogliono distogliere dall’idea di entrare in seminario subito, lui risponde che Dio lo chiama ora e non sa quando e se, lo chiamerà ancora fra qualche anno. Questo è stato per me una grande forza quando nel momento della  mia decisione avevo la stessa difficoltà da parte della mia famiglia. Così ho dato loro, la stessa risposta: “ Non so se Dio mi chiamerà ancora fra due anni”.

Avere qualcuno su cui alzare lo sguardo…..

Ho conosciuto l’Allamano sin da giovane leggendo la sua vita e mi aveva dato un senso di paternità tenera e cordiale. Si, questi atteggiamenti sono caratteristici di Lui: un padre con un corpo esile, ma con il  cuore grande! Un cuore di mamma.  Diceva: “Potevate avere uno migliore di me come padre, ma non uno che vi amasse di più”. Quando nel vivere la vita missionaria s’incontrano difficoltà e ci si chiede come continuare il cammino, Lui mi è stato vicino con la sua parola che meditavo assiduamente  e in un momento particolare mi lasciò il suo messaggio nel sonno. Quelle parole non le ho mai dimenticate.

Gli occhi del cuore lo vedono….

Un’altra volta ero con il gruppo delle giovani che si preparavano a diventare missionarie e anche in quel momento avevo bisogno di ispirazione e luce nell’accompagnare altre nel cammino di appartenenza e spirito di Famiglia nell’Istituto. Mi è sembrato di vederlo entrare in casa camminando col suo passo composto e tranquillo lungo il corridoio  e avvicinarsi a me fino a sentirmelo vicino, in un atteggiamento  incoraggiante, paterno e amabile. Padre Fondatore un Padre che non ha risparmiato premure per il nostro Istituto e ha riservato per noi un affetto paterno particolare.  Mi è stato più facile additare alle giovani la persona di Padre Fondatore

Si, in questi altri momenti è stato necessario alzare lo sguardo a lui che… Questa volta Padre si affaccia dal “puggiol”   =   balcone

Padre mi parlava da un balcone (Diceva quando era ancora su questa terra: “Da lassù mi affaccerò dal “puggiol” e vi benedirò”), mi disse:  “Coraggio, vai avanti! Io ti seguo e prego per te. Ti dono il mio spirito e ti voglio bene come alle prime sorelle. Coraggio, tu sei mia figlia prediletta”.

In Missione ho avuto modo d’invocarlo e vedere la sua opera in mezzo al popolo del Kenya: con i Laici missionari che si chiamavano “Allamano Men” e con il Centro dei bambini di strada che loro avevano fondato e sponsorizzato, e che chiamavano  “Allamano Boys Centre”.  Con questi Laici e altri benefattori, fondavamo il Centro delle Bambine di strada, per l’Anno Santo 2000. Era un progetto difficile, ma l’Allamano intercedeva. Dicevano infatti: “La realizzazione di questo Centro sarà il miracolo che lo porterà alla canonizzazione ”

suor Mariangela

L’ultimo cronologicamente, ma molto importante per me. Due anni fa non ero con voi, ma con la mia mamma grave. Arrivai come a quest’ora a casa. Lei già non parlava più e sembrava non conoscere più. Quando sentì la mia voce, mamma aprì gli occhi, mi sorrise e mi diede un bacio. Ritornò nel suo sopore con un febbrone che nulla lo faceva abbassare e respirava male… rimasi sola con lei per quella notte e la seguente. Pregavo Padre Allamano, gli dicevo: “Preparala tu, accompagnala tu, presentala tu a Gesù”.  Il suo respiro da pesante si fece leggero e alle cinque del mattino del 16, festa di Padre, con un lungo respiro si “addormentò” nel Signore. Il suo volto divenne disteso e sereno, quasi senza rughe e ringiovanito di almeno 40 anni, e lei ne aveva 93,  così che tutti dicevano: ma come è bella sembra un angelo; sembra una Madonna; come l’avete fatta bella !….

GRAZIE PADRE ALLAMANO, TU ci  RIVELI la  TENEREZZA della PATERNITA’ di DIO, Sii benedetto! Per intercessione di Maria Consolata, si riveli la tua gloria che hai presso Dio Padre.   A te posso alzare lo sguardo, Tu mi sei Padre….

Tua figlia, Sr Mariangela Mesina m.c.

 

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UNA SCELTA PER LA VITA

La società di oggi propone incessantemente un profilo di essere umano perfetto, senza nessun difetto, senza difficoltà, per cui il dolore e la malattia sono esperienze che vengono sempre più oscurate, sottovalutate, se non ignorate. Però la malattia come esperienza di dolore e di limite è stata sempre una compagna di viaggio che coinvolge tutta la persona

In occasione della giornata Mondiale del Malato  (11 febbraio 2017) Papa Francesco insiste che “possiamo trovare nuovo slancio per contribuire alla diffusione di una cultura rispettosa della vita, della salute e dell’ambiente; un rinnovato impulso a lottare per il rispetto dell’integralità e della dignità delle persone, anche attraverso un corretto approccio alle questioni bioetiche, alla tutela dei più deboli e alla cura dell’ambiente”

Le Suore Missionarie della Consolata, fin dalla fondazione, si sono impegnate nel campo della salute, come scelta Evangelica, ad esempio di Gesù che cura e si prende cura del malato integrandolo nella comunità perché questa si assuma la responsabilità per la scelta per la vita.

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Evangelizzatori, che comunicano la gioia della fede

Giornata mondiale della vita Consacrata….

La Vita Consacrata comunica la gioia della fede a partire da una esistenza trasfigurata.

I consacrati sono messaggeri della gioia del Vangelo, uomini e donne che:

  • Annunciano la gioia del Vangelo che ha colmato la loro vita e trasformato il loro cuore.
  • Rispondono con generosità alle sfide di ogni tempo.
  • Offrono la vita per il Vangelo per annunciare a tutti la gioia del Regno.
  • Raggiungono tutte le periferie per incontrare i vicini e i lontani, senza escludere nessuno.
  • Entrati nel “dinamismo dell’uscita”, raggiungono il mondo intero per annunciare la gioia del Vangelo che è fonte di vita e di vita in abbondanza

“La speranza della Vita consacrata si fonda su Colui nel quale abbiamo posto la nostra fiducia (cfr 2 Tm 1,12) e per il quale «nulla è impossibile» (Lc 1,37). È questa la speranza che non delude e che permetterà alla vita consacrata di continuare a scrivere una grande storia nel futuro, al quale dobbiamo tenere rivolto lo sguardo, coscienti che è verso di esso che ci spinge lo Spirito Santo per continuare a fare con noi grandi cose”   (Papa Francesco)

Le Suore Missionarie Della Consolata, donne consacrate messaggere del Vangelo…

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Il vostro affetto mi ha cambiato la vita

Islam con la comunità intercongregazionale di suor Raquel


La vera jihad di un giovane, nel suo cammino verso la libertà

Sei mesi fa, quando dalla Caritas cittadina mi chiesero di far parte di un’equipe per accompagnarlo più da vicino, Islam era uno di quei ragazzi che l’opinione pubblica definisce come: giovani devianti, delinquenti, bulli violenti, ragazzi difficili, e addirittura ragazzi “perduti”, cioè senza redenzione!  In poche parole, egli era considerato una minaccia, un ragazzo non solo da evitare, ma, ancor peggio, da rinchiudere in qualche struttura per i suoi comportamenti antisociali.

Certo è che nonostante la sua giovane età, Islam ha alle sue spalle un passato con delle esperienze pesanti, con diverse entrate e uscite dal carcere, di consumo e spaccio di sostanze stupefacenti, e non poche volte è stato protagonista di risse violente nella città. Comunque, a dispetto di tutto questo, io vedevo in lui un ragazzo timoroso, ferito, che, in qualche modo, tentava di soffocare dentro il dolore che, forse, lo accompagna da quando è nato; sì, io vedevo, e vedo ancora, semplicemente un ragazzo, con un enorme bisogno di sentirsi accolto e voluto bene.

Islam è di origine Tunisina, suo padre morì a seguito di un infortunio sul lavoro quando lui aveva pochi mesi. Pochi anni dopo, la madre si è risposata e ha avuto altre due figlie. Purtroppo il suo nuovo compagno era un alcolista e un violento e sia Islam sia suo fratello maggiore Billel hanno subito continui abusi fisici, verbali ed emotivi. E noi sappiamo bene quanto l’abuso emozionale (tutti i tipi di abuso sono anche emozionali) strazia l’autostima di una persona e può compromettere notevolmente lo sviluppo psicologico e l’abilità di funzionare adeguatamente nella società.

Di conseguenza, i servizi sociali collocarono Islam in comunità. Così, dai dieci ai diciotto anni lui visse in diverse comunità per minori, le cui permanenze sono state sempre molto travagliate. Privato dalla figura paterna, quasi fin dalla nascita, gli venne poi a mancare quel grembo, quello spazio vitale che chiamiamo: casa, famiglia, affetti, relazioni, il quale è assolutamente necessario per lo sviluppo e la crescita della propria identità, dell’auto stima e del rispetto di sé. Come non capire allora, Islam e le sue continue fughe da se stesso, e la sua incessante ricerca di “qualcosa” o “qualcuno” che possano, in qualche modo, colmare quel vuoto che la solitudine e il non amore gli hanno scavato dentro?

Sei qualcuno se vesti in un determinato modo, se hai soldi (e non importa come li ottieni), o se frequenti certi ambienti. Cosi, tanti giovani, che come Islam, portano nel cuore quella tremenda voglia di gridare al mondo il loro esserci, son disposti a far di tutto pur di sentirsi accolti, accettati, inclusi; si sentono obbligati a conformarsi in tutto, in un mondo dove, purtroppo, la norma è il consumo e dove si vive circondati più da oggetti che da persone. Un mondo dove, ancora una volta, si sentono, traditi, abbandonati, soli! Abbandonati a se stessi, quindi, sconfinano in comportamenti antisociali e diventano violenti spesso per disperazione.

A proposito di ragazzi violenti e trasgressivi, San Giovanni Paolo II affermava che non esistono persone che sono delinquenti per natura né bambini che nascono con tendenze criminali. Anzi, assicurava, la delinquenza giovanile è, piuttosto, una risposta al mondo che ha dimenticato il suo dovere di prendersi cura di loro.

Nel mio servizio missionario tra i ragazzi di strada e i carcerati ho imparato che un ragazzo può perdere la bussola, ma può anche riprendere la strada verso casa, se qualcuno lo aspetta, lo sa accogliere, se qualcuno gli corre incontro con gesti autentici, concreti di prossimità. Quando, invece, un ragazzo, nonostante tutti i suoi sforzi, non incontra volti amici, tutto si fa più difficile. Magari torna in libertà, ma lo aspettano solo i problemi che aveva lasciato. Inoltre, lo stigma di essere un ex-carcerato lo fa ancora più vulnerabile e scuote la sua ormai fragile autostima e rispetto di sé.

Ed è proprio questo che succedeva a Islam, perciò, con Christian, responsabile del Centro di ascolto della Caritas cittadina e Salvo, assistente sociale della Casa don Puglisi, dove ospitavano la mamma di Islam e le sue sorelle – ora sono in semiautonomia – decidemmo di scommettere su Islam, sulle sue risorse e potenzialità di bene. Cercando, inoltre, di creare una rete di persone che diventassero per lui dei punti fermi, sui quali lui potesse contare sempre, e divenendo noi stessi suoi compagni di strada, anzi i suoi fratelli e sorella maggiori!

Nel suo ritorno a casa il figlio minore (Lc. 15, 11-32) ha trovato sì un Padre Misericordioso, ma non ha trovato un fratello, dice don Claudio Burgio, cappellano dell’Istituto Penale Minorile Cesare Beccaria di Milano. Capita anche oggi. Per ragazzi decisi veramente a cambiare non è facile, usciti dal carcere, trovare nuovi fratelli maggiori. E l’esperienza ci insegna che si cambia e si è spinti a uscire dal vortice della criminalità e dell’esclusione se ci si sente attratti da un progetto, se sul cammino trovi persone disposte a sostenere con te nuovi passi.

E in questi mesi, posso attestare, Islam è, davvero, cambiato tantissimo! O meglio, sta diventando sempre più se stesso, sta divenendo, cioè, sempre più Figlio di Chi non ha mai smesso di essergli Padre! Non è stato però un cambio fulmineo, miracoloso, anzi, è stato, ed è tuttora, un percorso faticoso, in salita, è la “vera Jihad” come lui ben definisce, questa sua lotta per restare sulla via della nuova vita! Però, lui sa di non essere più da solo; sa che ora ci sono dei “Mosè”, ossia persone che pregano e fanno il tifo per lui, ma sopratutto sa di poter incondizionatamente contare su due fratelli maggiori che, con infinita pazienza, fermezza e gentilezza, camminano al suo fianco, al suo ritmo; sostenendolo quando zoppica, aspettandolo quando rimane indietro, cercandolo quando fugge, per farlo sentire, sempre, e indipendentemente della sua condotta, voluto bene!

Qualche giorno fa abbiamo celebrato il suo ventitreesimo compleanno. La mamma, con gli occhi perlati di lacrime, diceva che era la prima volta che qualcuno faceva festa per lui. Prima del taglio della torta abbiamo chiesto a Islam di fare un discorso, e lui, visibilmente commosso, disse: Grazie per il vostro affetto, mi avete cambiato la vita!

La strada è ancora lunga. Ci sono ancora tante ferite da rimarginare. Islam deve, pertanto, continuare col suo percorso per imparare ad accettare fino in fondo la propria storia, per riconciliarsi con essa, con la famiglia, con se stesso e con Dio. Ma io sono fiduciosa, credo che ormai Islam abbia compreso che anche se il viaggio della libertà è assai impegnativo, è, comunque, altrettanto appassionante se si ha il coraggio di rientrare in se stessi, di scoprirsi “figlio” e di “tornare a casa”: c’é un Padre che lo aspetta da sempre!

suor Raquel Soria, mc

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