IL FRUTTO DELLA VERA EDUCAZIONE….

Educare è come seminare: il frutto non è garantito e non è immediato, ma se non si semina è certo che non ci sarà raccolto (Carlo Maria Martini).

È una convinzione che l’educazione, contribuisce a costruire ponti e a trovare nuove risposte alle molte sfide del nostro tempo; allo stesso tempo  l’educazione, nella sua dinamica genera vita, “una vita tesa alla ricerca del bello, del buono, del vero e della comunione con gli altri per una crescita comune” (Papa Francesco).

Noi Suore Missionarie della Consolata sappiamo che  questa vita che si manifesta in un desiderio soprattutto dei più giovani, si trova anche nei frutti di un popolo educato. Sin dall’inizio abbiamo contribuito alla missione della chiesa, offerto nell’ambito educativo, orientato sempre al servizio della crescita alla piena maturità umana della persona camminando con loro nelle varie tappe di crescita.

Vediamo questa galleria fotografica che mostra il lavoro di educazione e formazione nei diversi contesti missionari.

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Fatti di pace… ricostruire il tessuto sociale

L’esperienza di pace nell’educazione della Ciudadela Amazónica del Caguán 

La Colombia vive un momento storico unico per la costruire e consolidazione graduale della pace e la convivenza con possibilità e opportunità produttive e umanitarie che rispondano alla diversità e particolarità delle differenti regioni del paese in interazione e cooperazione con altri paesi del mondo.

L’educazione e formazione fondata su valori umani, potenziare tutte le dimensioni della persona e la preparazione di qualità occupa uno spazio centrale nella costruzione di nuove condizioni per una società rinnovata e una pace reale.

In questo contesto, nasce la Cittadella Giovanile Amazzonica Don Bosco, un’opera educativa del Vicariato apostolico di San Vicente del Caguán, fondata nel 1994 da Mons. Luis Augusto Castro Quiroga, oggi arcivescovo di Tunga, e dal padre salesiano Carlos Julio Aponte. Si trova proprio al cuore della regione del Caguán (la regione amazzonica colombiana) e la sua finalità è la formazione dei contadini affinché diventino agenti di cambio, come leaders nel lavoro e nella crescita umana e spirituale.

Radio Echi del Caguán

Se si può contare su un sostegno finanziario, è fattibile raggiungere la popolazione con potenzialità e situazioni particolari che adeguatamente guidata, costituisce la base di una nuova società in questo tempo di post conflitto e costruzione della Pace.

Come istituzione educativa, la Cittadella Amazzonica conta sul riconoscimento a livello municipale e dipartamentale nell’area della teconologia, convertendosi in una esperienza educativa innovatrice, che coniuga la formazione accademica normale e la educazione non formale e informale, preparando tecnici capaci di trasformare la realtà sociale e le relazioni agroindustriali e agroforestali per uno sviluppo sostenibile delle loro regioni, con un senso umano e solidale.

Il Progetto Educativo della Cittadella offre una preparazione per Tecnico in trasformazione di Alimenti, e si tratta di uno spazio dove si forma a livello intellettuale, culturale, tecnico e umano i giovani affinché siano loro stessi a guidare, organizzare e fortificare i loro progetti di vita come lavoratori agricoli.

Dalle necessità dell’oggi è nato un altro programma di studi che si orienta all’informatica, per permettere ai giovani di usare le potenzialità dell’informatica ed essere così più competitivi nella produzione agricola e nell’allevamento.

Questa istituzione educativa giovanile, nei suoi processi di formazione, cerca di ricostruire il tessuto sociale attraverso l’accompagnamento psico-sociale delle famiglie degli studenti , attraverso incontri ludici e pedagogici che fortifichino l’aspetto educativo integrale, in una regione tanto colpita dalle conseguenze di una situazione sociale difficile.

 

Mezzi importanti per concretizzare tutto questo sono stati la “Azione Culturale Popolare” e le “Scuole digitali contadine”. Queste ultime hanno permesso di concretizzare corsi di alfabetizzazione digitale, leadership, associazione e impresa, ecologia, pace e postconflitto, adattamento al mondo climatico e convivenza pacifica. Gli studenti stessi realizzano processi di formazione e accompagnamento delle famiglie e comunità, arrivando2016, all’incirca 2000 persone.

Circa al lavoro missionario, è evidente la dimensione di consolazione, caratteristica del nostro carisma di Missionarie della Consolata, in quanto ci troviamo in un luogo che esige un’azione costante e un accompagnamento ai giovani e alle loro famiglie, con la possibilità di coinvolgere altri enti e persone in progetti di solidarietà e cooperazione missionaria.

Sr. Rubiela Orozco Gómez, MC

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Quanti bambini ci sono nella tua classe?

 

La società multietnica, la sfida dell’integrazione e la passione di una maestra

Tempo fa in rete ho visto una vignetta in cui un padre chiedeva alla figlia: “Nella tua scuola ci sono stranieri?”, e la bimba rispondeva: “Non so, nella mia scuola ci sono solo bambini”. Questa è la domanda che più spesso mi sento fare dalle persone quando scoprono che sono un’insegnante: “Quanti stranieri hai nella tua classe?”. E io, come la bambina, spesso mi trovo a dovermi concentrare per dare una risposta, perché quando entro in classe non vedo italiani o stranieri, vedo bambini.

la maestra Loredana, autrice dell’articolo, laica missionaria della Consolata

Ho lavorato per 15 anni in una scuola primaria (quella che un tempo veniva chiamata elementare) di Torino che oggi può essere definita “multiculturale”, “multietnica”, “ad alto flusso migratorio”; insomma, dove la realtà delle classi conta un 70% – 80% di alunni che provengono da tutte le parti del mondo, in particolare da Romania, Moldavia, Albania, Marocco, Turchia, Egitto, Nigeria, Senegal, Bangladesh, Cina, Perù, Bolivia, Brasile e altri bambini che provengono dai campi nomadi della cintura di Torino.

È evidente che una realtà così variegata porta con sé grandi ricchezze, ma anche grandi sfide legate all’inserimento, all’accoglienza, al rispetto dell’altro ed è per questo che nella scuola si cerca di lavorare per fare in modo che ogni alunno possa raggiungere non solo un significativo livello di istruzione, ma anche la capacità di rispetto e accoglienza delle diverse identità e delle diverse culture.

Lavorare in un contesto di questo tipo richiede di mettere in atto strategie e risorse per far sì che l’integrazione diventi reale, ad esempio collaborando con associazioni del territorio e servendosi dell’intervento di esperti. Così abbiamo usufruito del laboratorio “150 giochi di ieri per domani” che aveva lo scopo di far conoscere giochi del passato, dove molti bambini stranieri hanno riconosciuto giochi che facevano parte anche della loro cultura. Inoltre, in un laboratorio di multimedialità, è stato realizzato un videoclip sull’immigrazione passata e recente del nostro Paese.

La scuola diventa così una vera e propria “palestra” nella quale insegnanti, bambini, famiglie si preparano e crescono per affrontare quello che è il nuovo tipo di società che piano piano si sta formando.

Le difficoltà da affrontare sono molte: in alcuni casi sono di tipo linguistico, di apprendimento, in altri di comportamento, di difficoltà a stabilire regole comuni di convivenza e, a volte, anche difficoltà di tipo culturale. Ad esempio, le aspettative nei confronti della scuola di una famiglia marocchina sono molto diverse da quelle di una famiglia cinese o rumena. Altre volte ci sono differenze nel modo di intendere l’educazione dei figli.

Queste difficoltà, non sempre risolvibili in tempi brevi (a volte nemmeno in anni!), possono trovare una strada per essere superate innanzi tutto con un atteggiamento positivo ed accogliente da parte degli insegnanti: spesso siamo noi adulti che abbiamo più difficoltà a lasciarci coinvolgere nella conoscenza dell’altro, ma, nello stesso tempo, siamo noi che possiamo fare la differenza.

A volte dimentichiamo che i bambini ci guardano e che hanno una grande capacità di cogliere i nostri comportamenti molto più delle nostre belle parole.

È per questo che è molto importante cercare di costruire con le famiglie e con i bambini relazioni positive, stabilire regole condivise, di conoscere meglio le culture da cui provengono perché, anche se ormai le ultime generazioni sono nate qui in Italia, ci sono dei retaggi culturali molto forti che, se non si conoscono, possono portare ad incomprensioni.

È interessante però osservare come i bambini riescano a mettere in atto strategie di relazione che spesso da adulti non siamo in grado di utilizzare o di proporre.

Ho potuto sperimentare che i bambini hanno una capacità di incontro molto più libera rispetto agli adulti, perché non hanno ancora molte sovrastrutture date da pregiudizi o preconcetti. Sanno trovare soluzioni originali per risolvere conflitti, sanno collaborare mettendo a disposizione le proprie competenze e le proprie conoscenze proprio perché nell’altro non vedono lo straniero, ma vedono un bambino come loro. Molto raramente mi è capitato di vedere conflitti legati a questioni culturali, anzi, poter far conoscere un dolce, una tradizione, una canzone, un ricordo del Paese d’origine (italiano o straniero che sia) dà loro la possibilità di imparare a conoscersi meglio e ad arricchirsi non solo culturalmente ma anche personalmente.

Certo, a volte possono esserci delle chiusure, dei fraintendimenti, dei conflitti che, tuttavia, possono essere superati con il dialogo e con il rispetto.

Anche ora che lavoro in un contesto diverso, dove numericamente i bambini stranieri sono di meno, è evidente che l’incontro con l’altro passa attraverso piccoli e quotidiani gesti di accoglienza.

Forse la sfida più grande, la più difficile per noi adulti, è quella di trovare il modo giusto per accogliere il diverso senza la paura di perdere qualcosa di sé o meglio far sì che ciascuno si rafforzi nella propria identità (personale, culturale…) nell’incontro con l’altro.

Il modo di affrontarla è quello che farà la differenza in un futuro non molto lontano, quando mi sentirò chiedere: “Quanti bambini ci sono nella tua classe”?.

Loredana Mondo

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Verso il nuovo: il Collegio Santa Teresita

Suor Ruby ci racconta la sua esperienza nel Collegio Santa Teresita di Mendoza, in Argentina

Suor Ruby (al centro) nella cappella del Collegio

Sono arrivata in Argentina a metà gennaio dell’anno scorso, e sono stata destinata alla missione di Mendoza, nel Collegio Santa Teresina, e qui mi trovo attualmente: oltre ad accompagnare le attività della scuola, seguo anche un gruppo di giovani in discernimento vocazionale.

Arrivando a Mendoza, ho trovato un Collegio in processo di cambio, e in questo articolo vorrei condividere con voi i passi dati fino ad oggi e la riflessione che li ha guidati.

Il passaggio della gestione del Collegio al personale laico.

La riflessione sulla Parola di Dio: “Io sono la vite, voi i tralci… date frutto uniti a me…” ha illuminato il processo, che si è sviluppato secondo vari aspetti:

  • credere nella capacità dell’altro
  • offrire opportunità per lo sviluppo dei doni
  • sviluppare creatività e apprezzare la bellezza della diversità
  • dar fiducia, aprendoci alla collaborazione reciproca, più ampia
  • potenziare nuove iniziative, adattandoci alle culture e ai tempi
  • aiutare la crescita verso la responsabilità
  • coltivare la comunione, lo spirito di famiglia desiderato da Padre Fondatore, il Beato Giuseppe Allamano

Si sono realizzate varie riunioni  con la presenza delle sorelle, del personale direttivo e dei genitori degli studenti la cui finalità era una coscientizzazione, confronto con altre istituzioni educative, tra le quali i Collegi IMC Consolata (Guaymallén di Mendoza) e San Francisco (Córdoba)

A metà 2013 si è iniziato un processo di rinnovamento nel Collegio Santa Teresita: cambio nella direzione della scuola superiore e passaggio della rappresentanza legale a un laico (fino a quel momento una sorella si occupava di questo ruolo).

i ragazzi in formazione nel cortile interno del Collegio

Per coprire la direzione delle superiori è stato pensato un processo di selezione aperto a coloro che ne erano interessati, che dovevano presentare un progetto di gestione educativa e sottoporsi ad altri tipi di valutazione. La professoressa Eliana Quiroga nel novembre di quell’anno è diventata la direttrice del Collegio e si è dimostrata molto competente, oltre che aperta a integrare la pedagogia allamaniana e il carisma al suo lavoro.

Per tutto il 2014 si è respirata aria di novità nel Collegio, e nonostante la sfida del cambio – che normalmente come esseri umani si deve affrontare – il clima vissuto era di un lavoro armonico.

In questo anno si è deciso che la Direttrice delle Superiori si adattasse alla sua funzione, organizzando amministrativamente e tecnicamente l’equipe di precettori, la segreteria, i docenti, i genitori e gli alunni): è stato un salto, un cambio non indifferente nel Collegio.

A fine anno si valutavano come positivi alcuni cambi di gestione e amministrazione, cosicché nel 2015 si passa ad un altro cambio: la rappresentanza legale passa nelle mani del Professor Norberto, e non più come responsabilità di una suora missionaria.  Si conformano così un’ equipe direttiva, un equipe di coordinamento della Pastorale, con a capo Camila Rozales, che insieme alle sorelle inizia a lavorare nel progetto di gestione educativa che ha come pilastri la comunità e la missione, con forte accento nella pedagogia allamaniana.

il Beato Allamano guida i passi del Collegio

In quest’anno si cambiano anche i direttivi della scuola primaria. In questa nuova organizzazione le Missionarie della Consolata disimpegnano un nuovo ruolo:

  • accompagnamento generale di tutti i settori ed equipes
  • pastorale dell’ascolto
  • accoglienza di genitori e alunni, rispettando i ruoli
  • accompagnamento spirituale
  • speciale attenzione alla catechesi e all’applicazione della Metodologia Allamaniana
  • coltivare l’amore alla Consolata e al Fondatore
  • promozione vocazionale
  • attenzione al Carisma, perché la comunità educativa sia una famiglia che viva concretamente il messaggio di Gesù: “Amatevi gli uni gli altri”, “Che tutto siano UNO”.

Tutti questi passi hanno dato il loro frutto: oggi si respira un buon clima di lavoro e di convivenza e si sono concretizzati alcuni sogni, tra cui l’inaugurazione di un cappella nel Collegio, che permette di avere uno spazio fisico per la crescita spirituale, ponendo al centro della struttura un’oasi di incontro con Dio e di pace.

Ringrazio l’opportunità di stare in questo ambito di lavoro, che considero una grande ricchezza, è come un ventaglio che si apre ogni giorno di più al mondo missionario. Così come ringrazio le sorelle che, passando qui, hanno fatto tanto del bene e hanno dato inizio al processo di cambio.

Suor Ruby Idali Sánchez

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