Cuori di vetro

Suor Marta Elena è una missionaria della Consolata argentina dai molti talenti, tra i quali spiccano due: la capacità di avvicinarsi all’altro e due mani da artista che creano cose meravigliose. Questi due aspetti si sono uniti in un’ alchimia speciale che dà come risultato un modo originale di donare la consolazione. Entriamo, perciò nel suo taller, nel suo laboratorio artistico e lasciamoci stupire…

Si sa, le donne molte volte portano il peso della famiglia e sono oggetto di violenze psicologiche e fisiche. Sono come cuori di vetro: belli e fragili allo stesso tempo, che bisogna prendere in mano con attenzione e cura, ma che non perdono la loro bellezza.

Da un po’ di tempo, suor Marta Elena si è specializzata nella lavorazione del vetro, e ha già prodotto alcune vetrate, oltre ad diversi oggetti. Nella casa di Mendoza, dove risiede da alcuni anni, ha fatto spazio a “cuori di vetro”, preparando un piccolo laboratorio artigianale dove insegna l’arte del vetro a donne in difficoltà. Da pezzi di bottiglia, e frammenti vitrei di ogni colore e dimensione, escono fuori orecchini, piatti, posaceneri, portaincenso… Ma questo è solo un pretesto: la vera finalità è creare uno spazio positivo per signore, alle volte molto giovani, che la vita non ha trattato molto bene.

Così ci racconta suor Marta Elena:

“La finalità del laboratorio è la creazione di uno spazio artistico contro la violenza, azione e prevenzione”.         Il taller ha generato un’attiva partecipazione tra le donne, di distinta condizione sociale. Ci sono donne giovani, altre più grandi, mamme di familia e mamme single, studenti. Con questa attività trovano la possibilità di esprimere desideri ed esperienze in un modo creativo e libero. In questo spazio di affetto, rispetto e ascolto, il lavoro artístico dà loro la possibilità di un incontro più profondo con sè stesse e di conseguenza aumenta l’ autostima.  Godono nel creare e manifestano molto entusiasmo e gioia scoprendo i propri personali talenti, e ciò che sono capaci di fare e produrre.  Loro stesse raccontano che gli incontri nel taller sono motivo di crescita nella fiducia di sè stesse e servono per alleviare i carichi emozionali, di trovare molta pace e forza. Lo considerano come una reale terapia per le loro vite. Alcune iniziano a chiedere un ascolto personale, che noi diamo molto volentieri”.

Oltre al lavoro del vetro, ci sono altre iniziative artistiche, quali il decoupage, la produzione di cestini di carta, lavori a maglia e oggettistica con materiale riciclabile. Una scuola di arte ha reso disponibili alcune student dell’ultimo anno affinchè facciano il loro tirocinio un giorno alla settimana per due mesi.

“E così, poco a poco ci stiamo organizzando, per poter rispondere ai bisogni più profondi delle donne, per migliorare la qualità della loro vita, la maggior parte di esse sono persone vulnerabili a livello affettivo, psicologico e fisico”.

Il luogo che accoglie il laboratorio artistico, grazie all’aiuto di varie famiglie che hanno aderito al progetto, è stato ristrutturato per rendere adatto lo spazio: sono state messe pareti in cartongesso, sono state cámbiate le lamiere del tetto,   abbiamo pitturato le pareti e aggiustato il pavimento, sono state messe porte e finestre, armadi e scaffali per porre i lavori.

“Manca ancora del materiale isolante per il tetto che, essendo di lamiera, nell’inverno lascia entrare il freddo, così come è necesario comprare una stufa”

Con le offerte giunte, è stato comprato anche il materiale per i lavori artistici, e si coltiva un sogno: “Con il tempo, comprare piccoli forni per le donne più bisognose, perché possano lavorare in casa nella produzione di bigiotteria in vetro”.

La finalità del taller sarà sempre l’arteterapia, ma non si chiudono le porte a sviluppi, piccoli e significativi, come questo… sognare fa bene al bene!

Suor Stefania Raspo e suor Marta Elena Ahumada, mc

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Donne e Chiesa

L’autrice dell’articolo è coordinatrice capo del Servizio Culturale de “L’Osservatore Romano” e collabora nella redazione della rivista “Donne, Chiesa, mondo”. Le siamo grate per questo valido contributo ad un tema molto attuale nella Chiesa di oggi.

Città del Vaticano, giovedì 12 maggio, aula Paolo VI: parlando a braccio, Papa Francesco risponde alle domande che, rispettose ma determinate, gli vanno rivolgendo le religiose dell’Unione internazionale delle Superiori generali ricevute in udienza. Se già è significativo che alle coraggiose sorelle il Pontefice abbia risposto senza tergiversare, prima ancora questo incontro ha costituito un momento sorprendente perché, accettando di dialogare con le religiose da pari a pari, Papa Francesco ha innanzitutto, implicitamente ma pubblicamente, ascoltato la loro voce. Cosa che invece, per solito, i vertici della Chiesa non fanno.

Eppure, dati alla mano, fingere che le donne non esistano all’interno del cattolicesimo dovrebbe essere impossibile: su 14 consacrati, infatti, ben 13 sono donne (per la precisione, le religiose nel mondo sono 702.529, i religiosi 55.314). Eppure, in questa impresa di “non ascolto” della voce femminile la Chiesa è maestra. Nonostante le donne siano le protagoniste, a livello concreto e organizzativo, di tutto il preziosissimo lavoro di assistenza, cura e aiuto che il cattolicesimo presta nel mondo; nonostante scrivano, studino, discutano e propongano, al tavolo della Chiesa non v’è posto per le donne. Niente spazio nei luoghi in cui si programma, pochi ruoli di responsabilità, pochi compiti decisionali.

Basti un esempio: mai una donna è stata posta a capo di una congregazione o di un pontificio consiglio. Nelle 9 congregazioni esistenti (le congregazioni sono i dicasteri della curia romana che collaborano con il Papa nel governo spirituale e materiale della Chiesa) v’è una sola donna sottosegretaria, suor Nicla Spezzati. Stesso identico dato per i ben 12 Pontifici consigli (uffici sorti a partire dal Concilio, riconosciuti come dicasteri dalla costituzione apostolica Pastor bonus del 1988): la sola sottosegretaria è Flaminia Giovanelli.

Molte donne cattoliche sono stanche di questa situazione. E, quando riescono, si fanno sentire. Una costruttiva polemica è scoppiata, ad esempio, in prossimità dell’apertura dell’ultimo conclave, nei giorni in cui si sono riunite le congregazioni generali, cioè le riunioni a cui partecipano tutti i cardinali (anche non elettori) in cui, fissando una sorta di elenco di priorità, si affrontano le questioni più rilevanti per la vita della Chiesa. Ebbene, nessuna donna è stata chiamata a prendere la parola. La voce femminile, infatti, non è prevista dagli statuti: per farle parlare, bisognava cambiare le leggi. Eppure sarebbe davvero importante che i cardinali ascoltassero anche le badesse, le Superiori generali degli ordini, le laiche più autorevoli. Che ascoltassero, cioè, anche il punto di vista delle donne cattoliche.

E dire che – come dimostra il loro impegno quotidiano, coraggioso e intelligente – le donne hanno un’esperienza preziosa da condividere. Proprio per questo, nel marzo 2012, decidemmo di dar vita al mensile de “L’Osservatore Romano” “Donne Chiesa Mondo”, diretto da Lucetta Scaraffia: non per chiedere o rivendicare, ma per raccontare quanto le donne cattoliche, laiche e religiose, fanno in ogni parte del mondo. E in quattro anni di vita, lo spazio è sempre stato troppo poco: a ogni riunione di redazione, individuato il tema da indagare, il materiale che restava fuori è sempre stato tantissimo. Abbiamo a disposizione venti pagine a numero, ma per esaurire le realtà che meriterebbero di essere raccontate potremmo scrivere ogni volta una monografia.

Dalle storie raccontate sul mensile, è emerso un dato interessante: se infatti a livello centrale la Chiesa resta sorda all’esperienza femminile, a livello locale invece le conferenze episcopali prestano grande ascolto alle donne, arrivando ad affidare loro posizioni di comando.

le donne sagge nei mosaici ravennati

Per ben 25 anni, ad esempio, la tesoreria dell’arcidiocesi di Vienna, e cioè quella parte di amministrazione che gestisce i soldi e le proprietà dell’arcidiocesi più importante dell’Austria, è stata affidata a Brigitta Klieber. Denaro, potere e responsabilità: tre aspetti tradizionalmente di pertinenza maschile sono dunque stati a lungo nelle mani di una laica. “Nel 1987 – ci ha detto Klieber – suscitò clamore la nomina di una donna come direttrice di un ufficio così grande e così importante. È stato senz’altro un fatto “straordinario”. Del resto, se nonostante la sua ottima preparazione professionale Klieber è arrivata a svolgere un ruolo direttivo solo per caso, la riconferma è arrivata grazie alle capacità dimostrate sul campo. Alla domanda su come siano stati i rapporti con l’arcivescovo, Klieber ha risposto: “Come economa sono obbligata a fare presente le conseguenze finanziarie di ogni decisione che viene presa. Considero però altrettanto importante l’efficacia pastorale. Mi ha fatto quindi piacere quando il cardinale Schönborn, nelle sue parole di saluto, ha sottolineato di aver particolarmente apprezzato, nel mio lavoro, questa combinazione di visione finanziaria e pastorale. E in questi 25 anni ho potuto constatare nel lavoro quotidiano che l’arcivescovo, quando prende decisioni, tiene seriamente conto dei miei consigli. Questi 25 anni nella tesoreria sono stati un tempo appassionante. Proprio in questi tempi in cui le entrate a medio termine si riducono in modo tangibile, la distribuzione equilibrata dei contributi per la Chiesa per i suoi numerosi compiti costituisce una grande sfida. (…) Siamo riusciti da un lato ad aumentare solo moderatamente il contributo annuale dei cattolici, dall’altro ad adempiere ai molti obblighi finanziari senza contrarre debiti”. E a riuscirci è stata una donna.

Ma quella di Klieber è solo una delle tante storie che la Chiesa farebbe bene a tenere presente. Ricordando sempre, come ha precisato suor Małgorzata Chmielewska (superiora della Comunità Pane della Vita), che “il problema non è il sacerdozio femminile, né il mio sogno è quello di diventare vescova: vorrei soltanto che l’esperienza delle mie sorelle che vivono la fede fosse considerata una ricchezza della Chiesa”.

Giulia Galeotti

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La diaconia del dialogo

Il profilo di tre donne che, pur nella grande diversità di temperamenti, ruoli ecclesiali e vicende vissute, si sono poste al servizio del dialogo e della comunione

Edith Stein

Edith Stein

Ebrea tedesca, filosofa, cattolica, monaca carmelitana col nome di Teresa Benedetta della Croce, uccisa nelle camere a gas di Auschwitz il 9 agosto 1942. Il 1° maggio 1987 viene beatificata da Giovanni Paolo II come martire per la fede; l’11 ottobre 1998 è proclamata santa e, l’anno successivo, compatrona d’Europa insieme a Santa Brigida di Svezia e a Santa Caterina da Siena.

Tra le poche testimonianze che abbiamo sui suoi ultimi giorni di vita, quella di un superstite che la vide al campo di smistamento di Westerbork, dove Suor Benedetta rimase alcuni giorni prima di essere trasferita ad Auschwitz, ne descrive il comportamento calmo e capace di donare consolazione ai suoi compagni di prigionia, e l’atteggiamento di cura amorevole verso quei bimbi che le madri, cadute in uno stato di disperata prostrazione, non riuscivano più ad accudire.

Sono gli ultimi gesti che ci sono stati tramandati di questa donna che ha accolto il disprezzo e l’annientamento di se stessa in totale solidarietà con il popolo ebreo cui apparteneva, e nell’unione più profonda con il Dio rifiutato e crocifisso.

La conclusione della sua esistenza è anche il punto di arrivo di un itinerario segnato dalla tensione verso l’“altro” e la sua verità. Infatti, benché nata in una famiglia ebrea profondamente osservante, Edith si era allontanata nella prima adolescenza dalla pratica religiosa; furono il suo percorso di ricerca, prima intellettuale (fin dai suoi studi fenomenologici con Husserl, sull’empatia come processo esperienziale interiore che mette in relazione con l’alterità) e poi spirituale, e il confronto con amici protestanti a condurla fino alla scoperta della fede e all’incontro, in Cristo, con l’“assolutamente Altro”. Ricevuti il Battesimo e la Prima Comunione il 1 gennaio 1922, a 31 anni, desiderò subito dedicarsi alla vita contemplativa, ma le fu concesso di seguire la sua vocazione solo nel 1933 – anno dell’ascesa di Hitler al potere e della promulgazione delle leggi razziali –  quando entrò nel Carmelo di Colonia, dopo anni dedicati agli studi filosofici e teologici, all’attività di conferenziera e all’insegnamento.

Fu lei stessa a dichiarare di essersi sentita profondamente ebrea dopo il suo Battesimo: la sua, quindi, non fu tanto una conversione dall’ebraismo al cattolicesimo, quanto dall’indifferenza religiosa alla fede in Cristo. Nel testamento spirituale che scrisse il 9 giugno 1939, si dichiarò disposta ad accogliere qualsiasi morte Dio intendesse riservarle, per la salvezza del suo popolo, della Germania e per la pace nel mondo.

Divenne così anche una figura-ponte tra le due fedi: “eminente figlia d’Israele e figlia fedele della Chiesa”, come la definì Giovanni Paolo II nell’omelia per la sua canonizzazione.

 

Madeleine Delbrêl

A diciott’anni scriveva: “Dio è morto, viva la morte!”, proclamando il suo ateismo e l’assurdità dell’esistenza umana. Due anni dopo, nel marzo 1924, vive l’esperienza folgorante dell’incontro con Dio e inizia un cammino di conversione: “Ero stata e sono rimasta abbagliata da Dio. Mi era, come mi resta, impossibile mettere sulla stessa bilancia Dio da un lato e dall’altro tutti i beni del mondo” (Noi delle strade).

Da allora la sua intelligenza e vivacità, il suo talento di scrittrice e poetessa, la sua formazione di infermiera e assistente sociale furono messe completamente al servizio di Dio, nella Chiesa.

Abbandonata l’idea, anche per obblighi familiari, di entrare nel Carmelo, nell’ottobre del 1933, con due compagne di scoutismo, partì per Ivry-sur-Seine, sobborgo industriale di Parigi e roccaforte del comunismo, dove le condizioni massacranti di vita e di lavoro alimentavano l’anticlericalismo e l’ateismo più radicali. La scelta di Madeleine e delle sue compagne – rivoluzionaria per quei tempi – fu vivere i consigli evangelici in una vita laicale, completamente immersa nel mondo, condividendo in tutto la vita della gente comune. Fondarono così la prima di quelle che sarebbero state chiamate le “Équipes della Carità”.

La certezza che la mosse è che essere, con la Chiesa, laddove la volontà di Dio chiama, in qualunque situazione e con qualunque mansione, è autentica missione; e il luogo privilegiato per la missione è proprio quello che appare più lontano da Dio, e dunque più assetato e bisognoso di salvezza. Il mondo diviene così dunque luogo di santificazione in cui immergersi come in Dio stesso e l’ateismo dei fratelli la condizione più favorevole per l’annuncio evangelico. “Quello che ci interessa – scrisse in Città marxista, terra di missione – è che un Dio amato da noi e che ama ciascun uomo per primo, ciascun uomo possa, come noi, incontrarlo”.

Morì improvvisamente, il 13 ottobre 1964, pochi giorni prima del compimento dei 60 anni.

È in corso il suo processo di beatificazione.

 

Maria Vingiani

 In un incontro diocesano di formazione ecumenica, tenuto a Torino il 15 novembre 1997, Maria Vingiani introdusse il suo intervento sul tema “Dialogo con gli Ebrei”, con queste parole chiare e decise: “Direte che il tema del dialogo con gli Ebrei non c’entra con la vocazione cristiana; e invece tutto il mio intervento, se riuscirò ad essere oggettiva, dovrà significare soltanto questo: non c’è vocazione cristiana – testimoniare Cristo e vivere per lui nella storia e nella Chiesa – se non nella chiamata a dialogare con il popolo ebreo, la radice, il luogo d’innesto della vita cristiana”.

La convinzione che il dialogo con l’ebraismo sia il punto di partenza imprescindibile per il cammino ecumenico è, infatti, la peculiarità del SAE (Segretariato Attività Ecumeniche), un’Associazione interconfessionale di Laici di cui la Vingiani è stata la fondatrice e la Presidente fino al 1996.

Lei stessa racconta, in una memoria storica reperibile sul sito del SAE, il nascere della sua vocazione all’ecumenismo: la scoperta dolorosa e sconcertante per lei, giovane studente cattolica a Venezia, della disunione e ostilità tra cristiani; la chiamata, maturata nella preghiera e nello studio del movimento ecumenico europeo, a farsi carico di questa divisione per comprenderla e superarla. Erano gli anni successivi alla Seconda guerra mondiale quando, in clandestinità e a rischio di scomunica – ma sempre in dialogo obbediente con il Patriarca di Venezia, Piazza, che la autorizzò, non senza grande preoccupazione, a frequentare i luoghi di culto protestanti – la Vingiani iniziò ad organizzare incontri (lei unica cattolica) con alcuni Pastori protestanti e qualche laico evangelico: inizialmente su problemi socio-culturali della città – collegati anche al suo impegno di Assessore alle Belle Arti – poi, finito il tempo della clandestinità, su temi biblici. Il lavoro comune di studio e confronto sulla Parola di Dio, vissuto nel dialogo e nel servizio, fu il metodo più idoneo per combattere la tradizionale intolleranza reciproca e la contrapposizione tra membri di confessioni diverse. Ma furono l’incontro, il 16 settembre 1957, con Jules Isaac (lo storico ebreo che, persa quasi tutta la sua famiglia ad Auschwitz, dedicò la propria vita a far riabilitare il popolo ebreo nell’insegnamento cristiano) e la profonda amicizia che ne nacque, a spingerla ad imprimere nel cammino del gruppo l’impegno di riscoperta della comune radice biblica di ebrei e cristiani e la valorizzazione dell’ebraismo, coinvolgendo il presidente della comunità ebraica veneziana. Furono così poste le fondamenta di quello che a Roma (dove la Vingiani si trasferì negli anni del Concilio) sarebbe diventato il SAE, il cui statuto porta la data del 15 dicembre 1966.

Alla tenacia di Maria Vingiani si deve lo storico incontro, avvenuto nonostante resistenze curiali che sembravano insuperabili, tra Papa Giovanni XXIII e Jules Isaac, il 13 giugno 1960, che avviò il percorso di riavvicinamento tra Chiesa cattolica ed ebraismo, poi sancito dalla dichiarazione conciliare Nostra aetate.

Paola Lamalfa

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“La donna saggia edifica la sua casa” (Proverbi 14, 1)

Il volto femminile della missione

“Grazie a te, donna, per il fatto stesso che sei donna! Con la percezione che è propria della tua femminilità tu arricchisci la comprensione del mondo e contribuisci alla piena verità dei rapporti umani ” (Giovanni Paolo II)

Noi Suore Missionarie della Consolata siamo impegnate nella promozione della donna perché l’esperienza e la realtà ci dimostrano che investire nella donna é promuovere la vita e perció il futuro dei popoli.

La donna è sempre nelle opzioni missionarie del nostro Istituto e questa galleria rivela la nostra scelta in tutte le nazioni dove siamo presenti.

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Una presenza di consolazione nell’isola Tierra Bomba

La vita missionaria in Bocachica e i passi di una comunità che cresce

 

“Io sono la vera vite, il Padre mio pota i tralci perché diano più frutto” (Gv 15, 1-2)

Questo ha fatto il Signore in questo villaggio di Bocachica, dato dalla Chiesa di Cartagena al lavoro pastorale di padri e suore missionari della Consolata per più di 20 anni.

Un’evangelizzazione fatta a “piedi scalzi” e molto vicina ai fedeli come il buon Pastore alle sue pecore: oggi ringraziamo per il “bene fatto bene”, così come lo voleva il nostro Fondatore Giuseppe Allamano.

Ecco la nostra storia:

leadears di comunità

La Parrocchia della Bahia, come era chiamata a quel tempo, aveva la sede centrale in Pasacaballos, alla periferia della città di Cartagena de Indias, e comprendeva i villaggi delle isole Barú, Tierra Bomba y Del Rosario.

I missionari della Consolata lasciarono questa missione a metà dell’anno 2000, consegnandola alla direzione dei sacerdoti diocesani di Cartagena, mentre noi suore siamo rimaste lavorando nell’isola Tierra Bomba, nella parrocchia “Madonna del Rosario di Bocachica”.

Con oltre 20 anni di presenza missionaria in questa terra, oggi si contano gruppi apostolici impegnati nell’evangelizzazione: ministri della comunione, catechisti, animatori della musica e della liturgia. E’ da sottolineare l’importanza della presenza delle donne, in una cultura marcatamente maschilista: tutti questi gruppi sono formati e diretti da donne: grazie a loro la comunità di Bocachica ha potuto mantenersi salda nella fede. Con gli anni si è potuto sviluppare un forte senso di appartenenza alla Chiesa, e grazie a questo, ogni volta che manca il sacerdote, sono loro stesse ad animare le celebrazioni, che la stessa comunità apprezza e stima.

Fin dall’inizio, la presenza delle sorelle è stata molto apprezzata dalla gente, per la testimonianza di altruismo, missionarietà e apostolicità che ciascuna missionaria della Consolata ha dimostrato. Oggi possiamo godere dei frutti di tutti questi anni di semina paziente, e ci prepariamo ora a una nuova missione: quella di consolidare una Chiesa locale, missionaria, diocesana.

l’offerta dei peccati a Gesù

Missione Bocachica: “tempo di rivitalizzazione”

Vogliamo ora condividere con voi alcune esperienze vissute in quest’anno, in particolare il tempo firte della Settimana Santa e della Pasqua.

Una Settimana Santa dai colori Afro

Quest’anno abbiamo voluto preparare, insieme ad alcuni parrocchiani, una Via Crucis nella quale non solo si è commemorata la Passione di Gesù, ma anche si sono presentati i peccati che rendono schiava la nostra comunità:  una vera e propria Via Crucis penitenziale.

E’ stata un’esperienza indimenticabile! Percorrendo le strade principali del villaggio, la gente si univa per accompagnare Gesù nella sua passione. Dopo ogni scena, veniva una donna della comunità presentando un peccato comunitario a Gesù, il quale simbolicamente lo riceveva e lo faceva appendere alla croce, che portava verso il Calvario. Furono 10 i peccati che Gesù  ha portato fino alla sua morte, mentre la gente ripeteva in coro:  “Prendi, Signore, ti diamo la nostra colpa, portala con te, carica il nostro delitto. Con la tua morte in questa croce redimirai i nostri peccati. Signore, perdonaci e abbi misericordia di noi”.

la Chiesa vestita a festa per la Pentecoste

Dopo 40 giorni dalla Pasqua, festa che celebra la vittoria sulla morte in Cristo, arriva la Pentecoste: un evento che come la Via Crucis, ha convocato e riunito la gente anche degli altri villaggi dell’isola. Una notte meravigliosa, colma di musica e preghiera, nel quale tutti abbiamo sentito e palpato la presenza di Dio in mezzo a noi, soprattutto in due momenti particolari: essendo alle porte dell’inverno, il cielo minacciava pioggia torrenziale, però grazie a Dio solo una leggera pioggerella per poco tempo. Ad un certo punto c’è stato un corto circuito e tutta l’assemblea è rimasta al buio. Gli animatori cominciarono ad applaudire e la preghiera continuò, fino a che ritornò la luce, al grido unanime di tutti: “Gloria al Signore!”.

Quindici giorni dopo, si è organizzato un incontro dal titolo: “Vita nello Spirito”, diretto dal Rinnovamento dello Spirito di Cartagena, nel quale la comunità, nella preghiera e nel raccoglimento, ha ricevuto i doni e la grazia dello Spirito Santo.

Per tutto questo, ringraziamo Dio! A lui siano date le lodi per tutto quello che fa in noi e attraverso di noi, spingendoci a continuare senza fermarsi, ad essere sempre ciò che siamo: missionarie che non conoscono limiti e frontiere.

Suor Gloria Ospina e Suor Celina Otálvaro

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Attorno ad una pentola

Tra donne ci si capisce, soprattutto attorno ad una pentola

Era la seconda visita alla comunità di Tañavillque: ci aspettavano, come programmato nel nostro primo incontro, alle 7 della mattina per la riunione con le mamme. La sera precedente, a cena, cercavamo di preparare l’incontro: che diremo loro? Su quale tema possiamo basare la nostra riunione? Eravamo un po’ indecise, per diverse ragioni: l’ostacolo più grande era il problema della lingua, infatti le donne parlano prevalentemente il quechua, e non sapevamo fino a che punto capivano lo spagnolo.

Partiamo da Vilacaya quando le prime luci dell’alba si presentano pigramente all’orizzonte: poco per volta, nel nostro viaggio tra valli e colline, i raggi del sole colorano le punte delle montagne, che ci lasciano senza parole nella loro bellezza. Arriviamo, puntuali come orologi svizzeri, alle sette spaccate. Le mamme arrivano alla spicciolata, e le scopriamo nel cortiletto dietro la scuola attorno al fuoco, indaffarate a pelare e tagliare le verdure per la minestra. Ci mettiamo anche noi attorno al fuoco, sorridendo ai bambini avvolti nell’aguayo, sulle spalle delle loro mamme. Iniziamo a chiacchierare con le signore, che si dimostrano aperte e loquaci. Ridono quando cerchiamo di spiccicare qualche parola in quechua, e sono contente quando ci mettiamo a scuola di cucina: stanno preparando la k’alapurka, una minestra a base di farina di mais, che si fa cuocere al contatto con pietre roventi. Il tempo passa, attorno alla pentola, sereno e tranquillo: tra donne ci capiamo senza tante parole, in un ambiente naturalmente femminile, quale è una cucina. Alcune si aprono con fiducia: una giovane ci racconta della sua vita e dei suoi sogni, ci fa entrare nello spazio sacro della sua storia.

Ci prendiamo in giro da sole: la notte precedente ci siamo scervellate cercando un tema da trattare a mo’ di lezione, un po’ troppo abituate a certi schemi mentali e missionari… mentre l’incontro è stato puramente e semplicemente INCONTRO!

La k’alapurka è pronta: ci trasferiamo in un’aula della scuola rurale, e ci godiamo il buon piatto. Nella cultura quechua si parla molto con il cibo, e questa k’alapurka ci dice quanto siamo ben accolte. Le donne avevano espresso il desiderio di imparare taglio e cucito e maglieria: proponiamo loro di iscriversi ad un corso, tenuto dalle suore del Bambin Gesù; con gioia constatiamo che un gruppetto è interessato alla proposta e sogna di poter sbarcare il lunario per il bene della propria famiglia e della comunità. Tañavillque è una borgata piccola e umile, ma ammiriamo la voglia di vivere di questo gruppetto di contadini che – ogni anno di più – deve lottare contro il cambio climatico che li spinge al limite della sussistenza, e forse quest’ anno alla fame.

Concludiamo l’incontro con la celebrazione della Parola. Cantiamo insieme: “La tua Parola è luce che illumina la nostra oscurità”. Sì: la tua Parola è luminosa come il sole nell’Altipiano, che splende e dona a tutti il suo calore. Ti presentiamo Reyna, Lidia, Benita… e tutte le nostre amiche di Tañavillque: sii Tu la luce e la forza che permette loro di continuare il cammino, di perseverare con tenacia in questa meravigliosa vocazione che hai affidato alla donna: di far crescere e avere cura della vita.

Suor Stefania Raspo

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La storia di Gunche

L’incontro con il Dio sconosciuto, eppure presente da sempre nella vita di una donna mongola. 

 

Gunche nacque nella campagna del nord della Mongolia, durante il regime comunista. Quando era piccola, suo padre era solito dirle: “Quando sarai grande, dovrai rispettare Dio, perché c’è un Dio che è il Signore del cielo e della terra, e tu devi rispettarlo. In Lui solo devi credere”. Comunque, il papà di Gunche non le spiegò mai dove si trovava questo Dio, o qual era il suo nome, probabilmente nemmeno lui lo sapeva.

 

Dio ti proteggerà sempre

La ragazza crebbe senza conoscere altro su Dio, solo sapeva che c’era. Gunche oggi ricorda che, anche se in quel tempo la religione era proibita, ogni tanto la gente parlava di Dio: egli esisteva, ed era buono, molto buono, ma non c’era ancora in Mongolia. Un giorno, un uomo anziano, amico di famiglia, molto stimato per la sua saggezza, le disse: “Non preoccuparti: Dio ti proteggerà sempre. Un giorno troverai una persona che ti condurrà sulla strada giusta.

Ancora giovane, nel 1970, Gunche fu scelta per partecipare ad un corso di sei mesi sulla confezione di vestiti di lana, in Bulgaria. Un giorno, visitando la città dove studiava, entrò in un grande edificio e capì che si tratta di un luogo di lode: non sapeva che si trattava di una Chiesa, ma intese che era un luogo santo.

L’incontro con Dio e con sua madre

Entrando, vide una bellissima imagine di una madre con un bambino: era così toccante che pensò: questo deve essere il Dio buono di cui parla la mia gente, e Lei deve essere sua madre. Vicino alla Chiesa c’era un negozio: entrò e comprò una copia di quella immagine. Ritornando in Mongolia, soleva portare con sé l’immaginetta ovunque andava, e alle volte pregava pure al suo Dio sconosciuto.

Gunche si ammalò, a causa del lavoro che faceva, e non riuscì a guarire più. Allora si ricordò del vecchio uomo saggio , che un giorno le disse che Dio l’avrebbe protetta, e così pregò: guarì senza andare dal dottore e senza prendere medicine, sperimentando così che Dio era buono verso di lei, che egli era con lei. Ma ancora Gunche non conosceva Dio…

Qualche anno dopo, al lavoro, qualcuno le rubò l’immaginetta dalla borsa. La cosa la intristì tanto: pianse per giorni e giorni, la cercò ovunque, senza trovarla. Sentiva che aveva perso qualcosa di molto importante. Cercò in ogni dove, senza risultato, ma comunque non lasciò la ricerca: pensava che un giorno l’avrebbe ritrovata nuovamente.

Il ritorno della giovane donna

Nel 1996, quando la Mongolia era divenuta una nazione democratica, Gunche si ammalò di nuovo. Consumata dalla malattia, costretta a letto, sognò di stare sdraiata ai piedi di un albero quando una donna vestita di bianco le si avvicinò: Gunche si chiedeva come avesse fatto ad entrare nella sua camera, che era chiusa a chiave. Poi vide del fuoco che entrava dalla finestra. Il giorno dopo si svegliò, sentendosi molto bene e chiedendosi chi era quella giovane donna che aveva sognato.

Un paio di mesi dopo, alla TV stavano trasmettendo un programma che raccontava la storia di Gesù, e fu allora che Gunche capì che la ragazza che le era apparsa era Maria, e che lei l’aveva guarita. Perciò capì che l’unica cosa importante da cercare era Gesù, insieme a Maria, poiché sentiva che erano sempre insieme.

Il desiderio di conoscere Gesù

Il tempo passò, Gunche tornò a vivere nella capitale Ulaan Baatar con la sua famiglia. Doveva fare diversi lavori per mantenere gli studi di sua figlia. In segreto, continuava a coltivare il desiderio di conoscere Gesù. Nello stesso tempo sua figlia, senza che lei lo sapesse, era diventata cristiana: non glielo aveva mai detto per paura che la madre glielo proibisse.

Dopo quattro anni, la figlia terminò gli studi e trovò lavoro, e così Gunche decise che era il suo momento di cercare una chiesa e conoscere Gesù. La figlia le chiese di andare nella stessa sua chiesa, e lei accettò: era la Parrocchia cattolica Santa Maria.

Arrivando nella chiesa, Gunche trovò la statua della Madonna: la stessa imagine che aveva comprato tanti anni prima, e siccome Maria vestiva una tunica, pensò che era la giovane donna del sogno durante la sua malattia. Che sorpresa! L’aveva ritrovata!

Dopo due anni di catecumenato, Gunche ricevette il Battesimo, ed ora è molto felice della sua scelta. Sa che Dio l’ha guidata in ogni momento, sa che Dio l’ha cercata in ogni istante. Come cristiana impegnata, fa servizio nell’apostolato di San Vincenzo,  “Dio ci purifica con il suo amore e per questo le nostre vite cambiano” dice con sicurezza: ha fatto esperienza della forza che il Signore dà per poter amare tutte le persone.

“Dio ci ama e ci accoglie come siamo, così noi dobbiamo dare agli altri l’amore che noi stessi abbiamo ricevuto. Questa è la cosa giusta da fare: amare gli altri con l’amore di Cristo”.

Suor Sandra Garay

Il sito della missione cattolica di Arvaikheer: clicca qui

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Tessendo la vita

La vita della donna Wichi in Comandancia  Frías, nel Chaco (Argentina), con le sue lotte quotidiane e la presenza di Dio Consolatore.


“Animali adatti per il clima dell’Impenetrabile, il clima più duro del paese…” dice la pubblicità della radio locale, promossa da una azienda agricola che alleva tori riproduttori. Annuiamo con la testa: stiamo viaggiando nel fuoristrada, per ore e ore sul cammino sterrato, fuori il sole scalda spietatamente e mette a dura prova le ruote che saltano sul terreno rovente: sì, siamo d’accordo, l’Impenetrabile ha il clima più duro dell’Argentina, e grazie a Dio all’interno del veicolo abbiamo l’aria condizionata!

La vita delle donne WIchi
Anche i visi delle persone testimoniano la severità della vita da queste parti: sono solcati da rughe profonde, che vengono presto: ci sono donne di 40 anni che sembrano averne 60, e in realtà non ci sono molti anziani a Comandancia Frías, segno che la maggior parte della gente non arriva alla terza età.

Tutto inizia presto e finisce presto: nell’orto i semi germogliano in fretta, ma poche piante sopravvivono ai raggi del sole e all’aria calda del Vento Nord. E’ così anche per la vita delle persone: le donne – soprattutto le donne Wichi – hanno il primo figlio ai 14-16 anni, e i nipoti a 30-35. Le vedi camminare per il paesino con vestiti sgargianti, in nessun momento si muovono da sole: con una figlia, o un nipote, o una sorella, sempre silenziose, anche quando le salutiamo per la strada, ricevendo in cambio un loro sorriso.

Alle volte bussano alla nostra porta per vendere gli oggetti del loro artigianato: borse, astucci, soprammobili tessuti pazientemente con il filo che si ricava dal chaguar, una pianta grassa come l’agave, che loro stesse raccolgono, battono per ricavare le fibre e poi filano. Il lavoro artigianale delle donne Wichi dice molto della loro vita: sono necessari tempi lunghi (per confezionare una borsa di media grandezza lavorano 3-4 settimane), un lavoro fatto con pazienza e nel silenzio, la cui vendita permette loro di ricevere qualche spicciolo, che subito usano per comprare alimenti per la famiglia. Allo stesso modo, le donne Wichi vivono la loro vita nel silenzio e con la pazienza tipica delle madri, tessendo la vita della famiglia, lavorando sempre per il bene dei propri figli.

La storia di Elva
Era un sabato mattina, quando Elva bussò alla porta, e non veniva per vendere artigianato. La notte precedente c’era stato un ballo in paese, vicino a casa sua, e come spesso accade erano sorti conflitti tra i giovani Wichi e i Criollos (termine che in Comandancia Frías si usa comunemente per indicare i non aborigeni, anche se di per sé si dà questo nome ai discendenti dei figli di un bianco con un’aborigena). Ma la cosa era andata molto più in là delle solite risse tra ubriachi: qualcuno aveva sparato e due bossoli di cartuccia si erano conficcati nella parete esterna di casa sua. Elva era molto agitata, non voleva che anche questa volta tutto rimanesse nella impunità.
Due giorni dopo la accompagnammo al Giudice di Pace (unica autorità giudiziaria presente nel paese) insieme ad un poliziotto. Elva raccontava l’accaduto, il poliziotto dava la sua versione dei fatti, cercando di dissuaderla a fare una denuncia, mentre il giudice rimaneva impassibile.
Noi due sorelle cerchiamo di mediare: da un lato Elva vuole che si faccia giustizia per quegli spari che potevano uccidere lei o i suoi, dall’altra il poliziotto che inizia a parlare della cattiva condotta dei nipoti della donna. Ma non c’è verso di distinguere le due cose, che entrambe sono vere.

Il Dio Consolatore
Di solito le donne Wichi parlano poco, non si alterano e non dimostrano pubblicamente i propri sentimenti. In questa occasione, Elva al contrario non taceva, però di fronte al muro del non ascolto, iniziò a dimostrare dapprima rabbia, poi rassegnazione, quindi scoppiò in un pianto dirotto. Dio mio, quel pianto! Un grido che veniva dal profondo del suo essere, e ci straziava il cuore. Non era semplicemente quella situazione a farla piangere, questo era evidente: era il pianto di una vita ripetutamente violentata nella sua dignità, era il pianto di un popolo da secoli calpestato e disprezzato. Al culmine della disperazione, Elva iniziò a pregare nella sua lingua: invocava la presenza del Padre, di Gesù Cristo, dello Spirito Santo (le uniche parole che riuscivamo a capire), in una supplica che coinvolgeva ogni fibra del suo corpo e del suo essere. E se la preghiera era iniziata nella tensione totale, a poco a poco percepimmo la venuta di Dio, del Dio consolatore, che gradualmente calmava la donna, fino a darle una pace profonda, nonostante la tristezza. Dio si era fatto presente, si era fatto “Dio-con-noi”, “Dio-con-Elva”.

Per la cronaca, Elva fu dissuasa dalla famiglia a non insistere ulteriormente, e l’accaduto rimase così, senza soluzione e presto dimenticato, un po’ come il vento Nord che viene improvviso, alza la terra e schiaffeggia il viso, e poi se ne va, come se nulla fosse accaduto…

Suor Stefania Raspo

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La grandezza dell’incontro

L’esperienza dell’incontro con un’altra cultura, impegnativo ed arricchente nello stesso tempo, e la gioia delle relazioni che, a poco a poco, crescono nella fiducia. 

L’incontro con altre culture è un grande dono di Dio, un’esperienza che arricchisce e fa sperimentare il valore della reciprocità. Ayni: una parola quechua così importante nella cosmovisione andina, vuole proprio rappresentare questo scambio reciproco, valore fondamentale e ideale per le relazioni a qualsiasi livello: sociale, culturale, ecologico, spirituale.

Fare questa esperienza esige molta umiltà e capacità di lasciar andare, per entrare con il cuore spoglio e libero da tante presunte sicurezze, permettendo che l’incontro stesso ci porti a scoprire l’agire di Dio nel cuore della cultura, un mondo a cui siamo inviate come missionarie, per condividere la vita e testimoniare la misericordia e l’amore del Dio-Consolazione.

La ricchezza dell’incontro
L’esperienza dell’incontro ha colmato la mia vita di gioia e ha destato nel mio cuore la gratuità, nella misura in cui scoprivo quei “fili d’oro” con cui il Popolo tesseva la storia della vita, delle vite, con quei valori che danno colore, bellezza e disegno al tessuto. Ho vissuto con il popolo Quechua in Poopó (Oruro), ed ho capito l’importanza dell’ascolto attento, l’apertura allo stupore per il nuovo che si presentava nell’incontro.

Ci sono silenzi più eloquenti delle parole, e gesti che parlano da soli, anche se, molte volte, non si comprendono totalmente. L’importante è stare, partecipare, contemplare e far silenzio… e Dio sa sorprenderti, facendoti scoprire la sua presenza nel recinto sacro della cultura, dove parla a ciascuno e invita a togliersi i sandali, perché si tratta di una terra consacrata a Lui. Veramente, un’esperienza che mi ha fatto sentire così piccola, ma anche così fortunata per la possibilità di incontrare l’altro e il suo incontro con Dio.

 

L’incontro con le donne
Negli anni che ho passato in Bolivia, mi sono dedicata prevalentemente al lavoro di promozione della donna, un compito che mi ha chiesto molta vicinanza, pazienza, rispetto, ascolto, compassione e dolcezza, soprattutto constatando lo sforzo che ogni donna faceva per superare la sua situazione, molte volte complicata, scoprendo poi i propri doni e capacità, che presto metteva a servizio della sua comunità.

Davvero Dio fa meraviglie nelle sue creature! Superando paura e timidezza, molte diventarono leaders delle proprie comunità, altre iniziarono a condividere il proprio sapere con altre, fino a fondare un Centro il cui motto era: “Warmis Yanaparikuna”, che significa: donne, aiutiamoci! Creando così uno spazio non solo per la formazione professionale, ma anche per tessere relazioni di fiducia reciproca, di valorizzazione mutua, di ricerca comune dei valori che integrano la cultura con il Vangelo.
Oggi, a distanza alcuni anni, vedo ancora nel mio cuore i volti di tante donne che mi hanno fatto sentire una di loro, con le quali ho condiviso la vita, le cose semplici del quotidiano, la reciprocità, l’amore verso la Madre Terra, chiamata Pacha Mama, realizzata nel “buon vivere”, in perfetta armonia con essa e con tutte le sue creature, di cui la persona non è che una in sintonia con le tante, senza l’ambizione di essere la padrona della natura.

E per concludere, vorrei citare questa bella preghiera: “Mettimi nel tuo aguayo, Signore, e portami con te. Voglio camminare con te…”. Che bella la vita, dal punto di vista del bambino che si sente protetto sulla schiena della mamma, molto vicino al suo cuore. E noi, avvolti nell’aguayo (stoffa coloratissima usata dalle donne per caricare i neonati in spalla) della misericordia di Dio, ci sentiamo protetti e molto vicini al suo cuore…

Suor Palmira Moreira Coelho

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