Va’ in missione e campi cent’anni

suor Riccarda con suor Seraphine e suor Restituta

Quest’anno il nostro Istituto ha vissuto un fenomeno credo unico in tutta la sua storia: due Missionarie della Consolata hanno compiuto cent’anni, si tratta di suor Norberta Simoncelli, trentina, missionaria in Argentina, e suor Riccarda Gallo, piemontese, missionaria in Colombia.

Di queste vite longeve, più della metà è stata vissuta nella terra di missione: Suor Norberta è arrivata in Argentina con il secondo gruppo di sorelle, agli inizi della nostra presenza lì: era il 1951. Suor Riccarda è arrivata in Colombia nel 1950: quasi settant’anni fa.

Festeggiare i loro cento anni è stato non solo ringraziare Dio per il dono che è la loro vita, ma anche celebrare la nostra storia in questo Continente. Gli inizi, si sa, sono sempre impegnativi, le risorse sono misurate e allora… c’è bisogno di gente che non ha paura di rimboccarsi le maniche e mettere tutta se stessa perché il sogno di missione si realizzi. E così è stato: suor Norberta ha fondato la presenza nel Nord dell’Argentina. Quando le sorelle sono arrivate, dopo giorni di viaggio con la barca e con il treno, la gente le ha accolte con grande gioia. Dopo una festa organizzata da tutti, ecco che… vedono che le sedie che c’erano nella loro casa vengono portate via… e si trovano con alcune casse di legno multiuso, che servono da sedia e da tavolo a seconda del bisogno! Nonostante il clima caldo umido, suor Norberta e le sue compagne d’avventura hanno sempre dimostrato una grande passione per l’incontro e l’annuncio, visitando villaggi sperduti. Anni più tardi, fu la protagonista della leggendaria “equipe itinerante”: insieme ad un’altra sorella visitava le varie frazioni disperse della campagna, fermandosi due settimane. Lei come infermiera dava corsi basici di pronto soccorso, l’altra sorella insegnava alle donne taglio e cucito, il tutto unito alla catechesi per i bambini e gli adulti. Quando il gruppo era pronto, veniva il sacerdote e celebrava i Sacramenti. Bisogna ricordare che una costante della pastorale in America consiste in enormi spazi da percorrere e visitare e pochi agenti pastorali che si impegnano per arrivare a tutti, alle volte senza poterlo fare.

Suor Riccarda invece ha dato il meglio di sé nell’educazione: dopo sedici giorni di viaggio in nave, e due viaggi in aereo, la missionaria non ha perso tempo: degna figlia del Beato Allamano, dopo pochi giorni ha fondato l’istituzione educativa che oggi è il Collegio Consolata in Bogotá. Nei suoi anni di missione, suor Riccarda ha formato vari gruppi di giovani che si preparavano alla vita religiosa, ed ha persino accompagnato gli inizi di una congregazione colombiana: le suore di Nostra Signora della Pace.

I pionieri segnano una direzione e uno stile, passo dopo passo, goccia a goccia suor Norberta, suor Riccarda e le altre sorelle che ora vivono nell’abbraccio di Dio hanno tracciato una cammino. Ed oggi che potrebbero meritarsi giorni da pensionate… non ci pensano nemmeno: suor Riccarda continua a servire la sua comunità con il suo turno in portineria e suor Norberta è la prima a cantare per lodare Dio in ogni momento. Perché l’amore non va mai in pensione!

Celebrare i loro cento anni è dire grazie per questo lavoro umile, silenzioso del seminatore, e gioire del raccolto abbondante che oggi possiamo godere. E’ vedere incarnato cosa significa il PER SEMPRE che ciascuna di noi ha professato un giorno. GRAZIE, CENTENARIE!

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Fatti di pace… ricostruire il tessuto sociale

L’esperienza di pace nell’educazione della Ciudadela Amazónica del Caguán 

La Colombia vive un momento storico unico per la costruire e consolidazione graduale della pace e la convivenza con possibilità e opportunità produttive e umanitarie che rispondano alla diversità e particolarità delle differenti regioni del paese in interazione e cooperazione con altri paesi del mondo.

L’educazione e formazione fondata su valori umani, potenziare tutte le dimensioni della persona e la preparazione di qualità occupa uno spazio centrale nella costruzione di nuove condizioni per una società rinnovata e una pace reale.

In questo contesto, nasce la Cittadella Giovanile Amazzonica Don Bosco, un’opera educativa del Vicariato apostolico di San Vicente del Caguán, fondata nel 1994 da Mons. Luis Augusto Castro Quiroga, oggi arcivescovo di Tunga, e dal padre salesiano Carlos Julio Aponte. Si trova proprio al cuore della regione del Caguán (la regione amazzonica colombiana) e la sua finalità è la formazione dei contadini affinché diventino agenti di cambio, come leaders nel lavoro e nella crescita umana e spirituale.

Radio Echi del Caguán

Se si può contare su un sostegno finanziario, è fattibile raggiungere la popolazione con potenzialità e situazioni particolari che adeguatamente guidata, costituisce la base di una nuova società in questo tempo di post conflitto e costruzione della Pace.

Come istituzione educativa, la Cittadella Amazzonica conta sul riconoscimento a livello municipale e dipartamentale nell’area della teconologia, convertendosi in una esperienza educativa innovatrice, che coniuga la formazione accademica normale e la educazione non formale e informale, preparando tecnici capaci di trasformare la realtà sociale e le relazioni agroindustriali e agroforestali per uno sviluppo sostenibile delle loro regioni, con un senso umano e solidale.

Il Progetto Educativo della Cittadella offre una preparazione per Tecnico in trasformazione di Alimenti, e si tratta di uno spazio dove si forma a livello intellettuale, culturale, tecnico e umano i giovani affinché siano loro stessi a guidare, organizzare e fortificare i loro progetti di vita come lavoratori agricoli.

Dalle necessità dell’oggi è nato un altro programma di studi che si orienta all’informatica, per permettere ai giovani di usare le potenzialità dell’informatica ed essere così più competitivi nella produzione agricola e nell’allevamento.

Questa istituzione educativa giovanile, nei suoi processi di formazione, cerca di ricostruire il tessuto sociale attraverso l’accompagnamento psico-sociale delle famiglie degli studenti , attraverso incontri ludici e pedagogici che fortifichino l’aspetto educativo integrale, in una regione tanto colpita dalle conseguenze di una situazione sociale difficile.

 

Mezzi importanti per concretizzare tutto questo sono stati la “Azione Culturale Popolare” e le “Scuole digitali contadine”. Queste ultime hanno permesso di concretizzare corsi di alfabetizzazione digitale, leadership, associazione e impresa, ecologia, pace e postconflitto, adattamento al mondo climatico e convivenza pacifica. Gli studenti stessi realizzano processi di formazione e accompagnamento delle famiglie e comunità, arrivando2016, all’incirca 2000 persone.

Circa al lavoro missionario, è evidente la dimensione di consolazione, caratteristica del nostro carisma di Missionarie della Consolata, in quanto ci troviamo in un luogo che esige un’azione costante e un accompagnamento ai giovani e alle loro famiglie, con la possibilità di coinvolgere altri enti e persone in progetti di solidarietà e cooperazione missionaria.

Sr. Rubiela Orozco Gómez, MC

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Chiesa colombiana, prima mediatrice di pace

La Chiesa si trova in prima linea nel processo di pace e di riconciliazione in Colombia

La Chiesa si trova in prima linea nel processo di pace e di riconciliazione in Colombia, soprattutto grazie al fatto di essere riconosciuta come “Istituzione credibile”. Ciò nonostante, essa ha dovuto pagare un caro prezzo lungo tutti questi anni di violenza. Difatti tra le numerose vittime, furono uccisi anche due Vescovi: mons. Jesús Emilio Jaramillo, Vescovo della Diocesi di Arauca, nel 1989 e mons. Isaías Duarte Cancino, Arcivescovo di Cali, nel 2002, noto per la sua opposizione ad ogni forma di violenza e la sua dedizione alla promozione sociale. A questi si aggiungono numerosi sacerdoti, religiosi, religiose e semplici fedeli, uccisi per il solo motivo di trovarsi in una chiesa, come accaduto il 5 maggio 2002, quando una bomba lanciata vicino alla chiesa di Bojayá fece più di 100 morti, tra cui almeno una trentina di bambini. Spesso i Parroci sono stati minacciati dai gruppi criminali che governavano nelle zone di periferia.

La presenza della Chiesa colombiana ha un ruolo essenziale in ogni parte del Paese. La maggioranza delle parrocchie svolge un lavoro minuzioso per rendere possibile l’aiuto delle classi sociali ricche verso quelle più povere. In particolare promuove innumerevoli iniziative per portare avanti il prezioso e urgente ministero del perdono e della riconciliazione. Lungo questi anni sono sorti diversi progetti per questo scopo, alcuni tra i tanti sono: i Laboratori di pace, nati in collaborazione tra la diocesi del Magdalena Medio e la Compagnia di Gesù nel 1995, il cui obiettivo principale è quello di raggiungere uno sviluppo umano sostenibile, fatto di partecipazione ed equità per tutti e la costruzione di una cultura civica, in cui i diritti e i doveri siano garantiti e rispettati equamente.

Le Scuole di Pace e Riconciliazione, ES.PE.RE, fondate dal padre Leonel Narvaez Gómez, Missionario della Consolata, sono dei laboratori in cui si affrontano, in gruppo o comunità, le diverse situazioni di violenza e si cerca di far sì che ogni persona guarendo le ferite provocate da questa, faccia il passaggio da essere vittima a essere costruttrice del proprio benessere e della pace interiore, attraverso il perdono e la riconciliazione.

Il Circolo infantile di lettori, iniziato da suor Reina Amparo Restrepo, Missionaria della Consolata, con l’obiettivo di incoraggiare la popolazione infantile alla lettura di libri che formano, ricreano e pacificano, favorendo così un intrattenimento alternativo ai giochi bellici, particolarmente nelle zone più colpite dalla guerra come lo è San Vicente del Caguán (Caquetà).

In Colombia la gente ha fiducia nei leader ecclesiali, sia perché si mettono dalla parte dei poveri e degli ultimi, sia perché sono contrari alla corruzione. Da tutte le parti viene richiesto alla Chiesa l’indispensabile ruolo di mediatrice. Questa fiducia ha permesso di iniziare nel 2000 il dialogo con la guerriglia e di poter avere sempre un Vescovo che partecipasse ai dialoghi di pace. Negli ultimi anni è stato mons. Luis Augusto Castro, ritenuto un vero missionario di pace, ad accompagnare i dialoghi realizzati all’Avana, nonché il processo di selezione delle vittime che hanno partecipato alle trattative di pace. Queste ultime sono state molto accompagnate dalle istituzioni, ma come afferma lo stesso Mons. Castro: “in modo particolare dalla Chiesa, che ha avviato percorsi di perdono e riconciliazione, perché le persone sopravvissute al conflitto possano iniziare una storia nuova” (Agenzia Dire, www.dire.it).

Mons. Luis Augusto Castro, presidente dei vescovi di Colombia

Nei giorni successivi al referendum, i Vescovi colombiani hanno tenuto una riunione straordinaria, alla fine della quale hanno inviato un messaggio invitando i cittadini a considerare la situazione attuale del Paese come un “tempo di responsabilità e di speranza”. In questo messaggio i Vescovi hanno assicurato che: “La Chiesa Cattolica non smetterà mai di annunciare la pace e di lavorare per essa” (Messaggio della Conferenza Episcopale di Colombia CEC, al popolo colombiano, 14.10.2016). L’episcopato ribadisce inoltre che: “La Chiesa, lontana da ogni legame di partito, continuerà a lavorare per il bene comune” ed invita il Presidente della Repubblica, Juan Manuel Santos, e le istituzioni dello Stato ad “accogliere le proposte provenienti da diversi settori della società per realizzare un ‘progetto di unità nazionale’ che dia delle risposte concrete ai molteplici problemi del Paese”. Tra le preoccupazioni principali, i Vescovi pongono: “la difesa della vita e della famiglia, l’educazione, la partecipazione politica, la solidità della democrazia e delle istituzioni, la lotta al narcotraffico, alla corruzione, l’impegno a superare le crisi del sistema sanitario, del sistema giudiziario, l’iniquità sociale e l’ideologia di genere”.

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Un processo che non finisce di stupire

Monsignor Luis Augusto Castro Quiroga, Missionario della Consolata, colombiano, è Arcivescovo di Tunja e Presidente della Conferenza Episcopale Colombiana. È inoltre uno tra i pochi Vescovi che ha sempre sostenuto con convinzione il processo di pace in Colombia, appoggiando il dialogo con la guerriglia e partecipandovi direttamente. Ci presenta brevemente i punti dell’Accordo di Pace.

Quattro anni fa, nell’Isola di Cuba, iniziò il dialogo tra il governo nazionale della Colombia, rappresentato da una delegazione numerosa, e la guerriglia delle Farc. Si definirono i seguenti punti:

  1. La politica agraria: in Colombia lo 0.6% dei Colombiani possiede il 60% della terra. Perciò il primo punto dell’accordo finale comprende la creazione del “Fondo di Terre” di carattere permanente da consegnare gratuitamente ai contadini senza terra o con disponibilità insufficiente.
  2. Partecipazione politica: si definirebbero i diritti e le garanzie per l’esercizio della opposizione politica in generale e in particolare per i nuovi movimenti che sorgeranno dopo la firma dell’accordo finale.
  3. Porre fine al conflitto: questo punto si riferisce alle componenti procedurali del cessate il fuoco e delle ostilità bilaterali (di ambedue le parti, governo e Farc) e definitivo, insieme alla consegna delle armi.
  4. Lotta al traffico di droga. Si è fatto notare che le coltivazioni della coca esistono per ragioni di povertà rurale, marginalità, mancanza di presenza dello Stato in quei territori e scarsità di servizi fondamentali, che garantiscano i diritti basici per i più poveri, tra gli altri aspetti. Ma la decisione delle due parti è quella di lottare per sradicare il narcotraffico.
  5. I diritti delle vittime nel contesto del processo di pace: l’accordo dell’Avana incorpora due insiemi di misure. Il primo insieme di accordi stabilisce un sistema integrale di verità, giustizia, riparazione e non ripetizione, composto da meccanismi giudiziari che avranno la funzione di ricerca e sanzione (giurisdizione speciale per la pace); inoltre meccanismi extragiudiziari complementari, come la “Commissione della verità”, che devono contribuire a stabilire le responsabilità, la ricerca delle persone scomparse e la riparazione dei danni causati. Ho avuto l’opportunità di accompagnare le vittime all’Avana diverse volte per dialogare con il tavolo delle negoziazioni e fui anche moderatore di questi dialoghi.
  6. Il monitoraggio del mantenimento degli impegni presi: dallo svolgimento di questa parte si vedrà se si è in presenza di un processo con effetti politici, economici, sociali e culturali trasformatori o di un semplice assorbimento sistematico della ribellione armata oppure di un avvenimento in più della storia nazionale senza nessun significato.

Per quattro anni si dialogò su questi sei punti e si giunse ad accordi importanti. Ciò agevolò il fatto che il governo e le Farc potessero firmare l’accordo di pace e di cessazione definitivo bilaterale del fuoco. La cerimonia ufficiale si realizzò il 26 settembre 2016 nella città di Cartagena, alla presenza dei Capi di Stato di alcune nazioni e altre autorità significative come il Segretario di Stato Vaticano, rappresentante del Papa. Avvenimento che ebbe grande ripercussione nel Paese perché ridusse immediatamente il numero dei morti, vittime della guerra.

Il Presidente colombiano Juan Manuel Santos e il capo della guerriglia FARC Timoleon Jimenez con il Presidente cubano Raul Castro

Forse sarebbe stato meglio che questa cerimonia fosse stata realizzata dopo il referendum. Effettivamente, il 2 ottobre si sono realizzate le votazioni dei Colombiani, i quali dovevano rispondere ad una sola domanda: “È d’accordo con il processo di pace disegnato per una pace stabile e duratura?”. Dopo tanti anni di guerra, tutti ci aspettavamo che la risposta fosse “Sì”, invece anche se per una minima differenza, la risposta della maggioranza è stata “No”. Questo vuol dire che si è rifiutato il processo che era stato tracciato.

Bisogna capire che quel “No” non significa un rifiuto della pace, ma soltanto il rigetto di quel cammino disegnato per raggiungere definitivamente la pace. Le ragioni del rifiuto dell’accordo sono di diverso genere, alcune vere, altre false ma presentate come vere.

Che cosa non è piaciuto a quanti hanno votato “No”? Forse, quello che rifiutavano di più queste persone è stata la giustizia transizionale, che era vista come un’impunità. Esse sono state vittime di un inganno, perché la giustizia transizionale, che è servita a risolvere molti conflitti armati nel mondo, è una vera giustizia. Per questo motivo si è stabilito negli accordi la creazione di tribunali per applicare la giustizia. Coloro che diranno la verità, saranno trattati con una misura più benevola, da 6 a 8 anni di detenzione, invece coloro che mentiranno potranno essere condannati fino a 20 anni di carcere.

Nel mondo cattolico ci sono state anche delle persone confuse. A queste era stato detto di votare no, perché l’accordo tracciato sosteneva l’ideologia del gender, affermazione che non era affatto vera. “Ciò che si era approvato era la ‘prospettiva’ del gender, che fu introdotta dalle donne, essendo loro la maggioranza delle vittime; accanto ad esse s’incorporò il rispetto per coloro che per ragioni di gender, sono state vittime della pulizia sociale” (F. De Roux).

L’intervento positivo del Presidente della Repubblica ha chiaramente espresso che la cessazione bilaterale del fuoco continua e che egli inviterà al dialogo tutte le forze politiche per trovare strade per la pace, nello stesso modo il Capo delle Farc intervenne per assicurare che anche loro continueranno nell’impegno per conseguire la pace e fare una politica del dialogo, senza le armi. Interventi che aiutarono a creare un clima di serenità tra i Colombiani.

Come presidente della Conferenza Episcopale e a nome di tutti i Vescovi, ho inviato a tutto il Paese un messaggio nel quale ho esortato: “Facciamo di questo momento una magnifica opportunità per lavorare insieme per la riconciliazione e la concordia dei Colombiani… Rinnoviamo il nostro proposito per ascoltare la voce di Dio e chiediamo la sua grazia per assumere le sfide di questa ora della storia”.

Successivamente il presidente Santos formò un team per avviare con i ribelli il lavoro di modifica dell’accordo.

Monsignor Luis Augusto Castro Quiroga

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Colombia: una terra insolita

 

RIGOGLIOSA E FECONDA…

 La Colombia, ufficialmente “República de Colombia”, sorge all’estremo nord-ovest dell’America Latina; è una grande nazione, potrebbe contenere ben quattro volte l’Italia. La sua superficie è di 1.141.749 km² e la sua popolazione di circa 48 milioni di abitanti.

Un paese meraviglioso; si affaccia sull’Oceano Pacifico a ovest e sul Mar dei Caraibi, a nord.

Se di risorse idriche si tratta, è una delle nazioni più ricche del pianeta, con una grande quantità di fiumi, dove grandi e piccoli si divertono a fare il bagno insieme. E quando si ha voglia di prendere un po’ di sole, nessuno rifiuterebbe l’invito a recarsi in quelle irresistibili spiagge tropicali, dalla sabbia fine e calda.

Respirare aria pulita è possibile grazie a quel grande polmone verde che si trova al suo interno: l’immensa foresta amazzonica, che si estende per una superficie di 7 milioni di km². Vi è pure la grandiosa Cordigliera delle Ande (che raggiunge i 5.575 metri di altezza), con le sue eterne vette candide lungo la quale risiede più della metà della popolazione, incominciando da quella della capitale, Santa Fe de Bogotà, che si distende su un altopiano a 2640 metri di altezza. È una grande metropoli, moderna e multiculturale.

Foreste, montagne, pianure, altipiani… una diversità geografica che fa sì che la Colombia goda di un clima con pochi cambiamenti stagionali durante l’anno e una temperatura che varia in base alle precipitazioni. Nella Regione Andina, che è la più importante del Paese dal punto di vista demografico e abitativo, si alternano due stagioni delle piogge e due stagioni secche. Le regioni montane presentano prevalentemente tre zone climatiche: la “Tierra caliente” (sotto i 900 metri), la “Tierra templada” (da 900 a 2000 metri) e la “Tierra fría” (tra i 2000 e i 3000 metri di altitudine).

raccoglitori di caffé nella piantagione

I Dipartimenti di Antiochia, Caldas e Risaralda formano l’“Eje Cafetero” (zona del caffè), un luogo dalla terra fertile, dove si produce buon caffè (da esportazione!), cacao, granoturco, banana, canna da zucchero, cotone, fiori e una grande varietà di frutti.

Molteplici ed enormi sono le risorse minerarie del Paese come l’argento e l’oro, il rarissimo platino e i più pregiati smeraldi del mondo. Grande è inoltre la presenza di svariati minerali come ferro, rame, piombo, zinco, mercurio, nichel, oltre a bauxite e fosfati. E non mancano neppure i minerali energetici: dal petrolio al gas naturale e dal carbone all’uranio. Peccato che molte di queste ricchezze vengano sfruttate dalle multinazionali o rimangano nelle mani di pochi ricchi.

La Colombia è uno dei Paesi, insieme al Venezuela, con la più grande biodiversità del pianeta e per questo viene considerato un autentico paradiso terrestre.

 

CHI ABITA QUESTA TERRA?

La storia ci racconta che i primi abitanti della Colombia furono gruppi indigeni, provenienti dall’America centrale e settentrionale, i quali occuparono alcune aree della regione delle Ande, delle coste del Pacifico e dei Caraibi. Era una popolazione assai numerosa, circa tre milioni, divisi pressappoco in 80 gruppi etnici, appartenenti a otto famiglie linguistiche: i Muisca, i Caribe, gli Arawako, i Guahibo, i Tucano, gli Huitoto, i Tupi-guaraní ed i Puinabe tra gli altri. Di questi, la tribù più progredita era quella Muisca, della quale si conserva ancora oggi, nei musei e in altri centri culturali, gran quantità di opere d’arte. Essi avevano un senso straordinario della bellezza, che espressero attraverso l’oreficeria, da autodidatti nella lavorazione del prezioso metallo, per produrre delle sculture con un’infinità di dettagli talmente armonici da stupire chiunque oggi le ammiri. Attraverso queste figure seppero esaltare gli attributi più nobili del genere umano: la bellezza del corpo, l’ostentazione dei suoi atti nobili, il profondo significato delle sue cerimonie sociali e religiose e l’importanza dell’autorità. Producevano inoltre enormi quantità di gioielli con cui adornare se stessi: orecchini, anelli da naso, collane, diademi, che contrassegnavano la loro alta dignità ed il loro essere liberi e felici.

Con l’arrivo degli Spagnoli, a partire dal secolo XVI si ebbe pure l’influsso degli Africani, che i colonizzatori importarono come schiavi per portare avanti i lavori più pesanti nelle miniere, nelle piantagioni agricole, nel commercio fluviale e marittimo e in altri servizi domestici. Questa terra fu, dunque, testimone della più grande violazione dei diritti umani, quale fu la “tratta” delle persone, comprate e vendute come merce.

Ebbene, come frutto di tutto ciò si ebbe la fusione dei diversi gruppi etnici, dando a questa bella terra un volto multietnico e multicolore, dove possiamo incontrare: meticci, indigeni, mulatti, bianchi e neri, e dove ciascuno di questi diventa una grande risorsa per la nazione.

 

ALLEGRI, AMABILI, ORIGINALI

le deliziose arepas

Ma, come sono i Colombiani? Che cosa li distingue come popolo? L’illustrissimo Gabriel García Márquez (Premio Nobel della Letteratura 1982), nella sua opera “El informe de los sabios” (“La relazione dei saggi”), evidenzia due doni naturali dei Colombiani: “la creatività, espressione superiore dell’intelligenza umana” e “una travolgente determinazione di ascesa personale”. Questi due mescolati ad “una astuzia quasi soprannaturale, e talmente utile sia per il bene come per il male”. A queste si aggiungono molte altre caratteristiche complesse e paradossali come la voglia di avventurarsi, il ricercare fortuna nonostante qualsiasi rischio, l’essere mai rassegnati a morire di fame: una bancarella di “arepas” (specie di focaccia fatta di mais) o di “buñuelos” (fritelle di formaggio, uova e farina di mais) può salvare la famiglia!

Eterni nostalgici della propria patria, quando da essa lontani; smisurati nell’amore… ma anche nell’odio, intuitivi, spontanei, veloci, lavoratori tenaci, entusiasti della vita. Dove c’è un Colombiano, è impossibile non accorgersene!

Gente amabile, semplice e accogliente, partecipe di una storia ricca di tradizioni e religiosità popolare, dalla fede viva e profonda. Che ama la famiglia, la cultura e l’incontro con altri popoli e tradizioni, che vibra al suono della musica, che prova il piacere della festa ed è sempre pronta a celebrare la vita. Una popolazione questa, ricca di manifestazioni folkloriche in tutti i campi: dalla musica e dalla danza al cibo e alle bevande, dalla letteratura e dall’architettura alla medicina e ai costumi e persino nel modo di ridere, di piangere, di morire, di vivere e di amare, i Colombiani sono originali!

suor Gloria Elena, mc

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America: tanti cammini, un solo cuore

il gruppo delle MC partecipanti all’incontro di Bogotá

 

L’incontro continentale America parla di molti sentieri ed un’unica passione per la missione 

Un tappeto coloratissimo ospita dei personaggi molto interessanti: un uomo davanti a un labirinto, perché la vita è così: sembra un percorso problematico, ma c’è un Centro e una Direzione, c’è il Grande Spirito, secondo la sapienza del popolo Pima degli Stati Uniti. E che dire dell’uomo pensante? Perché la persona è “testa”: è pensiero, riflessione, è importante per questo prendere il tempo necessario per pensare bene, a fondo. Come ha fatto una comunità Yecuana che ha detto al vescovo che aveva bisogno di dieci anni per prendere una decisione, davanti a una proposta che il prelato le faceva! Ecco lì una cuya: mezza zucca che per gli Yanomami è un attrezzo multiuso quotidiano, ma che nelle feste diventa il mezzo della condivisione e quindi simbolo della generosità, il valore supremo per questo popolo. E poi i copricapi dei Huitoto e dei Guaranì, segno della danza, della festa, dimensioni essenziali ed esistenziali dei due popoli. Infine, la statuetta in terracotta di una donna che allatta il figlio, messa su una bandiera coloratissima, rappresenta la Madre Terra che il popolo quechua rispetta e ama come la propria mamma.

i simboli che hanno accompagnato l’incontro

Con questi simboli che ci portano la sapienza e spiritualità dei popoli nativi di America abbiamo iniziato il nostro incontro continentale delle Missionarie della Consolata dell’America, ma come ben ha detto una sorella alla fine dell’incontro, non si è trattato solo di soprammobili, piuttosto abbiamo sentito la presenza viva dei nostri popoli, e il loro sostegno per il nostro cammino.

Eravamo 20 sorelle provenienti da Stati Uniti, Venezuela, Colombia, Brasile, Argentina e Bolivia, accompagnate da suor Natalina Stringari, consigliera generale, e per due settimane ci siamo riunite per condividere esperienze, riflessioni sul carisma e sulla missione che portiamo avanti. E’ stato un tempo di profonda ricchezza, che ci ha riempito di entusiasmo e dato molte luci: le sorelle che vivono con popoli nativi hanno avuto un tempo prolungato per raccontare la loro esperienza e le ricchezze della cultura originaria. Come gruppo, poi, ci siamo prese l’impegno di studiare a fondo un aspetto proprio della cultura ed elaborare un piccolo saggio, da condividere con il resto del gruppo via internet e in un futuro incontro. L’entusiasmo e l’amore che ciascuna ha trasmesso è stato contagioso ed ha moltiplicato la “voglia di missione” che già brucia nei nostri cuori. Davvero fa bene incontrarsi e “contagiarsi”!

le sorelle della Regione Amazzonica Brasiliana

Se è vero che le realtà sono molto diverse, in quanto due comunità (in Argentina e Bolivia) sono con popoli andini, tre con popoli amazzonici (in Colombia, Brasile e Venezuela) e due in riserve indigene (in Brasile e Stati Uniti), ci sono anche molti elementi in comune: anzitutto, la sapienza originaria ha caratteristiche simili ad ogni latitudine della Terra, soprattutto nel suo sguardo olistico che abbraccia tutta la realtà: umana, divina, della Natura, in armonia e complementarietà. Un altro elemento che unisce le nostre esperienze missionarie è il carisma, che determina lo stile della nostra presenza, che cerca di essere semplice e vicino alla gente. Il nostro Padre Fondatore, il Beato Giuseppe Allamano, e la nostra mamma Consolata, come anche la forza che ci dà l’Eucaristia, sono compagni di viaggio indispensabili per poter vivere la vita a fianco della nostra gente.

“Siamo arrivate da mille strade diverse”, dice un canto. Sembra proprio così anche per noi: siamo arrivate da tanti paesi diversi, da realtà di missione differenti. “Ora siamo un unico cuore” continua il canto, e sembra proprio scritto per noi: come Istituto stiamo camminando verso la unificazione delle nostre realtà di Continente in un’unica Circoscrizione. Sempre più unite, sempre più UNO. Questo incontro ha creato legami forti e significativi tra noi, rinnovando la passione per la missione e lo spirito di famiglia. America: abbiamo tanti cammini ma siamo un unico cuore.

Suor Stefania R., mc

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Pagine di missione

Semplici esperienze raccolte nel quotidiano, nella missione della regione amazzonica in Colombia e Venezuela

Su richiesta del vescovo di Puerto Leguizamo–Solano, nella regione amazzonica della Colombia, due Missionarie della Consolata si sono preparate al Natale con la comunità contadina di Peñas Rojas, sulle rive del fiume Caguán. Ecco il racconto di suor Aura:

“Il 12 dicembre sono partita da Bogotá verso la missione de La Tagua, lì mi trovai con le sorelle Angela e Idefonsia, il giorno seguente ebbi l’opportunità di fare un salto a Puerto Leguizamo, per visitare e conoscere la missione. Il 15 era programmato il viaggio a Peñas Rojas con suor Idefonsia. Alle 10.30 ci mettemmo in viaggio in questi grandi e belli paesaggi. Quando siamo arrivate la comunità già ci aspettava, ci accolsero molto bene.

Il giorno seguente ci mettemmo al lavoro per organizzare il Presepio nella cappella della comunità, le signore e i bambini ci aiutarono affinché rimanesse bello: qui portava i muschio, legnetti, erba e altre cose che avevano raccolto. Al pomeriggio abbiamo dato così inizio alla Novena: i primi due giorni la partecipazione fu molto positiva, ma poi il lunedì chi andava al campo, chi al lavoro… rimase così un gruppo significativo di 20 persone, tra bambini e adulti.

Il lunedì e martedì abbiamo invitato i bambini al mattino, proponendo loro disegni da colorare, figure da modellare con il pongo: avevano molta creatività, e questo arricchì il Presepio, dandogli più vita e bellezza. I giorni seguenti abbiamo visitato le famiglie nella comunità.

Posso dire che abbiamo trascorso alcuni giorni molto sereni con le persone del villaggio, cantando, pregando, partecipando alla Novena. L’ambiente era preparato per quando gli altri ritornarono dal lavoro per celebrare insieme la Vigilia di Natale. La mia preghiera e il mio rendimento di grazie per questa opportunità di prepararmi con questa gente all’arrivo di Gesù: a te, Signore, chiedo che tu possa incarnarti in questi luoghi tanto lontani e sconosciuti, portando molta pace, salute, speranza e gioia a tutta queste persone”.

 
La vita della comunità di Tencua, nella foresta amazzonica del Venezuela è fatta di piccole cose, come l’accoglienza cordiale. Così testimonia Mons. Jonny Reyes, nuovo vescovo del Vicariato:

“Le ore trascorse in Tencua sono state molto intense, fraterne, costruttive, e cariche di speranza. Davvero, mi sono sentito accolto molto bene per suor Eleusa e suor Pierina: con loro ho mangiato e riso, pregato e riflettuto, visitato alcune comunità e celebrato… Mi è piaciuto tanto vedere sorelle così gioiose, semplici, libere, di preghiera e con un profondo senso di rispetto verso gli altri. Camminando e visitando con loro, ho potuto constatare la profonda conoscenza che hanno di queste culture Yekuanas y Sénemas e del cammino da portare avanti con loro, sapendo assumere la gradualità, la pastorale del poco e del dettaglio, la pastorale della vicinanza e della solidarietà.  Ho imparato molto in questi due giorni, e non solo perché era la prima volta che visitavo questa zona dei fiumi Manapiare-Ventuari, ma anche per la postura delle sorelle e dei leaders delle comunità”.

MC della Regione Colombia Venezuela

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L’ importanza della Pastorale Afro nella Chiesa Cattolica

La Chiesa al fianco degli umili

Nella Chiesa Cattolica si parla di pastorale nel senso di un’azione evangelizzatrice della Chiesa. Questa azione evangelizzatrice che chiamiamo pastorale inizia a prendere il volto proprio a seconda del bisogno di ogni gregge, per questo prende il nome a seconda delle caratteristiche di ciascun gruppo.

La Chiesa Cattolica ha scelto la pastorale afro come risposta alla necessità di accompagnare le comunità afro nel loro cammino di fede. In questo senso, se da una parte la Chiesa è stata presente in mezzo a uomini e donne negri fin dal loro arrivo come schiavi in America, dall’altra parte non sempre ha appoggiato le Comunità Tradizionali Negre nel loro progetto di libertà, dignità, terra, autonomia e partecipazione.

Nella Chiesa non solo sono sorti gesti di solidarietà umana, ma anche sono nati autentici difensori degli schiavi e indefessi lottatori contro il sistema, come nel caso dei Gesuiti.  Nel secolo XIX il Papa Gregorio con la Bolla “In supremis” (1839), in consonanza con alcuni dei suoi illustri predecessori, condanna ogni forma di schiavitù.  Nel secolo XX continua la lotta dei cristiani e della gerarchia contro ogni forma di schiavitù, una piaga della quale anconìra non si è liberata completamente l’umanità.

La pastorale afro si inserisce in questa corrente di lotta per la vita, è erede di quei laici, religiosi, religiose, sacerdoti, vescovi e papa che – fedeli al Vangelo, sono stati solidali con gli ultimi, i più abbandonati e indifesi.

La Chiesa oggi mette in pratica le parole di Cristo: “Avevo fame e mi avete dato da mangiare, ero carcerato e mi avete visitato. In verità vi dico che le volte che avete fatto queste cose a uno dei miei fratelli più piccoli, lo avete fatto a me”  (Matteo 25,31-46).

Il Vaticano II (1964) ha aperto porte e finestre della Chiesa e tra le cose che afferma ci sono i diritti umani, ha valorizzato le culture e religiosità e le religioni dei popoli. Inoltre, ha appoggiato l’inculturazione del Vangelo e fomentato la creatività nell’azione evangelizzatrice dei cristiani.

In tutto questo processo, l’elemento culturale gioca un ruolo molto importante, per promuovere la pastorale afro, è fondamentale conoscere la sua cultura, in stretto legame con la fede che professa.

Sappiamo che la cultura abbraccia tutta l’attività dell’umanità, la sua storia, la sua intelligenza, affettività, la ricerca di significato, la relazione con la natura, i suoi usi e costumi, la visione sulla vita e la morte, le risorse etiche e soprattutto la ricerca dell’essere supremo: il cuore di ogni cultura è costituito dal suo avvicinarsi al più grande dei misteri: il mistero di Dio.

Avvicinarsi alla cultura del popolo è una porta sicura per captare la sua spiritualità, la pastorale afro ci chiede quindi non solo di trattare temi che interessano gli afro, piuttosto di andare un po’ più in là e vivere afro.

Lodare Dio al suono di tamburi, guasas, maracas e marimba. In altre parole, lasciare che Dio ci parli con la sua voce incarnata in ciascuna di queste esperienze che, in molti casi, hanno molto da dirci.

Per questo il Documento di Aparecida propone che nella sua missione evangelizzatrice la Chiesa promuova l’inculturazione o “il dialogo tra cultura negra e fede cristiana e le sue lotte sociali”, ascoltando il suo grido  “ad essere considerato nella cattolicità con la propria cosmovisione, valori e identità particolari” (A 91) insieme alla liberazione integrale.

La Pastorale afro allora è un campo che vuole integrare, portare alla luce la ricchezza di una cultura al servizio del Vangelo. E’ una pastorale che si applica alle situazioni concrete. Ha la sfida di scoprire che non si possono separare cultura e fede, nemmeno si può separare la cultura dalla gente.  Lavorare a partire dalla cultura afro significa lasciarsi attraversare dalla sua realtà, operare a partire dalla sua coscienza afro e farsi partecipi nella sua ricerca di Dio attraverso il rispetto dei suoi diritti, la giustizia e equità tra tutti come figli e figlie di Dio.

In principio era la Parola, e la Parola era presso di Dio, e la Parola era Dio. Essa stava nel principio con Dio. Tutto è stato fatto per mezzo di Lei e nulla è stato fatto senza di lei di quanto esiste. In Lei era la vita, e la vita era la luce degli uomini. La luce brillò nelle tenebre, e le tenebre non l’hanno compresa” (Giovanni 1, 1-5).”

Diana Lucía Benítez Ávila

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Essere afro colombiano, ieri e oggi

Una carrellata storica ci presenta la vita sofferta del popolo afro, che oggi versa in condizioni ancora precarie.

Gli storici calcolano che, dal XVI secolo, tra 150 e 200 mila africani schiavi arrivarono a Cartagena de Indias e da lì  a tutto il territorio colombiano. Di questi 80 mila rimasero in Colombia e posteriormente il resto fu distribuito ai paesi vicini come Ecuador, Panama e Perù. Gli schiavi erano comprati in Cartagena e Mompox e portati al centro del paese attraverso i fiumi Cauca e Magdalena.

Nei primi anni di schiavitù si preferiva per motivi strategici gli uomini per i lavori nelle miniere e nelle fattorie, si disprezzavano vecchi e bambini. Con il passar del tempo per “risparmiare in nuovi acquisti” cambia la strategia e si preferisce la donna schiava, che garantisce ai coloni la nascita di più schiavi.

Nel trascorrere del tempo, i colonizzatori cercano nuove forme di utilizzare gli schiavi, alle donne assegnano il lavoro domestico, specialmente nelle principali città del paese, e incluso in altri luoghi, i bambini furono forzati a lavorare come artigiani.

Lo schiavo si convertì, allora, in una fonte di entrata per il padrone: doveva uscire alla mattina e tornare alla sera con il denaro per il padrone. Questa esigenza di dover ritornare a casa con i soldi portò alcune donne e ragazze alla prostituzione, per paura di essere uccise se ritornavano senza denaro: la schiavitù divenne sempre più denigrante e inumana.

I castighi agli “afro”

la distribuzione della popolazione afro in Colombia

Nel bisogno di progresso e crescita del capitalismo proprio dell’epoca e nell’affanno di ottenere sempre più grandi ricavi nella produzione generata dagli schiavi, questi erano sottoposti a un’infinità di castighi, portandoli all’estremo, fino alla morte.

Per esempio, mentre lavoravano, questi erano vigilati da capi che, vedendoli riposare, li castigavano con la frusta, non ricevevano alimento nè acqua, con problemi conseguenti di denutrizione, ed erano obbligati a lavorare anche se malati.

A molti altri terribili castighi erano sottoposti, e tutto era regolamentato dalla legge: se uno schiavo parlava la sua lingua madre, gli tagliavano la lingua.

 

 

Tutti devono parlare una sola lingua ed avere una sola religione

Per obbligare gli schiavi a dimenticare la lingua madre e la religione, li separavano dal loro gruppo e li mescolavano con persone di altre etnie. Li istruivano sulla fede  cattolica e li battezzavano, essendo così accettati nell’America spagnola. Questo arduo lavoro era portato dai Gesuiti, tra cui  Alonso de Sandoval e Pedro Claver, che inculcavano nella catechesi l’amore e la carità.

Nonostante fosse una religione imposta, presto gli schiavi trovarono in essa il modo per praticarla inserendo di generazione in generazione usanze tradizioni quali il rituale mortorio, l’acqua del soccorso, le luminarie ai santi, etc… Il simbolo della croce permise al popolo negro di identificarsi con il Cristo sofferente.

 

Essere afrocolombiano oggi

La legge 70 del 1993 riconosce alle comunità negre, che  hanno occupato le terre inabitate nelle zone rurali del Caribe, le usanze tradizionali di produzione, il diritto alla proprietà collettiva, una legge che permette un certo livello di protezione dell’identità culturale, dello sviluppo economico, sociale e dell’uguaglianza.

E grazie ad altri movimenti di lotta per i diritti, come quella che ottenne l’abolizione della schiavitù nel 1852, su tutto il territorio colombiano, nel governo di José Hilario López, è stato possibile finire lo sfruttamento che soffriva questo popolo.

 

Dati

Le zone di maggior predominio della popolazione afro sono quelle che presentano i più bassi indici di qualità di vita del paese: il reddito procapite medio per gli afrocolombiani si avvicina ai 500 dollari annuali, mentre la media nazionale è superiore ai 1500 dollari.

Il 75% della popolazione afro del paese riceve salari inferiori al minimo legale e la sua speranza di vita di trova un 20% più bassa della media nazionale. La qualità dell’educazione superiore che riceve la gioventù afro è inferiore al 40% della media nazionale.

Nei Dipartimenti del Pacifico, ogni q00 giovani afro che terminano la scuola superiore, solo 2 entrano all’Università.

Circa l’85% della popolazione afrocolombiana vive in condizioni di povertà e marginalità, senza accesso ai servizi pubblici basici.

Diana Lucía Benítez Ávila

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Essere Laica Missionaria della Consolata

Il desiderio di donarsi nella quotidianità della vita. E nel cuore la missione ad gentes

La vocazione missionaria laicale è nata dal desiderio di donare la mia vita a Dio a partire dalla mia quotidianità. Ho conosciuto i Missionari della Consolata, i quali mi invitarono a far parte del gruppo e così cominciai il mio processo di formazione.

Iniziai a fare missione come agente di pastorale afro, visitando le comunità più disagiate della mia città e in seguito villaggi come  Caldono, Jambaló, Toribio, del Dipartimento del Cauca, tra gli altri.

Le esperienze da condividere sono molte, forse la cosa più gratificante è vedere come le persone ritornano a Dio, trovandosi con la sua pace e il suo amore. Vedere le famiglie unirsi dopo molti anni di assenza, i bambini sorridere quando hanno pane nelle proprie case, le madri consolate, quando caricano il lutto dei propri cari, per il fatto di essere ascoltate e di ascoltare. Vedere le lacrime nei volti di gioia e allegria quando trovano ciò di cui hanno bisogno.

Ho iniziato a studiare comunicazione. Ebbi l’opportunità di fare pratica con il gruppo di comunicazione dell’Arcidiocesi di Cali, dove mi arricchì e crebbi professionalmente, dandomi mezzi che fortificarono il mio lavoro in diversi campi (produzione e realizzazione di radio e televisione, Stampa, comunicazione organizzativa, elementi di community manager, etc.)

Ebbi la fortuna di essere coordinatrice di comunicazione dei Laici Missionari della Consolata per tre anni, un tempo che mi permise di continuare lo svilluppo e la conoscenza dei mezzi di comunicazione a beneficio della missione e della comunità. Attualmente continuo questo lavoro facendo parte del comitato, a servizio della mia comunità Consolata.

Nonostante la vita quest’anno mi ha messo alla prova quest’anno, continuo a credere che la forza dello spirito è più grande di una malattia, e che ogni giorno è un’opportunità per continuare a lottare senza perdere la fede, la speranza e soprattutto l’amore.

Mi sto preparando per fare missione ad gentes, e questo sogno sta per realizzarsi, per portare al mondo la consolazione, dando testimonianza delle benedizioni che ho ricevuto nella mia vita e del grande amore che Dio prova per ciascuno di noi.

Sono Diana Lucía Benítez e mi sento molto felice di appartenere a questa comunità che lavora e veglia per il bene degli altri.

Diana Lucia Benitez Avila

Di Santiago de Cali, La Succursale del Cielo

 

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