3 gocce sconfiggono la siccità

La speranza si racchiude in tre gocce d’acqua

Gabriel è un giovane uomo, con una bella famiglia e un amore profondo verso la sua cultura originaria. Mi sta facendo pressione perché impari il quechua, ed io davvero voglio impararlo, ma alle volte mi manca il tempo. E così, sempre arriva con qualche libretto o programmino per il computer con la speranza che un giorno parli la sua amata lingua. Un altro bell’aspetto di Gabriel è che si interessa molto per la sua gente, e come buon leader ci presenta le difficoltà, e sa chiedere aiuto quando la situazione presenti bisogni urgenti.

Così è stato quando ci ha presentato il caso di Katariri: si tratta di una comunità piccola, in una zona montagnosa molto arida. I pochi che sono rimasti stringono i denti e cercano di sopravvivere, ma come si può senza acqua? La piccola scuola e le famiglie vicine da più di un anno non ricevono acqua, perché con la prolungata siccità le riserve idriche più superficiali si sono seccate.

“Hermanita” mi dice “la comunità è disposta a mettere olio di gomito, solo che hanno bisogno di un finanziamento per comprare i tubi e il cemento per raccogliere l’acqua un po’ più verso la cima dell’attuale sorgente”. Non chiedono molto, ma per loro davvero risulta impossibile raccogliere mille pesos. Non ci pensiamo tanto, e diciamo di sì: l’acqua è vita, e non si nega l’acqua a chi ha sete.

In poco tempo ci chiamano per dire: “I lavori sono finiti, adesso vi aspettiamo per l’inaugurazione”. Decidiamo per il 12 settembre, e ci chiedono la celebrazione della Parola. Non è la prima volta che andiamo a Katariri, ma questa volta conosciamo tutta la comunità, e rimaniamo in contemplazione di quei visi che da soli parlano di una vita dura, umile: le rughe, scolpite dal sole e dal vento, solcano facce di persone che sembrano molto più anziane della loro età anagrafica. Durante l’atto di inaugurazione, si mettono in fila, con l’immancabile cappello di feltro, e uno sguardo che non ha smesso di trasmettere dignità e voglia di vivere. Ogni volta è una contemplazione che mi fa cadere in ginocchio, davanti ai prediletti di Dio.

Ad un certo punto si presenta un signore che quest’anno è autorità originaria (un servizio gratuito alla comunità di coordinazione e lavoro per il bene comune). Presenta il lavoro svolto: ogni famiglia ha contribuito con il lavoro manuale per tre o dieci giorni. Questo significa scavare con il piccone, spostare pietre grandi, portare acqua per il cemento… lavoro duro, insomma. E alla fine, tira fuori dalla tasca due biglietti, uno da cinquanta pesos e uno da venti, e dice: “Questi sono i soldi che sono avanzati. Con questi compreremo altre cose per migliorare il lavoro”. Rimango senza parole: 70 pesos sono pochi, eppure nelle sue mani sembrano una ricchezza, e lo sono: in un mondo nel quale piangiamo la corruzione diffusa, ci sono uomini e donne semplici e onesti, e davvero quei 70 pesos diventeranno ricchezza per il bene della scuola e delle famiglie.

L’acqua scende cristallina dal rubinetto: i ragazzi vanno a bere felici. L’acqua è vita, l’acqua è vita! Durante il pranzo, un uomo ci spiega che il nuovo tubo porta tre gocce al minuto. Rimango a bocca aperta: nel mio immaginario piemontese, per lo meno penso a un rivolo d’acqua che riempe di qualche litro all’ora la cisterna… Ma oggi ho imparato che tre gocce possono sconfiggere la siccità che sta prostrando il paese. L’acqua è vita, e tre gocce d’acqua sono la speranza.

Suor Stefania Raspo, mc

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La Consolata nella mia vita

Da donna a donna. Da figlia a Madre: una relazione che colma di presenza la vita.

20 giugno: è la festa della Madonna Consolata! Da devozione locale per il popolo piemontese, la Consolata è oggi madre di molti figli sparsi nel mondo, che l’hanno conosciuta attraverso missionari e missionarie della Consolata, e che ora fa parte della loro vita con molta significatività.

Ecco a voi, cari Lettori, un mosaico di testimonianze di donne che hanno trovato nella Consolata una Madre, una presenza, una fonte inesauribile di consolazione.

“La mia relazione con Maria Consolata inizia circa 25 anni fa. La “Madre della consolazione”, “Consolata e Consolatrice”: queste espressioni attiravano la mia attenzione fin dal primo momento. La madre di Gesù fu consolata e oggi consola i suoi figli… non sarà che pure mi vuole consolare? Mi facevo questa domanda… e una sera di 13 anni fa, quando mi ritrovai sola in una situazione molto dolorosa, senza sapere cosa fare, ho messo la mano nella tasca, e lì si trovava lei: un’immagine della Consolata. In quel momento ho capito le parole che tanto mi toccavano: lei era la consolazione di cui avevo bisogno, lei mi accompagnava nel silenzio da molto tempo. Oggi posso dire che mi sono consacrata a lei, oggi dico con orgoglio e molto amore che sono Laica Missionaria della Consolata grazie a lei. E ringrazio Dio perché mi ha dimostrato in modo concreto il suo amore: mi ha dato una Madre Consolatrice affinché anch’io possa consolare gli altri”. (Betty Lopez, missionaria della Consolata argentina)

“La Consolata per me è quella madre attenta verso sua figlia. La sua presenza nella mia vita è reale e concreta, è più vissuta che pensata, più del cuore che della testa. Ogni Lunedì vado alla cappella più vicina di casa: la Sacra Famiglia, per la condivisione della Parola. E’ situata in una periferia urbana dove i residenti provengono per lo più dal Nord del Mozambico. Ma più che pensare nella loro origine, è da ammirare la fede e la semplicità delle loro condivisioni, una fede veramente incarnata nella realtà quotidiana. Ogni settimana ritorno a casa contenta per aver condiviso e ricevuto da questo gruppo. Mi edifica pensare che attrvaerso questi mezzi che la consolazione si espande, così è stato per Maria: nella sua vita è stata portatrice di consolazione” (Suor Julia Wambui Muya, suora missionaria in Mozambico)

“Sinceramente, non sono stata mai molto “mariana”… la mia fede è cresciuta a contatto con la Parola e nella relazione con Gesù Cristo. Alle volte mi facevo qualche scrupolo… essere missionaria della Consolata e non essere mariana… E poi, semplicemente, l’ho incontrata: mi trovavo lontana dalla mia missione tanto amata, e ne soffrivo molto. Sapevo il perché del distacco, ma il cuore piangeva. Ed ecco che, non sapendo che altro fare, le ho detto: “Maria, prendimi come tua figlia e proteggimi!”. Subito, mi sono sentita avvolta dal suo manto, mi sono sentita in braccio a lei, mi sono sentita figlia. Finalmente, e davvero, DELLA Consolata!” (Suor Stefania Raspo, missionaria della Consolata in Bolivia)

 

 

 

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Cercatori d’acqua

Quando la solidarietà ha il sapore dell’acqua

Non c’è dubbio: il problema dell’acqua ci preoccupa molto qui in Bolivia. Soprattutto la parte occidentale del paese, che corrisponde alle valli e altipiano andini, hanno avuto una caduta nella quantità di precipitazioni degli ultimi quattro anni, e non c’è bisogno dei dati di una stazione meteorologica per rendersene conto: nella nostra breve memoria storica in Vilacaya (quattro anni e mezzo) lo abbiamo constatato, ogni anno le piogge iniziano più tardi e terminano presto, mettendo a dura prova le risorse idriche, sempre più scarse.

E’ in questa situazione critica che si sono presentati nel nostro piccolo paesino di campagna Andrea e Roberto, due geologi italiani che fanno parte della ONLUS “La Lokomotiva” che ha come ideale: “Acqua potabile per tutti”. Li abbiamo conosciuti in Italia e con la nostra congregazione già hanno realizzato un pozzo in Mozambico.

Appena arrivati in loco si sono dati da fare: dopo un lunghissimo viaggio intercontinentale, non sono nemmeno andati a riposare e ci hanno chiesto di condividere le nostre impressioni e di dare le prime informazioni sul luogo. Da subito li abbiamo sentiti come gente di casa, e credo che anche loro si sono sentiti a loro agio. La nostra gente era molto emozionata e vibrante di aspettative per il loro lavoro: davvero l’acqua è vita, e lo sa bene chi deve usarla con il contagocce a causa della desertificazione imperante.

A turno gli uomini si sono messi a disposizione per accompagnarli lì dove Andrea e Roberto lo richiedessero. Su e giù per il letto del fiume, lì dove prima c’erano sorgenti che si sono prosciugate, e poi ai pozzi esistenti per calcolare il livello e la portata dell’acquifero. Nel mentre le donne si sono impegnate a far trovare loro saporite empanadas, bibite e quant’altro.

Mi sono, poco per volta, rilassata: l’incontro con altre culture è arricchente ma può anche dare origine a scontri. I due “gringos” si sono dimostrati particolarmente aperti alle novità e sommamente rispettosi (più passa il tempo, e più mi sento una mamma iperprotettiva della mia gente!)

Alle volte li accompagnavo, ed ho scoperto un mondo molto affascinante che studia le rocce, il terreno, misurazioni con strumenti altamente tecnologici e altre con stratagemmi molto semplici, come una bottiglia d’acqua mezza piena appesa ad un filo. Un giorno, risalendo il fiume a piedi, da una parte si trovavano i due geologi guardando la conformazione della valle, i sedimenti e quant’altro. Dall’altra il signor Hugo che mi diceva: “Mio nonno diceva: quando c’è questa pianta, sotto c’è l’acqua… quando affiora il sale dal terreno, è perché sotto c’è umidità…” e così via, trovandomi così tra due mondi diversi che si sfioravano: la scienza che per secoli ha affinato le sue competenze, e la sapienza originaria che – da millenni – osserva la natura e sa coglierne i segni. Due mondi separati? Non proprio: durante la mattinata sorge da una parte il desiderio di Hugo di sapere più cose, e l’interesse di Andrea e Roberto verso le conoscenze del popolo. Iniziamo così a sognare una serie di incontri in cui le due risorse, i due mondi, si possano incontrare scambiarsi le proprie ricchezze.

Il risultato di poco più di una settimana di studio è stato presentato alla comunità originaria una domenica sera. Con proiezioni e fotografie, con spiegazioni in italiano che traducevo (quasi) simultaneamente in spagnolo, Andrea e Roberto hanno condiviso le loro impressioni, ben consapevoli che questo tempo di siccità prolungata è molto delicato e che qualsiasi tipo di intervento dovrà fare i conti con tale situazione. La gente è molto attenta, pende dalle labbra dei due stranieri, nell’attesa di avere buone notizie di un futuro meno difficile. Certo, non ci sono bacchette magiche e soluzioni definitive, ma allo stesso tempo la speranza si fa più solida. “Sentiremo la vostra mancanza!” dice un uomo, quando li saluta calorosamente. Quasi mi commuovo: in poco tempo si è creata una relazione allo stesso tempo semplice, immediata e genuina.

Anche noi li salutiamo con il cuore colmo di riconoscenza per il tempo che hanno speso nella nostra piccola e sperduta Vilacaya e per la loro presenza positiva e fraterna. Sperando che l’ideale de La Lokomotiva si concretizzi per la nostra gente: acqua per tutti, anche in Vilacaya.

Suor Stefania Raspo, MC

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Un prezioso regalo del Sole

La Scalinata dell’Inca sull’Isola del Sole, custodita da Mama Okllu e Mallku Kapac

PATRIMONIO DEI POPOLI:

Miti, leggende, racconti…: un invito a scoprire e gustare la bellezza e la ricchezza delle diverse espressioni culturali dei popoli tra i quali viviamo la nostra missione.

Per i turisti che attraccano all’Isola del Sole, nel Lago Titicaca (Bolivia), a quasi quattromila metri di altezza, ci sono due statue ad accoglierli: sono imponenti, un uomo e una donna vestiti secondo la tradizione Inca; i due affiancano una scala lunga e ripida, che porta a una fontana di acqua fresca. Si tratta di Mallku Kapac e Mama Okllu, i leggendari fondatori dell’Impero Inca, figli di Inti, il dio Sole. Ecco una leggenda quechua/aymara che racconta la loro storia, e non solo, narra anche l’origine di un alimento molto importante per i popoli andini: il mais.

Wiracocha, il supremo Dio, era molto arrabbiato: gli uomini che aveva creato per amore e a cui aveva insegnato l’arte e la scienza, si erano lasciati sedurre dal dio del Male, Supaya, e nel loro cuore erano cresciuti l’odio e l’invidia. Fece scendere neve e gelo, i campi diventarono sterili, nelle anime degli uomini rimase solo il dolore e il pianto. Rimasero solo rovine e silenzio dove prima fiorivano l’arte e la scienza. Con il tempo, gli esseri umani dimenticarono ogni tipo di virtù, diventarono cannibali e si comportavano come bestie. Fu un castigo che durò lunghi secoli, fu la notte dell’umanità!

Un giorno Inti, il figlio prediletto del Dio degli dèi Wiracocha, si avvicinò a suo padre e gli disse: “Padre mio, creatore di ogni cosa, dal cuore buono e magnanimo, ti supplica questo tuo figlio affinché si calmi la tua collera contro l’umanità, abbandonata nella Terra. Permetti che i miei due migliori figli scendano, si avvicinino alle persone e cerchino di ammansire quei cuori, guidandoli sulla via che corrisponde loro, come figli della tua Creazione”.

Wiracocha ascoltò suo figlio con calma, quindi gli rispose: “Figlio Inti, da oggi ti chiamerai il Benefattore e l’Incomparabile: le tue ragioni hanno commosso il mio cuore, non è un caso che sia tu il mio figlio prediletto, mio amato Inti. Che si compia il tuo desiderio: manda i tuoi figli, dopo averli educati nel bene e nel lavoro”.

E fu così che Inti trasportò su di un fulmine i suoi due figli Mallku Kapac e Mama Okllu, che lasciò nell’isola del Sole, nel grande lago Titicaca. Diede loro un bastone d’oro: “Prendete questo bastone: quando affonderà nel terreno, sarà il segno che in quel posto fonderete il vostro regno”.

I due, fratelli e sposi allo stesso tempo, iniziarono la ricerca del luogo della loro dimora: una barca di giunchi, diretta misteriosamente, solcò il lago e li lasciò sulle sue rive. Sulla terraferma, cominciarono il loro pellegrinaggio verso il nord. Camminavano senza posa, non evitavano la fatica, sopportando il freddo della notte e le asperità del terreno, scalavano montagne. Lanciavano il bastone aureo al suolo, in cerca del luogo predestinato, ma niente. Ormai erano passati diversi giorni, e nella bisaccia che avevano portato con sé era rimasto ben poco da mangiare.

“Non ti preoccupare, sorella mia e sposa mia”, disse Mallku Kapac, “so che nostro padre Inti non ci abbandonerà. Siamo suoi figli, e siamo qui perché lui ci ha inviato”, la sua voce era serena. Continuò: “Questo pomeriggio, prima che il Sole tramonti, parlerò a nostro Padre in ginocchio, abbi fede che ascolterà la nostra preghiera”.

In quel pomeriggio i due fratelli sposi arrivarono ai piedi di una montagna. Inti, il Padre Sole, dava gli ultimi raggi di luce alle valli, attraverso le fenditure delle rocce. Aprì le braccia verso i suoi figli amati e indicò loro una gola rocciosa, dietro cui in poco tempo sarebbe scomparso. Parlò così: “Figli miei, tra poco troverete riposo nel vostro lungo pellegrinaggio e i vostri cuori gioiranno al calore di una dimora stabile. Il vostro popolo già vi sta aspettando: dovrete avere pazienza, perché vivono nella tenebra, ma quando la luce illumini le loro menti, riconosceranno che io sono il loro padre. Andate, figli miei, ma prima raccogliete l’alimento che lascerò in questa gola rocciosa: sarà vostro alimento e ne porterete anche all’umanità come un dono del loro Padre Sole”.

il mais: alimento basico per il popolo andino

E mentre i due figli amati si trovavano ancora in ginocchio, Padre Inti si nascose dietro la montagna, lasciando scivolare dal suo manto aureo una cascata di mais. Con la forza di questo alimento e incoraggiati dalla presenza del Padre Sole, i due fratelli continuarono il viaggio, arrivando un giorno all’ingresso di una valle. “Mi sembra che siamo giunti al luogo predestinato” disse il fratello. Gettò il bastone d’oro che iniziò ad affondare nel terreno, fino a sparire. Grande fu lo stupore di entrambi: erano giunti a casa! In questo luogo sarebbe nata più tardi la città di Cuzco, centro dell’Impero Incaico.

Si guardarono attorno: la gente viveva in grotte come animali selvatici, mangiando la carne dei propri nemici. Mallku Kapac e Mama Okllu si avvicinarono e pazientemente, vincendo poco per volta la loro sfiducia, insegnarono il lavoro e la cultura. Lui insegnò a lavorare la terra e raccoglierne i frutti. Lei a filare la lana e tessere. Lui insegnò ad addomesticare gli animali e lei a cucinare. Lui fabbricò oggetti di ceramica e lei insegnò a coprire le nudità con decoro. Lui insegnò la giustizia, fomentò la virtù, insegnò la verità, predicò la parola di Inti e istituì la religione. Lei insegnò la bontà, la mansuetudine e l’obbedienza.

Fu così che i due fratelli e sposi fondarono l’Impero Inca, che più tardi sarebbe stato lo stupore del mondo intero, per la raffinata cultura, la scienza avanzata e l’immensa ricchezza e potere. Senza dimenticare il regalo del Padre Sole: il mais, alimento fondamentale, come pane quotidiano per i discendenti degli Incas e per molti altri popoli americani e – oggi – per molte popolazioni in tutte le parti del mondo.

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America: tanti cammini, un solo cuore

il gruppo delle MC partecipanti all’incontro di Bogotá

 

L’incontro continentale America parla di molti sentieri ed un’unica passione per la missione 

Un tappeto coloratissimo ospita dei personaggi molto interessanti: un uomo davanti a un labirinto, perché la vita è così: sembra un percorso problematico, ma c’è un Centro e una Direzione, c’è il Grande Spirito, secondo la sapienza del popolo Pima degli Stati Uniti. E che dire dell’uomo pensante? Perché la persona è “testa”: è pensiero, riflessione, è importante per questo prendere il tempo necessario per pensare bene, a fondo. Come ha fatto una comunità Yecuana che ha detto al vescovo che aveva bisogno di dieci anni per prendere una decisione, davanti a una proposta che il prelato le faceva! Ecco lì una cuya: mezza zucca che per gli Yanomami è un attrezzo multiuso quotidiano, ma che nelle feste diventa il mezzo della condivisione e quindi simbolo della generosità, il valore supremo per questo popolo. E poi i copricapi dei Huitoto e dei Guaranì, segno della danza, della festa, dimensioni essenziali ed esistenziali dei due popoli. Infine, la statuetta in terracotta di una donna che allatta il figlio, messa su una bandiera coloratissima, rappresenta la Madre Terra che il popolo quechua rispetta e ama come la propria mamma.

i simboli che hanno accompagnato l’incontro

Con questi simboli che ci portano la sapienza e spiritualità dei popoli nativi di America abbiamo iniziato il nostro incontro continentale delle Missionarie della Consolata dell’America, ma come ben ha detto una sorella alla fine dell’incontro, non si è trattato solo di soprammobili, piuttosto abbiamo sentito la presenza viva dei nostri popoli, e il loro sostegno per il nostro cammino.

Eravamo 20 sorelle provenienti da Stati Uniti, Venezuela, Colombia, Brasile, Argentina e Bolivia, accompagnate da suor Natalina Stringari, consigliera generale, e per due settimane ci siamo riunite per condividere esperienze, riflessioni sul carisma e sulla missione che portiamo avanti. E’ stato un tempo di profonda ricchezza, che ci ha riempito di entusiasmo e dato molte luci: le sorelle che vivono con popoli nativi hanno avuto un tempo prolungato per raccontare la loro esperienza e le ricchezze della cultura originaria. Come gruppo, poi, ci siamo prese l’impegno di studiare a fondo un aspetto proprio della cultura ed elaborare un piccolo saggio, da condividere con il resto del gruppo via internet e in un futuro incontro. L’entusiasmo e l’amore che ciascuna ha trasmesso è stato contagioso ed ha moltiplicato la “voglia di missione” che già brucia nei nostri cuori. Davvero fa bene incontrarsi e “contagiarsi”!

le sorelle della Regione Amazzonica Brasiliana

Se è vero che le realtà sono molto diverse, in quanto due comunità (in Argentina e Bolivia) sono con popoli andini, tre con popoli amazzonici (in Colombia, Brasile e Venezuela) e due in riserve indigene (in Brasile e Stati Uniti), ci sono anche molti elementi in comune: anzitutto, la sapienza originaria ha caratteristiche simili ad ogni latitudine della Terra, soprattutto nel suo sguardo olistico che abbraccia tutta la realtà: umana, divina, della Natura, in armonia e complementarietà. Un altro elemento che unisce le nostre esperienze missionarie è il carisma, che determina lo stile della nostra presenza, che cerca di essere semplice e vicino alla gente. Il nostro Padre Fondatore, il Beato Giuseppe Allamano, e la nostra mamma Consolata, come anche la forza che ci dà l’Eucaristia, sono compagni di viaggio indispensabili per poter vivere la vita a fianco della nostra gente.

“Siamo arrivate da mille strade diverse”, dice un canto. Sembra proprio così anche per noi: siamo arrivate da tanti paesi diversi, da realtà di missione differenti. “Ora siamo un unico cuore” continua il canto, e sembra proprio scritto per noi: come Istituto stiamo camminando verso la unificazione delle nostre realtà di Continente in un’unica Circoscrizione. Sempre più unite, sempre più UNO. Questo incontro ha creato legami forti e significativi tra noi, rinnovando la passione per la missione e lo spirito di famiglia. America: abbiamo tanti cammini ma siamo un unico cuore.

Suor Stefania R., mc

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Bimbo cattivo!

Sunchu Pampa, uno dei luoghi più aridi della zona: con i ragazzi saliamo l’arida collina per chiedere al Dio del Cielo il dono della pioggia

Gli effetti nefasti de El Niño sull’America e in particolare sulla Bolivia

vista satellitare del Niño: il rosso indica il surriscaldamento dell’Oceano Pacifico che porta conseguenze letali al Continente Americano

Non so perché lo abbiano chiamato Niño, né lo voglio sapere, ma questo bambino (questo significa tale parola in spagnolo) è un bimbo molto, molto cattivo: ci fa stare a naso in su tutto il giorno, implorando pioggia da un cielo senza nuvole. Ad ogni batuffolo bianco (meglio se scuro) che appare nel blu intenso, si aggrappa la speranza di una pioggia che non arriva. Il suono di tuoni diventa musica alle orecchie, ma niente: partiamo per l’Argentina, a fine dicembre, con l’angoscia di non aver visto iniziare la stagione delle piogge.

Fin dagli Anni Ottanta la Bolivia è stata colpita da una serie di siccità che, poco per volta, hanno obbligato la gente a lasciare l’Altipiano Andino in cerca di lavoro nelle città o migrando verso Argentina, Brasile, Europa. Siamo arrivate a Vilacaya nel 2013: la gente si lamentava già della diminuzione delle piogge, ma nel corso di questi quattro anni abbiamo potuto constatare con i nostri occhi la progressiva desertificazione della zona, con una stagione delle piogge ogni volta più ridotta. Il meglio del peggio è stato l’anno scorso: non raggiunge i due mesi il tempo delle precipitazioni, ad aprile si parla già di scarsità delle risorse idriche, e sappiamo che le piogge, nella migliore delle ipotesi, non arriveranno prima di ottobre. Ma il peggio del peggio è ora: se siamo arrivati a fine 2016 arrangiandoci e soffrendo un poco, che sarà di noi, della nostra gente, nel 2017, se le piogge non riforniscono d’acqua le vene sotterranee?

effetti del Niño: siccità…

Molte volte si dice “l’acqua è vita”, ma fin quando non lo si prova sulla propria pelle, non si comprende la profonda realtà che si afferma. E c’è anche il rovescio della medaglia: “La mancanza d’acqua è guerra”. Sì, ve lo assicuro: se manca il prezioso liquido cristallino, tutti si barricano in difesa del poco che possiedono, e questo a grande scala come nel piccolo dei villaggi. E adesso mi spiego: Cile, il miglior nemico della Bolivia, fin da quando quest’ultima ha perso il suo sbocco al mare in una guerra persa con il vicino lungo e stretto. Da sempre – e soprattutto nel governo di Evo Morales – la rivendicazione del mare è un tema da sbattere sul muso al Cile. Ma quest’anno, quando la sete ha iniziato a farsi sentire, scoppia il caso: il Cile ha rubato da anni l’acqua di un fiume in territorio boliviano. Rubato? Sicuramente c’era stato un accordo più o meno formale per l’installazione di tubi e canali che derivavano l’acqua verso i campi cileni. Solo che adesso l’oro blu  vale più dell’argento, che 500 anni fa aveva ipnotizzato gli spagnoli. Si parla persino di un dispiegamento di carri armati al confine: la guerra dell’acqua è alle soglie. Nel nostro piccolo, Vilacaya va nella vicina comunità di Mulahara, per chiedere di poter incanalare l’acqua e migliorare un poco la situazione, ma i vicini si rifiutano: hanno paura che in tempi peggiori verrà a mancare loro. E pensare che i loro figli vengono a Vilacaya per la scuola superiore, ma niente: la paura vince sulle buone ragioni.

…e inondazioni

In novembre è caos totale: le grandi e popolose città iniziano a razionare l’acqua – certo, soprattutto nei quartieri poveri – e la situazione si aggrava in La Paz. La gente inizia a vendere secchi d’acqua come se fosse oro, le motobotti la forniscono a lunghe file di persone assetate. Cile si offre di aiutare Bolivia, ma il presidente Evo dice: “No, grazie: ce la facciamo da soli”. In dicembre iniziano precipitazioni, alle volte violente, con grandine, prostrando i contadini. In altre parti, come il dipartimento di Potosí, nemmeno una goccia.

Tutta colpa di quel bimbo cattivo! Ma di chi è figlio? Ciascuno faccia il DNA del proprio stile di vita, e si riconosca padre/madre di questa creatura…

suor Stefania Raspo, mc

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Bolivia: perché si?

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Un’estate diversa, alla scoperta di un mondo diverso

Questa mattina ho aperto gli occhi accompagnata dal ticchettio regolare delle gocce di pioggia sul vetro della mia finestra. “Ci mancava solo la pioggia” è la prima frase che sento dire da chi accoglie il mio buongiorno rispondendo con una lamentela. Un tempo avrei pensato anche io la stessa cosa.

Oggi, invece, mi alzo con allegria. La Bolivia mi ha insegnato anche questo: confidare nel nuovo giorno che nasce e gioire quando il cielo ci regala acqua. Ci sono luoghi della terra che soffrono per mancanza di risorse primarie e forse è anche un po’ colpa nostra, di questa porzione di mondo che con leggerezza spreca e spesso toglie  vita a chi sta dall’altra parte, e non ha abbastanza voce per farsi ascoltare.

giulia_01È passato ormai quasi un mese dal mio ultimo giorno nella missione di Vilacaya: anche la mattina che sono partita per tornare in Italia il cielo era tenebroso ed è scesa qualche goccia. E’ stata una sorta di benedizione, una preghiera di fiducia in un ritorno.

Il mio viaggio aveva origine da un desiderio scavato nel profondo, un tarlo che tormenta, un battito di tamburo che scandisce il tempo. La necessità di esplorare una parte di mondo che non mi apparteneva, che mi avrebbe messa alla prova e fatto scoprire altri valori, non mi hanno mai abbandonata in questi anni. Non so definire esattamente cosa mi abbia fatto dire “Bolivia”: ci sono luoghi che chiamano, e percepisci a pelle una certa compatibilità. Un po’ come con le persone. Poi mi affascinavano i colori, i suoni, la cultura Quechua e la storia millenaria. Così il 28 luglio ho lasciato il mio orizzonte incorniciato dal Monviso e mi sono ritrovata a Vilacaya: 4000 metri di altitudine e terra arida, un cielo azzurro intenso che ti si appiccica agli occhi, e distanze troppo vaste da attraversare per le sole gambe di un uomo.

Il corso missionario che ho frequentato in preparazione al viaggio porta il titolo “giovani in missione: perché no?” Oggi, alla luce dei due mesi condivisi a Vilacaya con tre sorelle straordinarie, posso dire di aver trovato i miei “perché sì”.

giulia_03 perché sentirsi stranieri insegna umiltà, accettazione dei propri limiti, apertura a rimettere in discussione quelle che si consideravano “certezze”.

perché relativizza le abitudini e rimescola le priorità.

perché incontrare e conoscere l’Altro in situazioni di pace aiuta a creare ponti e abbatte i muri e le paure del “diverso”, arricchisce di umanità.

perché vivere in povertà significa realizzare prima di avere troppo e poi di avere abbastanza, imparare a condividere il poco che si ha con chi non ha niente, tornare all’essenziale.

perché riappropriarsi di spazio e tempo è un’azione che mette ordine alla propria vita, impone scelte, ti mette a nudo.

perché  si impara ad essere liberi: dall’ignoranza di chi giudica per “sentito dire” e crea leggende inesistenti, dai vizi della ripetizione passiva che rende schiavi.

perché la rabbia che da impotenza dice quanto siamo fragili e infinitamente umani, e insegna non a salvare ma a camminare insieme, l’uno accanto all’altro.

perché si scopre che il fallimento può essere un’occasione per ripartire, che si può amare o odiare solo attraverso gli occhi, che il silenzio può avere un suono, che gioia e disperazione non sono incompatibili, che la creatività vince la monotonia.

perché il viaggio non finisce sull’aereo di ritorno ma entra nella vita di ogni giorno e la trasforma, come sta succedendo a me. Ed è una sensazione strana e bellissima: tenere per mano due terre così lontane e diverse e farle avvicinare, accorciarne la distanza.

 

Giulia Maccagno

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Attorno ad una pentola

Tra donne ci si capisce, soprattutto attorno ad una pentola

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Era la seconda visita alla comunità di Tañavillque: ci aspettavano, come programmato nel nostro primo incontro, alle 7 della mattina per la riunione con le mamme. La sera precedente, a cena, cercavamo di preparare l’incontro: che diremo loro? Su quale tema possiamo basare la nostra riunione? Eravamo un po’ indecise, per diverse ragioni: l’ostacolo più grande era il problema della lingua, infatti le donne parlano prevalentemente il quechua, e non sapevamo fino a che punto capivano lo spagnolo.

bolivia_pentola2Partiamo da Vilacaya quando le prime luci dell’alba si presentano pigramente all’orizzonte: poco per volta, nel nostro viaggio tra valli e colline, i raggi del sole colorano le punte delle montagne, che ci lasciano senza parole nella loro bellezza. Arriviamo, puntuali come orologi svizzeri, alle sette spaccate. Le mamme arrivano alla spicciolata, e le scopriamo nel cortiletto dietro la scuola attorno al fuoco, indaffarate a pelare e tagliare le verdure per la minestra. Ci mettiamo anche noi attorno al fuoco, sorridendo ai bambini avvolti nell’aguayo, sulle spalle delle loro mamme. Iniziamo a chiacchierare con le signore, che si dimostrano aperte e loquaci. Ridono quando cerchiamo di spiccicare qualche parola in quechua, e sono contente quando ci mettiamo a scuola di cucina: stanno preparando la k’alapurka, una minestra a base di farina di mais, che si fa cuocere al contatto con pietre roventi. Il tempo passa, attorno alla pentola, sereno e tranquillo: tra donne ci capiamo senza tante parole, in un ambiente naturalmente femminile, quale è una cucina. Alcune si aprono con fiducia: una giovane ci racconta della sua vita e dei suoi sogni, ci fa entrare nello spazio sacro della sua storia.

Ci prendiamo in giro da sole: la notte precedente ci siamo scervellate cercando un tema da trattare a mo’ di lezione, un po’ troppo abituate a certi schemi mentali e missionari… mentre l’incontro è stato puramente e semplicemente INCONTRO!

bolivia_pentola3La k’alapurka è pronta: ci trasferiamo in un’aula della scuola rurale, e ci godiamo il buon piatto. Nella cultura quechua si parla molto con il cibo, e questa k’alapurka ci dice quanto siamo ben accolte. Le donne avevano espresso il desiderio di imparare taglio e cucito e maglieria: proponiamo loro di iscriversi ad un corso, tenuto dalle suore del Bambin Gesù; con gioia constatiamo che un gruppetto è interessato alla proposta e sogna di poter sbarcare il lunario per il bene della propria famiglia e della comunità. Tañavillque è una borgata piccola e umile, ma ammiriamo la voglia di vivere di questo gruppetto di contadini che – ogni anno di più – deve lottare contro il cambio climatico che li spinge al limite della sussistenza, e forse quest’ anno alla fame.

Concludiamo l’incontro con la celebrazione della Parola. Cantiamo insieme: “La tua Parola è luce che illumina la nostra oscurità”. Sì: la tua Parola è luminosa come il sole nell’Altipiano, che splende e dona a tutti il suo calore. Ti presentiamo Reyna, Lidia, Benita… e tutte le nostre amiche di Tañavillque: sii Tu la luce e la forza che permette loro di continuare il cammino, di perseverare con tenacia in questa meravigliosa vocazione che hai affidato alla donna: di far crescere e avere cura della vita.

Suor Stefania Raspo

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Interculturalità e il Beato Giuseppe Allamano

La sapienza del Beato Giuseppe Allamano e l’esperienza dell’interculturalità nella missione oggi.

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Il canonico Allamano non è mai uscito dall’Italia, ma il suo cuore sapeva andare oltre, all’incontro di popoli e culture. Era la sua  passione per il Vangelo che gli dilatava il cuore e la mente, e con questa apertura è diventato un maestro di missionari e missionarie. Le sue parole hanno molto da dirci anche oggi, non odorano di vecchio o obsoleto. E’ pur vero che l’Allamano si mise alla scuola dei suoi missionari, leggendo con attenzione i diari che scrivevano e gli inviavano.

INTERCULTURALIDAD_01E’ interessante ascoltare Padre Fondatore quando parla di masuetudine, un atteggiamento e un valore indispensabile nella missione, nell’incontro tra culture che lì si dà: “Quando sarete nelle missioni, la mansuetudine avrà per voi un’importanza straordinaria […] è una virtù  morale necessaria nelle relazioni con gli altri, e in vista del bene che vogliamo dar loro”.

Da alcuni anni, dopo il martirio di suor Leonella Sgorbati, che è morta dicendo: “Perdono, perdono, perdono”, il nostro Istituto delle Missionarie della Consolata ha proposto di fare il voto della “non violenza”, nome odierno dato alla mansuetudine che ha indicato il Beato Giuseppe Allamano.  In fin dei conti, non significa niente altro che la qualità delle relazioni umane che fanno crescere, e la missione non è altra cosa dell’incontro/relazione  con persone di culture e costumi diversi, alle volte molto differenti dalla nostra.

E’ portando quseto q’epi (il fardello del coloratissimo aguayo che le donne usano per trasportare bimbi e cose nell’altipiano andino) di esperienze e insegnamenti che siamo arrivate in Bolivia, quattro anni fa: dal 1° febbraio 2013 noi Missionarie della Consolata siamo presenti a Vilacaya, nel dipartimento di Potosí, in un’area contadina del popolo quechua. E’ come atterrare in un altro pianta di usanze, valori e visione del mondo, così differenti dai nostri schemi mentali.

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il Beato Giuseppe Allamano

Il popolo quechua ti affascina con la bellezza della sua arte, molto colorata, e per il suo attaccamento alle proprie tradizioni ancestrali. E’ un popolo che soffre molto, ma allo stesso tempo non smette di mostrare la sua dignità e il suo orgoglio. L’incontro con il differnte, però, crea sempre in noi una reazione: alle volte positiva, alle volte negativa. E’ il quotidiano, l’incontro giorno dopo giorno che costruisce le relazioni, e ogni giorno siamo chiamate a superare le differenze per il bene comune.

Per chi viene da un ambiente urbano, la prima cosa che colpisce è il ritmo di vita differente: nella campagna tutto procede con calma, i tempi per concretizzare i progetti si dilatano. Ci imbattiamo con il problema della scarsità di acqua, però per molto tempo non siamo riusciti a concretizzare una soluzione. E’ lì, in quei momenti, che potremmo cadere nell’errore di giudicare, di perdere la pazienza e compromettere, di conseguenza, le nostre relazioni. “Non inganniamoci confondendo l’ardore apostolico con le nostre passioni” dice Padre Allamano “l’esperienza dimostra che i missionari e le missionarie più sono mansueti, più fanno il bene”.

Le sue parole risuonano nella nostra vita missionaria e ci indicano il cammino, ci ricordano che stiamo con la gente per camminare insieme e insieme incontrare il Signore della Vita.

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segni della festa nel popolo quechua

La Beata Irene Stefani, per il suo atteggiamento mite e umile, era chiamata la Madre della Misercordia e fino ad oggi in Gekondi si sente la sua presenza di bene e di amore verso la sua gente.

E per finire, un altro pensiero, però da un altro punto di vista: un incontro sempre avviene per lo meno tra due persone. Abbiamo parlato del nostro punto di vista, del nostro sguardo verso persone diverse da noi, però… che cosa succede a chi ci riceve nella propria terra? Non dimentichiamoci mai che siamo stranieri, pellegrini, persone accolte.

In Vilacaya la nostra esperienza è stata di un’accoglienza incredibile, e ci siamo messe alla scuola della nostra gente, per imparare ad accogliere sul serio. In ogni caso, mi immagino le famiglie nelle case, alla sera, che parlano di noi: corriamo, parliamo con voce alta, usiamo molto le mani quando chiacchieriamo, siamo come bambine che non sanno cosa bisogna fare nei rituali, e persino nei saluti… Nonostante tutto questo, la gente ci vuole bene, ci rispetta e gode della nostra presenza in Vilacaya.

Ma non è l’unica esperienza di questo tipo: è doveroso dire un GRAZIE DI CUORE a tutti i popoli del mondo che ci hanno accolto e dato il meglio della loro terra e della loro cultura: oggi la nostra famiglia missionaria possiede tesori preziosi di un valore incommensurabile.

Suor Stefania Raspo

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La nostra missione tra i popoli indigeni in America

Noi, Suore Missionarie della Consolata, come consacrate per la missione, privilegiamo l’annuncio del Vangelo alle genti,  per questa ragione,  nel continente America, siamo particolarmente impegnate, nel ministero tra i popoli indigeni.

Camminiamo con loro approfondendo la loro cultura, li sosteniamo nelle lotte per i propri’ diritti (umani, sociali…) li accostiamo con grande rispetto delle loro manifestazioni religiose, promuovendo e sostenendo una formazione integrale. Apprezziamo l’esperienza dei loro valori culturali quali la reciprocità, la solidarietà, il rispetto per la natura, il senso del sacro, l’equilibrio esistenziale per il bene di tutti, l’amore e il rispetto per la terra, il lavoro, il coraggio e la tutela della comunità che supera ogni individualismo.

Questa galleria si propone di mostrare la  varietà dei popoli indigeni d’America , tra cui lavoriamo, pertanto  vi invitiamo a godere ed entrare nell’universo indigeno  attraverso l’immagine.

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