Testimoniare la forza trasformatrice del Vangelo.

Papa Francesco ci invita a riflettere e pregare sulla missione al cuore della fede cristiana, dicendo che “il mondo ha essenzialmente bisogno del Vangelo di Gesù Cristo. Egli, attraverso la Chiesa, continua la sua missione di Buon Samaritano, curando le ferite sanguinanti dell’umanità, e di Buon Pastore, cercando senza sosta chi si è smarrito per sentieri contorti e senza meta. E grazie a Dio non mancano esperienze significative che testimoniano la forza trasformatrice del Vangelo”.

In occasione della giornata Missionaria Mondiale (22 ottobre, 2017) tanti cristiani nel mondo siamo in comunione gli uni gli altri, nella preghiera e nella condivisione delle esperienze missionarie, che testimoniano la gioia della fede e della vita trasformata con la forza del Vangelo.

Vediamo questa galleria fotografica delle Suore Missionarie della Consolata, in missione…risposta di fede alla chiamata di Dio.

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Il viaggio della mia vita

Suor Ruby Idaly Sánchez, missionaria colombiana, ha lavorato per vari anni nelle missioni del Mozambico e della Colombia. Attualmente svolge il suo apostolato in Argentina.

Sono grata al Signore e al mio Istituto per tutto quello che nel corso dei miei 29 anni  di consacrazione religiosa ho ricevuto e continuo a ricevere; in particolare sento una immensa riconoscenza per aver reso possibile la realizzazione di un grande sogno della mia vita. Nel mio cuore, infatti, ho sempre custodito un grande sogno: quello di poter andare in Terra Santa. In realtà mi sembrava un’utopia, ma arrivò il giorno desiderato e insieme al salmista esclamai: “Quale gioia quando mi dissero: andremo alla casa del Signore…” (Sl 121). Per me poter andare in Terra Santa racchiudeva un significato molto grande: sentivo che era proprio Gesù che mi faceva questo invito: “Vieni nella mia terra, nel Paese dove sono nato, cresciuto, dove ho appreso molte cose dai miei genitori e familiari, dove sono stato battezzato, dove ho scelto alcune persone con le quali ho dato inizio alla mia Chiesa e, infine, dove ho sofferto, sono morto e risuscitato per te e dove continuo a camminare ancora oggi, talvolta visto come uno straniero”.

È difficile per me dire quale sia stato il luogo più significativo tra quelli che abbiamo visitato, perché tutti lo sono stati. Quando atterrammo all’aeroporto di Tel Aviv-Giaffa, ho provato una grande emozione ed è risuonata nei miei orecchi la parola “qui”: qui è vissuto Gesù. Questa parola ha accompagnato me e le sorelle lungo tutto il nostro pellegrinaggio.

Nazareth mi è rimasta nel cuore, con la vista della grande basilica dove si è realizzato un grande e umile mistero: l’Incarnazione del Figlio di Dio; il primo luogo che ci testimonia Cristo, un luogo dove ho sperimentato tanta gioia e che mi ha spinto a rinnovare il mio sì, insieme a quello di Maria. Non si trattava di un sì poetico, era un sì misto a sentimenti di incertezza e di timore, tuttavia è stato un Fiat incondizionato.

È difficile descrivere le varie esperienze che ci hanno toccato il cuore. Tali sono state la contemplazione del Dio Bambino a Betlemme, il rinnovare le nostre promesse battesimali nel fiume Giordano e il salire sopra una barca, attraversando il lago di Tiberiade. Qui ci è sembrato di udire la voce di Gesù che diceva: “Non abbiate paura…”. Abbiamo sentito nuovamente la chiamata di Gesù a seguirlo, a passare all’altra riva… Che esperienza forte!

Un luogo che mi ha portata alla riflessione ed anche alla contemplazione è stato “la casa dell’amicizia”, quella degli amici di Gesù: Lazzaro, Marta e Maria, dove Egli era solito recarsi per trovare pace, amicizia, consolazione e riposo: Betania. Qui ho pregato intensamente per la mia famiglia, la mia comunità, l’Istituto e per ciascuna persona a me cara. Così dovrebbe essere la nostra vita: un’altra Betania, una casa aperta, dove tutti possano trovare un luogo di tranquillità e di riposo.

Un’altra esperienza che mi ha toccata molto è stata la visita all’orto degli ulivi, dove abbiamo avuto l’opportunità di passare un momento abbastanza lungo in silenzio e nella contemplazione delle sofferenze di Gesù. Appoggiando il capo sulla pietra dove Gesù aveva pregato, mi è sembrato di udire la sua richiesta di vegliare un’ora con Lui e ho provato molta angoscia.

Credo, come dice S. Giovanni, che non basterebbero dei libri per descrivere l’esperienza vissuta nel tempo del nostro pellegrinaggio. I giorni trascorsi a Gerusalemme mi hanno lasciato una mescolanza di sentimenti: da una parte quell’essere “lì” è stata un’emozione molto grande; tuttavia quando abbiamo iniziato a percorrere le “via dolorosa”, pregando le stazioni della “via crucis” in mezzo alla gente, il chiasso, il commercio, la via molto stretta ci causarono un certo sgomento. Rivolgendosi a noi, il sacerdote che ci accompagnava ci disse: “Non vi impressionate: la stessa cosa è successa a Gesù. La Sua via verso il Calvario fu in mezzo a tanta gente e a tanto chiasso”. Queste parole mi toccarono profondamente: veramente non c’era nulla di buono e di facile nella “via dolorosa”.

Infine abbiamo visitato il Calvario e il Santo Sepolcro. Qui sono risuonate alle mie orecchie le parole di Gesù: “Si divisero le mie vesti”. Sì, in quella grande basilica, divisa tra le varie confessioni cristiane, non c’è libertà di andare in certi luoghi e qui c’è il sepolcro vuoto

Suor Ruby I. Sanchez, mc

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L’esperienza di un “incontro”

Suor Renata Conti è stata per molti anni missionaria in Colombia. Come esperta biblista, ha accompagnato le Sorelle durante il loro pellegrinaggio in Terra Santa. Attualmente è postulatrice della causa di canonizzazione di suor Irene Stefani e di quella di beatificazione di suor Leonella Sgorbati, missionarie della Consolata. Ci racconta così la sua esperienza in Terra Santa.

È ancora vivo in me l’intenso sguardo d’amore di Gesù che mi afferrò mentre contemplavo la scena del Noli me tangere! nella Basilica del S. Sepolcro a Gerusalemme. La visione attiva e persino curiosa mi fece incontrare il Risorto che parlava anche a me.

Quello sguardo mi invitava a tendere l’orecchio, nel silenzio, per ascoltare la Parola, così eloquente e palpabile in quel luogo, come a Maria nel mattino di Pasqua.

Oh, la forza di una immagine che apre uno squarcio di luce sulla propria identità di credente e cambia la vita!

Da sempre ho voluto esplorare il mistero femminile attraverso figure-simbolo, a partire da Maria, la Madre del Signore.

suor Renata

Ho sempre ammirato il gruppo di donne che seguivano Gesù e i dodici e li assistevano, le donne che, fedeli, troviamo al Calvario, al sepolcro e all’alba del nuovo giorno.

Mi ha toccata però, in particolare, la discepola di Magdala, che mi ha svelato i segreti del cuore: la sua relazione col Signore, la sua avventura nella fede.

Ricordo di aver letto che quando si prende coscienza di ciò che si è scritto solo dopo la scrittura, poiché il pensiero è arrivato prima al cuore, poi alla penna e per ultimo alla testa, allora ciò che è scritto diventa veicolo di un’esperienza, luogo della Presenza. Questo è ciò che mi ritrovo rileggendo quanto ho scritto in queste poche righe.

Il luogo della Presenza è stato per me la Terra Santa, una realtà che io stessa scoprivo e sperimentavo mentre facevo il percorso-pellegrinaggio accompagnando le Sorelle del 25° di Professione Religiosa-missionaria. Ma allo stesso tempo avvertivo come ciò che custodivo dentro, senza saperlo. Il giardino del Risorto era il giardino del mio cuore.

Ho così cominciato a percepire la scena pasquale con occhi, anima, sensi proprio come se fossi lì presente, trascinata dal desiderio di rendere visibile ciò che stava accadendo mentre contemplavo, nella Parola, il muto linguaggio dei gesti di Maria di Magdala.

Maria si faceva così compagna di questa presenza invisibile e reale che mi svelava il mistero della Vita e mi faceva entrare “con fede” in modo diverso, nella Parola, che era viva e palpitante nel mio cuore in modo nuovo, a me sconosciuto.

Io la seguivo in quei luoghi santi “a piedi nudi” accanto a Gesù.

Ma ho osato spingere il mio sguardo così oltre da includere nell’itinerario “tutto il tempo”, dall’inizio al compimento: fino alla “casa del Padre”.

Mentre mi inoltravo in questa contemplazione e preghiera, leggevo in trasparenza il senso della vita, perché la luce pasquale mi rendeva trasparente ogni cosa.

La vicenda di Maria era uno spazio sacro: il luogo ospitale da cui potevo guardare con serenità la mia realtà. La sua immagine, talora, la sua gioia e il suo dolore diventavano la mia gioia e il mio dolore. E la gioia e il dolore di ogni uomo e di ogni donna. La sua esperienza l’esperienza di tutti! E anche noi, come scrive P. Claudel, entriamo in contatto insieme a lei con quel “Tu intimo e tenero, che tocca le fibre più segrete dell’essere, colma il cuore e invita alla reciprocità. Il Tu che dà sicurezza e pace, che dilata e genera gioia, il Tu che dà senso a tutta la nostra vita: Gesù, il Figlio amato”. Il Tu che di-svela la nostra identità di discepole, come si è di-svelato a Maria, in quel mattino di luce: “Ora nel luogo dove era stato crocifisso, vi era un giardino e nel giardino un sepolcro vuoto… Maria di Magdala si recò al sepolcro di buon mattino, quando era ancora buio” (Gv 19,41; 20,1).

Proprio lì, alla tomba vuota, nella Basilica del S. Sepolcro, la contemplo nell’incontro col Signore risorto che le svela il mistero della sua identità d’inviata ad annunziare: “Ho visto il Signore!” (Gv 20,18).

Sì, la sua identità e la nostra sono racchiuse in ciò che si è scoperto davanti al sepolcro vuoto.

Solo chi ha sperimentato che la persona di Gesù è in se stessa Vita e Luce, può vedere la risurrezione il mattino di Pasqua e sentirsi inviato.

Solo chi sa che senza la persona di Gesù non c’è vita, è capace di trovare il sepolcro e di credere che la luce non può spegnersi e la vita venir meno.

Solo colei che muore totalmente col Signore, può ritrovarlo vivo e vedere vivo, nel sepolcro vuoto, Colui che l’ha fatta vivere.

Maria ha condiviso la notte e le tenebre e può ri-vedere nel Risorto come in uno specchio ogni momento della sua vita: il passato, il presente e il futuro. Il primo incontro per le strade della Galilea e la sequela, la peregrinazione e l’intimità coi discepoli, la condivisione della gioia e della fatica quotidiana. E il tempo della passione e della morte, della perdita e dell’assenza, della ricerca e della desolazione, dell’angoscia e della solitudine di fronte al sepolcro vuoto. E… finalmente il tempo dell’apparizione e del ritrovamento, la gioia dell’incontro e l’inizio della vita nuova: l’annunzio della risurrezione.

La visione del Risorto ha acuito la percezione dei sensi, dell’udito e dello sguardo, e l’ha resa più capace di vedere e di ascoltare.

Oh, miracolo della fede in Maria che diventa se stessa! Maria è simbolo della persona che ritrova se stessa poiché si sente rinascere a vita nuova.

Risurrezione è per Giovanni la fine dell’angoscia, la trasfigurazione delle ferite, la glorificazione nella crocifissione. E la donna di Magdala è il punto estremo di tutto questo. Ed è anche l’inizio!

L’attenzione a questa donna mi ha aiutata a capire meglio il rapporto di unità tra processi personali e percorso interiore e a interpretare le tappe della trasformazione operata dalla grazia nel passaggio dall’io disperso all’io unificato, in cui ci si ritrova finalmente se stesse.

Rivivere il racconto del sepolcro vuoto, nella Basilica del S. Sepolcro a Gerusalemme, è stata per me un’esperienza intensa e un invito alla ricerca costante di Lui e al forte desiderio di annunciarlo a tutti, perché l’incontro vero con Lui può cambiare la vita per sempre!

Suor Renata Conti, mc

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La trasparenza di chi crede

Zula Amanda ricevette il battesimo 9 anni fa. È mamma e nonna, lavora nel suo piccolo negozio di abbigliamento e il tempo libero lo dedica alla Chiesa e ad aiutare chi è nel bisogno. Ci condivide il suo cammino di fede e la gioia di sentire sempre la vicinanza di Dio.

Prima di conoscere Gesù, io ero una persona come tutte, semplice e rispettosa degli altri, che cercava di vivere seguendo gli insegnamenti dei genitori, un bene grande che mi guida ancora. Forse a quel tempo mi arrabbiavo un po’, può darsi che a volte fossi un po’ orgogliosa, ma dopo, come tutti, ci ripensavo e dicevo a me stessa: “Questo forse lo potevo fare diversamente”.

Avevo sentito parlare di Gesù dalla gente, e mi colpì quando mi parlò di Lui una persona che ritenevo molto buona. Ciò nonostante non accolsi Gesù nella mia vita e dicevo tra me: “Queste sono solo chiacchiere”. Passò il tempo e la mia vita d’improvviso cominciò a sgretolarsi: la mia famiglia, il mio matrimonio, il mio lavoro, tutto si frantumava. Mi chiedevo il perché, che cosa avrei fatto ora della mia vita, verso dove stavo andando? Fu in quel tempo che, al sentir parlare nuovamente di Gesù, lo accolsi in me e mi diede la forza e serenità di cui avevo bisogno. La persona che mi parlò era un giovane, membro di una Chiesa protestante e mi invitò a frequentare i loro raduni. Mi piacevano molto le loro omelie e raramente mancavo alla preghiera.

Col tempo, a causa del tanto lavoro – a quel tempo avevo bambini piccoli -, pian piano mi allontanai da quella Chiesa protestante così che alla fine ho smesso di andarvi. Per quasi tre anni non frequentai nessuna chiesa, finché andando a vivere in un altro posto sentii che Dio mi chiamava a ritornare da Lui. Cominciai a cercare una Chiesa cristiana e tutti mi riferivano lo stesso luogo, la “cappellina di Niseh” dove allora lavoravano i missionari cattolici. Cercando degli aiuti mi avvicinai anche alla casa delle suore Missionarie della Carità e anche loro mi indirizzarono verso quella cappellina. Allora una domenica vi andai e partecipai ad una Messa e, anche se non capivo che cosa era, mi piacque molto.

Presto ci spiegarono le verità principali della Chiesa, cosa che per me fu facile, perché conoscevo già un po’ la persona di Gesù. Non conoscevo invece che cosa era la “Messa” e mi colpì molto quando mi spiegarono che l’Eucarestia è il Corpo di Cristo. Questo era un mistero molto grande che non si trovava nelle altre Chiese cristiane. Mi meravigliava anche conoscere i missionari, preti e suore che lasciavano tutto per Gesù. Dopo che mi spiegarono queste cose, io sentii che dovevo rimanere nella Chiesa Cattolica e così chiesi d’iniziare la preparazione per il battesimo.

Adesso guardando indietro penso alla mia vita e a tutto quello che mi è capitato sin d’allora. La fede è bella ma vivere la vita di fede alle volte è difficile. Ci sono momenti in cui si deve lottare con se stessi, si vorrebbe fare alcune cose ma poiché siamo cristiani non dobbiamo, soprattutto perché la gente sa che noi siamo credenti e ci guarda. La vita del cristiano deve essere trasparente, è in questo senso che la vita di fede è difficile. Allo stesso tempo vivere da credenti è molto bello, il credente è una persona autentica, non ha due facce, seguire Gesù ti porta a quello. E così alcune cose diventano più facili perché si guarda il mondo in un modo diverso, dentro il cuore si sperimenta una forza più grande, si è più tranquilli, più pazienti, così mi sento io. E nelle difficoltà una non si sente più sola, Gesù sempre cammina accanto a te, allora uno non dispera e può guardarsi attorno per decidere qual è la via migliore. Uno acquista la capacità di pensare le cose serenamente. In un certo senso, uno si sente più forte e si è felici, perché la vita è una vita più piena.

Nel mio cammino di fede, Gesù è diventato il mio più caro amico, Lui è diverso da qualunque buon amico umano. Non importa il male che io abbia fatto, Lui non mi nasconde il suo volto, mi accoglie sempre con amore e non mi abbandona mai! Perciò è Lui il mio unico vero amico.

Come discepola di Gesù, so che la fede è prima di tutto, ma ho scoperto che è essenziale allo stesso modo essere persone profondamente umane, essere accoglienti, comprensive, pensare agli altri, essere oneste, ossia cercare in tutti i modi di essere come Gesù; in questo modo chi crede ha sempre qualcosa in più e soprattutto ha la sicurezza di un Dio che è compagno di cammino. Oggi per me la gioia più grande è il poter relazionarmi con Lui ogni momento, quando esco di casa, mentre sono al lavoro o quando sono nella paura… Sento sempre che Gesù è con me!

Zula Amanda

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IL FRUTTO DELLA VERA EDUCAZIONE….

Educare è come seminare: il frutto non è garantito e non è immediato, ma se non si semina è certo che non ci sarà raccolto (Carlo Maria Martini).

È una convinzione che l’educazione, contribuisce a costruire ponti e a trovare nuove risposte alle molte sfide del nostro tempo; allo stesso tempo  l’educazione, nella sua dinamica genera vita, “una vita tesa alla ricerca del bello, del buono, del vero e della comunione con gli altri per una crescita comune” (Papa Francesco).

Noi Suore Missionarie della Consolata sappiamo che  questa vita che si manifesta in un desiderio soprattutto dei più giovani, si trova anche nei frutti di un popolo educato. Sin dall’inizio abbiamo contribuito alla missione della chiesa, offerto nell’ambito educativo, orientato sempre al servizio della crescita alla piena maturità umana della persona camminando con loro nelle varie tappe di crescita.

Vediamo questa galleria fotografica che mostra il lavoro di educazione e formazione nei diversi contesti missionari.

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Israele ieri, oggi e domani…

è difficile spiegare la Terra Santa…

È difficile far comprendere cosa sia oggi la Terra Santa a chi non ci abbia mai messo piede. È complicato persino spiegare cosa rappresenti per i Cristiani e, in generale, per le tre grandi religioni monoteiste, quel travagliato angolo di Medio Oriente dove si intrecciano e spesso compenetrano sei Stati come Libano, Siria, Giordania, Israele, Palestina ed Egitto: una tela intricata di fede, politica, cinismo, arrivismo e sangue, tanto sangue, versato…

Ma oggi cosa è Israele o, come dicono qui, Medinat Yisrael? Non bastano di certo i numeri a spiegarlo, ma un po’ aiutano. Otto milioni di abitanti, sparpagliati su un territorio grande poco più della Puglia, di cui l’80% di religione ebraica, in crescita, il 15% di musulmani ed i restanti scampoli di Cristiani, suddivisi a loro volta e, al contrario, in costante calo.

Una pianura costiera mediterranea e la zona delle colline della Galilea che sono fertili e ricche di acque, con al centro l’Altopiano della Giudea e a mezzogiorno il Negev, la regione semidesertica, che si estende, con una forma quasi triangolare, dalla zona immediatamente a sud di Beer Sheba fino al Golfo di Aqaba, verso le terre di Lawrence d’Arabia.

Il confine orientale scorre esattamente lungo il serpeggiare del Giordano e il Wadi Araba e dal lago di Tiberiade corre giù sino al Mar Morto, la cui superficie si trova a 395 metri sotto il livello del mare, il punto di maggiore depressione della superficie terrestre.

La popolazione si concentra per lo più nelle grandi città, tanto più che qui c’è un popolare detto che suona più o meno così: “Ad Haifa si lavora, a Gerusalemme si prega ed a Tel Aviv… ci si diverte”; un modo anche per sottolineare le tre anime dell’Israele di oggi.

Haifa, cuore economico del Paese, che ha nell’industria tessile, elettronica ed alimentare, oltre che nell’altalenante turismo, i suoi punti di forza, sorge ai piedi del biblico monte Carmelo, anche se tutta la costa sino ad Acco/Acri è un susseguirsi di Krayot, le cittadine tutte attaccate le une alle altre.

Tel Aviv, la “città che non dorme mai”, fra spiagge dorate e una vita notturna famosa in tutto il mondo, è una realtà a sé stante, cosmopolita, simpaticamente caotica.

Tutt’altro mondo è quello che si presenta agli occhi del visitatore che giunga ai piedi di Gerusalemme, la città santa per le tre religioni.

Otto milioni di abitanti, sparpagliati su un territorio grande poco più della Puglia, di cui l’80% di religione ebraica, in crescita, il 15% di musulmani ed i restanti scampoli di Cristiani, suddivisi a loro volta e, al contrario, in costante calo

MIGLIAIA DI ANNI DI STORIA

Secondo la tradizione ebraica, la creazione del mondo iniziò proprio a Gerusalemme 5767 anni fa con la pietra di fondazione del Monte Moriah, ove oggi sorge la “Cupola della Roccia” sulla Spianata sacra ai Musulmani.

Certo è che intorno al 2000 a. C. vi nacque un insediamento cananeo che fu conquistato intorno al 1000 da Davide, che lo trasformò nella propria capitale. Qui Salomone edificò il Primo Tempio, distrutto nel 586 a.C. da Nabucodonosor, che deportò gran parte del popolo ebraico a Babilonia.

Nel 538 a.C., il persiano Ciro conquistò Babilonia e permise agli Ebrei esiliati di ritornare a Gerusalemme, dove ricostruirono il Secondo Tempio: per quattro secoli Israele fu legata alle sorti prima dei Persiani e poi dei Greci, fino alla conquista romana.

È in questo periodo, intorno al 30 d.C., che si svolse la vicenda umana di Gesù, il “Cristo” atteso, ma che venne ben presto messo a morte dal Sinedrio, che iniziò anche a perseguitare i suoi seguaci, definiti “Cristiani”.

A seguito della rivolta anti-romana del 66 d. C., la repressione di Tito fu durissima e portò alla distruzione del Tempio ed alla cacciata degli Ebrei dalla città, ribattezzata poi Aelia Capitolina. Dopo il periodo bizantino, nel 638 i Musulmani conquistarono Gerusalemme e costruirono la Cupola della Roccia e la Moschea di Al Aqsa.

Meno di un secolo, dal 1099, durò il Regno Crociato, che realizzò anche una buona parte dell’attuale impianto architettonico del Santo Sepolcro, la grande chiesa che ancora oggi racchiude in sé il Calvario e l’Anastasis, prima della sconfitta da parte di Saladino nella battaglia di Hattin (1187).

A metà del XIII secolo fu poi la volta dei Mamelucchi, che estesero il proprio potere dall’Egitto, sino al 1517, quanto l’Impero Ottomano conquistò anche Gerusalemme, che per quattro secoli rimase sotto il dominio turco.

Nel primo Novecento, poi, il flusso degli Ebrei desiderosi di ritornare nella terra di Abramo, su impulso del movimento sionista, creato da Theodor Herzl verso la Palestina e alimentato dagli Ebrei dell’Europa Orientale (esposti a frequenti episodi anche violenti d’antisemitismo), fu costante.

Nel 1917, il movimento sionista ottenne il primo significativo risultato con la “Dichiarazione di Balfour”, con cui il Ministro degli Esteri inglese Arthur James Balfour impegnava il suo governo a sostenere gli Ebrei nella costituzione di un “focolare nazionale ebraico in Palestina”. Durante il Mandato Britannico sulla Palestina (1920-1948) gli Ebrei crebbero da 50.000 a 600.000 coloni e la coesistenza tra immigrati Ebrei e Arabi palestinesi divenne sempre più problematica.

Nel 1942, i leader sionisti proposero che uno Stato ebraico in Palestina diventasse parte integrante dell’ordine internazionale postbellico, ma fu l’Olocausto, lo sterminio degli Ebrei da parte dei nazisti, a convincere l’intera comunità ebraica occidentale della necessità di creare uno Stato ebraico.

fu l’Olocausto, lo sterminio degli Ebrei da parte dei nazisti, a convincere l’intera comunità ebraica occidentale della necessità di creare uno Stato ebraico

DOPO LA SECONDA GUERRA MONDIALE

Il 29 novembre 1947, l’Assemblea delle Nazioni Unite approvò una Risoluzione che prevedeva la creazione di uno Stato ebraico e di uno Stato arabo in Palestina, con la città e la zona di Gerusalemme sotto l’amministrazione diretta dell’ONU.

Secondo il piano, lo Stato ebraico avrebbe compreso tre sezioni principali collegate da incroci extraterritoriali, mentre lo Stato arabo avrebbe avuto anche un’enclave a Giaffa.

Il 15 maggio 1948, il giorno successivo alla proclamazione dello Stato di Israele, iniziò il primo conflitto arabo-israeliano: i Palestinesi rigettarono il piano di spartizione dell’ONU e una coalizione di Stati arabi, tra i quali Iraq, Giordania, Siria ed Egitto, attaccò Israele che riuscì a difendersi ed a respingere le truppe avversarie.

Nel 1956, sfruttando la crisi di Suez seguita alla nazionalizzazione del Canale da parte del Presidente egiziano Nasser, Israele attaccò l’Egitto, ma venne fermato dalla Comunità internazionale.

Nel 1964, sotto l’egida di Yasser Arafat, nacque l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) che puntava a dare una rappresentanza ai Palestinesi, slegandoli dalla dipendenza dai Paesi arabi.

Nel 1967 scoppiò la guerra dei Sei Giorni con la quale, grazie ad una fulminea azione militare, Israele occupò la Striscia di Gaza, la Cisgiordania e Gerusalemme Est, seguita, nel 1973, da una nuova fiammata, quando Egitto e Siria attaccarono Israele durante la festa ebraica dello Yom Kippur: la reazione israeliana fu immediata e portò all’occupazione del Sinai in Egitto e delle alture del Golan in Siria.

Solo nel 1979 l’Egitto firmò a Camp David, alla presenza del Presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter, un accordo di pace bilaterale con Israele.

Nel 1982, giustificando l’intervento con la necessità di distruggere le basi dei terroristi palestinesi, Israele invase e occupò la parte meridionale del Libano.

Dal 1987 al 1992, i Palestinesi avviarono e resero sistematica la forma di resistenza popolare chiamata Intifada, che si concluse nel 1993, quando vennero firmati gli Accordi di Oslo e parve che il conflitto stesse finalmente per concludersi, ma i nodi principali restarono, purtroppo, irrisolti e furono rimandati a un secondo turno di negoziati: la nascita di uno Stato palestinese indipendente, il ritorno dei profughi palestinesi, il controllo delle scarse risorse idriche e lo status di Gerusalemme.

Nei Territori Occupati, che avrebbero dovuto diventare il futuro Stato palestinese, cominciò una forma di autogoverno guidata dall’Autorità Nazionale Palestinese, a Presidente della quale venne eletto nel 1996 Yasser Arafat.

Purtroppo, dopo l’entusiasmo degli Accordi di Oslo, Israeliani e Palestinesi non riuscirono ad accordarsi sui punti ancora sul tappeto e nei Territori Occupati la tensione ricominciò a salire nel settembre 2000, a seguito della seconda Intifada, la cui scintilla fu la provocatoria “passeggiata” sulla Spianata delle Moschee di Gerusalemme dell’allora candidato Primo Ministro israeliano Ariel Sharon.

Con la morte del leader palestinese Arafat, avvenuta a Parigi l’11 novembre 2004, si ingenerarono nuovi elementi di instabilità nell’area e, nel 2006, le elezioni politiche in Palestina sancirono la vittoria di Hamas sui moderati di Fatah ed in estate, a seguito dell’incursione di alcuni terroristi hezbollah libanesi nell’Alta Galilea (durante la quale morirono sei soldati israeliani), Israele scatenò una forte reazione militare nel sud del Libano.

Gli USA provarono inutilmente a spingere per un accordo fra Israele e l’Autorità Palestinese ad Annapolis, ma le trattative si svilupparono da subito a rilento per l’indisponibilità da parte di Israele a discutere i temi chiave del conflitto: lo status di Gerusalemme e quello dei profughi palestinesi.

A fine 2008, in relazione al lancio massiccio di razzi da parte di Hamas, l’esercito israeliano lanciò l’offensiva denominata “Piombo Fuso”: la Striscia di Gaza venne bombardata per cinque giorni e successivamente invasa dall’esercito israeliano.

Nel 2009, le elezioni politiche in Israele sancirono la vittoria di misura del partito di destra Likud guidato da Benjamin Netanyahu, che divenne nuovo Primo Ministro, carica che ricopre ancora oggi.

Con l’accentuarsi della crisi siriana, il ruolo di Israele nello scacchiere mediorientale diventò sempre più complesso, anche in concomitanza con la presidenza americana di Barak Obama, apertamente contrario alla politica degli insediamenti portata avanti da Israele, ma pure duro con gli attentati palestinesi.

Il tentativo di portare avanti un percorso che preveda due Stati per due popoli, per poter avere, un giorno, una Gerusalemme dove tutti i figli di Abramo possano trovarsi in pace, purtroppo, resta ancora infruttuoso.

Fabrizio Gaudio

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Il più sublime dei ministeri

Enkh-Joseph è il primo sacerdote cattolico della Mongolia. È stato ordinato nella cattedrale dei Santi Pietro e Paolo il 28 agosto 2016, alla presenza di quasi tutti i fedeli cattolici del Paese, oltre che di molti ospiti stranieri. La Chiesa Cattolica in Mongolia conta poco più di 1500 battezzati ed ha accolto con gioia questo evento storico.

La storia vocazionale di Enkh inizia in famiglia, quando le sue sorelle maggiori si avvicinano alla Chiesa e ricevono il battesimo. Nel giro di poco tempo si interessa anche lui della loro vicenda e comincia a frequentare la neo-istituita parrocchia della cattedrale di Ulaanbaatar. Quando l’abbiamo conosciuto noi era un ragazzino timido e gentile, che cominciava a porsi delle domande importanti. Suo papà era morto quando lui era piccolo e la mamma, quando sente del suo desiderio di entrare in seminario, rimane un po’ titubante; così Enkh accetta il suo consiglio di concludere prima l’università e si iscrive a un college di Ulaanbaatar. Il diploma arriva presto e a questo punto la mamma non oppone più resistenza. È pronto per il seminario: ma quale, visto che in Mongolia non ce ne sono? La diocesi coreana di Daejeon è in ottimi rapporti con la Prefettura Apostolica di Ulaanbaatar e così Enkh inizia il cammino di formazione presso quel seminario, reso più impegnativo a motivo della lingua diversa che il neo-seminarista doveva imparare; anche se adesso parla meglio di un Coreano, dicono. Più di sette anni di studio e finalmente il grande giorno.

L’evento – di portata storica – è stato preparato per mesi da un’apposita commissione. Visto che la capienza della cattedrale è di 600 posti, si è dovuto allestire uno spazio all’esterno e nella vicina palestra dei Salesiani, per consentire alla gente di seguire da vicino la liturgia. Erano presenti, oltre al vescovo locale mons. Wenceslao Padilla, il nunzio apostolico in Corea e Mongolia mons. Osvaldo Padilla e il vescovo della diocesi coreana di Daejeon, mons. Lazzaro You, insieme ad alcune autorità civili e religiose. Durante la cerimonia è stato molto toccante il momento in cui l’abate buddhista Choijamts, figura autorevole e ben nota del Buddhismo mongolo, ha voluto salutare il novello sacerdote e fargli scendere dal collo lungo le spalle una sciarpa azzura in segno di rispetto. Un gesto molto simbolico che parla al cuore della gente e dice dignità, riconoscimento, onore. Al termine della celebrazione è arrivato anche il sacerdote ortodosso della chiesa della Santissima Trinità di Ulaanbaatar, non lontana dalla cattedrale cattolica. Un altro gesto di grande significato, questa volta ecumenico: padre Alexey ha omaggiato don Enkh di un bassorilievo a icona, che rappresenta S. Nicola, venerato tanto dagli Ortodossi quanto dai Cattolici.

 

Il giorno seguente ha avuto luogo la prima Messa presieduta da don Enkh. Il clima era più raccolto, molta meno gente e più spazio ai sentimenti. Nell’omelia don Enkh ha voluto soffermarsi sul versetto biblico scelto per l’occasione: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua” (Lc 9,23). Oltre a sentirsi chiamato come il giovane Samuele (il brano tratto da 1Sam 3 era la prima lettura del giorno prima), Enkh ha ricordato il momento in cui ha sentito in maniera nuova la forza della croce: “Era il lunedì dell’Angelo dell’anno scorso; tutto avrebbe dovuto essere in festa, ma io non riuscivo a percepire la gioia della risurrezione. Riflettendo capii il motivo: non avevo voluto partecipare alla croce del Signore; ecco perché adesso non potevo provare l’immensa gioia della sua risurrezione…”. E si augurava di saper seguire il Signore sempre e comunque, per poter irradiare la Sua vita nel ministero sacerdotale.

Dalla piccola comunità di Arvaiheer erano in 15 e tutti hanno partecipato con molta commozione alla S. Messa del novello sacerdote. Chi, come Perliimaa-Rita, è arrivata alla fede ormai avanti negli anni, era ancora più felice nel vedere un giovane mongolo diventare prete; era convinta, come tutti del resto, che saprà raggiungere il cuore delle persone e contribuire in maniera decisiva al processo di inculturazione della fede in Mongolia. C’è anche un senso di soddisfazione nel constatare che “uno dei nostri ce l’ha fatta”: è la promessa di future vocazioni; altri, vedendo il suo esempio, ne seguiranno le orme. Per loro il momento forse più emozionante è stato quando il giorno della prima Messa don Enkh ha speso più di mezz’ora per imporre le mani su ognuno dei convenuti. “Vedere un sacerdote mongolo benedire la gente è stato molto commovente – confida Diimaa-Elizabeth – un gesto che fino ad ora avevamo visto compiere solo dai missionari ora lo compie un nostro giovane. È bello pensare che don Enkh sia diventato canale della benedizione divina”.

È quello che auguriamo anche noi a don Enkh: vivere il sacerdozio come lo visse il Beato Allamano, sempre docile allo Spirito che lo volle usare come conca dove la Grazia si posava e come canale che la lasciava scorrere sulla gente.

Comunità IMC e MC di Mongolia

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Il sogno di poter annunciare Gesù

Mons. Padilla con un gruppo di cristiani

Venticinque anni fa, nel 1992, arrivavano in Mongolia i primi tre missionari cattolici per condividere la Buona Notizia di Gesù, dando così inizio alla Chiesa Cattolica più giovane del mondo. Uno dei tre sacerdoti è l’attuale vescovo della Mongolia, S. E. Wenceslao Padilla, (ma chiamato da tutti semplicemente Vescovo Wens), dalle Filippine. Riportiamo una breve intervista in cui il Vescovo ci racconta gli inizi della Chiesa in Mongolia, le sfide e i suoi sogni per il prossimo futuro.

A quale realtà avete dovuto far fronte al vostro arrivo in Mongolia?

Già il nostro viaggio ebbe qualche avventura. Arrivati a Pechino, avemmo la sorpresa che i voli per la Mongolia a quel tempo erano solo una volta alla settimana, allora si dovettero risolvere diverse difficoltà per poter restare per alcuni giorni a Pechino finché ci fosse l’aereo. Finalmente, dopo tante peripezie, riuscimmo a comprare i biglietti e raggiungere la Mongolia.

Arrivati nella capitale, la prima impressione fu quella di essere in un piccolo paesino di campagna, nonostante Ulaanbaatar avesse già un buon numero di abitanti. I palazzi, costruiti dai Sovietici, erano spogli, circolavano pochissime macchine per le strade e la piazza principale, che oggi è la più importante di tutta la Mongolia, era circondata da alcuni arbusti ed era il luogo dove la gente portava gli animali a pascolare. Le mucche, le capre, le pecore e i cavalli erano tutti lì a pascere tranquillamente. Faceva impressione perché sapevamo di essere nella capitale del Paese ma ci sentivamo come in mezzo ad un campo. Ci alloggiammo allora per alcuni giorni in un hotel finché il nostro appartamento fu pronto. Le nostre prime Messe le celebrammo in una stanza e i primi partecipanti furono alcuni stranieri che già vivevano qui. Erano negozianti o membri di alcune ambasciate o di organizzazioni che venivano ad aiutare in Mongolia in diversi campi. Così iniziammo ad avere i nostri primi contatti, sia con le autorità del Paese sia con altre organizzazioni internazionali. Quando finimmo la nostra sistemazione tutti e tre iniziammo lo studio della lingua.

Qual è la cosa più sorprendente che si ricorda dell’inizio della Chiesa in Mongolia?

Gli inizi furono molto semplici, in questo senso non c’è stato niente di sorprendente, iniziammo tutto da zero. Quello che mi stupiva era che i Mongoli incominciavano ad avvicinarsi alla Chiesa senza che noi avessimo intrapreso ancora nessuna attività di evangelizzazione. Fu così che organizzammo un programma che chiamammo “Vieni e vedi”, dove loro potevano iniziare a conoscerci partecipando ad alcune nostre attività. Erano portati dagli stranieri che erano cattolici mentre venivano alla Messa o in visita. Non si iniziò subito nessun lavoro pastorale, dovevamo essere molto attenti perché la Mongolia si era appena liberata dal comunismo e noi eravamo molto consapevoli di questo. Quello che facevamo era guardarci intorno e cercare di identificare delle possibilità per poter iniziare poi delle attività in relazione con la Chiesa. Fondamentalmente cercavamo di instaurare dei rapporti con tutti.

L’evangelizzazione vera e propria quando cominciò?

Non abbiamo dovuto aspettare molto. Quando i Mongoli che ci frequentavano cominciarono ad essere un po’ numerosi iniziammo a spiegare chi eravamo noi, cosa era la Chiesa e a rispondere alle diverse domande che ci facevano. Dovevamo adattarci alle dimensioni dell’assemblea affittando dei saloni sempre più grandi per poter ricevere più gente; cambiammo posto per sette volte finché venne costruito questo edificio dove oggi ha sede la Prefettura Apostolica. Gli inizi furono difficili, dovevamo discernere tutto da soli senza avere la controparte mongola per un confronto.

Quali erano le vostre maggiori paure?

Certamente, quello che ci spaventava di più era la lingua. Inoltre non conoscevamo la cultura, le tradizioni, né il posto. Nelle Filippine quando si parlava della Mongolia si diceva che erano gente feroce e dalla cartina si vedeva che era un Paese grande tra Cina e Russia. Avevamo paura del clima che nell’inverno è molto rigido, soprattutto perché venivamo da Paesi di clima tropicale. A me personalmente aiutò l’esperienza di freddo che avevo già avuto in Taiwan, un freddo che si sentiva tanto perché umido, e quindi sapere cosa fare nell’inverno.

Quali furono le vostre prime attività?

In quegli anni, dopo la caduta del comunismo, c’era tanta povertà e c’erano molti bambini che vivevano per la strada. Allora cominciammo a visitare la gente che viveva nei tombini del riscaldamento della città e portavamo loro da mangiare o qualcosa di caldo da bere. In seguito, con l’aiuto della Croce Rossa e il Ministero degli Affari Esteri, venimmo a conoscere le diverse situazioni di bisogno per poi intraprendere un’opera nostra, anche se allora non si poteva parlare di iniziare attività come “Chiesa Cattolica”. E comunque il nostro grande sogno era quello di portare la Buona Notizia e costruire la Chiesa.

Dopo 25 anni, che cammino ha fatto la Chiesa?

Poco per volta cominciarono ad arrivare altri gruppi di missionari e ciò ci diede tanta gioia. Nel 1995 arrivarono le Missionarie dell’Immacolato Cuore di Maria (ICM), nel 1996 le suore di San Paolo de Chartres (SPC), nel 1997 le Missionarie della Carità (MC) e un sacerdote Fidei Donum dalla Corea del Sud. Poi arrivarono i Padri Salesiani nel 2001 e i Missionari e le Missionarie della Consolata nel 2003. Con questi nuovi arrivi ci sentivamo più fiduciosi poiché ogni comunità arricchiva la missione con il suo carisma. La missione veramente cominciò a espandersi. Noi della Congregazione dell’Immacolato Cuore di Maria, che siamo più orientati al lavoro sociale, iniziammo un orfanotrofio per i bambini della strada, le suore SPC, orientate all’educazione, iniziarono scuole materne, le MC lavoravano con i più poveri e così via, la Chiesa si arricchì di opere in diversi ambiti sociali e in questo modo, cresceva e si consolidava. Oggi abbiamo 5 parrocchie con oltre mille battezzati. I missionari sono 72, provenienti da 22 nazionalità, inclusi i missionari laici. Siamo presenti non solo nella capitale Ulaanbaatar, ma anche in altre città come Darkhan e Erdenet nel nord, Zuunmod nel Centro e Arvaiheer nel Centro Sud.

Quale può essere la sfida più grande oggi per la Chiesa Cattolica in Mongolia?

Mantenere il lavoro che abbiamo iniziato e avere il diritto di continuare. Mi spiego, la legge in Mongolia impone tante regole che risultano per noi restrittive su tanti aspetti: ad esempio è difficile ottenere i permessi necessari per poter svolgere le nostre attività, e avere del personale qualificato per il lavoro che svolgiamo. Ad esempio, il Rainbow Centre, un progetto che serve bambini disabili, non può contare su personale specializzato; non essendoci permesso di far entrare più personale straniero, abbiamo solo lavoratori mongoli che sono maestri della scuola comune e che non hanno ricevuto la formazione in questo campo, perché in Mongolia non esistono ancora queste competenze. Sento che come Chiesa dobbiamo prepararci a rispondere ai bisogni della gente, specialmente dei più poveri. Per questo, per celebrare i 25 anni della Chiesa in Mongolia faremo un’Assemblea Generale per chiederci ancora una volta: “Quali sono i veri bisogni della gente?”.

Come vorrebbe vedere la Chiesa nei prossimi 25 anni?

Vorrei vederla cresciuta, non tanto nei numeri ma nella qualità, specialmente nella qualità di coloro che si convertono al Cattolicesimo. Oggi osserviamo che non pochi dei nuovi battezzati attratti dal fascino della società consumista e materialista rimangono credenti superficiali, mai riuscendo a conoscere che cosa significa essere cristiani fino in fondo. Anche tra quelli battezzati agli inizi ci sono tanti che si sono allontanati. Perciò il nostro lavoro è aiutare, specialmente coloro che sono già battezzati, ad approfondire la propria fede. E riguardo ai non ancora battezzati dobbiamo aiutarli a interiorizzare la fede nel profondo del loro cuore, perché comprendano realmente che cosa è la nostra religione: cosa significa avere fede in Dio e negli altri, cos’è la misericordia, il perdono, l’amore, e tutto quello che fa parte della nostra fede. Bisogna non solo che sia capito ma deve anche essere sentito e praticato. Non penso ad una Chiesa trionfalistica della quale tutti i Mongoli faranno parte, è sufficiente avere un po’ di lievito che aiuti a fermentare la pasta, che aiuti la società ad avere un’etica morale, che abbia rispetto per la vita umana e onori Dio. Sogno una Chiesa che si diffonda nel più profondo della nostra società.

suor Sandra Garay, MC

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Giovani, voi aspirate a “prendere il volo”

“Quando Dio tocca il cuore di un giovane, di una giovane, questi diventano capaci di azioni veramente grandiose. Le “grandi cose” che l’Onnipotente ha fatto nell’esistenza di Maria ci parlano anche del nostro viaggio nella vita, che non è un vagabondare senza senso, ma un pellegrinaggio che, pur con tutte le sue incertezze e sofferenze, può trovare in Dio la sua pienezza” (Papa Francesco, giornata mondiale della gioventù 2017)

Le Missionarie della Consolata accompagnando i giovani li aiutano ad essere protagonisti della propria  storia e capaci di decidere per il loro futuro.

Queste fotografie rispecchiano alcune delle nostre presenze tra i giovani.

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Rohingya, i “boat people” dimenticati dell’Asia

Non appaiono mai sui quotidiani, nessuna tv si occupa di loro, niente soccorsi in mare, nulla di nulla. Eppure anche loro stanno vivendo da anni uno dei drammi umanitari più pesanti del nostro tempo.

Sono i Rohingya, una minoranza etnica di origine indo-ariana di 900.000 unità, non riconosciuta dal governo, di religione musulmana ed originaria della Regione del Rakhine (dove sono circa un quarto della popolazione), sino agli anni Ottanta nota come Arakan, in Birmania, stretta fra il Golfo del Bengala ed il Bangladesh a nord: la loro presenza risalirebbe addirittura all’VIII secolo ed alcuni ritengono che siano gli antichi discendenti dei mercanti musulmani che si stabilirono nel Paese oltre mille anni fa.

Secondo le Nazioni Unite, ci sono altri ceppi di origine Rohingya anche in Arabia Saudita e Pakistan, oltre che in Bangladesh, ma è soprattutto in Birmania che rappresentano una delle minoranze più perseguitate al mondo.

Se, infatti, sino al XIX secolo avevano convissuto pacificamente con le popolazioni locali, dopo l’invasione dell’Arkan da parte dei Birmani e i successivi contrasti all’interno dell’ex Impero britannico, la situazione è andata peggiorando sino a quando, nel 1948, al momento della dichiarazione di Indipendenza, ai Rohingya non venne concesso il riconoscimento come “gruppo nazionale”. Un colpo durissimo a cui fece seguito, nel 1982, il diniego alla cittadinanza birmana, essendo considerati di origine… bangla!

Privati dei propri diritti fondamentali, secondo l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), oggi i Rohingya non hanno libertà di movimento all’interno della Birmania, non possono andare a scuola o curarsi negli ospedali del Paese, sono obbligati a non avere più di due figli e, come se non bastasse, non hanno diritto alla proprietà privata di terreni o abitazioni.

A peggiorare, se possibile, la situazione, nel giugno del 2012 la tensione è esplosa, dopo alcuni episodi di micro-criminalità che hanno coinvolto persone di etnia rohingya: la scintilla ha provocato i primi scontri fra i Rohingya e la maggioranza di religione buddista, che si è tradotta in ripetute violenze, provocate da veri e propri squadroni della morte che hanno portato a centinaia di vittime fra la minoranza.

Dopo che il governo birmano ha dichiarato lo stato d’emergenza, senza però di fatto intervenire in modo energico per far terminare le brutalità, i Rohingya hanno iniziato una vera e propria fuga di massa, cercando di abbandonare lo Stato di Rakhine per sottrarsi alle persecuzioni ed evitare di finire nelle mani di trafficanti e organizzazioni criminali.

Dietro il mancato intervento del governo di Naypyidaw, secondo quanto riportano diverse associazioni che operano in loco, ci sarebbe l’intenzione di sfruttare il nazionalismo della popolazione locale a maggioranza buddista per scacciare i Rohingya dalla regione: una vera e propria pulizia etnica strisciante e passata sotto silenzio, secondo l’organizzazione non governativa “Human Rights Watch” che si occupa della difesa dei diritti umani.

Navi Pillay, Alto Commissario ONU per i diritti umani, è intervenuta più volte per domandare una “indagine rapida, imparziale ed esaustiva” sulla condizione del popolo rohingya, per fare chiarezza sulle violenze e sui trasferimenti forzati, ma ottenendo scarso seguito da parte del governo birmano.

Ad oggi sarebbero non meno di 300.000 i Rohingya già fuggiti dalla Birmania verso i precari e sovraffollati campi profughi sorti in Bangladesh o lungo il confine con la Thailandia, mentre almeno altri 100.000, ai quali vien impedito di lasciare il Paese, vivrebbero stipati in campi controllati dalle autorità birmane: il più grande è alle porte di Sittwe, capitale della regione del Rakhine, dove migliaia di persone, per lo più donne e bambini, vivono nell’indigenza, potendo contare solo sugli aiuti dell’ONU e delle ONG.

E da qui è nata, nel 2015, l’emergenza rappresentata dai nuovi “boat people” che, pur di fuggire, divengono preda dei trafficanti che li caricano su imbarcazioni che a mala pena tengono il mare e li trainano verso le coste di Malesia e Indonesia, che, ovviamente, li respingono: le Nazioni Unite li quantificano in non meno di 150.000 persone, senza contare le centinaia già morte affogate durante i viaggi e di cui non vi è traccia…

Da anni, uno dei maggiori punti di approdo dei migranti, la Malesia, è preoccupata dell’impatto che una crisi umanitaria legata all’immigrazione potrebbe avere sul settore del commercio e del turismo. Secondo i dati forniti dal governo di Kuala Lumpur, il Paese ospiterebbe già 150.000 migranti stranieri, di cui 45.000 di etnia Rohingya, ma secondo molti si tratterebbe di dati sottostimati.

Anche l’Indonesia è uno dei Paesi di arrivo dei profughi e se, in passato, Giacarta aveva avuto una politica di apertura nei confronti dei migranti, ora il nuovo governo del presidente Joko Widodo ha rafforzato i controlli, temendo un esodo umanitario come quello verificatosi in Vietnam negli anni Settanta. Immediata conseguenza è stato il fatto che i trafficanti, pur di evitare l’arresto, hanno iniziato ad abbandonare alla deriva in mare le imbarcazioni stracolme di Rohingya, lasciandole alla mercé delle tempeste tropicali…

In mezzo, la Thailandia: da sempre uno dei poli della tratta di esseri umani nel sudest asiatico ed i trafficanti hanno spesso utilizzato gli immensi territori inospitali dell’interno come veri e propri “parcheggi” per i profughi, in attesa di smistarli in Malesia e Indonesia o altrove.

E il tutto mentre le violenze e le sopraffazioni sui profughi in fuga si moltiplicano: sfruttamento come lavoratori nelle piantagioni, stupri, omicidi di massa da parte di esponenti della criminalità locale che restano per lo più impuniti.

Ad aggravare la situazione, se mai ce ne fosse bisogno, anche il silenzio assordante della leader dell’opposizione birmana e premio Nobel per la Pace nel 1991 Aung San Suu Kyi, il cui partito ha vinto le elezioni del novembre 2015.

Non una parola, non un intervento in favore della comunità musulmana, nonostante sia stata a sua volta prigioniera politica della giunta militare: in un Paese dove gli equilibri politici e sociali sono ancora delicatissimi, prendere posizione a favore di una minoranza odiata dalla gran parte della popolazione potrebbe essere troppo rischioso ed impopolare?

Fabrizio Gaudio

 

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