Quattro chiacchiere con… suor Florence

Suor Florence, missionaria della Consolata keniana che vive in Tanzania, ci racconta la sua esperienza con i giovani

Suor Florence, cosa significa per te essere una Missionaria della Consolata?

Secondo me, essere una Suora Missionaria è una testimonianza e un’ esperienza della consolazione di Cristo: vissuta in prima persona e condivisa con gli altri, anche con persone di diverse religioni, come musulmani, protestanti e altri. La nostra presenza e interazione con il popolo tanzaniano, a partire dalla sua ricca cultura, offre un altro aspetto della consolazione. Uno riconosce la bellezza di questo paese e della sua gente già solo dal linguaggio, colmo di parole gentili che non possono essere tradotte senza perdere il loro significato. Un esempio è la parola “pole”, che significa “mi dispiace”, ma profondamente. Non c’è differenza di religione, a tutti esce spontaneamente. Questa mia esperienza quotidiana rafforza il mio proprio carisma e riempie di gioia il mio essere missionaria tra questo popolo amato e sostenuto da Dio.

E come hai conosciuto le Missionarie della Consolata?

E’ interessante ritornare a circa 20 anni fa, e chiedermi perché ho scelto di essere una Suora Missionaria della Consolata. Nella mia parrocchia di origine non c’erano suore, e solo incontravo religiose nella scuola che frequentavo, ed erano salesiane di don Bosco. Da ragazza ho ascoltato da un padre missionario della Consolata che c’erano delle donne forti e coraggiose che proclamavano la Buona Notizia di Cristo a chi ancora non la conosceva e non l’aveva ricevuta. E aggiunse a noi ragazzi: il Cristo che avete ricevuto non deve rimanere solo per voi, è da condividere agli altri…  Nel mio profondo ho sentito la gioia di poter essere come queste donne che io non conoscevo… Ho iniziato a cercarle e fortunatamente ho incontrato nella mia scuola suor Jo Marie, la prima missionaria della Consolata che ho conosciuto. Le ho fatto tante domande e lei pazientemente mi ha risposto.   Poi ho partecipato a incontri e ritiri dove le sorelle condividevano il loro carisma e la loro missione, e mi sono sentita sempre più motivata a diventare una di loro.  Mi piaceva la loro spiritualità, che ci trasmettevno in un modo molto semplice durante i ritiri, ed ero attratta dal fatto che lavoravano con ogni tipo di persona: bambini, giovani, anziani…. Se dovessi scegliere oggi di essere una missionaria della Consolata, certamente ripeterei la stessa scelta!

In questo momento, che lavoro stai facendo in Tanzania?

Adesso sto lavorando con i giovani che appartengono al movimento dei Giovani Studenti Cattolici del Tanzania, nella diocesi di Iringa. E’ un gruppo che riunisce giovani delle Scuole Superiori che hanno come obiettivo di far entrare Cristo nella loro vita di studenti. Vedo in essi una Chiesa giovane che dà speranza alla Chiesa del futuro. Sono organizzati a tre livelli: come scuola, come gruppo di cinque o sei scuole, e come gruppo diocesano, dove si celebra l’Eucaristia e si fanno altre attività. Lavoriamo in un team, siamo due suore e un sacerdote a livello di Diocesi, in collaborazione  con gli animatori (insegnanti e parroci) e con gli studenti leaders nei tre livelli menzionati.

Come sono i giovani tanzaniani?

I giovani studenti hanno una grande capacità, molta energia e grande entusiasmo. Sono fortemente impressionata per la loro organizzazione, la loro generosità e buona volontà di apprendere e condividere la loro esperienza con Dio.

Non si preoccupano di esprimere i loro talenti e di usarli. Ho osservato anche la loro apertura a farsi aiutare per crescere e per riconoscere le loro potenzialità. Ogni sabato visitiamo circa 600 studenti! Questo team è composto da due o tre studenti leaders, un sacerdote e una suora. Ogni membro del team condivide un tema che aiuti a sviluppare certe capacità da leadership e incoraggi la scoperta dei propri talenti.

I giovani si confrontano anche su temi che riguardano la società e sul contributo che possono dare al suo sviluppo. Il tema del 2017 è la cura della Madre Terra. Si impegnano a creare consapevolezza tra i loro compagni con iniziative pratiche come piantare alberi, fiori, pulire le strade e la loro stessa scuola. L’uso responsabile dell’acqua e dell’elettricità, solo per ricordarne alcune.

Le sfide che si presentano nel lavoro con i giovani sono varie, per esempio il fatto che la loro energia e curiosità per imparare molte cose li spinge a cercare nei mezzi di comunicazione le risposte. Sappiamo che la teconologia è importante, ma vediamo che questi mezzi sono diventati i loro insegnanti,  e molto volte i giovani perdono il loro tempo in queste cose invece di impiegarlo per lo studio.

Abbiamo anche notato che la liturgia da molti non è capita, a causa dei loro genitori che – super impegnati, non li ha mai portati alla Chiesa e non ha loro insegnato niente circa la fede e la preghiera. Cerchiamo quindi di introdurli a questa dimensione ecclesiale.  Gli studenti sono vincolati alla cultura, anche se a volte non ne fanno caso: per esempio la paura di andare contro le decisioni degli adulti e è molto forte, anche se queste non sono corrette. Quante volte non vengono alla Messa semplicemente perché i genitori glielo hanno proibito, o li fanno lavorare la domenica. Preferiscono essere puniti nella scuola piuttosto di mettersi in discussione con gli adulti di casa.

Qual é la gioia più grande che ti ha dato la missione?

La missione di Cristo porta gioia e riempe di senso, quando scopriamo che Cristo è il centro di tutto quello che facciamo. Sono felice si stare con i giovani, ho sperimentato la presenza di Dio in mezzo a loro, soprattutto quando desiderano sapere sempre di più su di Lui. Mi colpisce vedere come gli studenti sentono di appartenere alla Chiesa e che loro stessi sono la Chiesa. Come i giovani diventano missionari nelle loro scuole: individuano compagni bisognosi e cercano di aiutarli ogni mese, in una scuola li ho visti prendersi cura di compagni ciechi e sordi… Tutti questi esempi sono semi di fede che possono rompere muri di indifferenza.

L’apostolato con i giovani mi ha aiutato a godere la bellezza, l’amore, la semplicità e la creatività. Con la frase: “Prega per me ed io prego per te” abbiamo creato un legame di fiducia in Dio e tra di noi, e ce lo ripetiamo in ogni occasione che ci incontriamo.

 

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La Consolata nella mia vita

Da donna a donna. Da figlia a Madre: una relazione che colma di presenza la vita.

20 giugno: è la festa della Madonna Consolata! Da devozione locale per il popolo piemontese, la Consolata è oggi madre di molti figli sparsi nel mondo, che l’hanno conosciuta attraverso missionari e missionarie della Consolata, e che ora fa parte della loro vita con molta significatività.

Ecco a voi, cari Lettori, un mosaico di testimonianze di donne che hanno trovato nella Consolata una Madre, una presenza, una fonte inesauribile di consolazione.

“La mia relazione con Maria Consolata inizia circa 25 anni fa. La “Madre della consolazione”, “Consolata e Consolatrice”: queste espressioni attiravano la mia attenzione fin dal primo momento. La madre di Gesù fu consolata e oggi consola i suoi figli… non sarà che pure mi vuole consolare? Mi facevo questa domanda… e una sera di 13 anni fa, quando mi ritrovai sola in una situazione molto dolorosa, senza sapere cosa fare, ho messo la mano nella tasca, e lì si trovava lei: un’immagine della Consolata. In quel momento ho capito le parole che tanto mi toccavano: lei era la consolazione di cui avevo bisogno, lei mi accompagnava nel silenzio da molto tempo. Oggi posso dire che mi sono consacrata a lei, oggi dico con orgoglio e molto amore che sono Laica Missionaria della Consolata grazie a lei. E ringrazio Dio perché mi ha dimostrato in modo concreto il suo amore: mi ha dato una Madre Consolatrice affinché anch’io possa consolare gli altri”. (Betty Lopez, missionaria della Consolata argentina)

“La Consolata per me è quella madre attenta verso sua figlia. La sua presenza nella mia vita è reale e concreta, è più vissuta che pensata, più del cuore che della testa. Ogni Lunedì vado alla cappella più vicina di casa: la Sacra Famiglia, per la condivisione della Parola. E’ situata in una periferia urbana dove i residenti provengono per lo più dal Nord del Mozambico. Ma più che pensare nella loro origine, è da ammirare la fede e la semplicità delle loro condivisioni, una fede veramente incarnata nella realtà quotidiana. Ogni settimana ritorno a casa contenta per aver condiviso e ricevuto da questo gruppo. Mi edifica pensare che attrvaerso questi mezzi che la consolazione si espande, così è stato per Maria: nella sua vita è stata portatrice di consolazione” (Suor Julia Wambui Muya, suora missionaria in Mozambico)

“Sinceramente, non sono stata mai molto “mariana”… la mia fede è cresciuta a contatto con la Parola e nella relazione con Gesù Cristo. Alle volte mi facevo qualche scrupolo… essere missionaria della Consolata e non essere mariana… E poi, semplicemente, l’ho incontrata: mi trovavo lontana dalla mia missione tanto amata, e ne soffrivo molto. Sapevo il perché del distacco, ma il cuore piangeva. Ed ecco che, non sapendo che altro fare, le ho detto: “Maria, prendimi come tua figlia e proteggimi!”. Subito, mi sono sentita avvolta dal suo manto, mi sono sentita in braccio a lei, mi sono sentita figlia. Finalmente, e davvero, DELLA Consolata!” (Suor Stefania Raspo, missionaria della Consolata in Bolivia)

 

 

 

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Festa dei Popoli a Taranto

Come ogni anno, Taranto festeggia la convivenza dei Popoli

Torna a Taranto la Festa dei Popoli diocesana, manifestazione che, giunta alla quattordicesima edizione, si è tenuta nel pomeriggio di domenica, 14 maggio, presso la Concattedrale “Gran Madre di Dio” di Taranto, sul cui sagrato le comunità etniche allestirono stand culturali, artigianali, gastronomici, mostre, performance e spettacoli folkloristici con canti e musiche etniche.

La Festa dei Popoli diocesana 2017 è organizzata dall’Ufficio diocesano Migrantes di Taranto in collaborazione con diversi uffici diocesani, parrocchie, scuole, scout e associazioni locali: Stella Maris, Comunità Etniche, Missionari e Missionarie della Consolata, Caritas, A.S.E.R., Ufficio Missionario, Missionari Saveriani; l’iniziativa si avvale del patrocinio del Centro Servizi Volontariato Taranto.

Momento clou è la celebrazione eucaristica della Festa dei Popoli diocesana presieduta in Concattedrale, alle ore 16.30, da S.E. Monsignor Filippo Santoro, l’Arcivescovo di Taranto con il quale concelebrerono sacerdoti di diverse etnie presenti nella diocesi; polacca, rumena, albanese, nigeriana, ucraina, eritrea, congolese e cingalese; in questa particolare celebrazione, infatti, si inviterono i presenti ad esprimere la propria fede con i loro suoni e le loro tradizioni.
In seguito i partecipanti effettuarono sul sagrato una visita agli stand culturali con la degustazione dei prodotti tipici preparati dalle varie etnie, nonché assistettero a performance con canti e musiche etniche, intercalate da testimonianze vissute.

La Festa dei Popoli diocesana quest’anno ha come tema “Da sconosciuti a fratelli” e, come ha spiegato il direttore dell’Ufficio diocesano Migrantes, Marisa Metrangolo, «rappresenta un momento molto importante per la città in tema di integrazione, multietnicità e intercultura. È un fattore di coinvolgimento e di attrazione per l’intera cittadinanza, nonché un’ottima occasione per attutire eventuali tensioni sociali». È un fattore di coinvolgimento e di attrazione per l’intera cittadinanza, nonché un’ottima occasione per attutire eventuali tensioni sociali».

«Infatti anche in questa edizione la Festa dei Popoli diocesana – ha poi detto Marisa Metrangolo – si conferma come uno spazio di dialogo tra diverse culture e tradizioni dei popoli, entra in contatto diretto e personale con la “mondialità” che è presente tra noi. Promuove la cordiale convivenza e la reciproca integrazione».

Suor Mariangela Mesina, MC

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Nuova Direzione Generale

L’Istituto delle Suore Missionarie della Consolata ha la sua nuova Direzione Generale! 

Il Capitolo Generale che si sta volgendo in Nepi (VT) ha eletto la Superiora Generale e le quattro Consigliere che guideranno l’Istituto nel prossimo sessennio. Conosciamo adesso un po’ più da vicino le cinque Missionarie che fanno parte della Nuova Direzione Generale.

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Suor Simona Brambilla

Già Superiora Generale del sessennio che finisce, Suor Simona, italiana, ha vissuto la sua missione in Mozambico, tra il popolo Macua Xirima. Per il Dottorato in Psicologia ha scritto una tesi su questa cultura. Ha già prestato il suo servizio nella Direzione Generale come Consigliera dal 2005 al 2011.

Suor Lucia Bortolomasi

Suor Lucia, italiana, appartiene alla missione di Mongolia, che ha raggiunto con il primo gruppo nel 2003.

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Suor Cecilia Pedroza Saavedra

Suor Cecilia, colombiana, faceva parte della Direzione Generale uscente. Ha lavorato molti anni nella formazione iniziale e ha vissuto la sua missione in Kenya negli anni Novanta.

Suor Generosa Joan Iruma Ireri

Suor Generosa, keniota, era attualmente maestra delle Novizie nel Noviziato Internazionale in Italia. Ha vissuto la sua missione in Colombia e ha prestato il suo servizio come formatrice in Kenya e Italia.

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Suor Maria Conceição Nascimento da Silva

Suor Conceição, brasiliana, ha svolto il suo servizio nella formazione iniziale fino ad oggi. Attualmente lavorava in Brasile come formatrice.

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Cercatori d’acqua

Quando la solidarietà ha il sapore dell’acqua

Non c’è dubbio: il problema dell’acqua ci preoccupa molto qui in Bolivia. Soprattutto la parte occidentale del paese, che corrisponde alle valli e altipiano andini, hanno avuto una caduta nella quantità di precipitazioni degli ultimi quattro anni, e non c’è bisogno dei dati di una stazione meteorologica per rendersene conto: nella nostra breve memoria storica in Vilacaya (quattro anni e mezzo) lo abbiamo constatato, ogni anno le piogge iniziano più tardi e terminano presto, mettendo a dura prova le risorse idriche, sempre più scarse.

E’ in questa situazione critica che si sono presentati nel nostro piccolo paesino di campagna Andrea e Roberto, due geologi italiani che fanno parte della ONLUS “La Lokomotiva” che ha come ideale: “Acqua potabile per tutti”. Li abbiamo conosciuti in Italia e con la nostra congregazione già hanno realizzato un pozzo in Mozambico.

Appena arrivati in loco si sono dati da fare: dopo un lunghissimo viaggio intercontinentale, non sono nemmeno andati a riposare e ci hanno chiesto di condividere le nostre impressioni e di dare le prime informazioni sul luogo. Da subito li abbiamo sentiti come gente di casa, e credo che anche loro si sono sentiti a loro agio. La nostra gente era molto emozionata e vibrante di aspettative per il loro lavoro: davvero l’acqua è vita, e lo sa bene chi deve usarla con il contagocce a causa della desertificazione imperante.

A turno gli uomini si sono messi a disposizione per accompagnarli lì dove Andrea e Roberto lo richiedessero. Su e giù per il letto del fiume, lì dove prima c’erano sorgenti che si sono prosciugate, e poi ai pozzi esistenti per calcolare il livello e la portata dell’acquifero. Nel mentre le donne si sono impegnate a far trovare loro saporite empanadas, bibite e quant’altro.

Mi sono, poco per volta, rilassata: l’incontro con altre culture è arricchente ma può anche dare origine a scontri. I due “gringos” si sono dimostrati particolarmente aperti alle novità e sommamente rispettosi (più passa il tempo, e più mi sento una mamma iperprotettiva della mia gente!)

Alle volte li accompagnavo, ed ho scoperto un mondo molto affascinante che studia le rocce, il terreno, misurazioni con strumenti altamente tecnologici e altre con stratagemmi molto semplici, come una bottiglia d’acqua mezza piena appesa ad un filo. Un giorno, risalendo il fiume a piedi, da una parte si trovavano i due geologi guardando la conformazione della valle, i sedimenti e quant’altro. Dall’altra il signor Hugo che mi diceva: “Mio nonno diceva: quando c’è questa pianta, sotto c’è l’acqua… quando affiora il sale dal terreno, è perché sotto c’è umidità…” e così via, trovandomi così tra due mondi diversi che si sfioravano: la scienza che per secoli ha affinato le sue competenze, e la sapienza originaria che – da millenni – osserva la natura e sa coglierne i segni. Due mondi separati? Non proprio: durante la mattinata sorge da una parte il desiderio di Hugo di sapere più cose, e l’interesse di Andrea e Roberto verso le conoscenze del popolo. Iniziamo così a sognare una serie di incontri in cui le due risorse, i due mondi, si possano incontrare scambiarsi le proprie ricchezze.

Il risultato di poco più di una settimana di studio è stato presentato alla comunità originaria una domenica sera. Con proiezioni e fotografie, con spiegazioni in italiano che traducevo (quasi) simultaneamente in spagnolo, Andrea e Roberto hanno condiviso le loro impressioni, ben consapevoli che questo tempo di siccità prolungata è molto delicato e che qualsiasi tipo di intervento dovrà fare i conti con tale situazione. La gente è molto attenta, pende dalle labbra dei due stranieri, nell’attesa di avere buone notizie di un futuro meno difficile. Certo, non ci sono bacchette magiche e soluzioni definitive, ma allo stesso tempo la speranza si fa più solida. “Sentiremo la vostra mancanza!” dice un uomo, quando li saluta calorosamente. Quasi mi commuovo: in poco tempo si è creata una relazione allo stesso tempo semplice, immediata e genuina.

Anche noi li salutiamo con il cuore colmo di riconoscenza per il tempo che hanno speso nella nostra piccola e sperduta Vilacaya e per la loro presenza positiva e fraterna. Sperando che l’ideale de La Lokomotiva si concretizzi per la nostra gente: acqua per tutti, anche in Vilacaya.

Suor Stefania Raspo, MC

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Un sogno di missione


Le nostre giovani ci raccontano il loro sogno di missione. Oggi “leggiamo” Muriel e Nadia dall’Argentina

Un momento con Dio nella missione

In una conversazione gradevole tra noi, parliamo della missione che abbiamo nel cuore, e ci ritroviamo a riconoscere che furono molti i fattori che ci hanno portato a vivere una vita missionaria, tra cui ci sono: la condivisione, il bisogno e l’Altra, cosceinti che tutto questo porta all’incontro del Dio vivo.

La condivisione sboccia dal profondo del cuore, ci permette di andare oltre ai nostri stessi limiti, tralasciando quelle cose che non costruiscono, e così uscire all’incontro degli altri. Molte volte ci sentiamo sfidate ad uscire dalla nostra struttura per aprirci al piano di Dio, che ci parla e ci invita costantemente all’annuncio, ci muove alla missione e ci propone di viverlo nella sua completezza.  Per questo Dio si serve di varie risorse, però soprattutto la libertà di ciascuna per potergli rispondere. San Paolo ci dice in una delle sue lettere: “Non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me” ed è così che sperimentiamo Dio nella nostra vita.

Muriel (al centro) e Nadia con sr Stefania

Il bisogno ci parla come alla cara Madre Teresa di Calcutta, e ci propone di abbandonarci pienamente in Dio, che è datore di vita, che è colui che provvede il necessario per arrivare all’Altro e ci dà forza per seguire, perché nel volto del fratello troviamo Cristo.  Ed è con questo pensiero che ci vengono alla mente nomi di persone che hanno scosso il nostro cammino con la loro testimonianza di vita donata alla missione senza riserve. Suor Leonella ci dice:  “Perdono, perdono, perdono” amando fino all’ultimo istante e vedendo con occhi umili il bisogno. Dopodiché, non c’è bisogno di tante altre parole.

Per questo la missione per noi è la vita condivisa, donata e spesa per tutti coloro che Dio ci mette nel nostro cammino. E’ vivere il giorno dopo giorno e imparare ad abbandonarci pienamente in Dio, che ci do la forza e ci invita ogni momento a riconoscerlo nel bisogno dei nostri fratelli.

Muriel Leiva e Nadia Leitner, prenovizie MC argentine

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SIAMO IN CAPITOLO!

Dalla nostra Casa Generalizia a Nepi, ci arrivano i saluti delle sorelle che dall’inizio del mese di maggio celebreranno l’Undicesimo Capitolo Generale delle Suore Missionarie della Consolata.  Madre Simona Bramibilla, superiora generale, ci spiega cosa è per noi questo evento.

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Fatti di pace… ricostruire il tessuto sociale

L’esperienza di pace nell’educazione della Ciudadela Amazónica del Caguán 

La Colombia vive un momento storico unico per la costruire e consolidazione graduale della pace e la convivenza con possibilità e opportunità produttive e umanitarie che rispondano alla diversità e particolarità delle differenti regioni del paese in interazione e cooperazione con altri paesi del mondo.

L’educazione e formazione fondata su valori umani, potenziare tutte le dimensioni della persona e la preparazione di qualità occupa uno spazio centrale nella costruzione di nuove condizioni per una società rinnovata e una pace reale.

In questo contesto, nasce la Cittadella Giovanile Amazzonica Don Bosco, un’opera educativa del Vicariato apostolico di San Vicente del Caguán, fondata nel 1994 da Mons. Luis Augusto Castro Quiroga, oggi arcivescovo di Tunga, e dal padre salesiano Carlos Julio Aponte. Si trova proprio al cuore della regione del Caguán (la regione amazzonica colombiana) e la sua finalità è la formazione dei contadini affinché diventino agenti di cambio, come leaders nel lavoro e nella crescita umana e spirituale.

Radio Echi del Caguán

Se si può contare su un sostegno finanziario, è fattibile raggiungere la popolazione con potenzialità e situazioni particolari che adeguatamente guidata, costituisce la base di una nuova società in questo tempo di post conflitto e costruzione della Pace.

Come istituzione educativa, la Cittadella Amazzonica conta sul riconoscimento a livello municipale e dipartamentale nell’area della teconologia, convertendosi in una esperienza educativa innovatrice, che coniuga la formazione accademica normale e la educazione non formale e informale, preparando tecnici capaci di trasformare la realtà sociale e le relazioni agroindustriali e agroforestali per uno sviluppo sostenibile delle loro regioni, con un senso umano e solidale.

Il Progetto Educativo della Cittadella offre una preparazione per Tecnico in trasformazione di Alimenti, e si tratta di uno spazio dove si forma a livello intellettuale, culturale, tecnico e umano i giovani affinché siano loro stessi a guidare, organizzare e fortificare i loro progetti di vita come lavoratori agricoli.

Dalle necessità dell’oggi è nato un altro programma di studi che si orienta all’informatica, per permettere ai giovani di usare le potenzialità dell’informatica ed essere così più competitivi nella produzione agricola e nell’allevamento.

Questa istituzione educativa giovanile, nei suoi processi di formazione, cerca di ricostruire il tessuto sociale attraverso l’accompagnamento psico-sociale delle famiglie degli studenti , attraverso incontri ludici e pedagogici che fortifichino l’aspetto educativo integrale, in una regione tanto colpita dalle conseguenze di una situazione sociale difficile.

 

Mezzi importanti per concretizzare tutto questo sono stati la “Azione Culturale Popolare” e le “Scuole digitali contadine”. Queste ultime hanno permesso di concretizzare corsi di alfabetizzazione digitale, leadership, associazione e impresa, ecologia, pace e postconflitto, adattamento al mondo climatico e convivenza pacifica. Gli studenti stessi realizzano processi di formazione e accompagnamento delle famiglie e comunità, arrivando2016, all’incirca 2000 persone.

Circa al lavoro missionario, è evidente la dimensione di consolazione, caratteristica del nostro carisma di Missionarie della Consolata, in quanto ci troviamo in un luogo che esige un’azione costante e un accompagnamento ai giovani e alle loro famiglie, con la possibilità di coinvolgere altri enti e persone in progetti di solidarietà e cooperazione missionaria.

Sr. Rubiela Orozco Gómez, MC

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Quattro chiacchiere con… suor Alejandra

La gioia di annunciare Cristo alla gente

Suor Alejandra è una di quelle persone per cui l’età anagrafica conta veramente poco: ci ritroviamo ad un incontro: lei la decana del gruppo, io la più piccola. Eppure la giovinezza e l’entusiasmo di questa missionaria sono senza età. Ci fermiamo una mezz’oretta per fare quattro chiacchiere…

Come hai sentito la passione per la missione?

E’ una storia veramente bella! E’ una passione che mi ha messo nel cuore la mia mamma. I miei genitori hanno avuto 18 figli, io ero la quarta. Quando avevo 4 anni, un giorno in cui ero seduta vicino a mia mamma, la santa donna mi dice: “Ma lo sai, figlia mia, che ci sono brave ragazze che lasciano papà e mamma e vanno in Africa per battezzare i bambini? Lo sai che i bimbi senza Battesimo non vanno in Cielo…” (questa era la teologia di quel tempo…) Io non dissi nulla, ma queste parole scesero nel mio cuore, e rimasero l¿. Io ero una contadina, per andare alla scuola dovevo camminare due ore. Ho studiato fino a terza elementare, poi sono rimasta in casa per accudire ai miei fratellini. 

Quando ci siamo spostati nel villaggio, un giorno sono arrivati i Missionari della Consolata per fare la “pesca miracolosa” (si faceva così a quei tempi!) Nella mia regione di Caldas, avevano fondato un seminario e andavano nei villaggi in cerca di ragazzi che volessero entrare in seminario. Quando sono arrivati al mio villaggio, chiesero agli alunni della scuola se qualcuno voleva essere missionario, e mio fratello alzò la mano.  E così, dopo le lezioni, andarono a casa mia per parlare con i genitori. Mia mamma disse loro: “Non solo questo mio figlio, sceglietene altri, poiché questi miei figli non sono miei, sono di Dio” E mio fratello partì con loro. In quei giorni non ero presente nella casa. Dopo qualche tempo mio fratello mandò una rivista sulle missioni, e lì c’era la foto di due missionarie a cavallo, nel Caquetá. Il mio cuore saltò e pensai: “Sarò una di queste suore!” Ma non sapevo come dovevo fare per essere missionaria… però c’era un indirizzo: sono andata al negozio, ho comprato un foglio, una busta e una matita e… ho scritto. Dopo 15 giorni… che sorpresa! mi arrivò la risposta: suor Flavia, la superiora regionale, doveva andare al seminario di San Felix in Caldas, dove studiava mio fratello, e mi invitava a incontrarla. Ero sicura: già sarei partita per l’Africa insieme alla suora per battezzare i bambini. Chiesi a mia mamma di benedirmi, con la certezza che non sarei più tornata a casa.  Io, così timida, con gli occhi bassi… quando suor Flavia mi chiese: “Davvero vuoi andare in Africa?”, mi alzai in piedi e con sicurezza esclamai: “Si, Madre! Voglio andare in Africa per battezzare i bambini!” Il giorno seguente ritrovai di nuovo la madre che mi disse di vivere un tempo con le suore, lì in San Felix.

E che cosa è successo poi con l’Africa?

Ah, questa è un’altra frustrazione, il non essere andata in Africa… In quel tempo avevamo la missione in Caquetá, era veramente terra di missione, lontanissimo da Bogotá. Lì sono stata molti anni, fino a quando sono andata in Venezuela. Quando è venuta Madre Fernanda in Colombia, mi ha invitato ad andare in Etiopia, ma le ho risposto: “Ah, Madre! Perché ha aspettato tanto a dirlo! Ormai non mi sento più di imparare una lingua tanto difficile come l’amarico!” E allora mi mandarono a Tencua, per fondare la missione con gli Yecuana. E così mi è rimasta la frustrazione di non andare in Africa (ride)

Cosa ci puoi raccontare di questa “avventura” della fondazione di Tencua?

Ero già stata in Venezuela, nella Guajira, avevo fondato la nostra presenza lì con suor Teresa nel 1982. Lei è rimasta 12 anni, io ho dovuto ritornare in Colombia dopo un anno per un problema che c’era lì.  Però la Guajira è una realtà totalmente diversa da Tencua: sia nell’aspetto geografico come nel culturale. La Guajira è un deserto, Tencua è foresta amazzonica. La etnia Guayù è la maggioritaria in Venezuela, la Yecuana è la minoritaria, una delle più piccole. Il popolo guajiro centra la sua vita nella relazione con i defunti, in Tencua quando muore una persona dicono: “E’ finito” e quasi non parlano più della persona. Sono solo alcuni dati per descrivere la differenza di due realtà, una nel’estremo Nord e l’altra nell’estremo Sud del Paese.

Quando mi dissero di andare a Tencua, ero molto felice: era un paese con la stessa lingua – perché la lingua è l’unica barriera che mi ostacola per andare in Asia (ride) – però mi adatto facilmente a qualsiasi situazione ambientale. E così, le due cha avevamo fondato la Guajira, abbiamo anche fondato Tencua! A noi si sono aggiunte suor Imelda e suor Paula.

Qual è la più grande gioia che ti ha dato la missione?  

Bene, poter comunicare Cristo alla gente, in ogni modo: implicito ed esplicito, è una gioia molto grande che posso sperimentare fino ad oggi: far conoscere Gesù. E un’altra grande gioia è aver costruito amicizia con la gente: loro mi vogliono bene e sanno che io voglio bene a loro.  Il popolo Yecuana è molto identificato con la propria cultura, è un popolo che va avanti, anche se molti vivono in città, quando ritornano seguono le loro tradizioni. Ogni tanto mi chiedo perché un indigena quando va in città deve cambiare mentre un Nordamericano, un europeo, può essere lo stesso in ogni luogo…

Oggi ci sono molte possibilità di studiare: un Yecuana ha studiato medicina e oggi è medico per la sua gente. E ce ne sono altri che si stanno preparando professionalmente.

Quanti sono i Yecuana?

Sono circa 6 mila persone, che vivono nell’Alto Orinoco, Alto Ventuari e Alto Caura. Nella nostra zona – l’Alto Ventuari – sono circa mille, divisi in 20 comunità. La più grande è Caacurì che conta 800 persone, le altre sono di 200, 100, 50 abitanti.  Il nostro territorio pastorale corrisponde al fiume Ventuari, dall’affluenza del fiume Manapiare fino alle sorgenti, alla frontiera con il Brasile. La sfida più grande da affrontare è che ci sono tre cascate che impediscono di risalire il fiume: bisogna lasciare la barca prima della cascata, caricare il motore e i vari bagagli, quindi camminare alcune ore nella foresta fino a ritrovare una barca al di sopra, per di più il fiume è pericoloso in questa zona. Oggi è molto difficile la visita alle comunità perché non si trova combustibile e i costi sono molto alti. Però non c’è un’alternativa per arrivare là.

E quante comunità ci sono in questa zona?

Quasi tutte: vicino a Tencua ce ne sono solo 6, le altre sono al di sopra delle cascate. Quando possiamo andare, stiamo fuori 15 giorni, però si può fare solo una o due volte all’anno, e per questo il cammino di evangelizzazione cammina lentamente. Facciamo laboratori per costruire amache o altri oggetti di artigianato, e naturalmente la catechesi.

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Quattro chiacchiere con… Suor Riccardina

Mi ritrovo seduta nel bel giardino della casa di spiritualità di Bogotá, in compagnia di suor Riccardina Silvestri, una missionaria della Consolata simpatica e vivace, che vibra per la missione e per l’amore alla sua gente. Vi condividiamo le quattro chiacchiere che abbiamo fatto…

Iniziamo con una provocazione: si può essere missionarie negli Stati Uniti?

Me l’han fatta tante, tante volte questa domanda! Io non mi sono mai chiesta se l’essere missionaria dipende da un posto. Quando sono andata per gli Stati Uniti la prima volta era per studiare e poi per andare in missione. Il fatto di essere qui, o il fatto di essere lì non mi ha toccato. Mi ha toccato in questo senso solamente: sognavo di andare a Roraima, dove mio fratello missionario aveva vissuto ed era morto, e siccome la mia vocazione è nata dalla sua scomparsa, questo era il mio sogno. Questa è stata l’unica delusione… Ma mai che abbia dubitato di essere missionaria negli Stati Uniti. Più tardi,  quando abbiamo riveduto il concetto di “missione come relazione”, missione che nasce dalla Trinità, nel Figlio missionario del Padre, ed io che sono missionaria di Gesù, allora mi ha ancora di più convinta che non è il posto che dà quel senso di essere missionaria, ma quello che hai dentro. Siamo in un posto dove noi possiamo veramente essere consolazione, e adesso le scelte che abbiamo fatto negli Stati Uniti, sono tutti nelle “rive” dove siamo chiamate ad attraccare la nostra barca: la riva degli abbandonati, del popolo oppresso che ha perso la propria identità. Non essendo tra i non cristiani, come indica il nostro carisma, penso che questo è il secondo posto dove proprio si realizza la chiamata missionaria.

Che risposte vi siete date, voi MC negli Stati Uniti, rispetto al modo in cui si può dare consolazione lì dove siete?

Per me la consolazione è come dice la famosa frase di Sant’Ireneo: “La gloria di Dio è la persona vivente” e  il fatto che il nostro motto sia: “Annunceremo la gloria alle nazioni” , vedo lì una connessione molto significativa, perché la persona vivente è quella persona che vive secondo il piano di Dio: una vita abbondante in tutti i sensi: dal punto di vista fisico, dal punto di vista spirituale, intellettuale… a tutti i livelli. La vera consolazione è contribuire lì dove sono (adesso sono nella Casa Regionale, prima ero in una Parrocchia, poi ero in una riserva indiana), con la mia vicinanza e con i servizi che loro accettano – perché non si può andare là e dire: “Adesso vi dico io cosa bisogna fare” – l’importante è essere presenza, essere con loro, e far capire loro in qualche modo la loro dignità. Questo è il modo essenziale per essere consolazione, per essere in qualche modo la persona che facilita questo diventare “fully alive”, completamente viva, non che stiracchia, che non riesce a sbarcare il lunario per se stesso e per i figli. Far percepire alla persona quanto sia importante. Quando abbiamo fatto questa scelta di una presenza tra i popoli nativi, era in questo contesto della persona con abbondanza di vita: per questo Gesù è venuto, perché abbiamo la vita in abbondanza. E allora lo accosto al nostro motto: la gloria di Dio è la persona completamente viva.

Quando avete iniziato in Sacaton, Arizona, tra il popolo Pima nella riserva indiana, quale è stata la tua prima impressione sia della realtà, sia del significato della vostra presenza lì?

Quando sono andata a Sacaton, ero veramente molto, molto felice. Quando siamo arrivate là in due, non c’era niente di pronto. Siamo andate in macchina, attraversando tutti gli Stati Uniti. La prima domenica quando eravamo già tutte e quattro, il responsabile della pastorale ci ha portate nelle quattro cappelle dove noi dovevamo servire. CI hanno presentato e ciascuna si è presentata. Erano semplici persone, alle volte erano un piccolo gruppo. Quello che a me ha toccato è come ci hanno accolto, con molta semplicità. La gente è molto riservata: i bambini chiaramente sono più espansivi, ma nel modo in cui ci hanno ricevute, io mi sono profondamente commossa: mi è passata davanti tutta la loro storia in mente. Non riuscivo nemmeno a parlare, mi scendevano le lacrime a quello che questa gente aveva sofferto. Per cui, la prima cosa che sentivo era: se potessi cancellare tutto il male che avete ricevuto da noi bianchi. Quello che abbiamo distrutto della loro identità… Man mano che venivamo a conoscenza, non sapevamo bene cosa fare, ma il Signore ci è venuto incontro: la mortalità è alta nella riserva, a causa della diabete, dei suicidi, degli incidenti stradali  e dei crimini, ci sono funerali quasi tutti i giorni. Per il popolo Pima la morte e il morto è tutto sacro: onorano le persone che sono morte con quattro sere di preghiera, e loro sono molto devoti del Rosario. Abbiamo cominciato ad andare a queste veglie, ed è stato il modo in cui siamo venute a conoscenza della gente, e anche del loro modo di concepire la morte, l’aldilà, dei loro riti che fanno, quindi abbiamo iniziato a capire qualcosa della gente. E poi praticamente vivere con loro: non abbiamo fatto nulla di più, non abbiamo mai dato aiuti. Abbiamo partecipare alle loro feste, aiutando in qualsiasi modo: aiutando a preparare i cibi, sbucciare le patate. E quando io sono venuta via da là, ho capito che questo era il modo migliore di stare con la gente: quando ho avvisato al responsabile della cappella che dovevo andare via, ha fatto un’espressione quell’uomo! E lui ha detto alla gente presente, alla fine della Messa: “Ci hanno rubato una delle nostre sorelle”. Quello mi ha colpito profondamente: non era nemmeno un anno e mezzo che io ero lì, e in qualche modo siamo riuscite a far capire che siamo sorelle: non siamo lì per insegnare, per dare, ma per camminare con loro. Quando mi hanno preparato un piccolo ricevimento per salutarmi, io ringraziando di una così bella sorpresa, mi sono sentita rispondere: “Ma sai, tu sei famiglia”.

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