Un sogno di missione


Le nostre giovani ci raccontano il loro sogno di missione. Oggi “leggiamo” Muriel e Nadia dall’Argentina

Un momento con Dio nella missione

In una conversazione gradevole tra noi, parliamo della missione che abbiamo nel cuore, e ci ritroviamo a riconoscere che furono molti i fattori che ci hanno portato a vivere una vita missionaria, tra cui ci sono: la condivisione, il bisogno e l’Altra, cosceinti che tutto questo porta all’incontro del Dio vivo.

La condivisione sboccia dal profondo del cuore, ci permette di andare oltre ai nostri stessi limiti, tralasciando quelle cose che non costruiscono, e così uscire all’incontro degli altri. Molte volte ci sentiamo sfidate ad uscire dalla nostra struttura per aprirci al piano di Dio, che ci parla e ci invita costantemente all’annuncio, ci muove alla missione e ci propone di viverlo nella sua completezza.  Per questo Dio si serve di varie risorse, però soprattutto la libertà di ciascuna per potergli rispondere. San Paolo ci dice in una delle sue lettere: “Non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me” ed è così che sperimentiamo Dio nella nostra vita.

Muriel (al centro) e Nadia con sr Stefania

Il bisogno ci parla come alla cara Madre Teresa di Calcutta, e ci propone di abbandonarci pienamente in Dio, che è datore di vita, che è colui che provvede il necessario per arrivare all’Altro e ci dà forza per seguire, perché nel volto del fratello troviamo Cristo.  Ed è con questo pensiero che ci vengono alla mente nomi di persone che hanno scosso il nostro cammino con la loro testimonianza di vita donata alla missione senza riserve. Suor Leonella ci dice:  “Perdono, perdono, perdono” amando fino all’ultimo istante e vedendo con occhi umili il bisogno. Dopodiché, non c’è bisogno di tante altre parole.

Per questo la missione per noi è la vita condivisa, donata e spesa per tutti coloro che Dio ci mette nel nostro cammino. E’ vivere il giorno dopo giorno e imparare ad abbandonarci pienamente in Dio, che ci do la forza e ci invita ogni momento a riconoscerlo nel bisogno dei nostri fratelli.

Muriel Leiva e Nadia Leitner, prenovizie MC argentine

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SIAMO IN CAPITOLO!

Dalla nostra Casa Generalizia a Nepi, ci arrivano i saluti delle sorelle che dall’inizio del mese di maggio celebreranno l’Undicesimo Capitolo Generale delle Suore Missionarie della Consolata.  Madre Simona Bramibilla, superiora generale, ci spiega cosa è per noi questo evento.

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Fatti di pace… ricostruire il tessuto sociale

L’esperienza di pace nell’educazione della Ciudadela Amazónica del Caguán 

La Colombia vive un momento storico unico per la costruire e consolidazione graduale della pace e la convivenza con possibilità e opportunità produttive e umanitarie che rispondano alla diversità e particolarità delle differenti regioni del paese in interazione e cooperazione con altri paesi del mondo.

L’educazione e formazione fondata su valori umani, potenziare tutte le dimensioni della persona e la preparazione di qualità occupa uno spazio centrale nella costruzione di nuove condizioni per una società rinnovata e una pace reale.

In questo contesto, nasce la Cittadella Giovanile Amazzonica Don Bosco, un’opera educativa del Vicariato apostolico di San Vicente del Caguán, fondata nel 1994 da Mons. Luis Augusto Castro Quiroga, oggi arcivescovo di Tunga, e dal padre salesiano Carlos Julio Aponte. Si trova proprio al cuore della regione del Caguán (la regione amazzonica colombiana) e la sua finalità è la formazione dei contadini affinché diventino agenti di cambio, come leaders nel lavoro e nella crescita umana e spirituale.

Radio Echi del Caguán

Se si può contare su un sostegno finanziario, è fattibile raggiungere la popolazione con potenzialità e situazioni particolari che adeguatamente guidata, costituisce la base di una nuova società in questo tempo di post conflitto e costruzione della Pace.

Come istituzione educativa, la Cittadella Amazzonica conta sul riconoscimento a livello municipale e dipartamentale nell’area della teconologia, convertendosi in una esperienza educativa innovatrice, che coniuga la formazione accademica normale e la educazione non formale e informale, preparando tecnici capaci di trasformare la realtà sociale e le relazioni agroindustriali e agroforestali per uno sviluppo sostenibile delle loro regioni, con un senso umano e solidale.

Il Progetto Educativo della Cittadella offre una preparazione per Tecnico in trasformazione di Alimenti, e si tratta di uno spazio dove si forma a livello intellettuale, culturale, tecnico e umano i giovani affinché siano loro stessi a guidare, organizzare e fortificare i loro progetti di vita come lavoratori agricoli.

Dalle necessità dell’oggi è nato un altro programma di studi che si orienta all’informatica, per permettere ai giovani di usare le potenzialità dell’informatica ed essere così più competitivi nella produzione agricola e nell’allevamento.

Questa istituzione educativa giovanile, nei suoi processi di formazione, cerca di ricostruire il tessuto sociale attraverso l’accompagnamento psico-sociale delle famiglie degli studenti , attraverso incontri ludici e pedagogici che fortifichino l’aspetto educativo integrale, in una regione tanto colpita dalle conseguenze di una situazione sociale difficile.

 

Mezzi importanti per concretizzare tutto questo sono stati la “Azione Culturale Popolare” e le “Scuole digitali contadine”. Queste ultime hanno permesso di concretizzare corsi di alfabetizzazione digitale, leadership, associazione e impresa, ecologia, pace e postconflitto, adattamento al mondo climatico e convivenza pacifica. Gli studenti stessi realizzano processi di formazione e accompagnamento delle famiglie e comunità, arrivando2016, all’incirca 2000 persone.

Circa al lavoro missionario, è evidente la dimensione di consolazione, caratteristica del nostro carisma di Missionarie della Consolata, in quanto ci troviamo in un luogo che esige un’azione costante e un accompagnamento ai giovani e alle loro famiglie, con la possibilità di coinvolgere altri enti e persone in progetti di solidarietà e cooperazione missionaria.

Sr. Rubiela Orozco Gómez, MC

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Quattro chiacchiere con… suor Alejandra

La gioia di annunciare Cristo alla gente

Suor Alejandra è una di quelle persone per cui l’età anagrafica conta veramente poco: ci ritroviamo ad un incontro: lei la decana del gruppo, io la più piccola. Eppure la giovinezza e l’entusiasmo di questa missionaria sono senza età. Ci fermiamo una mezz’oretta per fare quattro chiacchiere…

Come hai sentito la passione per la missione?

E’ una storia veramente bella! E’ una passione che mi ha messo nel cuore la mia mamma. I miei genitori hanno avuto 18 figli, io ero la quarta. Quando avevo 4 anni, un giorno in cui ero seduta vicino a mia mamma, la santa donna mi dice: “Ma lo sai, figlia mia, che ci sono brave ragazze che lasciano papà e mamma e vanno in Africa per battezzare i bambini? Lo sai che i bimbi senza Battesimo non vanno in Cielo…” (questa era la teologia di quel tempo…) Io non dissi nulla, ma queste parole scesero nel mio cuore, e rimasero l¿. Io ero una contadina, per andare alla scuola dovevo camminare due ore. Ho studiato fino a terza elementare, poi sono rimasta in casa per accudire ai miei fratellini. 

Quando ci siamo spostati nel villaggio, un giorno sono arrivati i Missionari della Consolata per fare la “pesca miracolosa” (si faceva così a quei tempi!) Nella mia regione di Caldas, avevano fondato un seminario e andavano nei villaggi in cerca di ragazzi che volessero entrare in seminario. Quando sono arrivati al mio villaggio, chiesero agli alunni della scuola se qualcuno voleva essere missionario, e mio fratello alzò la mano.  E così, dopo le lezioni, andarono a casa mia per parlare con i genitori. Mia mamma disse loro: “Non solo questo mio figlio, sceglietene altri, poiché questi miei figli non sono miei, sono di Dio” E mio fratello partì con loro. In quei giorni non ero presente nella casa. Dopo qualche tempo mio fratello mandò una rivista sulle missioni, e lì c’era la foto di due missionarie a cavallo, nel Caquetá. Il mio cuore saltò e pensai: “Sarò una di queste suore!” Ma non sapevo come dovevo fare per essere missionaria… però c’era un indirizzo: sono andata al negozio, ho comprato un foglio, una busta e una matita e… ho scritto. Dopo 15 giorni… che sorpresa! mi arrivò la risposta: suor Flavia, la superiora regionale, doveva andare al seminario di San Felix in Caldas, dove studiava mio fratello, e mi invitava a incontrarla. Ero sicura: già sarei partita per l’Africa insieme alla suora per battezzare i bambini. Chiesi a mia mamma di benedirmi, con la certezza che non sarei più tornata a casa.  Io, così timida, con gli occhi bassi… quando suor Flavia mi chiese: “Davvero vuoi andare in Africa?”, mi alzai in piedi e con sicurezza esclamai: “Si, Madre! Voglio andare in Africa per battezzare i bambini!” Il giorno seguente ritrovai di nuovo la madre che mi disse di vivere un tempo con le suore, lì in San Felix.

E che cosa è successo poi con l’Africa?

Ah, questa è un’altra frustrazione, il non essere andata in Africa… In quel tempo avevamo la missione in Caquetá, era veramente terra di missione, lontanissimo da Bogotá. Lì sono stata molti anni, fino a quando sono andata in Venezuela. Quando è venuta Madre Fernanda in Colombia, mi ha invitato ad andare in Etiopia, ma le ho risposto: “Ah, Madre! Perché ha aspettato tanto a dirlo! Ormai non mi sento più di imparare una lingua tanto difficile come l’amarico!” E allora mi mandarono a Tencua, per fondare la missione con gli Yecuana. E così mi è rimasta la frustrazione di non andare in Africa (ride)

Cosa ci puoi raccontare di questa “avventura” della fondazione di Tencua?

Ero già stata in Venezuela, nella Guajira, avevo fondato la nostra presenza lì con suor Teresa nel 1982. Lei è rimasta 12 anni, io ho dovuto ritornare in Colombia dopo un anno per un problema che c’era lì.  Però la Guajira è una realtà totalmente diversa da Tencua: sia nell’aspetto geografico come nel culturale. La Guajira è un deserto, Tencua è foresta amazzonica. La etnia Guayù è la maggioritaria in Venezuela, la Yecuana è la minoritaria, una delle più piccole. Il popolo guajiro centra la sua vita nella relazione con i defunti, in Tencua quando muore una persona dicono: “E’ finito” e quasi non parlano più della persona. Sono solo alcuni dati per descrivere la differenza di due realtà, una nel’estremo Nord e l’altra nell’estremo Sud del Paese.

Quando mi dissero di andare a Tencua, ero molto felice: era un paese con la stessa lingua – perché la lingua è l’unica barriera che mi ostacola per andare in Asia (ride) – però mi adatto facilmente a qualsiasi situazione ambientale. E così, le due cha avevamo fondato la Guajira, abbiamo anche fondato Tencua! A noi si sono aggiunte suor Imelda e suor Paula.

Qual è la più grande gioia che ti ha dato la missione?  

Bene, poter comunicare Cristo alla gente, in ogni modo: implicito ed esplicito, è una gioia molto grande che posso sperimentare fino ad oggi: far conoscere Gesù. E un’altra grande gioia è aver costruito amicizia con la gente: loro mi vogliono bene e sanno che io voglio bene a loro.  Il popolo Yecuana è molto identificato con la propria cultura, è un popolo che va avanti, anche se molti vivono in città, quando ritornano seguono le loro tradizioni. Ogni tanto mi chiedo perché un indigena quando va in città deve cambiare mentre un Nordamericano, un europeo, può essere lo stesso in ogni luogo…

Oggi ci sono molte possibilità di studiare: un Yecuana ha studiato medicina e oggi è medico per la sua gente. E ce ne sono altri che si stanno preparando professionalmente.

Quanti sono i Yecuana?

Sono circa 6 mila persone, che vivono nell’Alto Orinoco, Alto Ventuari e Alto Caura. Nella nostra zona – l’Alto Ventuari – sono circa mille, divisi in 20 comunità. La più grande è Caacurì che conta 800 persone, le altre sono di 200, 100, 50 abitanti.  Il nostro territorio pastorale corrisponde al fiume Ventuari, dall’affluenza del fiume Manapiare fino alle sorgenti, alla frontiera con il Brasile. La sfida più grande da affrontare è che ci sono tre cascate che impediscono di risalire il fiume: bisogna lasciare la barca prima della cascata, caricare il motore e i vari bagagli, quindi camminare alcune ore nella foresta fino a ritrovare una barca al di sopra, per di più il fiume è pericoloso in questa zona. Oggi è molto difficile la visita alle comunità perché non si trova combustibile e i costi sono molto alti. Però non c’è un’alternativa per arrivare là.

E quante comunità ci sono in questa zona?

Quasi tutte: vicino a Tencua ce ne sono solo 6, le altre sono al di sopra delle cascate. Quando possiamo andare, stiamo fuori 15 giorni, però si può fare solo una o due volte all’anno, e per questo il cammino di evangelizzazione cammina lentamente. Facciamo laboratori per costruire amache o altri oggetti di artigianato, e naturalmente la catechesi.

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Quattro chiacchiere con… Suor Riccardina

Mi ritrovo seduta nel bel giardino della casa di spiritualità di Bogotá, in compagnia di suor Riccardina Silvestri, una missionaria della Consolata simpatica e vivace, che vibra per la missione e per l’amore alla sua gente. Vi condividiamo le quattro chiacchiere che abbiamo fatto…

Iniziamo con una provocazione: si può essere missionarie negli Stati Uniti?

Me l’han fatta tante, tante volte questa domanda! Io non mi sono mai chiesta se l’essere missionaria dipende da un posto. Quando sono andata per gli Stati Uniti la prima volta era per studiare e poi per andare in missione. Il fatto di essere qui, o il fatto di essere lì non mi ha toccato. Mi ha toccato in questo senso solamente: sognavo di andare a Roraima, dove mio fratello missionario aveva vissuto ed era morto, e siccome la mia vocazione è nata dalla sua scomparsa, questo era il mio sogno. Questa è stata l’unica delusione… Ma mai che abbia dubitato di essere missionaria negli Stati Uniti. Più tardi,  quando abbiamo riveduto il concetto di “missione come relazione”, missione che nasce dalla Trinità, nel Figlio missionario del Padre, ed io che sono missionaria di Gesù, allora mi ha ancora di più convinta che non è il posto che dà quel senso di essere missionaria, ma quello che hai dentro. Siamo in un posto dove noi possiamo veramente essere consolazione, e adesso le scelte che abbiamo fatto negli Stati Uniti, sono tutti nelle “rive” dove siamo chiamate ad attraccare la nostra barca: la riva degli abbandonati, del popolo oppresso che ha perso la propria identità. Non essendo tra i non cristiani, come indica il nostro carisma, penso che questo è il secondo posto dove proprio si realizza la chiamata missionaria.

Che risposte vi siete date, voi MC negli Stati Uniti, rispetto al modo in cui si può dare consolazione lì dove siete?

Per me la consolazione è come dice la famosa frase di Sant’Ireneo: “La gloria di Dio è la persona vivente” e  il fatto che il nostro motto sia: “Annunceremo la gloria alle nazioni” , vedo lì una connessione molto significativa, perché la persona vivente è quella persona che vive secondo il piano di Dio: una vita abbondante in tutti i sensi: dal punto di vista fisico, dal punto di vista spirituale, intellettuale… a tutti i livelli. La vera consolazione è contribuire lì dove sono (adesso sono nella Casa Regionale, prima ero in una Parrocchia, poi ero in una riserva indiana), con la mia vicinanza e con i servizi che loro accettano – perché non si può andare là e dire: “Adesso vi dico io cosa bisogna fare” – l’importante è essere presenza, essere con loro, e far capire loro in qualche modo la loro dignità. Questo è il modo essenziale per essere consolazione, per essere in qualche modo la persona che facilita questo diventare “fully alive”, completamente viva, non che stiracchia, che non riesce a sbarcare il lunario per se stesso e per i figli. Far percepire alla persona quanto sia importante. Quando abbiamo fatto questa scelta di una presenza tra i popoli nativi, era in questo contesto della persona con abbondanza di vita: per questo Gesù è venuto, perché abbiamo la vita in abbondanza. E allora lo accosto al nostro motto: la gloria di Dio è la persona completamente viva.

Quando avete iniziato in Sacaton, Arizona, tra il popolo Pima nella riserva indiana, quale è stata la tua prima impressione sia della realtà, sia del significato della vostra presenza lì?

Quando sono andata a Sacaton, ero veramente molto, molto felice. Quando siamo arrivate là in due, non c’era niente di pronto. Siamo andate in macchina, attraversando tutti gli Stati Uniti. La prima domenica quando eravamo già tutte e quattro, il responsabile della pastorale ci ha portate nelle quattro cappelle dove noi dovevamo servire. CI hanno presentato e ciascuna si è presentata. Erano semplici persone, alle volte erano un piccolo gruppo. Quello che a me ha toccato è come ci hanno accolto, con molta semplicità. La gente è molto riservata: i bambini chiaramente sono più espansivi, ma nel modo in cui ci hanno ricevute, io mi sono profondamente commossa: mi è passata davanti tutta la loro storia in mente. Non riuscivo nemmeno a parlare, mi scendevano le lacrime a quello che questa gente aveva sofferto. Per cui, la prima cosa che sentivo era: se potessi cancellare tutto il male che avete ricevuto da noi bianchi. Quello che abbiamo distrutto della loro identità… Man mano che venivamo a conoscenza, non sapevamo bene cosa fare, ma il Signore ci è venuto incontro: la mortalità è alta nella riserva, a causa della diabete, dei suicidi, degli incidenti stradali  e dei crimini, ci sono funerali quasi tutti i giorni. Per il popolo Pima la morte e il morto è tutto sacro: onorano le persone che sono morte con quattro sere di preghiera, e loro sono molto devoti del Rosario. Abbiamo cominciato ad andare a queste veglie, ed è stato il modo in cui siamo venute a conoscenza della gente, e anche del loro modo di concepire la morte, l’aldilà, dei loro riti che fanno, quindi abbiamo iniziato a capire qualcosa della gente. E poi praticamente vivere con loro: non abbiamo fatto nulla di più, non abbiamo mai dato aiuti. Abbiamo partecipare alle loro feste, aiutando in qualsiasi modo: aiutando a preparare i cibi, sbucciare le patate. E quando io sono venuta via da là, ho capito che questo era il modo migliore di stare con la gente: quando ho avvisato al responsabile della cappella che dovevo andare via, ha fatto un’espressione quell’uomo! E lui ha detto alla gente presente, alla fine della Messa: “Ci hanno rubato una delle nostre sorelle”. Quello mi ha colpito profondamente: non era nemmeno un anno e mezzo che io ero lì, e in qualche modo siamo riuscite a far capire che siamo sorelle: non siamo lì per insegnare, per dare, ma per camminare con loro. Quando mi hanno preparato un piccolo ricevimento per salutarmi, io ringraziando di una così bella sorpresa, mi sono sentita rispondere: “Ma sai, tu sei famiglia”.

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Il Padre

Dialogo da figlia a Padre

Quando Dio decise di creare il padre, cominciò con una struttura piuttosto alta e robusta.

Allora un angelo che era li vicino gli chiese: “Ma che razza di padre è questo? Così grande non potrà avvicinare i piccoli e giocare con loro…”

Dio sorrise e rispose: “ E’ vero, ma se lo faccio piccolo come un bambino, i bambini non avranno nessuno su cui alzare lo sguardo”.

 

Si, si deve alzare lo sguardo , per poter contemplare questo GIGANTE che è PADRE FONDATORE,  Beato GIUSEPPE ALLAMANO.

Fisicamente lui non era un gigante, anzi era esile, con poca salute, ma nella fede e nell’amore; nella volontà e nell’impegno di santità è più che un gigante (1 Tess.4,3 : Questa è la volontà di Dio, la vostra santificazione). La volontà dell’Allamano era una forza indomita e sempre protesa alla ricerca della Volontà di Dio, così che al termine della sua vita terrena ha potuto dire: “ Ho sempre fatto la volontà di Dio”. Lui l’ha sempre ricercata e quando non vedeva chiaro aspettava, si consigliava in un processo di discernimento mai interrotto, per cogliere quello che dava maggior gloria a Dio. ( Mi sono fatto tutto a tutti, per far tutti salvi ! 1° Cor 9,22) Si perché l’ Allamano è convinto che” Dio vuole che tutti siano salvi e giungano alla conoscenza della verità”( s.Paolo: 1° Timoteo2,4).

Alzo lo sguardo al Padre…..

Fin da ragazzo vuole consacrare la sua vita a Dio e quando i suoi fratelli lo vogliono distogliere dall’idea di entrare in seminario subito, lui risponde che Dio lo chiama ora e non sa quando e se, lo chiamerà ancora fra qualche anno. Questo è stato per me una grande forza quando nel momento della  mia decisione avevo la stessa difficoltà da parte della mia famiglia. Così ho dato loro, la stessa risposta: “ Non so se Dio mi chiamerà ancora fra due anni”.

Avere qualcuno su cui alzare lo sguardo…..

Ho conosciuto l’Allamano sin da giovane leggendo la sua vita e mi aveva dato un senso di paternità tenera e cordiale. Si, questi atteggiamenti sono caratteristici di Lui: un padre con un corpo esile, ma con il  cuore grande! Un cuore di mamma.  Diceva: “Potevate avere uno migliore di me come padre, ma non uno che vi amasse di più”. Quando nel vivere la vita missionaria s’incontrano difficoltà e ci si chiede come continuare il cammino, Lui mi è stato vicino con la sua parola che meditavo assiduamente  e in un momento particolare mi lasciò il suo messaggio nel sonno. Quelle parole non le ho mai dimenticate.

Gli occhi del cuore lo vedono….

Un’altra volta ero con il gruppo delle giovani che si preparavano a diventare missionarie e anche in quel momento avevo bisogno di ispirazione e luce nell’accompagnare altre nel cammino di appartenenza e spirito di Famiglia nell’Istituto. Mi è sembrato di vederlo entrare in casa camminando col suo passo composto e tranquillo lungo il corridoio  e avvicinarsi a me fino a sentirmelo vicino, in un atteggiamento  incoraggiante, paterno e amabile. Padre Fondatore un Padre che non ha risparmiato premure per il nostro Istituto e ha riservato per noi un affetto paterno particolare.  Mi è stato più facile additare alle giovani la persona di Padre Fondatore

Si, in questi altri momenti è stato necessario alzare lo sguardo a lui che… Questa volta Padre si affaccia dal “puggiol”   =   balcone

Padre mi parlava da un balcone (Diceva quando era ancora su questa terra: “Da lassù mi affaccerò dal “puggiol” e vi benedirò”), mi disse:  “Coraggio, vai avanti! Io ti seguo e prego per te. Ti dono il mio spirito e ti voglio bene come alle prime sorelle. Coraggio, tu sei mia figlia prediletta”.

In Missione ho avuto modo d’invocarlo e vedere la sua opera in mezzo al popolo del Kenya: con i Laici missionari che si chiamavano “Allamano Men” e con il Centro dei bambini di strada che loro avevano fondato e sponsorizzato, e che chiamavano  “Allamano Boys Centre”.  Con questi Laici e altri benefattori, fondavamo il Centro delle Bambine di strada, per l’Anno Santo 2000. Era un progetto difficile, ma l’Allamano intercedeva. Dicevano infatti: “La realizzazione di questo Centro sarà il miracolo che lo porterà alla canonizzazione ”

suor Mariangela

L’ultimo cronologicamente, ma molto importante per me. Due anni fa non ero con voi, ma con la mia mamma grave. Arrivai come a quest’ora a casa. Lei già non parlava più e sembrava non conoscere più. Quando sentì la mia voce, mamma aprì gli occhi, mi sorrise e mi diede un bacio. Ritornò nel suo sopore con un febbrone che nulla lo faceva abbassare e respirava male… rimasi sola con lei per quella notte e la seguente. Pregavo Padre Allamano, gli dicevo: “Preparala tu, accompagnala tu, presentala tu a Gesù”.  Il suo respiro da pesante si fece leggero e alle cinque del mattino del 16, festa di Padre, con un lungo respiro si “addormentò” nel Signore. Il suo volto divenne disteso e sereno, quasi senza rughe e ringiovanito di almeno 40 anni, e lei ne aveva 93,  così che tutti dicevano: ma come è bella sembra un angelo; sembra una Madonna; come l’avete fatta bella !….

GRAZIE PADRE ALLAMANO, TU ci  RIVELI la  TENEREZZA della PATERNITA’ di DIO, Sii benedetto! Per intercessione di Maria Consolata, si riveli la tua gloria che hai presso Dio Padre.   A te posso alzare lo sguardo, Tu mi sei Padre….

Tua figlia, Sr Mariangela Mesina m.c.

 

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America: tanti cammini, un solo cuore

il gruppo delle MC partecipanti all’incontro di Bogotá

 

L’incontro continentale America parla di molti sentieri ed un’unica passione per la missione 

Un tappeto coloratissimo ospita dei personaggi molto interessanti: un uomo davanti a un labirinto, perché la vita è così: sembra un percorso problematico, ma c’è un Centro e una Direzione, c’è il Grande Spirito, secondo la sapienza del popolo Pima degli Stati Uniti. E che dire dell’uomo pensante? Perché la persona è “testa”: è pensiero, riflessione, è importante per questo prendere il tempo necessario per pensare bene, a fondo. Come ha fatto una comunità Yecuana che ha detto al vescovo che aveva bisogno di dieci anni per prendere una decisione, davanti a una proposta che il prelato le faceva! Ecco lì una cuya: mezza zucca che per gli Yanomami è un attrezzo multiuso quotidiano, ma che nelle feste diventa il mezzo della condivisione e quindi simbolo della generosità, il valore supremo per questo popolo. E poi i copricapi dei Huitoto e dei Guaranì, segno della danza, della festa, dimensioni essenziali ed esistenziali dei due popoli. Infine, la statuetta in terracotta di una donna che allatta il figlio, messa su una bandiera coloratissima, rappresenta la Madre Terra che il popolo quechua rispetta e ama come la propria mamma.

i simboli che hanno accompagnato l’incontro

Con questi simboli che ci portano la sapienza e spiritualità dei popoli nativi di America abbiamo iniziato il nostro incontro continentale delle Missionarie della Consolata dell’America, ma come ben ha detto una sorella alla fine dell’incontro, non si è trattato solo di soprammobili, piuttosto abbiamo sentito la presenza viva dei nostri popoli, e il loro sostegno per il nostro cammino.

Eravamo 20 sorelle provenienti da Stati Uniti, Venezuela, Colombia, Brasile, Argentina e Bolivia, accompagnate da suor Natalina Stringari, consigliera generale, e per due settimane ci siamo riunite per condividere esperienze, riflessioni sul carisma e sulla missione che portiamo avanti. E’ stato un tempo di profonda ricchezza, che ci ha riempito di entusiasmo e dato molte luci: le sorelle che vivono con popoli nativi hanno avuto un tempo prolungato per raccontare la loro esperienza e le ricchezze della cultura originaria. Come gruppo, poi, ci siamo prese l’impegno di studiare a fondo un aspetto proprio della cultura ed elaborare un piccolo saggio, da condividere con il resto del gruppo via internet e in un futuro incontro. L’entusiasmo e l’amore che ciascuna ha trasmesso è stato contagioso ed ha moltiplicato la “voglia di missione” che già brucia nei nostri cuori. Davvero fa bene incontrarsi e “contagiarsi”!

le sorelle della Regione Amazzonica Brasiliana

Se è vero che le realtà sono molto diverse, in quanto due comunità (in Argentina e Bolivia) sono con popoli andini, tre con popoli amazzonici (in Colombia, Brasile e Venezuela) e due in riserve indigene (in Brasile e Stati Uniti), ci sono anche molti elementi in comune: anzitutto, la sapienza originaria ha caratteristiche simili ad ogni latitudine della Terra, soprattutto nel suo sguardo olistico che abbraccia tutta la realtà: umana, divina, della Natura, in armonia e complementarietà. Un altro elemento che unisce le nostre esperienze missionarie è il carisma, che determina lo stile della nostra presenza, che cerca di essere semplice e vicino alla gente. Il nostro Padre Fondatore, il Beato Giuseppe Allamano, e la nostra mamma Consolata, come anche la forza che ci dà l’Eucaristia, sono compagni di viaggio indispensabili per poter vivere la vita a fianco della nostra gente.

“Siamo arrivate da mille strade diverse”, dice un canto. Sembra proprio così anche per noi: siamo arrivate da tanti paesi diversi, da realtà di missione differenti. “Ora siamo un unico cuore” continua il canto, e sembra proprio scritto per noi: come Istituto stiamo camminando verso la unificazione delle nostre realtà di Continente in un’unica Circoscrizione. Sempre più unite, sempre più UNO. Questo incontro ha creato legami forti e significativi tra noi, rinnovando la passione per la missione e lo spirito di famiglia. America: abbiamo tanti cammini ma siamo un unico cuore.

Suor Stefania R., mc

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Il vostro affetto mi ha cambiato la vita

Islam con la comunità intercongregazionale di suor Raquel


La vera jihad di un giovane, nel suo cammino verso la libertà

Sei mesi fa, quando dalla Caritas cittadina mi chiesero di far parte di un’equipe per accompagnarlo più da vicino, Islam era uno di quei ragazzi che l’opinione pubblica definisce come: giovani devianti, delinquenti, bulli violenti, ragazzi difficili, e addirittura ragazzi “perduti”, cioè senza redenzione!  In poche parole, egli era considerato una minaccia, un ragazzo non solo da evitare, ma, ancor peggio, da rinchiudere in qualche struttura per i suoi comportamenti antisociali.

Certo è che nonostante la sua giovane età, Islam ha alle sue spalle un passato con delle esperienze pesanti, con diverse entrate e uscite dal carcere, di consumo e spaccio di sostanze stupefacenti, e non poche volte è stato protagonista di risse violente nella città. Comunque, a dispetto di tutto questo, io vedevo in lui un ragazzo timoroso, ferito, che, in qualche modo, tentava di soffocare dentro il dolore che, forse, lo accompagna da quando è nato; sì, io vedevo, e vedo ancora, semplicemente un ragazzo, con un enorme bisogno di sentirsi accolto e voluto bene.

Islam è di origine Tunisina, suo padre morì a seguito di un infortunio sul lavoro quando lui aveva pochi mesi. Pochi anni dopo, la madre si è risposata e ha avuto altre due figlie. Purtroppo il suo nuovo compagno era un alcolista e un violento e sia Islam sia suo fratello maggiore Billel hanno subito continui abusi fisici, verbali ed emotivi. E noi sappiamo bene quanto l’abuso emozionale (tutti i tipi di abuso sono anche emozionali) strazia l’autostima di una persona e può compromettere notevolmente lo sviluppo psicologico e l’abilità di funzionare adeguatamente nella società.

Di conseguenza, i servizi sociali collocarono Islam in comunità. Così, dai dieci ai diciotto anni lui visse in diverse comunità per minori, le cui permanenze sono state sempre molto travagliate. Privato dalla figura paterna, quasi fin dalla nascita, gli venne poi a mancare quel grembo, quello spazio vitale che chiamiamo: casa, famiglia, affetti, relazioni, il quale è assolutamente necessario per lo sviluppo e la crescita della propria identità, dell’auto stima e del rispetto di sé. Come non capire allora, Islam e le sue continue fughe da se stesso, e la sua incessante ricerca di “qualcosa” o “qualcuno” che possano, in qualche modo, colmare quel vuoto che la solitudine e il non amore gli hanno scavato dentro?

Sei qualcuno se vesti in un determinato modo, se hai soldi (e non importa come li ottieni), o se frequenti certi ambienti. Cosi, tanti giovani, che come Islam, portano nel cuore quella tremenda voglia di gridare al mondo il loro esserci, son disposti a far di tutto pur di sentirsi accolti, accettati, inclusi; si sentono obbligati a conformarsi in tutto, in un mondo dove, purtroppo, la norma è il consumo e dove si vive circondati più da oggetti che da persone. Un mondo dove, ancora una volta, si sentono, traditi, abbandonati, soli! Abbandonati a se stessi, quindi, sconfinano in comportamenti antisociali e diventano violenti spesso per disperazione.

A proposito di ragazzi violenti e trasgressivi, San Giovanni Paolo II affermava che non esistono persone che sono delinquenti per natura né bambini che nascono con tendenze criminali. Anzi, assicurava, la delinquenza giovanile è, piuttosto, una risposta al mondo che ha dimenticato il suo dovere di prendersi cura di loro.

Nel mio servizio missionario tra i ragazzi di strada e i carcerati ho imparato che un ragazzo può perdere la bussola, ma può anche riprendere la strada verso casa, se qualcuno lo aspetta, lo sa accogliere, se qualcuno gli corre incontro con gesti autentici, concreti di prossimità. Quando, invece, un ragazzo, nonostante tutti i suoi sforzi, non incontra volti amici, tutto si fa più difficile. Magari torna in libertà, ma lo aspettano solo i problemi che aveva lasciato. Inoltre, lo stigma di essere un ex-carcerato lo fa ancora più vulnerabile e scuote la sua ormai fragile autostima e rispetto di sé.

Ed è proprio questo che succedeva a Islam, perciò, con Christian, responsabile del Centro di ascolto della Caritas cittadina e Salvo, assistente sociale della Casa don Puglisi, dove ospitavano la mamma di Islam e le sue sorelle – ora sono in semiautonomia – decidemmo di scommettere su Islam, sulle sue risorse e potenzialità di bene. Cercando, inoltre, di creare una rete di persone che diventassero per lui dei punti fermi, sui quali lui potesse contare sempre, e divenendo noi stessi suoi compagni di strada, anzi i suoi fratelli e sorella maggiori!

Nel suo ritorno a casa il figlio minore (Lc. 15, 11-32) ha trovato sì un Padre Misericordioso, ma non ha trovato un fratello, dice don Claudio Burgio, cappellano dell’Istituto Penale Minorile Cesare Beccaria di Milano. Capita anche oggi. Per ragazzi decisi veramente a cambiare non è facile, usciti dal carcere, trovare nuovi fratelli maggiori. E l’esperienza ci insegna che si cambia e si è spinti a uscire dal vortice della criminalità e dell’esclusione se ci si sente attratti da un progetto, se sul cammino trovi persone disposte a sostenere con te nuovi passi.

E in questi mesi, posso attestare, Islam è, davvero, cambiato tantissimo! O meglio, sta diventando sempre più se stesso, sta divenendo, cioè, sempre più Figlio di Chi non ha mai smesso di essergli Padre! Non è stato però un cambio fulmineo, miracoloso, anzi, è stato, ed è tuttora, un percorso faticoso, in salita, è la “vera Jihad” come lui ben definisce, questa sua lotta per restare sulla via della nuova vita! Però, lui sa di non essere più da solo; sa che ora ci sono dei “Mosè”, ossia persone che pregano e fanno il tifo per lui, ma sopratutto sa di poter incondizionatamente contare su due fratelli maggiori che, con infinita pazienza, fermezza e gentilezza, camminano al suo fianco, al suo ritmo; sostenendolo quando zoppica, aspettandolo quando rimane indietro, cercandolo quando fugge, per farlo sentire, sempre, e indipendentemente della sua condotta, voluto bene!

Qualche giorno fa abbiamo celebrato il suo ventitreesimo compleanno. La mamma, con gli occhi perlati di lacrime, diceva che era la prima volta che qualcuno faceva festa per lui. Prima del taglio della torta abbiamo chiesto a Islam di fare un discorso, e lui, visibilmente commosso, disse: Grazie per il vostro affetto, mi avete cambiato la vita!

La strada è ancora lunga. Ci sono ancora tante ferite da rimarginare. Islam deve, pertanto, continuare col suo percorso per imparare ad accettare fino in fondo la propria storia, per riconciliarsi con essa, con la famiglia, con se stesso e con Dio. Ma io sono fiduciosa, credo che ormai Islam abbia compreso che anche se il viaggio della libertà è assai impegnativo, è, comunque, altrettanto appassionante se si ha il coraggio di rientrare in se stessi, di scoprirsi “figlio” e di “tornare a casa”: c’é un Padre che lo aspetta da sempre!

suor Raquel Soria, mc

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Pagine di missione

Semplici esperienze raccolte nel quotidiano, nella missione della regione amazzonica in Colombia e Venezuela

Su richiesta del vescovo di Puerto Leguizamo–Solano, nella regione amazzonica della Colombia, due Missionarie della Consolata si sono preparate al Natale con la comunità contadina di Peñas Rojas, sulle rive del fiume Caguán. Ecco il racconto di suor Aura:

“Il 12 dicembre sono partita da Bogotá verso la missione de La Tagua, lì mi trovai con le sorelle Angela e Idefonsia, il giorno seguente ebbi l’opportunità di fare un salto a Puerto Leguizamo, per visitare e conoscere la missione. Il 15 era programmato il viaggio a Peñas Rojas con suor Idefonsia. Alle 10.30 ci mettemmo in viaggio in questi grandi e belli paesaggi. Quando siamo arrivate la comunità già ci aspettava, ci accolsero molto bene.

Il giorno seguente ci mettemmo al lavoro per organizzare il Presepio nella cappella della comunità, le signore e i bambini ci aiutarono affinché rimanesse bello: qui portava i muschio, legnetti, erba e altre cose che avevano raccolto. Al pomeriggio abbiamo dato così inizio alla Novena: i primi due giorni la partecipazione fu molto positiva, ma poi il lunedì chi andava al campo, chi al lavoro… rimase così un gruppo significativo di 20 persone, tra bambini e adulti.

Il lunedì e martedì abbiamo invitato i bambini al mattino, proponendo loro disegni da colorare, figure da modellare con il pongo: avevano molta creatività, e questo arricchì il Presepio, dandogli più vita e bellezza. I giorni seguenti abbiamo visitato le famiglie nella comunità.

Posso dire che abbiamo trascorso alcuni giorni molto sereni con le persone del villaggio, cantando, pregando, partecipando alla Novena. L’ambiente era preparato per quando gli altri ritornarono dal lavoro per celebrare insieme la Vigilia di Natale. La mia preghiera e il mio rendimento di grazie per questa opportunità di prepararmi con questa gente all’arrivo di Gesù: a te, Signore, chiedo che tu possa incarnarti in questi luoghi tanto lontani e sconosciuti, portando molta pace, salute, speranza e gioia a tutta queste persone”.

 
La vita della comunità di Tencua, nella foresta amazzonica del Venezuela è fatta di piccole cose, come l’accoglienza cordiale. Così testimonia Mons. Jonny Reyes, nuovo vescovo del Vicariato:

“Le ore trascorse in Tencua sono state molto intense, fraterne, costruttive, e cariche di speranza. Davvero, mi sono sentito accolto molto bene per suor Eleusa e suor Pierina: con loro ho mangiato e riso, pregato e riflettuto, visitato alcune comunità e celebrato… Mi è piaciuto tanto vedere sorelle così gioiose, semplici, libere, di preghiera e con un profondo senso di rispetto verso gli altri. Camminando e visitando con loro, ho potuto constatare la profonda conoscenza che hanno di queste culture Yekuanas y Sénemas e del cammino da portare avanti con loro, sapendo assumere la gradualità, la pastorale del poco e del dettaglio, la pastorale della vicinanza e della solidarietà.  Ho imparato molto in questi due giorni, e non solo perché era la prima volta che visitavo questa zona dei fiumi Manapiare-Ventuari, ma anche per la postura delle sorelle e dei leaders delle comunità”.

MC della Regione Colombia Venezuela

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Bimbo cattivo!

Sunchu Pampa, uno dei luoghi più aridi della zona: con i ragazzi saliamo l’arida collina per chiedere al Dio del Cielo il dono della pioggia

Gli effetti nefasti de El Niño sull’America e in particolare sulla Bolivia

vista satellitare del Niño: il rosso indica il surriscaldamento dell’Oceano Pacifico che porta conseguenze letali al Continente Americano

Non so perché lo abbiano chiamato Niño, né lo voglio sapere, ma questo bambino (questo significa tale parola in spagnolo) è un bimbo molto, molto cattivo: ci fa stare a naso in su tutto il giorno, implorando pioggia da un cielo senza nuvole. Ad ogni batuffolo bianco (meglio se scuro) che appare nel blu intenso, si aggrappa la speranza di una pioggia che non arriva. Il suono di tuoni diventa musica alle orecchie, ma niente: partiamo per l’Argentina, a fine dicembre, con l’angoscia di non aver visto iniziare la stagione delle piogge.

Fin dagli Anni Ottanta la Bolivia è stata colpita da una serie di siccità che, poco per volta, hanno obbligato la gente a lasciare l’Altipiano Andino in cerca di lavoro nelle città o migrando verso Argentina, Brasile, Europa. Siamo arrivate a Vilacaya nel 2013: la gente si lamentava già della diminuzione delle piogge, ma nel corso di questi quattro anni abbiamo potuto constatare con i nostri occhi la progressiva desertificazione della zona, con una stagione delle piogge ogni volta più ridotta. Il meglio del peggio è stato l’anno scorso: non raggiunge i due mesi il tempo delle precipitazioni, ad aprile si parla già di scarsità delle risorse idriche, e sappiamo che le piogge, nella migliore delle ipotesi, non arriveranno prima di ottobre. Ma il peggio del peggio è ora: se siamo arrivati a fine 2016 arrangiandoci e soffrendo un poco, che sarà di noi, della nostra gente, nel 2017, se le piogge non riforniscono d’acqua le vene sotterranee?

effetti del Niño: siccità…

Molte volte si dice “l’acqua è vita”, ma fin quando non lo si prova sulla propria pelle, non si comprende la profonda realtà che si afferma. E c’è anche il rovescio della medaglia: “La mancanza d’acqua è guerra”. Sì, ve lo assicuro: se manca il prezioso liquido cristallino, tutti si barricano in difesa del poco che possiedono, e questo a grande scala come nel piccolo dei villaggi. E adesso mi spiego: Cile, il miglior nemico della Bolivia, fin da quando quest’ultima ha perso il suo sbocco al mare in una guerra persa con il vicino lungo e stretto. Da sempre – e soprattutto nel governo di Evo Morales – la rivendicazione del mare è un tema da sbattere sul muso al Cile. Ma quest’anno, quando la sete ha iniziato a farsi sentire, scoppia il caso: il Cile ha rubato da anni l’acqua di un fiume in territorio boliviano. Rubato? Sicuramente c’era stato un accordo più o meno formale per l’installazione di tubi e canali che derivavano l’acqua verso i campi cileni. Solo che adesso l’oro blu  vale più dell’argento, che 500 anni fa aveva ipnotizzato gli spagnoli. Si parla persino di un dispiegamento di carri armati al confine: la guerra dell’acqua è alle soglie. Nel nostro piccolo, Vilacaya va nella vicina comunità di Mulahara, per chiedere di poter incanalare l’acqua e migliorare un poco la situazione, ma i vicini si rifiutano: hanno paura che in tempi peggiori verrà a mancare loro. E pensare che i loro figli vengono a Vilacaya per la scuola superiore, ma niente: la paura vince sulle buone ragioni.

…e inondazioni

In novembre è caos totale: le grandi e popolose città iniziano a razionare l’acqua – certo, soprattutto nei quartieri poveri – e la situazione si aggrava in La Paz. La gente inizia a vendere secchi d’acqua come se fosse oro, le motobotti la forniscono a lunghe file di persone assetate. Cile si offre di aiutare Bolivia, ma il presidente Evo dice: “No, grazie: ce la facciamo da soli”. In dicembre iniziano precipitazioni, alle volte violente, con grandine, prostrando i contadini. In altre parti, come il dipartimento di Potosí, nemmeno una goccia.

Tutta colpa di quel bimbo cattivo! Ma di chi è figlio? Ciascuno faccia il DNA del proprio stile di vita, e si riconosca padre/madre di questa creatura…

suor Stefania Raspo, mc

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