“Migranti e rifugiati: uomini e donne in cerca di pace”

GIORNATA MONDIALE DELLA PACE. Messaggio di Papa Francesco

1°. Gennaio 2018

“Osservando i migranti e i rifugiati, questo sguardo saprà scoprire che essi non arrivano a mani vuote: portano un carico di coraggio, capacità, energie e aspirazioni, oltre ai tesori delle loro culture native, e in questo modo arricchiscono la vita delle nazioni che li accolgono. Saprà scorgere anche la creatività, la tenacia e lo spirito di sacrificio di innumerevoli persone, famiglie e comunità che in tutte le parti del mondo aprono la porta e il cuore a migranti e rifugiati, anche dove le risorse non sono abbondanti” (Papa Francesco)

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Auguri di buon Natale e di un felice Anno Nuovo ai nostri lettori!

E’ NATALE, Cristo è nato per noi, come non esultare insieme per celebrare questo grande mistero d’AMORE. Oggi la salvezza entra nei nostri cuori e ci rende persone nuove.  Oggi il Signore viene in ciascuno di noi, nasce in noi e ci fa rinascere.   Lasciamoci incontrare da Lui che è venuto nel mondo per abitare in noi, e per essere il nostro Salvatore. Lasciamoci trovare, toccare, accarezzare, e abbracciare dalla tenerezza che salva.

Affidiamo a Maria ogni realtà che viviamo perché come Lei ha accolto nel suo grembo il Dio che si è fatto carne possiamo anche noi accoglierlo e contemplare questo miracolo della bontà divina, che dilata i nostri orizzonti e i nostri cuori.

Il Signore vi benedica e giunga a ciascuno di voi il nostro più affettuoso augurio di BUON NATALE!

 

Madre Simona Brambilla, 

Superiora Generale,

Suore Missionarie della Consolata

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A scuola di carità

Le novizie ci raccontano la loro esperienza al Cottolengo di Torino: a scuola di carità, amore e passione verso i fratelli e sorelle bisognosi.

L’esperienza al Cottolengo per noi è stata una conferma della scelta di Dio per noi e la nostra scelta di essere religiose suore missionarie della Consolata. Siamo state colpite dall’amore e dalla passione con cui le lavoratrici e le sorelle si dedicano ad offrire i servizi ai malati senza risparmiare la loro forza. Il più grande comandamento: Amare Dio e il prossimo si sperimenta e vive in quel luogo.

La grazia di Dio non è mai mancata, perché con Lui abbiamo testimoniato che “i ciechi vedono, i sordi odono, i muti parlano gli storpi camminano”. È necessario stare con i ciechi perché solo i ciechi vedono realtà che non possono essere contemplate da coloro che hanno gli occhi. Per vederle è necessario stare con i ciechi perché solo i ciechi vedono. I sordi odono armonie che non possono essere ascoltate da coloro che hanno l’udito. Per sentirle bisogna mettersi in unità vitale con i sordi. I muti parlano una lingua che non è parlata da chi ha il linguaggio e sono essi che ci richiamano quella lingua che noi avevamo dimenticato e gli storpi ci conducono per le vie che avevamo smarrite.

Offrendo i nostri servizi ai malati, ai disabili e agli ospiti, come li chiamano, sentivamo le parole di Padre fondatore quando diceva alle prime sorelle che partivano per la missione, ‘ Voi non siete solo destinate per curare i corpi come fanno le altre suore negli ospedali; non solo per educare la mente come fanno nelle scuole, ma siete proprio per illuminare le anime e dar loro il battesimo. Ricordatevi della preziosità di questa grazia.’

Siamo entrate senza paura per donare e condividere la nostra vita con i poveri e gli abbandonati nella piccola casa della provvidenza al Cottolengo. Abbiamo ricevuto gratuitamente e ci siamo sentite chiamate di donare gratuitamente. Nella “ lavanda dei piedi ai discepoli”, come Gesù usava l’asciugamano per asciugare i piedi dei discepoli, anche noi dall’inizio abbiamo ricevuto il grembiule come segno del servizio. Il nostro servizio includeva, aiutare a fare i bagni, fare i letti, accompagnare ai servizi, imboccarli ad essere accanto accarezzando e ascoltando quello che avevano da dire.

Seguendo Gesù maestro della vita, siamo state guidate dal suo insegnamento ed esempio. “Perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato.” (Gv 6:38), e ancora “sono venuto a gettare fuoco sulla terra e quanto vorrei che fosse già acceso! Ho un battesimo nel quale sarò battezzato e come sono angosciato finché non sia compiuto!” (Lc. 12, 49-50). Queste parole sono state forti e chiave nel nostro servizio. Uscire da noi stesse per incontrare gli altri ai loro livelli. L’obbedienza era nostra pane di ogni minuto collaborando per il benessere delle persone. Eravamo pronte di fare e andare dove ci mandavano senza dire niente. L’ esperienza chiedeva tanta pazienza e umiltà perche ogni giorno le lavoratrici cambiavano, e noi lavoravamo con nuove persone. Ognuna di loro aveva il suo modo di fare le cose e cosi i servizi sono diventati la scuola della vita, dove ogni giorno era per imparare senza dire; ‘ ieri abbiamo fatto così.’ Il servizio chiedeva la disponibilità e flessibilità di fare qualsiasi lavoro.

Offrendo il nostro servizio lì, la domanda principale era, come offro il mio servizio che mi identifica come una suora missionaria della Consolata? Passando al santuario della  Consolata ogni giorno, chiedevamo a lei di darci il coraggio e la consolazione da portare con noi ai nostri angeli al Cottolengo.

A partire dalle parole di Isaia 40:1; ‘Consolate consolate il mio popolo” Abbiamo visto come è possibile fare evangelizzazione consolando le persone senza parole ma con piccoli gesti, con le carezze e la presenza, che cambiano le vite.

Ogni persona è creata da Dio e ha bisogno di affetto sia lo zoppo, il disabile, la malata, i sordi e i ciechi. I miracoli del Signore sono tanti perché tutte queste persone che lavorano lì hanno un dono speciale di comunicazione e vicinanza. Che cosa noi abbiamo che non abbiamo ricevuto da Dio? (1cor 4:7) Dobbiamo ringraziare Dio per i cinque sensi che abbiamo e tutti funzionano bene ricordando che tante persone non li hanno dalla loro nascita.

La vista- richiama l’attenzione a vedere i bisogni dei nostri fratelli e sorelle.

L’udito- imparare a parlare con chi è un po’ sordo, con voce alta e anche chinarsi davanti a loro.

Gusto- mangiare i cibi con gusto. Se è tempo di mangiare sentiamo il gusto dei cibi ricordando che ci sono delle persone che si sostentano con i cibi da tubi.

L’olfatto- Educarci a perseverare nel lavoro nonostante gli odori è non avere paura di sporcarci le mani come Papa Francesco sempre ripete, e prendere l’odore delle pecore.

Tatto- Accarezzare, stringere la mano, aiutare…

Come anche  Padre fondatore dice, che mai andava a dormire con il pensiero che cosa mangerà domani perche lui sempre aveva fiducia nella divina provvidenza. Abbiamo visto quante persone di buona volontà  aiutano i poveri al Cottolengo nel servizio materiale. Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli, perché vi dico che i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli. (Mt 18:10)

Gesù si è fatto obbediente fine alla croce; il servizio umile è donare noi stessi agli altri senza scegliere il posto e il lavoro. Noi siamo chiamate come religiose a continuare la missione di Gesù. (Fil. 2) Umiliando noi stesse e cercando di avere i sentimenti di Gesù con preghiera siamo andate a condividere la nostra vita con gli altri entrando nella loro vita in diversi modi. Vogliamo chiedere al Signore perdono per tante volte che ci siamo lamentate senza consapevolezza.

“Andate; ecco, io vi mando come agnelli in mezzo ai lupi” (Lc 10:3) Siamo andate con cuori aperti per ricevere e donare.  Cuori aperti per imparare a fare qualsiasi servizio anche quello che mai abbiamo fatto nella nostra vita. Siamo tornate piene di gioia come i discepoli di Gesù e molto ricche nei nostri cuori. Mosè pensò: «Voglio avvicinarmi a vedere questo grande spettacolo… Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è una terra santa!». La piccola casa del Cottolengo è stata una terra santa per noi e, per offrire i nostri servizi, dovevamo togliere i sandali dai nostri piedi  perché fossero  capaci  di toccare la carne di Cristo. (Esodo 3:1-6)

Novizie MC

 

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Diventando amici di Gesù

Le prenovizie argentine condividono un sogno divenuto realtà: ricominciare l’animazione dell’ Infanzia Missionaria, per fare conoscere ei piccoli Gesù e la passione per la missione

Il sogno di ricominciare l’ Infanzia Missionaria nel Collegio di Mendoza è cominciato a crescere nei nostri cuori all’inizio dell’anno 2017: tutto, in realtà, ci sembrava tanto lontano, però ci siamo lasciate entusiasmare da questo desiderio: siamo salite sulla barca delle “Pontifice Opere Missionarie” per realizzare questo sogno.  

In un primo momento ci siamo ritrovate con la sfida di entrare nella realtà del Collegio Santa Teresita, un luogo che si è dimostrato accogliente e di famiglia, dove ci hanno aperto le porte e altri si sono uniti a questo sogno: poco a poco si sono aggiunti membri all’equipaggio della nostra barca: alcuni studenti hanno risposto con entusiasmo alla proposta di diventare animatori, ma con il tempo si sono ritrovati con altri impegni da compiere e abbiamo avuto paura che il sogno non potesse realizzarsi.  Però, con nostra grande sorpresa, e con la grazia dello Spirito Santo, abbiamo potuto continuare la scommessa, e cinque giovani degli ultimi anni delle superiori, hanno iniziato a remare con noi nella barca, in compagnia dei Laici Missionari  Cristina, Oscar e Carina.

Ed è così che, dopo sei mesi di formazione e perseveranza, il 23 settembre il sogno si è realizzato, ed è iniziata l’avventura dell’Infanzia Missionaria, con la partecipazione di bambini dai sei ai nove anni, alunni del Collegio Santa Teresita. Con molta gioia e soddisfazione, il 29 settembre, alla vigilia della festa della Patrona del Collegio, Santa Teresa di Lisieux, le animatrici hanno ricevuto i simboli e si sono impegnate pubblicamente nel servizio ai bambini.

Così ci raccontano: “Quando abbiamo iniziato Infanzia, lo abbiamo fatto grazie all’entusiasmo che le coordinatrici dimostravano verso di noi, all’incoraggiamento e alle proposte interessanti che ci facevano. Avevamo 7 anni, eravamo bambine e ci interessava sapere che cos’era l’Infanzia Missionaria. Siamo state sempre parte del gruppo, da quando è iniziato fino al momento in cui si è sciolto. Non volevamo saperne nulla dell’idea che questo gruppo così bello finisse: le uscite creative, gli insegnamenti… Siamo felici di aver fatto parte di quel gruppo, abbiamo imparato tanto e sentiamo realmente Cristo nel nostro cuore. Oggi, dopo sei anni e mezzo, siamo più grandi e siamo capaci di formare i bambini, imparare da loro e loro da noi. Per quanto ciascuna di noi ha mille cose per la testa, vogliamo essere partecipi di questo progetto, continuare con l’aiuto di Dio e delle nostre coordinatrici, che dimostrano molta energia, hanno le pile cariche! Ci sentiamo soddisfatte e orgogliose!”

Tutto questo percorso non sarebbe stato possibile senza il sostegno affettuoso delle Missionarie della Consolata e della direzione del Collegio Santa Teresita, che con gioia ed entusiasmo, fin dall’inizio, si sono uniti in questa “pazzia missionaria”, che nel cuore continua a nutrire molti progetti futuri.

Muriel Leiva e Nadia Leitner, prenovizie

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Riconosciuto il Martirio di suor Leonella!

“Vogliamo esprimere tutta la nostra gratitudine al Signore che vuole farci dono del riconoscimento del martirio e della santità di un’altra delle sue figlie, Leonella! Oggi è il giorno del Grazie!

Grazie a Dio, alla Consolata, al Fondatore che ci donano la gioia di riconoscere in Sr. Leonella una sorella che ha vissuto in pienezza il nostro carisma, fino alla fine, nella testimonianza di una vita consegnata nel perdono!”

Con queste parole, Suor Simona e Padre Stefano, superiori generali degli Istituti Missionari della Consolata, esprimono la gioia di tutta la famiglia consolatina per la splendida notizia di mercoledì 8 novembre: Papa Francesco con un decreto ha riconosciuto ufficialmente il Martirio della Serva di Dio suor Leonella Sgorbati, missionaria della Consolata, morta a Mogadiscio, Somalia, in odio della fede, il 17 settembre 2006.

Suor Leonella nasce a Rezzanello, in provincia di Piacenza, nel 1940. Entra nell’Istituto delle Suore Missionarie della Consolata a 23 anni e dopo la prima formazione e gli studi infermieristici, è destinata alla missione del Kenya, dove lavora nel campo sanitario e nella formazione delle giovani che si preparano come infermiere. Sempre si è distinta per la sua generosità e l’entusiasmo, e per una continua ricerca di una risposta d’amore totale al Signore che lei amava profondamente.

Nel 2002 inizia il lavoro in Somalia nella scuola per infermieri sostenuta dal SOS: il sogno è dare speranza a un paese flagellato da decenni di Guerra, attraverso la formazione di giovani che possano avere cura delle mamme in gravidanza, dei bambini che nascono, dei malati da curare.

Nel 2006 il primo gruppo di studenti riceve il titolo di studio, destando sospetti e preoccupazioni tra i fondamentalisti islamici. Domenica 17 settembre, a mezzogiorno, un killer uccide Suor Leonella con sette colpi di pistola. Nel tentativo di salvarla, anche la guardia del corpo che la accompagnava muore. Le sue ultime parole sono state: “Perdono, perdono, perdono”.

Il Capitolo Generale del 2011 decide di presentare la causa del riconoscimento del martirio di suor Leonella: nel 2012 inizia il processo diocesano. Nel 2016 la potulatrice, suor Renata Conti, consegna la Positio alla Congregazione per le cause dei Santi. Quest’anno il Congresso dei Teologi riconosce il martirio in odium fidei a cui segue il riconoscimento del Congresso dei Cardinali. Ed ora, la lieta notizia del decreto di Papa Francesco! Bisogna ricordare che le cause dei martiri non hanno bisogno di un miracolo per giungere alla beatificazione, per questo il processo consiste nel riconoscimento della morte a causa dell’odio verso la fede cattolica.

 

Concludiamo con le parole dei Superiori Generali: “Che l’itinerario che ci porterà alla Beatificazione possa diventare per noi tutti occasione di rinnovato slancio missionario, nella semplicità, nella carità fraterna, nella gioia evangelica, nella radicalità del dono di vita implicito nella nostra vocazione missionaria ad gentes!”

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Quattro chiacchiere con… suor Natalina

Intervista a suor Natalina Stringari, missionaria della Consolata brasiliana

Quando senti la parola missione, qual é la prima cosa che ti viene in mente? 

Quando sento la parola missione, la prima cosa che mi viene in mente è l’annuncio di Gesù, del suo amore che salva, della sua misericordia e compassione verso tutti. Ma mi  vengono in mente anche le culture, le diversità, le ricchezze, le sofferenze, le speranze, le gioie di ogni popolo… Questi popoli che anche senza saperlo sono gia stati salvati da questo Amore del Figlio Gesù, ma bisogna che qualcuno Lo renda conosciuto.

Secondo te, qual é la priorità oggi della missione? 

Secondo me, la priorità della missione oggi, è che la Chiesa, nella persona di ogni battezzato, di ogni cristiano/cristiana, sia vicina a tutte le persone e sappia testimoniare, anzitutto con le sue scelte di vita e con i suoi atteggiamenti di rispetto, il Volto misericordioso di Gesù, del Padre. Questa deve essere la missione della Chiesa, verso tutti, senza la condizione della conversione, perché è la Salvezza che diventa condizione possibile di conversione, proprio perché la persona ha fatto l’esperienza di sentirsi accolta e amata incondizionatamente. Una Chiesa che non ostenta alcun potere, ma che è vicina alle persone, in umiltà e tenerezza; la missione non va vissuta nella potenza perché Gesù stesso si è rivelato, non con potenza, ma nella piccolezza, tenerezza e umiltà di un bambino, nel segno insignificante e nascosto del pane e del vino, nello spogliamento e fallimento della croce. Nel vivere la missione ogni cristiano/a, ogni missionario/a è chiamato ad aiutare le persone a scoprire questo volto di Gesù, ma è anche chiamato a scoprire nel volto di ogni persona quello di Gesù; a scoprire i Segni del Regno gia presente nelle stesse realtà dove vive la sua chiamata.

Raccontaci un episodio della tua vita missionaria che ti ha dato tanta gioia.

Mi è difficile identificare UN episodio che mi ha dato tanta gioia perché in questi 25 anni di vita missionaria ho perso il conto degli innumerevoli momenti di gioia che hanno segnato la mia vita, anche, talvolta in mezzo alle sofferenze e le difficoltà. Ma condivido uno particolarmente interessante: quando sono arrivata in Guinea Bissau, nell’anno 2000, sono stata subito destinata alla comunità di Bubaque, nelle isole Bijagos. Andavo con una ferma convinzione: in qualunque luogo sarei andata il Signore era già là, a precedermi e accogliermi per vivere con me questa “avventura missionaria”. Quando stavo arrivando, ancora sul barcone con il quale avevamo fatto alcune ore di viaggio sull’Atlantico, ho visto due mie consorelle e un gruppo di persone della comunità che mi aspettavano, con gioia, sulla sponda. In quel momento ho fatto l’esperienza dell’accoglienza e della certezza che il Signore mi aveva preceduta e ho detto tra me: “ecco Gesù mi aspetta  e mi accoglie attraverso queste sorelle e queste persone”, perché Egli si sta manifestando concretamente. E questa certezza mi ha riempito il cuore di gioia e gratitudine e mi ha accompagnato nel cammino, fino a oggi. Quando penso che alcune di quelle persone non erano cristiane mi stupisco ancor di più perché questo è un segno per noi Missionarie della Consolata chiamate a vivere la missione tra i non cristiani.

Se oggi, dopo 25 anni di consacrazione religiosa missionaria, potessi ritornare indietro all’inizio della tua vita missionaria, cosa non faresti? E cosa invece sicuramente rifaresti? 

Forse cercherei di non fare le cose che considero di aver fatto in modo sbagliato, sebbene so che anche questo fa parte del cammino, perché dagli errori o sbagli si impara di più che non quando le cose sembrano andare in modo perfetto. Poco a poco nella mia vita religiosa-missionaria ho scoperto che non dovevo essere perfetta per vivere con autenticità, ma piuttosto vivere in semplicità, intensità e gioia con sempre più coscienza che, parafrasando le parole di nostro Fondatore Allamano, “non stavo facendo un favore a Dio ma che invece è Lui che mi ha aggraziata con il dono della vocazione religiosa e missionaria”.

Dopo questi 25 anni di consacrazione continuerei la strada percorsa con la stessa fiducia e la stessa Grazia che ho avuto momento per momento. La missione ha cambiato la mia vita, mi ha sfidata a offrire il meglio di me stessa; il contatto con sorelle di diverse provenienze e con popoli e realtà culturali molto diverse della mia, ha arricchito la mia vita in un modo sorprendente. Di tutto questo sono riconoscente a Gesù, alla Consolata e a ogni persona che ho incontrato lungo il cammino.

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Ricordi di una visita

le missionarie della Consolata alla Messa del Papa in Bogotá

Visitati dal messaggero di pace, gioia e speranza. Il Papa Francesco in Colombia

L’ ultima visita di un Sommo Pontefice in Colombia è stata con san Giovanni Paolo II, 31 anni fa. E come non festeggiare con tanta gioia l’arrivo del nostro caro Papà Francesco, il terzo Papa che ci visita, e questa volta è un Papa Latino americano! Ci sentiamo in famiglia e lo accogliamo a braccia aperte, musica, canti, danze, testimonianze, celebrazioni, con grande fervore e molta festa. Certo, c’è stato anche chi ha criticato la sua visita, però questo fa parte de la routine di un personaggio tanto importante.

Alla Messa celebrata nel Parco Bolivar abbiamo participato quattro missionarie della Consolata: suor Alicia, suor Luz Alba, suor Carmen Rosa e suor Inés. Le altre sorelle hanno accompagnato gli eventi alla televisione.

Sono stati 5 giorni nei quali abbiamo sperimentato, vissuto e goduto questa visita amica, semplice e vicina. In goni città visitata i temi erano specifici: in Bogotà: “La vita, la pace e Maria Madre della Vita”. In Villavicencio: “La riconciliazione”. In Medellìn: “La vocazione della nostra vita cristiana” e infine nella città di Cartagena: “Diritti umani e dignità nel mondo del lavoro”.  Pur nella diversità di temi, tutto il paese ha ascoltato il suo forte messaggio di unità e riconciliazione. Il titolo della visita era: “Diamo il primo passo”, e abbiamo potuto constatare che le sue parole consolatrici, fortificanti e incoraggianti, in questo proceso per ricostruire una nuova Colombia, così fortemente ferita e sofferente, calpestata dalla guerra.

Questa è una grande sfida, che inizia prima di tutto disarmando il cuore e allo stesso tempo essendo ponti di pace. Una delle frasi del Papa Francesco, non solo per noi colombiani, ma per tutta l’umanità, così dice: “Bisogna abbattere i muri della sfiducia e dell’odio promuovendo una cultura di riconciliazione e solidarietà. La riconciliazione si ottiene con lo sforzo di tutti, perché gli alberi stanno piangendo tanta violenza”.

CI invita a una riconciliazione integrale con Dio, con noi stessi, con l’altro e con la natura, che è la nostra casa comune. E’ in questo dialogo tra fratelli riconciliati che la pace può brillare: nelle tante testimonianze di vita di fratelli e sorelle abbiamo ascoltato e constatato come dare il primo passo. CI siamo emozionati e lo stesso Sommo Pontefice ha ringraziato per quello che stava ricevendo: tante lacrime, tanta speranza, la frase: “Dio perdona in me” e ha chiamato quei momenti: “Lezioni di alta teologia”.

Il Papa Francesco ha fatto come Gesù: “Lasciate che i bambini vengano a me”: quando genitori alzavano i bambini per salutarlo, il Papa li abbracciava con affetto, e quando ha visto due bambini vestiti da Papa, ha fatto fermare la Papamobile, è sceso, li ha abbracciati e li ha ascoltati dire: “Anch’io voglio essere Papa”. Ha incoraggiato i giovani a continuare il cammino, senza farsi schiavizzare dai vizi, e a andare a fondo dei propri problemi.

Parlando ai consacrati, li ha invitati a visitare le famiglie e a stare vicini alle situaizoni di dolore, a camminare insieme alla gente. Insomma, il suo messaggio si rivolgeva a tutti.

Si, abbiamo vissuto momento unici, indimenticabili, di fede forte e contagiosa, ogni messaggio presentaba consigli pratici che si sfidavano a impegnarci.

Come lo stesso Francesco ci ha detto: “Non lasciamoci rubare la speranza, la gioia, basta una persona buona per dare questo primo passo.  Non mettiamo ostacoli alla riconciliazione, l’atro è sacro, allora non abbiamo paura di volare in alto e sognare alla grande, portando l’abbraccio di pace al fratello più bisognoso e abbandonato”.  

Sr Inés Arciniegas Tasco, mc e sr Carmen Rosa Bernal, mc

 

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Testimoniare la forza trasformatrice del Vangelo.

Papa Francesco ci invita a riflettere e pregare sulla missione al cuore della fede cristiana, dicendo che “il mondo ha essenzialmente bisogno del Vangelo di Gesù Cristo. Egli, attraverso la Chiesa, continua la sua missione di Buon Samaritano, curando le ferite sanguinanti dell’umanità, e di Buon Pastore, cercando senza sosta chi si è smarrito per sentieri contorti e senza meta. E grazie a Dio non mancano esperienze significative che testimoniano la forza trasformatrice del Vangelo”.

In occasione della giornata Missionaria Mondiale (22 ottobre, 2017) tanti cristiani nel mondo siamo in comunione gli uni gli altri, nella preghiera e nella condivisione delle esperienze missionarie, che testimoniano la gioia della fede e della vita trasformata con la forza del Vangelo.

Vediamo questa galleria fotografica delle Suore Missionarie della Consolata, in missione…risposta di fede alla chiamata di Dio.

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3 gocce sconfiggono la siccità

La speranza si racchiude in tre gocce d’acqua

Gabriel è un giovane uomo, con una bella famiglia e un amore profondo verso la sua cultura originaria. Mi sta facendo pressione perché impari il quechua, ed io davvero voglio impararlo, ma alle volte mi manca il tempo. E così, sempre arriva con qualche libretto o programmino per il computer con la speranza che un giorno parli la sua amata lingua. Un altro bell’aspetto di Gabriel è che si interessa molto per la sua gente, e come buon leader ci presenta le difficoltà, e sa chiedere aiuto quando la situazione presenti bisogni urgenti.

Così è stato quando ci ha presentato il caso di Katariri: si tratta di una comunità piccola, in una zona montagnosa molto arida. I pochi che sono rimasti stringono i denti e cercano di sopravvivere, ma come si può senza acqua? La piccola scuola e le famiglie vicine da più di un anno non ricevono acqua, perché con la prolungata siccità le riserve idriche più superficiali si sono seccate.

“Hermanita” mi dice “la comunità è disposta a mettere olio di gomito, solo che hanno bisogno di un finanziamento per comprare i tubi e il cemento per raccogliere l’acqua un po’ più verso la cima dell’attuale sorgente”. Non chiedono molto, ma per loro davvero risulta impossibile raccogliere mille pesos. Non ci pensiamo tanto, e diciamo di sì: l’acqua è vita, e non si nega l’acqua a chi ha sete.

In poco tempo ci chiamano per dire: “I lavori sono finiti, adesso vi aspettiamo per l’inaugurazione”. Decidiamo per il 12 settembre, e ci chiedono la celebrazione della Parola. Non è la prima volta che andiamo a Katariri, ma questa volta conosciamo tutta la comunità, e rimaniamo in contemplazione di quei visi che da soli parlano di una vita dura, umile: le rughe, scolpite dal sole e dal vento, solcano facce di persone che sembrano molto più anziane della loro età anagrafica. Durante l’atto di inaugurazione, si mettono in fila, con l’immancabile cappello di feltro, e uno sguardo che non ha smesso di trasmettere dignità e voglia di vivere. Ogni volta è una contemplazione che mi fa cadere in ginocchio, davanti ai prediletti di Dio.

Ad un certo punto si presenta un signore che quest’anno è autorità originaria (un servizio gratuito alla comunità di coordinazione e lavoro per il bene comune). Presenta il lavoro svolto: ogni famiglia ha contribuito con il lavoro manuale per tre o dieci giorni. Questo significa scavare con il piccone, spostare pietre grandi, portare acqua per il cemento… lavoro duro, insomma. E alla fine, tira fuori dalla tasca due biglietti, uno da cinquanta pesos e uno da venti, e dice: “Questi sono i soldi che sono avanzati. Con questi compreremo altre cose per migliorare il lavoro”. Rimango senza parole: 70 pesos sono pochi, eppure nelle sue mani sembrano una ricchezza, e lo sono: in un mondo nel quale piangiamo la corruzione diffusa, ci sono uomini e donne semplici e onesti, e davvero quei 70 pesos diventeranno ricchezza per il bene della scuola e delle famiglie.

L’acqua scende cristallina dal rubinetto: i ragazzi vanno a bere felici. L’acqua è vita, l’acqua è vita! Durante il pranzo, un uomo ci spiega che il nuovo tubo porta tre gocce al minuto. Rimango a bocca aperta: nel mio immaginario piemontese, per lo meno penso a un rivolo d’acqua che riempe di qualche litro all’ora la cisterna… Ma oggi ho imparato che tre gocce possono sconfiggere la siccità che sta prostrando il paese. L’acqua è vita, e tre gocce d’acqua sono la speranza.

Suor Stefania Raspo, mc

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MISSION IS POSSIBLE

È in programma, a Brescia, dal 13 al 15 ottobre, Il primo festival della missione.  Un festival, naturalmente a porte aperte che permette sperimentare la missione attraverso diversi eventi: testimonianze missionarie,  momenti di preghiera, mostre fotografiche, concerti, tavole rotonde, spettacoli…

Molti Istituti Missionaria, tra cui le Suore Missionarie della Consolata, hanno dato una risposta positiva e immediata come segno di apertura e disponibilità per collaborare, ma soprattutto per condividere il dono della missione, come parola di vita, parola di Gesù, che non si può nascondere, ma che è urgente condividere, perché “ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita…vi annunziamo” (1Gv 1,  1-3).

Lo slogan di questo festival: “Mission is possibile” ci ricorda che un nuovo annuncio del Vangelo è possibile, soprattutto innanzi alle sfide del oggi e alla necessità di condividere il dono di Dio Consolatore, in piena sintonia con la Chiesa “in uscita” sulla quale Papa Francesco molto speso ci fa allusione.

Per conoscere di più su questo grande evento missionario e per partecipare, guardare il sito www.festivaldellamissione.it

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