Cuori di vetro

Suor Marta Elena è una missionaria della Consolata argentina dai molti talenti, tra i quali spiccano due: la capacità di avvicinarsi all’altro e due mani da artista che creano cose meravigliose. Questi due aspetti si sono uniti in un’ alchimia speciale che dà come risultato un modo originale di donare la consolazione. Entriamo, perciò nel suo taller, nel suo laboratorio artistico e lasciamoci stupire…

Si sa, le donne molte volte portano il peso della famiglia e sono oggetto di violenze psicologiche e fisiche. Sono come cuori di vetro: belli e fragili allo stesso tempo, che bisogna prendere in mano con attenzione e cura, ma che non perdono la loro bellezza.

Da un po’ di tempo, suor Marta Elena si è specializzata nella lavorazione del vetro, e ha già prodotto alcune vetrate, oltre ad diversi oggetti. Nella casa di Mendoza, dove risiede da alcuni anni, ha fatto spazio a “cuori di vetro”, preparando un piccolo laboratorio artigianale dove insegna l’arte del vetro a donne in difficoltà. Da pezzi di bottiglia, e frammenti vitrei di ogni colore e dimensione, escono fuori orecchini, piatti, posaceneri, portaincenso… Ma questo è solo un pretesto: la vera finalità è creare uno spazio positivo per signore, alle volte molto giovani, che la vita non ha trattato molto bene.

Così ci racconta suor Marta Elena:

“La finalità del laboratorio è la creazione di uno spazio artistico contro la violenza, azione e prevenzione”.         Il taller ha generato un’attiva partecipazione tra le donne, di distinta condizione sociale. Ci sono donne giovani, altre più grandi, mamme di familia e mamme single, studenti. Con questa attività trovano la possibilità di esprimere desideri ed esperienze in un modo creativo e libero. In questo spazio di affetto, rispetto e ascolto, il lavoro artístico dà loro la possibilità di un incontro più profondo con sè stesse e di conseguenza aumenta l’ autostima.  Godono nel creare e manifestano molto entusiasmo e gioia scoprendo i propri personali talenti, e ciò che sono capaci di fare e produrre.  Loro stesse raccontano che gli incontri nel taller sono motivo di crescita nella fiducia di sè stesse e servono per alleviare i carichi emozionali, di trovare molta pace e forza. Lo considerano come una reale terapia per le loro vite. Alcune iniziano a chiedere un ascolto personale, che noi diamo molto volentieri”.

Oltre al lavoro del vetro, ci sono altre iniziative artistiche, quali il decoupage, la produzione di cestini di carta, lavori a maglia e oggettistica con materiale riciclabile. Una scuola di arte ha reso disponibili alcune student dell’ultimo anno affinchè facciano il loro tirocinio un giorno alla settimana per due mesi.

“E così, poco a poco ci stiamo organizzando, per poter rispondere ai bisogni più profondi delle donne, per migliorare la qualità della loro vita, la maggior parte di esse sono persone vulnerabili a livello affettivo, psicologico e fisico”.

Il luogo che accoglie il laboratorio artistico, grazie all’aiuto di varie famiglie che hanno aderito al progetto, è stato ristrutturato per rendere adatto lo spazio: sono state messe pareti in cartongesso, sono state cámbiate le lamiere del tetto,   abbiamo pitturato le pareti e aggiustato il pavimento, sono state messe porte e finestre, armadi e scaffali per porre i lavori.

“Manca ancora del materiale isolante per il tetto che, essendo di lamiera, nell’inverno lascia entrare il freddo, così come è necesario comprare una stufa”

Con le offerte giunte, è stato comprato anche il materiale per i lavori artistici, e si coltiva un sogno: “Con il tempo, comprare piccoli forni per le donne più bisognose, perché possano lavorare in casa nella produzione di bigiotteria in vetro”.

La finalità del taller sarà sempre l’arteterapia, ma non si chiudono le porte a sviluppi, piccoli e significativi, come questo… sognare fa bene al bene!

Suor Stefania Raspo e suor Marta Elena Ahumada, mc

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Va’ in missione e campi cent’anni

suor Riccarda con suor Seraphine e suor Restituta

Quest’anno il nostro Istituto ha vissuto un fenomeno credo unico in tutta la sua storia: due Missionarie della Consolata hanno compiuto cent’anni, si tratta di suor Norberta Simoncelli, trentina, missionaria in Argentina, e suor Riccarda Gallo, piemontese, missionaria in Colombia.

Di queste vite longeve, più della metà è stata vissuta nella terra di missione: Suor Norberta è arrivata in Argentina con il secondo gruppo di sorelle, agli inizi della nostra presenza lì: era il 1951. Suor Riccarda è arrivata in Colombia nel 1950: quasi settant’anni fa.

Festeggiare i loro cento anni è stato non solo ringraziare Dio per il dono che è la loro vita, ma anche celebrare la nostra storia in questo Continente. Gli inizi, si sa, sono sempre impegnativi, le risorse sono misurate e allora… c’è bisogno di gente che non ha paura di rimboccarsi le maniche e mettere tutta se stessa perché il sogno di missione si realizzi. E così è stato: suor Norberta ha fondato la presenza nel Nord dell’Argentina. Quando le sorelle sono arrivate, dopo giorni di viaggio con la barca e con il treno, la gente le ha accolte con grande gioia. Dopo una festa organizzata da tutti, ecco che… vedono che le sedie che c’erano nella loro casa vengono portate via… e si trovano con alcune casse di legno multiuso, che servono da sedia e da tavolo a seconda del bisogno! Nonostante il clima caldo umido, suor Norberta e le sue compagne d’avventura hanno sempre dimostrato una grande passione per l’incontro e l’annuncio, visitando villaggi sperduti. Anni più tardi, fu la protagonista della leggendaria “equipe itinerante”: insieme ad un’altra sorella visitava le varie frazioni disperse della campagna, fermandosi due settimane. Lei come infermiera dava corsi basici di pronto soccorso, l’altra sorella insegnava alle donne taglio e cucito, il tutto unito alla catechesi per i bambini e gli adulti. Quando il gruppo era pronto, veniva il sacerdote e celebrava i Sacramenti. Bisogna ricordare che una costante della pastorale in America consiste in enormi spazi da percorrere e visitare e pochi agenti pastorali che si impegnano per arrivare a tutti, alle volte senza poterlo fare.

Suor Riccarda invece ha dato il meglio di sé nell’educazione: dopo sedici giorni di viaggio in nave, e due viaggi in aereo, la missionaria non ha perso tempo: degna figlia del Beato Allamano, dopo pochi giorni ha fondato l’istituzione educativa che oggi è il Collegio Consolata in Bogotá. Nei suoi anni di missione, suor Riccarda ha formato vari gruppi di giovani che si preparavano alla vita religiosa, ed ha persino accompagnato gli inizi di una congregazione colombiana: le suore di Nostra Signora della Pace.

I pionieri segnano una direzione e uno stile, passo dopo passo, goccia a goccia suor Norberta, suor Riccarda e le altre sorelle che ora vivono nell’abbraccio di Dio hanno tracciato una cammino. Ed oggi che potrebbero meritarsi giorni da pensionate… non ci pensano nemmeno: suor Riccarda continua a servire la sua comunità con il suo turno in portineria e suor Norberta è la prima a cantare per lodare Dio in ogni momento. Perché l’amore non va mai in pensione!

Celebrare i loro cento anni è dire grazie per questo lavoro umile, silenzioso del seminatore, e gioire del raccolto abbondante che oggi possiamo godere. E’ vedere incarnato cosa significa il PER SEMPRE che ciascuna di noi ha professato un giorno. GRAZIE, CENTENARIE!

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La Consolata nella mia vita

Da donna a donna. Da figlia a Madre: una relazione che colma di presenza la vita.

20 giugno: è la festa della Madonna Consolata! Da devozione locale per il popolo piemontese, la Consolata è oggi madre di molti figli sparsi nel mondo, che l’hanno conosciuta attraverso missionari e missionarie della Consolata, e che ora fa parte della loro vita con molta significatività.

Ecco a voi, cari Lettori, un mosaico di testimonianze di donne che hanno trovato nella Consolata una Madre, una presenza, una fonte inesauribile di consolazione.

“La mia relazione con Maria Consolata inizia circa 25 anni fa. La “Madre della consolazione”, “Consolata e Consolatrice”: queste espressioni attiravano la mia attenzione fin dal primo momento. La madre di Gesù fu consolata e oggi consola i suoi figli… non sarà che pure mi vuole consolare? Mi facevo questa domanda… e una sera di 13 anni fa, quando mi ritrovai sola in una situazione molto dolorosa, senza sapere cosa fare, ho messo la mano nella tasca, e lì si trovava lei: un’immagine della Consolata. In quel momento ho capito le parole che tanto mi toccavano: lei era la consolazione di cui avevo bisogno, lei mi accompagnava nel silenzio da molto tempo. Oggi posso dire che mi sono consacrata a lei, oggi dico con orgoglio e molto amore che sono Laica Missionaria della Consolata grazie a lei. E ringrazio Dio perché mi ha dimostrato in modo concreto il suo amore: mi ha dato una Madre Consolatrice affinché anch’io possa consolare gli altri”. (Betty Lopez, missionaria della Consolata argentina)

“La Consolata per me è quella madre attenta verso sua figlia. La sua presenza nella mia vita è reale e concreta, è più vissuta che pensata, più del cuore che della testa. Ogni Lunedì vado alla cappella più vicina di casa: la Sacra Famiglia, per la condivisione della Parola. E’ situata in una periferia urbana dove i residenti provengono per lo più dal Nord del Mozambico. Ma più che pensare nella loro origine, è da ammirare la fede e la semplicità delle loro condivisioni, una fede veramente incarnata nella realtà quotidiana. Ogni settimana ritorno a casa contenta per aver condiviso e ricevuto da questo gruppo. Mi edifica pensare che attrvaerso questi mezzi che la consolazione si espande, così è stato per Maria: nella sua vita è stata portatrice di consolazione” (Suor Julia Wambui Muya, suora missionaria in Mozambico)

“Sinceramente, non sono stata mai molto “mariana”… la mia fede è cresciuta a contatto con la Parola e nella relazione con Gesù Cristo. Alle volte mi facevo qualche scrupolo… essere missionaria della Consolata e non essere mariana… E poi, semplicemente, l’ho incontrata: mi trovavo lontana dalla mia missione tanto amata, e ne soffrivo molto. Sapevo il perché del distacco, ma il cuore piangeva. Ed ecco che, non sapendo che altro fare, le ho detto: “Maria, prendimi come tua figlia e proteggimi!”. Subito, mi sono sentita avvolta dal suo manto, mi sono sentita in braccio a lei, mi sono sentita figlia. Finalmente, e davvero, DELLA Consolata!” (Suor Stefania Raspo, missionaria della Consolata in Bolivia)

 

 

 

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Un sogno di missione


Le nostre giovani ci raccontano il loro sogno di missione. Oggi “leggiamo” Muriel e Nadia dall’Argentina

Un momento con Dio nella missione

In una conversazione gradevole tra noi, parliamo della missione che abbiamo nel cuore, e ci ritroviamo a riconoscere che furono molti i fattori che ci hanno portato a vivere una vita missionaria, tra cui ci sono: la condivisione, il bisogno e l’Altra, cosceinti che tutto questo porta all’incontro del Dio vivo.

La condivisione sboccia dal profondo del cuore, ci permette di andare oltre ai nostri stessi limiti, tralasciando quelle cose che non costruiscono, e così uscire all’incontro degli altri. Molte volte ci sentiamo sfidate ad uscire dalla nostra struttura per aprirci al piano di Dio, che ci parla e ci invita costantemente all’annuncio, ci muove alla missione e ci propone di viverlo nella sua completezza.  Per questo Dio si serve di varie risorse, però soprattutto la libertà di ciascuna per potergli rispondere. San Paolo ci dice in una delle sue lettere: “Non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me” ed è così che sperimentiamo Dio nella nostra vita.

Muriel (al centro) e Nadia con sr Stefania

Il bisogno ci parla come alla cara Madre Teresa di Calcutta, e ci propone di abbandonarci pienamente in Dio, che è datore di vita, che è colui che provvede il necessario per arrivare all’Altro e ci dà forza per seguire, perché nel volto del fratello troviamo Cristo.  Ed è con questo pensiero che ci vengono alla mente nomi di persone che hanno scosso il nostro cammino con la loro testimonianza di vita donata alla missione senza riserve. Suor Leonella ci dice:  “Perdono, perdono, perdono” amando fino all’ultimo istante e vedendo con occhi umili il bisogno. Dopodiché, non c’è bisogno di tante altre parole.

Per questo la missione per noi è la vita condivisa, donata e spesa per tutti coloro che Dio ci mette nel nostro cammino. E’ vivere il giorno dopo giorno e imparare ad abbandonarci pienamente in Dio, che ci do la forza e ci invita ogni momento a riconoscerlo nel bisogno dei nostri fratelli.

Muriel Leiva e Nadia Leitner, prenovizie MC argentine

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I’m albino

La condizione degli albini in Tanzania è stata, negli ultimi anni, estremamente allarmante. Era il 2008 quando è iniziata la vera e propria “mattanza” e io ero in Tanzania. Dal nord, dalle regioni più povere al confine con il lago Vittoria, si diffuse la credenza messa in scena da guaritori locali, che l’avere un amuleto di pelle o di organi di albino potesse portare fortuna e benessere per tutta la vita. Purtroppo questa credenza si diffuse in tutto il Paese tanto da provocare aggressioni agli albini e ai villaggi dove questi vivevano. James mi racconta: “Ero in giro per le strade di Dar es Salaam, mi hanno bloccato in tre e hanno provato a tagliarmi un dito del piede, ho ancora la cicatrice… meno male è arrivata una donna che si è messa a gridare”. Inizialmente si pensava che i guaritori avessero convinto di tale credenza la popolazione più ingenua, ma in realtà sembra che non fosse solo una convinzione di minatori e pescatori: una giornalista tanzaniana, corrispondente della BBC, per un suo articolo sul presunto coinvolgimento di importanti uomini della politica e della società civile sulla questione, e sull’enorme costo degli amuleti, fu minacciata pesantemente.

Anticamente gli albini venivano discriminati in quanto bianchi, ma chi vive in Tanzania da più di qualche decennio, ha visto come gli albini sono integrati nella società. Si sposano non necessariamente tra di loro, anzi raramente. Hanno figli bellissimi. Se hanno la possibilità, studiano e lavorano ricoprendo anche posti importanti. Ma la loro pelle si scioglie come neve al sole. Devono coprirsi, cospargersi di creme specifiche che il più delle volte non hanno e il problema è che sono ancor più poveri degli altri. L’albinismo provoca la parziale o mancata pigmentazione di melanina nella pelle, nei capelli e negli occhi, sviluppa tumori alla pelle che li deforma e una fortissima miopia che li porta, negli anni, alla cecità. L’unico ospedale per la cura del cancro in Tanzania è l’“Ocean Road” a Dar es Salaam, qui troviamo una sede dell’Associazione Nazionale degli albini che si occupa di sostegno e sensibilizzazione. Il Tanzania è lo Stato con la più alta percentuale di albini rispetto agli altri Stati africani: dei quasi cinquanta milioni di abitanti, gli albini supererebbero i trecentomila. Negli ultimi anni la questione degli albini ammazzati e scuoiati è diventata un fenomeno di giornalismo di massa, creando tour di “reporter e giornalisti” che arrivano in Tanzania senza alcuna conoscenza della cultura e del popolo, con il solo fine di cercare, scovare e documentare la violenza sugli albini. Sono nate migliaia di associazioni in ogni parte del mondo che raccolgono fondi per aiutare gli albini. Ma noi giornalisti abbiamo il dovere di raccontare anche quanti passi sono stati fatti dal Governo, dall’Associazione tanzaniana degli albini e dalla società civile dal 2008, per superare e fermare questo dramma: dalla sensibilizzazione nelle scuole e nei villaggi per smentire queste credenze all’aiuto medico-sanitario e alla solidarietà gratuita e straordinaria di cui solo i Tanzaniani sono capaci tra di loro e con il prossimo. Il mio reportage “I’m Albino” è nato per raccontare anche questo: come nonostante tutto gli albini rispondessero con un sorriso sperando in un futuro migliore perché in quanto Tanzaniani conoscevano la loro gente. Purtroppo ci sono ancora casi di aggressione ad albini, come ci sono casi di violenza sulle donne in Europa ogni giorno. Gli albini, grazie al grande aiuto delle migliaia di associazioni “salva-albini”, nascono e crescono amati dalle famiglie e vivono sereni, compatibilmente con la povertà della propria realtà.

Ho conosciuto Mariamu, una bellissima bambina albina di dodici anni, attraverso Erick, il mio amico responsabile degli albini dell’Udzungwa (nel sud del Tanzania). Mariamu, abbandonata alla nascita dalla madre, vive con la nonna che ha un grave tumore alla tiroide, sulle montagne di Ilamba. Sono andata nel suo villaggio con suor Ida Luisa Costamagna, Missionaria della Consolata ed Erik che voleva che conoscessimo la sua storia per aiutarla. Una timidezza e una dolcezza disarmanti. Due occhi curiosi e spaventati mi fissavano dal buco di una kanga (telo di cotone) con la quale si copriva il viso. È stato amore a prima vista. Ci sono våoluti mesi prima di arrivare a un sorriso liberatorio, spontaneo, e farle superare la rigida educazione tanzaniana quando si è in presenza di un adulto. Non aveva paura di noi, ma della nostra diversità ed era intimidita, come qualsiasi altro bambino. Mariamu è una bambina serena che come i suoi coetanei va a scuola, gioca e divide tutto con i suoi cugini e amici. Non mi chiede e non mi ha mai chiesto nulla, né lei, né sua nonna. Non mi racconta della sua quotidianità perché per lei è una cosa normale, come considera normale i bulli che ogni tanto la prendono in giro, perché lo fanno con tutte le bambine, mi dice.

L’anno scorso ero a Ilamba, da due settimane. La stagione delle piogge era arrivata dritta sparata senza sconti e senza pause. Mi svegliavo sotto secchiate d’acqua e andavo a letto sotto le stesse secchiate. La strada era una poltiglia di fango e si scivolava come su una lastra di sapone. A stento ero riuscita ad arrivare alla scuola materna delle suore per salutare i bambini che ormai mi conoscono da anni ma, nonostante volessi andare al villaggio vicino per salutare Mariamu, era impossibile. Un pomeriggio suor Ida mi telefona dicendomi di andare a casa loro. Arrivo armata di ombrello e k-way contro la pioggia e mi trovo davanti al sorriso di Mariamu, in una pozzanghera d’acqua, tanto era inzuppata. Aveva saputo che ero tornata ed era venuta a salutarmi. Inevitabilmente dopo un mega abbraccio l’ho inondata di domande: se avesse bisogno di qualcosa, se stava bene… e lei mi ha risposto che voleva solo salutarmi e sapere come stavo!

Romina Remigio

questo articolo è stato pubblicato sulla rivista Andare alle Genti

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America: tanti cammini, un solo cuore

il gruppo delle MC partecipanti all’incontro di Bogotá

 

L’incontro continentale America parla di molti sentieri ed un’unica passione per la missione 

Un tappeto coloratissimo ospita dei personaggi molto interessanti: un uomo davanti a un labirinto, perché la vita è così: sembra un percorso problematico, ma c’è un Centro e una Direzione, c’è il Grande Spirito, secondo la sapienza del popolo Pima degli Stati Uniti. E che dire dell’uomo pensante? Perché la persona è “testa”: è pensiero, riflessione, è importante per questo prendere il tempo necessario per pensare bene, a fondo. Come ha fatto una comunità Yecuana che ha detto al vescovo che aveva bisogno di dieci anni per prendere una decisione, davanti a una proposta che il prelato le faceva! Ecco lì una cuya: mezza zucca che per gli Yanomami è un attrezzo multiuso quotidiano, ma che nelle feste diventa il mezzo della condivisione e quindi simbolo della generosità, il valore supremo per questo popolo. E poi i copricapi dei Huitoto e dei Guaranì, segno della danza, della festa, dimensioni essenziali ed esistenziali dei due popoli. Infine, la statuetta in terracotta di una donna che allatta il figlio, messa su una bandiera coloratissima, rappresenta la Madre Terra che il popolo quechua rispetta e ama come la propria mamma.

i simboli che hanno accompagnato l’incontro

Con questi simboli che ci portano la sapienza e spiritualità dei popoli nativi di America abbiamo iniziato il nostro incontro continentale delle Missionarie della Consolata dell’America, ma come ben ha detto una sorella alla fine dell’incontro, non si è trattato solo di soprammobili, piuttosto abbiamo sentito la presenza viva dei nostri popoli, e il loro sostegno per il nostro cammino.

Eravamo 20 sorelle provenienti da Stati Uniti, Venezuela, Colombia, Brasile, Argentina e Bolivia, accompagnate da suor Natalina Stringari, consigliera generale, e per due settimane ci siamo riunite per condividere esperienze, riflessioni sul carisma e sulla missione che portiamo avanti. E’ stato un tempo di profonda ricchezza, che ci ha riempito di entusiasmo e dato molte luci: le sorelle che vivono con popoli nativi hanno avuto un tempo prolungato per raccontare la loro esperienza e le ricchezze della cultura originaria. Come gruppo, poi, ci siamo prese l’impegno di studiare a fondo un aspetto proprio della cultura ed elaborare un piccolo saggio, da condividere con il resto del gruppo via internet e in un futuro incontro. L’entusiasmo e l’amore che ciascuna ha trasmesso è stato contagioso ed ha moltiplicato la “voglia di missione” che già brucia nei nostri cuori. Davvero fa bene incontrarsi e “contagiarsi”!

le sorelle della Regione Amazzonica Brasiliana

Se è vero che le realtà sono molto diverse, in quanto due comunità (in Argentina e Bolivia) sono con popoli andini, tre con popoli amazzonici (in Colombia, Brasile e Venezuela) e due in riserve indigene (in Brasile e Stati Uniti), ci sono anche molti elementi in comune: anzitutto, la sapienza originaria ha caratteristiche simili ad ogni latitudine della Terra, soprattutto nel suo sguardo olistico che abbraccia tutta la realtà: umana, divina, della Natura, in armonia e complementarietà. Un altro elemento che unisce le nostre esperienze missionarie è il carisma, che determina lo stile della nostra presenza, che cerca di essere semplice e vicino alla gente. Il nostro Padre Fondatore, il Beato Giuseppe Allamano, e la nostra mamma Consolata, come anche la forza che ci dà l’Eucaristia, sono compagni di viaggio indispensabili per poter vivere la vita a fianco della nostra gente.

“Siamo arrivate da mille strade diverse”, dice un canto. Sembra proprio così anche per noi: siamo arrivate da tanti paesi diversi, da realtà di missione differenti. “Ora siamo un unico cuore” continua il canto, e sembra proprio scritto per noi: come Istituto stiamo camminando verso la unificazione delle nostre realtà di Continente in un’unica Circoscrizione. Sempre più unite, sempre più UNO. Questo incontro ha creato legami forti e significativi tra noi, rinnovando la passione per la missione e lo spirito di famiglia. America: abbiamo tanti cammini ma siamo un unico cuore.

Suor Stefania R., mc

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In Oceania!

bevendo mate e condividendo la vita

Una missione che dilata il cuore fino agli estremi confini della Terra

I progetti, i sogni fanno parte della vita di ciascuno, e anche della nostra famiglia missionaria. Ed ecco che ci ritroviamo a sognare nuovi orizzonti di missione, là dove il Signore ci chiamerà… Non importa se siamo meno sorelle, è questione di fedeltà alla chiamata che il Signore ci ha fatto mediante il nostro carisma ad gentes… Asia: l’odierno campo della prima evangelizzazione. Oceania: un continente lontano in molti sensi, e nel quale non siamo ancora arrivate… o forse si?

Mi ritrovo con le nostre sorelle “Sacramentine” per una merenda e qualche chiacchiera: durante l’Assemblea della regione Argentina Bolivia, la presenza delle nostre sorelle anziane è stata così preziosa, che mi è venuta voglia di far loro un’intervista di gruppo. Cosa significa essere “missionaria sacramentina”? Stanno portando avanti una nuova missione da qualche anno, e parlano di “apostolato mistico”. Cosa significa? Lasciamo a loro la parola!

“Siamo arrivate a questa casa che accoglie le sorelle anziane, dopo tutta una vita di missione e apostolato” inizia suor Orlanda, missionaria in Formosa e Chaco per molti anni “avremmo potuto sentire che era la morte, o l’attesa della morte…”

“In un momento in cui, per l’età, i limiti, ci hanno indicato una nuova direzione nella nostra missione, l’orizzonte si è aperto: abbiamo sentito fuoco nei nostri cuori e con una nuova speranza e con passione apostolica, con amore e generosità ci siamo disposte a una nuova missione: l’apostolato mistico”


Ma in cosa consiste questo apostolato mistico?

“Il nostro Fondatore ci ha sempre volute “sacramentine”, che significa essere missionarie che trovano la propria energia davanti al Tabernacolo, nella relazione viva con Gesù Sacramentato. Questo vale per ogni Missionaria della Consolata. Però l’apostolato mistico è un’altra cosa, è la nostra nuova missione: come Santa Teresa di Lisieux, che non è mai uscita dal suo convento, ma è patrona delle Missioni”

“Se in tanti anni di missione che il Signore ci ha regalato, Lui fu colui che ci ha sostenute, ci ha dato tanta vita per donarlo agli altri, in Lui “Guardiamo al passato con riconoscenza” e iniziamo una nuova storia nelle mani dell’amore del Padre”.

Una nuova storia e una nuova missione che già le ha portate in Oceania!

“L’Istituto” ci condivide suor Maria dos Anjos “ sta facendo una riflessione profonda per aprire una nuova missione in Asia. Forse un giorno la nostra famiglia arriverà anche in Oceania, però noi Sacramentine siamo già lì! Infatti, con la nostra preghiera visitiamo i cinque Continenti e ogni giorno andiamo anche in Oceania. E’ un apostolato più ampio il nostro…”

Concretamente, come si svolge il giorno di una suora Sacramentina?

“Di mattina” ci racconta suor Francisca “ho il compito di leggere il giornale e prendere nota delle notizie dal mondo, delle situazioni che hanno bisogno della presenza di Dio e della sua consolazione. Le condivido con le altre sorelle e davanti a Gesù, in adorazione, le presentiamo al Signore”.

“Ognuna di noi ha quotidianamente un’ora di adorazione. Il lunedì tutta la comunità si unisce al pomeriggio nella preghiera”.

“Concretamente, viviamo la giornata con disponibilità, preghiera, offerta, tutto fatto con amore verso Cristo, affinché Egli giunga a tutta l’umanità, senza frontiere. E così, diamo il nostro sostegno e la nostra forza all’Istituto e alle nostre comunità che vivono l’apostolato diretto, annunciando e donando la consolazione lì dove Dio le vuole”.

“Un sacerdote una volta ci ha detto: il rischio che tutti possiamo correre, è quello dell’indifferenza e del dimenticare gli altri, con la scusa che non possiamo risolvere i problemi del mondo. La priorità del Cristiano e del Religioso, tanto più del Missionario, è un fuoco che dovrebbe ardere dentro di noi e che si manifesta a favore dei più bisognosi”

 

Qual è la gioia più profonda che ti dà l’essere Missionaria Sacramentina?

“Quando sono andata in pensione, dopo tutta una vita dedicata all’insegnamento” condivide suor Francisca “ho sentito un vuoto molto grande, senza il contatto quotidiano con i ragazzi e le persone. Però ho appreso a pregare per le cose della gente, e questo mi ha dato una gioia grande. E’ un apostolato importante, grazie alla forza che ha la preghiera”.

“Lo stare più unita a Gesù” ci dice suor Antoniana “è fonte di grande gioia”

E suor Floranna aggiunge: “Dopo una vita di servizio e missione, l’apostolato mistico mi ha dato molta gioia, ha dato senso alla mia vita, mi fa sentire utile”.

E noi sorelle sappiamo quanto è importante la preghiera delle nostre Sacramentine, che sostengono la nostra missione!

Suor Maria dos Anjos ci condivide: “La più profonda gioia è vivere il momento presente, il momento che mi tocca vivere, con serenità, attenta alle necessità del mondo. L’incontro con il Signore è la forza della mia vita: mi ha dato gioia, entusiasmo, voglia di fare. Sempre nel mio apostolato ho accompagnato i malati, e ora continuo ad accompagnarli davanti al Tabernacolo”.

Quasi scherzando, le Sacramentine ricordano uno slogan del nostro Istituto: “Andare dove nessuno vuole andare” e lo applicano alla loro missione: certamente nessuna vorrebbe essere Sacramentina, se lo si considera come un essere anziana o malata, senza la possibilità di andare in missione. Ma loro sentono tutto questo come una nuova missione: andare dove nessuno vuole andare, però dove loro hanno trovato la loro felicità. Arrivando fino in Oceania!

a cura di Suor Stefania Raspo, MC

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Verso il nuovo: il Collegio Santa Teresita

Suor Ruby ci racconta la sua esperienza nel Collegio Santa Teresita di Mendoza, in Argentina

Suor Ruby (al centro) nella cappella del Collegio

Sono arrivata in Argentina a metà gennaio dell’anno scorso, e sono stata destinata alla missione di Mendoza, nel Collegio Santa Teresina, e qui mi trovo attualmente: oltre ad accompagnare le attività della scuola, seguo anche un gruppo di giovani in discernimento vocazionale.

Arrivando a Mendoza, ho trovato un Collegio in processo di cambio, e in questo articolo vorrei condividere con voi i passi dati fino ad oggi e la riflessione che li ha guidati.

Il passaggio della gestione del Collegio al personale laico.

La riflessione sulla Parola di Dio: “Io sono la vite, voi i tralci… date frutto uniti a me…” ha illuminato il processo, che si è sviluppato secondo vari aspetti:

  • credere nella capacità dell’altro
  • offrire opportunità per lo sviluppo dei doni
  • sviluppare creatività e apprezzare la bellezza della diversità
  • dar fiducia, aprendoci alla collaborazione reciproca, più ampia
  • potenziare nuove iniziative, adattandoci alle culture e ai tempi
  • aiutare la crescita verso la responsabilità
  • coltivare la comunione, lo spirito di famiglia desiderato da Padre Fondatore, il Beato Giuseppe Allamano

Si sono realizzate varie riunioni  con la presenza delle sorelle, del personale direttivo e dei genitori degli studenti la cui finalità era una coscientizzazione, confronto con altre istituzioni educative, tra le quali i Collegi IMC Consolata (Guaymallén di Mendoza) e San Francisco (Córdoba)

A metà 2013 si è iniziato un processo di rinnovamento nel Collegio Santa Teresita: cambio nella direzione della scuola superiore e passaggio della rappresentanza legale a un laico (fino a quel momento una sorella si occupava di questo ruolo).

i ragazzi in formazione nel cortile interno del Collegio

Per coprire la direzione delle superiori è stato pensato un processo di selezione aperto a coloro che ne erano interessati, che dovevano presentare un progetto di gestione educativa e sottoporsi ad altri tipi di valutazione. La professoressa Eliana Quiroga nel novembre di quell’anno è diventata la direttrice del Collegio e si è dimostrata molto competente, oltre che aperta a integrare la pedagogia allamaniana e il carisma al suo lavoro.

Per tutto il 2014 si è respirata aria di novità nel Collegio, e nonostante la sfida del cambio – che normalmente come esseri umani si deve affrontare – il clima vissuto era di un lavoro armonico.

In questo anno si è deciso che la Direttrice delle Superiori si adattasse alla sua funzione, organizzando amministrativamente e tecnicamente l’equipe di precettori, la segreteria, i docenti, i genitori e gli alunni): è stato un salto, un cambio non indifferente nel Collegio.

A fine anno si valutavano come positivi alcuni cambi di gestione e amministrazione, cosicché nel 2015 si passa ad un altro cambio: la rappresentanza legale passa nelle mani del Professor Norberto, e non più come responsabilità di una suora missionaria.  Si conformano così un’ equipe direttiva, un equipe di coordinamento della Pastorale, con a capo Camila Rozales, che insieme alle sorelle inizia a lavorare nel progetto di gestione educativa che ha come pilastri la comunità e la missione, con forte accento nella pedagogia allamaniana.

il Beato Allamano guida i passi del Collegio

In quest’anno si cambiano anche i direttivi della scuola primaria. In questa nuova organizzazione le Missionarie della Consolata disimpegnano un nuovo ruolo:

  • accompagnamento generale di tutti i settori ed equipes
  • pastorale dell’ascolto
  • accoglienza di genitori e alunni, rispettando i ruoli
  • accompagnamento spirituale
  • speciale attenzione alla catechesi e all’applicazione della Metodologia Allamaniana
  • coltivare l’amore alla Consolata e al Fondatore
  • promozione vocazionale
  • attenzione al Carisma, perché la comunità educativa sia una famiglia che viva concretamente il messaggio di Gesù: “Amatevi gli uni gli altri”, “Che tutto siano UNO”.

Tutti questi passi hanno dato il loro frutto: oggi si respira un buon clima di lavoro e di convivenza e si sono concretizzati alcuni sogni, tra cui l’inaugurazione di un cappella nel Collegio, che permette di avere uno spazio fisico per la crescita spirituale, ponendo al centro della struttura un’oasi di incontro con Dio e di pace.

Ringrazio l’opportunità di stare in questo ambito di lavoro, che considero una grande ricchezza, è come un ventaglio che si apre ogni giorno di più al mondo missionario. Così come ringrazio le sorelle che, passando qui, hanno fatto tanto del bene e hanno dato inizio al processo di cambio.

Suor Ruby Idali Sánchez

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La nostra missione tra i popoli indigeni in America

Noi, Suore Missionarie della Consolata, come consacrate per la missione, privilegiamo l’annuncio del Vangelo alle genti,  per questa ragione,  nel continente America, siamo particolarmente impegnate, nel ministero tra i popoli indigeni.

Camminiamo con loro approfondendo la loro cultura, li sosteniamo nelle lotte per i propri’ diritti (umani, sociali…) li accostiamo con grande rispetto delle loro manifestazioni religiose, promuovendo e sostenendo una formazione integrale. Apprezziamo l’esperienza dei loro valori culturali quali la reciprocità, la solidarietà, il rispetto per la natura, il senso del sacro, l’equilibrio esistenziale per il bene di tutti, l’amore e il rispetto per la terra, il lavoro, il coraggio e la tutela della comunità che supera ogni individualismo.

Questa galleria si propone di mostrare la  varietà dei popoli indigeni d’America , tra cui lavoriamo, pertanto  vi invitiamo a godere ed entrare nell’universo indigeno  attraverso l’immagine.

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Santiago

L’addio al piccolo Santiago e la dura vita dei cartoneros della periferia di Buenos Aires

 

il treno Sarmiento, che collega la periferia ovest della gran Buenos Aires al centro della capitale

E´molto tardi, stasera, ma non  posso dormire. Torno in cappella e nella penombra, solo un raggo di luce illumina il volto della Consolata. Sí, ho bisogno di parlare con Te, Madre della Consolazione e il tuo sguardo mi invita ad aprire il cuore.

Siamo state nel barrio San Eduardo oggi, nella casa di Mónica, nostra amica da quando, anni fa, giungemmo a vivere proprio vicine alla sua casa e i suoi bimbi giocavano contenti nel nostro giardino. Ma stasera solo risuona nel mio cuore il pianto di Monica, una mamma che ha perso tragicamente il suo bambino, Santiago di 8 anni, che sulla strada ferrata, raccoglieva bottiglie di plastica per rivenderle;  ed oggi non c´e piú. Il treno ha troncato la sua vita… e la sua sorellina Guadalupe, stretta alla mamma, continua a gridare  “Santi, dove sei? Ti voglio vedere!”. Chi potrá consolare Guadalupe? Non  ci sono parole, solo lacrime che dicono dolore e rabbia… Monica le ha detto che Santiago oggi é su quella stella che brilla lassú in cielo, ma per la sua sorellina solo rimane il vuoto dell’assenza.. Santi non giocherá piú con lei, non la rincorrerá piú per tirarle, per scherzo, i suoi lungi capelli neri.

la foto del piccolo Santiago

Frattanto é giunto Padre Rubén e Monica prepara un altare nel cortile, il tavolino tirato fuori  dall´ unica stanza della casetta. Vi posa sopra un vasetto di fiori ed appoggia la foto di Santiago; una folata di vento la fa cadere, ma rapidamente il Padre la raccoglie e l´appoggia al piccolo calice, mentre inizia la celebrazione.  Come non pensare ad uno stupendo, quanto commovente accostamento? Il volto di Santiago, sorridente, sembra posare, come offerta, sul calice preparato per l’Eucarestia e quel fiore parla di vita, una vita appena sbocciata e recisa prematuramente.

Madre Consolata, so che  Tu hai accolto Santi nel tuo abbraccio gioioso nella Vita che non ha fine ed ora stringi Monica al tuo petto, con infinita tenerezza, e le tue lacrime si uniscono alle sue… perché Tu sai cosa significa perdere un Figlio! So che il Cuore di Dio piange al vedere che un bimbo muore sotto un treno, perché non ci sono sbarre che difendono la strada ferrata e perché nel barrio un papá e una mamma devono essere cartoneros (raccoglitori di cartone) o changarines (lavoratori occasionali) per alimentare i loro figli.

Stasera, Madre Consolata, voglio credere fortemente che il tuo Figlio ascolta il gemito del povero che grida a Lui… voglio credere, perché ne ho l’esperienza:  lungo il cammino della mia vita, Lui mi ha dato mille prove del suo Amore e fedeltá!

Ma come, come non sentire che ti si rompe il cuore davanti al dolore di una madre e al pianto di una bimba? Che cosa dirle? Oh le parole non servono… solo possiamo abbracciarla forte e piangere con lei.

Passa Nestor, suo fratello maggiore: uno sguardo alla foto di Santiago e corre via, non ce la fa piú.  Ma non può abbandonarsi alla disperazione: possibile cambiare queste realtá!

Mi ritorna alla mente l’ invito che Papa Francesco rivolse in Bolivia ai partecipanti all’incontro dei movimenti popolari: “ti domandi: che cosa posso fare io cartonero, riciclatore, venditore ambulante, indigena se appena guadagno per vivere… se sono persino escluso dai piú elementari diritti dei lavoratori? Che cosa posso fare io, dalla mia villa miseria, discriminato ed emarginato? Che cosa puó fare quel giovane, quel missionario che va nei quartieri e nella villa miseria, visitando la gente con il cuore colmo di sogni ma  quasi senza soluzioni per i tanti problemi che incontra?”

Sí, Madre Consolata, che possiamo fare? “Potete fare molto, molto “ dice il Papa “Voi, i poveri, i piú umiliati ed esclusi, voi potete e fate molto. Voglio dirvi che il futuro dell’umanitá sta, in gran misura,  nelle vostre mani, nella capacitá di organizzarvi, di promuovere alternative creative, nella ricerca quotidiana del cambio, attraverso  le tre T: trabajo, tierra e techo (lavoro, terra e tetto)”.

P. Rubén sta terminando la Messa e sul pino del cortile, proprio sulla punta, un uccello canta la sua canzone. Segno di vita, di quella Vita piena che Santi ha già raggiunto.

Domani sarà la festa della nostra Famiglia Consolatina-Allamaniana: tempo di speranza, non disincarnata e ieratica, no, bensí speranza certa che nasce dalla Consolazione vera. L’Amore, la Vita sono l´ultima parola, quella che sola puó asciugare le lacrime di Monica e rispondere al grido di Guadalupe.  Santiago continua vivo nel cuore e nella lotta quotidiana, perché nessun altro bimbo, a 8 anni, sia ucciso dal treno, raccogliendo bottiglie di plastica per aiutare la sua famiglia.

Così canta un chamamé (musica tradizionale del Nord dell’Argentina): “vogliamo essere una Chiesa che rivela l’amore del Signore, che esce ad incontrare la gente ed offre loro l’abbraccio del perdono; che consola ed accompagna, che apre il cuore alla misura della sofferenza del suo popolo”.

Madre Consolata, donami anche stasera la serena certezza che tu cammini con noi, percorri le nostre8kkkkk strade, Sorella e Madre sempre, perché il dolore della nostra gente che noi deponiamo nel tuo cuore, Tu ce lo ridoni trasformato in Consolazione, Speranza e Vita.

Suor Gabriella Bono

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