Fatima: una profezia che continua

Nell’introduzione alla pubblicazione della terza parte del cosiddetto “Segreto di Fatima”, voluta da Papa Giovanni Paolo II nel 2000, l’allora Segretario della Congregazione per la Dottrina della fede, mons. Tarcisio Bertone, affermava: “Fatima è senza dubbio la più profetica delle apparizioni moderne”.

Il “segreto” è il contenuto della rivelazione fatta dalla Madonna ai tre pastorelli il 13 luglio 1917, che i bimbi tennero celato, su indicazione della stessa Vergine; soltanto nel 1941, Lucia, ormai suora, per concessione celeste e obbedienza al Vescovo, ne descrisse nelle sue Memorie le prime due parti: ad una rapidissima ma terrificante visione dell’inferno, seguirono la richiesta, da parte di Maria, della devozione al suo Cuore Immacolato, la previsione di un conflitto sanguinoso e degli effetti disastrosi causati dal diffondersi dell’ateismo in Russia e nel mondo intero.

La terza parte, invece, fu messa per iscritto (e chiusa in una busta) da Lucia, il 3 gennaio 1944, sempre in obbedienza alla Madonna e al Vescovo di Leiria. Nel 1957 il Vescovo la trasmise in busta sigillata all’Archivio segreto del Sant’Ufficio e segreta rimase fino al 2000, quando, come si è detto, Giovanni Paolo II decise di renderla pubblica: si trattava della visione impressionante di un angelo dalla spada infuocata che esortava alla penitenza e di un “Vescovo vestito di bianco” – che i tre pastorelli intuirono essere il Papa – che insieme ad altri Vescovi, sacerdoti e religiosi, saliva su una ripida montagna verso una grande croce, avanzava carico di sofferenza (che i bimbi avvertirono con profonda intensità) tra mucchi di cadaveri e, giunto presso la croce, veniva ucciso, insieme a molti religiosi e laici.

La segretezza di cui è stata circondata questa rivelazione e la cautela con cui la Santa Sede ha deciso di diffonderla risultano comprensibili alla luce della drammaticità del suo contenuto, tanto più dopo l’attentato di cui fu vittima Giovanni Paolo II, il 13 maggio 1981, proprio il giorno in cui ricorreva il 64° anniversario della prima delle sei apparizioni della Madonna a Fatima. Il Papa stesso, nella prima udienza generale successiva al tragico evento, il 7 ottobre, espresse la sua gratitudine alla Vergine, dichiarando di aver avvertito la sua straordinaria protezione che si era “dimostrata più forte del proiettile micidiale” e donò al Santuario di Fatima uno dei proiettili che lo avevano colpito, ora incastonato nella corona della Vergine.

Seppure profondamente significativo, questo “segreto” ha finito per divenire oggetto di una curiosità morbosa, alimentata dal sensazionalismo dei media, e per acquistare un’eccessiva rilevanza rispetto alle altre apparizioni, tanto da essere identificato quasi con il messaggio stesso di Fatima. Non solo: ancora in tempi recenti sono state riproposte assurde ipotesi catastrofiche o “complottistiche” (come quella dell’esistenza di un “quarto segreto” che la Chiesa vorrebbe tenere celato perché scottante), benché, in occasione della divulgazione del “segreto”, l’allora cardinal Ratzinger, in qualità di Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, ne avesse offerto un illuminante commento teologico e avesse chiarito il significato di quell’annuncio di sofferenza per il Papa e la Chiesa. Egli aveva spiegato che “profezia”, in senso biblico, “non significa predire il futuro, ma spiegare la volontà di Dio per il presente e quindi mostrare la retta via verso il futuro”: il profeta è colui che, per uno speciale dono divino, “viene incontro alla cecità della volontà e del pensiero e chiarisce la volontà di Dio come esigenza ed indicazione per il presente”. Il carisma profetico si può quindi accostare al dono di leggere i “segni dei tempi”, valorizzato dal Concilio Vaticano II, per cui la finalità delle “visioni private” come quelle dei pastorelli di Fatima – importanti ma essenzialmente differenti dall’unica e definitiva Rivelazione di Dio in Cristo, alla cui luce vanno lette e interpretate – è “aiutarci a comprendere i segni del tempo e a trovare per essi la giusta risposta nella fede”.

Questa interpretazione del “terzo segreto” aiuta a recuperare la profondità della dimensione profetica delle apparizioni di Fatima, preservandole da letture riduttive che rischiano di banalizzarne il messaggio.

 

Sulla stessa linea si pone il libro di don Franco Manzi, Fatima, teologia e profezia, frutto di uno studio ampio e documentato, pubblicato quest’anno dalle Edizioni San Paolo. Egli offre una lettura delle visioni di Fatima in chiave profetico-apocalittica, cioè ne analizza criticamente il linguaggio simbolico, tipico delle profezie e apocalissi bibliche, e insieme tiene conto dei condizionamenti culturali e delle capacità di comprensione dei tre piccoli veggenti. Alla luce di questa interpretazione, gli stessi aspetti terrificanti o minacciosi delle visioni dei pastorelli risultano strumenti di cui lo Spirito Santo si serve per suscitare una risposta di conversione ed indirizzare al discernimento, poiché – scrive Manzi – “il fine della visione profetica di minaccia è che essa non si realizzi”.

L’esortazione alla conversione, peraltro, è rivolta all’intera comunità dei credenti, perché le visioni profetiche, a differenza di quelle mistiche, non riguardano in primo luogo l’esperienza spirituale del veggente “ma sono primariamente finalizzate a comunicare un messaggio divino alla Chiesa in vista della sua edificazione”. Nello specifico, il messaggio di Fatima contiene un richiamo rivolto, attraverso l’amorevole mediazione di Maria, alla Chiesa universale – anche se in prima istanza si rivolge alla Chiesa portoghese – ad una conversione permanente, alla penitenza, alla preghiera e all’impegno di discernimento.

Si recupera in tal modo il valore ecclesiale delle visioni di Fatima e, contemporaneamente, se ne coglie la perenne validità, come già affermato in più occasioni da Papa Benedetto XVI: la Chiesa, infatti, è chiamata a continuare fino alla fine dei tempi la sua opera di mediazione della salvezza offerta a tutti gli uomini – anche attraverso la sofferenza – e la lotta contro il male; inoltre, l’invito a discernere i segni dei tempi costituisce un compito irrinunciabile per ogni cristiano, chiamato, in virtù del Battesimo, a partecipare alla missione profetica di Cristo.

Così Franco Manzi sintetizza la specificità profetica dell’evento-Fatima: “il messaggio dell’amore divino per ‘tutto’ il mondo è stato tramesso dallo Spirito tramite Maria con uno stile di amorevolezza e condiscendenza materna per quel ‘frammento’ delicatissimo di mondo costituito dai tre bambini profeti”.

Paola La Malfa

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Vivaci, gioiosi, ricchi di energia

Suor Florence ci racconta come sono i giovani tanzaniani

Lavorando con i giovani della diocesi di Iringa, Tanzania, non si può fare a meno di constatare la forza delle parole di Papa Francesco contenute nel suo messaggio per la Giornata Mondiale Diocesana della Gioventù, laddove egli dice ai giovani che la Chiesa e la società hanno bisogno del loro coraggio, dei loro sogni e ideali. Per questo motivo la Chiesa cattolica del Tanzania considera i giovani come la Chiesa di oggi in processo di crescita e un segno di speranza per il futuro.

Attraverso il mio apostolato con i giovani, che consiste in un dare e ricevere scambievole e gioioso, posso testimoniare che il mondo dei giovani è pieno di sogni, di speranze, di rischi e di sfide ai quali solo la fede in Dio può dare la migliore risposta. Con questa consapevolezza, la Chiesa cattolica ha dato vita ad una organizzazione che si prende cura dei giovani nelle parrocchie, nelle scuole primarie e secondarie e nelle Università. A tutti questi livelli si può trovare del materiale adatto per l’insegnamento. Così, ad Iringa, noi stiamo lavorando come team nell’Ufficio diocesano per tutti gli studenti delle scuole secondarie e delle Università, dando priorità alla loro formazione umana e spirituale.

 

Incontriamo i giovani a scuola durante l’insegnamento della religione, durante le vacanze organizziamo incontri per loro e per il restante tempo essi sono coinvolti nei gruppi giovanili delle loro parrocchie. I giovani rispondono numerosi agli incontri organizzati per loro, con l’obiettivo di divenire ambasciatori di Cristo verso i loro coetanei. Oltre ad ascoltare conferenze su argomenti scelti molto accuratamente per loro, i giovani hanno un tempo in cui possono condividere la loro fede, così come loro la intendono.

Tutto ciò è molto interessante, perché i giovani fanno uso della Bibbia, citano il catechismo della Chiesa cattolica e, quando non raggiungono una risposta comune alle loro domande, interpellano i loro istruttori.

Una qualità che mi colpisce in loro è la pazienza. È davvero ammirevole il constatare come essi sanno attendere pazientemente quando qualcosa che desiderano non è disponibile al momento. In particolare quando il cibo non è pronto, essi si affacciano alla cucina per dire “pole”, cioè “mi dispiace che accada questo”. Questa bella attitudine è comune e molto presente in loro anche in altre circostanze.

Un’altra bella caratteristica è la generosità di quelli che tra di loro sono più abbienti, i quali percepiscono come una chiamata quella di aiutare i loro compagni che possiedono di meno.

In una scuola secondaria femminile, le ragazze si misero d’accordo con i proprietari del piccolo bar-ristorante, perché vendessero alle loro compagne più povere gli alimenti ad un prezzo abbordabile. I proprietari accettarono, vedendo il buon cuore e l’interessamento delle giovani per le loro compagne più bisognose.

I nostri giovani sono inoltre i primi a promuovere vocazioni religiose a scuola e sul lavoro. A questo scopo formano dei gruppi vocazionali, dove si prega per tutti i religiosi e, in particolare, si incoraggiano i giovani a fare questa scelta di vita.

I giovani incontrano, anche, sul loro cammino varie sfide. Quella più grande è l’instabilità dovuta alle molte attrazioni che il mondo della globalizzazione offre loro, per cui perdono molto del loro tempo dedicandosi a internet, ai vari chatting e radunandosi in club. Quelli che abitano nei villaggi invece si danno all’alcool, facendo divenire la Chiesa la seconda opzione.

I media influenzano molto i giovani nel loro modo di vestire ed in altre abitudini che non coincidono con la loro cultura, cosicché quando si ricordano loro i valori della fede, della morale, delle virtù cristiane e quelle della loro stessa cultura, alcuni non si lasciano convincere, temendo di essere considerati un po’ arretrati rispetto alle mode vigenti.

Riguardo la liturgia, essi pongono molta energia e interessamento nel cercare di introdurre i loro riti tradizionali in essa, ma ciò va a volte a scapito della serietà della liturgia stessa o è frutto di ignoranza. Ci sono altre credenze che interferiscono con la vita dei giovani e, per timore di andare contro le loro tradizioni culturali, essi finiscono per esserne condizionati. Alcuni sanno ciò che è giusto e ciò che invece è sbagliato, ma restano influenzati da credenze locali come stregonerie, maledizioni e rituali che non sono secondo la fede cristiana. Pochi di loro hanno il coraggio di trascurare queste credenze e affrontare le sfide della fede cristiana.

Un altro motivo di frustrazione per i giovani è la difficoltà, per alcuni, di non poter pagare le rette scolastiche oppure di non trovare un lavoro, al termine dei loro studi. Questo li tiene lontani dalla vita di società e anche dalla partecipazione a gruppi di giovani della loro età.

Per concludere, voglio sottolineare che i giovani tanzaniani sono generalmente vivaci, felici, con energie positive che fanno amare loro le danze e i canti ogni volta che si raggruppano tra di loro. Non importa il numero, la loro presenza si fa sempre sentire. È molto incoraggiante e motivante trovarsi insieme a loro. Essi irradiano pace e speranza per la Chiesa di domani. In questo mondo tecnologico, pur non possedendo gli strumenti moderni più sofisticati, i giovani non indietreggiano nel tentativo di costruire una società migliore e di crescere nella loro fede.

La mia presenza di consolazione in mezzo a loro costituisce per me una grande gioia, soprattutto nello scoprire le loro capacità e potenzialità, nel camminare con loro, volendo loro bene, ascoltando le loro esperienze di vita, prendendomi cura della loro formazione umana e spirituale, infondendo in essi una profonda confidenza in Dio.

sr Florence Wanjico Njagi, mc

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CHE BELLA SIGNORA!

Il 13 ottobre di quest’anno si celebra il centenario dell’ultima apparizione della Madonna, la sesta, ai tre pastorelli di Fatima: Lucia dos Santos e i cuginetti Francesco e Giacinta Marto, tutti nati ad Aljustrel, minuscola frazione di Fatima. Come spesso accade, la Madonna scelse per le sue apparizioni un luogo povero e dimenticato, la Cova di Iria, una zona poco distante dal paese di Fatima, in Portogallo. I depositari dei suoi messaggi sono, anche questa volta, delle persone semplici, umili e illetterate.

La Vergine Maria apparve sei volte ai pastorelli, ogni 13 del mese, da maggio ad ottobre del 1917, (tranne che nel mese di agosto, perché i bambini vennero “imprigionati” dal Sindaco dal 13 al 15; la visione avvenne il 19) col rosario in mano e presentandosi come la Madonna del Rosario. Era un momento cruciale per l’Europa, devastata dalla prima guerra mondiale. Maria chiese ai pastorelli se volevano “offrirsi” a Dio per la pace del mondo e per impetrare la conversione dei peccatori, che tanto “offendono il Cuore di Gesù e il mio stesso cuore”. I pastorelli risposero senza esitare: “Lo vogliamo”. Nelle sue apparizioni Maria apriva sempre le sue mani e riversava sui pastorelli una luce intensissima, la luce stessa di Dio.

Durante l’apparizione solo Lucia aveva conversato con la “Signora”, Giacinta aveva sì udito le parole, ma non aveva parlato; Francesco non aveva neppure udito quello che la “Signora” diceva. “Da dove venite?”, le aveva chiesto Lucia. “Il mio Paese è il Cielo”, aveva risposto la bella “Signora”, chiedendo loro di tornare in quel posto sei volte di seguito.

Francesco aveva allora 9 anni; in molte delle situazioni delle apparizioni a lui toccò l’ultimo posto, ma mai si lamentò di questo, riconoscendo con semplicità la cosa come normale. Di poche parole, il pastorello ebbe nondimeno un grande influsso sull’atteggiamento delle due compagne, che lo vedevano serio e riflessivo in tutto, sempre pronto a scegliere le mansioni più umili.

Il suo carattere riservato gli faceva preferire di pregare da solo: spesso lasciava con una scusa le amiche e si ritirava in qualche luogo solitario, oppure in chiesa, vicino a “Gesù nascosto”, ove rimaneva ore ed ore a “pensare”, come lui stesso si esprimeva per indicare la preghiera. Ma a che cosa pensava il pastorello? “Io penso – diceva – a consolare Nostro Signore, che è afflitto a causa di tanti peccati”. Questa ansia di riparazione che si innestava su una natura così ben disposta alla compassione e al sacrificio, diverrà l’anima della vita spirituale di Francesco.

All’inizio del 1918 Francesco cadde gravemente ammalato, colpito dall’influenza detta “spagnola”. Verso i primi di aprile la sua salute peggiorò: volle confessarsi e ricevere la comunione. Lucia gli disse: “Francesco, questa notte tu andrai in paradiso; non dimenticarci”. “Non vi dimenticherò”, rispose egli debolmente.

Il giorno seguente lo passò pregando e chiedendo perdono a tutti. In tarda serata, improvvisamente disse alla mamma che lo assisteva: “Mamma, guarda che bella luce là, vicino alla porta…”. Poco dopo il piccolo pastorello di Aljustrel andò a contemplare in cielo quel “Gesù nascosto”, che aveva tanto amato in terra.

Giacinta, di appena 7 anni, era la più vivace dei tre bambini. Quando vide per la prima volta la S.Vergine, battendo le mani, esclamò, come fuori di sé: “Che bella Signora! Che bella Signora!”

L’apparizione del mese di luglio fu certamente quella che più si impresse nell’animo di Giacinta. Le parole della Madonna, che chiedeva sacrifici per i peccatori, e la visione dell’inferno nel quale essi cadono, polarizzarono tutti i suoi sentimenti e le sue aspirazioni. La bambina spensierata, giocherellona ed anche un po’ scontrosa, divenne da quel giorno riflessiva ed impegnata. Dopo le apparizioni, ella recitava il rosario lentamente, con grande attenzione, riuscendo ad ottenere, con il suo bel garbo, che tutte le sere fosse recitato anche in casa sua. Oltre alla preghiera, Giacinta si diede con grande impegno alla mortificazione, seguendo l’invito della Madonna. Ogni occasione era buona per fare sacrifici, come l’offerta della propria merenda ed anche del proprio pasto ad alcuni bambini poveri.

La visione dell’inferno l’aveva spaventata moltissimo: non per sé, che sapeva sarebbe andata in Paradiso perché la Madonna lo aveva promesso, ma per i peccatori. A volte esclamava: “Perché la Madonna non mostra l’inferno ai peccatori?… Se essi lo vedessero non farebbero più peccati e non vi cadrebbero”.

Già durante la malattia di Francesco, Giacinta era stata colpita dalla febbre spagnola. Ella tuttavia non fece pesare la propria infermità sui suoi cari, cercando di far convergere le loro attenzioni sul fratellino più grande di lei. Un giorno la pastorella disse a Lucia che la Madonna era venuta a visitarla nella sua stanzetta: “Ella mi ha detto che andrò a Lisbona, in un altro ospedale, che non rivedrò più né te, né i miei genitori e che, dopo aver sofferto molto, morirò da sola. Mi ha detto anche di non aver paura, perché ella stessa verrà a prendermi per il Cielo”. Giacinta, infatti, spirò a Lisbona il 20 febbraio del 1920.

Dopo quest’anno, dei tre pastorelli che avevano visto la Madonna, solo Lucia era rimasta su questa terra. A lei la Madonna, apparendole ancora una volta nel 1925, affidò il compito di diffondere nel mondo la devozione al suo Cuore Immacolato. Questa visione fu decisiva per il suo avvenire. Nel 1925 entrò fra le suore di Santa Dorotea e nel 1948 passò tra le Carmelitane Scalze di Coimbra, assumendo il nome di suor Maria del Cuore Immacolato, in omaggio alla missione a cui si sentiva chiamata. Lucia morì a Coimbra in tarda età, a 98 anni, nel 2005.

Come sappiamo, Francesco e Giacinta sono stati dichiarati santi, i primi bambini non martiri a salire sugli altari, il 13 maggio scorso. Anche per Lucia è stato avviato il processo di canonizzazione, la cui fase diocesana si è chiusa a Coimbra nel febbraio scorso.

di suor ANNAMARIA CERI

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In cammino con il popolo

Testimonianza di suor Innocenzia, missionaria della Consolata in Mozambico

La mia missione in Mozambico è iniziata nell’ottobre del 1981. Attualmente sono impegnata nella catechesi presso la parrocchia Nostra Signora di Fatima, a Montepuez, nella formazione dei catechisti e nella promozione della donna a livello parrocchiale e della Diocesi di Pemba. Accompagno inoltre nel loro cammino formativo i Laici Missionari della Consolata. Insieme al parroco e ad un animatore visitiamo le 65 comunità cristiane della nostra zona, soffermandoci soprattutto presso quelle famiglie che sono più bisognose.

Quest’anno festeggiamo il 90° anniversario della nostra presenza in Mozambico, dove le nostre prime sorelle giunsero nel 1927. Grazie al loro lavoro apostolico, incontriamo ancora oggi tante persone che hanno conservato la loro fede e che continuano ad impegnarsi nella Chiesa, in vari ministeri.

Le nostre sorelle hanno lavorato molto con i Padri Monfortani nelle diocesi di Cabo Delgado e Pemba, mentre nelle diocesi di Niassa, Nampula, Inhambane e Maputo hanno collaborato con i nostri confratelli della Consolata e con altre congregazioni. Sempre i missionari e le missionarie hanno seminato e continuano a seminare la Parola di Dio, promuovendo la fede, la speranza e la gioia tra la gente, anche in situazioni molto difficili e rischiose. Si sono impegnati molto nella promozione umana, morale e spirituale del loro popolo. Molte persone che oggi ricoprono cariche di responsabilità nella società hanno studiato nelle nostre missioni.

Durante la guerra civile le sorelle non hanno lasciato il Paese, ma sono rimaste vicine alla gente. Questa guerra, durata molti anni, ha causato la morte di molte persone, portato povertà al Paese e provocato la dispersione di tante famiglie.

La Chiesa mozambicana ha camminato con il popolo, lo ha accompagnato nelle varie situazioni in cui si è venuto a trovare e lo ha aiutato ad arrivare all’Accordo di Pace tra i partiti della Frelimo e della Renamo, firmato nell’ottobre del 1992. Da quel momento la gente ha cominciato a “respirare” la pace, un tesoro che tutti desiderano che continui per sempre, anche se essa dipende dal continuo dialogo e dall’intesa tra i partiti politici e presenta sempre delle sfide.

Il Mozambico è una terra molto ricca di minerali: oro, pietre preziose, grafite, marmo e, inoltre, gas e petrolio, tuttavia il popolo soffre molto per mancanza di lavoro, che porta con sé la povertà. Quest’anno, a causa della siccità in alcune province, come Cabo Delgado, si soffrirà anche la fame e i contadini sono molto preoccupati a questo riguardo.

Come ho già accennato, rientra nel nostro impegno pastorale la visita alle famiglie, che è una caratteristica del nostro metodo missionario. Quando le incontriamo, ascoltiamo innanzitutto le loro preoccupazioni e le loro gioie, cerchiamo di consolarle e di dare loro dei buoni consigli per un cammino di speranza, valutando le possibilità di ciascuna. Alcune ci ascoltano e cambiano vita. In genere, le nostre visite sono ben accolte e arrecano molta gioia. Si parla con libertà e ci si arricchisce a vicenda, ascoltando, animando e incoraggiando. Ci sono famiglie che hanno sete di ascoltare la Parola di Dio; altre che hanno bisogno di essere consigliate e consolate; alcune che hanno dei malati in casa e si sentono scoraggiate; altre che soffrono per incomprensioni familiari. Per noi è molto bello essere vicine a tutte loro.

Mi sta soprattutto a cuore Ntele una piccola comunità cristiana, in mezzo a tanti musulmani. Grazie al “Regulo” attuale, signor Jivado Gonçalves, responsabile di quella zona, è stata accettata la richiesta di due cristiani di vendere la loro terra, per costruire una chiesetta. Infatti nel passato i cristiani dovevano recarsi la domenica in un villaggio parecchio lontano per partecipare alla S. Messa. L’anno scorso anche noi missionarie ci siamo recate in questo villaggio, per visitare le famiglie e gli ammalati.

Quanta gente bisognosa, che ci ha accolto con tanta gioia, soprattutto i bambini che ci hanno accompagnato sempre! Quando la gente è ammalata, deve fare un lungo tragitto per recarsi al piccolo dispensario oppure, quando è necessario, raggiungere l’ospedale distrettuale. Ma pochi di loro hanno il denaro sufficiente per viaggiare e recarsi all’ospedale.

Nelle nostre visite abbiamo incontrato anche un uomo che vive da solo ed è considerato un malato mentale. Lavora nel suo piccolo orto, ma le scimmie gli mangiano tutto e spesso soffre la fame. Ci ha raccontato tutta la sua storia e, quando lo abbiamo salutato per andare via, ci ha ringraziato tanto della nostra visita e del poco cibo che gli avevamo portato e ci ha detto “Dio ama anche me!”

Visitare le famiglie mi dà tanta gioia e sento che è parte della mia missione, anche se non ho da dare loro quegli aiuti materiali di cui avrebbero bisogno. Le famiglie, da parte loro, sono in generale, molto accoglienti e generose. Offrono tutto quello che hanno: mandioca, arachidi, fagioli, dipendendo da quello che raccolgono nei loro orti.

Costituire una famiglia, peraltro, non è una cosa facile. Il sacramento del matrimonio oggi è una sfida per i giovani. Le coppie si uniscono molto tardi nel sacramento. La maggior parte della gente si sposa dopo aver già creato la famiglia. Inoltre ci sono spesso problemi tra marito e moglie: questa vorrebbe accedere al sacramento, mentre il marito ha difficoltà nell’accettarlo. Ci sono pochissimi matrimoni tra i giovani; ha fatto eccezione il nostro giovane catechista che aveva detto una volta: “Io non voglio convivere prima del matrimonio”. E così è stato. Quello fu un giorno di grande gioia per tutti.

suor Innocenzia Benjamin Mzena, mc

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UN PERENNE SCAMBIO DI DONI

…si può affermare che la lotta per l’indipendenza, invece di concludersi con la pace e l’unità del Paese, gli ha arrecato divisione: divisione che si è subito trasformata in guerra civile, protrattasi per vari anni fino agli accordi di pace, conclusi a Roma il 4 ottobre 1992, con la mediazione della Comunità di S. Egidio e della Conferenza Episcopale Mozambicana.

Proponiamo in queste pagine l’intervista rilasciataci da Padre Giuseppe Frizzi, Missionario della Consolata, biblista, che ha tenacemente lavorato e donato la sua vita per più di 40 anni tra il popolo Macua in Mozambico.

Padre Frizzi, anzitutto grazie per aver accettato di condividere con i nostri lettori alcune delle tue esperienze nella missione del Mozambico. Sappiamo della lunga lotta di questo Paese per l’indipendenza dal potere coloniale, ottenuta nel 1975. Ma l’esultanza del popolo per questa vittoria durò a lungo o che cosa avvenne subito dopo?

Il Mozambico raggiunge l’indipendenza dal Portogallo solo il 15 giugno 1975, dopo una presenza coloniale di 500 anni e dopo vari anni di lotta armata. Ricordo bene quella data, erano i primi mesi nei quali mi trovavo in Mozambico e cercavo di ambientarmi. La gioia del popolo mozambicano, se all’inizio era esplosiva e incontenibile, pian piano si è andata spegnendo a causa principalmente delle imposizioni da parte di un regime marxista leninista, alieno dalla tradizione e dalle aspettative dei Mozambicani. Di modo che si può affermare che la lotta per l’indipendenza, invece di concludersi con la pace e l’unità del Paese, gli ha arrecato divisione: divisione che si è subito trasformata in guerra civile, protrattasi per vari anni fino agli accordi di pace, conclusi a Roma il 4 ottobre 1992, con la mediazione della Comunità di S. Egidio e della Conferenza Episcopale Mozambicana.

… i missionari e le missionarie della Consolata, arrivando nel sud del Niassa, tra i Macua scirima, hanno denominato immediatamente la S. Messa come “Makeya” (raduno rituale di offerta) e Gesù “Namakeya”, sommo sacerdote. In altre parole, nonostante fossero figli/figlie e padri/madri del loro tempo, hanno fatto un salto di interculturalità tale che oggi forse non avremmo più il coraggio di fare…

Quali furono i più grossi disagi che voi Missionari avete dovuto affrontare lungo tutto quel periodo?

Le nazionalizzazioni delle scuole, degli ospedali e di altri settori promozionali da una parte e dall’altra, le restrizioni se non le persecuzioni del regime marxista provocarono immediatamente un grande esodo del personale missionario attivo in Mozambico, mentre per tutti coloro che vollero rimanere, fu un periodo difficile e di grandi umiliazioni nei vari comizi che i politici organizzavano contro la Chiesa. Per visitare le comunità cristiane bisognava armarsi di molta pazienza per ottenerne le “guias de marchas” (“permesso speciale” per poter andare in altre località). Insomma se da una parte corrispondeva a verità che la Chiesa ufficiale nel tempo coloniale aveva collaborato troppo con il colonialismo, dall’altra si dimenticava facilmente che il personale missionario aveva sempre non solo favorito ma persino preparato il processo dell’indipendenza. Lo sta a confermare palesemente il dato di fatto che la nuova leadership mozambicana proveniva in gran parte dalle scuole missionarie.

Quale fu il cammino che la Chiesa Cattolica Mozambicana assunse di fronte alla difficile situazione e in particolare quali scelte significative intrapresero i Missionari e le Missionarie della Consolata?

Se molte congregazioni missionarie optarono per l’esodo, il trio consolatino però, e cioè IMC-MC-LMC (Padri, Suore, Laici della Consolata), rimase in Mozambico, nelle posizioni che occupavano, sopportando le restrizioni del regime marxista. Anzi approfittò del tempo delle restrizioni e delle reclusioni urbane imposte per introdurre una nuova modalità di presenza missionaria che sintetizzerei così: non più evangelizzatori diretti di avanguardia, ma indiretti di retroguardia, fornendo alle comunità i testi/sussidi liturgici e catechetici necessari per continuare la loro sussistenza che ora diventava soprattutto autosussistenza. Nasceva così nella Chiesa locale mozambicana il miracolo pastorale delle piccole comunità ministeriali che gestirono la vitalità della fede cristiana con grande senso di responsabilità, con coraggio e anche alle volte con la prigionia spinta fino al martirio. È assai emblematico che al termine del regime marxista e della guerra civile, la Chiesa locale mozambicana sia uscita a testa alta, presentandosi alla Chiesa Universale con un volto qualitativo nuovo, con una ministerialità laicale paradigmatica.

Oserei dire che tu sei un pioniere dell’“evangelizzazione inculturata”: puoi spiegarci in che cosa consiste, come è nata e come si svolge oggi nelle diverse missioni del Mozambico e in particolare nella tua missione di Macua?

È assai emblematico che al termine del regime marxista e della guerra civile, la Chiesa locale mozambicana sia uscita a testa alta, presentandosi alla Chiesa Universale con un volto qualitativo nuovo, con una ministerialità laicale paradigmatica.

In primo luogo, sento il dovere e l’onestà di dire che c’è sempre stata in Mozambico una certa evangelizzazione “interculturata”. A me ha fatto impressione positiva, all’inizio della mia vita in missione, la costatazione che i missionari e le missionarie della Consolata, arrivando nel sud del Niassa, tra i Macua scirima, hanno denominato immediatamente la S. Messa come “Makeya” (raduno rituale di offerta) e Gesù “Namakeya”, sommo sacerdote. In altre parole, nonostante fossero figli/figlie e padri/madri del loro tempo, hanno fatto un salto di interculturalità tale che oggi forse non avremmo più il coraggio di fare: con quelle due parole hanno assunto in pieno le coordinate culturali e teologiche del popolo Macua scirima.

La mia esperienza in questo settore è partita da questa costatazione di coraggio, frutto di studio della lingua. Sappiamo che la lingua è la casa della cultura, della religiosità e della teologia di un popolo. Di formazione esegeta, subito ho avvertito l’importanza dei testi, ho cominciato a registrare mettendo per iscritto tutto quanto poteva arricchire il dizionario già esistente, ampliandolo con i proverbi, i racconti, i riti commemorativi e terapeutici. Ciò ha permesso di fare il successivo passo applicativo, costituito dalla traduzioni di testi catechetici (Catechismo), liturgici (Messalino Domenicale e il libro di Preghiere e Canti) e biblici (tutta la Bibbia commentata con i proverbi scirima e illustrata da artisti locali). Il punto finale è sfociato nelle pubblicazioni di un voluminoso dizionario bilingue Scirima-Portoghese e di una antologia bilingue che riassume i settori principali della biosofia e biosfera macua-scirima.

Prima ricevere e poi dare, in un perenne scambio di doni reciproci, insomma andare in missione con lo zaino vuoto (con solo il Kerigma, dice Gesù!) e riempirlo pian piano lì dove ti trovi a evangelizzare, per infine ritornare con lo zaino pieno, arricchendo e ampliando così l’orizzonte della Chiesa Universale.

Che cosa ha favorito la tua esperienza di inculturazione del Vangelo?

La mia esperienza è dovuta a diversi fattori provvidenziali concomitanti come, ad esempio, la “guerra civile” intesa come ritorno e rivendicazione delle tradizioni; la stabilità e continuità di cui ho sempre goduto: ho lavorato per più di 40 anni nella stessa etnia e ritengo che una certa stabilità sia indispensabile per poter scavare e sondare nel profondo dove un popolo conserva i suoi tesori unici e preziosi. Sono certo che la vera evangelizzazione interculturale è quella che attinge alle radici profonde e segrete di una cultura, alla sua linfa ascendente e discendente.

Infine ai teoremi dell’evangelista S. Luca che, come teorico e testimone della missione, ha posto il mietere nell’evangelizzazione come premessa e primizia fondamentale e cioè prima mietere ciò che Dio, padrone della messe e della missione, ha previamente fatto fruttificare nel cammino storico del popolo che si evangelizza, e poi seminare il Kerigma. Prima ricevere e poi dare, in un perenne scambio di doni reciproci, insomma andare in missione con lo zaino vuoto (con solo il Kerigma, dice Gesù!) e riempirlo pian piano lì dove ti trovi a evangelizzare, per infine ritornare con lo zaino pieno, arricchendo e ampliando così l’orizzonte della Chiesa Universale.

Accettando la nostra supplica formulata in conformità con la religiosità tradizionale, facendoci sognare sogni profetici consolatori, difendendoci e dissetandoci per tre e più giorni, suor Irene ha guadagnato a Nipepe un secondo titolo: se in Kenya è Nyaatha, la misericordiosa, a Nipepe è Pwiyamwene, la matriarca, la genearca.

Il miracolo dell’Acqua che portò la nostra amata suor Irene Stefani mc alla gioia della Beatificazione lo dobbiamo alla tua iniziativa di chiedere la sua intercessione in un momento di grave difficoltà. Perché hai scelto lei e non qualcun altro? Qual è stato l’impatto del miracolo sulla popolazione di Nipepe da allora fino ad oggi?

In certi momenti drammatici il cuore ti suggerisce spontaneamente quello che devi fare. Stavo leggendo in quel periodo la biografia di suor Irene Stefani: Gli scarponi della Gloria di suor Gian Paola Mina, mc; mi influenzava positivamente il suo stile missionario, soprattutto mi ha ispirato fortemente il fatto che padroneggiava bene la lingua del popolo, persino era giunta a tradurre il Vangelo domenicale in kikuyu perché i cristiani alla domenica, oltre ad udire il vangelo in latino, lo potessero assaporare anche nella propria lingua. Questa iniziativa, straordinaria per quei tempi, mi è suonata come un imperativo categorico che ha segnato definitivamente la mia avventura missionaria. Infine, al tempo dell’attacco di Nipepe, stavo guidando un catechistato con 52 famiglie, sapevo bene l’operato di suor Irene durante la Prima Guerra Mondiale e anche la sua collaborazione con i catechisti: nelle sue piste missionarie andava sempre accompagnata da loro. Posso dire che, istintivamente, ho avuto l’ispirazione di invocare la sua protezione. Di fatto, insieme ai tre catechisti l’abbiamo invocata, per di più seguendo il rito tradizionale della “Makeya” che consiste nel versare in terra farina di meliga, invocando Dio e gli antenati che in quel momento erano rappresentati per me e per i tre catechisti da suor Irene. Accettando la nostra supplica formulata in conformità con la religiosità tradizionale, facendoci sognare sogni profetici consolatori, difendendoci e dissetandoci per tre e più giorni, suor Irene ha guadagnato a Nipepe un secondo titolo: se in Kenya è Nyaatha, la misericordiosa, a Nipepe è Pwiyamwene, la matriarca, la genearca. Giustamente il vescovo di Lichinga, Dom Atanasio Amisse Canira, nel giorno del ringraziamento, ha voluto elevare la chiesa parrocchiale di Nipepe a santuario per la Beata Irene Stefani. Così ogni anno tutta la diocesi va in pellegrinaggio a Nipepe e invoca suor Irene come Pwiyamwene, che ascolta le preghiere in tutti gli stili e lingue formulate. Con i vari interventi miracolosi operati in Nipepe, la Beata ha dato testimonianza che il dialogo interculturale è accetto a Dio e che il trio consolatino, IMC-MC-LMC deve sussistere, rielaborando paradigmi e modalità missionarie in piena sintonia con l’orizzonte attuale che non è più coloniale come ai tempi di suor Irene, ma è universale, mondiale, globale.

suor GLORIA ELENA LÓPEZ MC

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Quattro chiacchiere con… Suor Regina

Missionaria… al gusto di Dio! 

Ecco in queste righe la testimonianza di suor Regina Pozzebon, missionaria della Consolata che, per gravi motivi di salute, non è mai potuta andare in terre lontane, tuttavia, pur essendo immobilizzata su una sedia rotelle, è ugualmente riuscita a vivere in pienezza la sua vocazione missionaria.

Suor Regina, raccontaci un po’ di te e della tua vocazione.

Sono suor Regina Pozzebon e da 48 anni (quasi), sono Missionaria della Consolata. Sono di origine veneta, nata a Istrana (TV) nel dicembre del 1945. Sono entrata nell’Istituto delle Missionarie della Consolata nel 1967 e nel 1969 ho emesso la mia professione religiosa.

Sono entrata in questo Istituto missionario proprio perché ha la peculiarità di essere missionario ad gentes, cioè la missione di portare Gesù a coloro che ancora non lo conoscono.

Dentro di me c’era e c’è questo “fuoco”, questo pungente desiderio di far “conoscere Gesù” perché in Lui è nascosta la vera gioia, il senso della vita, il sentirsi amati per quello che si è. E sapere che nel mondo milioni di persone non conoscono ancora questo “Dio che ha tanto amato il mondo da dare il Suo Figlio” e questo Gesù che “mi ha amato e ha dato se stesso per me…!” perché la mia gioia sia piena, rimane per me un “tormento”, un pungolo, un desiderio bruciante. Ma le vie di Dio non sono sempre le nostre… e, per motivi gravi di salute, non sono mai potuta partire per “la missione”. Almeno in questo assomiglio al Beato Allamano, Padre e Fondatore della congregazione di cui faccio parte.

Dato che non sei mai partita per la missione “ad gentes”, come vivi la tua missionarietà in patria?

 La mia vocazione religiosa e la mia chiamata missionaria sono un tutt’uno, sono un’unica realtà avendo la loro origine nella chiamata di Dio, è Lui che mi ha scelta, è Lui che mi ha chiamata, amata, inviata. Ed è in questa relazione profonda con Gesù, relazione di “innamorati”, che si fa unità. La missione non è il mio “fare”, ma è una partecipazione alla missione stessa di Gesù: rivelare l’Amore del Padre per ogni creatura, che significa rivelare il mistero della salvezza: Dio vuole che tutti gli uomini siano salvi…, siano felici perché amati e salvati. E questa salvezza Gesù l’ha pagata a caro prezzo con la sua Incarnazione, vita, passione, morte e risurrezione.

È alla Luce della Croce di Cristo che vivo la mia missionarietà, ed è in questa luce, in questo Amore che anche il dolore, la malattia, l’essere in carrozzina da 22 anni trova senso, trova forza, trova “consolazione”, trova anche gioia profonda e indicibile nella fede e nell’amore. La malattia ridimensiona molte cose e, nella fede, la puoi scoprire come opportunità per crescere in una relazione d’Amore che ti riempie la vita. Dice s. Agostino: “Nessuno è felice come Dio e nessuno fa felice come Dio”.

Certo, la malattia provoca lacrime, fatica, angoscia, paura, solitudine, momenti di lotta e di ribellione, ma piano piano, guardando il Crocifisso, nella fede e nella fiducia nel Signore, scopri che quanto più si è scavati dal dolore tanto più si diventa contenitori della tenerezza e dell’Amore del Signore.

Per me la malattia è stata ed è uno strumento di grazia: io non sono la mia malattia, il mio limite, la mia fragilità. Tutto questo è strumento nelle mie mani e, nella fede, posso dire con san Paolo: “Mi vanterò ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo” (2Cor 12,9-10). La malattia non è diventata ostacolo alla mia vocazione missionaria, ma un modo diverso di partecipare alla missione di Cristo. Mi sento missionaria “al gusto di Dio”, come lui mi ha voluta… ed è la mia felicità! Nella mia condizione, raggiungo il mondo intero, l’umanità intera, ogni creatura.

Quali sono le tue attività di missionaria “a rotelle”?

 Quella principale che mi viene molto richiesta è l’ascolto delle persone. Ultimamente ho fatto “scuola di preghiera” per i “Giullari di Dio”; l’anno scorso ho seguito il musical “Chi sei tu” di circa 50 giovani che si sono impegnati nel realizzarlo lanciando il messaggio della misericordia e interpretando la parabola del “Figlio prodigo” in chiave moderna. Sono stati bravissimi!

Seguo il gruppo “Gente alla mano” formato da ex-allievi della “Scuola G.Allamano” (e non) che lavorano con varie iniziative per sostenere dei progetti missionari in Africa. Tra queste iniziative c’è il Presepe Vivente che vede un centinaio di figuranti e che ormai si “celebra” da 7 anni con l’intento di aiutare e far rivivere il mistero della Natività del Signore e nello stesso tempo raccogliere dei fondi per i progetti missionari. Seguo poi i Laici Missionari della Consolata nel Veneto (ci sono anche qui a Grugliasco, persone che condividono il nostro carisma nella vita quotidiana e nelle loro scelte).

Hai qualche desiderio?

 L’unico mio desiderio è quello di aiutare le persone a scoprire quanto sono amate, quanto sono preziose per Dio, quanto sono cercate per quello che sono… perché tesoro unico e dono per l’umanità. Come vorrei farle sentire amate perché senza amore non c’è vita, non si può vivere!

di Cristina Menghini

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Il significato di una presenza

le prime MC in Mozambico sul fiume Zambesi

Novanta anni fa, sette Missionarie della Consolata, per la prima volta nella loro storia, toccavano il suolo mozambicano.

Nessuna di loro superava i 30 anni di vita; una, poi, ne aveva appena 20. Era il 3 luglio 1927. Da sette, divennero, nel corso degli anni, venti, quaranta, settanta toccando un massimo di cento presenze in contemporanea, distribuite in sei province del Mozambico. Attualmente siamo una trentina, appartenenti a sei nazioni. La nostra età va dai quaranta ai novanta anni, vantando sorelle mozambicane sparse per il nostro mondo missionario. Spontanea la domanda: che cosa ha caratterizzato la nostra presenza in questo Paese che, dal nostro arrivo ad oggi, ha conosciuto cambiamenti epocali sotto l’aspetto sociale, politico, religioso? Non so se mi sbaglio, ma una risposta mi è affiorata alla mente il 27 febbraio 2017. Nel Centro Culturale dell’Ambasciata portoghese a Maputo ci fu il lancio di due libri, scritti rispettivamente da un missionario da una missionaria della Consolata riguardanti il Niassa, territorio simbolo della presenza delle Missionarie e dei Missionari della Consolata in Mozambico: A Política Religioso-Missionária do Estado Novo em Portugal e A Evangelização no Niassa: 1926-1962, di padre Álvaro López e Passos Proféticos de Crescimento: 1963-2015, Diocese de Lichinga, della sottoscritta.

le prime sette sorelle

Nell’ambiente elegante preparato per un’ottantina di persone, si dovettero aggiungere sedie dopo sedie per far posto a centinaia di persone che continuavano ad affluire, molte delle quali dovettero rimanere in piedi. “Mai visto”, mormoravano gli organizzatori. Riempivano la sala sacerdoti e suore mozambicani; religiosi e religiose da pochi anni in Mozambico che sedevano accanto a Gesuiti, Francescani e evangelizzatori di antica data; seminaristi cattolici e anglicani; amici laici di tanti colori, tante nazionalità; etnie del nord e del sud del Mozambico. Diversificata anche l’età dei presenti e la condizione sociale al punto da sorprendere gli organizzatori, abituati a sponsorizzare autori e personaggi famosi.

Il segreto del successo? Un primo spiraglio di luce ci venne dal presentatore delle opere, padre Rafael Sapato, sacerdote diocesano di Lichinga (oggi vicerettore dell’Università Cattolica del Mozambico), il quale disse di essere nato tra le mani di una “Consolata”, educato dai figli e figlie dell’Allamano, i quali nel corso di una quasi centenaria presenza in Mozambico si erano distinti per la capacità di evangelizzare contestualizzando la missione e seguendo i cambiamenti epocali avvenuti nel Paese.

Al momento degli autografi, scoprii il segreto del “pienone”: la maggioranza dei presenti proveniva dalle missioni fondate e condotte alla maturità di Chiesa locale dai missionari e missionarie della Consolata, passate ora alle loro cure pastorali.

suor Dalmazia, autrice dell’articolo

Fu quasi come un appello ad essere aiutati a vivere insieme il momento storico che il Mozambico sta attraversando, aderendo all’appello della Conferenza Episcopale, che nell’ennesima svolta storica segnata dalla minaccia di una nuova guerra civile – dovuta al deterioramento della vita sociale, politica, economica e al nuovo apparire della violenza che semina insicurezza, povertà, lutti – propone come priorità pastorale lavorare per la pace attraverso un dialogo costruttivo con tutte le forze vive della società, seminando la speranza, coscienti che le sfide che viviamo si possono superare solo se ognuno di noi saprà fare la sua parte, superando interessi personali e di gruppo.

La risposta delle Missionarie della Consolata è: “Sì”. Siamo pronte. E lo abbiamo già dimostrato, rimanendo sul territorio, come nel passato, al passo con la Chiesa, chiamata ad essere ancora una volta profeta di speranza e di consolazione, superando paure e pessimismo.

Suor Dalmazia Colombo, mc

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Crisi idrica: apolicalisse in Africa

Mentre il prezzo del petrolio viene artificialmente “gonfiato” per tenere in vita economie dipendenti da esso, si diffonde la consapevolezza che gli equilibri geopolitici di domani saranno sempre meno legati al possesso degli idrocarburi: a fare davvero la differenza, nel giro di pochi anni, saranno le risorse idriche.

Questo perché l’acqua, essenziale per ogni essere umano, è in via di diminuzione sulla terra. La scarsità idrica è originata non solo dalla carenza fisica della risorsa, ma anche dalla inadeguatezza degli impianti, dalle ineguaglianze nell’accesso all’acqua e dagli abusi di potere. Ma la stessa carenza fisica dell’acqua, fenomeno al quale gli idrologi danno spiegazioni talvolta contrastanti, può essere ricondotta, nel quadro di cambiamenti climatici quantificabili, o allo smodato e irrazionale sfruttamento ambientale perpetrato dall’uomo o a una mutazione naturale, indipendente dall’intervento umano, ma comunque devastante per alcune aree del mondo.

L’inaridimento di intere macro-regioni è già oggi all’origine di tesioni, conflitti, migrazioni che coinvolgono milioni di persone. E la situazione non può che peggiorare, a meno che da una concertazione politica su scala mondiale non giungano decisioni coraggiose e incisive.

Nel continente africano, al momento, la crisi idrica, abbinata a mal governo e rivalità politico-economiche fra Stati e blocchi di potere, sta assumendo proporzioni apocalittiche.

In particolare, si calcola che circa 25 milioni di persone soffrano fame e sete a seguito di due anni (2015-2016) di Niño e Niña, fenomeni atmosferici contrastanti caratterizzati da piogge torrenziali e arsure. Un vero flagello per Etiopia, Somalia, Sudan, Sud Sudan, Eritrea, Kenya, Uganda, Mozambico. E se a qualcuno venisse naturale pensare che, in fondo, in Africa è sempre stato così, ricordiamo elementi del tutto inediti in questa crisi idrica rispetto al passato: innanzitutto, prendendo a modello il “caso etiope”, le aree colpite dalla siccità non sono quelle già desertiche, quanto piuttosto quelle fertili utilizzate dalla popolazione per agricoltura e allevamento di bestiame. Inoltre, fino al drammatico stop imposto dal flagello atmosferico, l’economia etiope cresceva al ritmo del +10% annuo e il Paese del Corno d’Africa era considerato una “tigre” al pari di Nigeria, Sud Africa e Angola. Non si può neanche dire che le autorità di Addis Abeba avessero sottovalutato il fattore acqua. L’obiettivo dell’indipendenza idrica era a tal punto in cima all’agenda etiope da spingere il Governo ad “imbarcarsi” in un’avventura di portata storica: la realizzazione della Grande diga del Rinascimento etiope (“Gerd”, per gli addetti ai lavori).

Il progetto “Gerd”, che dovrebbe essere completato nel 2018 con un investimento complessivo di 6,4 miliardi di dollari, rappresenta il più imponente sbarramento del pianeta: capace di contenere 70 km cubici di acqua, avrà un corpo centrale alto 175 metri e lungo circa 2 km. Inoltre, la diga permetterà di generare ogni anno 15 terawattora (1 Twh = 1.000.000.000.000 watt) di energia idroelettrica.

Un quantitativo capace di rispondere alle esigenze di un Paese in via di sviluppo come l’Etiopia e di tramutarlo in esportatore di energia su scala continentale. Ma ecco un punto su cui riflettere: una volta a regime, la diga farà sì che tutte le esigenze idriche del Paese siano soddisfatte grazie alla deviazione, a proprio vantaggio, delle acque del Nilo Azzurro. Ma tale operazione è stata decisa in modo unilaterale. Dunque, per l’Etiopia, la crisi idrica – davvero epocale – si risolverà a svantaggio di tutte le altre nazioni limitrofe.

Ecco perché: meno lungo del Nilo Bianco, ma decisamente più consistente per carico idrico, il Nilo Azzurro nasce dal lago etiope Tana, su di un altopiano; sceso a valle, esso piega verso Nord-Ovest ed entra in territorio sudanese. Unendosi al Nilo Bianco a Khartoum, dà vita al Nilo vero e proprio. Il responsabile delle grandi piene del Nilo, quelle che fecero la fortuna degli antichi Egizi fertilizzando zone altrimenti condannate all’arsura, è proprio il Nilo Azzurro, con il suo regime irregolare, tradizionalmente “generoso” nei mesi centrali dell’anno. Sbarrare le acque del Nilo Azzurro ha conseguenze funeste soprattutto per Egitto, Eritrea e Sudan: Paesi segnati da sovrappopolamento e tensioni inter-confessionali. E avversità climatiche come mai prima. Non stupisce dunque che le frizioni politiche fra Addis Abeba e gli altri Stati del bacino del Nilo siano aumentate negli ultimi due anni (il bacino idrografico del grande fiume include sette Paesi africani: in ordine puramente alfabetico Burundi, Egitto, Etiopia, Eritrea, Kenya, Repubblica democratica del Congo, Ruanda, Sudan, Sudan del Sud, Tanzania e Uganda).

È del mese scorso la notizia secondo cui le autorità etiopi avrebbero sventato un attacco terroristico destinato a danneggiare gravemente l’infrastruttura, ormai in fase avanzata di realizzazione. Secondo una prima ricostruzione, i responsabili dell’assalto, 20 guerriglieri, sarebbero membri del Movimento di liberazione del popolo Benishangul Gumuz, un gruppo armato eritreo.

Al di là del singolo episodio, è evidente che i negoziati per la gestione comune delle acque del Nilo e la regolamentazione di chiuse e dighe non stanno dando risultati soddisfacenti; e che la tentazione di una “scorciatoia” armata avanza in alcune capitali africane. Peraltro, da parte egiziana, quando ancora era in carica il presidente Hosni Mubarak, indiscrezioni di un imminente intervento mirato contro le fondamenta della Gerd si susseguirono sulla stampa africana per settimane, a inizio 2011. Nel frattempo, più a Est, il Madagascar vive una tragedia solo in apparenza di segno opposto. Con piogge torrenziali e venti che hanno raggiunto anche i 270 chilometri orari, il ciclone Enawo nel marzo scorso ha colpito oltre 40 mila persone: infiltrati o distrutti, gli acquedotti non garantiscono più alla popolazione gli indispensabili rifornimenti di acqua potabile.

Una crisi idrica drammatica tanto quanto le altre, quindi, che si accanisce su gente già allo stremo.

Francesca Zoja

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Un amore donato e ricevuto

La nostra presenza di Suore Missionarie della Consolata in Mozambico, Paese dell’Africa australe che si affaccia sull’Oceano Indiano con una splendida costa lunga 2500 km, ha avuto inizio nel lontano 1927; quest’anno quindi ne vogliamo ricordare e celebrare il 90° anniversario.

Ci sarà di aiuto in questo nostro percorso il ricco volume di suor Dalmazia Colombo, pubblicato recentemente, dal titolo Fede e Missione. In esso l’autrice, missionaria della Consolata giunta in Mozambico per la prima volta nel 1964, ripercorre la storia delle nostre missioni in questo Paese, avvalendosi anche di testimonianze dirette delle sorelle che hanno svolto il loro apostolato missionario in Mozambico.

Le pioniere di questa missione sono giovani donne, tra le quali una, suor Benedetta Mattio, appena ventenne, piene di coraggio, pronte ad affrontare le difficoltà degli inizi con tanta fede ed entusiasmo, ma disponibili anche a lasciare tutto, quando “ordini” perentori chiedono loro di lasciare una missione per andare in un’altra.

Scrive suor Benedetta Mattio: “Nonostante la stanchezza per il lungo e disagiato viaggio marittimo, sui nostri volti si leggeva una gioia immensa per poter finalmente toccare il suolo mozambicano… Non immaginavamo però le avventure che ci attendevano prima di giungere alla meta”.

La meta era la missione di Miruru, situata nella valle dello Zambesi, in provincia di Tete, dove si trovavano i missionari della Consolata da due anni, essendo giunti in Mozambico alla fine del 1925. La loro collaborazione apostolica fu interrotta improvvisamente nel 1930, quando le missionarie dovettero trasferirsi per ordine del vescovo Mons. Rafael Maria da Assunçao, che era allora l’unico vescovo del Mozambico, nell’isola di Ibo, nella provincia di Cabo Delgado, dove avrebbero collaborato con i Padri Monfortani olandesi e francesi. In questo periodo la piccola comunità delle suore missionarie fu messa duramente alla prova dalla morte di una delle “pioniere”, suor Anania Tabellini, deceduta nel 1934 per tubercolosi polmonare, all’età di 30 anni.

In seguito, con l’arrivo di altre sorelle dall’Italia furono aperte le missioni di Mahate, Namuno e Nangololo. Nel 1942 la missione di Mahate venne chiusa e le sorelle si trasferirono a Montepuez, nella provincia di Porto Amelia (attuale Pemba).

Gli anni 1949-70 furono anni di intensa crescita dell’azione evangelizzatrice, caratterizzati dall’espansione crescente delle nostre comunità nelle province di Cabo Delgado, Niassa, Inhambane e Maputo (allora Lourenço Marques). Tutto ciò potè avvenire grazie a due eventi storici: la fine della seconda guerra mondiale, che favorì l’arrivo in Mozambico di nuove missionarie della Consolata, e l’applicazione piena dell’Accordo Missionario, che spianò le difficoltà tra le autorità civili portoghesi ed ecclesiastiche. Non si arrivò però “felicemente” al termine di questo periodo, perché già alla fine del 1961 ci furono le prime avvisaglie che preannunciavano la guerra di indipendenza dal Portogallo, scoppiata il 25 settembre 1965 a Cabo Delgado e terminata il 25 giugno 1975 con la creazione della Repubblica Popolare del Mozambico.

Mozambico: suor Dalmazia Colombo

Gli anni che seguirono, fino al 1992, furono per il Mozambico anni di trasformazioni e di eventi epocali: fine della guerra di liberazione, indipendenza, rivoluzione marxista-leninista, guerra civile e, finalmente, la pace siglata a Roma il 4 ottobre 1992, attraverso la mediazione della comunità di S. Egidio e della Conferenza Episcopale mozambicana.

Ecco la testimonianza di una sorella brasiliana, suor Teresa José de Osti, che ci descrive i sentimenti delle comunità all’annunzio della raggiunta indipendenza del Paese: “Noi missionarie della Consolata, in comunione con tutto il popolo mozambicano, in quei primi mesi del 1975 aspettammo i giorni dell’indipendenza con molta gioia e timore. Gioia, perché era quanto di più degno e giusto ci potesse essere. Timore perché nelle commissioni di preparazione all’evento, si diceva di voler farla finita con i colonialisti, il che sembrava riferirsi ad ogni persona di razza bianca. Noi però rimanemmo vicine al popolo in particolare nella campagna di miglioramento dell’ambiente in preparazione al grande evento: pulizie generali, apertura di strade e di fosse biologiche per costruire servizi igienici. Rivedo ancora suor Rina Carla Salsa, con fratel Agostino Lanza, scavare una fossa ed estrarre la terra con un secchio. E in tutti i lavori l’équipe missionaria era sempre la prima ad arrivare sul posto ed eseguire i lavori insieme al popolo…”. La gioia dell’indipendenza durò poco, perché un mese dopo iniziò il calvario delle nazionalizzazioni, delle proibizioni, della lotta antireligiosa.

Infatti il primo Presidente del Mozambico, Samora Machel, avendo adottato un regime marxista-leninista, combatté duramente la Chiesa: tutte le opere dei missionari, incluse le loro stesse abitazioni e chiese, furono nazionalizzate e ai missionari fu proibito di fare opera di evangelizzazione. Alcuni di essi lasciarono il Paese, ma le nostre consorelle e confratelli, malgrado due rapimenti e mesi di prigionia di alcuni di loro, rimasero accanto al popolo, condividendone timori e speranze.

Nel 1977 si ebbero le prime avvisaglie della guerra civile, capeggiata dalla Resistenza Nazionale del Mozambico (RENAMO), che si opponeva al partito vincitore, la FRELIMO, Movimento di Liberazione del Mozambico. In quello stesso anno si realizzò un evento molto importante per la Chiesa: la Prima Assemblea Nazionale di Pastorale a Beira, a cui parteciparono vescovi, sacerdoti, religiosi e religiose, catechisti e semplici cristiani, per cercare il modo migliore di operare in quel periodo di grandi sfide per la Chiesa. Il modello proposto fu di “incamminarsi verso una Chiesa ministeriale, fondata su Cristo, Inviato e Servo, nella quale ogni membro assumeva la sua responsabilità in una comunità di servizio… una Chiesa-famiglia, di servizi reciproci, una Chiesa nel cuore del popolo che egli sente come ‘sua’”. La risposta a quanto proposto nell’Assemblea di Beira fu altrettanto rapida, profonda e condivisa. Da quel momento tutti gli sforzi pastorali si concentrarono nella formazione e nella crescita delle “Piccole comunità cristiane”, che si moltiplicarono spontaneamente su tutto il territorio. In questo periodo ebbero grande importanza i tre centri catechistici che erano stati aperti nel Paese, all’indomani del Concilio Vaticano II, i quali formarono i leader delle piccole comunità. Tra questi centri si distinse dolorosamente quello di Guiúa, nella diocesi di Inhambane, per l’eccidio di 24 catechisti da parte della Renamo, avvenuto il 22 marzo 1992. Il loro esempio di fedeltà e generosità continua ad accompagnare e ad ispirare il cammino della Chiesa mozambicana.

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STRATEGIE ALTERNATIVE

Siamo in Bolivia, un Paese particolarmente prostrato dalla mancanza di risorse idriche.

Ci ritroviamo incuriositi attorno a un banco di scuola, ascoltando attenti un gruppetto di ragazzi, che con molto entusiasmo ci parlano della coltura idroponica. In tempi di grave siccità, un ingegnere lancia la sfida alle scuole superiori della zona: una expo educativa che spinga i giovani a investigare o inventare tecnologie per migliorare l’uso dell’acqua e le condizioni di vita delle famiglie. Siamo in Bolivia, un Paese particolarmente prostrato dalla mancanza di risorse idriche. Uno studio recente la considera una delle nazioni che più avrà conseguenze a tutti i livelli – sociale ed economico soprattutto – poiché la gente intensificherà la migrazione verso regioni in cui si possa almeno sopravvivere.

Idrocoltura

Interessata da questa tecnica di coltivazione idroponica (chiamata anche idrocoltura), ho fatto una ricerca sui suoi vantaggi e svantaggi, ed ho allargato il raggio di ricerca ad altre strategie alternative per un uso intelligente e parsimonioso dell’acqua.

Il vantaggio dell’idrocoltura è la possibilità di praticarla in qualsiasi ambiente, anche in un appartamento, sul balcone di casa

Nata nel 1930, la coltura idroponica ha avuto un’applicazione diffusa solo negli ultimi decenni: consiste nel coltivare ortaggi e fiori in ambiente acquatico, apportando alla soluzione ossigeno e minerali necessari alla naturale crescita della pianta. Infatti, dopo un tempo l’acqua si impoverisce di ossigeno, e questo arresta la crescita normale della pianta: solo alcune, infatti, sono per natura abituate a crescere nell’acqua, come le ninfee. Il vantaggio dell’idrocoltura è la possibilità di praticarla in qualsiasi ambiente, anche in un appartamento, sul balcone di casa (la creatività non ha limiti: si possono appendere alle pareti ed ottenere anche un risultato estetico molto gradevole, oltre ad un risparmio di spazio). Inoltre, l’uso di pesticidi è quasi inesistente, con grande felicità della Madre Terra, e la quantità di acqua è ridotta. Con lo sviluppo della tecnologia, è nata anche la coltura aeroponica, dove le piante non sono immerse nella soluzione, bensì essa è nebulizzata continuamente.

 

I ragazzi dell’expo educativa hanno concretizzato le loro ricerche con esperimenti semplici, che prendendo spunto dall’idrocoltura recuperano materiali riciclabili come bottiglie e stracci che diventano il “nido” ideale per lattuga e altre piantine. Usano le flebo per spiegare i vantaggi dell’irrigazione a goccia. Ecco un’altra semplice strategia che risparmia l’uso dell’acqua: la distribuzione in piccole quantità, ma ben direzionata alla radice delle piante, è un metodo semplice, non difficile da installare (si tratta di mettere tubi con un… “buco” in prossimità delle piante!) che ha vari vantaggi, primo fra tutti il minor consumo di acqua: essendo somministrata goccia a goccia, infatti, non si espone all’evaporazione massiva, inoltre, la sua distribuzione è mirata alla parte radicale della pianta, evitando dispersione nel terreno. Questa tecnica è molto importante in aree che vivono di agricoltura: la California, per esempio, usa dal 50 all’80% della sua acqua per l’irrigazione di piante e ortaggi.

Pianta un albero! Ma quale?

I ragazzi dell’expo educativa hanno concretizzato le loro ricerche con esperimenti semplici, che prendendo spunto dall’idrocoltura recuperano materiali riciclabili come bottiglie e stracci che diventano il “nido” ideale per lattuga e altre piantine.

Ci troviamo con Padre Marco, direttore della Caritas di Potosí, lui è molto sicuro di quello che dice: la progressiva desertificazione si combatte piantando alberi! Ma non è facile: il clima, sempre più inclemente, rende ardua l’impresa. La deforestazione del polmone verde del mondo, l’Amazzonia, avrà i suoi effetti negativi ovunque, ma anche nel nostro piccolo, piantando un albero, possiamo aiutare nella ricerca di un nuovo equilibrio ambientale. Bisogna anche riconsiderare il tipo di coltivazione: ci sono piante che hanno bisogno di molta acqua, mentre altre hanno un consumo limitato. Purtroppo, in Bolivia, molti piantano eucalipti, che crescono in fretta e sono resistenti, ma si tratta di un albero molto invasivo, che succhia le poche risorse idriche del sottosuolo. In un villaggio dell’altipiano, alcuni eucalipti hanno prosciugato una sorgente! Lo stesso discorso si potrebbe fare per prodotti dell’agricoltura che ormai non sono sostenibili in ambienti diventati semiaridi.

Certamente, la raccolta dell’acqua piovana che cade dai tetti in apposite cisterne è una riserva idrica che, per lo meno nell’uso domestico, può aiutare molto: basta una grondaia che direzioni l’acqua verso una cisterna.

… la progressiva desertificazione si combatte piantando alberi! Ma non è facile: il clima, sempre più inclemente, rende ardua l’impresa.

Passiamo ora alla tecnologia: arrivano dagli Stati Uniti (colpiti nella costa occidentale dalle conseguenze nefaste del Niño) altre idee ipertecnologiche – mi chiedo quando tanta tecnologia arrivi ai Paesi poveri… – come desalinizzatori che pompano milioni di litri di acqua potabile con la sola energia solare, oppure un drone che spruzza acqua alle nuvole che – a loro volta – la distribuiscono alla terra, secondo i cicli naturali dell’acqua.

Manuale per un buon uso dell’acqua

Tecnologia sì, tecnologia no… al di là dei risultati che può dare l’ingegno umano, tutti possiamo fare delle scelte: forse non ci è mai toccato il problema della scarsità dell’acqua, ma nell’imprevedibilità del cambio climatico, può anche succedere, prima o poi: ormai siamo esposti alle conseguenze di un clima impazzito. Perciò, non è male educarsi e prendere coscienza del valore dell’acqua, con semplici gesti quotidiani. Ecco alcuni esempi:

… non è male educarsi e prendere coscienza del valore dell’acqua, con semplici gesti quotidiani.

– Quando ti lavi i denti, chiudi il rubinetto mentre spazzoli, e aprilo solo quando ne hai bisogno.

– Se devi cambiare lo sciacquone del bagno, comprane uno che rilasci meno acqua, o che abbia la possibilità di usarne meno a seconda dei casi.

– Irriga le piante dell’orto e del giardino alla sera, evitando l’evaporazione dell’acqua e approfittando al meglio dell’acqua, oppure… inventa il tuo impianto a goccia!

– Se raccogli l’acqua piovana, puoi usarla per vari scopi, tra cui l’uso del ferro da stiro: si tratta, infatti, di acqua a basso contenuto di calcare.

Stefania Raspo MC

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