25 anni di missione in Guinea Bissau

Ricordi di 25 anni di consolazione e annuncio in Guinea Bissau, paese dell’Africa occidentale. 

Nel 1992 il nostro Istituto ebbe la gioia di aprire una nuova presenza in Africa Occidentale, e precisamente nella Guinea Bissau. Il 29 febbraio di quell’anno giunsero a Bissau le prime quattro missionarie della Consolata: suor Emma Piera Casali, italiana e reduce dal Mozambico, suor Ana Paula Foletto e suor Ortência Antunes Da Silva, brasiliane, insieme a suor Adriana Medina Medina, colombiana.

Al loro arrivo all’areoporto della capitale, furono accolte con molta cortesia e affetto dall’allora vescovo Mons. Settimio Arturo Ferrazzetta e dai suoi collaboratori. Le quattro missionarie rimasero a Bissau per alcuni mesi, impegnate nello studio della lingua e della cultura del Paese. Ebbero anche l’opportunità di visitare tutte le missioni di quella che era allora l’unica diocesi della Guinea. Il 2 aprile successivo fu posta la prima pietra della casa delle sorelle e il 4 agosto esse poterono inaugurare la nuova missione di Empada. Furono accolte con tanta gioia ed entusiasmo da tutta la popolazione: musulmani, rappresentanti dell’etnia biafada e delle religioni tradizionali, evangelici ed alcuni cattolici che si trovavano lì dal tempo della colonizzazione portoghese. Il 9 agosto Mons. Ferrazzetta, durante una solenne celebrazione, presentò ufficialmente alla gente le quattro missionarie della Consolata, le quali furono accolte da tutti, compresi i musulmani, con grande affetto e rispetto.

In un primo momento le Sorelle si dedicarono a visitare le famiglie, allo scopo di conoscere la popolazione e la realtà missionaria affidata alle loro cure pastorali. Nel 1997 furono celebrati a Empada i primi battesimi e matrimoni cristiani. Le Missionarie ringraziarono Dio e con tanta gioia accolsero questi primi frutti delle loro fatiche apostoliche. Qualche anno prima, nel 1994, esse avevano intrapreso alcune attività nel villaggio SOS di Bissau, ma attualmente non siamo più presenti in quest’opera.

Nel 2000 si verificò una nuova apertura, questa volta a Bubaque, una delle isole dell’arcipelago delle Bijagó, una missione davvero sfidante e attraente, che esige dalle Sorelle molto coraggio e determinazione per affrontare le traversate in mare con imbarcazioni molto fragili, per fare visita e portare aiuti alle popolazioni delle isole vicine.

L’anno 2006 ha segnato l’apertura dell’ultima missione, quella di Bor, alla periferia di Bissau, come sede della Delegazione e casa di accoglienza per le Sorelle provenienti dall’interno del Paese. La comunità di Bor svolge un intenso lavoro pastorale nella scuola, nella parrocchia e nell’evangelizzazione di centinaia di giovani e di bambini, che ogni giorno giungono qui per iniziare il loro cammino cristiano, attraverso il catecumenato.

splendidi giochi di luce (isole Bijagó)

Oggi, come missionarie della Consolata, cantiamo il nostro MAGNIFICAT, ringraziando e lodando il Signore per questi 25 anni della nostra presenza in Guinea. Sono state tante le persone che hanno potuto conoscere, attraverso il nostro apostolato, il nostro Redentore Gesù, la SS. Consolata e il Beato Giuseppe Allamano, nostro Fondatore, e che ora navigano con noi nella barca dell’Istituto. Sono tante le missionarie della Consolata che hanno lavorato ed ancora lavorano in questa terra di missione, provenienti da differenti Paesi e Continenti: Italia, Brasile, Colombia, Portogallo, Argentina, Mozambico, Kenya, Tanzania, Etiopia. Due di loro hanno già raggiunto la Patria celeste: suor Margarida Benedetti e suor Floralda Esteban Palencia.

Insieme a tutti gli abitanti della Guinea Bissau, le missionarie della Consolata qui presenti sognano un futuro migliore per questo popolo così sofferente e umiliato, un futuro di pace, frutto di miglioramenti nel campo dell’istruzione, della sanità e delle condizioni di vita in generale.

Le comunità cristiane cantano frequentemente un canto che nacque durante il tempo della guerra di liberazione:

“Libertà, libertà per tutto il popolo della Guinea.
Se desideriamo l’amicizia, dobbiamo unire i nostri cuori;
se cerchiamo l’unità, dobbiamo essere uniti nell’azione!
Oh, oh, Popolo della Guinea Bissau!

L’Africa è la nostra terra, terra di amore!
L’Africa è il nostro mondo, terra di valore!
L’Africa è la nostra madre, madre di amore!
L’Africa è il nostro mondo, di speranza e di ardore!”

suor Maria De Lourdes Pereira, mc

 

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Un paese piccolo e sconosciuto

Alla scoperta della Guinea Bissau, un paese dell’Africa Occidentale dove le Missionarie della Consolata lavorano da 25 anni.

La Guinea Bissau è un piccolo Paese dell’Africa Occidentale, con circa un milione e mezzo di abitanti e una costa marittima di 150 km estremamente articolata in una fitta rete di frastagliature. Al largo della capitale, Bissau, è situato l’arcipelago delle Bijagó, un centinaio di isole di varie dimensioni, tra le quali si distingue l’isola di Bubaque, sede di una nostra missione. Il Paese confina a nord col Senegal, a sud e a est con la Guinea, ad ovest con l’oceano Atlantico.

Precedentemente colonia portoghese, la Guinea Bissau proclamò l’indipendenza dal Portogallo il 24 settembre 1973, poi riconosciuta il 10 settembre 1974.

Al nome originario fu aggiunto quello della capitale, Bissau, per evitare la confusione con il vicino Stato della Guinea, ex colonia francese.

La Guinea Bissau risulta essere tra i 20 Paesi più poveri del mondo. L’economia è fragile, pur possedendo il Paese buone risorse minerarie (petrolio, bauxite e fosfati), che non vengono sfruttate a causa della mancanza di infrastrutture e di mezzi finanziari; la guerra civile del 1998-99 ha ulteriormente impoverito il Paese.

Economia

L’economia è basata su coltivazioni di tipo estensivo, che non considerano le reali necessità alimentari del Paese; ne sono un esempio le colture del “cajù”, da noi noto come anacardio. Si tratta di un albero, originario del Brasile nord orientale, largamente coltivato nelle regioni tropicali di tutto il mondo, per il suo frutto e il suo seme (noce di anacardio). Il nome deriva dal greco kardia (cuore), per la forma del frutto. Questo consiste in una parte carnosa (in realtà falso frutto) e di un frutto secco, posto all’estremità della parte carnosa, che è commestibile. La sua esportazione costituisce la principale voce dell’economia guineense, anche se il crollo della domanda, causato dalla concorrenza dei Paesi asiatici, preoccupa i coltivatori locali. Altre piaghe, come le locuste, sono un ulteriore ostacolo alla raccolta e commercializzazione di questo prodotto.

Un’altra fonte di sostentamento e lavoro è rappresentata dalla pesca. I Guineensi sono molto rispettosi della natura: la pesca è controllata ed è fatto divieto di pescare pesci “criança”, cioè non adulti, e in quantità superiore al fabbisogno quotidiano. In caso di pesche abbondanti si getta nuovamente in mare il pesce in eccesso, anche perché è impossibile conservarlo.

Il riso costituisce la fonte primaria di alimentazione in Guinea, ma la sua produzione interna non è in grado di soddisfare le esigenze alimentari dell’intera popolazione.

 

Clima

Il clima è tropicale, caldo-umido tutto l’anno, con due stagioni: quella secca e quella piovosa. In questa seconda stagione le piogge sono molto intense, soprattutto da luglio a settembre, quando provocano diffusi allagamenti. Normalmente la temperatura è sui 30°, ma si possono toccare anche i 40°.

Religione

La religione più diffusa nel Paese è quella tradizionale africana, a cui aderisce più del 50% della popolazione, seguita da quella musulmana con il 35% di fedeli e da quelle cristiane con il 15% di membri. Nella religione tradizionale si crede in un unico Dio, che è al di sopra di tutto e di tutti. Tra Dio e gli uomini esistono delle entità che governano la vita del villaggio: gli spiriti. Lo spirito assoluto è quello della pioggia, perché da lui dipendono la fecondità della terra e la buona riuscita del raccolto. Secondo la religione animista non è possibile interpellare direttamente gli spiriti, se non attraverso la mediazione di una persona che in ogni villaggio è designata per tale funzione. Nel Paese è praticato anche il culto degli antenati, che godono di molta considerazione, tanto che vengono rivolte loro richieste di aiuto, invocazioni e si svolgono riti sacrificali.

Per quanto riguarda la religione islamica, essa compare in Guinea Bissau già intorno all’XI secolo, diffondendosi rapidamente. Con l’arrivo dei Portoghesi, i Guineensi sono invece venuti a contatto con il Cristianesimo.

Etnie

Tra le varie etnie presenti nel Paese, i Balanta sono il gruppo numericamente più rappresentato. Essi sono prevalentemente dediti all’agricoltura e sono specializzati nella coltivazione dell’anacardio e del riso. Il lavoro nelle risaie coinvolge tutti i componenti del villaggio ed ognuno assume un ruolo specifico e determinante per la buona riuscita del raccolto.

Un’altra etnia importante è quella dei Bijagó, che vivono prevalentemente nell’arcipelago omonimo (vedi “Andare alle genti”, 3-4; 5-6, 2016).

Nella zona di Empada troviamo i Biafada, che sono musulmani; mentre in quella di Bor sono presenti i Pepeis.

I Fula sono tra i gruppi etnici più conosciuti in tutta l’Africa. In Guinea sono per la maggior parte allevatori. Ad essi si deve l’introduzione e la diffusione della religione islamica in Africa Occidentale.

I Meticci discendono quasi tutti dagli abitanti di Capo Verde o da unioni tra Guineensi e Portoghesi.

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UN FUTURO DA REALIZZARE…

La giovinezza, dunque, è innanzi tutto quella fase della vita che ogni persona attraversa e che ogni generazione reinterpreta in modo unico ed originale, perché nel frattempo il mondo è cambiato, la storia è cambiata, il quadro dei riferimenti è cambiato, l’habitat è cambiato.

È forse la caratteristica più misteriosa della vita quella di ricominciare sempre di nuovo, ringiovanendosi e rinnovandosi costantemente, prima ancora che nel bene o nel male: la vita è, la vita vive. Deve essere chiaro a tutti che coloro che sono giovani in questo momento sono assolutamente diversi da coloro che sono stati giovani in epoche precedenti, come i genitori o gli educatori. Nessuno può illudersi di essere giovane “due volte” o di poter rimanere giovane per tutta la vita. La giovinezza è unica e irripetibile.

Significativo e attuale suona ancora oggi l’intenso messaggio con cui il Concilio Vaticano II, concludendo i lavori l’8 dicembre 1965, si rivolgeva ai giovani: la Chiesa è consapevole di possedere “ciò che fa la forza e la bellezza dei giovani: la capacità di rallegrarsi per ciò che comincia, di darsi senza ritorno, di rinnovarsi e di ripartire per nuove conquiste”.

Infatti è proprio questa la luce costitutiva che i giovani (le persone che hanno dai 16 ai 29 anni) hanno sempre dalla loro parte, in qualsiasi epoca storica e in qualsiasi latitudine: la forza di cominciare, di rinnovarsi, di ripartire.

La giovinezza, dunque, è innanzi tutto quella fase della vita che ogni persona attraversa e che ogni generazione reinterpreta in modo unico ed originale, perché nel frattempo il mondo è cambiato, la storia è cambiata, il quadro dei riferimenti è cambiato, l’habitat è cambiato.

Ciò significa che chi è giovane oggi è chiamato ad affrontare nuove sfide, nuovi pericoli, nuove opportunità. Rispetto al passato ci sono certamente profonde analogie ma ancora più marcate sono le differenze. Incertezze e insicurezze esistono sempre, ma non sono più le stesse, così pure le fragilità e le vulnerabilità, i limiti e gli ostacoli.

… nessuno conosce veramente l’identità dei giovani attuali, né sappiamo a chi possiamo chiederlo e chi possa darci la risposta giusta.

Benché la Chiesa confermi sempre di essere “esperta in umanità”, essa si mostra comunque umile e bisognosa di approfondimento, attraverso appositi “questionari”, centri di ascolto e di monitoraggio, per capire chi sono e che cosa vivono i giovani di oggi. Perché il punto è proprio questo: nessuno conosce veramente l’identità dei giovani attuali, né sappiamo a chi possiamo chiederlo e chi possa darci la risposta giusta. Di sicuro siamo dinanzi ad un identikit plurale e differenziato, non riconducibile ad un unico profilo. Per questo è doveroso ascoltare direttamente i giovani in merito alle loro aspettative ed alla loro vita.

Gli stessi esperti del mondo giovanile sostengono che già da qualche decennio non esiste più una “condizione giovanile”, ma esistono solo i giovani che nella loro evidente frammentazione costituiscono più un “arcipelago”, un insieme di isole, che non un continente compatto e omogeneo. Ma questa osservazione preliminare vale ancora di più per le luci e le ombre che possiamo individuare: esse si riferiscono cioè soltanto a porzioni più o meno ampie della galassia giovanile, non all’intero universo dei giovani attuali.

Ci limiteremo pertanto a segnalare tre ombre e tre luci, avvertendo i lettori di non confondere il nostro tentativo di semplificazione con una visione dualistica e pregiudizialmente manichea della realtà giovanile, poiché essa si caratterizza più per le sue 50 sfumature di grigio che non per una comoda rappresentazione in bianco e nero.

La prima ombra che vogliamo denunciare rispetto ai giovani di oggi è l’ombra della relatività (o forse meglio del relativismo), il carattere di provvisorietà e di reversibilità delle loro scelte. È finito il tempo delle scelte definitive e dunque “per sempre”. Ogni scelta è fluida e precaria. Prevale lo slogan: “Oggi scelgo questo, domani si vedrà!”

Una terza luce è il gusto per le cose belle, la voglia di creatività, la cura del proprio corpo, una nuova responsabilità ecologica, il piacere di viaggiare, la riscoperta del pellegrinaggio, la sensibilità per le esperienze di vita contemplativa.

Una seconda ombra è quella di un arrendevole conformismo, una scarsa propensione al rischio, una mancanza di slancio altruistico, quasi una paura di “osare” a causa di un ripiegamento narcisistico su se stessi. Una terza ombra è quella che potremmo definire “apatia spirituale” che sembra essere la conseguenza di una secolarizzazione sfrenata che ha portato i giovani a vivere nell’indifferenza verso il trascendente, senza Dio e senza la Chiesa, come se la religione non esistesse, oppure si volesse ridurre ad un consumo privato e psicologico del sacro.

Ma lo scopo del presente contributo non è dipingere il panorama giovanile a tinte fosche poiché a queste ombre fanno da contrappunto alcune luci che ci restituiscono fiducia e speranza.

La prima luce da accendere è che siamo dinanzi ad una generazione che appare in grado di connettersi con il mondo, sia reale che virtuale, una generazione che sa usare le nuove tecnologie in chiave comunicativa arricchendo la propria esperienza di vita (anche se non mancano evidenti pericoli di degenerazione, come dimostrano, ad esempio, il cyber bullismo, il fenomeno della “balena blu”, o l’uso fuori controllo e davvero scellerato di internet).

Una seconda luce è la disponibilità (molto diffusa tra i giovani di oggi) ad impegnarsi in esperienze di volontariato, di cooperazione, di solidarietà, di gratuità, di sobrietà, di nuovi stili di vita, attraverso comportamenti alternativi e controcorrente.

Una terza luce è il gusto per le cose belle, la voglia di creatività, la cura del proprio corpo, una nuova responsabilità ecologica, il piacere di viaggiare, la riscoperta del pellegrinaggio, la sensibilità per le esperienze di vita contemplativa.

… il terreno della prova per capire verso quali valori di fondo i giovani di oggi stanno indirizzando le loro scelte è forse rappresentato soprattutto da quelle dimensioni della vita che sono al tempo stesso fondamentali e quotidiane…

Tuttavia, al di là delle ombre e delle luci che abbiamo appena cercato di evidenziare, la verità che più merita di essere considerata è come i giovani siano alla ricerca spasmodica di figure significative che possano rappresentare per loro un punto di riferimento.

Possiamo concludere che la cartina di tornasole, o il terreno della prova per capire verso quali valori di fondo i giovani di oggi stanno indirizzando le loro scelte è forse rappresentato soprattutto da quelle dimensioni della vita che sono al tempo stesso fondamentali e quotidiane: l’utilizzo del tempo e dei soldi, lo stile di vita e di consumo, lo studio e il tempo libero, l’abbigliamento ed il cibo, la vita affettiva e la sessualità.

Antonio Nanni

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Nello spezzare il pane…

Prime impressioni di suor Mercy, giovane MC keniana che oggi cammina con la gente della missione di Vilacaya, in Bolivia.

Per me la missione è un dono in cui mi si svela la presenza amorosa di Dio e sperimento profondamente che l’essere qui, tra questo Popolo, è un compito che Lui stesso mi ha affidato.

Per raggiungere Vilacaya (Bolivia) dall’Argentina, ho dovuto fare un viaggio lungo e faticoso, che durò all’incirca due giorni. Ma la mia determinazione ed entusiasmo sono stati decisivi per superare ogni fatica! Mentre oltrepassavo la frontiera dall’Argentina alla Bolivia, ho iniziato a sentire che era proprio questa la mia missione ed ero molto felice ed emozionata di poter arrivare in questo luogo. La prima sfida che ho dovuto affrontare è stata quella dell’altitudine, e per questo ho innalzato a Dio la mia preghiera chiedendo il suo sostegno. E posso affermare che grazie ad essa sto superando tante difficoltà e paure, nella certezza che il Signore è con me. Insieme alla preghiera, m’incoraggia anche il fatto di essere in una comunità di Sorelle, che mi hanno accolta con grande amore e fraternità.

Vilacaya è un luogo circondato da colline che si intrecciano tra di loro e, anche se hanno poca vegetazione e sono sassose, secche e fredde, sono di una bellezza inaudita. La gente di Vilacaya è molto accogliente, gentile, amabile e generosa. Sfortunatamente la Bolivia, in generale, da alcuni anni soffre le conseguenze del cambio climatico che ha provocato l’attuale crisi idrica; ciò sta portando molta gente ad emigrare.

Al momento mi dedico alla visita delle comunità di Vilacaya, insieme alle mie consorelle, e sento che la gente ci riceve con tanta gioia. Quando hanno saputo che io sarei rimasta con loro, sono stati molto felici, nonostante una volta una donna mi abbia chiesto: “Perché hai deciso di rimanere in Vilacaya dove il clima è così sfidante?” Ed io le ho risposto: “Perché mi piace tantissimo la gente di Vilacaya”. Ella ha sorriso ed è stata felice. In quel momento ho sperimentato che la nostra presenza in quella zona è un segno di consolazione e speranza per la gente.

Uno tra i tanti aspetti che caratterizzano questo Popolo è appunto quello dell’accoglienza, che si manifesta particolarmente attraverso l’invito a mangiare insieme, che per loro è un mezzo che aiuta a tessere relazioni, che porta all’accettazione e alla riconciliazione. È quindi una loro prassi quella di invitare a mangiare l’ospite dopo una visita, oppure i partecipanti ad una celebrazione. È un modo per esprimere apprezzamento, ospitalità e generosità. Questo gesto riporta alla mia memoria il passo biblico dei discepoli di Emmaus che avevano camminato con il Signore come fosse uno straniero, ma invitandolo a rimanere con loro per condividere la cena, hanno potuto scoprire la sua vera identità. Il fatto di condividere insieme il cibo con la gente è di per sé un momento sacro, nel quale Cristo si rivela a noi come a quei discepoli. Perciò io gioisco pienamente ogni volta che ho l’opportunità di condividere questi momenti insieme ai Vilacayani, giacché si spezza non solo il pane, ma è l’occasione per conoscerci ed arricchirci vicendevolmente.

Ammiro la loro organizzazione in comunità, dove si lavora seriamente per l’interesse comune e si protegge e cura la vita di ogni persona, prendendo sempre attraverso il dialogo, le decisioni da realizzare per ogni situazione. Riescono inoltre ad ampliare i loro circoli per dare il benvenuto ai visitatori, per proteggerli e prendersi cura di loro. Sono stata molto edificata un giorno che la polizia era entrata nella nostra casa, per verificare dove vivevamo e per fare le pratiche dei miei documenti. Quando essi entrarono nella nostra casa, molta gente si avvicinò per proteggerci, perché avevano pensato che qualcosa di grave fosse successo, e gli stessi poliziotti uscendo si sono meravigliati nel vedere tutta quella gente! Questo è stato un segno di quanto la gente ci ama, apprezza e protegge.

L’esperienza che sto vivendo mi aiuta a capire che essere missionaria della Consolata è una scuola continua di apprendistato dove imparo ad essere consolata dal Signore per poter consolare con quella stessa consolazione che da Lui ricevo. Sto imparando tante cose sia dalle mie consorelle più esperte di missione, che dalla stessa gente, che ha una cultura tanto bella e tanto ricca.

suor Mercy Mabuti, mc

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Il mio cammino con la Consolata

Testimonianza di una giovane keniana, in cammino con la Consolata

Sono cresciuta  in un villaggio sperduto nel cuore dell’Africa, rinchiuso tra campi e  colline e lo ritengo una benedizione. Lì ci eravamo solo noi, la natura e gli animali domestici e selvatici, e si  viveva  felici. Già presto al mattino sentivi un chiaccherio di chi si avviava   salutando; il fumo si alzava  in armonia da diverse case;  mamma si svegliava  presto per iniziare la sua giornata.

Io mi affrettavo a correre in chiesa per servire la Messa. Ero innocente. Mi ero unita ai chierichetti  a undici anni col solo pensiero di aiutare il Sacerdote quando si lavava le mani e per essere a sua disposizione se aveva bisogno di qualche cosa sull’altare o dalla sacrestia.

Mi piaceva stare in chiesa specialmente con i miei cugini e miei amici dell’Infanzia Missionaria  e di un altro gruppo. Nel fine settimana spendevamo tutto il giorno nei locali della parrocchia e naturalmente ci passavamo alla sera dopo la scuola. Che cosa ci attirava? Non lo sapevamo e non ce lo chiedevamo neanche, ma eravamo sempre in parrocchia ogni sabato per pregare il rosario con gli animatori dell’Infanzia Missionaria. Non conscevamo l’Australia o l’Asia ma pregavamo per tutti i continenti.

Sono cresciuta conoscendo che Maria è la madre di Gesù e che ogni volta che pregavamo il rosario era contenta di noi e avrebbe chiesto a Dio di rispondere alle nostre preghiere. Amavo la Madonna tanto tanto. I suoi occhi misericordiosi, la tenerezza del suo volto mi attiravano.

Anche in casa, mia mamma aveva praticamente fatto diventare un santuario della Madonna la stanza di soggiorno, con le varie immagini della Madonna che vi erano appese. Qualche volta seduta sul sofà me ne stavo lì a gurdarle. Sapevo che era presente e ci proteggeva, intercedeva per noi. Provavo una gioia interiore ogni volta che pregavo il rosario.

Ero interessata a conoscere di più chi fosse la Madonna e il mio interesse divenne realtà quando nel 2008 entrai nella scuola secondaria  a Wamba tenuta dalle suore Misisonarie della Consolata. Là è dove ho posto le mie radici spirituali. Ho imparato tanto dalle tre suore che dirigevano la scuola nelle diverse attività: Suor Carletta Bondi, suor Anna Lucia Piredda e Suor Cesarina Mauri.  Lavoravano insieme senza sosta per il ben di ciascuna di noi e sapevano pregare.

Vedevo spesso suor Anna Lucia pregare il rosario mentre camminava su e giù per i corridoi o nel territorio della scuola. Lei era convinta del potere che il rosario aveva presso Dio. Negli incontri di Azione Cattolica, insisteva perché fossimo oneste e facessimo sempre il bene. Io la incontravo personalmente nel suo ufficio per essere da lei guidata. Mi ha aiutata a crescere nel bene, a sperare e a vedere il bene in tutti. Era come una mamma per me. Mi parlava molto della Consolata come Madre e il mio amore per la Madonna Consolata si approfondiva. Gradualmente venni a capire il vero significato del nome  Consolata.

Nel mio tempo libero visitavo la cappella e mi siedevo a guardare mia Madre e lei si rivelava a me nel silenzio. Pensavo alle misionarie presenti e passate e ai sacrifici che avevno fatto per portarci la buona notizia di consolazione fino ai più remoti angoli della brughiera, rispondendo ad  una chiamata, e mi chiedevo: “Se queste misisonarie non fossero venute avrei io potuto conoscere Gesù? Saprei il significato di consolazione?”  A volte mi veniva da piangere ripensando a suor Leonella Sgorbati, morta perché voleva consolare e confortare la gente così come Maria e Gesù. Pensavo anche a tanta gente sulla terra che sta soffrendo. Persone  oppresse, senza speranza, nelle tenebre. Allora desideravo di poterle raggiugere e parlare loro della Consolata, nostra madre. Dire loro che c’è Consolazione, che qualcuno pensa a loro e li ascolta. Volevo uscire dalla cappella e e raggiungere le terre più lontane per parlare della Consolazione.

Così dissi a suor Anna Lucia: “Io voglio farmi suora”. Lei, guardandomi fissa negli occhi,  mi rispose con un sorriso: “Per adesso impegnati a studiare. Dio si prende cura del resto fino a che arrivi il tuo tempo” .

Incominciai a frequentare le giornate di ritiro al centro di Spiritualità di Gitoro. Nel silenzio scoprii che c’è più gioia nel dare che nel ricevere; che portare Gesù Vera Consolazione richiede sacrificio. L’esempio di Maria che accettò la chiamata a portare la Consolazione al mondo e si fidò completamente di Dio, mi fu di aiuto a decidere che cosa volevo per la  mia vita. Incominciai a vedere che cosa ero disposta a lasciare per poter fare ciò che davvero desideravo.

Quando lasciai la scuola ero una persona che aveva ricevuto molto per la  mia vita. Posso affermare che nelle difficoltà, nelle sfide, nei dolori ho sempre saputo come affrontarli e consolare me stessa e gli altri attorno a me. Io ero sicura che mia Madre Maria era sempre presente per aiutarmi.

Era mio desiderio trovare il modo di far sentire a molta gente  l’amore di Dio e attraverso il mio talento musicale potevo raggiungere la gente attraverso le mie esecuzioni, ma non ero soddisfatta. Sentivo il bisogno di fare di più per confortare la gente, di essere più vicina a loro.
Oggi sono felice mentre, passo dopo passo, sto entrando a far parte della famiglia della Consolata per portare luce e consolazione al nostro mondo. Gli esempi di suor Anna Lucia che mi è stata maestra di preghiera e guardando a Maria come alla nostra consolatrice e tenera madre che sempre ascolta i suoi figli, a suor Leonella che mi ha insegnato ad amare il vangelo e ad esser pronta a donare la vita come ha fatto Gesù, alla Beata Irene che ha piantato in me i semi dell’umiltà e della carità, e a tutte le suore missionarie della Consolata che  hanno seminato in me i semi della speranza, del coraggio e del sacrificio sento che sono luce sul mio cammino.

Per me “Consolazione” è una chiamata ad amare e a servire  perchè ho sperimentato l’abbondanza dell’amore di Dio nel mio cuore. Il servizio è conseguenza dell’amore. Accettare le diversità, vede-re del buono in ognuno, prendersi cura di chi ha bisogno, dare il meglio di noi stesse perché la gran-dezza è misurata dal modo con cui trattiamo gli altri, è questo che definisce “consolazione” per me.

Winnie Joan Naanyu, Ex Studente di: St. Teresa Girls Secondary School, Wamba, Kenya

 

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TRASFORMARE IL MALE IN BENE…

Il coraggio di Ester sarà salvifico: il decreto di sterminio, già firmato, non può essere revocato, ma il re autorizza gli ebrei a difendersi dall’imminente attacco.

Studiose e studiosi l’hanno paragonata a Cenerentola. Anche Ester, infatti, è una giovane orfana che, con il matrimonio, viene inaspettatamente riscattata dalla miseria e dal silenzio. Ma se l’eroina delle fiabe ha pochi meriti personali (tranne che nella versione dello scrittore inglese Roald Dahl), la ragazza docile, obbediente e silenziosa della Bibbia ne ha da vendere. Capace, come sarà, di trasformarsi in colei che salverà il suo popolo dalla morte.

La storia, che si svolge nell’impero persiano durante la diaspora, è nota. Al termine di lunghissimi festeggiamenti, il potente re Assuero/Artaserse “che regnava dall’India fino all’Etiopia sopra centoventisette province” (Ester 1,1) invita a partecipare alla festa anche la moglie Vasti. La donna, però, rifiuta di presentarsi. Espulsa dalla corte (il suo no viene letto come un affronto), viene sostituita da Ester, scelta tra le più belle vergini del regno. La ragazza è ebrea, ma non lo dice. La sua identità verrà tenuta nascosta fino a quando Mardocheo (un suo parente), venuto a conoscenza di un complotto ordito dal visir Aman per sterminare gli ebrei, chiede alla regina di intercedere per il proprio popolo. Il rischio è molto alto, ma lei accetta. Il coraggio di Ester sarà salvifico: il decreto di sterminio, già firmato, non può essere revocato, ma il re autorizza gli ebrei a difendersi dall’imminente attacco. E onde evitare che si dimentichi la minaccia scongiurata, da Ester e Mardocheo viene fissata una festa annuale, Purim, che tutto Israele dovrà celebrare di generazione in generazione fino alla fine dei tempi.

Protagoniste del racconto sono dunque due regine. L’una, Vasti, è una figura per nulla delineata nel racconto: sappiamo solo che il re decide di convocarla “per mostrare al popolo e ai capi la sua bellezza” (1,11). Possiamo immaginare che la regina abbia rifiutato – con estremo coraggio – di farsi trattare come un oggetto, come trofeo da mostrare al pubblico. E se questo atteggiamento maschile, nella mentalità del tempo (e non solo!), poteva essere considerato normale, decisamente non normale è il no della donna. Il colpo di scena è forte. È un rifiuto inconcepibile nella dinamica tra maschile e femminile, tra potere e sottomissione. Ma è, al contempo, un rifiuto necessario ai fini della storia d’Israele: è grazie al no di questa donna, infatti, che può avverarsi la salvezza per un intero popolo a rischio di sterminio. Vasti esce dunque di scena in silenzio, con estrema dignità. Si ritroverà sola, ma non piegata.

Il colpo di scena è forte. È un rifiuto inconcepibile nella dinamica tra maschile e femminile, tra potere e sottomissione. Ma è, al contempo, un rifiuto necessario ai fini della storia d’Israele: è grazie al no di questa donna [la regina Vasti], infatti, che può avverarsi la salvezza per un intero popolo a rischio di sterminio.

L’altra protagonista è Ester, il cui omonimo libro insieme a quello di Rut e di Giuditta compone una trilogia di racconti sapienziali dal nome di donna. Ester è per definizione “la nascosta”, perché questo significa in ebraico il suo nome, ma lo è a tanti livelli.

Ester, innanzitutto, vince e passa alla storia non perché è la regina di Persia (come si potrebbe inizialmente pensare), ma perché è la regina d’Israele. Figura misteriosa anche perché priva di padre e di madre, è proprio la sua condizione di orfana a darle una funzione messianica, quasi un Mosè in versione femminile, come tanti hanno sottolineato.

Nascosta non è solo Ester: un’altra caratteristica del racconto ebraico, infatti, è l’assenza di Dio. E se tale assenza è stata fonte delle più varie interpretazioni, ci piace pensare che ciò non significhi che Dio non ci sia, ma che Egli è nascosto: sta a noi cercarlo nei nomi, nelle parole e nella storia che viene raccontata.

Entrata in Carmelo per offrire la sua vita a Dio, Edith Stein la offrì anche per il popolo ebraico. Esattamente come fece Ester. “Non posso fare a meno di tornare sempre a pensare alla regina Ester, che fu presa dal suo popolo per intercedere davanti al re in favore del suo popolo – scrive Teresa Benedetta della Croce –. Io sono una piccola Ester, molto povera e impotente, ma il Re che mi ha scelto è infinitamente grande e misericordioso”.

Una storia che ha al centro un nodo fondamentale per l’umanità: salvare se stessi o salvare gli altri? E, nello specifico, tentare di salvare gli altri anche quando questo potrebbe significare condannare se stessi? Mardocheo coglie il nocciolo della questione quando va ad implorare l’aiuto della regina: “Non dire a te stessa che tu sola potrai salvarti nel regno, fra tutti i Giudei” (4,12). Sarebbe stato difficile colpevolizzare una ragazza spaventata dinnanzi a un compito tanto rischioso, ma il coraggio apparentemente inaspettato è qualcosa che le donne imparano presto a conoscere. Certo, la domanda successiva di Mardocheo parrebbe voler riportare Ester nell’ambito di un disegno divino (“Chi sa che tu non sia diventata regina proprio per questa circostanza?”: 4,14), ma la scelta se dire sì o no è un’opzione possibile. Un’opzione che in realtà Ester nemmeno contempla: dopo tre giorni di digiuno, a cui chiama tutto il popolo, rende nota la sua scelta. “Contravvenendo alla legge, entrerò dal re, anche se dovessi morire” (4,16). Il finale non è certo, la sua scelta sì.

Tra le donne che si sono ispirate a Ester ci piace ricordare la filosofa carmelitana morta ad Auschwitz. Un anno prima di finire in una camera a gas, infatti, Edith Stein scrisse per lei un componimento poetico intitolato Dialogo notturno. Entrata in Carmelo per offrire la sua vita a Dio, Edith Stein la offrì anche per il popolo ebraico. Esattamente come fece Ester. “Non posso fare a meno di tornare sempre a pensare alla regina Ester, che fu presa dal suo popolo per intercedere davanti al re in favore del suo popolo – scrive Teresa Benedetta della Croce –. Io sono una piccola Ester, molto povera e impotente, ma il Re che mi ha scelto è infinitamente grande e misericordioso”.

Ester è il prototipo delle grandi cose realizzate, con caparbia e coraggio, nel silenzio.

Piccola sorgente che divenne un fiume” (10,3), la definisce Mardocheo nella Bibbia. È probabilmente l’immagine che meglio coglie il messaggio, ancora attualissimo, di questa storia. Ester è il prototipo delle grandi cose realizzate, con caparbia e coraggio, nel silenzio. Umile (“Detesto l’insegna della mia alta carica, che cinge il mio capo nei giorni in cui devo comparire in pubblico”: 4,17) e semplice, prima nascosta e poi combattente, questa ragazza diventa donna muovendosi negli intrighi dei palazzi, uscendone trasformata per sé e per il suo popolo. Così, capace di trasformare il male in bene.

GIULIA GALEOTTI

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Giovani coreani, studiosi e amanti della bellezza

Uno sguardo alle nuove generazioni della Corea del Sud

Di quali giovani parlare? Qui le cose cambiano rapidamente: chissà che tipo di giovani avremo fra 10 anni! Chi ha più di 50 anni, quando era giovane, ha dato tutto per il “miracolo economico” della Corea. I 40enni sono gli eroi della lotta contro la dittatura militare. I 30enni hanno avuto la vita più facile: la nazione era diventata ricca e le famiglie molto piccole. I 20enni hanno avuto la vita ancora più comoda ma adesso fanno fatica a trovare un lavoro e spesso rimandano matrimonio e figli perché l’economia non tira più come prima. Chi ha meno di 20 anni è sicuramente cresciuto con un telefonino in tasca e il computer davanti al naso.

Però, c’è un’esperienza che li accomuna tutti, e per quanto ne so, lo stesso capita per i Paesi di cultura confuciana (Cina, Giappone, Taiwan, Singapore, Hong Kong): la scuola!

Fino all’asilo i bambini possono fare quello che vogliono, nessuno li rimprovera. Ma dalla prima elementare vengono “intruppati” nel sistema e da quel momento è solo studiare, studiare e studiare. E fare tutto il possibile per essere ai primi posti. Qui l’educazione è intesa così: “L’allievo è un contenitore vuoto che deve essere riempito dal maestro!”. E la scuola normale non basta. Appena finito si va alle cosiddette “Accademie” per approfondire Inglese, Matematica, Piano, ed altro. È normale per uno studente coreano uscire di casa al mattino alle 7 e ritornare alla sera alle 10 o alle 11.

Molti anni fa, durante le mie prime esperienze di confessione in coreano, avevo capito che quando mi parlavano in modo comprensibile erano peccati normali, quando invece parlavano difficile con molti vocaboli di origine cinese erano cose grosse. Un giorno venne una ragazza e mi disse: “Io sono ko sam!”. Per stare sul sicuro le dissi: “Quella roba lì non farla mai più”! Che errore! Anche il più sprovveduto dei Coreani sa benissimo che ko sam vuol semplicemente dire: “Sto frequentando il terzo anno delle superiori e mi preparo all’esame di entrata all’università per cui non esco di casa, non vado con gli amici, non vado a Messa, e dal mattino alla sera solo studio!!!”. Dal mattino alla sera è un eufemismo: sulle pareti di molte scuole c’è questa scritta: “Più di 4 e non ce la fai!” Cioè: “se dormi più di 4 ore per notte quando prepari questo esame non ce la farai a passarlo!”.

Questo esame determina tutta la tua vita futura, chi sarai, quanto guadagnerai, che amici avrai. Accedere a una università di prestigio è come entrare in un club esclusivo, e indipendentemente dai risultati e dalle materie scelte, i membri della stessa università si aiutano tra loro, ti assumono nella loro ditta, ti aiutano a far carriera.

Tutta questa pressione e competitività, a cui si è aggiunto di recente il fenomeno del bullismo, è spesso causa di un grande numero di suicidi tra i giovani.

Ma non dimenticate che i giovani che escono da queste scuole saranno poi i dirigenti della Samsung, LG, Kia, Hyundai. E che questi giovani così legati alla loro terra e cultura diventeranno quegli imprenditori che non esitano un attimo a trapiantare la loro piccola azienda, se qui non è più competitiva, in Cina, Indonesia o America Latina.

 

Vincenzo, missionario oblato di Maria Immacolata, italiano, che lavora molto nel sociale, mi parlava dell’emergenza nascosta di almeno 200.000 ragazzi scappati di casa e mi descriveva la tipologia delle varie epoche. Un tempo c’era la generazione del “doposcuola”: ragazzi poveri che avevano bisogno di essere aiutati con lo studio per uscire dalla povertà. Quando la società si è arricchita, è arrivata la generazione del “rifugio”: ragazzini che magari scappavano di casa per conflitti familiari, ma ancora capaci di ascoltare l’autorità e di farsi aiutare, solo cercavano un rifugio (shelter) dove poter stare. Adesso c’è la generazione del “telefonino”: per loro è importante solo il momento presente. Perché studiare o sforzarsi di migliorare? Adesso vivo e il mio orizzonte è quello che posso godere in questo momento! Sì, questa è l’emergenza, ma non è lontanissima dal sentire del giovane medio.

I giovani coreani amano lo sport, e il baseball, che è lo sport più popolare, riempie gli stadi. Sono molto popolari le bands di teenagers che cantano e ballano, per non parlare delle telenovelas e dei film locali. Questi cantanti e attori sono popolarissimi anche nel resto dell’Asia, tanto che è stata coniata una nuova parola: Hallyu, cioè l’onda culturale coreana che si spande per l’Asia. E non dimentichiamo il Karaoke (qui si chiama Norepang!), uno dei divertimenti più popolari in Corea. E, in questo momento, quello che corrisponde alle nostre pizzerie sono i ristorantini di pollo fritto e birra, sempre pieni di giovani universitari.

In Italia tutti sono orgogliosi di sfoggiare la tintarella. Le ragazze coreane invece no. La sfida è essere più bianche delle altre. E allora quando splende il sole tutte in giro con l’ombrellino o un cappello a larghissime tese. E poi creme sbiancanti e creme antisolari. La bellezza qua è un valore importante, quindi le vedrete sempre truccate in modo impeccabile. Dal resto dell’Asia vengono in Corea per fare shopping di cosmetici locali che sono molto rinomati. E non parliamo della chirurgia plastica: molte volte il regalo dei 18 anni o per aver passato l’esame di ammissione all’università è proprio un ritocchino al naso, al mento o agli occhi!

E in Chiesa? Purtroppo adesso sembra di essere in Europa: i giovani sono molto rari. Fino al 2000 non era così. Ma poi, va’ a sapere, la denatalità (che è peggiore di quella italiana), il benessere o forse “la notte della cultura occidentale” è arrivata anche qui. Sta di fatto che dal 2000 le vocazioni religiose, una volta abbondanti, sono crollate drammaticamente, e anche quelle per il sacerdozio diocesano stanno mostrando segni di crisi.

Ma mai disperare, i Coreani possono essere tutto e il contrario di tutto, questo popolo ha fatto stupire il mondo in più di una circostanza, e sono sicuro che i nostri giovani sicuramente ci stupiranno!

P. Giampaolo Lamberto, IMC

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Fatima: una profezia che continua

Nell’introduzione alla pubblicazione della terza parte del cosiddetto “Segreto di Fatima”, voluta da Papa Giovanni Paolo II nel 2000, l’allora Segretario della Congregazione per la Dottrina della fede, mons. Tarcisio Bertone, affermava: “Fatima è senza dubbio la più profetica delle apparizioni moderne”.

Il “segreto” è il contenuto della rivelazione fatta dalla Madonna ai tre pastorelli il 13 luglio 1917, che i bimbi tennero celato, su indicazione della stessa Vergine; soltanto nel 1941, Lucia, ormai suora, per concessione celeste e obbedienza al Vescovo, ne descrisse nelle sue Memorie le prime due parti: ad una rapidissima ma terrificante visione dell’inferno, seguirono la richiesta, da parte di Maria, della devozione al suo Cuore Immacolato, la previsione di un conflitto sanguinoso e degli effetti disastrosi causati dal diffondersi dell’ateismo in Russia e nel mondo intero.

La terza parte, invece, fu messa per iscritto (e chiusa in una busta) da Lucia, il 3 gennaio 1944, sempre in obbedienza alla Madonna e al Vescovo di Leiria. Nel 1957 il Vescovo la trasmise in busta sigillata all’Archivio segreto del Sant’Ufficio e segreta rimase fino al 2000, quando, come si è detto, Giovanni Paolo II decise di renderla pubblica: si trattava della visione impressionante di un angelo dalla spada infuocata che esortava alla penitenza e di un “Vescovo vestito di bianco” – che i tre pastorelli intuirono essere il Papa – che insieme ad altri Vescovi, sacerdoti e religiosi, saliva su una ripida montagna verso una grande croce, avanzava carico di sofferenza (che i bimbi avvertirono con profonda intensità) tra mucchi di cadaveri e, giunto presso la croce, veniva ucciso, insieme a molti religiosi e laici.

La segretezza di cui è stata circondata questa rivelazione e la cautela con cui la Santa Sede ha deciso di diffonderla risultano comprensibili alla luce della drammaticità del suo contenuto, tanto più dopo l’attentato di cui fu vittima Giovanni Paolo II, il 13 maggio 1981, proprio il giorno in cui ricorreva il 64° anniversario della prima delle sei apparizioni della Madonna a Fatima. Il Papa stesso, nella prima udienza generale successiva al tragico evento, il 7 ottobre, espresse la sua gratitudine alla Vergine, dichiarando di aver avvertito la sua straordinaria protezione che si era “dimostrata più forte del proiettile micidiale” e donò al Santuario di Fatima uno dei proiettili che lo avevano colpito, ora incastonato nella corona della Vergine.

Seppure profondamente significativo, questo “segreto” ha finito per divenire oggetto di una curiosità morbosa, alimentata dal sensazionalismo dei media, e per acquistare un’eccessiva rilevanza rispetto alle altre apparizioni, tanto da essere identificato quasi con il messaggio stesso di Fatima. Non solo: ancora in tempi recenti sono state riproposte assurde ipotesi catastrofiche o “complottistiche” (come quella dell’esistenza di un “quarto segreto” che la Chiesa vorrebbe tenere celato perché scottante), benché, in occasione della divulgazione del “segreto”, l’allora cardinal Ratzinger, in qualità di Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, ne avesse offerto un illuminante commento teologico e avesse chiarito il significato di quell’annuncio di sofferenza per il Papa e la Chiesa. Egli aveva spiegato che “profezia”, in senso biblico, “non significa predire il futuro, ma spiegare la volontà di Dio per il presente e quindi mostrare la retta via verso il futuro”: il profeta è colui che, per uno speciale dono divino, “viene incontro alla cecità della volontà e del pensiero e chiarisce la volontà di Dio come esigenza ed indicazione per il presente”. Il carisma profetico si può quindi accostare al dono di leggere i “segni dei tempi”, valorizzato dal Concilio Vaticano II, per cui la finalità delle “visioni private” come quelle dei pastorelli di Fatima – importanti ma essenzialmente differenti dall’unica e definitiva Rivelazione di Dio in Cristo, alla cui luce vanno lette e interpretate – è “aiutarci a comprendere i segni del tempo e a trovare per essi la giusta risposta nella fede”.

Questa interpretazione del “terzo segreto” aiuta a recuperare la profondità della dimensione profetica delle apparizioni di Fatima, preservandole da letture riduttive che rischiano di banalizzarne il messaggio.

 

Sulla stessa linea si pone il libro di don Franco Manzi, Fatima, teologia e profezia, frutto di uno studio ampio e documentato, pubblicato quest’anno dalle Edizioni San Paolo. Egli offre una lettura delle visioni di Fatima in chiave profetico-apocalittica, cioè ne analizza criticamente il linguaggio simbolico, tipico delle profezie e apocalissi bibliche, e insieme tiene conto dei condizionamenti culturali e delle capacità di comprensione dei tre piccoli veggenti. Alla luce di questa interpretazione, gli stessi aspetti terrificanti o minacciosi delle visioni dei pastorelli risultano strumenti di cui lo Spirito Santo si serve per suscitare una risposta di conversione ed indirizzare al discernimento, poiché – scrive Manzi – “il fine della visione profetica di minaccia è che essa non si realizzi”.

L’esortazione alla conversione, peraltro, è rivolta all’intera comunità dei credenti, perché le visioni profetiche, a differenza di quelle mistiche, non riguardano in primo luogo l’esperienza spirituale del veggente “ma sono primariamente finalizzate a comunicare un messaggio divino alla Chiesa in vista della sua edificazione”. Nello specifico, il messaggio di Fatima contiene un richiamo rivolto, attraverso l’amorevole mediazione di Maria, alla Chiesa universale – anche se in prima istanza si rivolge alla Chiesa portoghese – ad una conversione permanente, alla penitenza, alla preghiera e all’impegno di discernimento.

Si recupera in tal modo il valore ecclesiale delle visioni di Fatima e, contemporaneamente, se ne coglie la perenne validità, come già affermato in più occasioni da Papa Benedetto XVI: la Chiesa, infatti, è chiamata a continuare fino alla fine dei tempi la sua opera di mediazione della salvezza offerta a tutti gli uomini – anche attraverso la sofferenza – e la lotta contro il male; inoltre, l’invito a discernere i segni dei tempi costituisce un compito irrinunciabile per ogni cristiano, chiamato, in virtù del Battesimo, a partecipare alla missione profetica di Cristo.

Così Franco Manzi sintetizza la specificità profetica dell’evento-Fatima: “il messaggio dell’amore divino per ‘tutto’ il mondo è stato tramesso dallo Spirito tramite Maria con uno stile di amorevolezza e condiscendenza materna per quel ‘frammento’ delicatissimo di mondo costituito dai tre bambini profeti”.

Paola La Malfa

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Vivaci, gioiosi, ricchi di energia

Suor Florence ci racconta come sono i giovani tanzaniani

Lavorando con i giovani della diocesi di Iringa, Tanzania, non si può fare a meno di constatare la forza delle parole di Papa Francesco contenute nel suo messaggio per la Giornata Mondiale Diocesana della Gioventù, laddove egli dice ai giovani che la Chiesa e la società hanno bisogno del loro coraggio, dei loro sogni e ideali. Per questo motivo la Chiesa cattolica del Tanzania considera i giovani come la Chiesa di oggi in processo di crescita e un segno di speranza per il futuro.

Attraverso il mio apostolato con i giovani, che consiste in un dare e ricevere scambievole e gioioso, posso testimoniare che il mondo dei giovani è pieno di sogni, di speranze, di rischi e di sfide ai quali solo la fede in Dio può dare la migliore risposta. Con questa consapevolezza, la Chiesa cattolica ha dato vita ad una organizzazione che si prende cura dei giovani nelle parrocchie, nelle scuole primarie e secondarie e nelle Università. A tutti questi livelli si può trovare del materiale adatto per l’insegnamento. Così, ad Iringa, noi stiamo lavorando come team nell’Ufficio diocesano per tutti gli studenti delle scuole secondarie e delle Università, dando priorità alla loro formazione umana e spirituale.

 

Incontriamo i giovani a scuola durante l’insegnamento della religione, durante le vacanze organizziamo incontri per loro e per il restante tempo essi sono coinvolti nei gruppi giovanili delle loro parrocchie. I giovani rispondono numerosi agli incontri organizzati per loro, con l’obiettivo di divenire ambasciatori di Cristo verso i loro coetanei. Oltre ad ascoltare conferenze su argomenti scelti molto accuratamente per loro, i giovani hanno un tempo in cui possono condividere la loro fede, così come loro la intendono.

Tutto ciò è molto interessante, perché i giovani fanno uso della Bibbia, citano il catechismo della Chiesa cattolica e, quando non raggiungono una risposta comune alle loro domande, interpellano i loro istruttori.

Una qualità che mi colpisce in loro è la pazienza. È davvero ammirevole il constatare come essi sanno attendere pazientemente quando qualcosa che desiderano non è disponibile al momento. In particolare quando il cibo non è pronto, essi si affacciano alla cucina per dire “pole”, cioè “mi dispiace che accada questo”. Questa bella attitudine è comune e molto presente in loro anche in altre circostanze.

Un’altra bella caratteristica è la generosità di quelli che tra di loro sono più abbienti, i quali percepiscono come una chiamata quella di aiutare i loro compagni che possiedono di meno.

In una scuola secondaria femminile, le ragazze si misero d’accordo con i proprietari del piccolo bar-ristorante, perché vendessero alle loro compagne più povere gli alimenti ad un prezzo abbordabile. I proprietari accettarono, vedendo il buon cuore e l’interessamento delle giovani per le loro compagne più bisognose.

I nostri giovani sono inoltre i primi a promuovere vocazioni religiose a scuola e sul lavoro. A questo scopo formano dei gruppi vocazionali, dove si prega per tutti i religiosi e, in particolare, si incoraggiano i giovani a fare questa scelta di vita.

I giovani incontrano, anche, sul loro cammino varie sfide. Quella più grande è l’instabilità dovuta alle molte attrazioni che il mondo della globalizzazione offre loro, per cui perdono molto del loro tempo dedicandosi a internet, ai vari chatting e radunandosi in club. Quelli che abitano nei villaggi invece si danno all’alcool, facendo divenire la Chiesa la seconda opzione.

I media influenzano molto i giovani nel loro modo di vestire ed in altre abitudini che non coincidono con la loro cultura, cosicché quando si ricordano loro i valori della fede, della morale, delle virtù cristiane e quelle della loro stessa cultura, alcuni non si lasciano convincere, temendo di essere considerati un po’ arretrati rispetto alle mode vigenti.

Riguardo la liturgia, essi pongono molta energia e interessamento nel cercare di introdurre i loro riti tradizionali in essa, ma ciò va a volte a scapito della serietà della liturgia stessa o è frutto di ignoranza. Ci sono altre credenze che interferiscono con la vita dei giovani e, per timore di andare contro le loro tradizioni culturali, essi finiscono per esserne condizionati. Alcuni sanno ciò che è giusto e ciò che invece è sbagliato, ma restano influenzati da credenze locali come stregonerie, maledizioni e rituali che non sono secondo la fede cristiana. Pochi di loro hanno il coraggio di trascurare queste credenze e affrontare le sfide della fede cristiana.

Un altro motivo di frustrazione per i giovani è la difficoltà, per alcuni, di non poter pagare le rette scolastiche oppure di non trovare un lavoro, al termine dei loro studi. Questo li tiene lontani dalla vita di società e anche dalla partecipazione a gruppi di giovani della loro età.

Per concludere, voglio sottolineare che i giovani tanzaniani sono generalmente vivaci, felici, con energie positive che fanno amare loro le danze e i canti ogni volta che si raggruppano tra di loro. Non importa il numero, la loro presenza si fa sempre sentire. È molto incoraggiante e motivante trovarsi insieme a loro. Essi irradiano pace e speranza per la Chiesa di domani. In questo mondo tecnologico, pur non possedendo gli strumenti moderni più sofisticati, i giovani non indietreggiano nel tentativo di costruire una società migliore e di crescere nella loro fede.

La mia presenza di consolazione in mezzo a loro costituisce per me una grande gioia, soprattutto nello scoprire le loro capacità e potenzialità, nel camminare con loro, volendo loro bene, ascoltando le loro esperienze di vita, prendendomi cura della loro formazione umana e spirituale, infondendo in essi una profonda confidenza in Dio.

sr Florence Wanjico Njagi, mc

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CHE BELLA SIGNORA!

Il 13 ottobre di quest’anno si celebra il centenario dell’ultima apparizione della Madonna, la sesta, ai tre pastorelli di Fatima: Lucia dos Santos e i cuginetti Francesco e Giacinta Marto, tutti nati ad Aljustrel, minuscola frazione di Fatima. Come spesso accade, la Madonna scelse per le sue apparizioni un luogo povero e dimenticato, la Cova di Iria, una zona poco distante dal paese di Fatima, in Portogallo. I depositari dei suoi messaggi sono, anche questa volta, delle persone semplici, umili e illetterate.

La Vergine Maria apparve sei volte ai pastorelli, ogni 13 del mese, da maggio ad ottobre del 1917, (tranne che nel mese di agosto, perché i bambini vennero “imprigionati” dal Sindaco dal 13 al 15; la visione avvenne il 19) col rosario in mano e presentandosi come la Madonna del Rosario. Era un momento cruciale per l’Europa, devastata dalla prima guerra mondiale. Maria chiese ai pastorelli se volevano “offrirsi” a Dio per la pace del mondo e per impetrare la conversione dei peccatori, che tanto “offendono il Cuore di Gesù e il mio stesso cuore”. I pastorelli risposero senza esitare: “Lo vogliamo”. Nelle sue apparizioni Maria apriva sempre le sue mani e riversava sui pastorelli una luce intensissima, la luce stessa di Dio.

Durante l’apparizione solo Lucia aveva conversato con la “Signora”, Giacinta aveva sì udito le parole, ma non aveva parlato; Francesco non aveva neppure udito quello che la “Signora” diceva. “Da dove venite?”, le aveva chiesto Lucia. “Il mio Paese è il Cielo”, aveva risposto la bella “Signora”, chiedendo loro di tornare in quel posto sei volte di seguito.

Francesco aveva allora 9 anni; in molte delle situazioni delle apparizioni a lui toccò l’ultimo posto, ma mai si lamentò di questo, riconoscendo con semplicità la cosa come normale. Di poche parole, il pastorello ebbe nondimeno un grande influsso sull’atteggiamento delle due compagne, che lo vedevano serio e riflessivo in tutto, sempre pronto a scegliere le mansioni più umili.

Il suo carattere riservato gli faceva preferire di pregare da solo: spesso lasciava con una scusa le amiche e si ritirava in qualche luogo solitario, oppure in chiesa, vicino a “Gesù nascosto”, ove rimaneva ore ed ore a “pensare”, come lui stesso si esprimeva per indicare la preghiera. Ma a che cosa pensava il pastorello? “Io penso – diceva – a consolare Nostro Signore, che è afflitto a causa di tanti peccati”. Questa ansia di riparazione che si innestava su una natura così ben disposta alla compassione e al sacrificio, diverrà l’anima della vita spirituale di Francesco.

All’inizio del 1918 Francesco cadde gravemente ammalato, colpito dall’influenza detta “spagnola”. Verso i primi di aprile la sua salute peggiorò: volle confessarsi e ricevere la comunione. Lucia gli disse: “Francesco, questa notte tu andrai in paradiso; non dimenticarci”. “Non vi dimenticherò”, rispose egli debolmente.

Il giorno seguente lo passò pregando e chiedendo perdono a tutti. In tarda serata, improvvisamente disse alla mamma che lo assisteva: “Mamma, guarda che bella luce là, vicino alla porta…”. Poco dopo il piccolo pastorello di Aljustrel andò a contemplare in cielo quel “Gesù nascosto”, che aveva tanto amato in terra.

Giacinta, di appena 7 anni, era la più vivace dei tre bambini. Quando vide per la prima volta la S.Vergine, battendo le mani, esclamò, come fuori di sé: “Che bella Signora! Che bella Signora!”

L’apparizione del mese di luglio fu certamente quella che più si impresse nell’animo di Giacinta. Le parole della Madonna, che chiedeva sacrifici per i peccatori, e la visione dell’inferno nel quale essi cadono, polarizzarono tutti i suoi sentimenti e le sue aspirazioni. La bambina spensierata, giocherellona ed anche un po’ scontrosa, divenne da quel giorno riflessiva ed impegnata. Dopo le apparizioni, ella recitava il rosario lentamente, con grande attenzione, riuscendo ad ottenere, con il suo bel garbo, che tutte le sere fosse recitato anche in casa sua. Oltre alla preghiera, Giacinta si diede con grande impegno alla mortificazione, seguendo l’invito della Madonna. Ogni occasione era buona per fare sacrifici, come l’offerta della propria merenda ed anche del proprio pasto ad alcuni bambini poveri.

La visione dell’inferno l’aveva spaventata moltissimo: non per sé, che sapeva sarebbe andata in Paradiso perché la Madonna lo aveva promesso, ma per i peccatori. A volte esclamava: “Perché la Madonna non mostra l’inferno ai peccatori?… Se essi lo vedessero non farebbero più peccati e non vi cadrebbero”.

Già durante la malattia di Francesco, Giacinta era stata colpita dalla febbre spagnola. Ella tuttavia non fece pesare la propria infermità sui suoi cari, cercando di far convergere le loro attenzioni sul fratellino più grande di lei. Un giorno la pastorella disse a Lucia che la Madonna era venuta a visitarla nella sua stanzetta: “Ella mi ha detto che andrò a Lisbona, in un altro ospedale, che non rivedrò più né te, né i miei genitori e che, dopo aver sofferto molto, morirò da sola. Mi ha detto anche di non aver paura, perché ella stessa verrà a prendermi per il Cielo”. Giacinta, infatti, spirò a Lisbona il 20 febbraio del 1920.

Dopo quest’anno, dei tre pastorelli che avevano visto la Madonna, solo Lucia era rimasta su questa terra. A lei la Madonna, apparendole ancora una volta nel 1925, affidò il compito di diffondere nel mondo la devozione al suo Cuore Immacolato. Questa visione fu decisiva per il suo avvenire. Nel 1925 entrò fra le suore di Santa Dorotea e nel 1948 passò tra le Carmelitane Scalze di Coimbra, assumendo il nome di suor Maria del Cuore Immacolato, in omaggio alla missione a cui si sentiva chiamata. Lucia morì a Coimbra in tarda età, a 98 anni, nel 2005.

Come sappiamo, Francesco e Giacinta sono stati dichiarati santi, i primi bambini non martiri a salire sugli altari, il 13 maggio scorso. Anche per Lucia è stato avviato il processo di canonizzazione, la cui fase diocesana si è chiusa a Coimbra nel febbraio scorso.

di suor ANNAMARIA CERI

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