Quattro chiacchiere con… Suor Regina

Missionaria… al gusto di Dio! 

Ecco in queste righe la testimonianza di suor Regina Pozzebon, missionaria della Consolata che, per gravi motivi di salute, non è mai potuta andare in terre lontane, tuttavia, pur essendo immobilizzata su una sedia rotelle, è ugualmente riuscita a vivere in pienezza la sua vocazione missionaria.

Suor Regina, raccontaci un po’ di te e della tua vocazione.

Sono suor Regina Pozzebon e da 48 anni (quasi), sono Missionaria della Consolata. Sono di origine veneta, nata a Istrana (TV) nel dicembre del 1945. Sono entrata nell’Istituto delle Missionarie della Consolata nel 1967 e nel 1969 ho emesso la mia professione religiosa.

Sono entrata in questo Istituto missionario proprio perché ha la peculiarità di essere missionario ad gentes, cioè la missione di portare Gesù a coloro che ancora non lo conoscono.

Dentro di me c’era e c’è questo “fuoco”, questo pungente desiderio di far “conoscere Gesù” perché in Lui è nascosta la vera gioia, il senso della vita, il sentirsi amati per quello che si è. E sapere che nel mondo milioni di persone non conoscono ancora questo “Dio che ha tanto amato il mondo da dare il Suo Figlio” e questo Gesù che “mi ha amato e ha dato se stesso per me…!” perché la mia gioia sia piena, rimane per me un “tormento”, un pungolo, un desiderio bruciante. Ma le vie di Dio non sono sempre le nostre… e, per motivi gravi di salute, non sono mai potuta partire per “la missione”. Almeno in questo assomiglio al Beato Allamano, Padre e Fondatore della congregazione di cui faccio parte.

Dato che non sei mai partita per la missione “ad gentes”, come vivi la tua missionarietà in patria?

 La mia vocazione religiosa e la mia chiamata missionaria sono un tutt’uno, sono un’unica realtà avendo la loro origine nella chiamata di Dio, è Lui che mi ha scelta, è Lui che mi ha chiamata, amata, inviata. Ed è in questa relazione profonda con Gesù, relazione di “innamorati”, che si fa unità. La missione non è il mio “fare”, ma è una partecipazione alla missione stessa di Gesù: rivelare l’Amore del Padre per ogni creatura, che significa rivelare il mistero della salvezza: Dio vuole che tutti gli uomini siano salvi…, siano felici perché amati e salvati. E questa salvezza Gesù l’ha pagata a caro prezzo con la sua Incarnazione, vita, passione, morte e risurrezione.

È alla Luce della Croce di Cristo che vivo la mia missionarietà, ed è in questa luce, in questo Amore che anche il dolore, la malattia, l’essere in carrozzina da 22 anni trova senso, trova forza, trova “consolazione”, trova anche gioia profonda e indicibile nella fede e nell’amore. La malattia ridimensiona molte cose e, nella fede, la puoi scoprire come opportunità per crescere in una relazione d’Amore che ti riempie la vita. Dice s. Agostino: “Nessuno è felice come Dio e nessuno fa felice come Dio”.

Certo, la malattia provoca lacrime, fatica, angoscia, paura, solitudine, momenti di lotta e di ribellione, ma piano piano, guardando il Crocifisso, nella fede e nella fiducia nel Signore, scopri che quanto più si è scavati dal dolore tanto più si diventa contenitori della tenerezza e dell’Amore del Signore.

Per me la malattia è stata ed è uno strumento di grazia: io non sono la mia malattia, il mio limite, la mia fragilità. Tutto questo è strumento nelle mie mani e, nella fede, posso dire con san Paolo: “Mi vanterò ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo” (2Cor 12,9-10). La malattia non è diventata ostacolo alla mia vocazione missionaria, ma un modo diverso di partecipare alla missione di Cristo. Mi sento missionaria “al gusto di Dio”, come lui mi ha voluta… ed è la mia felicità! Nella mia condizione, raggiungo il mondo intero, l’umanità intera, ogni creatura.

Quali sono le tue attività di missionaria “a rotelle”?

 Quella principale che mi viene molto richiesta è l’ascolto delle persone. Ultimamente ho fatto “scuola di preghiera” per i “Giullari di Dio”; l’anno scorso ho seguito il musical “Chi sei tu” di circa 50 giovani che si sono impegnati nel realizzarlo lanciando il messaggio della misericordia e interpretando la parabola del “Figlio prodigo” in chiave moderna. Sono stati bravissimi!

Seguo il gruppo “Gente alla mano” formato da ex-allievi della “Scuola G.Allamano” (e non) che lavorano con varie iniziative per sostenere dei progetti missionari in Africa. Tra queste iniziative c’è il Presepe Vivente che vede un centinaio di figuranti e che ormai si “celebra” da 7 anni con l’intento di aiutare e far rivivere il mistero della Natività del Signore e nello stesso tempo raccogliere dei fondi per i progetti missionari. Seguo poi i Laici Missionari della Consolata nel Veneto (ci sono anche qui a Grugliasco, persone che condividono il nostro carisma nella vita quotidiana e nelle loro scelte).

Hai qualche desiderio?

 L’unico mio desiderio è quello di aiutare le persone a scoprire quanto sono amate, quanto sono preziose per Dio, quanto sono cercate per quello che sono… perché tesoro unico e dono per l’umanità. Come vorrei farle sentire amate perché senza amore non c’è vita, non si può vivere!

di Cristina Menghini

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Il significato di una presenza

le prime MC in Mozambico sul fiume Zambesi

Novanta anni fa, sette Missionarie della Consolata, per la prima volta nella loro storia, toccavano il suolo mozambicano.

Nessuna di loro superava i 30 anni di vita; una, poi, ne aveva appena 20. Era il 3 luglio 1927. Da sette, divennero, nel corso degli anni, venti, quaranta, settanta toccando un massimo di cento presenze in contemporanea, distribuite in sei province del Mozambico. Attualmente siamo una trentina, appartenenti a sei nazioni. La nostra età va dai quaranta ai novanta anni, vantando sorelle mozambicane sparse per il nostro mondo missionario. Spontanea la domanda: che cosa ha caratterizzato la nostra presenza in questo Paese che, dal nostro arrivo ad oggi, ha conosciuto cambiamenti epocali sotto l’aspetto sociale, politico, religioso? Non so se mi sbaglio, ma una risposta mi è affiorata alla mente il 27 febbraio 2017. Nel Centro Culturale dell’Ambasciata portoghese a Maputo ci fu il lancio di due libri, scritti rispettivamente da un missionario da una missionaria della Consolata riguardanti il Niassa, territorio simbolo della presenza delle Missionarie e dei Missionari della Consolata in Mozambico: A Política Religioso-Missionária do Estado Novo em Portugal e A Evangelização no Niassa: 1926-1962, di padre Álvaro López e Passos Proféticos de Crescimento: 1963-2015, Diocese de Lichinga, della sottoscritta.

le prime sette sorelle

Nell’ambiente elegante preparato per un’ottantina di persone, si dovettero aggiungere sedie dopo sedie per far posto a centinaia di persone che continuavano ad affluire, molte delle quali dovettero rimanere in piedi. “Mai visto”, mormoravano gli organizzatori. Riempivano la sala sacerdoti e suore mozambicani; religiosi e religiose da pochi anni in Mozambico che sedevano accanto a Gesuiti, Francescani e evangelizzatori di antica data; seminaristi cattolici e anglicani; amici laici di tanti colori, tante nazionalità; etnie del nord e del sud del Mozambico. Diversificata anche l’età dei presenti e la condizione sociale al punto da sorprendere gli organizzatori, abituati a sponsorizzare autori e personaggi famosi.

Il segreto del successo? Un primo spiraglio di luce ci venne dal presentatore delle opere, padre Rafael Sapato, sacerdote diocesano di Lichinga (oggi vicerettore dell’Università Cattolica del Mozambico), il quale disse di essere nato tra le mani di una “Consolata”, educato dai figli e figlie dell’Allamano, i quali nel corso di una quasi centenaria presenza in Mozambico si erano distinti per la capacità di evangelizzare contestualizzando la missione e seguendo i cambiamenti epocali avvenuti nel Paese.

Al momento degli autografi, scoprii il segreto del “pienone”: la maggioranza dei presenti proveniva dalle missioni fondate e condotte alla maturità di Chiesa locale dai missionari e missionarie della Consolata, passate ora alle loro cure pastorali.

suor Dalmazia, autrice dell’articolo

Fu quasi come un appello ad essere aiutati a vivere insieme il momento storico che il Mozambico sta attraversando, aderendo all’appello della Conferenza Episcopale, che nell’ennesima svolta storica segnata dalla minaccia di una nuova guerra civile – dovuta al deterioramento della vita sociale, politica, economica e al nuovo apparire della violenza che semina insicurezza, povertà, lutti – propone come priorità pastorale lavorare per la pace attraverso un dialogo costruttivo con tutte le forze vive della società, seminando la speranza, coscienti che le sfide che viviamo si possono superare solo se ognuno di noi saprà fare la sua parte, superando interessi personali e di gruppo.

La risposta delle Missionarie della Consolata è: “Sì”. Siamo pronte. E lo abbiamo già dimostrato, rimanendo sul territorio, come nel passato, al passo con la Chiesa, chiamata ad essere ancora una volta profeta di speranza e di consolazione, superando paure e pessimismo.

Suor Dalmazia Colombo, mc

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Crisi idrica: apolicalisse in Africa

Mentre il prezzo del petrolio viene artificialmente “gonfiato” per tenere in vita economie dipendenti da esso, si diffonde la consapevolezza che gli equilibri geopolitici di domani saranno sempre meno legati al possesso degli idrocarburi: a fare davvero la differenza, nel giro di pochi anni, saranno le risorse idriche.

Questo perché l’acqua, essenziale per ogni essere umano, è in via di diminuzione sulla terra. La scarsità idrica è originata non solo dalla carenza fisica della risorsa, ma anche dalla inadeguatezza degli impianti, dalle ineguaglianze nell’accesso all’acqua e dagli abusi di potere. Ma la stessa carenza fisica dell’acqua, fenomeno al quale gli idrologi danno spiegazioni talvolta contrastanti, può essere ricondotta, nel quadro di cambiamenti climatici quantificabili, o allo smodato e irrazionale sfruttamento ambientale perpetrato dall’uomo o a una mutazione naturale, indipendente dall’intervento umano, ma comunque devastante per alcune aree del mondo.

L’inaridimento di intere macro-regioni è già oggi all’origine di tesioni, conflitti, migrazioni che coinvolgono milioni di persone. E la situazione non può che peggiorare, a meno che da una concertazione politica su scala mondiale non giungano decisioni coraggiose e incisive.

Nel continente africano, al momento, la crisi idrica, abbinata a mal governo e rivalità politico-economiche fra Stati e blocchi di potere, sta assumendo proporzioni apocalittiche.

In particolare, si calcola che circa 25 milioni di persone soffrano fame e sete a seguito di due anni (2015-2016) di Niño e Niña, fenomeni atmosferici contrastanti caratterizzati da piogge torrenziali e arsure. Un vero flagello per Etiopia, Somalia, Sudan, Sud Sudan, Eritrea, Kenya, Uganda, Mozambico. E se a qualcuno venisse naturale pensare che, in fondo, in Africa è sempre stato così, ricordiamo elementi del tutto inediti in questa crisi idrica rispetto al passato: innanzitutto, prendendo a modello il “caso etiope”, le aree colpite dalla siccità non sono quelle già desertiche, quanto piuttosto quelle fertili utilizzate dalla popolazione per agricoltura e allevamento di bestiame. Inoltre, fino al drammatico stop imposto dal flagello atmosferico, l’economia etiope cresceva al ritmo del +10% annuo e il Paese del Corno d’Africa era considerato una “tigre” al pari di Nigeria, Sud Africa e Angola. Non si può neanche dire che le autorità di Addis Abeba avessero sottovalutato il fattore acqua. L’obiettivo dell’indipendenza idrica era a tal punto in cima all’agenda etiope da spingere il Governo ad “imbarcarsi” in un’avventura di portata storica: la realizzazione della Grande diga del Rinascimento etiope (“Gerd”, per gli addetti ai lavori).

Il progetto “Gerd”, che dovrebbe essere completato nel 2018 con un investimento complessivo di 6,4 miliardi di dollari, rappresenta il più imponente sbarramento del pianeta: capace di contenere 70 km cubici di acqua, avrà un corpo centrale alto 175 metri e lungo circa 2 km. Inoltre, la diga permetterà di generare ogni anno 15 terawattora (1 Twh = 1.000.000.000.000 watt) di energia idroelettrica.

Un quantitativo capace di rispondere alle esigenze di un Paese in via di sviluppo come l’Etiopia e di tramutarlo in esportatore di energia su scala continentale. Ma ecco un punto su cui riflettere: una volta a regime, la diga farà sì che tutte le esigenze idriche del Paese siano soddisfatte grazie alla deviazione, a proprio vantaggio, delle acque del Nilo Azzurro. Ma tale operazione è stata decisa in modo unilaterale. Dunque, per l’Etiopia, la crisi idrica – davvero epocale – si risolverà a svantaggio di tutte le altre nazioni limitrofe.

Ecco perché: meno lungo del Nilo Bianco, ma decisamente più consistente per carico idrico, il Nilo Azzurro nasce dal lago etiope Tana, su di un altopiano; sceso a valle, esso piega verso Nord-Ovest ed entra in territorio sudanese. Unendosi al Nilo Bianco a Khartoum, dà vita al Nilo vero e proprio. Il responsabile delle grandi piene del Nilo, quelle che fecero la fortuna degli antichi Egizi fertilizzando zone altrimenti condannate all’arsura, è proprio il Nilo Azzurro, con il suo regime irregolare, tradizionalmente “generoso” nei mesi centrali dell’anno. Sbarrare le acque del Nilo Azzurro ha conseguenze funeste soprattutto per Egitto, Eritrea e Sudan: Paesi segnati da sovrappopolamento e tensioni inter-confessionali. E avversità climatiche come mai prima. Non stupisce dunque che le frizioni politiche fra Addis Abeba e gli altri Stati del bacino del Nilo siano aumentate negli ultimi due anni (il bacino idrografico del grande fiume include sette Paesi africani: in ordine puramente alfabetico Burundi, Egitto, Etiopia, Eritrea, Kenya, Repubblica democratica del Congo, Ruanda, Sudan, Sudan del Sud, Tanzania e Uganda).

È del mese scorso la notizia secondo cui le autorità etiopi avrebbero sventato un attacco terroristico destinato a danneggiare gravemente l’infrastruttura, ormai in fase avanzata di realizzazione. Secondo una prima ricostruzione, i responsabili dell’assalto, 20 guerriglieri, sarebbero membri del Movimento di liberazione del popolo Benishangul Gumuz, un gruppo armato eritreo.

Al di là del singolo episodio, è evidente che i negoziati per la gestione comune delle acque del Nilo e la regolamentazione di chiuse e dighe non stanno dando risultati soddisfacenti; e che la tentazione di una “scorciatoia” armata avanza in alcune capitali africane. Peraltro, da parte egiziana, quando ancora era in carica il presidente Hosni Mubarak, indiscrezioni di un imminente intervento mirato contro le fondamenta della Gerd si susseguirono sulla stampa africana per settimane, a inizio 2011. Nel frattempo, più a Est, il Madagascar vive una tragedia solo in apparenza di segno opposto. Con piogge torrenziali e venti che hanno raggiunto anche i 270 chilometri orari, il ciclone Enawo nel marzo scorso ha colpito oltre 40 mila persone: infiltrati o distrutti, gli acquedotti non garantiscono più alla popolazione gli indispensabili rifornimenti di acqua potabile.

Una crisi idrica drammatica tanto quanto le altre, quindi, che si accanisce su gente già allo stremo.

Francesca Zoja

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Un amore donato e ricevuto

La nostra presenza di Suore Missionarie della Consolata in Mozambico, Paese dell’Africa australe che si affaccia sull’Oceano Indiano con una splendida costa lunga 2500 km, ha avuto inizio nel lontano 1927; quest’anno quindi ne vogliamo ricordare e celebrare il 90° anniversario.

Ci sarà di aiuto in questo nostro percorso il ricco volume di suor Dalmazia Colombo, pubblicato recentemente, dal titolo Fede e Missione. In esso l’autrice, missionaria della Consolata giunta in Mozambico per la prima volta nel 1964, ripercorre la storia delle nostre missioni in questo Paese, avvalendosi anche di testimonianze dirette delle sorelle che hanno svolto il loro apostolato missionario in Mozambico.

Le pioniere di questa missione sono giovani donne, tra le quali una, suor Benedetta Mattio, appena ventenne, piene di coraggio, pronte ad affrontare le difficoltà degli inizi con tanta fede ed entusiasmo, ma disponibili anche a lasciare tutto, quando “ordini” perentori chiedono loro di lasciare una missione per andare in un’altra.

Scrive suor Benedetta Mattio: “Nonostante la stanchezza per il lungo e disagiato viaggio marittimo, sui nostri volti si leggeva una gioia immensa per poter finalmente toccare il suolo mozambicano… Non immaginavamo però le avventure che ci attendevano prima di giungere alla meta”.

La meta era la missione di Miruru, situata nella valle dello Zambesi, in provincia di Tete, dove si trovavano i missionari della Consolata da due anni, essendo giunti in Mozambico alla fine del 1925. La loro collaborazione apostolica fu interrotta improvvisamente nel 1930, quando le missionarie dovettero trasferirsi per ordine del vescovo Mons. Rafael Maria da Assunçao, che era allora l’unico vescovo del Mozambico, nell’isola di Ibo, nella provincia di Cabo Delgado, dove avrebbero collaborato con i Padri Monfortani olandesi e francesi. In questo periodo la piccola comunità delle suore missionarie fu messa duramente alla prova dalla morte di una delle “pioniere”, suor Anania Tabellini, deceduta nel 1934 per tubercolosi polmonare, all’età di 30 anni.

In seguito, con l’arrivo di altre sorelle dall’Italia furono aperte le missioni di Mahate, Namuno e Nangololo. Nel 1942 la missione di Mahate venne chiusa e le sorelle si trasferirono a Montepuez, nella provincia di Porto Amelia (attuale Pemba).

Gli anni 1949-70 furono anni di intensa crescita dell’azione evangelizzatrice, caratterizzati dall’espansione crescente delle nostre comunità nelle province di Cabo Delgado, Niassa, Inhambane e Maputo (allora Lourenço Marques). Tutto ciò potè avvenire grazie a due eventi storici: la fine della seconda guerra mondiale, che favorì l’arrivo in Mozambico di nuove missionarie della Consolata, e l’applicazione piena dell’Accordo Missionario, che spianò le difficoltà tra le autorità civili portoghesi ed ecclesiastiche. Non si arrivò però “felicemente” al termine di questo periodo, perché già alla fine del 1961 ci furono le prime avvisaglie che preannunciavano la guerra di indipendenza dal Portogallo, scoppiata il 25 settembre 1965 a Cabo Delgado e terminata il 25 giugno 1975 con la creazione della Repubblica Popolare del Mozambico.

Mozambico: suor Dalmazia Colombo

Gli anni che seguirono, fino al 1992, furono per il Mozambico anni di trasformazioni e di eventi epocali: fine della guerra di liberazione, indipendenza, rivoluzione marxista-leninista, guerra civile e, finalmente, la pace siglata a Roma il 4 ottobre 1992, attraverso la mediazione della comunità di S. Egidio e della Conferenza Episcopale mozambicana.

Ecco la testimonianza di una sorella brasiliana, suor Teresa José de Osti, che ci descrive i sentimenti delle comunità all’annunzio della raggiunta indipendenza del Paese: “Noi missionarie della Consolata, in comunione con tutto il popolo mozambicano, in quei primi mesi del 1975 aspettammo i giorni dell’indipendenza con molta gioia e timore. Gioia, perché era quanto di più degno e giusto ci potesse essere. Timore perché nelle commissioni di preparazione all’evento, si diceva di voler farla finita con i colonialisti, il che sembrava riferirsi ad ogni persona di razza bianca. Noi però rimanemmo vicine al popolo in particolare nella campagna di miglioramento dell’ambiente in preparazione al grande evento: pulizie generali, apertura di strade e di fosse biologiche per costruire servizi igienici. Rivedo ancora suor Rina Carla Salsa, con fratel Agostino Lanza, scavare una fossa ed estrarre la terra con un secchio. E in tutti i lavori l’équipe missionaria era sempre la prima ad arrivare sul posto ed eseguire i lavori insieme al popolo…”. La gioia dell’indipendenza durò poco, perché un mese dopo iniziò il calvario delle nazionalizzazioni, delle proibizioni, della lotta antireligiosa.

Infatti il primo Presidente del Mozambico, Samora Machel, avendo adottato un regime marxista-leninista, combatté duramente la Chiesa: tutte le opere dei missionari, incluse le loro stesse abitazioni e chiese, furono nazionalizzate e ai missionari fu proibito di fare opera di evangelizzazione. Alcuni di essi lasciarono il Paese, ma le nostre consorelle e confratelli, malgrado due rapimenti e mesi di prigionia di alcuni di loro, rimasero accanto al popolo, condividendone timori e speranze.

Nel 1977 si ebbero le prime avvisaglie della guerra civile, capeggiata dalla Resistenza Nazionale del Mozambico (RENAMO), che si opponeva al partito vincitore, la FRELIMO, Movimento di Liberazione del Mozambico. In quello stesso anno si realizzò un evento molto importante per la Chiesa: la Prima Assemblea Nazionale di Pastorale a Beira, a cui parteciparono vescovi, sacerdoti, religiosi e religiose, catechisti e semplici cristiani, per cercare il modo migliore di operare in quel periodo di grandi sfide per la Chiesa. Il modello proposto fu di “incamminarsi verso una Chiesa ministeriale, fondata su Cristo, Inviato e Servo, nella quale ogni membro assumeva la sua responsabilità in una comunità di servizio… una Chiesa-famiglia, di servizi reciproci, una Chiesa nel cuore del popolo che egli sente come ‘sua’”. La risposta a quanto proposto nell’Assemblea di Beira fu altrettanto rapida, profonda e condivisa. Da quel momento tutti gli sforzi pastorali si concentrarono nella formazione e nella crescita delle “Piccole comunità cristiane”, che si moltiplicarono spontaneamente su tutto il territorio. In questo periodo ebbero grande importanza i tre centri catechistici che erano stati aperti nel Paese, all’indomani del Concilio Vaticano II, i quali formarono i leader delle piccole comunità. Tra questi centri si distinse dolorosamente quello di Guiúa, nella diocesi di Inhambane, per l’eccidio di 24 catechisti da parte della Renamo, avvenuto il 22 marzo 1992. Il loro esempio di fedeltà e generosità continua ad accompagnare e ad ispirare il cammino della Chiesa mozambicana.

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STRATEGIE ALTERNATIVE

Siamo in Bolivia, un Paese particolarmente prostrato dalla mancanza di risorse idriche.

Ci ritroviamo incuriositi attorno a un banco di scuola, ascoltando attenti un gruppetto di ragazzi, che con molto entusiasmo ci parlano della coltura idroponica. In tempi di grave siccità, un ingegnere lancia la sfida alle scuole superiori della zona: una expo educativa che spinga i giovani a investigare o inventare tecnologie per migliorare l’uso dell’acqua e le condizioni di vita delle famiglie. Siamo in Bolivia, un Paese particolarmente prostrato dalla mancanza di risorse idriche. Uno studio recente la considera una delle nazioni che più avrà conseguenze a tutti i livelli – sociale ed economico soprattutto – poiché la gente intensificherà la migrazione verso regioni in cui si possa almeno sopravvivere.

Idrocoltura

Interessata da questa tecnica di coltivazione idroponica (chiamata anche idrocoltura), ho fatto una ricerca sui suoi vantaggi e svantaggi, ed ho allargato il raggio di ricerca ad altre strategie alternative per un uso intelligente e parsimonioso dell’acqua.

Il vantaggio dell’idrocoltura è la possibilità di praticarla in qualsiasi ambiente, anche in un appartamento, sul balcone di casa

Nata nel 1930, la coltura idroponica ha avuto un’applicazione diffusa solo negli ultimi decenni: consiste nel coltivare ortaggi e fiori in ambiente acquatico, apportando alla soluzione ossigeno e minerali necessari alla naturale crescita della pianta. Infatti, dopo un tempo l’acqua si impoverisce di ossigeno, e questo arresta la crescita normale della pianta: solo alcune, infatti, sono per natura abituate a crescere nell’acqua, come le ninfee. Il vantaggio dell’idrocoltura è la possibilità di praticarla in qualsiasi ambiente, anche in un appartamento, sul balcone di casa (la creatività non ha limiti: si possono appendere alle pareti ed ottenere anche un risultato estetico molto gradevole, oltre ad un risparmio di spazio). Inoltre, l’uso di pesticidi è quasi inesistente, con grande felicità della Madre Terra, e la quantità di acqua è ridotta. Con lo sviluppo della tecnologia, è nata anche la coltura aeroponica, dove le piante non sono immerse nella soluzione, bensì essa è nebulizzata continuamente.

 

I ragazzi dell’expo educativa hanno concretizzato le loro ricerche con esperimenti semplici, che prendendo spunto dall’idrocoltura recuperano materiali riciclabili come bottiglie e stracci che diventano il “nido” ideale per lattuga e altre piantine. Usano le flebo per spiegare i vantaggi dell’irrigazione a goccia. Ecco un’altra semplice strategia che risparmia l’uso dell’acqua: la distribuzione in piccole quantità, ma ben direzionata alla radice delle piante, è un metodo semplice, non difficile da installare (si tratta di mettere tubi con un… “buco” in prossimità delle piante!) che ha vari vantaggi, primo fra tutti il minor consumo di acqua: essendo somministrata goccia a goccia, infatti, non si espone all’evaporazione massiva, inoltre, la sua distribuzione è mirata alla parte radicale della pianta, evitando dispersione nel terreno. Questa tecnica è molto importante in aree che vivono di agricoltura: la California, per esempio, usa dal 50 all’80% della sua acqua per l’irrigazione di piante e ortaggi.

Pianta un albero! Ma quale?

I ragazzi dell’expo educativa hanno concretizzato le loro ricerche con esperimenti semplici, che prendendo spunto dall’idrocoltura recuperano materiali riciclabili come bottiglie e stracci che diventano il “nido” ideale per lattuga e altre piantine.

Ci troviamo con Padre Marco, direttore della Caritas di Potosí, lui è molto sicuro di quello che dice: la progressiva desertificazione si combatte piantando alberi! Ma non è facile: il clima, sempre più inclemente, rende ardua l’impresa. La deforestazione del polmone verde del mondo, l’Amazzonia, avrà i suoi effetti negativi ovunque, ma anche nel nostro piccolo, piantando un albero, possiamo aiutare nella ricerca di un nuovo equilibrio ambientale. Bisogna anche riconsiderare il tipo di coltivazione: ci sono piante che hanno bisogno di molta acqua, mentre altre hanno un consumo limitato. Purtroppo, in Bolivia, molti piantano eucalipti, che crescono in fretta e sono resistenti, ma si tratta di un albero molto invasivo, che succhia le poche risorse idriche del sottosuolo. In un villaggio dell’altipiano, alcuni eucalipti hanno prosciugato una sorgente! Lo stesso discorso si potrebbe fare per prodotti dell’agricoltura che ormai non sono sostenibili in ambienti diventati semiaridi.

Certamente, la raccolta dell’acqua piovana che cade dai tetti in apposite cisterne è una riserva idrica che, per lo meno nell’uso domestico, può aiutare molto: basta una grondaia che direzioni l’acqua verso una cisterna.

… la progressiva desertificazione si combatte piantando alberi! Ma non è facile: il clima, sempre più inclemente, rende ardua l’impresa.

Passiamo ora alla tecnologia: arrivano dagli Stati Uniti (colpiti nella costa occidentale dalle conseguenze nefaste del Niño) altre idee ipertecnologiche – mi chiedo quando tanta tecnologia arrivi ai Paesi poveri… – come desalinizzatori che pompano milioni di litri di acqua potabile con la sola energia solare, oppure un drone che spruzza acqua alle nuvole che – a loro volta – la distribuiscono alla terra, secondo i cicli naturali dell’acqua.

Manuale per un buon uso dell’acqua

Tecnologia sì, tecnologia no… al di là dei risultati che può dare l’ingegno umano, tutti possiamo fare delle scelte: forse non ci è mai toccato il problema della scarsità dell’acqua, ma nell’imprevedibilità del cambio climatico, può anche succedere, prima o poi: ormai siamo esposti alle conseguenze di un clima impazzito. Perciò, non è male educarsi e prendere coscienza del valore dell’acqua, con semplici gesti quotidiani. Ecco alcuni esempi:

… non è male educarsi e prendere coscienza del valore dell’acqua, con semplici gesti quotidiani.

– Quando ti lavi i denti, chiudi il rubinetto mentre spazzoli, e aprilo solo quando ne hai bisogno.

– Se devi cambiare lo sciacquone del bagno, comprane uno che rilasci meno acqua, o che abbia la possibilità di usarne meno a seconda dei casi.

– Irriga le piante dell’orto e del giardino alla sera, evitando l’evaporazione dell’acqua e approfittando al meglio dell’acqua, oppure… inventa il tuo impianto a goccia!

– Se raccogli l’acqua piovana, puoi usarla per vari scopi, tra cui l’uso del ferro da stiro: si tratta, infatti, di acqua a basso contenuto di calcare.

Stefania Raspo MC

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Il viaggio della mia vita

Suor Ruby Idaly Sánchez, missionaria colombiana, ha lavorato per vari anni nelle missioni del Mozambico e della Colombia. Attualmente svolge il suo apostolato in Argentina.

Sono grata al Signore e al mio Istituto per tutto quello che nel corso dei miei 29 anni  di consacrazione religiosa ho ricevuto e continuo a ricevere; in particolare sento una immensa riconoscenza per aver reso possibile la realizzazione di un grande sogno della mia vita. Nel mio cuore, infatti, ho sempre custodito un grande sogno: quello di poter andare in Terra Santa. In realtà mi sembrava un’utopia, ma arrivò il giorno desiderato e insieme al salmista esclamai: “Quale gioia quando mi dissero: andremo alla casa del Signore…” (Sl 121). Per me poter andare in Terra Santa racchiudeva un significato molto grande: sentivo che era proprio Gesù che mi faceva questo invito: “Vieni nella mia terra, nel Paese dove sono nato, cresciuto, dove ho appreso molte cose dai miei genitori e familiari, dove sono stato battezzato, dove ho scelto alcune persone con le quali ho dato inizio alla mia Chiesa e, infine, dove ho sofferto, sono morto e risuscitato per te e dove continuo a camminare ancora oggi, talvolta visto come uno straniero”.

È difficile per me dire quale sia stato il luogo più significativo tra quelli che abbiamo visitato, perché tutti lo sono stati. Quando atterrammo all’aeroporto di Tel Aviv-Giaffa, ho provato una grande emozione ed è risuonata nei miei orecchi la parola “qui”: qui è vissuto Gesù. Questa parola ha accompagnato me e le sorelle lungo tutto il nostro pellegrinaggio.

Nazareth mi è rimasta nel cuore, con la vista della grande basilica dove si è realizzato un grande e umile mistero: l’Incarnazione del Figlio di Dio; il primo luogo che ci testimonia Cristo, un luogo dove ho sperimentato tanta gioia e che mi ha spinto a rinnovare il mio sì, insieme a quello di Maria. Non si trattava di un sì poetico, era un sì misto a sentimenti di incertezza e di timore, tuttavia è stato un Fiat incondizionato.

È difficile descrivere le varie esperienze che ci hanno toccato il cuore. Tali sono state la contemplazione del Dio Bambino a Betlemme, il rinnovare le nostre promesse battesimali nel fiume Giordano e il salire sopra una barca, attraversando il lago di Tiberiade. Qui ci è sembrato di udire la voce di Gesù che diceva: “Non abbiate paura…”. Abbiamo sentito nuovamente la chiamata di Gesù a seguirlo, a passare all’altra riva… Che esperienza forte!

Un luogo che mi ha portata alla riflessione ed anche alla contemplazione è stato “la casa dell’amicizia”, quella degli amici di Gesù: Lazzaro, Marta e Maria, dove Egli era solito recarsi per trovare pace, amicizia, consolazione e riposo: Betania. Qui ho pregato intensamente per la mia famiglia, la mia comunità, l’Istituto e per ciascuna persona a me cara. Così dovrebbe essere la nostra vita: un’altra Betania, una casa aperta, dove tutti possano trovare un luogo di tranquillità e di riposo.

Un’altra esperienza che mi ha toccata molto è stata la visita all’orto degli ulivi, dove abbiamo avuto l’opportunità di passare un momento abbastanza lungo in silenzio e nella contemplazione delle sofferenze di Gesù. Appoggiando il capo sulla pietra dove Gesù aveva pregato, mi è sembrato di udire la sua richiesta di vegliare un’ora con Lui e ho provato molta angoscia.

Credo, come dice S. Giovanni, che non basterebbero dei libri per descrivere l’esperienza vissuta nel tempo del nostro pellegrinaggio. I giorni trascorsi a Gerusalemme mi hanno lasciato una mescolanza di sentimenti: da una parte quell’essere “lì” è stata un’emozione molto grande; tuttavia quando abbiamo iniziato a percorrere le “via dolorosa”, pregando le stazioni della “via crucis” in mezzo alla gente, il chiasso, il commercio, la via molto stretta ci causarono un certo sgomento. Rivolgendosi a noi, il sacerdote che ci accompagnava ci disse: “Non vi impressionate: la stessa cosa è successa a Gesù. La Sua via verso il Calvario fu in mezzo a tanta gente e a tanto chiasso”. Queste parole mi toccarono profondamente: veramente non c’era nulla di buono e di facile nella “via dolorosa”.

Infine abbiamo visitato il Calvario e il Santo Sepolcro. Qui sono risuonate alle mie orecchie le parole di Gesù: “Si divisero le mie vesti”. Sì, in quella grande basilica, divisa tra le varie confessioni cristiane, non c’è libertà di andare in certi luoghi e qui c’è il sepolcro vuoto

Suor Ruby I. Sanchez, mc

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L’esperienza di un “incontro”

Suor Renata Conti è stata per molti anni missionaria in Colombia. Come esperta biblista, ha accompagnato le Sorelle durante il loro pellegrinaggio in Terra Santa. Attualmente è postulatrice della causa di canonizzazione di suor Irene Stefani e di quella di beatificazione di suor Leonella Sgorbati, missionarie della Consolata. Ci racconta così la sua esperienza in Terra Santa.

È ancora vivo in me l’intenso sguardo d’amore di Gesù che mi afferrò mentre contemplavo la scena del Noli me tangere! nella Basilica del S. Sepolcro a Gerusalemme. La visione attiva e persino curiosa mi fece incontrare il Risorto che parlava anche a me.

Quello sguardo mi invitava a tendere l’orecchio, nel silenzio, per ascoltare la Parola, così eloquente e palpabile in quel luogo, come a Maria nel mattino di Pasqua.

Oh, la forza di una immagine che apre uno squarcio di luce sulla propria identità di credente e cambia la vita!

Da sempre ho voluto esplorare il mistero femminile attraverso figure-simbolo, a partire da Maria, la Madre del Signore.

suor Renata

Ho sempre ammirato il gruppo di donne che seguivano Gesù e i dodici e li assistevano, le donne che, fedeli, troviamo al Calvario, al sepolcro e all’alba del nuovo giorno.

Mi ha toccata però, in particolare, la discepola di Magdala, che mi ha svelato i segreti del cuore: la sua relazione col Signore, la sua avventura nella fede.

Ricordo di aver letto che quando si prende coscienza di ciò che si è scritto solo dopo la scrittura, poiché il pensiero è arrivato prima al cuore, poi alla penna e per ultimo alla testa, allora ciò che è scritto diventa veicolo di un’esperienza, luogo della Presenza. Questo è ciò che mi ritrovo rileggendo quanto ho scritto in queste poche righe.

Il luogo della Presenza è stato per me la Terra Santa, una realtà che io stessa scoprivo e sperimentavo mentre facevo il percorso-pellegrinaggio accompagnando le Sorelle del 25° di Professione Religiosa-missionaria. Ma allo stesso tempo avvertivo come ciò che custodivo dentro, senza saperlo. Il giardino del Risorto era il giardino del mio cuore.

Ho così cominciato a percepire la scena pasquale con occhi, anima, sensi proprio come se fossi lì presente, trascinata dal desiderio di rendere visibile ciò che stava accadendo mentre contemplavo, nella Parola, il muto linguaggio dei gesti di Maria di Magdala.

Maria si faceva così compagna di questa presenza invisibile e reale che mi svelava il mistero della Vita e mi faceva entrare “con fede” in modo diverso, nella Parola, che era viva e palpitante nel mio cuore in modo nuovo, a me sconosciuto.

Io la seguivo in quei luoghi santi “a piedi nudi” accanto a Gesù.

Ma ho osato spingere il mio sguardo così oltre da includere nell’itinerario “tutto il tempo”, dall’inizio al compimento: fino alla “casa del Padre”.

Mentre mi inoltravo in questa contemplazione e preghiera, leggevo in trasparenza il senso della vita, perché la luce pasquale mi rendeva trasparente ogni cosa.

La vicenda di Maria era uno spazio sacro: il luogo ospitale da cui potevo guardare con serenità la mia realtà. La sua immagine, talora, la sua gioia e il suo dolore diventavano la mia gioia e il mio dolore. E la gioia e il dolore di ogni uomo e di ogni donna. La sua esperienza l’esperienza di tutti! E anche noi, come scrive P. Claudel, entriamo in contatto insieme a lei con quel “Tu intimo e tenero, che tocca le fibre più segrete dell’essere, colma il cuore e invita alla reciprocità. Il Tu che dà sicurezza e pace, che dilata e genera gioia, il Tu che dà senso a tutta la nostra vita: Gesù, il Figlio amato”. Il Tu che di-svela la nostra identità di discepole, come si è di-svelato a Maria, in quel mattino di luce: “Ora nel luogo dove era stato crocifisso, vi era un giardino e nel giardino un sepolcro vuoto… Maria di Magdala si recò al sepolcro di buon mattino, quando era ancora buio” (Gv 19,41; 20,1).

Proprio lì, alla tomba vuota, nella Basilica del S. Sepolcro, la contemplo nell’incontro col Signore risorto che le svela il mistero della sua identità d’inviata ad annunziare: “Ho visto il Signore!” (Gv 20,18).

Sì, la sua identità e la nostra sono racchiuse in ciò che si è scoperto davanti al sepolcro vuoto.

Solo chi ha sperimentato che la persona di Gesù è in se stessa Vita e Luce, può vedere la risurrezione il mattino di Pasqua e sentirsi inviato.

Solo chi sa che senza la persona di Gesù non c’è vita, è capace di trovare il sepolcro e di credere che la luce non può spegnersi e la vita venir meno.

Solo colei che muore totalmente col Signore, può ritrovarlo vivo e vedere vivo, nel sepolcro vuoto, Colui che l’ha fatta vivere.

Maria ha condiviso la notte e le tenebre e può ri-vedere nel Risorto come in uno specchio ogni momento della sua vita: il passato, il presente e il futuro. Il primo incontro per le strade della Galilea e la sequela, la peregrinazione e l’intimità coi discepoli, la condivisione della gioia e della fatica quotidiana. E il tempo della passione e della morte, della perdita e dell’assenza, della ricerca e della desolazione, dell’angoscia e della solitudine di fronte al sepolcro vuoto. E… finalmente il tempo dell’apparizione e del ritrovamento, la gioia dell’incontro e l’inizio della vita nuova: l’annunzio della risurrezione.

La visione del Risorto ha acuito la percezione dei sensi, dell’udito e dello sguardo, e l’ha resa più capace di vedere e di ascoltare.

Oh, miracolo della fede in Maria che diventa se stessa! Maria è simbolo della persona che ritrova se stessa poiché si sente rinascere a vita nuova.

Risurrezione è per Giovanni la fine dell’angoscia, la trasfigurazione delle ferite, la glorificazione nella crocifissione. E la donna di Magdala è il punto estremo di tutto questo. Ed è anche l’inizio!

L’attenzione a questa donna mi ha aiutata a capire meglio il rapporto di unità tra processi personali e percorso interiore e a interpretare le tappe della trasformazione operata dalla grazia nel passaggio dall’io disperso all’io unificato, in cui ci si ritrova finalmente se stesse.

Rivivere il racconto del sepolcro vuoto, nella Basilica del S. Sepolcro a Gerusalemme, è stata per me un’esperienza intensa e un invito alla ricerca costante di Lui e al forte desiderio di annunciarlo a tutti, perché l’incontro vero con Lui può cambiare la vita per sempre!

Suor Renata Conti, mc

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OGNI GOCCIA CONTA

Come leggiamo nel libro della Genesi, l’acqua è al principio di tutte le cose (cfr 1,2); è “creatura utile, pura e umile”, fonte della vita e della fecondità.

Come leggiamo nel libro della Genesi, l’acqua è al principio di tutte le cose (cfr 1,2); è “creatura utile, pura e umile”, fonte della vita e della fecondità (cfr Francesco d’Assisi, Cantico delle Creature). Perciò la questione che trattate non è marginale, bensì fondamentale e molto urgente. Fondamentale perché dove c’è acqua c’è vita, e allora la società può sorgere e progredire. Ed è urgente perché la nostra casa comune ha bisogno di protezione e, inoltre, che si comprenda che non tutta l’acqua è vita: solo l’acqua sicura e di qualità – rimanendo con la figura di san Francesco: l’acqua che “serve con umiltà”, l’acqua “casta”, non inquinata.

Ogni persona ha diritto all’accesso all’acqua potabile e sicura; è un diritto umano essenziale e una delle questioni cruciali nel mondo attuale (cfr Enc. Laudato si’, 30; Enc. Caritas in veritate, 27). È doloroso quando nella legislazione di un Paese o di un gruppo di Paesi non si considera l’acqua come un diritto umano. E più doloroso ancora quando si trascura quello che stava scritto e si nega questo diritto umano. È un problema che riguarda tutti e fa sì che la nostra casa comune sopporti tanta miseria e reclami soluzioni effettive, davvero capaci di superare gli egoismi che impediscono l’attuazione di questo diritto vitale per tutti gli esseri umani. È necessario attribuire all’acqua la centralità che merita nell’ambito delle politiche pubbliche. Il nostro diritto all’acqua è anche un dovere con l’acqua. Dal diritto che abbiamo ad essa deriva un obbligo che gli è collegato e non si può separare. È imprescindibile annunciare questo diritto umano essenziale e difenderlo – come si sta facendo – , ma anche agire in modo concreto, assicurando un impegno politico e giuridico con l’acqua. In tal senso, ogni Stato è chiamato a concretizzare, anche con strumenti giuridici, quanto indicato dalle Risoluzioni approvate dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 2010 sul diritto umano all’acqua potabile e all’igiene. D’altro canto, ogni attore non statale deve assumersi le proprie responsabilità verso questo diritto.

È necessario attribuire all’acqua la centralità che merita nell’ambito delle politiche pubbliche.

Il diritto all’acqua è determinante per la sopravvivenza delle persone (cfr Enc. Laudato si’, 30) e decide il futuro dell’umanità. È prioritario anche educare le prossime generazioni circa la gravità di questa realtà. La formazione della coscienza è un compito difficile; richiede convinzione e dedizione. Io mi domando se, in mezzo a questa “terza guerra mondiale a pezzetti” che stiamo vivendo, non stiamo andando verso la grande guerra mondiale per l’acqua.

Le cifre che le Nazioni Unite rivelano sono sconvolgenti e non ci possono lasciare indifferenti: mille bambini muoiono ogni giorno a causa di malattie collegate all’acqua; milioni di persone consumano acqua inquinata. Si tratta di dati molto gravi; si deve frenare e invertire questa situazione. Non è tardi, ma è urgente prendere coscienza del bisogno di acqua e del suo valore essenziale per il bene dell’umanità.

Le cifre che le Nazioni Unite rivelano sono sconvolgenti e non ci possono lasciare indifferenti: mille bambini muoiono ogni giorno a causa di malattie collegate all’acqua; milioni di persone consumano acqua inquinata.

Il rispetto dell’acqua è condizione per l’esercizio degli altri diritti umani (cfr ibid., 30). Se rispetteremo questo diritto come fondamentale, staremo ponendo le basi per proteggere gli altri diritti. Ma se violeremo questo diritto essenziale, come potremo vegliare sugli altri e lottare per loro! In questo impegno di dare all’acqua il posto che le corrisponde è necessaria una cultura della cura (cfr ibid., 231) – sembra una cosa poetica, e in effetti la Creazione è una “poiesis”, questa cultura della cura che è creativa – e inoltre promuovere una cultura dell’incontro, in cui si uniscano in una causa comune tutte le forze necessarie di scienziati e imprenditori, governanti e politici. Occorre unire tutte le nostre voci in una stessa causa; non saranno più voci individuali o isolate, ma il grido del fratello che reclama per mezzo di noi, è il grido della terra che chiede il rispetto e la condivisione responsabile di un bene, che è di tutti. In questa cultura dell’incontro, è imprescindibile l’azione di ogni Stato come garante dell’accesso universale all’acqua sicura e di qualità.

Il rispetto dell’acqua è condizione per l’esercizio degli altri diritti umani

Dio Creatore non ci abbandona in questo lavoro per dare a tutti e a ognuno accesso all’acqua potabile e sicura. Ma il lavoro è nostro, la responsabilità è nostra.

di PAPA FRANCESCO

Sul tema dell’acqua e sul diritto di tutti di accedere ad essa, si è espresso varie volte Papa Francesco, a cominciare dalla sua enciclica Laudato si’.

Qui riportiamo il suo intervento durante la sessione di chiusura del seminario sul diritto umano all’acqua, svoltosi in Vaticano nei giorni 23-24 febbraio di quest’anno.

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La trasparenza di chi crede

Zula Amanda ricevette il battesimo 9 anni fa. È mamma e nonna, lavora nel suo piccolo negozio di abbigliamento e il tempo libero lo dedica alla Chiesa e ad aiutare chi è nel bisogno. Ci condivide il suo cammino di fede e la gioia di sentire sempre la vicinanza di Dio.

Prima di conoscere Gesù, io ero una persona come tutte, semplice e rispettosa degli altri, che cercava di vivere seguendo gli insegnamenti dei genitori, un bene grande che mi guida ancora. Forse a quel tempo mi arrabbiavo un po’, può darsi che a volte fossi un po’ orgogliosa, ma dopo, come tutti, ci ripensavo e dicevo a me stessa: “Questo forse lo potevo fare diversamente”.

Avevo sentito parlare di Gesù dalla gente, e mi colpì quando mi parlò di Lui una persona che ritenevo molto buona. Ciò nonostante non accolsi Gesù nella mia vita e dicevo tra me: “Queste sono solo chiacchiere”. Passò il tempo e la mia vita d’improvviso cominciò a sgretolarsi: la mia famiglia, il mio matrimonio, il mio lavoro, tutto si frantumava. Mi chiedevo il perché, che cosa avrei fatto ora della mia vita, verso dove stavo andando? Fu in quel tempo che, al sentir parlare nuovamente di Gesù, lo accolsi in me e mi diede la forza e serenità di cui avevo bisogno. La persona che mi parlò era un giovane, membro di una Chiesa protestante e mi invitò a frequentare i loro raduni. Mi piacevano molto le loro omelie e raramente mancavo alla preghiera.

Col tempo, a causa del tanto lavoro – a quel tempo avevo bambini piccoli -, pian piano mi allontanai da quella Chiesa protestante così che alla fine ho smesso di andarvi. Per quasi tre anni non frequentai nessuna chiesa, finché andando a vivere in un altro posto sentii che Dio mi chiamava a ritornare da Lui. Cominciai a cercare una Chiesa cristiana e tutti mi riferivano lo stesso luogo, la “cappellina di Niseh” dove allora lavoravano i missionari cattolici. Cercando degli aiuti mi avvicinai anche alla casa delle suore Missionarie della Carità e anche loro mi indirizzarono verso quella cappellina. Allora una domenica vi andai e partecipai ad una Messa e, anche se non capivo che cosa era, mi piacque molto.

Presto ci spiegarono le verità principali della Chiesa, cosa che per me fu facile, perché conoscevo già un po’ la persona di Gesù. Non conoscevo invece che cosa era la “Messa” e mi colpì molto quando mi spiegarono che l’Eucarestia è il Corpo di Cristo. Questo era un mistero molto grande che non si trovava nelle altre Chiese cristiane. Mi meravigliava anche conoscere i missionari, preti e suore che lasciavano tutto per Gesù. Dopo che mi spiegarono queste cose, io sentii che dovevo rimanere nella Chiesa Cattolica e così chiesi d’iniziare la preparazione per il battesimo.

Adesso guardando indietro penso alla mia vita e a tutto quello che mi è capitato sin d’allora. La fede è bella ma vivere la vita di fede alle volte è difficile. Ci sono momenti in cui si deve lottare con se stessi, si vorrebbe fare alcune cose ma poiché siamo cristiani non dobbiamo, soprattutto perché la gente sa che noi siamo credenti e ci guarda. La vita del cristiano deve essere trasparente, è in questo senso che la vita di fede è difficile. Allo stesso tempo vivere da credenti è molto bello, il credente è una persona autentica, non ha due facce, seguire Gesù ti porta a quello. E così alcune cose diventano più facili perché si guarda il mondo in un modo diverso, dentro il cuore si sperimenta una forza più grande, si è più tranquilli, più pazienti, così mi sento io. E nelle difficoltà una non si sente più sola, Gesù sempre cammina accanto a te, allora uno non dispera e può guardarsi attorno per decidere qual è la via migliore. Uno acquista la capacità di pensare le cose serenamente. In un certo senso, uno si sente più forte e si è felici, perché la vita è una vita più piena.

Nel mio cammino di fede, Gesù è diventato il mio più caro amico, Lui è diverso da qualunque buon amico umano. Non importa il male che io abbia fatto, Lui non mi nasconde il suo volto, mi accoglie sempre con amore e non mi abbandona mai! Perciò è Lui il mio unico vero amico.

Come discepola di Gesù, so che la fede è prima di tutto, ma ho scoperto che è essenziale allo stesso modo essere persone profondamente umane, essere accoglienti, comprensive, pensare agli altri, essere oneste, ossia cercare in tutti i modi di essere come Gesù; in questo modo chi crede ha sempre qualcosa in più e soprattutto ha la sicurezza di un Dio che è compagno di cammino. Oggi per me la gioia più grande è il poter relazionarmi con Lui ogni momento, quando esco di casa, mentre sono al lavoro o quando sono nella paura… Sento sempre che Gesù è con me!

Zula Amanda

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Israele ieri, oggi e domani…

è difficile spiegare la Terra Santa…

È difficile far comprendere cosa sia oggi la Terra Santa a chi non ci abbia mai messo piede. È complicato persino spiegare cosa rappresenti per i Cristiani e, in generale, per le tre grandi religioni monoteiste, quel travagliato angolo di Medio Oriente dove si intrecciano e spesso compenetrano sei Stati come Libano, Siria, Giordania, Israele, Palestina ed Egitto: una tela intricata di fede, politica, cinismo, arrivismo e sangue, tanto sangue, versato…

Ma oggi cosa è Israele o, come dicono qui, Medinat Yisrael? Non bastano di certo i numeri a spiegarlo, ma un po’ aiutano. Otto milioni di abitanti, sparpagliati su un territorio grande poco più della Puglia, di cui l’80% di religione ebraica, in crescita, il 15% di musulmani ed i restanti scampoli di Cristiani, suddivisi a loro volta e, al contrario, in costante calo.

Una pianura costiera mediterranea e la zona delle colline della Galilea che sono fertili e ricche di acque, con al centro l’Altopiano della Giudea e a mezzogiorno il Negev, la regione semidesertica, che si estende, con una forma quasi triangolare, dalla zona immediatamente a sud di Beer Sheba fino al Golfo di Aqaba, verso le terre di Lawrence d’Arabia.

Il confine orientale scorre esattamente lungo il serpeggiare del Giordano e il Wadi Araba e dal lago di Tiberiade corre giù sino al Mar Morto, la cui superficie si trova a 395 metri sotto il livello del mare, il punto di maggiore depressione della superficie terrestre.

La popolazione si concentra per lo più nelle grandi città, tanto più che qui c’è un popolare detto che suona più o meno così: “Ad Haifa si lavora, a Gerusalemme si prega ed a Tel Aviv… ci si diverte”; un modo anche per sottolineare le tre anime dell’Israele di oggi.

Haifa, cuore economico del Paese, che ha nell’industria tessile, elettronica ed alimentare, oltre che nell’altalenante turismo, i suoi punti di forza, sorge ai piedi del biblico monte Carmelo, anche se tutta la costa sino ad Acco/Acri è un susseguirsi di Krayot, le cittadine tutte attaccate le une alle altre.

Tel Aviv, la “città che non dorme mai”, fra spiagge dorate e una vita notturna famosa in tutto il mondo, è una realtà a sé stante, cosmopolita, simpaticamente caotica.

Tutt’altro mondo è quello che si presenta agli occhi del visitatore che giunga ai piedi di Gerusalemme, la città santa per le tre religioni.

Otto milioni di abitanti, sparpagliati su un territorio grande poco più della Puglia, di cui l’80% di religione ebraica, in crescita, il 15% di musulmani ed i restanti scampoli di Cristiani, suddivisi a loro volta e, al contrario, in costante calo

MIGLIAIA DI ANNI DI STORIA

Secondo la tradizione ebraica, la creazione del mondo iniziò proprio a Gerusalemme 5767 anni fa con la pietra di fondazione del Monte Moriah, ove oggi sorge la “Cupola della Roccia” sulla Spianata sacra ai Musulmani.

Certo è che intorno al 2000 a. C. vi nacque un insediamento cananeo che fu conquistato intorno al 1000 da Davide, che lo trasformò nella propria capitale. Qui Salomone edificò il Primo Tempio, distrutto nel 586 a.C. da Nabucodonosor, che deportò gran parte del popolo ebraico a Babilonia.

Nel 538 a.C., il persiano Ciro conquistò Babilonia e permise agli Ebrei esiliati di ritornare a Gerusalemme, dove ricostruirono il Secondo Tempio: per quattro secoli Israele fu legata alle sorti prima dei Persiani e poi dei Greci, fino alla conquista romana.

È in questo periodo, intorno al 30 d.C., che si svolse la vicenda umana di Gesù, il “Cristo” atteso, ma che venne ben presto messo a morte dal Sinedrio, che iniziò anche a perseguitare i suoi seguaci, definiti “Cristiani”.

A seguito della rivolta anti-romana del 66 d. C., la repressione di Tito fu durissima e portò alla distruzione del Tempio ed alla cacciata degli Ebrei dalla città, ribattezzata poi Aelia Capitolina. Dopo il periodo bizantino, nel 638 i Musulmani conquistarono Gerusalemme e costruirono la Cupola della Roccia e la Moschea di Al Aqsa.

Meno di un secolo, dal 1099, durò il Regno Crociato, che realizzò anche una buona parte dell’attuale impianto architettonico del Santo Sepolcro, la grande chiesa che ancora oggi racchiude in sé il Calvario e l’Anastasis, prima della sconfitta da parte di Saladino nella battaglia di Hattin (1187).

A metà del XIII secolo fu poi la volta dei Mamelucchi, che estesero il proprio potere dall’Egitto, sino al 1517, quanto l’Impero Ottomano conquistò anche Gerusalemme, che per quattro secoli rimase sotto il dominio turco.

Nel primo Novecento, poi, il flusso degli Ebrei desiderosi di ritornare nella terra di Abramo, su impulso del movimento sionista, creato da Theodor Herzl verso la Palestina e alimentato dagli Ebrei dell’Europa Orientale (esposti a frequenti episodi anche violenti d’antisemitismo), fu costante.

Nel 1917, il movimento sionista ottenne il primo significativo risultato con la “Dichiarazione di Balfour”, con cui il Ministro degli Esteri inglese Arthur James Balfour impegnava il suo governo a sostenere gli Ebrei nella costituzione di un “focolare nazionale ebraico in Palestina”. Durante il Mandato Britannico sulla Palestina (1920-1948) gli Ebrei crebbero da 50.000 a 600.000 coloni e la coesistenza tra immigrati Ebrei e Arabi palestinesi divenne sempre più problematica.

Nel 1942, i leader sionisti proposero che uno Stato ebraico in Palestina diventasse parte integrante dell’ordine internazionale postbellico, ma fu l’Olocausto, lo sterminio degli Ebrei da parte dei nazisti, a convincere l’intera comunità ebraica occidentale della necessità di creare uno Stato ebraico.

fu l’Olocausto, lo sterminio degli Ebrei da parte dei nazisti, a convincere l’intera comunità ebraica occidentale della necessità di creare uno Stato ebraico

DOPO LA SECONDA GUERRA MONDIALE

Il 29 novembre 1947, l’Assemblea delle Nazioni Unite approvò una Risoluzione che prevedeva la creazione di uno Stato ebraico e di uno Stato arabo in Palestina, con la città e la zona di Gerusalemme sotto l’amministrazione diretta dell’ONU.

Secondo il piano, lo Stato ebraico avrebbe compreso tre sezioni principali collegate da incroci extraterritoriali, mentre lo Stato arabo avrebbe avuto anche un’enclave a Giaffa.

Il 15 maggio 1948, il giorno successivo alla proclamazione dello Stato di Israele, iniziò il primo conflitto arabo-israeliano: i Palestinesi rigettarono il piano di spartizione dell’ONU e una coalizione di Stati arabi, tra i quali Iraq, Giordania, Siria ed Egitto, attaccò Israele che riuscì a difendersi ed a respingere le truppe avversarie.

Nel 1956, sfruttando la crisi di Suez seguita alla nazionalizzazione del Canale da parte del Presidente egiziano Nasser, Israele attaccò l’Egitto, ma venne fermato dalla Comunità internazionale.

Nel 1964, sotto l’egida di Yasser Arafat, nacque l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) che puntava a dare una rappresentanza ai Palestinesi, slegandoli dalla dipendenza dai Paesi arabi.

Nel 1967 scoppiò la guerra dei Sei Giorni con la quale, grazie ad una fulminea azione militare, Israele occupò la Striscia di Gaza, la Cisgiordania e Gerusalemme Est, seguita, nel 1973, da una nuova fiammata, quando Egitto e Siria attaccarono Israele durante la festa ebraica dello Yom Kippur: la reazione israeliana fu immediata e portò all’occupazione del Sinai in Egitto e delle alture del Golan in Siria.

Solo nel 1979 l’Egitto firmò a Camp David, alla presenza del Presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter, un accordo di pace bilaterale con Israele.

Nel 1982, giustificando l’intervento con la necessità di distruggere le basi dei terroristi palestinesi, Israele invase e occupò la parte meridionale del Libano.

Dal 1987 al 1992, i Palestinesi avviarono e resero sistematica la forma di resistenza popolare chiamata Intifada, che si concluse nel 1993, quando vennero firmati gli Accordi di Oslo e parve che il conflitto stesse finalmente per concludersi, ma i nodi principali restarono, purtroppo, irrisolti e furono rimandati a un secondo turno di negoziati: la nascita di uno Stato palestinese indipendente, il ritorno dei profughi palestinesi, il controllo delle scarse risorse idriche e lo status di Gerusalemme.

Nei Territori Occupati, che avrebbero dovuto diventare il futuro Stato palestinese, cominciò una forma di autogoverno guidata dall’Autorità Nazionale Palestinese, a Presidente della quale venne eletto nel 1996 Yasser Arafat.

Purtroppo, dopo l’entusiasmo degli Accordi di Oslo, Israeliani e Palestinesi non riuscirono ad accordarsi sui punti ancora sul tappeto e nei Territori Occupati la tensione ricominciò a salire nel settembre 2000, a seguito della seconda Intifada, la cui scintilla fu la provocatoria “passeggiata” sulla Spianata delle Moschee di Gerusalemme dell’allora candidato Primo Ministro israeliano Ariel Sharon.

Con la morte del leader palestinese Arafat, avvenuta a Parigi l’11 novembre 2004, si ingenerarono nuovi elementi di instabilità nell’area e, nel 2006, le elezioni politiche in Palestina sancirono la vittoria di Hamas sui moderati di Fatah ed in estate, a seguito dell’incursione di alcuni terroristi hezbollah libanesi nell’Alta Galilea (durante la quale morirono sei soldati israeliani), Israele scatenò una forte reazione militare nel sud del Libano.

Gli USA provarono inutilmente a spingere per un accordo fra Israele e l’Autorità Palestinese ad Annapolis, ma le trattative si svilupparono da subito a rilento per l’indisponibilità da parte di Israele a discutere i temi chiave del conflitto: lo status di Gerusalemme e quello dei profughi palestinesi.

A fine 2008, in relazione al lancio massiccio di razzi da parte di Hamas, l’esercito israeliano lanciò l’offensiva denominata “Piombo Fuso”: la Striscia di Gaza venne bombardata per cinque giorni e successivamente invasa dall’esercito israeliano.

Nel 2009, le elezioni politiche in Israele sancirono la vittoria di misura del partito di destra Likud guidato da Benjamin Netanyahu, che divenne nuovo Primo Ministro, carica che ricopre ancora oggi.

Con l’accentuarsi della crisi siriana, il ruolo di Israele nello scacchiere mediorientale diventò sempre più complesso, anche in concomitanza con la presidenza americana di Barak Obama, apertamente contrario alla politica degli insediamenti portata avanti da Israele, ma pure duro con gli attentati palestinesi.

Il tentativo di portare avanti un percorso che preveda due Stati per due popoli, per poter avere, un giorno, una Gerusalemme dove tutti i figli di Abramo possano trovarsi in pace, purtroppo, resta ancora infruttuoso.

Fabrizio Gaudio

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