Il vostro affetto mi ha cambiato la vita

Islam con la comunità intercongregazionale di suor Raquel


La vera jihad di un giovane, nel suo cammino verso la libertà

Sei mesi fa, quando dalla Caritas cittadina mi chiesero di far parte di un’equipe per accompagnarlo più da vicino, Islam era uno di quei ragazzi che l’opinione pubblica definisce come: giovani devianti, delinquenti, bulli violenti, ragazzi difficili, e addirittura ragazzi “perduti”, cioè senza redenzione!  In poche parole, egli era considerato una minaccia, un ragazzo non solo da evitare, ma, ancor peggio, da rinchiudere in qualche struttura per i suoi comportamenti antisociali.

Certo è che nonostante la sua giovane età, Islam ha alle sue spalle un passato con delle esperienze pesanti, con diverse entrate e uscite dal carcere, di consumo e spaccio di sostanze stupefacenti, e non poche volte è stato protagonista di risse violente nella città. Comunque, a dispetto di tutto questo, io vedevo in lui un ragazzo timoroso, ferito, che, in qualche modo, tentava di soffocare dentro il dolore che, forse, lo accompagna da quando è nato; sì, io vedevo, e vedo ancora, semplicemente un ragazzo, con un enorme bisogno di sentirsi accolto e voluto bene.

Islam è di origine Tunisina, suo padre morì a seguito di un infortunio sul lavoro quando lui aveva pochi mesi. Pochi anni dopo, la madre si è risposata e ha avuto altre due figlie. Purtroppo il suo nuovo compagno era un alcolista e un violento e sia Islam sia suo fratello maggiore Billel hanno subito continui abusi fisici, verbali ed emotivi. E noi sappiamo bene quanto l’abuso emozionale (tutti i tipi di abuso sono anche emozionali) strazia l’autostima di una persona e può compromettere notevolmente lo sviluppo psicologico e l’abilità di funzionare adeguatamente nella società.

Di conseguenza, i servizi sociali collocarono Islam in comunità. Così, dai dieci ai diciotto anni lui visse in diverse comunità per minori, le cui permanenze sono state sempre molto travagliate. Privato dalla figura paterna, quasi fin dalla nascita, gli venne poi a mancare quel grembo, quello spazio vitale che chiamiamo: casa, famiglia, affetti, relazioni, il quale è assolutamente necessario per lo sviluppo e la crescita della propria identità, dell’auto stima e del rispetto di sé. Come non capire allora, Islam e le sue continue fughe da se stesso, e la sua incessante ricerca di “qualcosa” o “qualcuno” che possano, in qualche modo, colmare quel vuoto che la solitudine e il non amore gli hanno scavato dentro?

Sei qualcuno se vesti in un determinato modo, se hai soldi (e non importa come li ottieni), o se frequenti certi ambienti. Cosi, tanti giovani, che come Islam, portano nel cuore quella tremenda voglia di gridare al mondo il loro esserci, son disposti a far di tutto pur di sentirsi accolti, accettati, inclusi; si sentono obbligati a conformarsi in tutto, in un mondo dove, purtroppo, la norma è il consumo e dove si vive circondati più da oggetti che da persone. Un mondo dove, ancora una volta, si sentono, traditi, abbandonati, soli! Abbandonati a se stessi, quindi, sconfinano in comportamenti antisociali e diventano violenti spesso per disperazione.

A proposito di ragazzi violenti e trasgressivi, San Giovanni Paolo II affermava che non esistono persone che sono delinquenti per natura né bambini che nascono con tendenze criminali. Anzi, assicurava, la delinquenza giovanile è, piuttosto, una risposta al mondo che ha dimenticato il suo dovere di prendersi cura di loro.

Nel mio servizio missionario tra i ragazzi di strada e i carcerati ho imparato che un ragazzo può perdere la bussola, ma può anche riprendere la strada verso casa, se qualcuno lo aspetta, lo sa accogliere, se qualcuno gli corre incontro con gesti autentici, concreti di prossimità. Quando, invece, un ragazzo, nonostante tutti i suoi sforzi, non incontra volti amici, tutto si fa più difficile. Magari torna in libertà, ma lo aspettano solo i problemi che aveva lasciato. Inoltre, lo stigma di essere un ex-carcerato lo fa ancora più vulnerabile e scuote la sua ormai fragile autostima e rispetto di sé.

Ed è proprio questo che succedeva a Islam, perciò, con Christian, responsabile del Centro di ascolto della Caritas cittadina e Salvo, assistente sociale della Casa don Puglisi, dove ospitavano la mamma di Islam e le sue sorelle – ora sono in semiautonomia – decidemmo di scommettere su Islam, sulle sue risorse e potenzialità di bene. Cercando, inoltre, di creare una rete di persone che diventassero per lui dei punti fermi, sui quali lui potesse contare sempre, e divenendo noi stessi suoi compagni di strada, anzi i suoi fratelli e sorella maggiori!

Nel suo ritorno a casa il figlio minore (Lc. 15, 11-32) ha trovato sì un Padre Misericordioso, ma non ha trovato un fratello, dice don Claudio Burgio, cappellano dell’Istituto Penale Minorile Cesare Beccaria di Milano. Capita anche oggi. Per ragazzi decisi veramente a cambiare non è facile, usciti dal carcere, trovare nuovi fratelli maggiori. E l’esperienza ci insegna che si cambia e si è spinti a uscire dal vortice della criminalità e dell’esclusione se ci si sente attratti da un progetto, se sul cammino trovi persone disposte a sostenere con te nuovi passi.

E in questi mesi, posso attestare, Islam è, davvero, cambiato tantissimo! O meglio, sta diventando sempre più se stesso, sta divenendo, cioè, sempre più Figlio di Chi non ha mai smesso di essergli Padre! Non è stato però un cambio fulmineo, miracoloso, anzi, è stato, ed è tuttora, un percorso faticoso, in salita, è la “vera Jihad” come lui ben definisce, questa sua lotta per restare sulla via della nuova vita! Però, lui sa di non essere più da solo; sa che ora ci sono dei “Mosè”, ossia persone che pregano e fanno il tifo per lui, ma sopratutto sa di poter incondizionatamente contare su due fratelli maggiori che, con infinita pazienza, fermezza e gentilezza, camminano al suo fianco, al suo ritmo; sostenendolo quando zoppica, aspettandolo quando rimane indietro, cercandolo quando fugge, per farlo sentire, sempre, e indipendentemente della sua condotta, voluto bene!

Qualche giorno fa abbiamo celebrato il suo ventitreesimo compleanno. La mamma, con gli occhi perlati di lacrime, diceva che era la prima volta che qualcuno faceva festa per lui. Prima del taglio della torta abbiamo chiesto a Islam di fare un discorso, e lui, visibilmente commosso, disse: Grazie per il vostro affetto, mi avete cambiato la vita!

La strada è ancora lunga. Ci sono ancora tante ferite da rimarginare. Islam deve, pertanto, continuare col suo percorso per imparare ad accettare fino in fondo la propria storia, per riconciliarsi con essa, con la famiglia, con se stesso e con Dio. Ma io sono fiduciosa, credo che ormai Islam abbia compreso che anche se il viaggio della libertà è assai impegnativo, è, comunque, altrettanto appassionante se si ha il coraggio di rientrare in se stessi, di scoprirsi “figlio” e di “tornare a casa”: c’é un Padre che lo aspetta da sempre!

suor Raquel Soria, mc

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La grandezza dell’incontro

L’esperienza dell’incontro con un’altra cultura, impegnativo ed arricchente nello stesso tempo, e la gioia delle relazioni che, a poco a poco, crescono nella fiducia. 

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L’incontro con altre culture è un grande dono di Dio, un’esperienza che arricchisce e fa sperimentare il valore della reciprocità. Ayni: una parola quechua così importante nella cosmovisione andina, vuole proprio rappresentare questo scambio reciproco, valore fondamentale e ideale per le relazioni a qualsiasi livello: sociale, culturale, ecologico, spirituale.

Fare questa esperienza esige molta umiltà e capacità di lasciar andare, per entrare con il cuore spoglio e libero da tante presunte sicurezze, permettendo che l’incontro stesso ci porti a scoprire l’agire di Dio nel cuore della cultura, un mondo a cui siamo inviate come missionarie, per condividere la vita e testimoniare la misericordia e l’amore del Dio-Consolazione.

La ricchezza dell’incontro
L’esperienza dell’incontro ha colmato la mia vita di gioia e ha destato nel mio cuore la gratuità, nella misura in cui scoprivo quei “fili d’oro” con cui il Popolo tesseva la storia della vita, delle vite, con quei valori che danno colore, bellezza e disegno al tessuto. Ho vissuto con il popolo Quechua in Poopó (Oruro), ed ho capito l’importanza dell’ascolto attento, l’apertura allo stupore per il nuovo che si presentava nell’incontro.

Ci sono silenzi più eloquenti delle parole, e gesti che parlano da soli, anche se, molte volte, non si comprendono totalmente. L’importante è stare, partecipare, contemplare e far silenzio… e Dio sa sorprenderti, facendoti scoprire la sua presenza nel recinto sacro della cultura, dove parla a ciascuno e invita a togliersi i sandali, perché si tratta di una terra consacrata a Lui. Veramente, un’esperienza che mi ha fatto sentire così piccola, ma anche così fortunata per la possibilità di incontrare l’altro e il suo incontro con Dio.

 

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L’incontro con le donne
Negli anni che ho passato in Bolivia, mi sono dedicata prevalentemente al lavoro di promozione della donna, un compito che mi ha chiesto molta vicinanza, pazienza, rispetto, ascolto, compassione e dolcezza, soprattutto constatando lo sforzo che ogni donna faceva per superare la sua situazione, molte volte complicata, scoprendo poi i propri doni e capacità, che presto metteva a servizio della sua comunità.

Davvero Dio fa meraviglie nelle sue creature! Superando paura e timidezza, molte diventarono leaders delle proprie comunità, altre iniziarono a condividere il proprio sapere con altre, fino a fondare un Centro il cui motto era: “Warmis Yanaparikuna”, che significa: donne, aiutiamoci! Creando così uno spazio non solo per la formazione professionale, ma anche per tessere relazioni di fiducia reciproca, di valorizzazione mutua, di ricerca comune dei valori che integrano la cultura con il Vangelo.
Oggi, a distanza alcuni anni, vedo ancora nel mio cuore i volti di tante donne che mi hanno fatto sentire una di loro, con le quali ho condiviso la vita, le cose semplici del quotidiano, la reciprocità, l’amore verso la Madre Terra, chiamata Pacha Mama, realizzata nel “buon vivere”, in perfetta armonia con essa e con tutte le sue creature, di cui la persona non è che una in sintonia con le tante, senza l’ambizione di essere la padrona della natura.

E per concludere, vorrei citare questa bella preghiera: “Mettimi nel tuo aguayo, Signore, e portami con te. Voglio camminare con te…”. Che bella la vita, dal punto di vista del bambino che si sente protetto sulla schiena della mamma, molto vicino al suo cuore. E noi, avvolti nell’aguayo (stoffa coloratissima usata dalle donne per caricare i neonati in spalla) della misericordia di Dio, ci sentiamo protetti e molto vicini al suo cuore…

Suor Palmira Moreira Coelho

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